ANTICHI MESTIERI - Andora nel tempo

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ANTICHI MESTIERI

GLI ANTICHI MESTIERI

(Alma Anfosso - Mario Vassallo)
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ARTI E MESTIERI DEL PASSATO


"u cravaiò"

Riscopriamo i nomi della presenza delle antiche figure “artigianali” che rappresentavano le presenze dei mestieri quotidiani, opera tradizionale tramandata nel tempo che garantiva prestazioni “specializzate”, laddove il contadino tuttofare non riusciva da solo ad assolvere le necessità di tutti i giorni:
“u stagnìn” (il lattoniere), “u ferò” (il fabbro ferraio), “u bancaŗò”' (il falegname), “u magnìn” (il calderaio), “u careghé” (l’aggiusta sedie), “u gumbaiö” (il frantoiano), “u muŗinò” (il mugnaio), “u mulìtta” (l’arrotino), “u strassè” (lo straccivendolo), “u cravaiò” (il capraio), “u carbunìn” (il carbonaio), “u caŗegò” (il calzolaio), “u massacàn” (il muratore), “u virsò” (il costruttore di “virse”), “u spesiò” (il farmacista), “u paŗaighé” (il ripara ombrelli), “u panaté” (il panettiere), “u laitè” (il lattaio), “u betegò” (il bottegaio), “u pesciò” (il pescivendolo), “u stancu” (il tabaccaio, più recentemente diventato “u tabachìn”), “u barbé” (il barbiere), “u sertù” (il sarto), “u gejiàn” (sagrestano, con la variazione di “u cappellàn” – il cappellano), “u pastù” (il pastore), “u manènte” (il mezzadro), “u bestènte” (l’erpicatore o l’aratore), “u carpenté” (il carpentiere), “u cantuné” (il cantoniere), “u caselante” (il sorvegliante di passaggi a livello e linee ferroviarie), “a guòrdia” (il vigile), “u cunciliatù” (il conciliatore, cioè il Giudice di Pace).


"u mulitta"
Foto per gentile concessione Gino Tumbarello
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“U gumbaiö” (il frantoiano)


"u gumbu"
Foto per gentile concessione Famiglia Morro

Il “gumbaiö” era colui che conduceva il “gumbo” (frantoio), per la macinatura delle olive e la produzione del tanto prezioso olio.
Gli ulivi coprivano gran parte del territorio e venivano “coltivati” con scarne attrezzature: per la lavorazione del terreno ci si affidava semplicemente ad aratro e “zappa a due becchi” (più raramente alla “zappa larga”, considerata la frequente presenza di sassi e scaglie di pietrame), mentre per la concimazione si “riciclavano” scarti quotidiani come strame, grasso animale (maggiormente scarti della macellazione di animali allevati in ambito famigliare), stracci di lana, latrina, ecc.
La raccolta avveniva con:
  • “bacchiatura”, cioè percuotendo e scrollando i rami con pertiche e canne (operazione eseguita principalmente dagli uomini);
  • “brucatura”, cioè raccogliendo direttamente il frutto a mano dai rami, solo per quelli raggiungibili da terra (operazione eseguita prevalentemente dalle donne);
  • “raccattatura”, cioè raccogliendo il frutto a terra, già staccato e/o caduto dai rami (operazione eseguita abitualmente da donne e bambini).
Le olive raccolte venivano trasportate in sacchi di iuta al “gumbo”, dove venivano versate in una vasca di forma tonda, con fondo in pietra ed all’interno della quale girava la “mola” o “macina”, costituita da una grossa ruota di pietra, leggermente troncoconica, fissata ad un asse centrale che veniva azionato tramite ingranaggi.
La forza motrice veniva garantita o da un flusso idrico che azionava una grande ruota verticale che tramite assi, pulegge ed ingranaggi trasmetteva il moto rotatorio alla “macina”, o da forza animale costituita da un mulo (più raramente un bue), legato ad un asse orizzontale collegato alla “macina”, che veniva azionata facendo girare in tondo l’animale intorno al “gumbo”.
Con l’attenta e sapiente presenza del frantoiano, dopo un paio d’ore di macinatura delle olive, la pasta ottenuta veniva riposta dentro agli “spurtìn”, dei sacchi a disco di fibra vegetale intrecciata, i quali impilati sovrapposti a colonna e poi sottoposti ad una pressatura con grossi pesi, per permettere la fuoriuscita del liquido contenente olio.
Il liquido veniva convogliato con canalette a dei secchi e poi trasportato in trogoli, dove veniva fatto “schiarire” (decantare), raccogliendo con la “lecca” l’olio salito in superficie e travasato in giare o barili, usando otri di pelle e secchi.
Spesso venivano ripetute in sequenza le operazioni effettuate nella prima spremitura, in modo da ottenere altro olio (“sanso”), ma questa volta di qualità nettamente inferiore, in modo speculativo, arrivando anche a “rimacinare” la pasta pressata ormai secca, con aggiunta di acqua.
Tutto questo lavoro, con grande fatica, veniva svolto dal “gumbaiö”, dalle cui braccia passavano ogni giorno tonnellate di peso, ripetutamente e per un lungo periodo dell’anno.
Le informazioni tradizionali tramandateci e abitualmente conosciute, ci descrivono il “gumbo” nella versione ancora presente in alcuni piccoli ed antichi frantoi, con la classica vasca di pietra, la pressa con il vitone centrale a cui si avvita una sorta di coperchio che si stringe con una sbarra.
In realtà questa è già una soluzione relativamente “moderna”, poiché in epoche precedenti la vasca era una tramoggia in legno, di forma piramidale tronca (quindi non tonda, ma di forma pressochè quadrata), semplicemente poggiata su un lastrone orizzontale di pietra; dentro a questa vasca girava la “ruota di pietra”, azionata come è stato descritto, ma il frantoiano doveva intervenire maggiormente perché il moto rotatorio spingeva ammassi di olive e pasta negli angoli della vasca stessa e, pertanto, si doveva continuativamente provvedere a spostare tali accumuli verso l’area di azione delle “macine”, affinchè la macinatura avvenisse nel modo più omogeneo possibile.
Anche l’operazione di pressatura era sostanzialmente più grossolana, in quanto gli “spurtìn” venivano sovrapposti in verticale uno sull’altro, ragionevolmente in numero di circa una decina, e successivamente pressati con l’applicazione di pesi rudimentali, spesso caratterizzati da un grosso tronco d’albero.
L’effetto sulla produzione era una enorme fatica, con ridotta quantità di olio ottenuto; per tali motivazioni si ricorreva a rilavorazioni successive della materia di prima spremitura, alla ricerca di maggiori quantità di prodotto, seppure a deciso scapito della qualità dello stesso.


Acta Eruditorum - IV idraulica molino, 1709 – BEIC 13373207
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“U magnìn” (il calderaio)
Il “magnìn” era un ambulante che arrivava in autunno, accolto dai bambini che gli andavano incontro per curiosare quanto fosse nero.
Infatti venivano spesso paragonati a lui, quando alla fine di giochi e marachelle tornavano a casa, accolti dalla tipica espressione “Ti sei néggru cumme in magnìn!” (“Sei nero come un magnino!”), talvolta condita da qualche sano “lerfùn” (sberlone), che aiutava nell’affettuoso tentativo educativo alla volta successiva, che sarebbe stata perfettamente uguale, se non peggio.
Il “magnìn” raccoglieva utensili di uso quotidiano nelle case, che poi ripuliva e ristagnava: paioli di rame per la polenta (“paiöi”), secchi di rame per la conservazione dell’acqua (“séggie”), teglie di rame per la farinata di ceci (“tésti” o localmente “testeghi”), padelle (“paèlle”) e pentole di rame e di ferro di ogni forma e dimensione (“pignàtte”).
Il contatto diretto di tali utensili con il fuoco del camino, li anneriva fortemente, macchiandoli e danneggiandone le stagnature, mettendo così a rischio il normale uso e la sicurezza nelle cotture in cucina e la manutenzione periodica rinnovava ed allungava la durata di quei pochi attrezzi quotidiani tanto preziosi nell’economia domestica.
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“U careghé” (l’aggiusta sedie)
Il “careghè” era un artigiano ambulante che andava in giro fra le case con due vecchie sedie spagliate in bilico su una spalla, a penzoloni una sul petto e l’altra sul dorso.
Le sedie a cui si dedicava venivano lavorate con paglia di colore naturale o a tinte bene assortite, generalmente verdi o tendenti al giallo-rosso-arancione.
Il lavoro eseguito doveva essere solido, perchè dopo la rimpagliatura le sedie erano destinate a durare ancora molto a lungo.
Per svolgere il suo lavoro, il “careghé” operava seduto in uno slargo della borgata, all’ombra in estate e al sole in autunno, attorniato ed in compagnia di chi si radunava presso di lui per scambiare quattro chiacchiere.
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“U strassè”
Lo “strassè” era un ambulante a cui venivano affidati rifiuti di ogni genere, stracci non più utilizzabili carta vecchia magari rosicchiata dai topi, oggetti rotti e ferrame arrugginito.
Le donne conservavano ogni cosa possibile da dare allo “strassé”, in cambio di qualche spicciolo comunque prezioso.
Di solito lo “strassè” prendeva in affitto temporaneo un piccolo locale nella zona, dove accatastare la merce, successivamente selezionata e rivenduta ad acquirenti che venivano, o mandavano, a ritirarla sul posto.
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“U carbunìn” (il carbonaio)
Il “carbunìn” esercitava la propria attività nelle zone montuose e collinose.
In uno spiazzo libero e pulito, il “carbunìn” preparava la “carbunèŗa”, cioè un ammasso legnoso quadrangolare a forma di parallelepipedo o di piramide tronca, destinata alla carbonizzazione.
Utilizzava rami “di scarto”, irregolari e non utilizzabili per la creazione di assi o pali, a cui si curava di eliminare le appendici frondose e le foglie, riducendoli in bacchette tagliate a lunghezza stabilita, accatastate con regolarità.
Superiormente, veniva lasciato un foro centrale, creando una sorta di camino per la fuoriuscita del fumo e per la “respirazione del cumulo in combustione, oltre a quattro “bocche” laterali per la circolazione della aria necessaria alla combustione.
Il tutto era accuratamente coperto con terriccio, lasciando liberi i fori.
La fiamma non doveva fuoruscire, mantenendosi forte e costante, testimoniata da un’alta e densa colonna di fumo regolare.
L’esperienza del “carbunìn” doveva cogliere ogni eventuale anomalia nel processo di combustione, sorvegliandone il tiraggio e la fumata, quali elementi di controllo per evitare che la legna non carbonizzasse.
Quando la “carbunèŗa” non fumava più, il carbone era fatto.
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“U caŗegò” (il calzolaio)


"u caŗegò”
Foto per gentile concessione Piero Dagati

Il “caŗegò” aveva solitamente la bottega in un piccolo locale al piano terreno, spesso con unica apertura la porta ‘ingresso.
Lavorava seduto dietro il suo banchetto, coperto di chiodi sparsi di tutte le forme e dimensioni, dei suoi attrezzi, toppe e ritagli di materiali a fogge varie e sul pavimento, scarpe alla rinfusa da riparare, vecchie forme di legno, pezze di cuoio e di gomma.
Le calzature più comuni erano “i scarpùi” (gli scarponi) per gli uomini, zoccoli di legno e ciabatte di pezza (spesso confezionate in casa) per le donne.
Le riparazioni più richieste erano le risolature complete e i rinforzi del tacco o della punta.
Le scarpe “buone” per la le occasioni speciali o per la Messa domenicale erano trattate come veri e propri cimeli, tanto che anticamente accadeva di andare in chiesa a piedi nudi e con le scarpe in mano, calzandole solo sulla soglia della chiesa e poi toglierle all’uscita, in modo da non consumarle e farle durare più a lungo possibile, anche per tutta la vita.
Nella bottega del “caŗegò” si respirava un odore misto di cuoio, spago, pece, colla, “lüstru” (“lucido” - crema per calzature) e della più economica “sunśa” (grasso animale, solitamente di maiale e meno comunemente di gallina).
Il “caŗegò” lavorava tanto e sa solo, dando un’occhiata al lavoro e un’occhiata al movimento nella strada davanti all’uscio, sempre in compagnia dei suoi semplici attrezzi:
il trincetto (“trincèttu”), la lesina (“lèrna”), i punteruoli (“punsùi”), i chiodi (“ciòddi”), il martel1o (“martèllu”), il “piede di ferro” (pè de fèru”), le “forme” (“fùrme”), la macchina per cucire, il coltello triangolare per tagliare, la “pece greca”.
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“U ferò” (il fabbro ferraio)


"u ferò"
Foto per gentile concessione Piero Dagati

I nuclei abitati erano sorti principalmente sui versanti collinari e le strade di comunicazione esano sassose e sterrate, percorse da animali da lavoro che costituivano anche il mezzo di trasporto.
Diventava così importante chi curasse la “calzatura” degli animali e fu così che diventò importante l’opera del “ferò), quale “maniscalco”, ovvero colui che curava anche la ferratura degli zoccoli degli animali da lavoro.
L’officina del “ferò” divenne il luogo dove si creavano e “calzavano” i “fèri” o “ciapùi” (ferri da zoccolo) per muli, cavalli, asini, buoi.
Il “ferò”, oltre ad essere maniscalco, faceva lavori in ferro battuto e utensileria per uso agricolo e artigianale (zappe, vanghe, picconi, piccozze, punte, ecc.), ma anche oggetti di uso quotidiano che prendevano forma grazie all’arte dell’uso della forgia, del martello e dell'incudine, tra lo sprizzare di scintille nella fucina.
Un ricordo a chi ha dato la propria vita a quest’arte quotidiana: “u Cicciu”, artigiano di Molino Nuovo, la cui vita terminò perché colpito dal calcio di un mulo a cui stata applicando i “Ciappùi”.
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“U stagnìn” (il lattoniere)
Lo “stagnìn” era un artigiano chiamato a intervenire in molti diversi settori ed in varie necessità dell’esistenza:
  • stagnava pentole e paioli, teglie e tegami, “i rammi” (gli utensili in rame);
  • per il frantoio costruiva cilindro, cassa, sottocassa, fusti contenitori dell’olio (in “banda” (lamiera) stagnata, o latta), attrezzi come “a lècca”, “a büsciuŗa”, “a stagnòia”, “a lantèrna”;
  • per attingere l’acqua per uso domestico realizzava le “cascétte da nòia” (cassette della noria), i “sifùi” (sifoni) per aspirarla dal pozzo e trasportarla dalla noria al caratteristico “tröiu” (trogolo);
  • installava le “canàe”, tubi di latta sistemati dallo stesso sotto le “grundòne” (grondaie), da cui l’acqua veniva raccolta nelle “baiétte” (conche a base rotonda), collocate sotto lo sgocciolatoio delle “canàe”;
  • costruiva i “basìn” (secchi da acqua) per attingere dal pozzo, le “rigadée” (innaffiatoi) a canna con o senza pigna spruzzatrice, le “spugnatóie” (antenate mobili della vasca da bagno);
  • effettuava la messa a punto delle tubature e la manutenzione delle serrande;
  • contribuiva alla realizzazione dei primi impianti igienici collegati a fossa a tenuta stagna, dove confluiva il liquame, che veniva successivamente utilizzato come concime;
  • saldava il coperchio sulla bara zincata.
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“U massacàn” (il muratore)


"u massacàn"

La figura del “massacàn” sostituisce ed integra l’esperienza dei vecchi e l’inventiva accentuata dal bisogno nell’usare e trattare i materiali locali, con la formazione di figure professionali specializzate.
Gli antichi attrezzi del “massacàn”, giunti all’uso attuale con le innovazioni legate al trascorrere del tempo:
  • “u martèllu” (il martello a testa piatta), “u martèllu ranca ciòi” (il martello strappachiodi, cioè a testa biforcata), “e tenàie” (le tenaglie), “a cassöŗa” (la cazzuola), “u cassuŗìn” (il cazzuolino), “a bulla” (la bolla), “a livèlla a òigua” (la livella ad acqua), “a lènsa” (la lenza), “u ciùmbu” (il filo a piombo), “u mètru” (il metro pieghevole), “a squàddra” (la squadra), “a riga” (la riga), “u bidùn” o “u buiö (il secchio), “a carètta” (la carriola), “a pòŗa” (la pala), “u piccu” (il piccone), “a pichètta” (la martellina),  “a massètta” (il mazzuolo con la “punta” e “u scupèllu”), “a tàia” (la carrucola), “a sèra” (la sega), “u saràccu” (la sega), “a scandulèŗa” (la scandoliera o piegaferro), “a sgurbia” (scalpello a mezzaluna), “a betumèŗa” (la betoniera).
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“U bancaŗò” (il falegname)


“bancaŗò”
Foto per gentile concessione Gino Tumbarello

Il “bancaŗò” era la figura che partecipava alla costruzione ed all’arredo della casa, con interventi accessori spesso svariati:
  • i portoncini d’ingresso, dotati di picchiotto all’esterno e di grosso chiavistello (“u fèru mórtu”) nell’interno;
  • i telai, i serramenti e le imposte dei “barcùi” (finestre), con all’interno lo “scüŗu” (scuro) ed all’esterno le “giŗujìe” (persiane), a listelli in legno e dotate di sportello apribile e fissabile inclinato, con posizioni variabili garantite da una bacchetta di ferro che si puntava in appositi incavi “scavati”, o nel telaio dell’anta, o nel telaietto dello sportello;
  • “u tòŗu” (la madia), spesso usata anche come tavolo, all’interno della quale venivano conservati il pane, la farina, la pasta lievitata, “u brussu” (formaggio fresco casalingo, spesso portato allo stato di fermentazione, con la comparda dei “sattaèlli” [vermetti, che lo rendevano un prodotto particolarmente ricercato per alcuni palati ruspanti), nonché riposti “u canèllu” (il mattarello), “a rulètta” (la rotellina dentata per dividere i “raviöi”, “i turtèlli”, “i pansaŗòtti”, “e bujìe”);
  • “u bancò” (la cassapanca) destinato alla conservazione di farina di grano e di granturco, fagioli, fave e ceci secchi, castagne secche, mandorle, noci e nocciole, “föiàe” o “cascètte” di fichi secchi;
  • “a vedrina” (la credenza) dotata della parte superiore con un modulo in legno e vetro dove si riponevano i servizi da tavola migliori, le cose più preziose, i ricordi, su centrini bianchi ricamati a mano;
  • “u gheŗindùn” (il comodino);
  • “u canteŗàn” o “cumó” (cassettone), oltre a “u baüllu” (il baule) contenenti biancheria da casa e capi di vestiario soprattutto fuori stagione (in mancanza dei rari armadi).
Il grande lavoro affidato all’opera del “bancaŗò” sommerse il pavimento della propria bottega di trucioli e grandi quantità di segatura fresca, che portarono all’utilizzo di stufe a segatura, le quali necessitavano di un tiraggio minore rispetto a quelle più tradizionali in ghisa a legna (a “stèlle” e a “sücchi”), nonchè quelle più rare a sansa.
Il “bancaŗò”, spesso riconosciuto come “mastro d’ascia” per precedenti occupazioni nella costruzione cantieristica navale, non aveva aiutanti e lavorava da solo con il suo immancabile grembiule a bretelle, immerso nella segatura anche sulle sopracciglia e nei capelli.
Gli antichi attrezzi del “bancaŗò”, giunti all’uso attuale con le innovazioni legate al trascorrere del tempo:
“a ŝcciùna” (la pialla), “a ŝcciùna a spessù” (la pialla per sgrossare), “a ŝcciùna a fi” (la pialla per le rifiniture), “u scupèllu” (lo scalpello), “a verìna” (il trivello o succhiello), “u cacciavìa” (il cacciavite), “u martèllu” (il martello), “e tenàie” (le tenaglie), “e pinse” (le pinze), “a sèra” (la sega), “a sèra circulare” (la sega a disco), “l’affiŗalàmme” (l’affila lame), “a mòrscia” (la morsa).

Parallelamente al mestiere di “bancaŗò” ed al suo operato, si sono sviluppate altre attività: le “segherie” ed i “carradori”.

Le segherie arriveranno ad essere cinque, di cui tre a Molino Nuovo e due alla Marina: oltre che segare la legna da ardere e ricavare tavole dai tronchi, preparavano le tavolette e i supporti per le costruzioni e imballaggi, “plateaux e cassette”.
Le tavolette e i supporti erano ricavati a mano, usando la sega a nastro, il cui operatore era chiamato “segantino”.
Tali componenti lignei, con l'aiuto di una “sagoma”, venivano assemblati mediante chiodi piantati con martello dal personale addetto: i chiodi che per qualsiasi ragione cadevano a terra nella segatura, a fine lavoro erano recuperati con una calamita, per essere riutilizzati previa raddrizzatura se si fossero “storti” nel piantarli.
I carradori erano due ed entrambi alla Marina.
Allestivano carri da trasporto, carri leggeri "birocci ", carrozze.
Erano specializzati nel “stringere i lamoni”: le ruote, con un raggio variabile da 50 cm a 1 metro, erano protette nella circonferenza da un robusto cerchio di ferro dello spessore di circa un centimetro e della larghezza di 5-6 cm.
Questo cerchio aveva il compito di proteggere e tenere strettamente unite i componenti della ruota in legno (raggi, pignone, circonferenza).
Quando questi componenti, a causa dell'usura, cominciavano a scricchiolare, si provvedeva al restringimento di cerchi in ferro “lamoni”, che i carradori provvedevano a “stringere, rafforzando ed equilibrando così tutta la ruota.

    
"i carradori" (A sinistra Mattiauda e a destra Giusta)
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“U pesciò” (il pescivendolo)


Il “pesciò” era un venditore ambulante, spesso un famigliare del "pescaù" (pescatore), attrezzato con bicicletta e cassetta (generalmente proveniente dal mare di Andora o Laigueglia), che quasi ogni giorno transitava per la vallata gridando ad alta voce “pesci donne!!” e confidando in una interessata affluenza per riuscire a vendere il pescato di giornata (generalmente acciughe e sardine, pesce azzurro e talvolta qualche pesce più pregiato).
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“U gelatò” (il gelataio)


“u gelatò”

Il “gelatò” era un venditore ambulante, tipico del periodo estivo, che saltuariamente transitava spingendosi nella vallata, con il carretto/triciclo e una barra di ghiaccio che serviva come refrigerante del prodotto offerto.
Vendeva gelati (coni), anche a due/tre gusti, gridando ad alta voce “gelati!!!”, attirando l’attenzione dei golosi nei dintorni
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“U vìrsò” (il “virsaro”, cioè il costruttore di “virse”)


"il cestaio"
Foto per gentile concessione Piero Dagati

Il “vìrsò” era colui che lavorava le canne, fornite dagli abbondanti canneti naturali presenti sul territorio, le quali venivano accuratamente ripulite con l’operazione di “mundàtüŗa” (mondatura) o “spelàtüŗa” (spellatura) e tagliate alla misura voluta al di sopra di un “nun” (nodo), dove la sezione è più resistente e si evita di sfibrare lateralmente lo stelo.
La lavorazione della canna assumeva svariati impieghi:
  • le “virse” (i graticci) erano utilizzati per l’essiccazione naturale della frutta (specialmente dei fichi), dei pomodori e dei funghi;
  • per la bacchiatura (insieme ai “trappellòtti” di nocciolo e di castagno) delle olive, nonchè delle mandorle e delle noci;
  • scheggiate ad una estremità e adattate opportunamente, diventavano “ciapelùi” (raccogli-frutta) per i rami alti;
  • lavorate come “canissi” (stuoie per l’armatura di soffitti), nella costruzione delle case;
  • erano la verga e spesso anche il bastone dei pastori;
  • insieme alle “caràsse” (pali), reggevano le “fiŗàgne” (i filari) nei vigneti;
  • con le loro foglie, staccate, fatte appassire con cura e conservate in mazzi, si realizzava la “föia de canna”, che serviva per legare ai tutori i tralci delle viti, i pomodori e ortaggi quali i fagioli ed i piselli (in questa attività di legatura la foglia di canna si integrava con le ginestre);
  • la foglia, abilmente intrecciata, formava le “föiàe” (gli involucri a forma di palla) per la conservazione dei fichi più pregiati.
Un mestiere accomunabile era l’attività del “cestaio”, artigiano che costruiva ceste, cestini e canestri, usando sottili liste ricavate a mano da “novelloni” (giovani getti) di castagni e di salici, oppure con vimini sgusciati, raccolti nel greto del torrente Merula.
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"Le venditrici di formaggio"
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