IL PONTE SUL MERULA - MARCO MAGLIONI - Andora nel tempo

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IL PONTE SUL MERULA - MARCO MAGLIONI

DOCUMENTI > TESTI ANTICHI

IL PONTE SUL MERULA

"MARCO MAGLIONI"

(Trascrizione di Maria Teresa Nasi)





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IL PONTE SUL MERULA
 
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VOTI E BISOGNI
 
DELLA LIGURIA OCCIDENTALE
 
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RELAZIONE
 
 
 
 
 
 
 
 
 
ONEGLLIA
 
TIPO-LITOGRAFIA DI GIOVANNI GHILINI
 
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1878
 


 
Chi ricorda le diligenze dei tempi preistorici, le scarrozzate dei biondi Inglesi, e la ingenuità dei nostri nonni che cavalcavano la loro pazienza, lungo il littorale, prova un senso di benessere al pensiero di poter evitare coi mezzi ovunque adottati le lungaggini e le sofferenze di un tal viaggio.
 
           Il Merula là ove interseca la via Provinciale, formava un punto ben poco gradito agli indolenti postiglioni, il luogo per gli Inglesi di vive emozioni e delle prudenti misure e più prudenti fermate per gli avi nostri.
 
           Senza numero sono gli episodi più o meno terribili dei quali la fiumana dal poetico nome e dalle onde infide, trasse il ricordo nei vortici del mare. Ogni volta che una pioggia d’un paio di giorni ne fa aumentare le acque, il Merula interrompe ogni comunicazione dei veicoli fra le due rive ed i rari passanti che rischiano la traversata, lo fanno con un senso di terrore su quella baracca tremolante di vetuste glorie che dicono S’cianca (1), osservando con occhio inquieto gli esili sostegni, che pare debbano ad ogni momento crollare sotto alla violenza delle onde.   
 
           Le grandi piene, le lunghe e dirotte piogge sono, con vivo dispiacere dei nostri coltivatori, diventate cosa leggendaria; ma i vecchi i quali asseriscono, che un giorno pioveva molto, raccontano di vetture trascinate e storie di salvataggio e di desolazioni. Era cosa abituale il vedere allagata gran parte della pianura, ed allorchè il mare aveva il mal vezzo di opporsi agli sregolamenti del Merula respingendone la piena, essi dovevano per vari giorni corteggiare il domestico focolare, ammettendo al piano superiore il bue e l’asino ad agape fraterna, perché la stalla ed i sottoposti ambienti erano allagati.
 
           Io nelle brevi e rade visite, che un giorno facev a quest’ultima e finora derelitta Tule della Provincia, ebbi occasione di ammirare la imponente bellezza delle acque, che rotte le dighe (mi si perdoni il pleonasmo) correvano la pianura. Una volta volli recarmi ove straripavano, onde meglio studiarne le ragioni ed i rimedi, e benché amante di tuttociò che la natura ha di splendidamente orrido, restai vivamente impressionato della grandiosità dello spettacolo.
 
Non è egli un danno per il nostro commercio la interruzione intermittente di comunicazioni, la tema di rischiare e merci e vita, e non tanto per la sola Andora, quanto per i paesi circonvicini? Ora che il nostro Comune ha con ingenti sacrifici aperta una nuova e costosa via, la quale condurrà al mare ed ai più popolosi centri, i prodotti delle valle superiori di Stellanello, Testico, Vellego, Cesi e per fino di Pieve di Teco, non è egli giusto che sia tolto lo sconcio accennato ottemperando ai giusti desideri, ai vivi reclami nostri e costruendo il ponte sul Merula, poiché ovunque si provvide ai mancanti e facilitando le comunicazioni, fu arricchito il commercio favorendone i mezzi?
 
Né trattasi di scavi formidabili, non di arginamenti, non di lavori idrotecnici come Druso ne eseguì sul Reno, i Veneziani a Pò-di-Garo, i Chinesi sul Hoang-ho, Mario sul Rodano.
 
Egli è un piccolo ponte lungo forse 60 metri, che tante volte ci fu promesso e che con tanto desiderio aspettiamo ora che rigenerata, moralizzata al contatto di una autorità che rappresenta le idee, le forze del suo popolo concentrate in un desiderio di progresso immenso, l’Italia tutta aspetta. Lo stato della nostra Liguria è altrettanto eccezionale! abbandonata alle proprie forze, viste strappate brano a brano le risorse di cui il commercio avevala arricchita, attristita dal disinganno procuratole dai voti inconsiderati del commercio locale, invoca la mano che debba trarla a nuova e feconda vita.
 
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(1)    Forse perché fatta a Schiancio, o perché abbastanza sciancata e schiantata
 
 
Né bisogna credere possa l’esportazione formare una generale e sufficiente risorsa per l’industria. Essa richiede cure, capacità e mezzi che non sono alla portata di tutti o per meglio dire, che sono eccezionalmente riservati alle grandi fortune. Il piccolo commerciante non conosce che lo scambio interno: è là, che egli lotta eroicamente e sostiene una concorrenza dannosa con un coraggio degno talora di miglior riuscita. E’ dunque il commercio interno che bisogna promuovere attivandone nelle comunicazioni i mezzi.
 
E quando, amara derisione di contrasti, questi stessi mezzi di pace, organizzati per il ravvicinamento degli interessi d’un popolo, debbono servire a strade di invasione o di difesa, non è egli interesse del governo il promuoverne l’ordinamento, ora che ovunque si studiano le vie che possano agevolare i trasporti di un materiale da guerra immenso, in una località appunto nella quale la vicinanza della frontiera e lo spiegarsi di una gran vallata, debbono presentare punti strategici importantissimi?
 
L’Italia non può nella nostra riviera e verso il confine Francese attuare, che una sola linea di ferrovia, oltre Savona non è progettata finora seriamente alcuna comunicazione con il Piemonte e venendo a mancare la sola esistente sino a Ventimiglia, dovrà un’armata sottostare a tutte le difficoltà, a tutti gli imbarazzi che la via Provinciale male in assetto potrebbe suscitarle.
 
Sino a che la guerra sarà il legislatore delle contese internazionali, né pare essa voglia per ora cedere il campo a più miti concordati, occorre alle frontiere riempiere ogni lacuna, onde al bisogno operare con prontezza e precisione gli immensi trasporti militari, che le condizioni strategiche attuali esigono. Il governo non ha esitato innanzi alla spesa necessaria per riorganizzare l’armata, per ricostituire e riformare il materiale da guerra, per stabilire fortificazioni nei punti adiacenti e studiare nuove vie di difesa. Esiterà la Provincia che tanti lavori costrusse, tanti ponti edificò di interessi puramente locali a porre in esecuzione questo, che tanti vitali ne rappresenta per essa e per il governo?
 
La guerra Franco-Prussiana è per noi una lezione di quanto le facili comunicazioni, la possibilità di gettare su un punto dato una massa di truppe, possono influire sull’esito di una campagna. La Francia dovette condannare ben amaramente la propria improvidenza le tante volte che il poco buon assetto delle sue vie Provinciali (meglio però ordinate delle nostre)  l’obbligò a disastrosi ingombri, non potendo far procedere con speditezza i singoli corpi; e troppo tardi, nel 1871 cioè, promosse studi, creò commissioni onde sistemare la viabilità, quando cifre ufficiali le appresero che la compagnia sola d’Orleans aveva dal luglio al dicembre del 1870 trasportato 1,500,000 uomini, 150,000 cavalli, e 120,000 tonnellate di materiale e che convogli intieri erano spesso caduti in mano del nemico, per non poter tirare via con sufficiente prestezza.
 
Il ponte in tempo di guerra diventa un ostacolo, una difesa, poiché conviene impariamo a saggiamente distruggere, (ciò che parrebbe un paradossso) quello che fu con tanto studio edificato, studiando i mezzi i più acconci a formar ingombri, chè tale è   lo spirito della guerra, questo Ingegnere della rovina. Una mina bel collocata e debitamente sorvegliata, trasforma un ponte in fortificazione e la fortificazione in un impreveduto intoppo, che può sconcertare i piani i più arditi. L’ordine nella disposizione delle risorse materiali è tanto necessario in guerra, quanto la disciplina stessa delle truppe. L’ordine materiale è la disciplina delle cose, e poiché la guerra è l’organizzazione della distruzione, è dovere di quelli che la fanno di saper saggiamente distruggere.
 
Ed ora torniamo a bomba giacchè conviene come quello di prudente incesso, metter fuori i tentacoli e tirar dietro il proprio guscio per assicurarsi il passo innanzi e soprattutto la ritirata.
 
Non mi sono proposto la soluzione di un quesito Chinese, né il Merula di modesta apparenza e d’assai men gloriose origini val la pena davvero di un attentato a quella libertà ch’io proclamo uguale per tutti,  ma poiché sotto alle mentite spoglie della placidezza egli conta parecchie pagine non avare di luttuose ricordanze ed i vecchi del contado rammentano dolorosi eventi ed istorie paurose mi sia lecito riandarne  alcune accennandole sommariamente:

 
1850. Una vettura andò ad arrestarsi sull’isolotto specie di Delta in miniatura e fu salvata colle persone a forza di stenti.

1853. Una vettura di zingari fu travolta: gli spettatori accorsero sulla trabiccola (1) e riuscirono a salvarla, ma andò perduta gran parte del bagaglio ed un cavallo restò affogato.

1853. Altra carrozza arrestata dalla trabiccola suddetta. Un cavallo rotto il finimento restò impigliato in uno dei sostegni ed ivi perì. Il cocchiere ne fece inumare le spoglie dopo avergli tagliata la lingua che doveva servire di testimonianza al proprietario, il quale a ciò che pare, aveva riposta in lui una fiducia illimitata.

1865. Un calesse trasformato in navicella fu sollevato dalle onde e trasportato in mare. Il padrone che teneva assai alla terraferma slanciandosi afferrò fortemente i pali di sostegno e fu salvo.

1865. Mentre i due primi cavalli di un carro entravano nell’acqua, uno di essi fu abbattuto. Assicurato da funi e tratto all’indietro il carro, venne portato a riva ma spento.

1867.  La diligenza, di onorata memoria, nonostante le sue forme matronali venne abbattuta dalla corrente: la gente accorsa legò con funi i cavalli alla palancola, uno eccettuato che si annegò.

1872. 25 novembre.  Altra famiglia di Inglesi più o meno biondi, che perdettero le illusioni formate sul nostro clima e benediranno per un pezzo la corniche. Essi furono tirati dalla vettura con funi e scale; il solito cavallo restò affogato.

1873. Un veicolo con alcune balle di stoccafisso il quale avendo un resto di simpatia per il nativo elemento tornò al mare, mentre il proprietario riesciva gridando accorruomo a farsi soccorrere in tempo e salvare il veicolo ed i muli.

Io spero che a niuno vorranno essere insufficienti, le prove dolorose che io riportai; ai testimoni oculari che le riferivano s’allargava il cuore a quel barlume di speranza, di avere un giorno il Ponte. È questa l’idea che fa battere ben forte il cuore a tutti gli abitanti dei paesi vicini, lo fanno invocare le mammine dai bimbi “Da nobis panem et PONTEM”, ed è dai nostri villici atteso più che l’abolizione del macinato, che è tutto dire.
 
Onde le tristi memorie e i disastri diventino leggende, onde gli Italiani, giacchè noi pure di un tal nome ci gloriamo, possano aver nuova vita col nuovo orizzonte che le lotte del pensiero, i conati della scienza legislativa ci schiusero, pongasi alfine riparo a simili guai edificando il ponte sul Merula.
 
Ora che il commercio di proprietà prende nuovo impulso dalle libere istituzioni, ora che furono elevate le classi indigenti al sentimento della Patria, alla dignità di cittadini intelligenti, operosi, partecipanti ai frutti della nostra terra ovunque coltivata, ovunque libera, e quel che è più eretto il dogma della reciprocanza di aiuto fra lo stato e i cittadini, diventino per noi fatti le speranze e quell’ambizione santa di Provarci alla vita.
 
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(1)    Non trovai miglior termine a descriverla. Usasi per esprimere macchina stravagante e male in assetto.
 
E non oserei davvero insistere se io non conoscessi la giustizia della causa che io servo, nè dubito d’aver dato ad olocausto un’idea confidando nella sapienza di chi regge.
Nè giova vantare arditezza di concetto là dove non è che necessità, ed i fatti mostreranno facile l’opera e modesta la spesa. Molte volte dove l’esagerazione del volgo e la sapienza di certi dotti, poiché ogni scienza ha i suoi empirici, assegna a caso spese rilevanti, lo studio e lo attento esame vestono assai più modeste spoglie dell’arte.
La vicinanza del materiale, pietre, sabbie, mattoni, il prezzo eccessivamente tenue delle opere, agevoleranno l’attuazione dell’impresa.
Riesciranno di facile fondazione i piedritti poiché il sottosuolo ovunque composto di sabbia tenacissima offre consistenza sufficiente ad una lieve profondità.
Ed ora agli uomini d’arte, cui la tecnologia è familiare, il compito di agevolare la cosa, facendo meglio apparire la giustezza delle mie osservazioni, ed a me sia concesso venia, se il desiderio vivissimo di giovare mi trascinò tanto oltre. Come quei che

 
Con lena affannata
S’affaccia all’onda perigliosa, e guata
 

ho paura del mio stesso lavoro allorchè lo rileggo, e delle digressioni moltissime da cui fui allettato.
           Ne chiesi venia; lo fo ancora, e valga il buon volere a correggere l’insufficienza dell’opera mia.
           L’intiera Provincia comincia ora a respirare appena, nella fede di un retto ordinamento, nella saviezza del nostro Capo, il quale, reprimendo gli abusi e la malevolenza, incoraggiando chi lavora a quell’indeclinabile progresso sociale, che lottando trascina ostacoli ed oppositori, fa rivivere la ferma fiducia d’essere avviati a destini migliori.
I Liguri abbattuti un momento da recenti rovesci e dalla noncuranza in cui giacquero le loro istituzioni rialzeranno, ove una mano benefica gli sorregga la fronte: uno storico dell’antichità disse, essere fra loro le donne uomini, gli uomini leoni. Se cambiarono usi e tempre, se la civiltà ne dirozzò i costumi conservarono aitante l’ardire che mostrarono in ogni terra ed in ogni età. Essi concorsero a rendere l’Italia grande facendola ricca, ed aiutati dalla benefica mano di chi regge, incalzando con opera fruttuosa il presente, mostreranno che per essi ozio non è pace!

Con questa speranza, io vivo, con questa fede io scrissi.
 
Andora, 20 giugno 1878
 
MARCO MAGLIONI
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Primi anni del Novecento
1913
1928
Successivamente al secondo dopoguerra
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