ANDORA INIZIO OTTOCENTO - Andora nel tempo

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ANDORA INIZIO OTTOCENTO

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ANDORA DI INIZIO OTTOCENTO

(Mario Vassallo)

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In questo capitolo viene analizzata la situazione territoriale del Comune di Andora, come rappresentata e testimoniata dalle mappe del Catasto Napoleonico, nel periodo di inizio Ottocento.
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PREMESSE
Una breve, ma doverosa premessa per spiegare come nasce la ricostruzione andorese nel periodo napoleonico.
Sapevo che per esigenze lavorative, alcuni colleghi si erano cimentati in operazioni simili, ma su aree estremamente ridotte e spesso circoscritte a singole particelle catastali, incontrando grandi difficoltà e ottenendo marginalmente riscontri indicativi: quello che io cercavo, invece, era una sovrapposizione piuttosto dettagliata, di ampie zone del territorio.
In tanti mi hanno consigliato di perdere del tempo nella mia idea, ma mi sono impuntato sul volerci provare lo stesso.
Ho sfruttato e messo in opera tutti gli strumenti e le conoscenze tecniche acquisite, imparate ed esercitate in oltre trent’anni di professione.
Inizialmente ho provato con tentativi, per capire e vedere quali erano gli effetti, appoggiandomi al Catasto odierno, ma con le mappe d’impianto (poiché quelle attuali sono tutto, tranne che attendibili per operazioni di questo genere) …. E più di una volta ho dovuto ricominciare da zero.
Sapevo dove volevo arrivare, ma non conoscevo il modo per arrivarci e ottenere il risultato che mi ero prefissato.

Considerando attentamente le incongruenze che riscontravo durante i tentativi effettuati andando ad operare su piccole parti di territorio, ho deciso di estendere il tentativo di intervento su tutto il territorio comunale, in modo da avere la possibilità di effettuare compensazioni rigorose, ma anche localizzate, progressive, ed omogeneamente distribuite (tutto per mezzo di appositi software professionali specifici).
Così ho dapprima trovato il modo di unire tutte le mappe napoleoniche in una unica mappa gigante ….. trasformarla in bianco e nero, in modo da rendere trasparente il bianco ed avere un’immagine enorme, che altro non era che una “ragnatela”, della quale i “fili” erano le linee delle mappe originali …. andarla a sovrapporre su una altrettanto enorme foto aerea, la quale era però calibrata su coordinate precise e corrispondenti all’effettivo stato di fatto dei luoghi, grazie ad un rilievo topografico effettuato con strumentazione GPS in varie parti del Comune di Andora, in modo da fissare punti noti e certi di inquadramento e appoggio.
Studiando le traslazioni, le variazioni di scala, le deformazioni grafiche, è stato possibile comprendere quali erano le differenze di base tra il sistema di rappresentazione e cartografico dell’Ottocento e le varie entità di compensazione/adattamento ai criteri realizzativi odierni delle mappe.
A questo punto sono state effettuate due sostanziali operazioni distinte:
Creazione di planimetrie vettoriali
  1. sono state create delle planimetrie digitalizzate vettoriali di dettaglio (per mezzo di software CAD) su base catastale “moderna” (mappe catastali d’impianto), georeferenziate su coordinate non nel sistema classico catastale (Cassini – Soldner), ma in altro sistema geografico (Gauss- Boaga), con rilievo topografico di dettaglio appoggiato su punti noti e di coordinate note sul territorio andorese, realizzato con strumentazione GPS;
  2. tali planimetrie sono state anche “calibrate” sui corrispondenti estratti fotografici aerei/satellitari;
  3. è stato creato un reticolo di punti “calcolati”, corrispondente al reticolo catastale delle mappe;
  4. sono state calcolate le coordinate di punti di appoggio e inquadramento (in genere spigoli fabbricati molto antichi), scelti appositamente sulla rappresentazione grafica
Creazione di planimetrie grafiche (immagini)
  1. le planimetrie vettoriali create, sono state convertite in immagini digitali, che sono state adattate, con procedimento di calibrazione alle immagini digitali delle mappe napoleoniche, sfruttando le funzioni più complesse, per il mantenimento delle proporzioni reciproche ed assolute di dimensioni e distanze e di sovrapposizione dinamica in trasparenza;
  2. ciò ha consentito di verificare le condizioni di corrispondenza e di variazione/spostamento dimensionale tra la situazione attuale e quella dell’Ottocento;
  3. anche sulle mappe napoleoniche è stata effettuata l’operazione di calcolare le coordinate di punti di appoggio e inquadramento, riferiti al sistema di coordinate utilizzato per le planimetrie attuali (operazione possibile grazie alla doppia calibrazione effettuata).
Fatte queste due operazioni, le planimetrie/immagini originali e quelle ottenute per adattamento sono state caricate sul rilievo topografico effettuato, andando a calibrare per coincidenza i rispettivi corrispondenti punti di inquadramento rilevati e calcolati, ottenendo la sovrapposizione adattata delle mappe napoleoniche allo stato attuale dei luoghi.

                                         

Tale procedimento articolato e complesso, ha permesso di ottenere delle corrispondenze grafiche con tolleranze e precisioni assolutamente accettabili, restituendo un confronto immediato per sovrapposizione in trasparenza di epoche totalmente diverse e rendendo possibile un confronto visivo immediato sui cambiamenti intervenuti nel tempo.
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CATASTO NAPOLEONICO
 
Molte volte si è sentito parlare di Catasto Napoleonico, identificandolo come una testimonianza storica di grande valore, ma in effetti sconosciuto a molti e, quindi, che cosa è il Catasto Napoleonico?
Per trovare un modo semplice e pratico per descriverlo, si tratta di una sorta di censimento delle proprietà, rappresentate sia graficamente su planimetrie che descritte su registri: un antenato del Catasto attuale che noi conosciamo meglio.
La sua natura è la stessa di quello di oggi, cioè uno strumento che permette di descrivere, classificare e quantificare le varie proprietà, con il fine di associargli dei valori su cui applicare delle imposte.
Il Catasto Napoleonico, tuttavia, assume una rilevante importanza, in riferimento alle proprie mappe, in quanto queste, molto accurate, ci permettono di avere una specie di “fotografia schematica” disegnata che ritrae la situazione del territorio all’inizio dell’Ottocento, con i suoi vari elementi distintivi principali: confini di proprietà e di tipo di coltivazione attuata, fabbricati (colorati in rosso), strade (colorate in verde-marroncino), corsi d’acqua (colorati in azzurro), nomi di luoghi (scritti tendenzialmente in francese).
La situazione che viene rappresentata è quella risalente al primo ventennio dell’Ottocento (cioè due secoli fa).
I registri sono manoscritti, rilegati in grandi “libroni”, conservati ed indicizzati negli archivi storici comunali o degli Archivi di Stato, mentre le mappe cartografiche sono accuratamente preservate presso gli Archivi di Stato.

Per quanto riguarda Andora, la parte cartografica (che è quella che descriveremo) è conservata presso l’Archivio di Stato di Torino, il territorio comunale è suddiviso in 16 mappe (secondo la classificazione ufficiale, ma in realtà sono solo 15, perché la sedicesima è un duplicato) oltre al Tableau d’Assemblage (il quadro d’unione che schematizza l’insieme di tutte le mappe del Comune).
Le mappe sono identificate con una lettera di “sezione” e sub-sezioni numeriche per ogni sezione (A1, A2 …. B1, B2 …. ecc.).
Tutte le mappe sono in scala 1:2.500 (1 cm sulla carta corrisponde a 25 metri nella realtà dei luoghi) con ingrandimenti in scala 1:1.250 e il Tableau d’Assemblage è in scala 1:15.000 (1 cm sulla carta corrisponde a 150 metri nella realtà dei luoghi).
Occorre precisare che tali rappresentazioni cartografiche, contrariamente a quanto si potrebbe ipotizzare, in quanto realizzate in epoche passate e con sistemi di misura e tecniche poco sofisticate rispetto ai mezzi moderni, hanno una altissima attendibilità e corrispondenza con lo stato di fatto dei luoghi, al pari delle mappe d’impianto del Catasto moderno (più giovane di oltre un secolo e rappresentate in scala 1:2.000 – 1:1.000 e quadro d’unione in scala 1:12.500).
E’ proprio grazie alla cartografia del Catasto Napoleonico che possiamo avere una testimonianza tangibile della consistenza e posizione dei caratteri territoriali di Andora ed un quadro preciso delle presenze edificate, che ci consentono di identificare con precisione l’avvenuto sviluppo urbanistico degli ultimi due secoli.
  
Passiamo alla descrizione di Andora, secondo la rappresentazione grafica e testimonianze riportate nelle Mappe del Catasto Napoleonico.
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IL TERRITORIO
 
Il territorio comunale di Andora è caratterizzato dai nuclei edificati sui fianchi collinari della vallata solcata dal Torrente Merula, dove ogni agglomerato di case viene classificato con la propria denominazione anticipata da “hameau de”, cioè “frazione di”; tale fatto differisce dal sistema di denominazione successivo e più moderno, dove gli agglomerati edificati prendono il nome di “borgata” o, se tendenzialmente più sparsi, di “regione” o “località”, successivamente accorpati per zone ampie di territorio in “frazioni”.
L’estensione edificata di tali nuclei ripete abbastanza fedelmente il sedime delle corrispondenti borgate attuali, ad esclusione di alcuni edifici periferici alle stesse, che sono andati perduti e in gran parte ormai del tutto scomparsi.
Tali rappresentazioni cartografiche testimoniano che i “centri abitati” erano principalmente ed essenzialmente i nuclei “borgate”, sparsi e in posizioni isolate prevalentemente sulle pendici collinari, tra loro collegate con tracciati viari essenziali ed in numero esiguo.
Le denominazioni di tali nuclei sono spesso derivanti ed associate a ceppi famigliari evidentemente appartenenti ed insediati negli stessi, alcuni dei quali non sono a noi pervenuti, poiché scomparsi.
Partendo dalla parte alta della vallata, a confine con Stellanello e considerando le pendici collinari a sinistra del Torrente Merula troviamo le seguenti “borgate di”:
Tigorella, Biancardi (Giancardi), Bondati (Bondai, nucleo scomparso), Forti (Cà dei Forti), Divizia (Divizi), San Bartolomeo (chiesa) Brighei (nucleo scomparso e poi in parte sostituito), Siffredi, Lanfredi, Costa d’Agosti, Calai (nucleo scomparso e poi in parte sostituito), Lanfredi (errore di trascrizione, in realtà Pianrosso), Meta (Metta), Galliani (Costa dei Galleani), San Pietro (chiesa parrocchiale), Negri, Marchiani, Tacorè (nucleo scomparso), Melotti, Marino, Gagini (nucleo sostituito), San Rocco, Maglioni, Cazassi (nucleo scomparso), Borgo Castello (nucleo scomparso), Castello, Micheri (Colla Micheri), Mezzacqua (doppio nucleo di cui uno sostituito).
Partendo dalla parte alta della vallata, a confine con Stellanello e considerando le pendici collinari a destra del Torrente Merula troviamo le seguenti “borgate di”:
Castello (nucleo scomparso), Moltedo, Dorè (nucleo scomparso), Duchi (nucleo scomparso), Galliani (nucleo scomparso), Barrò (Barò), Costa (Costa di Conna), Carogio (nucleo scomparso e poi in parte sostituito), Chiesa di Conna (Costa della Chiesa), Lucchi (Cà dei Lucchi), Poggio della Morra (nucleo scomparso), Garassini, Domo (Duomo), Ferraira (Ferraia), Canossi (Canussi), Confrei (Confredi), Rollo (Case Sottante), Perrati (Case Perato), Tagliaferri (Case Tagliaferro), Cadilà (Case Bande di Là), Stalla (Case Stalle), Berneri (Case Bernei), Bricole (nucleo scomparso).
In mezzo al litorale, affacciata mare la “borgata di” Marina.
Una nota importante è che non esiste il nucleo abitato di Molino Nuovo, come vedremo in dettaglio in seguito.
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IL CRINALE COLLINARE DI LEVANTE
 
Considerando il crinale di Levante a confine con Laigueglia e Alassio, si possono notare alcune importanti presenze dal punto di vista storico e territoriale:
  • in corrispondenza della sommità dove attualmente risiede la base aeronautica, sono indicati la denominazione “Semaforo” (toponimo che caratterizza la località), ma cosa più importante è riportato l’intero sedime dell’Oratorio di Sant’Antonio del Cavo, di cui si sono perse le tracce e rimangono sporadiche testimonianze; le Mappe Napoleoniche riportano e definiscono con precisione posizione, forme e superficie di tale insediamento religioso locale scomparso e ciò permette di accertare che detto edificio era ancora riscontrabile nella prima metà dell’Ottocento;
  • prima del nucleo insediato dei “Micheri” (Colla Micheri), è rappresentata la costruzione su pianta circolare, ancora oggi esistente come Mulino Tagliaferro o Mulino Casalin; la particolarità che emerge dalle Mappe Napoleoniche è che tale fabbricato viene indicato come “torre”; ciò è un elemento incuriosisce perché la tradizione locale e storica attribuisce a tale costruzione la funzione originaria di “mulino” (a vento), sebbene anche in documenti della Repubblica di Genova, lo stesso sia talvolta indicato quale torre di avvistamento contro le incursioni corsare e piratesche;
  • proseguendo sul crinale verso l’interno, si incontra una coppia di edifici a pianta circolare, i cosiddetti “mulini di Spaleta”, i quali sono posizionati circa in linea con il nucleo edificato scomparso identificato con il nome di “Borgo di Castello”, il quale era in realtà un nucleo edificato ai piedi del poggio del Castello, attraversato dalla via Julia Augusta ed oggi identificabile con i ruderi della “Dogana”, presenti ai piedi della strada lastricata che sale verso la porta-torre e prima della fontana medievale;
  • inoltrandoci ancora verso l’interno, si incontra un’altra coppia di edifici a pianta circolare, i cosiddetti “mulini di Pilato”, i quali sono posizionati circa in linea con il nucleo edificato dei Maglioni;
  • proseguendo verso il confine con Stellanello, appena oltre il confine territoriale andorese, ubicato nel territorio di Alassio, troviamo la Cappella di San Bernardo, rappresentata con forma ed estensione planimetrica sostanzialmente diversa (di maggiore estensione) dai ruderi a noi pervenuti e attualmente riscontrabili sul posto.       
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Torri di avvistamento o mulini a vento?
Per quanto riguarda Mulino Tagliaferro il dubbio è molto marcato (posizione assolutamente strategica rispetto al mare), ma per gli altri quattro, considerato che erano praticamente in coppie ed in posizioni lievemente infossate, si potrebbe propendere comunque più per la funzionalità di mulini, proprio per la presenza in coppia e così ravvicinati.
Non dimentichiamo che ci sono testimonianze sicure di mulini a vento locali che hanno dimensioni pressochè corrispondenti e posizionamenti simili.
Il fatto di essere fuori mano potrebbe essere tuttavia giustificato dal fatto che un mulino a vento, per essere operativo deve trovarsi in una posizione particolare (in alto sulle pendici collinari, in punti di esposizione ventosa, ecc.); in effetti i mulini andoresi risulterebbero anticamente "serviti" da percorsi diretti di accesso (stradine che comunque passano e conducono nelle immediate vicinanze) e, quindi, non sarebbero stati così isolati, anche se sicuramente non proprio comodi.
Tali mulini sono anche presenti in mappe cartografiche locali precedenti al Catasto Napoleonico (vedasi la Carta Tipografica della Magnifica Comunità e Valle di Andora) che li definisce e li posiziona nello stesso modo, pur senza avere l'inconveniente della possibile interpretazione linguistica dei termini tradotti (le mappe napoleoniche sono sostanzialmente redatte in francese).
Inoltre, gli antichi tracciati stradali erano sicuramente ripercorrenti la Ligure Costiera e la Julia Augusta: entrambe queste due strade, per lungo tempo sicuramente "principali", giungevano a Colla Micheri e da tale luogo per raggiungere i mulini la percorrenza era probabilmente meno complicata che in altre situazioni.
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IL TORRENTE MERULA
 
L’alveo del Torrente Merula si presenta molto più ampio rispetto a come lo conosciamo, anche perché non è arginato e, quindi, è piuttosto naturale che il suo scorrimento copra zone molto più ampie e incontrollate.
Il suo percorso non rispecchia fedelmente l’andamento moderno, in quanto in alcuni tratti è completamente spostato.
Ad esempio, ai piedi del nucleo di Duomo (ribadiamo che all’epoca delle Mappe Napoleoniche Molino Nuovo non esiste ancora), l’alveo è molto spostato verso Ponente, coprendo praticamente tutta la parte oggi edificata tra via Molineri e l’argine del torrente stesso ed il sedime della medesima via.
Poco più a monte, tra San Pietro e il nucleo dei Lanfredi, l’alveo è allargato verso il versante collinare a confine con Alassio.
Sono inoltre presenti delle formazioni alluvionali assimilabili a veri e propri isolotti fluviali, posizionati in vari tratti del percorso all’interno dell’intero territorio comunale.
Altra caratteristica di rilievo sono i ponti.
Infatti, sull’intero territorio andorese viene indicata la presenza del solo ponte medievale, mentre tutti gli altri non sono rappresentati e, in alcuni tratti di attraversamento dell’alveo da una sponda all’altra, sembrerebbero essere presenti solo tratti di percorrenza stradale in attraversamento a livello di guado; ciò farebbe pensare alle effettive difficoltà di trasporto e spostamento in periodi di piena e/o la necessità di realizzazione di costruzioni provvisorie e temporanee di attraversamento del corso torrentizio, almeno in pochi punti del territorio.
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I PERCORSI STRADALI
 
Tuttavia, l’analisi dei percorsi “stradali”, nella maggior parte dei casi tracciati di larghezza assimilabile a metri 2 – 3, sicuramente sterrati e non completamente carrabili, ma agibili pedonalmente o a dorso di animale, evidenzia una essenziale, ma articolata rete di percorsi anche tortuosi, che collega funzionalmente e con presenza continuativa tutti i nuclei edificati, definendo di fatto una “rete stradale” di servizio, che unisce in modo diretto le varie località poste sullo stesso versante basso e medio collinare, rendendo probabilmente fruibile ed adattiva la percorrenza e accessibilità territoriale anche in caso del perdurare di periodi di piena torrentizia.
 
Scendendo nel dettaglio della “rete stradale”, sono presenti solo due strade effettivamente principali: la litoranea costiera (Aurelia “moderna”, che sarà ufficialmente aperta da Carlo Felice nel 1832) e una strada intercomunale valliva, riconducibile in parte alla Strada Mandamentale, che percorre la zona a Ponente rispetto al Torrente Merula, con un percorso molto diverso dalla moderna Strada Provinciale (quest’ultima sarà successivamente realizzata nel 1825 e nel 1840).
La strada intervalliva, nel tratto del suo percorso verso mare, ricorda la Strada della Stazione (attuale via Carminati), sebbene il sedime sia spostato più a Ponente rispetto a quest’ultima, e via Antica Romana, per raccordarsi nuovamente ad un tratto di tracciato che possiamo assimilare alle odierne via Carminati (circa all’incrocio con via Santa Matilde) e proseguire sull’attuale via Merula sino all’incrocio con il Rio San Giovanni; qui piega a sinistra verso la collina (in direzione Chiesa di San Giovanni Battista), per andare a raccordarsi con la Strada Mandamentale sino ad arrivare ai piedi del nucleo di Duomo (passando per il nucleo della Ferraia e dietro Villa Musso);
quindi oltrepassa il Rio Domo attraversando il complesso edificato del Mulino di Zanzi (Mulino di Testa), dirigendosi al Torrente Merula che attraversa, non è definibile con certezza come e dove, in confrontanza del nucleo di Pianrosso, da cui prosegue collegando i vari nuclei edificati e passando in prossimità delle varie Cappelle della zona.
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La via Aurelia era una strada consolare romana che da Roma giungeva originariamente fino al sarzanese ed alla Lunigiana.
Solo secoli dopo, probabilmente per esigenze belliche, venne realizzata di fatto un'altra strada - la Julia Augusta, la quale doveva contribuire a prolungare la praticità di collegamento che si addentrasse nell'odierna Francia.
Conseguentemente l'Aurelia e la Julia Augusta diventarono una sorta di unico percorso di quasi 1000 km (970 di cui 698 in attuale territorio italiano).
La documentazione storica locale, le informazioni e fonti conosciute, testimoniano e determinano il tragitto che la Julia Augusta avrebbe sul territorio andorese (nel particolare, scende da Castello costeggiando la fontana medievale, si dirige nei pressi della Chiesa di San Giovanni e poi si inerpica verso il passo Chiappa); con questo tragitto, l'attraversamento del Merula si posizionerebbe nei pressi del ponte medievale.

Non sappiamo se l'effettivo attraversamento del Merula avvenisse proprio dove si trova il ponte medievale (che costituirebbe una possibile "riedificazione" più recente di una più antica struttura equivalente), oppure se sia una costruzione completamente diversa e in diverso luogo rispetto a precedenti più antichi attraversamenti.
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MOLINO NUOVO
 
Come accennato in precedenza, l’elemento che di più colpisce l’attenzione con la consultazione della cartografia napoleonica è l’assoluta assenza di Molino Nuovo.
Del nucleo edificato che conosciamo oggi non esisteva assolutamente nulla; gli unici fabbricati presenti sono quello a noi conosciuto come “Villa Musso”, di superficie/sagoma ridotta rispetto all’edificio della fine del Novecento (prima dell’intervento di ristrutturazione che l’ha trasformato in una sorta di condominio) e quella che era forse l’originaria costruzione (di dimensioni ridotte rispetto alla consistenza successiva) che diventerà il Mulino di Rafè.
Di fronte a quest’ultima, viene testimoniato un isolotto fluviale di ragguardevoli dimensioni, suddiviso in appezzamenti e dove sarebbe sorto, secondo altre fonti documentali, il “mulino nuovo” costruito dagli Anfosso e condotto dai Siccardi: l’insediamento che spingerà materialmente alla futura formazione dell’intero nucleo abitato e nuova borgata di Molino Nuovo.
Il “mulino nuovo” degli Anfosso determina una novità rispetto a tutti gli altri frantoi/gumbi esistenti, poiché è il primo (nel territorio andorese) ad essere realizzato direttamente sul corso del Torrente Merula, mentre tutti gli altri sono spostati rispetto al flusso della corrente principale e ubicati in prossimità di opere idrauliche secondarie, tipo canali, fossati, rii, beudi.
Probabilmente il concetto che spinge alla costruzione del “molino nuovo” (che ricordiamo essere stato realizzato in sostituzione dell’antico mulino a vento presente su Poggio Ciazza), mira a creare un insediamento produttivo potenziato dal maggiore flusso idrico dovuto ad una corrente naturale di maggiore entità rispetto alle più ridotte e maggiormente controllabili opere idrauliche secondarie (canali, beudi, ecc.).
Valutando gli effetti “storici” in epoche successive, ci si pone la riflessione che tale soluzione adottata, almeno in parte, non abbia avuto gli esiti prospettati, in quanto l’attività del “mulino nuovo” si è rivelata sicuramente innovativa e redditizia nel breve periodo (circa mezzo secolo), ma non è stata in grado di integrarsi con le modifiche territoriali sostanziali dei periodi successivi.
Infatti, mentre praticamente tutti gli altri analoghi insediamenti (frantoi/gumbi) precedenti e contemporanei, hanno resistito alla spinta innovativa del cambiamento territoriale, il “mulino nuovo” cessa la sua attività in un periodo relativamente breve, scomparendo completamente dal territorio e addirittura dai ricordi dettagliati della sua esistenza.
Tuttavia, tornando alla cartografia napoleonica, le divisioni terriere dell’isolotto ripetono fedelmente le conformazioni delle proprietà locali pervenute in tempi moderni e più recenti, lasciando e offrendo una preziosa testimonianza delle avvenute sostanziali mutazioni della stretta realtà locale.
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LA “BEŖA”
 
Un altro elemento che viene rappresentato e testimoniato dalle mappe del Catasto Napoleonico è la “beŗa”.
La “beŗa” era una canalizzazione tipo acquedotto, in parte fuori terra ed in parte interrata che, secondo le informazioni storiche locali, principalmente legate ai ricordi popolari, partendo dalla confluenza tra il Rio Moltedo con il Torrente Merula, alimentava i frantoi andoresi ed infine giungeva al mare passando dietro le Case della Stazione ed alimentando per ultimo il gumbo presso il complesso Tagliaferro.
Nel corso degli anni è pressochè scomparsa a causa delle varie trasformazioni subite dal territorio.
La consultazione approfondita della documentazione cartografica napoleonica ha permesso di individuare il percorso ed il posizionamento dell’intera cosiddetta “beŗa”, come di seguito viene descritta.
Occorre precisare che alcuni tratti sembrerebbero interrati e la percorrenza non apparirebbe continua, bensì intervallata da interruzioni dovute all’andamento orografico del territorio, nonché allo sfruttamento di innesto con altri corsi d’acqua minori discendenti dalle alture limitrofe: tali caratteristiche rappresenterebbero la funzione pratica di dotare l’intero territorio di una rete di canalizzazioni idrauliche piuttosto omogenea, ma non ricorrendo ad un unico canale, bensì a tratti di canali tra loro correlati e funzionalmente complementari.
L’impianto idraulico aveva origine in territorio di Stellanello, sulla sponda destra del Torrente Merula, in prossimità della confluenza del Rio Borgosozzo, in confrontanza della Borgata Albareto, da cui dirigeva verso il gumbo della Borgata Cà di Papi (sulla sponda destra del Merula) e proseguiva per raggiungere e collegare altri gumbi sino a quello sul Rio Cantalupo (davanti alla Borgata San Lorenzo, attualmente a lato del ponte per la Borgata Villarelli).
La percorrenza continuava in direzione verso mare e sempre a destra dell’alveo del Merula fino ad alimentare il gumbo – attuale proprietà Morro e successivamente quello adiacente alla ex Cappella della Famiglia Barbera (ponte di Moltedo – Barò).
Proseguiva attraversando le regioni Pian di Basole e Berò fino a raggiungere il gumbo ex Anfosso – Musso – Testa, dove si congiungeva con il canale proveniente dalla valletta del Duomo.
Continuava verso “u Gumbu de Rafè” (ex Musso), avvicinandosi alla sponda del Merula, fino a quasi incontrarsi con lo stesso in confrontanza davanti alla Borgata Melotti, e qui piegava per tornare verso la Borgata Ferraia (regione Acqua Calda), da cui proseguiva costeggiando la Strada Mandamentale fino a gettarsi nel Rio Acqua Donnetta, da cui ripartiva fino a giungere al Gumbassu.
Dal Gunbassu volgeva verso il Ponte Romanico nei cui pressi finiva il suo percorso lineare, trasformandosi diffusamente in una rete più complessa di canalizzazioni anche localizzate, attivamente dipendenti da opere di presa nei vicini corsi d’acqua (rii).
Tale sistema a rete lo troviamo su tutta la parte territoriale a Ponente del Merula, dalla regione San Giovanni fino al litorale costiero, con marcato sviluppo nelle immediate vicinanze a monte del complesso di Villa Tagliaferro ed alle spalle delle case della regione Stazione.
Nella parte compresa tra le regioni Frassada e Siberia ed il mare si riscontrano diversi tratti di canalizzazioni idrauliche interpoderali collegate trasversalmente con il Torrente Merula ed adducenti e/o confluenti nei limitrofi rii, pure senza mantenere una continuità con una dorsale comune longitudinale (pressochè il parallelismo con l’andamento dell’alveo del Torrente Merula).
Ed in effetti tali constatazioni troverebbero conferma nel fatto che la conformazione territoriale lascerebbe dei dubbi circa una sola ed unica canalizzazione idraulica attraversante l’intero territorio comunale da Stellanello al mare, per la quale il naturale scorrimento idrico necessiterebbe di una pendenza se non costante almeno continua, rimandando a costruzioni ingegneristiche ed architettoniche quantomeno importanti dal punto di vista dell’impatto, di cui non sono state reperite tracce documentali e neanche informazioni popolari.
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NUCLEI EDIFICATI
 
Affrontiamo ora l’analisi dei nuclei edificati, presenti sui versanti vallivi collinari.
Come è stato accennato in precedenza, il tessuto edificato dei vari nuclei viene rappresentato cartograficamente in consistenza molto simile a quanto pervenuto ai nostri giorni, sebbene alcuni edifici siano andati perduti nel tempo.
Occorre ricordare che le fasi cicliche del tempo e delle civiltà comportano spesso una trasformazione dei luoghi mediante il riutilizzo delle risorse disponibili.
Il susseguirsi di eventi, generazioni, la mutazione di necessità, usi e consuetudini, ha portato nel tempo al riutilizzo di materiali per altri scopi analoghi o differenziati.
I fabbricati erano realizzati originariamente con materiali naturali locali, per i quali è ipotizzabile, nei casi in cui gli stessi non siano deperibili (legno) che siano stati riutilizzati (pietrame) per altri scopi; quindi, è considerabile che edifici progressivamente diruti siano stati completamente abbandonati, diventando una sorta di “cava” dove procurarsi materiale primario da costruzione per effettuare altri interventi edificatori; è così possibile che alcune testimonianze edificate siano andate perdute e scomparse, per permettere la realizzazione di altri fabbricati e opere di sistemazione del territorio (muri di sostegno, terrazzamenti, ecc.).
 
Lo stato ed il fenomeno di abbandono potrebbero essere stati cagionati anche da eventi improvvisi, quali ad esempio mortalità diffusa per ricorrenti epidemie (non dimentichiamo che nel primo ventennio dell’Ottocento ci furono una epidemia di febbre gialla e una di vaiolo, che decimarono notevolmente la popolazione), che avrebbero sterminato intere famiglie e gruppi di appartenenza locale, oppure eventi naturali (terremoti, alluvioni), arrecanti disagi e dissesti tali da indurre ad un abbandono anziché investimenti e dedizione in interventi manutentivi importanti e di ricostruzione.
Da tali conseguenze deriva che alcuni nuclei edificati sono pressochè scomparsi, altri hanno versato per lunghi periodi in stato di abbandono per poi essere recuperati e trasformati, ed altri ancora hanno, invece, mantenuto un costante popolamento, pervenendo a noi modernizzati, ma ancora esistenti.
  
Tra i nuclei scomparsi troviamo:
  • Bondai, nel tratto tra la Chiesa parrocchiale di San Bartolomeo e la borgata Tigorella;
  • Tacorè, a monte della borgata Melotti;
  • Cazassi, nelle vicinanze della borgata Maglioni;
  • Borgo Castello, all’incrocio tra la via Julia Augusta e la strada di accesso alla porta-torre;
  • Castello, antico nucleo insediato a monte rispetto alla borgata Moltedo (probabilmente l’antico nucleo insediato di Moltedo);
  • Dorè, Duchi, Galliani, antichi nuclei sotto la borgata Moltedo;
  • Poggio della Morra, tra la borgata Garassini e Cà dei Lucchi;
  • Bricole, antico nucleo tra Case Stalla e Case Bernei.               
Tra i nuclei pressochè abbandonati e ricostruiti in tempi successivi:
Giancardi, nucleo prima di Tigorella;
  • Brighei, nucleo tra la Chiesa di San Bartolomeo e la borgata Siffredi;
  • Costa d’Agosti, nucleo sopra alla borgata Lanfredi;
  • Calai, nucleo tra le borgate Piazza e Pianrosso;
  • Gagini, nucleo in realtà non più distinto e associato alla borgata Marino – San Rocco;
  • Mezzacqua, uno dei due nuclei (“la rocca di Mezzacqua”), pressochè interamente sostituito e ubicato nell’omonima borgata;
  • Carogio, nucleo sostituito con ricostruzione parziale tra le borgate di Costa della Chiesa e Costa di Conna.           
Tutti gli altri nuclei hanno mantenuto sostanzialmente i loro insediamenti originari, seppure con le derivanti modifiche dovute ai cambiamenti insediativi dell’epoca moderna.
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SAN GIOVANNI
 
Nella porzione pianeggiante oltre la sponda destra del Torrente Merula, nel tratto da Duomo a San Giovanni, si rileva la presenza del tracciato stradale principale della Strada Mandamentale, che attraversa la borgata Ferraia, fino a giungere nei pressi della Chiesa di San Giovanni, dove si crea una strettoia tra i due fabbricati della Garotta: presumibile stazione di ristoro e cambio dei cavalli.
Poco prima di tale nucleo insediato, si riscontrano i fabbricati del Gumbasso (frantoio e gumbo) e poco prima più a monte si individua un piccolo fabbricato che costituisce l’originaria costruzione di quella che sarà la Villa Stampino (il corpo di fabbrica a sud-ovest dell’attuale fabbricato principale, dove al piano inferiore si trova il gumbo).
  
L’analisi cartografica catastale evidenzia che non si riscontra la presenza di alcuno dei cimiteri.
Infatti, secondo la documentazione storica del Comune, la costruzione degli stessi sarebbe successiva, in quanto sono datate 1831 – 1835 le perizie per lo studio realizzativo delle strutture cimiteriali nell’intero Comune.
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Frantoio e gumbo sono praticamente la stessa cosa, dove "gumbo" è semplicemente il termine dialettale e tradizionale (si tratta di strutture che lavora(va)no con lo sfruttamento di forza motrice derivante dall'utilizzo di flussi idrici - "ad acqua", o da trazione/movimento animale - "a sangue"). Tuttavia, spesso si indicano entrambi i vocaboli, come se fossero due cose diverse, perchè nella consuetudine tramandata (in effetti non precisa, ma così considerata da alcune abitudini locali e non solo andoresi), si tende a voler distinguere il frantoio da olive da quello da granaglia; quest'ultimo sarebbe in realtà il "mulino", che però altrettanto spesso viene associato alle strutture a vento (ormai pressochè scomparse).
Si crea così una confusione sull'effettivo significato del termine, ricorrendo per consuetudine e comodità ad entrambi (frantoio e gumbo), per identificare le realtà che impegnavano sia la funzione di "frangitura delle olive", sia la "macinazione delle granaglie".

Secondo alcune consuetudini locali, non vere e proprie fonti documentali, la distinzione sarebbe anche legata al sistema di funzionamento e della struttura meccanica di lavorazione.
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MARINA E LITORALE
 
Arriviamo alla zona della piana verso mare.
 
L’unico nucleo edificato è la borgata della Marina che si sviluppa alle spalle del Bastione, il quale è baluardo in posizione isolata ed avanzata rispetto a tutto il resto edificato limitrofo e si presenta di pianta circolare, senza alcun corpo di fabbrica aggiuntivo annesso (ricordiamo che i corpi di fabbrica aggiunti in ampliamento al torrione originario, pervenuti sino ai giorni nostri, sono stati realizzati tra l’ultimo decennio dell’Ottocento ed il primo decennio del Novecento).
La strada litoranea (che diventerà l’Aurelia moderna), come del resto tutte le “strade”, è poco più di un sentiero, che costeggia il litorale.
Nella zona più a Levante ha ancora la percorrenza originaria, precedente alle variazioni tipiche apportate in fase di realizzazione dell’Aurelia moderna (1811-12 - Strada della Cornice) e delle modifiche apportate al promontorio di “Pinamare” a seguito degli interventi edificatori del Porto e dei primi insediamenti locali degli anni ’60 del Novecento (Rocce di Pinamare, Condominio San Martino, ecc.).
Sulle pendici di Capo Mele non è presente il Faro (la cui costruzione risale alla metà dell’Ottocento e, quindi, è successivo alle mappe napoleoniche).
In zona “Orizzonte” è presente l’indicazione di “batterie”, probabilmente strutture di guardia e di difesa militari, non meglio descritte.
Proseguendo si incontra, a monte rispetto alla strada litoranea, una piccola costruzione costiera che risale all’originario fabbricato che ampliato diventerà Villa Martinetto e poi più nulla sino al Bastione.
In corrispondenza del Bastione, poco prima, la strada litoranea effettua una deviazione a triangolo intorno al Bastione stesso, andando a collegare le case della borgata Marina, per ritornare subito dopo parallela alla costa per un tratto.
In questo tratto la posizione è circa corrispondente all’attuale battigia, in quanto il tratto costiero risulterebbe più avanzato ed il mare più arretrato rispetto all’attuale andamento, con una differenza variabile tra circa metri 10 – 20.
Circa in corrispondenza della attuale via Doria, la strada litoranea arretrerebbe dal mare riavvicinandosi all’attuale posizione della via Aurelia e dividendosi in due tratti:
un tratto, risultando comunque sempre traslato più verso mare di una decina di metri (per l’attuale via Aurelia), arriva fino alle sponde del Merula e qui si interrompe, in quanto nella parte più verso mare, non esistono strade (nessuna traccia dell’attuale via Fontana);
il secondo tratto, invece, circa in corrispondenza della attuale piazza Doria - via Usodimare, si addentra all’interno, per attraversare il Merula e proseguire in parallelo al mare all’altezza del Rio Binelli – piazza del mercato, andando a collegarsi con l’antica strada principale per l’entroterra, in un tratto parallelo alla via Carminati, ma posizionato oltre gli ex binari ferroviari, scendendo a via Fontana oltre l’ex passaggio a livello e proseguendo verso Cervo in forma nuovamente litoranea.
L’attraversamento del Torrente Merula avviene senza poter identificare l’eventuale presenza e consistenza di un ponte in particolare (ricordiamo che la costruzione del ponte “Aurelia” verso la foce del Torrente Merula fu oggetto di una “petizione” sostenuta dal Marche Marco Maglioni, con la quale indicava i disagi e i vantaggi che la costruzione di tale opera avrebbe potuto contribuire ad affrontare).
A parte la borgata della Marina e il Bastione, nel tratto costiero tra quella che sarà “Villa Martinetto” e il Merula, non esistono altri fabbricati, sia a monte che a mare della strada litoranea.
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COSTRUZIONI “STORICHE ANDORESI” NON PRESENTI – ZONA MARINA E LITORALE

Come detto in precedenza non esiste il tratto di via Fontana (dal Merula a via Carminati); non esiste la strada della Stazione (via Carminati), non esistono i fabbricati dei cantieri navali e poi Colonia di Asti, non esiste il fabbricato della Pensione Mondovì (odierna Caserma dei Carabinieri), non esiste alcun fabbricato della odierna via Carminati, non esistono gli edifici dell’Albergo dei Poveri di Genova, non esiste l’Albergo della Posta o Albergo Savoia, non esiste la vecchia Stazione Ferroviaria e neanche la linea ferroviaria (arriveranno intorno al 1870).
Non esiste la Chiesa di Santa Matilde e il suo Seminario; non esistono Villa Stefania, Villa Fontana, Villa Garelli, Villa Tebaldi, Villa Laura, l’acquedotto della Marina, la Chiesa dei Canonici Regolari Lateranensi dell’Immacolata (odierna Biblioteca Comunale).
Sono tutti campi.
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FABBRICATI ESISTENTI – ZONA MARINA E LITORALE
 
Considerando la zona tra il mare (a Sud), l’ex tracciato ferroviario (ad Ovest), l’attuale zona del ponte ferroviario (a Nord) ed il versante collinare di Levante (ad Est), ed escludendo la borgata Marina e la borgata Mezzacqua (dove è presente la Chiesetta dell’Immacolata Concezione, indicata come però come Cappella della Croce), troviamo solo i seguenti fabbricati:
  • Villa Tagliaferro (indicata con la dicitura di “mulino”), con una superficie ridotta di circa un terzo rispetto a quella attuale, in quanto mancherebbe il corpo di fabbrica più a Levante;
  • l’oratorio dei Santi Cosma e Damiano;
  • la Cappella di San Lazzaro (Oratorio dei Santi Nazario e Celso);
  • il fabbricato originario che costituirà Villa Rosetta (ex tenuta contadina dei Musso);
  • il vecchio fabbricato di Lalìn Anselmo;
  • un piccolo fabbricato dove sorgerà la proprietà Perato in quella che sarà la Strada Comunale di Mezzacqua – odierna via Rattalino (lato verso mare);
  • il fabbricato che sarà la proprietà Caviglia - odierna via Rattalino (lato a monte);
  • un fabbricato negli appezzamenti della località Binello, ma diverso da quelli che saranno la proprietà Ferrando;
  • il fabbricato che darà origine alla denominazione locale Cà Bianca, bruciato ai tempi della Prima Guerra Mondiale e in origine probabilmente sede di un “convento” di monache legate all’ordine del Priorato di San Martino;
  • la parte più a ponente della “torretta” di Noceto; questo fabbricato era probabilmente un frantoio/gumbo, in quanto collegato e affacciato su un ampio canale;
  • due piccoli fabbricati in corrispondenza del futuro fabbricato Torrengo (attuale angolo via Fontana – via Carminati);
  • un grande fabbricato articolato (delle dimensioni circa dell’originaria “Villa Tagliaferro” già citata), posizionato in allineamento ai due edifici precedenti, con occupazione del sedime che sarà sede della futura linea ferroviaria.
                 
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IRRIGAZIONE
 
Ultimo elemento importante rilevato è la rete di canalizzazioni idrauliche nella parte pianeggiante di tale zona territoriale descritta, a sinistra della sponda del Merula.
In precedenza è stata descritta la situazione a destra del Merula, che risulterebbe almeno concettualmente collegata all’opera idraulica chiamata “beŗa”.
La situazione a sinistra del Merula, invece, presenta una fitta rete molto articolata di canalizzazioni che caratterizzano le delimitazioni dei vari appezzamenti, spesso con sviluppo per l’intero perimetro degli stessi e con una diffusione molto estesa.
La particolarità è che tale presenza verrebbe concentrata nell’area territoriale oggi identificabile con due linee idealmente perpendicolari al mare e passanti circa per via san Lazzaro e via Piana del Merula, con un’estensione dal mare sino all’odierno ponte ferroviario.
In questa zona si rileva una “ragnatela” di canali, fossi, beudi, tra loro collegati e/o formanti vere e proprie ramificazioni, estese a coprire l’intera estensione dei campi presumibilmente coltivati, formando una rete di irrigazione a cielo libero che sfrutterebbe la naturale pendenza dei luoghi.
Una caratteristica che viene subito notata è la mancanza di indicazione in cartografia catastale di pozzi, o meglio essi sono indicati, ma sono pochissimi e sicuramente in numero e posizioni non adeguati e sufficienti a coprire il fabbisogno dell’estensione territoriale interessata.
Tale valutazione, considerando la morfologia del territorio, farebbe pensare alla presenza di sorgenti sul versante collinare di levante, necessarie all’approvvigionamento idrico utilizzato per scorrimento ai fini irrigui.
Volendo fare un paragone con tempi più recenti, in effetti la suddetta considerazione ricalcherebbe la situazione successiva al periodo napoleonico e risalente fino a circa cinquanta anni fa, quando i vari poderi, anche di proprietà diverse, erano tra loro uniti e dipendenti nelle coltivazioni dalle stesse fonti di approvvigionamento idrico (dei mini-consorzi stipulati o concordati verbalmente da patti tra privati), che prevedevano l’adduzione dell’utilizzo idrico con una portata principale per mezzo di tubazione e successiva irrigazione “a solco”, cioè modellando una rete di canali superficiali modificabili in base alle necessità e all’uso, che venivano “aperti” e “chiusi” con semplici “zappate di terra”.
  
Inoltre, dalle mappe catastali napoleoniche si può notare come i sentieri di accesso siano spesso paralleli e corrispondenti a tratti di tali canalizzazioni, in modo da ridurre il più possibile le tare improduttive.
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Il solco, "surcu",in terra che veniva usato per l'irrigazione era tracciato a mano usando una zappa a pala piegata di 90° rispetto al manico: "a sappa da surchi " o "sappa larga" o "sappa cianèlla".
Per deviare l'acqua da un solco all'altro con la stessa zappa si chiudeva con la terra il solco pieno in modo che l'acqua entrasse nel successivo.
Questa operazione si chiamava "giò u surcu" (letteralmente “girare il solco”).

     

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L'acqua veniva prelevata dal pozzo mediante un sistema meccanico di sollevamento chiamato "nóia" (nória) e veniva azionata da un cavallo o mulo che legato ad una barra ruotava attorno a pozzo azionando così il meccanismo di sollevamento.
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