ATTIVITA' AGRICOLE QUOTIDIANE - Andora nel tempo

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ATTIVITA' AGRICOLE QUOTIDIANE

ATTIVITA' AGRICOLE QUOTIDIANE

(Mario Vassallo)
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Ricordiamo e riviviamo le attività quotidiane dei contadini di un tempo, quando la manualità era la forza per tirare avanti e l'economia famigliare era determinata da un buon raccolto, aiutato dall'allevamento di anche pochi capi di bestiame,che permettevano un prezioso apporto di forza motrice nel lavoro nei campi e di arricchire i cibi in tavola.
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IL GRANO



In piena estate, solitamente nel mese di agosto, finito il massimo periodo di sfogo della vegetazione erbosa, si raccoglievano gli steli secchi rimasti per procedere all’aratura del terreno.



La lavorazione del terreno era attuata con il traino animale, di uno o due buoi o mucche e più raramente cavalli o muli, che costituivano la forza motrice capace di trainare l’aratro, guidato dal contadino, che spesso diventava zavorra aggiuntiva per permettere la discesa in maggiore profondità del vomere in suoli molto secchi e compatti.
Gli aratri erano attrezzi semplici, di legno con rinforzi e staffe metalliche, a volte muniti di un ruotino o slitta, che ne permettevano una più agevole manovrabilità e spostamento e scorrimento sul suolo.
Nei casi in cui si possedesse una maggiore dotazione di attrezzi, ne esistevano sostanzialmente due tipi: il primo con vomere di dimensioni maggiori, serviva per dissodare il terreno, mentre l’altro, di dimensioni più piccole e abitualmente più appuntito, veniva utilizzato per “tirare” (eseguire) i solchi (per semine di ortaggi).



Nel mese di novembre si seminava, lanciando manciate di semi a spaglio con le mani, cercando di spargere il seme in modo uniforme.
In primavera il grano cresceva insieme alle erbacce, che venivano tagliate con la zappa.
Tra fine primavera ed inizio estate, nel mese di giugno, il grano cominciava a maturare, con le spighe che si ingrossavano ed imbiondivano ed i passeri iniziavano a festeggiare, avendo a disposizione un intero mare di semi da poter beccare.
Per evitare i loro banchetti, i contadini cercavano di spaventarli mettendo sparsi nei campi gli spaventapasseri.
Tali accorgimenti variavano nel “modello” utilizzato: si passava dalla classica sagoma vestita come un contadino, a volte in movimento sotto gli effetti delle correnti ventose, fino ad un palo con cui si facevano dei forti botti, prodotti da un martelletto che colpiva un ferro pieno di zolfo e potassio.
Quando il grano era ormai maturo, una distesa di spighe dorate ondeggiava ritmicamente sotto i soffi di vento ed il mare dorato era punteggiato dai fiordalisi e dai rossi papaveri.
Si affilavano le falci, battendole per bene con la “martelletta” (un martello con manico corto ed estremità battenti tendenti ad una punta quadra di sezione pari a circa un’unghia), appoggiando le lame di piatto sopra alle spirali metalliche laterali della “picchètta” (asta metallica a punta, lunga cm 40 – 50, che veniva conficcata verticalmente nel terreno; poco sotto la sommità, ad una distanza di circa 4 – 5 dita, erano fissate lateralmente a forma di quadrato, delle spirali metalliche di piatto – in genere 4, che costituivano la base di appoggio per la lama da battere) e si partiva in gruppo nei campi per effettuare la mietitura.
I mietitori portavano legato alla cinta un corno, con al suo interno la “cuètta” (cote), una lingua di pietra molto dura che veniva strisciata periodicamente sulla parte interna della lama arcuata delle falci, per rinnovare il filo, aiutandosi a bagnare la superficie di sfregamento con la saliva (sputando sulla cote).
La mietitura era un lavoro molto faticoso ed i ragazzi avevano il compito di portare ristoro ai contadini impegnati, fornendo qualcosa da bere, possibilmente dopo averlo tenuto accuratamente in luogo fresco o almeno ombreggiato.
Il grano mietuto veniva lasciato dai mietitori in piccoli mucchietti (mannelli), che i ragazzi portavano ad un uomo, il quale li poneva sulla pressa: un attrezzo simile ad una ghigliottina, composto superiormente da un’asta incernierata ad un estremo, che utilizzata con il movimento a leva, permetteva di comprimere gli steli delle spighe, creando un covone di grano e legarlo con il filo di ferro.
Per chi non poteva permettersi anche una così semplice attrezzatura, la stessa operazione veniva assolta facendo pressione con le ginocchia, anche in due persone, e poi stringendo il filo di ferro per mezzo di un bastone che ruotando andava e creare una spirale di due tratti del filo metallico arrotolati su loro stessi, in modo che, più si ruotava il bastone, più si stringeva la legatura.
I covoni venivano ammucchiati e poi raccolti nei campi, mettendo le spighe sovrapposte al centro: in questo modo, anche se avesse piovuto, si sarebbe bagnato principalmente solo il covone in cima e degli altri si bagnava la paglia e non i chicchi.
I covoni venivano lasciati almeno una settimana sotto il sole, in modo che si potessero seccare ed asciugare bene.
Nei terreni in pendenza i mucchi venivano fatti con i covoni disposti in serie (cioè disposti parallelamente), mentre nei campi pianeggianti venivano fatti anche con forma a croce; in entrambi i casi la disposizione era in fila, per meglio caricarli quando si portavano a casa con i carri o, raramente nei terreni impervi, “a basto” (sul dorso) di animale.
Nell’aia della tenuta contadina, dopo aver tolto accuratamente scaglie e l’erba con le zappe (tale accortezza permetteva di raccogliere meglio gli eventuali chicchi che sarebbero caduti durante la trebbiatura), si iniziava a fare il grande cumulo di covoni di grano per il giorno della trebbiatura.
Prima dell’avvento delle macchine, per trebbiare il grano si batteva a terra con il “früsto” (un attrezzo costituito da due aste di legno, di cui una più lunga utilizzata come manico d’impugnatura e l’altra più corta come elemento battente, collegate tra loro ad una stremità con una cordicella) e poi veniva ventilato per separare i chicchi dalla paglia.
Una parte dei chicchi veniva pulita attentamente con il “siàssu” (vaglio o setaccio), lasciandola come seme per l’anno successivo.
Tutto il grano era conservato ed immagazzinato in sacchi di iuta, pesati su una bascula.
La restante quantità, invece, veniva destinata alla macinazione per la farina: per le piccole quantità (solitamente il fabbisogno della famiglia contadina), si utilizzava una piccola macina di pietra (posseduta in ambito famigliare), mentre le grosse quantità venivano portate direttamente al mulino con il carro.
Con un apposito recipiente di misura si misurava la parte di grano dovuta al mugnaio in cambio della molitura.
Nelle case contadine, una volta alla settimana, le donne facevano il pane: l’impasto di acqua e farina lo si faceva nella madia, un mobile in legno, a cassettone, destinato all’uso ed utilizzo della panificazione e lo stoccaggio quotidiano della farina.
Il pane impastato, dopo il dovuto tempo di lievitazione, veniva cotto nel forno a legna, in cui veniva inserito crudo per mezzo della “pala” e da cui era tirato fuori a fine cottura, dopo circa un’ora di permanenza nel forno, per mezzo di un attrezzo costituito da un lungo manico di legno con all’estremità una superficie verticale a forma di mezzaluna; durante il periodo di cottura, l’imboccatura del forno veniva chiusa con un apposito sportello in ferro.



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LA CANAPA
La canapa era stata seminata in primavera, veniva raccolta nel mese di agosto e legata in fasci si portava a casa.
I fasci erano appoggiati verticalmente inclinati sui muri, per farli essiccare al sole.
Una volta essiccati, venivano immersi nell’acqua di un trogolo, in uno stagno o in un’ansa di un corso d’acqua, dove maceravano per alcuni giorni.
Dopo la macerazione, la canapa veniva messa nel forno, di solito subito dopo aver sfornato il pane, in modo da sfruttare ancora il calore rimasto.
Quando era bene asciutta e secca si toglieva dal forno e veniva passata nel “maccone”, un attrezzo di legno simile ad una ghigliottina, composto superiormente da un’asta incernierata ad un estremo, che utilizzata con il movimento a leva, permetteva di ammaccare e sfibrare i fusti della canapa.
Dopo averla sfibrata veniva fatta passare nella gramola, con la quale si separavano le fibre tessili dalle quelle legnose e successivamente, per raffinarla definitivamente, si pettinava con “spille” (appositi pettini muniti di punta di ferro), molto robuste e con dentatura più o meno fitta.
Nelle famiglie più benestanti la canapa si filava con la macchina per filare.
La canapa raffinata la si avvolgeva intorno alla “rocca”, da cui, con l’aiuto delle dita e della saliva, veniva filata in fusi.
Questo lavoro era fatto esclusivamente dalle donne nelle serate d’inverno.
Le matasse venivano lavate bene e fatte asciugare al sole.
Dai fusi, i fili si riportavano in matasse con l’”aspo”, il quale poteva essere ruotante o manuale.
Con il “panatoio” e il “mulinello”, il filo si riportava in piccoli rocchetti di canna usati per tessere e grossi rocchetti di canna usati per ordire.
Il “panatoio” si allargava alla base, in modo che le matasse messe dall’alto finissero per essere più tese, mentre la “spadella” serviva a tenere ordinati i tanti fili provenienti dai grossi rocchetti che stavano nella filiera.
I fili venivano riportati nell’orditoio, da cui si raccoglievano in una grossa treccia e, riposti in un lenzuolo, portati al telaio.
Per montare l’ordito sul telaio si doveva essere in quattro, generalmente due uomini e due donne: uno teneva i fili della treccia bene tirati, una teneva i fili allargati, una predisponeva i fili con il “pettine” sul “subbio” e uno girava il “subbio”.
Dal subbio, i fili venivano fatti passare, uno per uno, prima attraverso i “licci” (questi erano l’origine dei disegni sulla tela ed erano presenti in numero pari da 2 a 8) e poi attraverso i “pettini”: il telaio era così pronto per tessere.
Il filo da intersecare era passato da destra a sinistra, in modo alternato con la “navetta”, sulla quale veniva messo in modo continuo un piccolo rocchetto.
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L’UVA



Le viti venivano potate, recidendo i tralci con forbici e roncole e secondo schemi di potatura che variavano secondo l’uso della zona e le preferenze del contadino: un sistema molto comune era il cosiddetto “scòttu e tràia”, ovvero “scotto e tralcio”, secondo cui una pianta sviluppava la propria vegetazione su due tralci principali, i quali ogni anno venivano alternativamente recisi (potati) uno corto (scotto cm 5 - 10) e l’altro più lungo (tralcio cm 50 -70).
I tralci potati venivano legati ai fili di ferro che costituivano i filari correnti su “caràsse” (pali di legno) allineati e infissi nel terreno.
Le “caràsse” venivano trattate, prima di essere conficcate nel terreno, arrostendone la punta su un fuoco molto vivo, trattamento “artigianale” che garantiva una maggior resistenza nel tempo alla marcescenza dopo essere poste in uso.
La legatura dei tralci sui fili di ferro era effettuata talvolta con foglie di canna, ma più comunemente con steli di ginestra.
Nei boschi locali proliferava la ginestra arbusto tipico sul territorio, noto per i fiori gialli molto profumati e ed era uso comune reciderne alcuni rami, staccarne gli steli, legarli in mazzi e metterli a macerare in acqua, coperti da un grosso sasso o da un oggetto pesante che ne consentisse la permanenza immersa per alcuni giorni; dopo tale trattamento ogni stelo era pronto per essere utilizzato quale “cordicella” per legare rami, canne, ecc..
I trattamenti antiparassitari erano periodici ed anche frequenti, basati pressochè esclusivamente sull’utilizzo di zolfo e solfato di rame liquido, che venivano distribuiti con soffietti o pompe a stantuffo caricate in spalla tipo zaino.



Verso fine di settembre ed inizio ottobre si cominciavano a lavare tini, botti (quelle di grandi dimensioni si lavavano entrandoci dentro) e ogni altro attrezzo da usare in cantina.
Le botti ed i tini venivano bagnati continuamente, in quanto così il legno aumentava di volume, estendendo le dimensioni delle doghe e rendendo i contenitori stagni per quando si sarebbero dovuti riempire di vino.
La vendemmia era un’attività in cui era necessario essere in tanti e spesso diventava una specie di occasione d’incontro, in cui si passava del tempo insieme ed in cui trovavano occupazione e divertimento anche i bambini.



I vendemmiatori mettevano l’uva nei canestri e quando erano pieni venivano vuotati nelle cassette da uva, le quali avevano sopra un manico, che serviva per prenderle, ma anche per non far schiacciare l’uva quando venivano impilate una sopra l’altra (in alcuni rari casi locali, al posto di canestri e cassette si utilizzavano bigonce, trasportate a spalla).



L’uva veniva pigiata con i piedi in un grosso tino (“pestarola”): nel fondo, dalla parte in discesa, c’erano dei fori che permettevano al mosto di defluire in una tinozza sottostante, dalla quale veniva prelevato con un mastelletto ed unito ad una parte di vinaccia all’interno di una botte in verticale ed alla quale era stato tolto il fondo.
La botte veniva richiusa incollando intorno al coperchio fogli di carta per non far passare aria, che avrebbe inacidito la vinaccia sopra il mosto.
In tempi più “moderni” o nei casi in cui ci si fosse potuto permettere una maggiore attrezzatura, l’uva raccolta veniva portata in cantina e pigiata con la pigiatrice: questa era una specie di carriola senza ruota, che veniva posizionata sopra ad un tino, un mastello od una botte; la pigiatrice aveva il fondo della tramoggia costituito da due cilindri dentati contrapposti (tipo cremagliera), attraverso i quali passavano i grappoli versati dentro alla tramoggia, che venivano schiacciati facendo ruotare i cilindri dentati per mezzo di una ruota  esterna (azionata manualmente per mezzo di una maniglia), fatta girare da una persona.
Acini schiacciati, raspi e succo cadevano tutti nel recipiente sottostante.
Le pigiatrici più antiche e più semplici schiacciavano l’intero grappolo, mentre altre più complesse e di datazione successiva presentava l’aggiunta di una grande vite elicoidale senza fine, posta orizzontalmente e perpendicolarmente ai cilindri dentati, la quale aveva lo scopo di funzionare quale diraspatrice, ovvero dividere i raspi dal resto del grappolo schiacciato, in modo da raccogliere separatamente il prodotto (acini schiacciati e succo) che avrebbero dato origine al mosto.
Il prodotto della pigiatura veniva comunque trasferito nei tini, dove con attrezzi simili ad una mezzaluna (uno senza manico e l’altro con manico lungo), si spingevano e mischiavano le vinacce e il mosto durante l’ebollizione (tali attrezzi venivano usati anche per togliere le vinacce dalle botti).
Le vinacce rimaste nel Tino si mettevano nei torchi e qui spremute con forza.
L’ebollizione durava 5 giorni, dopo cui il mosto, ormai diventato vino, veniva tolto dai tini tramite la “cannella” o il “mastelletto”, si filtrava e si travasava nelle botti.
Dopo l’ebollizione il mosto e messo nelle botti, dove “maturando” si formava il vino.
La “cannella da travaso” di legno era usata per travasare, mentre una più piccola di rame era usata per spillare il vino dalle botti.
Le botti venivano poggiate su delle travi di legno, a loro volta poggiate su spessori sagomati, chiamati “zinne” per la loro forma.
Per versare il vino nelle botti si usava l’imbuto, un recipiente in doghe lignee, assimilabile ad una grossa bacinella.
Le botti si chiamavano “mezza botte”, con capacità variabile secondo la dimensione e lo spazio a disposizione e comunque fino a 500 litri; “barile”, con capacità di 40 litri; “quartirolo”.
Dalle botti il vino si travasava nelle “damigiane” (contenitori in vetro assimilabili a grandi bottiglioni di forma troncoconica doppia e superiore lungo collo, rivestiti in vimini o materiale pagliericcio) e di qui in fiaschi (bottiglie pagliate) e bottiglioni (tutti tali “contenitori” erano rigorosamente in vetro).
Sia le botti che le damigiane, una volta iniziate si dovevano svuotare completamente e subito, altrimenti il vino sarebbe diventato aceto.
Le vinacce prosciugate, derivanti dalla torchiatura, venivano date da mangiare alle mucche, oppure sparse nel vigneto.
Ogni contadino aveva i suoi modi e le proprie abitudini di procedere nella lavorazione dell’uva e nella lavorazione per l’ottenimento del vino, che custodiva gelosamente.



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IL FIENO



Il fieno si tagliava verso la fine di maggio, utilizzando il “fèru” (“il ferro”), una lunga lama arcuata, ricordante una grossa falce, dotato di un lungo manico in legno, con due impugnature ortogonali al manico, distanti tra loro in modo variabile e personalizzato secondo le caratteristiche fisiche dell’utilizzatore abituale, spesso parzialmente sagomato, in modo da essere adoperato agevolmente sfruttando la torsione del busto e la rotazione delle anche, oltre che la “sbracciata”.
Falciare il fieno era un lavoro lungo e faticoso, spesso intervallato dall’affilatura della lama, mediante l’utilizzo della “cuètta” (cote), una lingua di pietra molto dura che veniva strisciata periodicamente sulla parte interna della lama arcuata del “ferro”, per rinnovare il filo di taglio, aiutandosi a bagnare la superficie di sfregamento con la saliva (sputando sulla cote); solitamente era portata in cintura, all’interno di un corno, ma spesso era appoggiata nelle vicinanze, in modo da non indossare pesi superflui.
Il fieno tagliato era lasciato alcuni giorni ad essiccare al sole e talvolta veniva “girato” (anche più volte) con la “forca” (attrezzo “a becchi” in numero variabile da 2 a 3 se in legno e da 2 a 5 se in ferro, con manico in legno, spesso leggermente sagomato ad “onda”, per arcuare meno la schiena quando di caricava la “forcata”), in modo che potesse rimanere esposto al sole maggiormente e potenzialmente su entrambi i lati di esposizione.
Con il “rastrello” si radunava il fieno nei campi e seguivano abitualmente due operazioni, alternative, ma anche complementari:
  • si creavano del “reste” (termine locale traducibile in “matasse”) sul posto;
  • si andavano a realizzare i “pagliai”.
Le “reste” erano delle piccole trecce di fieno, di peso equiparabile a quello di una “balla”, cioè 15 – 25 kg e si creavano in due persone:
  • il fieno doveva essere a steli possibilmente lunghi o con parecchia foglia (tipo erba medica);
  • veniva rastrellato ed ammucchiato in una striscia molto piena/compatta lunga non più di 2 metri, oppure circa 3 – 4 metri (in questo caso veniva poi ripiegata in due nel senso della lunghezza) e comunque larga circa mezzo metro;
  • le due persone si appostavano una per estremità della striscia di fieno e infilavano un manico – bastone di circa 1 metro di lunghezza e 3 palmi dell’estremità della striscia;
  • ruotando entrambi, ma in senso contrario i bastoni, si creava una specie di treccia, che sforzando la rotazione, manteneva la consistenza e forma, diventando più corta e molto compressa;
  • le “reste” così fatte, venivano caricate su un carro e portate a casa.
Per il “pagliaio”:
  • si portava il fieno sull’aia vicino a casa;
  • si installava un palo verticalmente, stabilmente infisso nel terreno;
  • si disponeva il fieno in modo circolare intorno al palo, restringendo il cerchio più si saliva di altezza, fino a quasi appuntire la forma del cono così creato;
  • questa forma permetteva alla pioggia di scorrere e scolare più superficialmente, senza penetrare all’interno del pagliaio stesso ed inzuppare il fieno accatastato, provocandone marcescenza e formazione di muffe.
Il fieno nei pagliai veniva preso giornalmente per alimentare gli animali, utilizzando il falcino per tagliare il fieno morbido all’esterno e il tagliafieno per tagliare il fieno pressato all’interno.
Alcuni contadini, dotati di maggiori attrezzature, trinciava con il trinciaforaggi (azionato a mano tramite una grossa ruota a manovella) il fieno prima di darlo da mangiare agli animali.
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LA LEGNA
Per pulire il sottobosco dagli arbusti si usava il “roncone” o il “marasso”, mentre con la “roncola” si tagliavano gli arbusti spinosi (avendo un lungo manico evitava di pungersi e graffiarsi).
Gli alberi venivano abbattuti o a colpi di “picòzza” (un tipo di scure simile a quella da pompieri, che aveva da un lato la lama e dall’altro un punteruolo incurvato), o con il “segone” (un attrezzo dalla lunga lama seghettata che veniva usato in contemporanea da due persone, una per ognuna delle estremità).
Quest’ultimo utensile era utilizzato anche per tagliare i grossi tronchi, mentre quelli di diametro medio/piccoli erano tagliati con il “picussìn” (scure o accetta, che era l’attrezzo universale che si adattava un po’ a tutti gli usi e tagli).
I tronchi di diametri più normali, già tagliati in spezzoni, di lunghezza ridotta ad 1 – 1,5 metri, così come i tronchetti e rami, erano posati sul “cavalletto” e tagliati in pezzi più corti con la “sega”.
Questa era un attrezzo fatto ad “H”, in legno, con l’assicella orizzontale fissata alle due verticali laterali mediante un semi-incastro o uno snodo a cerniera, che teneva le tre assicelle in forma, ma consentendo ridotte rotazioni delle verticali rispetto all’orizzontale.
Alle estremità inferiori delle assicelle orizzontali era fissata la lama in ferro dentata, mentre alle estremità superiori era collegato un doppio filo di ferro, arrotolato a spirale, con infilato in mezzeria un chiodo, che puntava lateralmente sull’assicella orizzontale.
Lo schema strutturale così ottenuto era equivalente ad un trapezio, in cui la lama era la base maggiore inferiore e il filo di ferro era la base minore superiore.
Inclinando il chiodo e ruotandolo in un senso o nell’altro, usando come asse la treccia di filo di ferro, si tirava o allentava la tensione sulla lama (tirando, cioè diminuendo la lunghezza della treccia, si aumentava la tensione sulla lama; mollando, cioè aumentando la lunghezza della treccia, si diminuiva la tensione sulla lama).
Tutti i piccoli rami venivano raccolti e legati insieme, formando le “fascine”, che erano ammucchiate in cataste.
Con il “picussìn” (la scure) si spaccavano i pezzi già tagliati con la “sega”, mentre con l’ausilio combinato di mazza e “cunei” (zeppe) si spaccavano i tronchi più grossi.
Tutta la legna spaccata veniva infine ordinatamente ammucchiata.
La produzione della legna era pressochè propria per ogni famiglia e quando si doveva ricorrere alla vendita – acquisto, in alcuni casi si utilizzava, quale unità di misura, il “metro stero” o “stero”, che equivaleva ad un volume pari ad un metro cubo, cioè un cubo di un metro di lato idealmente riempito/occupato da fascine con tronchi di medio/piccolo diametro, a cui si paragonava un peso equivalente a 5 – 6 quintali, secondo il tempo di stagionatura (quanto tempo era passato dal taglio) o del tipo di essenza legnosa di cui si trattava.
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LE MUCCHE



L’allevamento delle mucche era spesso necessario per garantirsi la forza motrice per i trasporti e la lavorazione dei campi, oltre che per il naturale sostentamento alimentare della famiglia e, seppure non fosse tra i lavori più faticosi, assorbiva ampie quantità tempo tutti i giorni dell’anno e necessitava di spazi e risorse alimentari adeguate alla mole ed ai fabbisogni di animale di grande stazza.



Le operazioni giornaliere consistevano nel dare da mangiare agli animali, pulire i loro giacigli abitualmente due volte al giorno e, in alcuni casi, mungere.
Nella stagione calda le mucche venivano portate ad abbeverarsi lungo i corsi d’acqua, mentre in inverno si era costretti a farle bere dentro la stalla, portando l’acqua con i secchi.
Per il traino di carri o aratri si applicava il giogo, che si appoggiava sui colli della coppia di animali e si fissava alle corna con cinghie di cuoio; tale attrezzo permetteva di ripartire le tensioni dovute allo sforzo dell’animale, senza che ne subisse in soffocamento o danneggiamento delle proprie funzioni vitali.
Spesso alle mucche venivano pure messe le campanelle.
Il giogo matto funzionava nello stesso modo, ma era usato per il traino con un solo animale.
La cavezza si metteva all’animale per poterlo condurre a mano.
Mettendo le briglie al muso delle mucche, il contadino poteva guidarle, anche in coppia, dal carro: bastava tirare la briglia di una per girare e di entrambe per fermare.
La frusta era usata per incitare l’animale, per farlo accelerare nel passo.
Le mucche si legavano alla mangiatoia con la catena ed esisteva una specie di museruola che veniva messa all’animale per impedirgli di mangiasse quando non doveva.
La “striglia” e la “brusca” (bruschetto) erano gli arnesi usati per la pulizia degli animali.
Ogni tanto le unghie dovevano essere ferrate e per questa operazione l’animale veniva immobilizzato nel “travaglio”, una struttura in legno ben fissata a terra: con una grossa tenaglia si tagliava l’unghia e con una più piccola si tagliavano i chiodi, che erano applicati con un martello fatto apposta, mentre l’incastratrice serviva per intagliare l’unghia per applicarci successivamente il ferro.


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LE PECORE
Pascolare le pecore era di solito un lavoro riservato ai bambini, che sorvegliavano e conducevano il gregge, talvolta composto da non tantissimi esemplari, ma misto a capre.



Quando in un prato c’era molta erba, la pecora più anziana veniva legata ad un bastone infisso nel terreno, ad una staccionata, ad un tronco, così anche le altre restavano ferme.
Più complicata era la situazione se erano presenti anche capre, caso in cui doveva essere alzato il livello di attenzione, poiché l’abitudine più irrequieta e dispettosa della capra, comportava inevitabilmente una “spuntatina” a tutti i rami di qualsiasi forma di vegetazione, giovani alberi, alberi da frutto, ecc., anzichè il brucare in gruppo l’abbondante distesa erbosa.
Al mattino e alla sera si mungevano e il latte appena munto, dopo avergli aggiunto il “caglio”, una sostanza ricavata dallo stomaco degli agnelli che serviva a condensarlo, veniva messo vicino a una fonte di calore.
Il latte condensato si versava in un piccolo contenitore di coccio, forato in fondo, e con le mani si modellava lentamente per togliere il più possibile tutta la parte liquida e per dargli una forma solida: si creava così il formaggio.



Il siero, ovvero il liquido rimasto nei recipienti, veniva fatto bollire per sfruttare ancora quella minima parte restante che si sarebbe coagulata in ricotta.
Le pecore si tosavano a maggio e per tagliare la lana si usavano apposite forbici molto affilate, dovendo provvedere ad immobilizzare l’animale, magari legando tutte e quattro le zampe con una corda, in modo che non fosse libero nei movimenti per il rischio di ferirlo accidentalmente e magari anche con lacerazioni profonde.
La lana appena tagliata veniva messa in acqua, lavata e messa ad asciugare al sole.
Bene asciugata era pronta per essere cardata, adoperando appositi pettini e successivamente arrotolata in piccoli rotoli lunghi circa 1 metro, i quali venivano filati oppure intersecati direttamente sui fili dell’ordito del telaio per farci coperte.


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