I BAGNANTI E GLI ANNI 70 - 80 - Andora nel tempo

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I BAGNANTI E GLI ANNI 70 - 80

I "BAGNANTI" E GLI ANNI '70 E '80
(Mario Vassallo)
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Ho sempre osservato, tanto e attentamente, tutto ciò che mi circonda e le persone incontrate o più semplicemente che mi trovavo attorno, cercando di memorizzare quanto più possibile dei loro comportamenti, le abitudini nei vari periodi.
Ho provato a ricordare i tempi passati, quelli di un’epoca più recente, sfruttando il mio oltre mezzo secolo d’età: più di 50 anni in cui, da quando ero bambino, ho sempre prestato attenzione a ciò che mi succedeva intorno, osservando le persone, i loro comportamenti, i cambiamenti che sono avvenuti e ciò e come le persone hanno contribuito agli stessi.
Nella maggioranza dei casi si tratta di osservazioni legate a particolari che si ricordano con un sorriso, magari un po’ malinconico; altri, invece, sono considerazioni più realistiche e proprio per questo tendenzialmente più dure da accettare, ma che comunque fanno parte di ciò che è successo, indipendentemente dalla sfaccettatura di lettura che gli si voglia attribuire.
Molto ci sarebbe da dire e da ricordare, ma da buon ligure che non si smentisce mai, ritengo di presentare alcune osservazioni su ciò che ha caratterizzato la figura tipica dei “bagnanti” che frequentavano i nostri luoghi, assolutamente senza alcuna intenzione di offendere o discriminare qualcuno e/o di creare polemica, ma semplicemente disegnando con i ricordi di quando ero bambino le persone con le quali sono armoniosamente cresciuto, molti amici cari e sinceri, di cui alcuni non ci sono più, lasciando profondi ricordi ricchi di affetto da parte della loro consapevole e spesso divertita figura di “foresti”, che hanno calcato l’Andora del passato, contribuendo attivamente al contesto ed agli sviluppi economici e sociali locali di quei tempi passati.
Egoisticamente, richiamando gli immortali ricordi, un malinconico sospiro accompagnato dalla tipica nostra accorata esclamazione: “belìn che tempi!!”.

Con il pieno augurio che il falso, forzato ed irritante perbenismo odierno non impedisca di recepire serenamente il significato affettuoso di quanto raccontato.
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QUEL PERIODO ANDORESE

Il dopoguerra degli anni ’50 del secolo scorso ha segnato il cambiamento andorese con l’avvento dello sviluppo urbanistico che ha stravolto l’assetto locale.
I cambiamenti economici del periodo hanno modificato in modo radicale le abitudini della gente, portando verso un turismo di massa, ampiamente diffuso e sempre più crescente.
Gli anni ’50 del Novecento determinano la creazione dei cosiddetti “villaggi” della “Pineta” e “Giardino dell’Orizzonte”: insediamenti di tipo residenziale con villini isolati, ma ravvicinati tra loro e di caratteristiche architettoniche lineari e principalmente anonime.
Il decennio successivo sposta l’attenzione all’espansionismo costiero ed alla formazione del centro cittadino, con un incolonnamento litoraneo di alti edifici che stravolgono l’aspetto costiero andorese, costituendo di fatto una muraglia di fabbricati.
Il 1959 è l’anno del primo “palazzo”, il Condominio Riviera o “Palazzo del Sole”, con il quale si avvia la formazione di via Andrea Doria, quella che sarà un po’ riconosciuta come il centro cittadino dell’Andora moderna.
Al Condominio Riviera succederanno in rapida sequenza altri alti e grandi edifici, tra loro allineati, incolonnati e fronteggianti che porteranno rapidamente all’identificazione di via Andrea Doria, piazza Andrea Doria, via dei Mille e viale Roma.
Una inesorabile rincorsa alla scomparsa di campi coltivati, con la cementificazione di un nucleo residenziale molto estesi, inutile nei numeri per la popolazione residente, mirato a pura speculazione edificatoria che creerà una enormità di seconde case, sbilanciando senza ritorno l’equilibrio economico del paese verso un nuovo sfruttamento delle risorse del luogo, determinando in modo unidirezionale l’adozione di un’economia stagionale sbilanciata nei confronti delle risorse territoriali.


Solchi "tirati" a mano con la "sappa larga" e la guida di una "lenza", in uno dei tanti campi coltivati scomparsi all'inizio degli anni '70.
Foto Collezione Privata - Mario Vassallo

I numeri scorreranno inesorabili, anche se ripetutamente ignorati, conducendo a quelli attuali che ci testimoniano il 78% delle abitazioni presenti, quali seconde case, ed una potenzialità ricettiva di strutture del settore pari a solo il 3% delle effettive presenze turistiche stagionali di massima affluenza: numeri noti, eppure conoscibili e disponibili, puntualmente ignorati e travisati in ogni forma di progettazione territoriale e gestionale del territorio e delle sue risorse: una sorta di collasso in continua espansione, nel nome dello snaturamento della fruibilità di Andora.
Ma in tutta questa evoluzione nel nome “turistica”, nei fatti “speculativa”, c’è stato un periodo in cui il turismo e Andora erano spensierati, divertimento semplice nella spontanea convivenza di un periodo storico che ha segnato un’epoca: gli anni ’70 e ‘80 del Novecento.

Gli anni ’60, quelli che hanno fatto conoscere il benessere economico in crescita esponenziale dopo i due eventi bellici che avevano portato ristrettezza e distruzione, i periodi della contestazione e della “rivoluzione giovanile”, hanno condotto al decennio degli anni ’70.
Quest’ultimo, per Andora, ha apportato uno stravolgimento epocale che ha cambiato tanto, forse quasi tutto: l’autostrada.
La costruzione del tratto autostradale, attualmente e da anni nodo critico dell’intera Liguria, arriva ad Andora in prossimità dell’inizio della stagione estiva.
E’ un’opera incompiuta che si interrompe proprio dopo l’uscita di una galleria nel territorio andorese, in attesa di essere ripresa e proseguita alla fine della stagione estiva e l’allora amministrazione comunale ne percepisce profeticamente la potenzialità inaspettata, ottenendo una rampa di raccordo che permette di accedere, seppure in forma provvisoria nella piana andorese.
Andora in quegli anni ha parecchie strutture ricettive, alcune già storiche, e comunque tutte bene avviate e adatte a “ricevere” il turismo; un turismo che ha ancora limitate pretese, spesso condizionate ad un’esplosione gioiosa di vivere una vacanza non organizzata, che si vedrà vivendola cosa sarà in grado di regalare.
Anche i campeggi forniscono una disponibilità di posti, spazi e servizi che permettono il soggiorno a numeri importanti di persone.
Gli abitanti del posto trasformano in “alloggi”, in modo non poco improvvisato per l’occasione, alcuni ambienti poco sfruttati e spesso derivanti da quelli che erano la vita e gli usi rurali ormai in abbandono, talvolta con servizi igienici approssimativi e condivisi con la famiglia proprietaria, cedendo in affitto veri e propri “buchi”, che però vengono recepiti dai vacanzieri come una sorta di rifugio affettuosamente condiviso e che permette di trascorrere la tanto desiderata vacanza.
I turisti sono identificati localmente come i “bagnanti”, perché arrivano da ogni dove per gettarsi nel mare e riversarsi sulle spiagge del litorale, concentrando a tali destinazioni ogni loro energia e minuto disponibile del periodo in cui soggiorneranno sui luoghi andoresi.
L’autostrada è un rapido modo che collega Piemonte e Lombardia con la Liguria, un cordone che unisce e agevola gli spostamenti, creando un fenomeno processionario, un moto ondoso di ripetuta andata e ritorno di genti, che replicano il moto del mare, meta della tanto attesa vacanza.
I “bagnanti” degli anni Settanta si distinguono per caratteristiche che li categorizzano quasi come una sorta di affettuosi e ormai lontani stereotipi dei “foresti”, che hanno segnato un’epoca e lasciato ricordi indelebili nelle coscienze.
Da quegli anni, soprattutto dalle persone di quegli anni, oggi si ricordano particolari differenze che riportano e riflessioni su come si viveva, come ci si relazionava, semplicemente come erano vissute le possibilità di svago, il modo di trascorrere il proprio tempo ed i legami che si instauravano con i rapporti interpersonali.
A distanza di tanti anni, appare quasi da sognatore ricordare quell’epoca e soprattutto alcuni caratteri e comportamenti distintivi che ne hanno determinato e colorato il periodo.
Scavando nella memoria, sembra quasi di immergersi in un ambiente teatralizzato, cosparso di personaggi ed interpreti caricaturizzati, quasi a voler cogliere e sollecitare un malinconico sorriso, ma strettamente appartenenti alle esperienze vissute della quotidianità di cui abbiano fatto parte e da cui tanto ci siamo allontanati, quasi volendo rifuggire e rinnegare trascorsi così diversi dalla frenesia odierna.
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L'ESTATE

L’arrivo dell’estate coincideva con la tanto aspettata possibilità di incontrare nuovamente e riabbracciare amici conosciuti nelle stagioni precedenti, con i quali si erano tenuti vivi i contatti per mezzo di qualche cartolina spedita nei mesi appena passati, nelle occasioni di Natale e della Pasqua e, se il legame affettivo era abbastanza consolidato, anche qualcuna in periodi intermedi, per “sentirsi” scrivendo le solite frasi di circostanza, ma spesso veramente animate dai sentimenti provati.
Non tutti avevano il telefono e non era abitudine farne uso, tanto che chi lo possedeva e riceveva l’insolito squillo, abitualmente ore pasti, subito correva con trepidazione a rispondere, aspettandosi la sorpresa di sentire la voce amica e gradita di chi fosse il chiamante; non c’era possibilità di sapere anticipatamente chi chiamasse e faceva piacere rispondere al telefono, quando la chiamata diventava un sacro momento di sosta dalle attività quotidiane ed un momento per rinsaldare legami affettivi a distanza.
Non come oggi, che l’uso incontrollato e spasmodico dei telefonini, infonde diffusamente un’angoscia quasi inconsapevole, facendoci appartenere ad un ambiente globalizzato anche nei sistemi di disturbo continuo, determinati anche dalla telefonia e tutto ciò che gli è complementare in forma di contatti e messaggistica.
Ebbene, l‘arrivo dei “bagnanti”, spesso amici cari e non meno visi in qualche modo diffusamente conosciuti, segnava l’inizio dell’estate, una stagione in cui le frequentazioni vacanziere, o almeno una buona parte di queste, erano caratterizzate da una durata che poteva protrarsi da giugno a settembre; infatti, non era raro che la famiglia “bagnante” giungesse per una lunga vacanza, durante la quale si fermavano mamma e figli, con magari anche l’appoggio dei nonni, ed il papà faceva il “pendolare” per continuare a lavorare durante la settimana e poi riunirsi nuovamente per il sabato e domenica; un sofferto avanti e indietro che finalmente trovava serenità nel mese di agosto, quando fabbriche ed uffici sospendevano l’attività lavorativa, tutti, e le famiglie si riunivano godendo della tanto attesa vacanza insieme.
Osservare oggi con gli occhi di ieri, porta a ricordare particolari e comportamenti che possono sembrarci quasi ridicoli e divertenti, se confrontati con l’attualità, ma che testimoniano un’esistenza coinvolgente, dove forse si assaporava e godeva maggiormente di sacrifici portati avanti per tutto l’anno al fine di poter usufruire di un “guadagnato” riposo nell’estate successiva.
Mi soffermo a “schematizzare” sinteticamente alcuni aspetti di cosa faceva parte della quotidianità di allora e, soprattutto, cosa non c’era rispetto ad oggi, eventuali differenze, e per farlo distinguerò chiamando per semplicità “noi” la gente del posto, gli autoctoni e “bagnanti” i turisti, gli ospiti e coloro che sono diventati i proprietari delle “seconde case”.
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IL “TORINESE”

Il “Torinese” arrivava da un’ampia area geografica, che non comprendeva la sola Torino, ma anche tutti i paesi/città nei dintorni, in sostanza l’intera provincia e non solo.
Interpellato, il turista “piemontese” di auto-definiva “di Torino” o “dei dintorni di Torino”, rimarcando il fatto con uno spiccato accento e possibilmente in forma dialettale, evitando di dare maggiori ragguagli geografici, poiché l’interlocutore ligure avrebbe fatto una smorfia aggrottando il “muso” davanti ad un nome di località a lui sconosciuta.
Arrotondare a “Torino” o “Torino e dintorni” evitava al turista di scendere in spiegazioni di luoghi e posizionamenti geografici sconosciuti all’interlocutore, ma anche una forma di rispetto per non mettere in difficoltà la mancata conoscenza del ligure.
Il discorso proseguiva sovente nei rispettivi dialetti, assumendo un buon grado di comprensibilità ed un atteggiamento più naturale in quanto ognuno si esprimeva in tono e modo più confidenziale e meno formale.
Però non c’era solo il “Torinese”, ma anche chi veniva da zone meno cittadine e così il ligure acquisiva informazioni di altre aree territoriali come le Langhe, il Cuneese, l’Alessandrino, l’Astigiano, ecc. sulle quali interveniva egocentricamente con arroganti imprese di caccia, periodicamente perpetrate in gruppo di amici in trasferta, durante le quali forti del diritto di imbracciare un fucile, invadevano, e troppo spesso senza forme di dovuto riguardo, le campagne piemontesi, sparando anche a terra incuranti dei danni che un rosone di pallini potesse arrecare alle piantagioni.
Questo era quasi un momento di confessione del reciproco disagio al subire una più o meno mal tollerata invasione dei propri spazi in periodi diversi dell’anno.
Ma alla fine, per l’andorese chi arrivava dal Piemonte era sostanzialmente e semplificativamente un “Torinese”.
Il “Torinese” si manifestava spesso come un impiegato (o dipendente) di “mamma Fiat”, quasi come se la casa automobilistica fosse l’esclusività del luogo di provenienza e in taluni casi c’era la variante di dipendere da una ditta che, guarda a caso, lavorava principalmente per la Fiat; le origini di molti individui erano legate al mondo contadino ed artigiano che si era adattato ed inserito nella modernizzazione dell’assetto territoriale edificato ed industrializzato.
Non era raro che si descrivesse dicendo “lavoro in reparto”, un modo alternativo di dire “operaio” e dare un riferimento quasi più attinente ad una provenienza cittadina più importante.
L’arrivo avveniva principalmente con automobile, rigorosamente utilitaria Fiat, che seguiva negli spostamenti il capofamiglia, pendolarizzando nei fine settimana ed assolvendo al proprio compito di mezzo di trasporto essenziale per l’operatività lavorativa infrasettinanale.
L’auto era dotata di portapacchi sul tettuccio, sul quale veniva caricato di tutto, con scatoloni o più spesso a sacco con un grande telone fissato con elastici a gancio o corde e più raramente cinghie da trasporto: ci voleva una giornata a caricare ed altrettanto a scaricare, con una metodicità estremamente professionale, che portava a trasferire il più incredibile contenuto domestico, lasciando a casa solo i muri ed il mobilio.
Quando l’auto era parcheggiata nel luogo di villeggiatura, questa si trasformava in una sorta di fantasma, venendo coperta da teli, solitamente lenzuola cucite tra loro, legate saldamente ai paraurti, con i pneumatici coperti da cartoni “su misura” che venivano immediatamente ricercati in un alimentari all’arrivo o, in alcuni casi più attenti e provvidenziali, portati direttamente da casa appoggiati sul fondo del portapacchi ed abilmente già sagomati di misura.
L’auto parcheggiata si trovava così a godere, o meglio subire, la vacanza in uno scafo di protezione dalla pericolosissima esposizione solare, che nel giro di pochi giorni l’avrebbe resa riconoscibile solo per il numero di targa e non per il colore della carrozzeria che, evidentemente, il sole vacanziero si sarebbe dilettato a scolorire o addirittura a sverniciare beffardamente.
Per verificare l’impotenza degli effetti solari al cospetto di tanto protezionismo organizzato, ogni sabato pomeriggio o domenica mattina l’autoveicolo veniva repentinamente scoperto e, dopo una accurata verifica del proprio mantenimento era sottoposto ad un massaggio purificante e rinfrescante con tanto di spugna e shampoo, asciugato con pelle di daino e nuovamente imbardato per la completa tutela.
Subito dopo, inforcare le tipiche “grazielle” e via al mare, con una pratica dotazione di stuoie, teli mare (che si chiamavano ancora asciugamani grandi), costume di ricambio, un tunicone, degno per somiglianza agli accessori utilizzati da maghi illusionisti per la sparizione della propria aiutante, il cui unico foro era per la testa e che serviva per cambiarsi il costume da bagno; magari anche un antenato delle borse frigo, una sacca riempita con bottiglie raffreddate in frigorifero o qualche formina di ghiaccio che si scioglieva nel tragitto da casa alla spiaggia,  con qualche alimento per rifocillarsi dalla lunga ed assolata giornata spiaggiaiola.
Un rito altamente professionale era lo scavo di una precisa ed apposita buca nella sabbia, all’interno della quale era calata la borsa con bevande e alimenti, per essere tenuta più in fresco possibile e erroneamente aiutata dalla copertura in superficie con un telo ripiegato più volte e inzuppato in acqua di mare.
L’abbigliamento leggero maschile era costituito dall’immancabile canottiera bianca, dentro alla cinta di pantaloncini poco sopra il ginocchio, orologio da polso con cinturino prevalentemente in pelle e le fidate ciabatte incrociate di plastica, da sostituirsi con la calzata di un sandalo traforato nei casi di spostamenti più impegnativi, successivamente sostituiti dalle “espadrillas” di tela e suola di corda gommata (gomma che durava poco perché rimaneva attaccata all’asfalto le prime volte che lo si calpestava ad alte temperature e conseguentemente restava la corda che a contatto con la superficie calda trasmetteva il calore al piede, rendendo snervante camminare con simili calzature nelle ore centrali delle giornate estive) e “La Stampa” sempre a portata di mano, ripiegata con ineccepibile abilità; il “torinese” più campagnolo non poteva dimenticare il fido e insostituibile “cappello di paglia”, preferito a qualsiasi altro copricapo dotato di visiera.
La donna vestiva solitamente abiti pratici tipo “vestaglia”, calzature tra la ciabatta ed il sandalo, che diventavano ciabatte incrociate di plastica di un colore diverso da quelle maschili per poterle riconoscere velocemente senza dover fare troppa attenzione alla misura, concedendosi un trucco veloce, un paio di orecchini non eccessivamente vistosi e l’anello (di solito nuziale).
Un vezzo ricorrente in un certo periodo era l’acconciatura femminile dei capelli con la permanente, spacciata da una praticità nel tempo di asciugatura dopo il bagno, aiutandoli con in mantenimento dell’arricciatura utilizzando una forchetta da cucina in veste di pettine.
Paradossalmente in determinati periodi si aveva una prevalenza di frequentazioni piemontesi a luglio e lombarde ad agosto.
Nel mese di luglio venivano ricercati i pomodori per imitare il “cundiùn” locale, ma che spesso era trasformato in un “minestrone” di insalata misto e freddo con aggiunta di ingredienti a piacimento, degni di un quiz che premiasse la capacità di rilevarne il gusto dei componenti, ma del tutto distaccato dalla tradizionalità locale.
Non c’erano eventi ed intrattenimento tutti i giorni, perché la gente si intratteneva semplicemente giocando e parlando insieme, incontrandosi e l’evento più sentito era la “Sagra del Cundiùn” di Conna, immancabile, attesissimo e molto apprezzato per la sua tipicità.
E altra ansiosa ricerca era dedicata a:
  • i prodotti locali, principalmente frutta (le ultime albicocche e le prime pesche) per effettuare delle sciroppature e conserve da donare e vantare al ritorno a casa per gli amici;
  • le acciughe, che venivano trattate e messe sotto sale, dopo aver fatto vere e proprie campagne esplorative e di ricerca tra i ciottoli del litorale, al fine di trovare il sasso giusto che potesse entrare, con le dovute proporzioni, dentro al contenitore di vetro in cui si sostituivano con precisione svizzera i cicli di salamoia;
  • i funghi (sembra strano, ma era così!), cercati con soste durante il viaggio di andata e ritorno nei tratti intorno a Garessio, sulla strada che collegava Piemonte e Liguria e che era preferita all’autostrada perché più ombreggiata, meno trafficata, senza pedaggio.
L’inizio del mese sviluppava euforia nel “bagnante” che cominciava a fare la spesa, acquistando generi di prima necessità, non i costumi, perché in città costavano meno nei mercatini rionali, i prodotti per la protezione solare, che puntualmente non riuscivano ad impedire la frittura di gamberoni nei primi giorni, la quale veniva “curata” dai suggerimenti campagnoli del posto secondo cui le scottature venivano lenite ed assorbite semplicemente appoggiando sopra alla pelle colpita delle fette di patata cruda (provare per credere!).
Nella prima settimana e fino a metà mese, l’euforia economica dei soldini raggranellati e messi da parte induceva alla “vita vacanziera” fatta di escursioni, viaggi nei centri limitrofi e qualche uscita a cena nei ristoranti.
Passata la metà del mese e sfogato l’impeto iniziale delle ferie, la conduzione delle giornate era più compassata, dedita la riposo come se si dovesse e volesse fare ampia scorta di quelle energie che avrebbero dovuto essere sufficienti e condurre fino alla vacanza dell’anno successivo, con il ritorno a frequentare il tanto amato mare e tuffarsi nuovamente nell’avventura delle giornate spiaggiaiole, rincontrando vecchi amici, consolidare amicizie rimaste a distanza per lunghi mesi dall’anno precedente e magari farne di nuove grazie alla serenità che la vacanza portava con se’.

A sinistra e destra della foto, Dario e Giancarlo, due carissimi e indimenticabili amici che non ci sono più, "bagnanti torinesi" di quegli anni, in uno dei tanti loro estemporanei e improvvisi "numeri".
Foto per gentile concessione Carla Caire.
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IL “MILANESE”

Il “Milanese” era tendenzialmente più intellettuale e distaccato, almeno nell’atteggiamento.
Arrivava da un’ampia area geografica, che non comprendeva la sola Milano, ma anche tutti i paesi/città nei dintorni, un’ampia distesa urbana di intensa edificazione, pure industriale, del territorio brianzolo.
Interpellato, il turista “lombardo” di auto-definiva “di Milano” senza scendere più di tanto nei dintorni, perché tanto per l’interlocutore non sarebbe stato importante o comunque non avrebbe capito e si sarebbe dovuto cadere in ulteriori spiegazioni e lungaggini.
Qualora al ligure fosse scappata un’abituale espressione o frase dialettale, avrebbe incontrato un severo sorriso compassionevole di circostanza, mantenendo un “garbato” distacco.
Però non c’era solo il “Milanese”, ma anche chi veniva da zone meno cittadine e così il ligure acquisiva informazioni di altre aree territoriali come il Bergamasco, il Comasco, il Pavese, sui quali si soffermava la curiosità, perché luoghi genericamente non conosciuti direttamente e probabilmente mai frequentati, le cui informazioni suonavano simili ad una lezione integrativa di geografia.
Ma alla fine, per l’andorese chi arrivava dalla Lombardia era sostanzialmente e semplificativamente un “Milanese”.

Il “Milanese” si manifestava spesso come un impiegato di ditte, industrie, uffici, proprietario o titolare, dirigente o rappresentante di una “fabbrichetta” o di un’attività commerciale “importante” e diffusa, a testimonianza di una appartenenza più cittadina – industriale e piuttosto distaccata dall’ambiente rurale.
Non era raro che si descrivesse con funzioni dirigenziali e manageriali, sfoggiando spesso appellativi e titoli, quasi a sostenere un livello sociale superiore all’ex contadinotto locale.
L’arrivo avveniva principalmente attraverso l’autostrada con l’automobile, non strettamente utilitaria e spesso di grossa cilindrata e marche straniere anche prestigiose, che seguiva negli spostamenti il capofamiglia, pendolarizzando nei fine settimana, senza per forza assolvere ad un compito specifico di mezzo di trasporto essenziale per l’operatività lavorativa infrasettinanale.
L’auto solitamente non era dotata di portapacchi sul tettuccio, ritenuto poco gradevole dal punto di vista estetico, ed il carico era stipato principalmente nel bagagliaio con borsoni dentro all’abitacolo, artisticamente incastrati in un tutt’uno con i passeggeri.
Quando l’auto era parcheggiata nel luogo di villeggiatura, spesso veniva utilizzata per spostamenti che conducevano a visitare i centri limitrofi alla ricerca della conoscenza dei luoghi e di attrazioni locali anche a lungo raggio, una continua esplorazione, non ultime ricorrenti frequentazioni di ristoranti.
L’attrezzatura spiaggiaiola era ricca di dotazioni, ma non in eccesso, soprattutto relativamente ad approvvigionamenti alimentari, in quanto veniva preferito il ricorso a bar e tavole calde.
L’abbigliamento leggero maschile era costituito da maglietta tipo polo non raramente firmata o di ditta famosa, alternata a camicia a maniche corte, sbottonata almeno fino a metà torace da cui emergeva una visibile collana d’oro con crocifisso, sicuramente impossibile da non notare, che gli andoresi etichettavano con il termine “suàstro”, che faceva il paio con un orologio da polso con cinturino metallico e magari d’oro (o spacciato per tale).
Completava la vestizione un pantaloncino corto tipo da tennis (moda in voga in quegli anni), con zoccoli dalla suola in legno, cinturino in cuoio colorato e fibbia metallica, alternati e sostituiti con la calzata di un mocassino tipo vela in cuoio nei casi di spostamenti più impegnativi e il “Corriere della Sera”, o “Il Giorno” sempre a portata di mano (più raramente altre testate), sfogliati, letti e ripiegati con grande attenzione ed arricchiti da testate settimanali (quelle che oggi definiremmo di pettegolezzi, che hanno sempre fatto cultura spicciola da spiaggia) e per terminare la “Settimana Enigmistica” utilizzata e svolta con grande slancio intellettuale.
A differenza dei piemontesi, i lombardi erano più interessati alla ricerca dei prodotti alimentari locali per consumo diretto sul momento e non per “confezionamento” in proprio, che veniva surrogato dall’acquisto di prodotti già trasformati.
Una differenza era rappresentata anche dal passatempo con i giochi di carte: mentre il piemontese giocava universalmente a “scala quaranta” e “pinnacola”, il lombardo giocava a “scala quaranta” e “ramino” se di appartenenza cittadina, sconfinando in “scopa d’assi” e “briscola” se di appartenenza più rurale o di piccoli centri abitati ancora immersi nella campagna, dove i ritrovi nel bar in piazza del paese diventavano vere e proprie sale da gioco in cui gli animi si scaldavano non poco.


Non ho avuto la fortuna di conoscere nemmeno uno dei miei due nonni e questo anziano "ragazzo del '99" della campagna pavese è stato per tanti anni il mio "Nonno Felice".
Foto Collezione Privata - Mario Vassallo
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ANNI '70 - '80 RISPETTO A OGGI

Cosa mancava negli anni ’70 e ‘80 rispetto a oggi? O cosa è drasticamente cambiato tra allora e oggi?
I telefonini cellulari, per fortuna, non c’erano ancora e la gente manteneva e sviluppava il pessimo vizio di parlare gli uni con gli altri, socializzare fuori dai social, con rapporti personali nei quali metteva animo, faccia e partecipazione senza nascondersi in un mondo virtuale di apparenza, si accontentava di ciò che si trovava, non voleva cambiare il posto in cui soggiornava per tentarne una trasformazione in fotocopia al proprio luogo di provenienza, adattandosi alle tradizioni ed abitudini del luogo da cui aveva deciso di ricevere ospitalità.
Inizialmente, erano pressochè non presenti gli occhiali da sole, soprattutto quelli con le lenti a specchio, permettendo a reciproci interlocutori di poter fissare direttamente i propri sguardi, occhi negli occhi, anziché ricevere l’impressione di partecipare ad una conversazione con la percezione di un distaccato disinteresse.
Non c’erano i SUV parcheggiati ovunque, anche perché c’erano meno autoveicoli e persone, ma comunque non c’era ugualmente l’ingombro, diciamo “visivo”, di queste grandi sagome in corrispondenza di passaggi pedonali e soprattutto incroci.
C’erano mamme e nonne che insegnavano, con il premio di un gelato, ai bimbi a raccogliere mozziconi, stecchi di ghiacciolo e cannucce dalla sabbia della spiaggia, anche non le proprie, solo per mantenere pulito il luogo che è di tutti.
Non c’erano i caschi per moto e in tale settore veicolare la facevano da padroni Ciao, qualche raro Si e Bravo, alcuni Garelli e Vespa in abbondanza, nelle più svariate versioni.
Non c’erano bancomat e carte di credito, praticamente solo contante, rigorosamente contato con le dita leccate per sfogliare le banconote.
Non potevano mancare pallone, bocce e soprattutto carte da gioco per l’imperdibile partita a scala quaranta, a pinnacola, a scopa d’assi o a briscola, che costituivano passatempo e aggregazione durante la giornata in spiaggia tra un bagno in mare e l’altro e la sera dopo cena o dopo il rientro dal giro serale per il gelato.
C'erano i "cappelli di paglia", usatissimi nelle varianti maschili con tesa aapuntita sul davanti e femminili di forma tonda con tesa a visiera allargata, impreziositi da un nastro con fiocco e spesso anche code svolazzanti; si trattava di accessori indossati che distinguevano non tanto una "moda mare", ma un pratico utilizzo rinfrescante che tanto derivava da una provenienza dagli ambienti di lavoro rurale, dove lo stesso era un adatto complemento leggero di riparo dal caldo e dall'insolazione diretta, fornendo e garantendo una maggiore ventilazione alle teste rispetto a quasiasi altra forma di copricapo.
C’erano le forchette e le posate in generale, che all’ora di pranzo e cena, indistintamente tra “noi” e “bagnanti” suonavano all’unisono sui piatti, con i loro tintinnii quasi sincronizzati, nella sacralità del pasto consumato in famiglia.
C’era il silenzio “tombale” del dopo pranzo, che era un breve momento di riposo per chi doveva riprendere la giornata lavorativa nell’orario pomeridiano, ma considerato come irrinunciabile momento di tranquillità anche da chi era venuto in vacanza per riposarsi; qualche sparuto gruppetto di ragazzini ogni tanto sfuggiva a tali “programmazioni” e puntualmente era ripreso, anche in modo colorito, dal puntualissimo cazziatone di una mamma o nonna “bagnante”, decisamente meno tolleranti della trasgressione subita.
Era in voga il tennis, aveva pressochè soppiantato i calci al pallone, e in ogni cortile, per le strade, ad ogni ora si incontravano almeno due amici che palleggiavano ripetutamente; in questo periodo proliferavano i campi da tennis a tempo, ricercatissimi a tutte le ore del giorno, in cui si assisteva a diatribe per ritardi di cambio turno anche solo per un paio di minuti oltre l’orario prefissato, utile a terminare una partita: tolleranza zero!
Si giocava dal mattino intorno alle ore 10, fino alla sera in notturna, dove c’erano i lampioni, e nelle ore più calde e di pranzo si assisteva all’arrivo degli improvvisati atleti più accaniti, con al seguito “raccattapalle”, attrezzatura da invidiare ai professionisti della disciplina sportiva.

Una distinzione sostanziale, che oggi può fare sorridere, si presentava nelle abitudini igieniche quotidiane, soprattutto nei primi anni Settanta, rapidamente mutate e superate in pochi anni, tanto da essere ricordate oggi come una realtà molto lontana.
Prima dell'utilizzo dei comuni boiler, quasi tutti gli "alloggi" erano ancora privi di acqua calda, con i caratteristici rubinetti dotati di unica manopola, in un periodo in cui erano sconosciuti i successivi miscelatori.
L'acqua calda si otteneva scaldandola dentro una pentola e miscelandola dentro ad una baccinella, magari la stessa usata per fare il bucato, con l'unica acqua fredda che usciva dai rubinetti.
Sempre una baccinella, ma in questo caso di dimensioni più piccole e meno profonda, appoggiata sul "gabinetto" (il w.c.), era il surrogato dei bidet, un sanitario ancora pressochè sconosciuto e talvolta costituito da un "impianto autonomo" formato da un cavalletto metallico portante una vaschetta.
Lo sciacquone del "gabinetto" era demandato alla caduta di acqua da una vaschetta esterna rispetto al paramento murario, aperta superiormente e posizionata in alto sopra al sanitario medesimo, azionata da una catenella; era installata abbastanza in alto, in modo che potesse garantire una maggiore pressione per caduta, ma allo stesso tempo ad un'altezza tale che fosse agevolmente consentito di manovrare il galleggiante interno alla stessa, quando si inceppava, semplicemente salendo in piedi sui bordi del "gabinetto" (non tutti erano ancora dotati di coperchio) e senza dover ricorrere a scale o sedie.
L'altezza ed il meccanismo producevano un rumore piuttosto forte ad ogni scarico, facilmente udibile dai dintorni, e la discesa del flusso idrico poteva essere piuttosto impetuosa: da qui il modo di dire rivolto a noi bambini "tira piano l'acqua, altrimenti di porta via!".
La doccia non era ancora diffusissima e comunque limitata ad un soffione rudimentale, a volte una pigna da irrigazione incastrata all'estremità di un tubo esterno staffato al muro, rigorosamente con sola acqua fredda; l'alternativa rurale locale alla doccia era di sciacquarsi con una classica manichetta da irrigazione orientata sopra la testa e su tutto il corpo.
Lavarsi le mani era un'operazione quotidiana sbrigativa e talvolta occasionale, non maniacale come oggi, eseguita non più di 3 - 4 volte al giorno (erano anche troppe!), in prossimità dei pasti, effettuata sempre nel lavello della cucina, non essendo ancora un'abitudine consolidata di effettuarla nel lavabo dei servizi igienici.
Lo stesso lavello, "per comodità", rappresentava anche l'attrezzatura per lavare via di fino la sabbia/terra dai piedi, inizialmente sgrossata con un passaggio sotto la manichetta, se a disposizione.
E sempre dal rubinetto del lavello spesso si sorseggiava occasionalmente durante la giornata, evitando di "sporcare" inutilmente i bicchieri.
Tutto questo partendo dal presupposto, da non dare per scontato, che dai rubinetti uscisse acqua.
Precisazione d'obbligo perchè Andora ha subito spesso la carenza idrica e la scarsa qualità dell'acqua che sgorgava dai rubinetti: acqua ancora non clorata, di cui oggi è impensabile compararne o immaginarne una effettiva potabilità, che in estate usciva terrosa e piena di lamelle di ruggine e non solo di colore tutt'altro che tipicamente trasparente, salata e non di rado non usciva proprio, perchè la quantità e la pressione dell'acquedotto non erano in grado di soddisfare ed assolvere all'incremento di adduzione richiesta dalle numerose presenze turistiche del periodo estivo.
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Riguardo a questo argomento voglio riportare un aneddoto.
La mia famiglia ha sempre abitato in un'antica casa contadina ai piedi di quello ce venne chiamato "Villaggio Cà Bianca", il quale fu per un lungo periodo servito da un acquedotto privato, portato avanti per circa un trentennio ed infine inglobato nella rete idrica comunale solo negli anni Novanta.
In un terreno di proprietà di Umberto Rossi, a lato della “strada di Noceto” (attuale autolavaggio di via San Lazzaro), era stato realizzato, in tempi precedenti, un pozzo necessario all’irrigazione dei terreni famigliari coltivati, il quale aveva una portata idrica notevole e in tutti i periodi dell’anno.
Sopra al pozzo era stato realizzato un “casottino”, una piccola costruzione in unico locale di poco meno di 3 metri di lato, all’interno del quale erano state alloggiate 2 pompe idrauliche a motore elettrico, azionate ognuna da 4 pistoni collegati a pulegge; normalmente ne funzionava una, mentre la seconda era di riserva e/o utilizzata in alternanza alla prima, salvo sfruttarle contemporaneamente entrambe nei periodi di maggior richiesta idrica (ad esempio nel periodo estivo).
L’acqua “pescata” dal sottosuolo, tramite una tubazione in ferro per lunghi tratti esterna al suolo ed anche sospesa, veniva spinta in una vasca di accumulo edificata in sommità al poggio di San Damiano, in altro terreno della stessa proprietà e distante dal pozzo circa 400 metri in linea d’aria.
Questo serbatoio era stato costruito nel 1964 da Umberto insieme a Renato Gagliolo (per tanti anni soci nell’attività edile) ed era costituito da una vasca circolare in cemento armato, sospesa alcuni metri da terra per appoggio su pilastri; nella parte sommitale, a cui si accedeva da una scaletta esterna a pioli in ferro, era posizionato uno sportello metallico sotto cui si trovava un grosso galleggiante, che “comandava” l’accumulo e la “chiamata” alle pompe dal pozzo e poteva essere facilmente azionato manualmente, calandosi all’interno della vasca stessa.
Da tale serbatoio, per caduta, venivano alimentate continuativamente oltre 200 utenze domestiche (ognuna dotata di proprio contatore), dislocate tra il “Villaggio Ca bianca” (fino a via Colombo) e la zona della “Bura” e di “Mezzacqua”.
Tutta la manutenzione dell’intero impianto, tubazioni, pompe, letture contatori, consegna delle bollette, ecc. era effettuata da un solo operaio, mio papà, il quale era lo stesso che, da solo, gestiva e si occupava anche le coltivazioni sui terreni dell’intera proprietà, mentre della parte contabile ed amministrativa se ne occupava prima la moglie Carla Preve e successivamente la segretaria Piera Laureri, in seguito sostituita da Rinangela Bologna.
Tale acquedotto privato era in grado di soddisfare tutte le utenze, anche nei periodi di problematiche idriche che caratterizzarono il periodo degli anni ’70 – ’80, in cui il Comune dovette intervenire con autobotti e cisterne dislocate su varie parti del territorio comunale a causa della carenza idrica della propria rete idrica.
Questo acquedotto effettuava periodicamente prelievi ed asami delle acque estratte e distribuite, al fine di determinarne la potabilità, logicamente basata su ben altre definizioni rispetto ai canoni odierni e puntualmente in estate risentiva sensibilmente dei ricorrenti problemi andoresi di scarsità d'acqua e acqua salata.
Tuttavia, in alcuni periodi di particolare carico, la pressione si riduceva, così come la qualità gustativa dell'acqua distribuita e nelle case ubicate ai piedi dei versanti collinari serviti, non essendo presenti i moderni accorgimenti di filtrazione, poteva accadere (e accadeva!!) che l'acqua uscisse dai rubinetti con veri e propri sassolini, piccole chiocciole e corpi di insetti e lucertole.
Tra la fine degli anni ’80 ed inizio anni ’90, l’acquedotto privato cessò l’attività e la proprietà mantenne il pozzo e le tubazioni sui propri terreni, cedendo vasca e restante impianto al Comune, il quale le inglobò “ad anello” all’interno del sistema di condutture comunali.

Eppure, anche nei periodi più difficili, veniva considerata comunque una ricchezza il poter usufruire, in un modo o nell'altro, almeno di una fonte idrica, sebbene problematica: sempre meglio di restare assolutamente all'asciutto.
Con le presenze turistiche non si superavano le 25.000 - 30.000 persone presenti sul territorio e almeno pioveva ogni tanto e anche per discreti periodi.

Il fenomeno della carenza idrica e dell'acqua salata, per alcuni anni non si è più manifestato, o almeno non in forma così accentuata e siamo arrivati a vedere il Torrente Merula con un esiguo rigagnolo d'acqua, intermittente lungo il proprio corso, anche in periodo estivo e di punta delle presenze turistiche.
La mancanza prolungata di piogge oggi, nel 2022, ci ha portato ad avere mesi e mesi senza precipitazioni atmosferiche e un'utenza da soddisfare di oltre 52.000 persone, con i risultati che abbiamo conosciuto e sperimentato, ma tutto sommato, pur essendo un fenomeno sicuramente importante e grave da dover affrontare e con cui ci scontriamo, essendo cresciuto nei lunghi periodi in cui l'acqua non c'era proprio, mi permetto di pensare che sia ancora un relativa positività avere in qualche modo dell'acqua dai propri rubinetti.

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C’erano gli interventi correttivi educativi, variabili secondo la necessità, a partire da qualche ceffone o calcio nel sedere ben assestati per rettificare comportamenti e raddrizzare i modi di espressione verbale o i toni poco rispettosi di una gerarchia generazionale oggi ormai scomparsa.

….. e le pentole d’acqua!

Queste ultime avevano un utilizzo principalmente notturno o tardo serale, e fungevano come sorta di controllo della quiete pubblica e dell’attenuazione dei rumori; erano subordinate alla precisione di lancio e dedicate a sopire o rimostrare disappunto e disagio nei confronti di schiamazzatori e disturbatori della quiete personale, che una volta a tiro venivano investiti, anche senza preavviso, di una lavata dall’alto che riscuoteva due effetti complementari:
- il lavato escandesceva inizialmente in imprecazioni che venivano attutite dall’avvertimento che alla bagnata sarebbe seguita l’unta (o la scaldata);
- il lavante, rientrava tronfio in casa, soddisfatto dalla sua eroica e riuscita azione di controllo e tutela dell’ordine pubblico.
Nel complesso sociale, c’erano le famiglie, intese come componenti in piena compartecipazione su propri interessi e necessità comuni e non solo individualità distaccate da mille problemi, impegni e distrazioni.

Contadini ed operai, lavoratori in genere, con grandi sacrifici, magari aiutati ancora dai genitori anziani, hanno fatto importanti investimenti per assicurarsi e garantirsi un posto tutto loro nel luogo di cui si erano innamorati, per avere un riferimento sicuro, un loro tetto in cui potersi sentire a casa, la loro seconda casa.
Tutto questo in un periodo dove non c’era e non si sentiva il bisogno di dovere sempre cambiare, in cui si riusciva a sognare e raggiungere un punto di realizzazione con la famiglia unita.
In alcuni decenni, la frenesia e l’incompletezza del nostro appagamento, ha stravolto queste basi e questi valori, complice la complicazione esistenziale dovuta a tassazioni, invecchiamento degli immobili e gli avvicendamenti generazionali, portando ad una dinamicità per tratti forsennata, a dover cambiare, sostituire, modificare ….. in parte fuggire e sfuggire da tutto e da noi stessi.
E’ così che il sogno del “bagnante”, i sacrifici di intere famiglie, sono diventati numeri, interessi economici e di investimento, perenne scontento, contestazioni, frustrazioni, per una forzata ricerca di sempre qualcosa di più, di diverso che, anche se raggiungibile, diverrebbe sempre ed immediatamente già superato per un nuovo scatto, una nuova rincorsa verso un appagamento superiore e successivo, irrealisticamente intangibile.
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“NOI” E I “BAGNANTI”

Ho passato i 50, ho avuto la fortuna di vivere gli anni ’70 e ’80.
Senza voler peccare di immodestia, credo fermamente che la mia generazione sia stata fortunata perché è nata tra i sacrifici delle nostre famiglie, ma ha attraversato gli anni più spensierati, che forse si sono rovinati a partire dalla fine del millennio, dove troppe repentine modernizzazioni hanno stravolto e cambiato per sempre i rapporti tra le persone, i modi di vivere, il rispetto, hanno limitato e azzerato valori importanti come la famiglia, la capacità di aiutarsi a vicenda senza chiedere ed aspettarsi contropartite o vantaggi.
Ci siamo trasformati tanto e oggi si notano con prevalenza i prepotenti, gli opportunisti, gli arrivisti, i leccaculi, gli arroganti, i maleducati, i disonesti, i perbenisti oppressivi e ossessivi: tutti insieme credono di determinare sapientemente e saccentemente l’esistenza e l’insegnamento di tutto e per tutti.
Per fortuna ci sono ancora alcuni che sono rimasti “gli altri”, quelli che non si notano perché non hanno bisogno di farsi notare e non sentono la spinta a doversi mettere in mostra, ma per buona sorte esistono ancora, ci sono!
Si dice che la Liguria abbia la forma di un sorriso rovesciato non a caso, che i liguri sono molto poco disponibili verso i “foresti”.
La tolleranza è una strada a doppio senso e troppo spesso ci sono invasioni di corsia da entrambe le direzioni: da un lato “noi” ci sentiamo invasi dal “bagnante” e molti di questi ultimi, in deciso sovrannumero sproporzionato rispetto ai primi, con eccessiva frequenza tendono a volersi imporre prepotentemente, pretendendo la loro “integrazione” o “appartenenza” solo con il loro punto di vista basato su rivalse economiche che nulla hanno da spartire con il rispetto del luogo.
E così l’eterna diatriba fatta di incomprensioni prosegue, in mano ai prepotenti ad ai frustrati che si assurgono a giudici supremi di cosa sia giusto e cosa sbagliato, di chi sia il buono e chi il cattivo …. effettivamente suscitando tanta pena!
Da quando eravamo bambini, abbiamo avuto la fortuna di crescere a strettissimo contatto con generazioni di “bagnanti”, con i quali siamo diventati amici di famiglia, un’amicizia vera completamente slegata dai rapporti di diffidenza o commerciali che si verificano tra ospiti e ospitanti.
Per tanti di noi negli anni si sono anche invertite le posizioni e a maggior ragione in quei momenti è risaltato il legame profondo di fratellanza che ci univa e che per fortuna ci unisce ancora in tanti casi.
Grazie anche a loro siamo cresciuti con belle frequentazioni, misurandoci con realtà famigliari e sociali completamente diverse da quelle locali in cui eravamo nati.
Grazie agli amici “Torinesi” e Milanesi”, già dalla prima infanzia, abbiamo trascorso insieme tanti bei momenti, intere stagioni, parte delle nostre vite, in piena armonia ed imparando gli uni dagli altri, nella piena e completa integrazione delle nostre diverse realtà e mentalità di provenienza.
E tutto questo perché eravamo a stretto contatto, come una grande famiglia.
Ci si scambiava quasi tutto, con una mano sempre tesa l’uno verso l’altro; ci si misurava scherzosamente a provare i rispettivi dialetti (all’epoca ancora molto usati), il più delle volte per suscitare qualche sonora risata e presa in giro per gli strafalcioni espressi; ma tutto era in complicità e allegria, uno dei tanti punti di incontro per conoscersi e trascorrere del tempo insieme, senza fretta o forzature.
Gli stupidi non mancano mai, nessun gruppo o compagine ne è priva, e qualcuno di “noi andoresi”, che per stupidità scintillava dal profondo, si spingeva ad apostrofarci, mettendoci ignorantemente in guardia da un possibile “nostro imbastardimento” a famigliarizzare con i “foresti”; ma la verità è che non ci siamo “imbastarditi”, anzi! Siamo solo riusciti ad avere la naturalezza di crescere come persone, fuori dalla nostra limitata nicchia, confrontandoci e sviluppando la reciproca conoscenza con culture e modi di pensare un po’ diversi dal “nostro”; abbiamo cercato di farne tesoro e credo che molti ci siano riusciti.
Da queste esperienze, da queste frequentazioni e da tante altre, dalle nostre storie di vita quotidiana esce la figura “mitologica” del “bagnante”, giocosamente simbolica secondo l’origine della sua provenienza; non è uno sfottò o una catalogazione distintiva, si tratta solo di ricordare dei tratti che hanno fatto parte di un periodo e di come alcune persone lo caratterizzavano; un periodo che appartiene alla storia ed alle vite di tanti di noi, illustrato come se lo disegnasse un bambino nel ricordare ciò che è passato sotto i suoi occhi durante la propria infanzia e con le trasformazioni rapide a partire dal proprio periodo adolescenziale.
Oggi fa eufemisticamente “sorridere” il perbenismo fasullo di cui si riempiono la bocca in tanti; per quanto mi riguarda nutro un profondo rispetto per gli ospiti che ci raggiungono, ma solo per quelli che rispettano Andora e gli andoresi ed al pari non sopporto, sinceramente, quegli andoresi che altro non sono che l’equivalente locale a parti invertite.
Ritengo che l’unica distinzione applicabile possa essere di mettere davanti a tutto l’educazione, il rispetto, la disponibilità, la collaborazione, la costruttività; non dovrebbe esserci limitazione in modo alcuno su questo, ma da andorese mi aspetto di ricevere gli stessi valori che metto a disposizione di chiunque altro.

  
"Bagnanti" arrivati per caso, amici rimasti per sempre.
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I “PIEDI DOLCI”

Era un’espressione locale che indicava la sensibilità accentuata della pianta del piede nel calpestare superfici irregolari, con elementi appuntiti, o la scarsa attitudine ad affrontare superfici scagliate o con pietrisco.
“Noi” eravamo spesso abituati a camminare scalzi e, pertanto, avvezzi ad affrontare superfici accidentate, calde o fredde secondo i periodi dell’anno e addirittura correre su scogli e pietrisco anche appuntito.
L’esaltazione avveniva nelle compagnie di bambini e ragazzi, dove la presunzione di abilità, lanciata per gioco dai “noi”, assumeva toni dimostrativi di una presunta superiorità adattiva.
Spesso ci si atteggiava in segno di sfida, fingendo di non provare minima sollecitazione molesta o dolorosa, quando in realtà ci si concentrava a fingere una impassibilità sorridente che faceva scricchiolare i denti dalle numerose imprecazioni silenziate, dovute alla solita pietra aguzza che con noncuranza si impuntava inesorabilmente al centro del tallone, o contro cui sbatteva frontalmente l’alluce, provocando scintillii e barlumi agli occhi, erroneamente interpretati come sorrisi.
Ma resisteva la forza di volontà e l’eccesso di dignità nel mostrarsi duri, intoccabili ed avvezzi alla dura vita del suolo ligure.
Il “bagnante” non ce la faceva proprio!
Tolti i mocassini, le ciabatte o qualsiasi altro calzare, diventava vulnerabile al suolo, ad ogni contatto calpestato che non fosse una superficie liscia, lasciando dubbi sul fatto che mai prima in vita propria avesse incontrato e conosciuto pietre e sassolini.
Assumeva andature ridicole e scoordinate, quasi delle danze sgraziate e contorsioni in natura inspiegabili, manifestando in modo visivamente accentuato il proprio disagio ad ogni passo, suscitando l’ilarità di “noi” presenti.
Inconfondibile nel suo aspetto marcato da una mancata abbronzatura che ne connotava una tinta lattea “riflettente” dei primi giorni di soggiorno, il “bagnante” era in grado di fornire le migliori prestazioni sulle distese di scogli, che superava abbracciando uno ad uno, con un avanzamento bradipesco.

Lo sfoggio culturale era demandato alla risoluzione di schemi di parole crociate, dove ci si aggregava, sperando in componenti di vario interesse culturale, in modo da avere una maggiore complementarità conoscitiva, creando dibattiti dietro alle immancabili risposte date a caso solo perché la lunghezza della parola, pressochè “inventata”, corrispondeva al numero di lettere, mettendo in dubbio le altre già scritte e corrette, solo perché gli incroci non combaciavano.
Un modo alternativo e sicuramente più partecipativo dell’odierno eterno sfregamento dell’onnisciente Internet, che tutto sa ed ogni informazione, di qualsiasi tipo, dispensa.
Le generazioni femminili di mezza età e oltre, non disdegnavano una formazione informativa più legata allo sfoglio delle riviste settimanali di pettegolezzo e di riempimento dello spazio stampabile.
Tuttavia, in ogni caso, il rapporto interpersonale, che oggi definiremmo “social”, era comunque improntato e curato sulla presenza e partecipazione diretta, istantanea, reale e non ad una interattività distaccata, distanziata e differita nei tempi e nei contatti.
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LE PISTE DA BIGLIE

Non solo castelli e formine di sabbia e il classico bagno in mare.
La pista da biglie era l’evento giornaliero, la creazione progettuale che manteneva attiva l’occupazione e la compartecipazione dei bambini, ragazzi e qualche papà o nonno, i quali sfogavano la loro vena artistica a disposizione del gruppo, con la creazione di curvoni parabolici, gallerie, ponti e fossati degni di paragone con le elaborate opere delle sculture di sabbia, sebbene in forma semplificata.
Si cominciava con il tracciamento, durante il quale un partecipante, solitamente uno tra i più piccoli, si sedeva sulla sabbia, veniva preso per le gambine e trascinato in un vorticoso percorso che solcava l’arenile, impostando la forma della pista.
Questo solco subiva le prolungate ed elaborate cure, dipendenti dalla capacità creativa e dalla passione dei partecipanti, che lo trasformavano in un vero e proprio circuito agonistico, con aggiunte estetiche e tecniche che avrebbero costituito le difficoltà e la bellezza del gioco attuato.
Le biglie, di platica, mezze colorate e mezze trasparenti, riportavano al loro interno le foto dei ciclisti professionisti, successivamente sostituite con meno fortuna dalle auto di Formula 1 e dalle moto da gara.
Era così che i bambini si avvicinavano alla conoscenza degli eroi del ciclismo, ambendo ad accaparrarsi quelle raffiguranti i grandi campioni, come se ciò avesse potuto contribuire e distinguere un maggiore blasone di partecipazione alla gara spiaggiaiola e aumentare le loro possibilità di vittoria finale.
I percorsi spesso si snodavano tra le postazioni delle persone presenti sdraiate, che assistevano quali spettatori, tifando indifferentemente per ognuno dei gareggianti.
Talvolta, per agevolare il tracciamento della pista, nelle spiagge libere, capitava che qualcuno si “stringesse”, spostando stuoie, teli mare ed anche ombrelloni, permettendo spontaneamente a bambini e ragazzi di giocare, a differenza dell’intolleranza infastidita odierna, sempre crescente e supponente.
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LE STRADE E L'ABBIGLIAMENTO

Gli anni ’70 segnano anche l’avvento dei saldi e quelli operati nel settore dell’abbigliamento estivo creano file interminabili di attesa all’ingresso nei punti vendita, dove in effetti si trovano vere e proprie occasioni, magari su modelli di capi d’abbigliamento degli anni precedenti, ma a prezzi davvero stracciati e non solo “accomodati”.
Il brulichio di persone in giro per le strade è segnato da portamenti che muteranno sostanzialmente e curiosamente nelle epoche successive: stuoie e ombrelloni sono trasportati in spalla, come a replicare un precedente uso rurale dedicato alle zappe ed attrezzi da lavoro; con il passare degli anni, il posizionamento corporeo di tali trasporti muterà con una tenuta sotto braccio.
La frequentazione turistica modifica anche l’aria, in quanto i profumi di creme ed abbronzanti si spandono nell’aria, che permette di respirare il tipico aroma di estate, tanto atteso da residenti e villeggianti.
E proprio nel campo delle abbronzature si notano i caratteri distintivi del “bagnante”, il quale arriva “scolorito”, si butta a capofitto in esposizioni solari giornaliere di ore ed ore per garantirsi la più intensa abbronzatura da sfoggiare fieramente al ritorno lavorativo, finendo per grigliarsi nei primi giorni di vacanza, con vistose colorazioni da gamberone che sfogano di lì a poco in estese squamature maculate, alleviate dal trattamento lenitivo con applicazione di fette di patate crude, generosamente consigliate da chi del luogo sotto il sole ci lavora con esposizione estesa a tutto l’anno.
Alcuni “bagnanti” si autoproducono gli abbronzanti, assaltando e fiondandosi dagli ortolani in cerca di carote, le quali vengono finemente tritate con una grattugia o una mezzaluna ed applicate grezzamente su porzioni di pelle, occasionalmente aiutate da spalmature di birra, creando zebrature di totalità che si omogeneizzeranno solo verso la fine della vacanza, contribuendo ancora di più all’arrostimento cutaneo.
E poi, di tanto in tanto, si affiancano gli avambracci con quelli degli amici, per vedere chi si è abbronzato di più!
Un’altra storpiatura indotta si riferisce niente di meno che al mare.
Capita che sia mosso, magari anche parecchio e le mareggiate diventano per il “bagnante” i “cavalloni”, controllati argutamente dalla presenza di bandiere rosse e gialle in bella mostra negli stabilimenti balneari, come se non bastasse percepirne la consistenza dalla abbondante spuma sulle creste ondose.
Al bagno non si rinuncia e non manca qualche “bevutina” accidentale.
Non tutti sanno nuotare, a dire la verità sono percentualmente in pochi rispetto al nutrito numero di frequentatori delle spiagge e spesso il “saper nuotare” è limitato all’essere in grado di stare a galla; non si assiste ancora ad una presenza di olimpionici del nuoto come da alcuni anni e nei periodi più recenti e c’è assoluta maggiore attenzione per le boe, le quali sono considerate universalmente non una meta di vanto, ma una semplice indicazione di rispetto.
Non è raro vedere persone, di tutte le età, che entrano in acqua timorose, simulano movimenti nuotatori. restando con i piedi ben piazzati sul fondale ed in acqua bassa, magari pure accovacciati, mentre alcuni temerari si “allargano” verso profondità maggiori, dove comunque si tocca appena, non raramente aiutati o protetti da salvagenti, braccioli e rudimentali camere d’aria di pneumatici da autocarri, cuscini gonfiabili (tipo ormai quasi totalmente estinto) ed i caratteristici materassini, che permettono l’ebbrezza di una sorta di improvvisata e coraggiosa navigazione e, magari, anche un rapido sonnellino cullati dalle onde nelle giornate di mare calmo.
Di questi materassini gonfiabili ne esisteva un tipo piuttosto comune, diventato famoso per essere stato lanciato come premio con una “preistorica” raccolta punti di una ditta di latticini; si trattava di un modello che aveva al posto del cuscino una sorta di finestrella trasparente in plastica spessa, la quale a contatto con l’acqua permetteva di osservare in profondità e il fondale, replicando l’effetto di una maschera subacquea.
Più frequentemente nei fine settimana, ogni tanto qulcuno, che si sente tanto un "lupo di mare", perchè al mare c'è già stato più volte, lo ha visto tante volte, viene improvvisamente risucchiato al largo tra grandi onde, cadendo presto nel panico dovuto all'impossibilità a riavvicinnarsi alla riva; scatta così l'azione dei temerari, spesso individui del posto, che lo vanno a riprendere con lo spirito combattivo di "volerlo annegare" per dargli una sonora lezione, qualora lo svavento da solo non fosse bastato, condendo l'intervento con scariche di bestemmie ed improperi verso il malcapitato, sperando che dalla disavventura, per fortuna sempre senza disgraziate conseguenze, possa avere imparato qualcosa, soprattutto a rispettare il mare, ancora di più quando si crede solo di conoscerlo.
Un’altra tradizione “della domenica” è quella del canotto, un evento famigliare del fine settimana, quando il capofamiglia raggiunge il parentado dopo i lunghi e duri giorni lavorativi passati lontano dai propri cari già sul luogo di vacanza.
Si assiste così all’invasione dei canotti gonfiabili, che vengono approntati direttamente sulla spiaggia, alternandosi alla pompa tra mille fischi della stessa, oppure trasportati a mano già pronti all’uso dal luogo di soggiorno, camminando appaiati in mezzo alla strada, senza causare particolari disagi, perché i veicoli non sono ancora così numerosi ed il traffico non ne risente più di tanto; questo trasporto a mano, tipicamente vacanziero, costituisce anzi un evento folkloristico a cui si assiste curiosi e divertiti.
Gli spostamenti spiaggiaioli comportano un dispendio di energie da non sottovalutare, perché la mercanzia al seguito è sempre piuttosto elaborata e non mancano individui che si avventurano con trasporti chilometrici di sdraio (solitamente due), alternate in varie posizioni corporee, non ultima quella classica sopra la testa.
Insomma, anche la vacanza al mare diventa una serie di movimentazioni complesse, che nell’euforia tanto attesa per i lunghi mesi di lavoro nel resto dell’anno, viene attuata con non poche fatiche, ripagate dalle ore di divertimento e rilassamento, anche solo trascorse nel “dolce far niente”.
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LA PRIMA VOLTA AL MARE

Oggi siamo un po’ tutti vacanzieri, giriamo in lungo e in largo.
Molti rimangono magari più “confinati” a frequentare i soliti luoghi, ripetutamente, ma comunque ci si sposta più agevolmente.
Sono decenni che non sento più persone che dicono “è la prima volta che vado (o vengo) al mare” e tra l’altro, se qualcuno si esprimesse così a voce alta, probabilmente sarebbe subito inquadrato come un “troglodita” da parte del saccente “giudizio sociale” sempre in agguato.
Ma in quegli anni capitava spesso che si incontrassero persone, che vantavano il loro misto di stupore e contentezza per essere arrivati per la prima volta al mare: quasi un sogno tanto atteso e realizzato.
Si trattava generalmente di persone anziane, provenienti da zone rurali o da situazioni meno abbienti.
In entrambi i casi c’erano a monte fatica e sacrifici e, nel caso delle origini rurali, le motivazioni erano anche legate all’impossibilità di allontanamento dai luoghi di provenienza, prevalentemente per l’occupazione dedicata alla cura del bestiame, il quale non poteva essere lasciato a se stesso senza le dovute cure giornaliere e all’impossibilità di trovare qualcuno che lo potesse accudire nei giorni di assenza per una eventuale vacanza.
Erano persone con le mani segnate dal lavoro e dalla fatica, il viso disegnato dalle rughe del tempo e degli sforzi di una vita, con gli sguardi fieri di una dignità antica e felici e soddisfatte di qualsiasi cosa avessero potuto trovare.
Ricordo un caso in particolare accaduto alla vecchia spiaggia libera del Porto, intorno alla metà degli anni ’80, una domenica di fine agosto.
Nel tardo pomeriggio, una signora anziana, novantasettenne, pienamente arzilla a dimostrare trent’anni di meno, dopo aver passato tutto il pomeriggio nella preparazione accurata della cena per le famiglie di figli e nipoti, era stata accompagnata per la prima volta in vita sua in riva al mare.
Era arrivata con il suo tipico vestito da contadina di altri tempi, con tanto di grembiule legato in vita e con fare incredulo aveva camminato scalza per alcuni passi sulla sabbia, accompagnata da due figlie fino in riva al mare, continuando a guardare attentamente tutto intorno.
Il mare era calmo e le onde quasi inesistenti.
L’anziana signora si era avvicinata alla battigia e le figlie erano rimaste volutamente un paio di passi indietro, per osservare la tenera reazione della mamma, la quale, tenendo sollevato di un palmo l’orlo della vestaglia indossata, provava lentamente e ripetutamente a tastare l’arrivo dell’acqua con un piede, all’infrangersi delle quasi inesistenti onde, ripetendo a voce alta alle figlie come fosse possibile quell’acqua tutta insieme e di non averne mai vista così tanta, neanche nelle alluvioni che avevano colpito le sue zone di origine tanti anni prima.
Mi trovavo nei dintorni, mi soffermai incuriosito ad osservare con discrezione e alla fine fui coinvolto in una chiacchierata, in quanto due nipoti facevano parte della mia compagnia spiaggiaiola.
Venuta a sapere di questo e che ero del posto, l’anziana signora mi raccontò delle alluvioni a cui faceva riferimento, degli straripamenti del fiume Po che avevano allagato intere campagne del Pavese, arrivando a danneggiare alcune case contadine, di come si erano aiutate le famiglie, delle campane del campanile della chiesa del paese che erano diventate la voce che avvisava degli eventuali pericoli.
Con i suoi racconti mi sembrava di rivedere scene campestri lette nei libri di Giovannino Guareschi, e riuscii a fare tardi e a beccarmi una sonora sgridata al mio ritorno a casa.
Ma è stata una di quelle volte che ne era valsa la pena!
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SALUTI E INFORMAZIONI

Un aspetto, per così dire epocale e sociale, che ha distinto tanto il periodo in questione e che presenta notevolissime differenze con i comportamenti odierni, è l’approccio e la considerazione del saluto e della richiesta di informazioni.
Oggi il saluto, così come ringraziare o scusarsi, è diventato un atteggiamento raro, quasi derisi come segno di debolezza nella prepotenza ed indifferenza collettive, tanto da notarli quando ancora si manifestano, mentre la richiesta di informazioni è riservata ad un dispositivo elettronico, e guai a non disporre del wi-fi, senza al quale sembra quasi di mancare nella percezione delle basilari ed istintive operazioni di respirazione autonoma.
Ma non era così, anzi era completamente tutta un’altra cosa, non soltanto sul momento, bensì negli effetti conseguenti.
Il “bagnante” arrivava, e non è importante o determinante da quale provenienza geografica o sociale.
Arrivava e basta per la tanto attesa e desiderata vacanza.
Automobili senza alzacristalli elettrici e servosterzo ma con la ruota di scorta, in cui era sconosciuta l’aria condizionata, inizialmente prive di cinture di sicurezza e seggiolini, con bambini sui sedili posteriori, incastrati tra i bagagli ed inginocchiati a salutare i veicoli e le persone che seguivano, magari non senza qualche innocente sberleffo, ricambiato da qualche strombazzata paziente e divertita.
I mega stereo tuonanti erano ancora fantascienza e chi se lo poteva permettere montava una autoradio, che successivamente sarà integrata da un mangianastri (o mangiacassette e comunque destinato alla riproduzione delle famose musicassette).
Le radio a bordo erano testimoniate da lunghe antenne applicate sulle carrozzerie esterne e vezzosamente lasciate libere di ondeggiare in verticale, fino a quando un inavvertito ramo le spezzava accidentalmente e maledettamente, oppure per qualche goliardico vandalismo che ne prevedeva il furto.
Alcuni modelli più signorili di veicoli montavano le prime antenne telescopiche, che si riducevano fino a scomparire nella carrozzeria.

Il “bagnante” arrivava, chiedeva informazioni al primo che incontrava e lo faceva perché aveva effettivo bisogno dell’informazione, senza alcuna supponenza, come si suole dire “attaccando bottone”, intavolando una amichevole chiacchierata dove venivano inserite proprie confidenzialità, che suscitavano apparentemente l’indifferenza di “noi”, ma in realtà contribuivano immediatamente a percepirlo come un ospite gradito, e la “simpatia” suscitata portava “noi” a dilungarci in “dritte” e suggerimenti che dipingevano grossolanamente il luogo e la gente del posto, fornendo una serie di dettagli che facevano conoscere la natura diretta del territorio, permettendo di carpirne immediatamente alcune sfumature per trovarsi a proprio agio.
Una veloce chiacchierata con uno scorbutico di “noi” diventava così, molto spesso, l’inizio di un’amicizia che si sarebbe tramutata non di rado in un solido e duraturo legame.
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IL RAPPORTO DI SOCIALIZZAZIONE

L’ospite gradiva e si poneva per essere gradito all’ospitalità che la vacanza gli forniva, dispensando sempre senza fatica un sorriso, un saluto, una buona parola, magari un aneddoto che contrapponeva le diverse culture di provenienza, fornendo spunti di confronto e conoscenza reciproca con “noi”, grezzi e “distaccati”.
Ma la differenza sostanziale e la peculiarità del rapporto personale era che un semplice, ripetuto e sempre pronto saluto, una parola, un incontro fugace e casuale erano l’occasione giusta per accendere una relazione basata sul rispetto e l’educazione, senza per forza voler pretendere di imporre la propria presenza, calpestare la semplicità e gelosia di appartenenza da parte “nostra”.
Si poneva come ospite e non si imponeva come padrone solo se possedeva una proprietà: era felice di fare parte della comunità locale, con i pro e i contro della proverbiale “ospitalità ligure”, che non si manifestava accanita e ostile più di tanto, in quanto “noi” non ci sentivamo messi in discussione e soprattutto aggrediti a prescindere per pretestuosità di supremazia.
Oggi tutto questo non succede più, perché il proprietario di seconda casa, in quanto in sovrannumero rispetto ai residenti effettivi, pretende che tutto sia dovuto in funzione al suo punto di vista, perdendo il concetto semplice di ospite e di ospitalità.
Il ligure, per natura, non accetta chi intende insegnargli a vivere e non ha minimamente bisogno di imparare a farlo da chi suppone di impuntarglisi ed imporglisi contro.
Qualsiasi sguardo che si incrociasse, anche il più sconosciuto, provocava uno spontaneo scambio di saluto e così si imparava a conoscersi, a legare, seppure minimamente, creando rapporti di conoscenza e amicizia che superavano la scarna primordiale tolleranza, proseguendo ed approfondendosi negli anni.
Non deve essere fatto di tutta l’erba un fascio, ma la persona civile, corretta, educata, rispettosa, proprio perché ha tali qualità e valori non ha bisogno di mettersi in mostra, di distinguersi: convive inserita nei vari contesti, senza sottomissione ma con adattamento, senza il bisogno di sentirsi di dover sopraffare ciò che gli sta intorno, persone incluse.
Ma questo tipo di persone resta in ombra, nascosto dall’arroganza e prepotenza di chi invece si pone con pretesa superiorità, disponendo sempre di contestazioni perché il luogo e la gente che lo ospita non è e non vuole diventare o trasformarsi secondo le sue irritanti pretese.
E riparte così l’eterno ed inevitabile scontro, che purtroppo coinvolge una distinzione per provenienza e non per comportamento e rispetto, logorando sempre più ciò che le generazioni precedenti, avevano contribuito a costruire con sacrifici da entrambe le parti.
Non si vuole trovare colpe o colpevoli, ma le semplici riflessioni coerenti portano a rendersi conto che, indipendentemente dallo sbandierato sviluppo economico e territoriale, della modernizzazione, della successione di eventi ed epoche generazionali che implicano il cambiamento radicale di comportamenti, legami interpersonali, abbandono ed inconsapevolezza delle tradizioni, mettere un numero troppo elevato e sbilanciato di persone su un territorio malamente sfruttato, inflaziona il luogo, le persone, i rapporti e la vivibilità.
Si continua a costruire, non tutti (purtroppo tanti) hanno più le finanze necessarie per mantenere immobili doppi, tripli o di più, le normative e le imposte applicate sono un salasso economico, così come i progressivi e ripetuti interventi manutentivi o di adeguamento necessari sugli immobili ormai datati e tutto insieme crea disagi e impedimenti, allontana la serenità ed infonde il malcontento, la difficoltà a mantenere uno stile di vita che tende a superare e razionare le proprie disponibilità ed inesorabilmente tutto sfocia in conflitto tra le fazioni dei “bravi” e dei “cattivi” confusi nella reciprocità di posizione.
Un territorio principalmente votato al turismo, che ha poco meno di 15.000 abitazioni, di cui solo circa poco più di 3000 utilizzate da effettivi residenti e, quindi, circa l’80% di seconde case, patrimonio non utilizzato prevalentemente per 11 mesi all’anno (a volte anche più), è sbilanciato irreparabilmente; e nonostante tutto si continua a costruire inflazionando quanto già esistente.
L’alto numero di persone in piena stagione turistica sale così tanto che le spiagge necessarie per accogliere tutti dovrebbero essere 4,5 volte quelle che Andora può mettere a disposizione
Fare due calcoli, ormai credo sia superfluo e inutile, ma rifletterci e ragionarci su non sarebbe mai troppo tardi!
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"BAGNANTE" CONTADINO

Questo è un risvolto curioso e rimasto impresso nella memoria degli andoresi, perché era un comportamento che trasmetteva allegria e creava dei momenti trascorsi insieme tra “bagnanti” e “noi”, che costituiva e viene ricordato come una quasi occasione di festa, vissuta con grande partecipazione e coinvolgimento reciproco.
Nei mesi estivi, il territorio locale ancora estesamente rurale di alcune zone, apparteneva a quegli orti contadini che non solo erano fonte di approvvigionamento di frutta e verdura alle botteghe alimentari presenti, ma anche veri e propri punti vendita contadini, gestiti direttamente dalla famiglia locale proprietaria, che sospendeva per qualche manciata di minuti la vendita al dettaglio per recarsi fugacemente nei vicini campi a raccogliere in tempo reale ciò che il cliente chiedeva di acquistare.
E qui nasce la particolarità: più spesso di quanto si possa credere, il cliente, prevalentemente occorre dire in tutta sincerità “bagnante torinese”, si offriva di imbracciare zappa o attrezzo di raccolta per seguire o andare direttamente sul campo per “partecipare attivamente” alla raccolta di ciò che avrebbe acquistato e consumato.
Partiva così per andare a raccogliere pomodori, porri, carote, melanzane e peperoni, frutta in genere, armato di canestro al braccio, dove riporre quanto raccolto direttamente.
Al ritorno spesso riceveva uno sconto (strano da dire e da credere perché stiamo parlando di venditori liguri!!), ma anche delle aggiunte di vari generi vegetali offerti gratuitamente perché del giorno prima o magari non proprio di belle fattezze.
E capitava, quasi come un’attrazione turistica aggiuntiva, che il “bagnante” chiedesse gli orari di raccolta di frutta e verdura, per poter essere presente e cimentarsi a partecipare, con impegno e faticando anche mezze giornate, per e con il piacere di essere d’aiuto ed intervenire fattivamente all’attività del luogo in cui era ospitato.
Non solo, partecipava magari anche tutta la famiglia, come in un grande gioco di festa.
Alla fine dell’opera, nonostante il confronto con il ligure scontroso, riceveva in regalo di tutto e di più, da poter tranquillamente consumare nei giorni successivi, capitalizzando qualche ora di vacanza sottratta alla frequentazione di spiaggia e mare.
Oggi? Impossibile e fantascientifico! E sicuramente non solo per la mancanza di opportunità cosi diffuse come, invece, in allora.


Giulia (la prima a sinistra) partecipa, "dando una mano", all'attività quotidiana di piantagione del porro.
Foto Collezione privata - Mario Vassallo.
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I PINOLI

Il territorio “cittadino” andorese derivava da estensioni agricole coltivate.
Nell’Ottocento gli uliveti la facevano da padroni, ma il susseguirsi abbastanza ravvicinato delle due Guerre Mondiali aveva portato a speculare sul patrimonio legnoso e così le foreste di ulivi erano state rase progressivamente al suolo, venendo nel tempo sostituite da distese ortive e frutteti.
Non c’era tempo e spazio da dedicare a piantumazioni alberate che sfuggissero al criterio di pura necessità e pertanto l’alternanza alle coltivazioni era lasciata a quanto di arbustivo poteva crescere spontaneamente, dalle distese di oleandri, alla vegetazione tipica delle sponde e dell’alveo torrentizio, nonché piuttosto estesi canneti che assolvevano compiti di grande utilità nella gestione delle pratiche agrarie attuate, per l’ausilio prestato dalle “canne”, le quali contribuivano ad agevolare l’imbastimento delle strutture di supporto per non poche colture.
Gli unici vezzi arborei erano singole palme da dattero, che si ergevano superbe a distinguere le residenze coloniche padronali delle vecchie famiglie del posto: una sola ed esclusiva palma davanti al fabbricato di residenza, quasi a testimoniare la disponibilità economica di potersi permettere e concedersi in modo distintivo uno spazio di corte che dovesse non sottostare all’impiego delle coltivazioni.
I pini non facevano parte dell’area che conosciamo come centro cittadino ed inizialmente nemmeno delle pendici collinari.
Erano presenti solo in forma di “ciuffi”, delocalizzati, sparsi in ampie distese che derivavano da antichi usi e sfruttamenti quali pascoli, dove il bestiame dettava l’obbligo alla vegetazione spontanea di non potersi innalzare più di tanto dal suolo e selezionandone le specie che potessero sopravvivere.
L’abbandono dell’attività di allevamento portò inevitabilmente all’invasione vegetazionale, all’interno della quale il pino, albero a crescita piuttosto veloce rispetto ad altre essenze spontanee, con la sua ampia chioma ad ombrello, ha rapidamente colonizzato, trovando un ambiente idoneo alle sue caratteristiche vitali.
Si sono formate così le pinete, ma solo sui crinali collinari, mentre nella parte pianeggiante la presenza operativa agricola dell’uomo teneva l’albero controllato e lontano.
A partire dal secondo dopoguerra, l’espansione edilizia avrebbe aggredito le pinete, dapprima diradandole e poi progressivamente devastandole, riducendole sempre più di superficie e di numero di esemplari arborei, con la giustificazione che le radici a lungo andare avrebbero danneggiato le costruzioni e poi le chiome avrebbero sporcato con la caduta di aghi e polline.
Disboscamento in funzione della realizzazione di iniziali “termitai”, che hanno rosicchiato il territorio, cementificando ogni passo del “progresso”.
Gli urbanisti dell’epoca, oggi spesso non valutati positivamente per le proprie scelte attuate, nonostante tutto previdero di piantumare giardini pubblici e privati, aiuole, parchi (che un tempo contenevano giochi per bimbi, divertenti, ma poi improvvisamente diventati insicuri, pericolosi e assolutamente banditi, tanto da farci chiedere in più occasioni come possiamo aver fatto a sopravvivergli eroicamente per generazioni), marciapiedi lungo le strade con pini ad ombreggiare: quasi una monocultura alberata.
Tante scelte discutibili e ripetute, che comunque, hanno permesso la crescita ed il mantenimento di una cittadina nel verde per mezzo secolo, dopo il quale la concentrazione e la presenza alberata è stata e continua ad essere solo e sempre ridotta (non solo per i pini, ma per tutte le alberature di alto fusto in generale).
Un elevato numero di alberi ci ha dato ombra e ristoro per mezzo secolo e poi improvvisamente è diventato pericoloso, per la viabilità, per la sicurezza, per l’incolumità, nonostante le amorevoli cure con cui erano stati trattati negli ultimi anni, essendo sottoposti a ricorrenti premurose potature di alleggerimento che non solo gli sfoltivano i rami, ma gli amputavano anche sistematicamente le parti terminali degli stessi, come fossero alberi da frutto e permettergli di fare meno fatica a supportare il proprio peso e la resistenza alle ventate.
I pini non hanno compreso l’aiuto che gli veniva offerto tramite questi “scalpi” e hanno ceduto insieme.
E così, dal diffuso verde dei decenni precedenti, la Liguria, partendo dagli esempi delle cittadine di alto rango, si è indirizzata all’ombreggiatura garantita dai lampioni imbalsamati e senza foglie, con inibizione vegetativa e privi di prospettive di crescita, ma per un ambiente più pulito e sicuro; tanti paesi dei ciclamini e delle begonie, con irrigatori accidentalmente orientati a rinfrescare i marciapiedi: un modo alternativo per abbassare la temperatura di passaggio, evitando il disagio di inciamparsi in aghetti e foglie.
Proprio i pini, questi inconsapevoli malcapitati esemplari, nel pieno del loro vigore, lasciavano cadere i pinoli (fortunosamente non impallinavano senza lasciare scampo chi si trovasse a passarvi sotto), i quali rappresentavano una lontana fonte di passatempo e quasi sfida per i bambini degli anni Settanta, senza trascurarne la ghiottoneria.
Al mattino era una corsa a fare il giro delle aiuole, con il capo chino e con accucciate repentine, per carpire il maggior numero di pinoli possibili, per poi accomodarsi seduti su un muretto o un gradino, con una casuale pietra a romperne i gusci e rimpinzarsi.
I bambini del posto li raccoglievano quasi per concorrere a portarli via agli occasionali avversari e spesso finivano per diventare pesto insieme al basilico, oppure nella pentola domenicale del coniglio.
Io ero un abile cercatore, anche perché in quegli anni ero stato colpito da seri problemi di salute che mi impedivano di fare pressochè qualsiasi attività normale che facessero abitualmente i miei coetanei e così mi dedicavo alle quattro cose che mi erano permesse: una di queste era stare all’ombra, non sudare e raccogliere i pinoli, di cui non ne assaggiavo nemmeno uno, perché non era un alimento di cui potessi cibarmi.
Li raccoglievo in grandi quantità per “Struzzo”, un lucherino che ha vissuto con me, ingozzandosi letteralmente di pinoli, per circa quindici anni, in gabbia per sua scelta dopo un brutto incidente a cui era sopravvissuto miracolosamente con le mie empiriche e scombinate cure; in pratica in gabbia ci dormiva solamente di notte, perché tutto il giorno la porticina veniva aperta e svolazzava ovunque andassi e qualsiasi cosa facessi, compreso il tempo in casa a fare i compiti, dove lui, entrando dalla finestra della cucina, si accomodava sul tavolo a fianco ai pastelli, che passava a becchettare per tutto il tempo.
Tornando ai pinoli, tra bambini diventava un gioco, che dopo qualche giorno si trasformava in un’azione di gruppo, organizzata, una delle tante occupazioni nate dal niente che facevano abbandonare ogni rivalità, stringendo amicizie e pianificando vere e proprie battute di caccia ai pinoli, dalle quali si sviluppavano altre forme di intrattenimento in compagnia, in alternativa alla “solita” frequentazione spiaggiaiola e divenendo veri e propri appuntamenti fissi.
Si era sempre tra maschietti, perché le bimbe non percepivano alcun interesse a svolgere così accurate ricerche; al limite, talvolta, potevano prestare un minimo di attenzione al momento in cui c’era da assaggiare a fine raccolta.
Un’attività che sfociava in “competenze più tecniche” quando dalla semplice raccolta a terra si incontravano le pigne cadute, quasi sempre impestate di fuoriuscite resinose che inavvertitamente si appiccicavano alle dita e subito dopo impiastricciavano i vestiti, per la pronta e rinomata “suonata” con qualche “pattùn” (“sberlone”) da parte delle mamme: le nonne erano più bonarie e compassate, si limitavano a qualche improvvisata e nemmeno troppo credibile sgridata che seguiva un pronto intervento riparatorio appena tornati a casa, magari mezzoretta prima per “punizione”, tempo che era necessario a rimettere le cose a posto prima che rincasassero da lavoro mamma e papà, con una complicità affettuosa tra nonna e nipotino/a.
C’erano un elevato numero di pini che dai giardini privati si sporgevano su zone di passaggio pubblico, ancora di più erano quelli nei giardini pubblici e per le strade: giganteschi ombrelli che avevano la mia età, erano il cruccio che spaventava mamme e nonne lungo i tragitti con i piccoli di casa, perché il percorso si trasformava in una penitenza di continue soste per accurate ricerche, rendendo biblici i tempi di ogni esasperante spostamento.
Oggi finalmente i pini non creano più pericolo per il bene pubblico (o comunque sono sottoposti ad un’attenta “tutela” che li rende progressivamente inoffensivi) e nemmeno accidentali rallentamenti, tanto i pinoli non li raccoglierebbe più nessuno, essendo diventati tutti noi altamente igienizzati nella pulizia e ordine che regnano sovrani.
Ci riflettiamo ancora su occasionalmente per qualche istante, con un pensiero critico per coloro che si erano adoperati per impiantarli, per le loro scelte sbagliate e orgogliosi delle nostre, invece giuste, maturate dall’attenzione rivolta agli errori commessi nel passato e sicuri di garantire per il futuro un po’ di ombra a qualche sparuta “sgrigua” (lucertola).
Forse!!


Questa foto mi ritrae con il mio papà Berto e il mio inseparabile orsetto (primo regalo di Natale da me ricevuto) in viale Piemonte nel 1973.
Sulla destra si nota il filare ininterrotto di "pinetti", praticamente miei coetanei, recentemente eliminati negli anni scorsi.
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PER LE STRADE

Via San Damiano, via Andrea Doria, via dei Mille, erano tutte a doppio senso di marcia, mentre viale Roma si distingueva da tutte le altre strade andoresi perché era costituita da due corsie a senso unico, separate in mezzeria da una lunga e stretta aiuola semiabbandonata.
Le autovetture erano molto meno numerose, di dimensioni più ridotte, soprattutto in larghezza, e ogni strada era in grado si assolvere in pieno alla circolazione garantendo una fila laterale di parcheggi, senza per forza caratterizzare strozzature del tratto viario.
I dossi artificiali non erano ancora stati “inventati”, ma c’erano quelli naturali, garantiti dai rattoppi asfaltici per le numerose riparazioni di un acquedotto che, curioso a dirsi, “faceva già acqua da tutte le parti”, distribuendo in piena stagione acqua salata, alla quale si sopperiva con l’installazione di botti riempite giornalmente con acqua presuntivamente potabile e dispensata bollita nella temperatura a causa della lunga esposizione solare a cui era sottoposta (mai che una botte fosse posizionata all’ombre, privilegiando luoghi di facile afflusso).
Alcune di esse erano sistemate in prossimità di alcune delle tante cabine telefoniche SIP, inizialmente funzionanti con i mitici gettoni telefonici e successivamente adattate alle 200 lire di nuovo conio.
Queste, al proprio interno erano dotate dagli immancabili elenchi telefonici cartacei, limitati alle province locali, spesso sfogliati con grande utilità e mantenuti periodicamente aggiornati, i quali diventavano oggetto dei primi atti vandalici di stagione, durante i quali erano pressochè annientati, con le pagine strappate che svolazzavano tutto attorno al passaggio delle automobili: primi segni di inciviltà moderna che porterà a non metterli più a disposizione pubblica per le strade.
Le cabine telefoniche, verrebbe da dire, erano “gettonatissime” perché l’assenza di telefoni portatili e la mancanza di utenze domestiche fisse ancora in tante case, creava una sorta di silenzioso pellegrinaggio ai punti telefonici pubblici, soprattutto in determinate ore del giorno e prevalentemente la sera, anche qui con lunghissime code ed attese snervanti, spesso consolate da appuntamenti in colonna, per alleggerire l’attesa del proprio turno con quattro chiacchiere non a pagamento.
Il bello arrivava al momento della telefonata, quando il caldo afoso rendeva insostenibile restare privatizzati all’interno della cabina con la chiusura delle porte a molla e, quindi, si optava per posizionarsi a metà sulle stesse tenendole aperte ed “allietando” tutto il vicinato con i propri dialoghi che avrebbero dovuto essere e restare privati.
Le interurbane creavano un’ansia da sudori freddi, dovuta alla caduta dei gettoni in rapida sequenza, dei quali si perdeva il numero di quelli già “scesi”, inserendone a raffica e continuativamente di nuovi, per la paura che cadesse la linea non riuscendo a terminare l’agognata conversazione.
Un moto distrattivo che induceva a perdere il filo del discorso, ripetendo come un disco rotto cose già dette, per la contentezza degli utenti successivi in attesa, spinti da intenti incendiari.
La ciliegina sulla torta era il piacere igienico di maneggiare una cornetta unta e sudata, in cui tante persone avevano sputato in precedenza durante le loro conversazioni.
E comunque, la concomitante presenza di cabine telefoniche e botti con l’acqua potabile era una fonte inesauribile ed allettante per creare diversivi sfocianti in solenni litigate, con le quali i soliti “furbi” di turno tentavano di giustificare la loro gerarchia negli incolonnamenti, al fine di passare davanti agli altri; animate discussioni che giungevano talvolta a virili scrollate, successive ad articolate serie di improperi vari e dimostrazione delle sanguigne proprietà e conoscenze lessicali più irriguardose.
Lunghe file di persone con bottiglie e bottiglioni di vetro (le bottiglie di plastica erano pressochè ancora sconosciute, almeno per l’acqua) e taniche di ogni foggia, incolonnate sotto il sole cocente dell’estate, in trepidante attesa di riuscire ad accaparrarsi qualche litro di liquido più gradevole al gusto dell’acqua salata e terra che uscivano dai rubinetti di casa (quando uscivano!!), con la sorpresa beffarda di vedere inevitabilmente scemare l’uscita di acqua dalla botte proprio mentre era giunto il proprio sospirato turno.
I marciapiedi non erano numerosi come adesso, molte strade ne erano sprovviste e almeno in questo può trovarsi la giustificazione dell’abitudinario riversamento di mandrie sul sedime stradale, prepotentemente disinteressate a creare ostacolo al traffico veicolare.
Non mancavano gli artistici parcheggi a cavallo dei marciapiedi, con un’azione che a lungo ripetuta portava ad affossamenti di tratti degli stessi, appianando il dislivello tra la superficie pedonale ed il sedime stradale, costituendo meccanicamente il fenomeno adattivo che oggi chiameremmo “abbattimento delle barriere architettoniche”.
Tutto questo tradizionale e quotidiano svolgimento sociale avveniva ai bordi di un traffico stradale che offriva maggiore visibilità dei dintorni per le sagome più ridotte dei veicoli che transitavano a fianco, ancora privi di SUV, assurdi monopattini da corsa, ma arricchito da qualche moto, motorini e Vespa fregiati da chiome al vento, in un periodo in cui ancora si poteva percepire il vento tra i capelli in assenza dei caschi di protezione che sarebbero stati imposti di lì a poco.
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GLI USI ALIMENTARI

Il confronto culturale tra lo stretto mondo contadino locale e l’apertura della città e di altre realtà che ricevevano un maggiore influsso da parte di abitudini meno provinciali, portava anche ad una integrazione dal punto di vista alimentare.
Un ambiente più rurale basava molto dell’alimentazione sull’autoproduzione e, limitandoci alle abitudini dei bimbi, per “noi” una merenda o uno spuntino erano costituiti dall’assemblare in modo veloce qualcosa da mettere sotto i denti, in base a ciò che capitava sotto mano, o magari era avanzato da tavola.
I “bagnanti” erano invece già più avvezzi ai consigli pubblicitari dei “caroselli” televisivi e delle inserzioni sui settimanali, utilizzando abitualmente alimenti che proliferavano nei negozi locali in grande quantità solo durante il periodo estivo.
Un esempio banale su tutti, la mozzarella.
Ma torniamo al confronto.

Il “nostri bimbi” erano abituatio al panino, con le variabili farcitura spicce: il sugo (che non mancava mai), una fetta di frittata, il salame o la mortadella (preferiti a prosciutti perché più economici ed a tanti altri salumi spesso quasi sconosciuti), olio e sale (magari con qualche goccia d’aceto), burro e una spolverata di zucchero o cacao o tutti e due.
Inizialmente in modo raro e col passare del tempo sempre più diffusamente, quasi in occasione di festa, krafen, focaccia e ogni tanto pizza (perché sporcava di più) e le patatine (preferibilmente le Pai, che contenevano giocattoli-sorpresa a differenza delle San Carlo che erano solo da mangiare).
Chi veniva dalla città era più improntato alla classica brioche confezionata, più pratica e pronta all’uso, panini preferibilmente al prosciutto (perché ritenuto meno grasso e più salutare rispetto al salame o mortadella), la cui farcitura veniva richiesta direttamente al banco del negozio di alimentari al momento dell’acquisto del pane, creando inevitabilmente lunghe code di attesa ad essere serviti.
Per il “bagnante” era molto diffuso l’uso dello yogurt (localmente pressochè inutilizzato) e budini a lunga conservazione.
Questi ultimi di ditte quasi monopolizzatrici del settore (Galbani, Parmalat), erano una via di mezzo tra creme e gelatine, in vaschette di plastica spesso addirittura scolorite e deformate dall’esposizione al calore del trasporto, aromatizzate a gusti prevalentemente di frutti, che denotavano già che forse i frutti non li avevano mai incontrati.
Spesso si ricorreva allo scambio di merende, scoprendo nuovi sapori e testando ciò che sarebbe mutato a breve, variando le abitudini condivise oltre ai giochi svolti insieme.
Anche sulla tavola, per i pasti principali, c’erano differenze sostanziali: il “bagnante” insegnava l’esistenza del prosciutto e melone, consumati in quantità industriale, mentre “noi” insistevamo con pomodori ripieni freschi e zucchine – melanzane – cipolle ripiene al forno, preparate dalla “massaia” di casa, talvolta la sera prima, dopo aver terminato la giornata lavorativa, e messe “a freddare”.
Non mancavano scatolette di carne in scatola, principalmente Simmenthal con la caratteristica apertura a chiavetta per arrotolarne la linguetta di sigillo: operazione che tanto era un traguardo per sentirsi diventati grandi nel momento in cui era consentito di poterlo fare, tra mille raccomandazioni di fare attenzione a non tagliarsi.
E poi, i vari tonni, che subiranno uno scalzamento nelle preferenze con gli Spuntì, delle sorte di patè spalmabili a base di carne o pesce, la Manzottin, ciclicamente sconsigliata, nelle confidenze scambiate, a causa di presunte impurità produttive, ecc.

E che dire dei dadi?
I dadi erano degli insaporitori per eccellenza, quando l’avvento dei cibi in busta surgelata era ancora da realizzarsi.
Ebbene, un dado, talvolta centellinato e utilizzato in più dosi frazionate, era sempre nel sacchetto, o meglio nella retina della spesa (perché oltre ai sacchetti classici esistevano delle borse fatte a retina, riutilizzabili per anni), le quali diventavano un pericolo nei trasporti in bicicletta, perché le lunghe maniglie le portavano ad infilarsi tra i raggi delle ruote, facendo rischiare improvvise cadute.
A farla da padrone era il dado Star, grazie anche ai sui punti su uno dei fianchi lunghi della scatoletta, che venivano raccolti su schede assimilabili ad un giornaletto, per mirare ad ottenere “ricchi premi”, illustrati su un apposito catalogo consultabile in unica copia presso il punto vendita.
In estate, con gli arrivi turistici, sullo scaffale dei dadi si intensificava la presenza di altre marche, Knorr e Liebig, che creavano a “noi” la tentazione di provarli, salvo poi tornare alla tradizionalità precedente.

Il settore dei latticini, per “noi” era basato sulla scaglia di formaggio, quello “da grattare” (ossia grattugiare), molto comune perché poteva essere utilizzato un po’ per tutto e la varietà non era sicuramente ricercata, così come era pressochè sconosciuta la differenza tra Padano e Reggiano: l’importante era che fosse buono (mai capito un metro di valutazione effettivo relativo al gusto, ma assolutamente più concepibile l’apprezzamento rispetto al prezzo più conveniente!!), senza tante “belinate” di palato.
Ogni tanto ci si poteva togliere qualche sfizio con gruviera, ricotta, stracchino, gorgonzola (questa, spalmata, aiutava qualche veloce variante di panino) e poi tutti gli altri formaggi erano catalogati bonariamente con il termine cumulativo e accomunante di “formaggetta”, così si faceva prima!
Non mancavano i formaggini, tendenzialmente acquistati per i bambini, ma in effetti capriccio anche per i grandi, che nascondevano così il ricorrere ad un utilizzo di alimenti più risparmiosi.
Quali formaggini?
Susanna, scatoletta rotonda piatta, che conteneva formaggini di forma a spicchio confezionati singolarmente in stagnola e con sopra etichetta triangolare in carta; acquisto ricercato perché consentiva di raccogliere i punti che avrebbero permesso di raggiungere il regalo della “Mucca Carolina” gonfiabile.
Mio, scatoletta di cartone appiattita classica, contenente tre formaggini quasi quadrati, confezionati singolarmente in stagnola, con la sorpresa costituita da sagomine gommate di personaggi (in genere si rifacevano ai fumetti, o ai cartoni animati, che erano i supereroi dell’epoca).
Bel Paese, scatoletta cilindrica di plastica, forata su coperchio e fondo, contenente due formaggini a disco, più grandi per quantità rispetto a tutti gli altri, confezionati singolarmente in stagnola, con sopra etichetta circolare in carta; i “nostri bambini” li gradivano il modo particolare nel mese di giugno e inizio luglio, perché la scatoletta serviva a effettuare la caccia alle lucciole e alle coccinelle, che venivano catturate la sera e liberate al mattino, se non fossero riuscite a scappare già nella notte attraverso i buchetti della scatoletta; il fatto che il piccolo contenitore fosse di plastica rigida ed in due pezzi completamente staccati, permetteva una più agevole cattura degli insetti, in quanto era possibile tranciare la foglia o il rametto su cui la preda era posata, aumentando il raggio d’azione di cattura e limitando che potesse volare istantaneamente via.
Il formaggino, o veniva spalmato sul panino, o finiva ad “ingrassare” la minestrina di dado, che non raramente era aromatizzata maggiormente con l’aggiunta di un giovane getto di maggiorana, aromatica presente in quasi tutte le pietanze estive locali, magari alternata o mischiata con origano, prezzemolo e basilico, dando quel profumo e sapore tipici di estate ligure.

Poi il pane.
Al mattino, corsa a fare la fila da panetterie e botteghe di alimentari, per accaparrarsi uno spuntino per prima di pranzo.
Nacque così l’intollerata e tormentante incapacità di adattamento e comprensione da parte del “bagnante” nei confronti di riferimenti tipici e tradizionali usi locali, i quali prevedevano da sempre una semplicissima distinzione tra focaccia e pizza, che improvvisamente e disgraziatamente venivano richieste con le infastidenti definizioni di “pizza bianca” e “pizza rossa”, come se esistesse un’incapacità genetica e mentale ad assimilare con rispetto terminologie locali, tipiche del luogo che ospita.

Da sempre oggetto di diatriba sociale e culturale, con vanto di superiorità linguistica, chissà come sarebbe stata recepita a parti invertite definendo “brodaglia d’aglio” una “bagna cauda” o “fetta di carne girata in pan grattato” una “cotoletta alla milanese”!?
Resta il fatto che l’alternativa era un pratico panino imbottito con qualche fetta di salumi, sbrigativamente economici, e poi via verso la meta giornaliera di spiaggia e mare, con la classica ripetuta processione a passo svelto per occupare i posti migliori sull’arenile o quello assegnato negli stabilimenti balneari a pagamento, come una sorta di transumanza celebrata fuori dai marciapiedi, nell’ostentazione di una padronanza del luogo.
Il “bagnante” effettuava l’acquisto a numero di panini o ad etti, tra i vari sondaggi di quali fossero le peculiarità di ogni variante esposta, condendo l’acquisto con qualche pezzo di quelle che definiva odiosamente e maledettamente “pizza bianca” e “pizza rossa”, e ricorrendo ad uno stuzzichino mattutino con una manciata di grissini.
L’acquisto effettuato a peso, qualche volta dava il via ad un “teatrino”, sottilizzando sull’accidentale superamento del peso una volta messo sulla bilancia, richiedendo ripetuti tentativi di sostituzione di alcuni panini con altri per rientrare per pignoleria nel peso richiesto inizialmente
Per “noi” la questione era più sistematica e ripetitiva, perché il tipo di pane era sempre lo stesso e, secondo il giorno della settimana, variava solo la quantità che era espressa a peso e valutata in termini di quarti di chilo, senza badare se la pesata eccedesse o variasse dalla richiesta iniziale; i grissini venivano spesso snobbati, perché più cari a parità di peso (liguri non per caso!!).

… e la carne.
Per “noi” era un acquisto quasi occasionale e assolutamente saltuario, prediligendo polli interi (le interiora erano ancora considerate una leccornia) che venivano poi trattati a casa, secondo le proprie necessità ed abitudini nei modi più articolati, qualche pezzo ridotto a spezzatino, o trita, o da bollire (in realtà destinata al sugo e richiesta da bollire, perché così si riconduceva ad un pezzo poco pregiato e più economico), oppure salsiccia (utilizzata per insaporire il sugo e poi rosolata nuovamente per essere consumata a parte).
Tutto il resto erano “fettine” indipendentemente e senza distinzione di taglio, con la sola eventuale eccezione della “bistecca co-o mànego” (la costata, da mangiarsi un paio di volte nella vita per fare contento qualcuno in famiglia, disperandosi del prezzo pagato e facendo continuo paragone con quanto altro si sarebbe potuto comprare e mangiare con pari spesa!!).
Per il “bagnante”, e qui c’era solo da osservare e imparare, magicamente ogni pezzo, ogni nome, ogni taglio, avevano un significato, delle caratteristiche specifiche, degli usi dedicati e preferibili: una vera e propria arte conoscitiva che lasciava un po’ sorpresi e quasi sgomenti di come un semplice pezzo di carne potesse avere ed assumere un’identità così tanto distintiva da renderlo unico e diverso dagli altri che aveva adagiati a fianco, in bella vista, nella vetrinetta del bancone nella macelleria.
Una differenza epocale era l’arte del taglio della carne: i macellai “nostrani” erano veri e propri maestri nell’affettare la carne col coltello e con due di forma e lunghezza diversa potevano fare praticamente qualsiasi cosa fosse pensabile, aggiungendo all’acrobatico maneggio dell’utensile impugnato una sapienza di tagli che raggiungeva spessori da “carta velina”; tutto senza l’utilizzo di macchine affettatrici.
E in questo frangente si evidenziava l’osservazione ammirata tra “noi” che restavamo incantati dalla sapienza e maestria artigianale, precisa e curata del macellaio, rispetto all’acuto distacco del frettoloso “bagnante”, che per paura che il mare scappasse da un momento all’altro, richiedeva già all’epoca un taglio a macchina, più rapido e sbrigativo, con il quale ogni fetta fosse fotocopia delle altre, preferendo un’anonima e più omogenea replica di spessore ad una malaugurata unicità del taglio manuale.

E finiamo con le “leccaìe”, ovvero le “golosità”.
Le caramelle, una stecca di Charms in vari gusti o di Tic Tac, erano sempre presenti nella borsa della spiaggia, insieme ai costumi di ricambio.
La borsa veniva accuratamente appesa all’ombra alle stecche dell’ombrellone, oppure sistemata accuratamente sotto strati di vestiti, con la “sorpresa” che il calore della giornata scioglieva le caramelle, tanto che quando si andavano a prendere non restava che succhiare un impiastro appiccicoso tra le veline del pacchetto.
Dopo l’inconveniente capitato, si optava saggiamente per i “cicles”, perché si chiamavano ancora comunemente in questo modo le gomme da masticare, sputate ed appiccicate ovunque, tanto amate quando accidentalmente spalmate sotto la suola delle scarpe!!
I o le “cicles”, il genere maschile o femminile derivava arbitrariamente da come si volessero considerare e chiamare, cioè le gomme da masticare, erano delle più disparate dimensioni, gusti e forme, ma la parte del leone erano le Brooklyn “la gomma del ponte” come recitava lo slogan sparato a mille, un tavoletta sottile, con i suoi innumerevoli gusti, dal sapore che svaniva dopo poche masticate, per le quali occorreva non poca tecnica per realizzare un “palloncino”, gestita a lungo nell’ostentata perseveranza a “ruminare”.
Presto arriveranno nell’uso comune le Big Babol, con la variante alla fragola, più consistenti, grosse e gommose, con sapore e profumo più persistenti e duraturi, che permetteranno di fare palloncini giganti, spesso oggetto di scherzi mirati a farli esplodere improvvisamente, impiastricciando interi visi e capigliature dei malcapitati artisti, non senza qualche accidentale e forzato taglio di capelli per eliminare i residui dell’esplosione.
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LA CHITARRA

Alcuni generi musicali che oggi vanno per la maggiore, come ad esempio il Rap e tutte le sue sfaccettature e derivazioni, erano ancora sconosciuti.
Le canzoni del momento erano rappresentate dalle composizioni delle Hit Parade, tanto attese settimanalmente sulle riviste, come “Sorrisi e Canzoni TV” (la “Classifica del Super Gattone”), dove si riuscivano a trovare anche i testi da imparare a memoria e canticchiare, magari dietro alle proposte radiofoniche o facendo qualche sortita nei negozi di dischi e chiedendo che ci venisse registrata una musicassetta che includesse i 45 giri preferiti e del momento.
Eravamo ancora in pochi a conoscere l’inglese e, in conseguenza, i nostri repertori erano principalmente canzoni italiane, salvo per i più appassionati, i quali conoscevano già con sorprendente familiarità anche pezzi, aggiornati e meno, di mostri sacri internazionali, i miti che segneranno la storia della musica, diventando i “classici” di ogni tempo.
Tuttavia, gli anni ’70, almeno inizialmente, non riescono a sfondare il mito delle canzoni “immortali” del repertorio anni ’60 (e parte della fine degli anni ’50) e così, i tormentoni estivi richiamano la storia musicale passata, salvo qualche “nuova entrata” più attuale.
La gente canticchia ancora in modo estremamente spontaneo, senza l’accompagnamento di stereo, cuffiette e quant’altro; canticchia semplicemente in compagnia, in semplici e comuni momenti di aggregazione tra amici che trascorrono spensieratamente del tempo insieme.
Ci si incontra in un gruppetto e che si fa? Ci si butta a sfoggiare le proprie doti canore, tanto per divertirsi.
Qualcuno più avanti c’è sempre, in tutte le compagnie! E nel gruppo arriva puntualmente chi porta la chitarra, e molto probabilmente la sa suonare più che strimpellandola in modo improvvisato.
Ci incontriamo stasera al solito posto? Porti la chitarra?
Ecco che la serata è organizzata, un gruppo di amici, una panchina, la spiaggia, gli scogli di uno dei moli sul mare, un’aiuola dove sedersi tutti intorno e vicini e ….. inizia il concerto con brani famosi, le ragazze in coro su tutti, la gente che passa e si ferma, si intrattiene e magari partecipa attivamente.
Se si è fortunati i chitarristi sono più di uno, e allora via al concerto dal vivo, dove ognuno dei suonatori intratterrà i presenti con i propri virtuosismi che si rincorreranno in assoli ed alternanze come strumento solista accompagnato a turno dagli altri.
Chi in quegli anni non ha trascorso una serata sulla spiaggia, un cerchio di pietre, un fuocherello acceso con un giornale e quattro sterpi raccattati nei dintorni, tutti seduti intorno sulla sabbia, guardandosi attraverso i bagliori delle fiammelle, coppie abbracciate con la scusa che si sente freddo, persi nello scorrere del tempo …..
Un gruppo di amici, alcuni dei quali si perderanno per strada, una serata come tante altre che diventa un juke-box a richiesta fino a tarda ora, con la speranza di ripeterla altre sere e che sarà comunque parte dei nostri malinconici, ma felici ricordi.
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LE BICICLETTE

La bicicletta, un mezzo di trasporto comodo, veloce, economico, pratico, che ha segnato gli spostamenti quotidiani e il cui uso più frequente segnava l’arrivo della bella stagione e il trascorrere dell’estate.
Il “bagnante” non era immune al fascino della praticità rappresentata dalla bicicletta e non poteva farne a meno, con la scusa che era anche un movimento sano, ma soprattutto perché, seppure la concentrazione di autoveicoli fosse minore rispetto alla situazione odierna, permetteva di arrivare immediatamente e direttamente in ogni caso proprio sul posto, in spiaggia, all’ingresso dei negozi, utilizzare scorciatoie, sui marciapiedi e, soprattutto, poter effettuare una delle azioni più sorprendentemente realizzative ed appaganti: andare contromano sulle strade!
Non era ancora nata l’era delle mountain bike e le biciclette “classiche” erano sostanzialmente di quattro tipi:
  • da uomo;
  • da donna;
  • la graziella (praticamente una variante da donna di più piccole dimensioni);
  • da corsa.
Intanto occorre premettere che inizialmente le prime tre categorie erano a rapporto fisso, quindi senza articolati ed acrobati cambi, permettendo una maggiore stabilità della catena, mentre la bici “da corsa” era l’unica “complicata” dalla presenza di un cambio, ma non era la preferita a causa del telaio spiccatamente da uomo (con il tubo in mezzo tra sellino e manubrio), del manubrio con impugnatura curva verso il basso che portava ad assumere una posizione “sdraiata”, il cambio (salti di catena a non finire), le ruote tubolari, mancanza di campanello (a per un certo periodo anche del maniacale specchietto laterale sul manubrio), mancanza del cavalletto (in alcuni modelli, per la verità quasi tutti, non era proprio installabile), mancanza del paracatena, sellino scomodo per una normale abitudine, impossibilità di montare un cestino porta-spesa o un portapacchi.
Ragioni più che sufficienti per non giustificare il solo vantaggio di poter andare più veloci!
Si tornava così con “i piedi per terra”, rivolgendo solo l’attenzione ai primi tre tipi citati (da uomo, da donna, graziella).
La variante sostanziale stava nella forma del telaio: la bici da uomo, come detto in precedenza, aveva il tubo in mezzo, in quale impediva alla donna di inforcare agevolmente la bicicletta, dovendo scavalcare il sellino con gli ovvi disagi e pericoli di inciampo in caso si indossasse una gonna.
Per il resto la dimensione era un po’ più grande del modello femminile, agli inizi del periodo (anni ’70) presentava ancora frequentemente i freni a bacchetta con i tamponcini in gomma, non sempre montava il paracatena, il manubrio aveva le impugnature non ripiegate indietro e, soprattutto non aveva le retine laterali di protezione alla ruota posteriore.
Il tubo centrale diventava un vantaggio per portare un bimbo seduto di fianco, possibilmente su un’imbottitura di fortuna ottenuta con un cuscino da sedia arrotolato e fissato con due spaghi alle estremità, che si teneva con le manine alla parte centrale del manubrio, mantenendo le gambine a penzoloni, di alto, un po’ sollevate rispetto alla naturale posizione verticale e con i piedi incrociati, in modo da costituire meno impaccio possibile alla pedalata e alle “sterzate”.
Successivamente i freni a bacchetta saranno sostituiti da quelli a cavetto e, verso la fine degli anni ’70 – inizio anni ’80, diventeranno abbastanza comuni i modelli con i primi cambi a tre e cinque rapporti (solo dietro), che permetteranno di “tirarsela” sfoggiando l’ultima innovazione meccanica, quasi come se si avesse un aeroplano sotto al sedere.
La bicicletta da donna, fortemente replicata nella “graziella” è alla fine prediletta anche in forma vacanziera dal sesso maschile, permetteva una postura con busto più eretto, con maggiore godimento turistico della vista dei dintorni, ma con altri vantaggi non da poco:
  • le maniglie del manubrio, piegate indietro ortogonali all’asse dello stesso, permettevano più agevolmente un controllo anche in caso vi fossero stati appesi i sacchetti della spesa; la conformazione del telaio e del manubrio permettevano facilmente di installare comodi portapacchi (dietro), che nella “graziella” era parte integrante del telaio “di serie”, e cestini (davanti e dietro);
  • la pedalata era più fluida, a causa di rapporti fissi, ma più morbidi;
  • il paracatene proteggeva dallo sporcarsi di grasso della catena;
  • il sellino era più largo, più morbido e più comodo in generale;
  • entrambe le ruote erano dotate di parafango;
  • la ruota posteriore, e raramente anche quella anteriore, possedevano lateralmente una retina a raggiera che proteggeva il quarto superiore della ruota, limitando gli spruzzi anche di fango e impedendo ai vestiti di essere pinzati e trascinati, pericolosamente e dannosamente, tra i raggi delle ruote in movimento;
  • la bicicletta poteva essere inforcata più comodamente sbilanciando meno il corpo e partendo con la pedalata in piedi da fermi;
  • alcuni modelli, più spartani, possedevano di serie un lucchetto a chiavistello montato fisso sul telaio sotto la sella ed agente per bloccare la ruota posteriore.
La “graziella” ha soppiantato rapidamente ogni altra forma di bicicletta estiva, data la praticità di minori dimensioni, manubrio a “V” allargata, la presenza di portapacchi posteriore parte del telaio, nonché, per alcuni modelli, il telaio pieghevole in corrispondenza anteriore ai pedali, bloccato da un sistema a “galletti”, abbastanza pratico da nuovo, ma facilmente arrugginibile nel tempo, fino a diventare un monoblocco.
E così, in un periodo in cui le automobili non avevano ancora le cinture di sicurezza e i ciclomotori e scooter venivano guidati senza casco, la bicicletta diventava il mezzo di spostamento estivo, quasi un veicolo da spiaggia, che permetteva di arrivare praticamente sull’arenile, in barba a traffico, parcheggi, sensi di marcia.
Persone di tutte le età sfoggiavano una pedalata tutt’altro che sportiva e competitiva come oggi invece succede sulle “bici tecniche” (mountain bike in testa), spostandosi carichi di ogni mercanzia possibile, e sempre attenti a salutare con un gesto del capo, o un saluto sventagliato tra una pedalata e l’altra.
Non era importante correre, interessava arrivare comodamente.
E nel farlo ci si dava un passaggio in piedi sul portapacchi posteriore, o sul tubo tra le ginocchia e, per i più coraggiosi, seduti sul manubrio.
Il “bagnante” ci ha insegnato l’uso del campanello, che noi adoperavamo solo per salutare qualche conoscente incontrato sul tragitto.
Invece, grazie ai corsi di approfondimento ricevuti, abbiamo imparato che il campanello si usa per fare spostare chiunque osi incanalarsi o trovarsi sulla nostra traiettoria, perché se siamo al manubrio, l’universo intorno a noi deve rispettare la nostra assoluta precedenza, e alla svelta!

Molte famiglie di turisti, dall’inizio delle loro avventure andoresi, hanno posseduto e portato sul luogo biciclette, che molto spesso sono state lasciate qui per la volta successiva e, pur passando le generazioni, le biciclette sono rimaste le stesse, con i segni del tempo accentuati dalla loro esposizione agli agenti marini, che ne hanno comportato una massiccia ossidazione; tuttavia, le “vecchie” famiglie di “bagnanti” utilizzano ancora oggi quei modelli: non si sono lasciati abbindolare da leghe leggere, modelli aerodinamici, tecnologia meccanica avanzata, ma hanno semplicemente preservato e mantenuto le loro fide biciclette, inseparabili compagne di tante avventure estive …. e per alcuni, non solo estive.
Oggi, la caratteristica che sfoggia e distingue subito la bicicletta dell’originario “bagnante” è il grado di manutenzione e la vetustà di alcuni modelli usati, che molto spesso sembra più datata degli anni effettivi: questo è un particolare vivo, facilmente rilevabile sulla passeggiata del lungomare e fuori dai negozi nel periodo estivo, dove si genera un sorriso al cospetto di alcuni esemplari per i quali si immagina siano stati portati in braccio e che presentano catenacci e lucchetti che in taluni casi, superano e doppiano il valore della bicicletta stessa.
Questa è l’osservazione che sollecita il rispolvero di amichevole ricordi, di quando in passato capitava, per fortuna non troppo ricorrentemente, di vedere transitare ciclisti trafelati, a bordo di bici con un solo pedale e senza freni, i quali erano prontamente sostituiti dalle infradito (che a volte si sbrindellavano scappellando qualche unghia negli interventi di emergenza), ma comunque funzionanti grazie ancora alla presenza di entrambe le ruote; biciclette che per tutto il resto dell’anno restavano appoggiate ad abbronzarsi sui balconi di alcune palazzine.

Concludo con un ricordo di ormai parecchi anni fa.

Un anziano signore torinese, con un carattere tutt’altro che amichevole, arrivava ogni giorno con una vecchia bici “graziella”, tanto marcia persa di ruggine da rendere incredibile che non si fosse ancora sbriciolata su se stessa.
Nel cestino posteriore portava un catenaccio con anelli spessissimi e parecchio lungo, con un grosso lucchetto.
Arrivato al fondo dello sterrato, dove cominciava la spiaggia del Porto ed a destra c’era il cancello che immetteva sul molo, “parcheggiava” la bici tra il muretto di recinzione ed un palo, spostando ed a volte scaraventando via le altre bici che qualcuno aveva osato posizionare dove doveva parcheggiare la sua.
Il palo era un esemplare che andava d’accordo con la sua bici, perché tra i due non si sapeva quale fosse il più malconcio e probabilmente era stato “miracolato”, perché non era chiaro per quale concetto fisico potesse ancora stare in piedi.
Ebbene, l’anziano signore arrivava, faceva spazio alla sua bici, la appoggiava al palo al quale la legava accuratamente con due giri del suo enorme catenaccio con lucchetto.
Un giorno gli chiedemmo per quale motivazione effettuasse ogni volta tutto questo impegnativo rituale e ci rispose, in modo parecchio sgarbato, che lo faceva per proteggersi da “delinquenti” come noi (da tenere presente che quasi tutte le altre bici, comprese le nostre, erano semplicemente appoggiate senza alcun lucchetto e non sono mai sparite ….. altri tempi!!).
Noi osservavamo “divertiti” la scena ogni volta, sghignazzando, fino al giorno in cui, improvvisamente decidemmo di agire.
Qualcuno si procurò gli attrezzi necessari, che a dire il vero non erano chissà che cosa, perché sarebbe bastata la forza di un pensiero intenso, e venne segato il palo, lasciando la bici perfettamente legata al nulla, ma rigorosamente al proprio posto.
Quando l’anziano signore tornò e si accorse di quanto successo, cominciò ad inveire contro tutto e tutti, tra l’ilarità generale dei presenti che avevano già assistito divertiti alle “fasi di lavorazione”.
Non lo vedemmo più.
Probabilmente aveva cercato e trovato un palo in qualche altra spiaggia, dove incatenare accuratamente la sua bici.
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IL TAGLIO DELLA CARNE

Noi bambini del posto venivamo spesso da origini contadine, e se anche fossero state di altra provenienza, appartenevano comunque ad un ambiente tipicamente inserito nel contesto rurale dei dintorni e per di più all’interno di un relativamente piccolo paese, il quale stava velocemente crescendo con i ritmi della trasformazione legata allo sviluppo turistico.
Le famiglie di “bagnanti” che ci raggiungevano d’estate erano molto spesso legate ad ambienti più cittadini, o forse questa era la considerazione di base che facevamo in automatico, confrontandoci in termini distintivi.
Non erano l’età o la provenienza geografica gli elementi principali che costituivano contrapposizione, ma le abitudini di vita e comportamentali.
Una di queste, che oggi fa sicuramente sorridere risultando difficile da credere e quasi assurda da raccontare, era il modo di mangiare la carne!
Nel nostro territorio era molto praticata la caccia; sostanzialmente in quasi tutte le famiglie c’era almeno un componente che si dedicava per necessità o per diletto, o tutti e due i casi, all’attività di caccia.
Pertanto, sulla tavola, per circa sei mesi l’anno (da settembre a marzo), almeno tre giorni a settimana giungeva selvaggina, principalmente uccelletti della fauna locale o di passaggio.
Esemplari procurati dal capofamiglia o dai fratelli grandi, venivano consegnati a mamme e nonne, quindi accuratamente spiumati, eviscerati e rosolati in casseruola, talvolta unitamente a pezzi di pollo (solitamente zampe o ali, perché con tempi di cottura compatibili), portati in tavola e rigorosamente spolpati e succhiati con l’utilizzo delle mani in assenza di qualsiasi forma di posateria e rifinendo l’opera con una sontuosa leccata di dita finale.
Il consumo “a mano” della cacciagione era esteso anche agli altri pezzi cotti in pentola e, in conseguenza anche a tutte le cotture di pollo (cibo piuttosto comunemente utilizzato), coniglio, salsiccia, coda bovina (di uso piuttosto frequente).
Non parliamo del pesce, che per fortuna si mangiava raramente: in questi casi la manipolazione diventava da incubo.
Le posate finivano per essere utilizzate solo per le bistecche (mangiate raramente e sottili), per le quali emergeva una ulteriore sorpresa.
Infatti, nelle portate per i bambini, al fine che i bocconcini risultassero facili e non pericolosi per la masticazione, non venivano tagliati, bensì “strappati” usando due forchette anziché la combinazione classica di forchetta e coltello.
Queste consuetudini portavano a manifestare a tavola comportamenti “selvaggi” da parte di noi piccoli, che diventavano preoccupanti quanto, gli amici “bagnanti” in forma di spontanea amicizia e cortesia invitavano, almeno una volta in tutta l’estate, uno di noi bambini a mangiare con loro, che erano perfettamente avvezzi da giovanissima età all’uso abituale delle posate, anche per le operazioni ai nostri occhi opere d’arte di virtuosismi acrobatici.
E lì scattava l’immancabile brutta figura, che si provava a coprire ingenuamente, facendone una peggiore e trasferendola sulle spalle dei nostri genitori, sfoderando la giustificazione sgarbata secondo cui non ci piaceva la carne cotta nel modo in cui ci veniva offerta: unico modo per cercare di evitare di mostrarci nella nostra incapacità manuale di approccio ad un secondo di carne, o peggio ancora di crostacei.
Era troppo brutto e imbarazzante accettare la nostra incapacità; non ci restava che osservare, cercare di imparare ….. e tenerci la fame vedendo mangiare gli altri commensali.
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LUOGHI DI RITROVO E DIVERTIMENTO

Le compagnie, intese come insieme di persone, erano spesso molto numerose e affiatate, talvolta costituite da gruppetti più o meno indipendenti tra loro, che finivano per ritrovarsi negli stessi e soliti posti.
Sicuramente le discoteche/locali da ballo e cinema fornivano mete frequentate nei fine settimana, ma anche in altre serate ci si incontrava i qualche posto.
Tanti sono stati i locali che hanno attirato abitudinariamente orde di frequentatori ed alcuni hanno caratterizzato i decenni precedenti oppure quelli successivi, mantenendo pressochè inalterato il loro richiamo e la loro ospitalità.
Nella ristorazione, con una localizzazione innovativa e assolutamente strategica, il Ristorante Tortuga raggiunge all’inizio degli anni ’70 la sua attuale ubicazione, “trasportandosi” da quello che diventerà l’ingresso del Porto.
Il suo spostamento in posizione centrale sul tratto litoraneo andorese, determina la formazione del molo che per tanti anni resterà legato ad una identificazione locale con il nome di “molo del Tortuga” ed il ristorante diventerà rapidamente un punto di riferimento ricercato e frequentato per i tipici piatti di pesce.
Anni dopo, emergerà rapidamente e quasi improvvisamente la spaghetteria di Arturo, la cui presenza resterà indelebile nei ricordi collettivi sia per le indimenticabili mangiate in abbondanza con ricchi condimenti, sia per la presenza istrionica e fuori dagli schemi del titolare, il quale diventerà “famoso” per i suoi curiosi spesso insoliti modi di “intrattenere” il cliente.
Tuttavia, i ristoranti restano una meta impegnativa, spesso alternata con più spicce pizzerie non sempre attrezzate per altri tipi di portate, ma gettonatissime insieme alle “tavole calde” che rappresentano l’unione promiscua di bar – paninoteche – pizzerie ed un abbozzo di qualche piatto da ristorante.
Si tratta di locali che vivono una attiva presenza turistica stagionale nei periodi estivi e abitualmente chiudono i battenti per lunghi periodi nel resto dell’anno, aprendo nei fine settimana, ma neanche in tutti.
L’abitante locale è ancora piuttosto orientato ad una frequentazione ristorativa solo per rare occasioni, preferendo il pasto in casa, senza ancora grande abitudine all’asporto e, pertanto, non è un cliente trainante.
Due locali che hanno segnato in modo semplice, ma profondo, la storia andorese del periodo, furono “La Piola” e il “Bar Sport”.
“La Piola” in via Sant’Ambrogio, nella sua veste di innovativa paninoteca diventa un punto di riferimento principalmente per il ritrovo delle generazioni giovani tardoadolescenziali e oltre; un luogo dove trascorrere qualche ora in compagnia, magari al caldo durante le fredde giornate invernali.
Il “Bar Sport” sulla via Aurelia, diventa il fulcro dei ritrovi serali, dopo cena, da parte di lavoratori che si riuniscono per qualche partita a dama, ma soprattutto per studiare evolute forme di sistemi per schedine del Totocalcio, alla caccia di un ricco 13, mettendo in pratica ognuno tutte le proprie profonde conoscenze da allenatori del settore, con grandi discussioni, scommesse amichevoli e pronte prese in giro all’ennesimo fallimento della domenica.
Alcuni frequentatori si presentano ogni sera, passando i primi giorni della settimana a ridere delle mancate vincite dei “giocatori” e le altre, in avvicinamento al fatidico appuntamento della verità domenicale a “canzonare” ed aizzare i “schedinisti”, soprattutto quelli che dopo accurati e profondi ragionamenti ed animate discussioni finiscono per rigiocare, all’infinito per ogni settimana, la stessa identica combinazione, solo perché almeno una volta nella vita la stessa aveva sfiorato un vincita e, pertanto, era meritevole di appropriatezza e da tentare nuovamente.
Per tanti, una vincita rappresentava il sogno di poter migliorare la propria condizione economica e sociale, limitare le ristrettezze ai propri componenti famigliari e per ammortizzare la spesa senza privarsi della rincorsa al sogno, l’elaborazione di sistemi, apparentemente complessi ed infallibili veniva spartita ogni volta tra i vari occasionali partecipanti, arrivando per scaramanzia ad acquistare schedine con colonne già precompilate e puntualmente …. soldi buttati via senza alcun ritorno.
I ragazzi si riversavano per lunghi pomeriggi nelle sale giochi, segnalate dai crocchietti nelle zone porticate antistanti e a fare gruppo seduti sui Ciao, le Vespe ed i ciclomotori dell’epoca, parcheggiati in prossimità dei marciapiedi, sul cavalletto e con persone sedute su selle, portapacchi e in braccio, attorniati dai suoni dei videogiochi che impazzavano all’interno.
Nei fine settimana, alcuni gruppi si spostavano nelle discoteche, principalmente locali e senza tante migrazioni abituali nei paesi limitrofi.
In questi locali facevano sfoggio i Tony Manero nostrani, con tanto di camicia aperta sul petto villoso (almeno chi si poteva permettere il fisico), “suastru” vistoso al collo, sigaretta per aumentare di un tono o due e capello alla moda.
Andora disponeva del Cinema Rossini, facente parte del complesso Ariston, con una sala da proiezione prevalentemente aperta nel periodo estivo e, in qualche occasione durante il corso dell’anno, per gli alunni delle classi scolastiche locali, con un calendario dedicato con riguardo alle famiglie, preferendo tale pubblico piuttosto che ai successi famosi di botteghino.

I campetti da gioco raccoglievano la spiritualità sportiva amatoriale, ancora lontana dagli obbligati coinvolgimenti in miriadi di associazioni e pseudo tali improvvisate che devono incanalare insegnamenti agli adepti coltivati bambini che vi si sottopongono.
Il gioco e la frequentazione erano liberi, anche con la possibilità di confronto e coinvolgimento intergenerazionale, potendo assistere a incontri sportivi di squadre composte da bambini, ragazzi, giovani e adulti insieme, a trascorrere qualche ora condita da una sana sudata in compagnia.
Proliferano così i campetti privati da tennis, qualche lotto di terreno destinato a campo da calcio di cura comunale o ecclesiastica, più o meno attrezzati, ma comunque a disposizione e utilizzabili da tutti, senza distinzione di appartenenza organizzata.
Negli anni ’70 si gioca ancora in modo improvvisato e indisturbati un po’ ovunque esista un tratto di strada di ridotto passaggio veicolare o in spiazzi, aiuole dei giardini pubblici, aree di parcheggio.
Il tennis rappresenta uno sport popolare grazie a dualismi sportivi professionistici che stanno scrivendo pagine importanti della storia di questo sport, tra i quali Borg – McEnroe, che attirano l’attenzione e invogliano a cimentarsi per emulare il proprio idolo; i più convinti e facoltosi ricorrono ad attrezzarsi con racchette di marca ed abbigliamento specifico, come se agghindarsi firmati potesse permettere di distinguersi quali campioni provetti sui campi: ma la convinzione è quella!
I giocatori di tennis sono più composti, meno “spantegati”, regolari nel loro palleggio e ogni tanto steccano qualche colpo spedendo la pallina incontrollata su qualche macchina parcheggiata, colpiscono malauguratamente qualche passante, il quale non di rado resta quasi divertito; parecchie sono le palline perse perché lanciate in altre proprietà limitrofe e il loro recupero non viene tentato perché si dovrebbe chiamare il padrone di casa, dirgli cosa sia successo e non si conosce quale possa essere la reazione, temendola; così si perdono palline a ripetizione, alcune recuperate nei giorni successivi grazie alla generosità e benevolenza di chi le ritrova, che tutto felice le restituisce come se ripagasse un dono ricevuto.
Alcuni “giocatori”
Si ricorda con affetto e un po’ di sana malinconia nei periodi estivi, gli adulti che richiamati dal gioco dei bambini e ragazzi scendevano in strada dopo cena a spostare le auto parcheggiate, in modo da dare loro la passibilità e lo spazio di “fare la partita”, o i veicoli transitanti su strade secondarie, alcune ancora sterrate, che rallentavano e si fermavano attendendo la fine dell’azione di un campo da calcio improvvisato, senza strombazzare, in paziente e divertita attesa che culminava con un generoso e spontaneo “chi vince?” al passaggio dopo l’interruzione del gioco.
Porte fatte con un sasso, un cappellino o una maglietta, un pallone mezzo sgonfio o con qualche cucitura slabbrata e poi tante corse, tanta foga e sudate spensierate.
Il campetto dei “prevetti” di Santa Matilde, l’unico sempre libero tranne quando ne si chiede la disponibilità per essere sicuri di poter fare una partita tra amici in una determinata data ed a una determinata ora: condizione che lo trasforma magicamente a pagamento, con una quota a persona, simbolica, da considerarsi una “spontanea” offerta.
Il campetto da calcio di San Giovanni è ancora molto simile ad un prato, con una recinzione improvvisata ed a tratti strappata o mancante; le porte sono posizionate a monte e verso mare con alcuni inconvenienti per i giocatori: un tiro sbagliato verso la porta a monte rischia di far recuperare il pallone nel vicino Rio San Giovanni, a meno che la corrente non lo porti direttamente nel Torrente Merula, nei pressi del Ponte Romanico, facendo diventare il recupero l’attività più avventurosa e divertente della giornata; un tiro sbagliato verso la porta a mare può finire facilmente per spaccare i vetri della serra di Romeo Guardone, che spesso in modo rassegnato prova ad intervenire chiedendo più attenzione e improvvisando un “severo” cazziatone, nemmeno troppo convinto; per non parlare delle pallonate accidentali e disgraziati rimpalli che giungono fino dentro al vicino cimitero.
Il vecchio campo in terra battuta, tra via Marco Polo e via Sant’Angela, era comunemente e localmente chiamato “campo della Case Popolari.
Lo cingeva una rete di recinzione protetta da cancelletti spesso chiusi con lucchetto, i quali venivano evitati e violati entrando da strappi nella rete, comodi per eccedervi, ma sconvenienti a qualche pallonata che usciva proprio da lì, incontrando qualcuna delle sporadiche automobili di passaggio nella limitrofa via.
Quattro calci al pallone un po’ a tutte le ore, tranne il sabato e la domenica pomeriggio, quando si incontravano veri e propri gruppi di persone, aumentati da qualcuno di passaggio che si univa alla partita, tra polvere e qualche pozzanghera.

Nel periodo estivo, cosa chiedere di meglio di un buon gelato rinfrescante? Magari alla fine di una sfiancante giornata di spiaggia?
Anche in questo caso si manifestano inizialmente differenze di consumo tra noi e il bagnante.
Il residente conosce più o meno tutte le attività commerciali del luogo e anche il gelato non sfugge da questa abitudine.
Poiché ci sono ancora alcuni bar-gelaterie (Mimmo Vassallo, Fernando Siffredi, Torrengo, Caffè Doria) che producono in proprio il gelato che vendono, l’interesse è legato prevalentemente ad acquistarlo in questi luoghi meno visibili, schifando spesso i preconfezionati delle pubblicità; ma c’è una limitazione che determina un minore numero di clienti: i gusti disponibili sono una dozzina e sempre pressochè gli stessi tradizionali.
Il turista è più portato ad avere una maggiore scelta e così emergono alcuni poli di attrazione in materia (Casa del Gelato, Gelateria Cadei), che gradualmente contribuiranno a fare scomparire la maggioranza degli espositori di gelati artigianali nei bar-gelaterie, che si ridurranno sempre più a soli bar, limitandosi ad offrire qualche gelato preconfezionato di note catene di distribuzione del settore (Algida, Sammontana, ecc.).
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I PARCHI GIOCHI

Quello dei parchi giochi per bambini, a mio avviso, è un tasto dolente dell’evoluzione e dei cambiamenti apportati e succedutisi con il trascorrere dei vari periodi: uno degli aspetti che è più cambiato nei tempi recenti.
Chi come me è ormai cinquantenne ed ha trascorso l’infanzia negli anni ’70, si può ritenere un “sopravvissuto” …. Eccezionalmente sopravvissuto ai parchi giochi pericolosi, insicuri, inadeguati che generazioni di genitori insensibili e altrettanto inadatti al loro ruolo famigliare ed educativo hanno permesso di utilizzare ai propri figli, senza perderne la legittima potestà per inadempienza …. O forse viene il dubbio che l’inadeguatezza sia attribuibile alle autorità che hanno comunque permesso tale sopruso educativo senza porvi un adatto rimedio!
Sorge un dubbio, se la differenza di noi bambini non fosse la concentrazione di calcio, che ci rendeva più robusti rimediandolo con frequenti cure ricostituenti fatte di pedate (appunto calci) nel sedere, atti a correggere le nostre disubbidienze e i nostri errori e mali comportamenti.
Difficile da dire!
Resta il fatto che forse tanto rimbambiti non eravamo, o forse siamo solo stati fortunati, “colpi di culo” (le stesse parti rinforzate dal calcio citato prima), perché ce l’abbiamo fatta a superare questo tremendo e pericolosissimo periodo delle nostre vite, arrivando pressochè indenni a nostro turno ad essere genitori di bambini portati in parchi giochi imbalsamati e trattati come bambolotti dotati di precaria intelligenza e ridotta fantasia, ma nel pieno sviluppo di norme di sicurezza stabili, innovative e troppo spesso avvilenti.
Ma va bene così, godiamo dell’innovazione moderna sicura, tutta uguaglianza, apparenza, comodità e perbenismo, che permette di fare trascorrere tempo ai bimbi nel nulla, mentre ci intratteniamo con altrettanta sicurezza nell’inutilità sociale di rapporti finti e a distanza, curati e coltivati con l’abile sfregamento di polpastrelli su superfici vetrate di ridotte dimensioni, in modo che il movimento sia altrettanto ridotto quanto quello dei nostri figli nell’aggressione funzionale ai loro insignificanti “giochetti da parcheggio”, spesso dimenticati (sia i bambini che proprio la tenuta e manutenzione dei parchetti).
Negli anni ’70 i parchi giochi per bimbi si contano sulle dita di una mano e hanno poche installazioni essenziali, talvolta solo due: gli immancabili altalena e scivolo.
Entrambi piuttosto spartani e senza tante moderne limitazioni di sicurezza, spesso di altezze accentuate e oggetto di sprone anche da parte degli adulti, per infondere coraggio e fare percepire ai piccoli l’ebbrezza di diventare progressivamente grandi: una sorta di svezzamento nel mettersi alla prova, curare l’attenzione di non farsi male cadendo per non avere ascoltato le raccomandazioni ricevute e rischiando di “prendere il resto” nel caso in cui si fosse trasgredito alle stesse.
Molte volte faceva più male essere rialzati dopo una caduta, accompagnati da sonore sculacciate che non servivano solo a togliere polvere e terriccio sui vestiti, piuttosto che la caduta stessa.
Eppure, nonostante queste amorevoli e premurose cure, siamo giunti ad età adulta con l’apparato scheletrico pressochè integro: una notevole preistoricità rispetto alle attuali bacinelle sospese a 30 cm da terra con oscillazioni ridotte, chiamate ugualmente altalene, o scivoli con superfici abrasive per evitare di scendere senza spingersi.
Senza parlare dei giochi a molla, una serie infinita di varianti pressochè uguali e ripetitive nel funzionamento.
Nei decenni passati, il bambino accompagnato al parco giochi era una specie di festa, di premio, dove l’accompagnatore vigilava e spesso partecipava attivamente, con qualche ripetuto “fai attenzione”, “stai attento”, presi quasi come sfida.
Ma i bambini erano sorridenti, fantasiosi, intraprendenti, un po’ discoli e perché no, spericolati.
Oggi, devono stare e stanno bravi, per molti di loro la routine quotidiana, tutta appuntamenti e abitudinarietà, si osserva più simile al supplizio di un presunto “divertimento appiattito”, in cui prima o poi il tempo passa e si torna a casa, variando lo stazionamento con qualcosa di elettronico.
Un ultimo aspetto era legato alla frequentazione dei grandi.
Poteva succedere, e succedeva, che una volta cresciuti e diventati ragazzi, anche in allora si occupassero i giochi da bimbi, un tuffo nei trascorsi infantili, ma a differenza di oggi, appena arrivavano i piccolini, si liberava subito il posto, perché quello era stato nostro, ma ora spettava a loro.
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IL SALE

Un aspetto che oggi riteniamo quasi insignificante del vivere quotidiano era il sale.
Il sale unisce paradossalmente da tempi lontani il rapporto tra “noi” e i “bagnanti”.
Anticamente, “noi” eravamo quelli che il sale lo producevano “fai da te”, dalla fonte perpetua che è il mare; il “bagnante” degli anni ‘70 era il piemontese o il lombardo che territorialmente aveva scambiato il sale con sacchi di farina e prodotti delle sue terre.
In tempo di guerra si praticava la borsa nera, una sorta di baratto clandestino di materie di prima necessità, tra cui il sale che, non esistendo negozi dove comprarlo, doveva essere “fabbricato”.
Sfruttando il mare, alcuni abitanti locali si erano procurati alcune grandi lamiere rettangolari, probabilmente rubandole nel cantiere navale; sagomate a martellate sui bordi, divenivano rudimentali vasche piane di quasi due metri quadrati di superficie, che installate sulla spiaggia su treppiedi in ferro sopra un fuoco di sterpi e legna, venivano riempite di acqua di mare.
Altri avevano costruito nei dintorni delle proprie abitazioni una specie di “vascone”, rialzato da terra e vuoto sotto, con al suo interno una lastra metallica formante una grande “conca”; in quest’ultimo caso, si partiva dalla propria casa per andare al mare a prendere acqua salmastra, trasportandola con carriole fonde (mediamente trasportavano un peso di circa 70 – 90 kg), dotate di ruota in legno o ferro; l’acqua veniva versata nel vascone.
Qualsiasi fosse il luogo o la natura della “vasca”, si accendeva sotto o nei pressi un forte fuoco, in modo da fare evaporare l’acqua e raschiarne i sedimenti che costituivano sale grezzo commestibile, il quale era raccolto in sacchettini di tela per poi essere utilizzato per gli scambi di “contrabbando” con i contadini che scendevano dalle montagne e dalle regioni confinanti e veniva barattato, unitamente all’olio di oliva, con sacchi di cereali o farina
A questo processo di produzione partecipavano attivamente anche i ragazzini, ai quali era affidato il compito di riempire le vasche con acqua di mare e procurare la legna da ardere.
Ancora negli anni ’70, questa rudimentalità produttiva aveva rappresentato per “noi” un insegnamento tramandato tra generazioni, portando all’abitudine di utilizzare sale grosso da cucina, ignorando pressochè del tutto quello fine già in commercio.
Per il “bagnante”, l situazione si era evoluta in modo diverso, poiché le comodità di avere già sale fino, evitava qualsiasi lavorazione in trasformazione e, pertanto, nei negozi il turista cercava quest’ultimo, ormai presente sugli scaffali dei negozi di generi alimentari.
“Noi”, invece, cocciuti tradizionalisti, ormai non producevamo più in proprio il sale grezzo, ma eravamo rimasti legati all’utilizzo di un prodotto a grana più grossa, che però veniva esclusivamente acquistato dal tabacchino e, quindi, da Gè in via Doria, da Torrengo in via Fontana, da Panario sulla via Aurelia o da Angioletto a Molino Nuovo: gli stessi punti vendita insostituibili per l’acquisto dei “bricchetti” (i fiammiferi di legno) usati per accendere il fuoco dei fornelli, schifando qualsiasi altra forma di moderno accendi-fuoco, invece ricercato, preferito e ritenuto più pratico dai nostri ospiti “bagnanti”.
Per “noi” era un’eresia non usare il sale grosso nella cottura della pasta e del “tuccu” (sugo), e se proprio doveva essere utilizzato in grana fine per qualche condimento, veniva sminuzzato posato su una “ciappa” di pietra e tritato con una bottiglia di vetro usata come matterello.
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I SAPONI

L’argomento “saponi” è estremamente articolato e intendo trattarlo secondo il punto di vista “rurale” locale, con la sola contrapposizione che il “bagnante”, soprattutto se proveniente da ambienti più “civilizzati” e moderni, quali gli insediamenti urbani, era enormemente più preparato in materia, sfoggiando un’avanguardista conoscenza di numerose varietà di prodotti, spinti dalle pubblicità ridondanti che cominciavano ad assembrare i caroselli televisivi e le inserzioni sui giornali.
L’abitante del luogo, invece, manteneva ancora la sua chiusura tradizionalista, limitando ogni sperimentazione su novità e restando assiduamente fedele a quanto già conosceva ed usava abitudinariamente.
Il “profumo di pulito” locale era rappresentato dall’odore tipico del sapone neutro “da lavare” (quello comunemente associato al tipo Marsiglia), con le mani che potevano sfoggiare profumi più “profumati” dovuti all’uso delle rinomate saponette; il borotalco veniva riversato anche nei colletti delle camicie e i colli alti “dolcevita” di lana, soprattutto per i bambini che venivano così convinti che tale spolverata risolvesse problema in caso di sudate (veniva detto che si sarebbe stati più freschi, dimenticando di dire “più impastati) e contemporaneamente raggiungendo il sollievo dall’effetto urticante di tessiture grezze a contatto con la pelle; il bucato assorbiva il profumo del detersivo usato nel lavaggio, impregnando il corpo ed i vestiti nei primi giorni di utilizzo, trasmettendo al passaggio per strada l’effetto di camminare tra confezioni di saponi.
Il “il profumo di pulito” del bagnante era un misto di sollecitazioni odorose articolate e spesso sconosciute, derivanti da usi combinati di prodotti per la cura della persona (creme, profumi e oli), una maggiore gamma di detersivi e saponi, che nell’insieme caratterizzavano l’odore tipico e gradevole della stagione estiva.

Ecco così che si scopre un legame con prodotti che possano garantire l’essenzialità e magari offrire qualcosa in più, come una innovativa, quanto superflua raccolta punti.

Miralanza è una marca piuttosto comune, soprattutto in accondiscendenza con la presenza di bambini che sono attratti dal personaggio di Calimero, ottenibile con delle tesserine punti dentro a scatole di Ava o in alternativa con carte gioco.
Negli anni ’70 per la cucina, cioè per la pulizia di fornelli, posateria e stoviglie, si utilizza abitualmente un unico prodotto in polvere, in confezione cilindrica di cartone, Calinda, il quale sarà progressivamente sostituito nel decennio successivo dalle prime confezioni in bottiglia di plastica, tra i quali Sole piatti, Last, Nelsen.
Il sapone di Marsiglia, di cui una variante diffusissima sarà Sole, si presenta in forme parallelepipede e viene utilizzato pressochè per tutto, talvolta scagliato, anche per lavare i capelli.
Per le mani, ricercando profumi più gradevoli e persistenti, la scelta è piuttosto varia, con i diversi tipi di saponette, anche se le più usate restano su tutte Palmolive, seguite da Lux e Rexona e poi da Fa, che si presenta con una pasta che si scioglie meno all’acqua, durando maggiormente rispetto ad altre e Camay che viene utilizzata più parsimoniosamente a causa del sensibile maggiore prezzo e dedicata prevalentemente al “bagno” domenicale.
Sui capi di abbigliamento e per il bucato in generale, non essendo ancora diffuse ampiamente le lavatrici, si ricade nell’uso di Ariel, in polvere e confezione di cartone, rigorosamente con acqua fredda, lavando i panni nel lavello di marmo della cucina, in qualche “cunca” (bacinella di plastica) o per i più innovativi, dentro la vasca da bagno, inginocchiati a un lato della stessa.
Verso la fine del decennio e con l’arrivo degli anni ’80, si estende sempre più l’uso delle lavatrici e, in conseguenza, compaiono i relativi specifici saponi, tanto martellati con le pubblicità sempre crescenti.
In un periodo ancora privo di ammorbidenti e saponi liquidi per bucato, le scelte predominanti sono rivolte ai mitici fustini, ancora sconosciuti nelle forme salvaspazio, e pertanto ricondotti a cilindri di cartone, che vengono riciclati quando vuoti in forma di seggiolini o contenitori multiuso; le marche dei prodotti si sprecano e tra tutti, quelli che rimarranno fissi nell’immaginario collettivo e provati almeno una volta da ogni donna di casa saranno: Dash, Dixan, Bio presto, Biol, Aiax, Sole bianco.
Un prodotto funziona da jolly, praticamente è presente in ogni casa, perché nei casi difficili la sua capacità sgrassante e abrasiva finisce per essere di vantaggioso aiuto, levando le castagne dal fuoco in più di un’occasione: di tratta di Vim, una polvere in confezione per molti versi simile alla Calinda, ma con un più ampio spettro di utilizzo, eccellendo anche nella rimozione rapidissima e duratura di cattivi odori persistenti.
Ma il mondo contadino locale si sa che è adattato a ristrettezze a capacità di adattamento spiccata e per questo motivo si presentano tre “saponi” alternativi, utilizzati comunemente alla fine di una giornata di lavoro campagnolo, dove mani e braccia si presentano impresentabili.
Gli abitanti del contesto rurale locale sono usi a riciclare e sfruttare sino alla fine ogni risorsa di cui dispongono, cercando di sprecare il meno possibile e di evitare spese se proprio non strettamente necessarie; e proprio da questa attitudine comportamentale nascono questi prodotti di pulizia alternativi: sapone con rimasugli misti, pomodori maturi, sabbia.
Può sembrare strano, ma la realtà è proprio questa.
Il sapone con rimasugli misti è un blocco di forma “polpettosa”, che viene accuratamente assemblato mischiando gli avanzi di saponette e sapone Marsiglia; le parti rimanenti di una saponetta o di un sapone, talmente ridotta da scappare dalle mani o essere di difficile spalmatura, vengono conservate in una scatoletta metallica; quando ne sono state ammucchiate una quantità sufficiente, le stesse vengono dapprima inumidite fino a diventare morbide e modellabili e successivamente impastate a mano tra loro a formare una sorta di pallina di varia dimensione, assimilabile ad un blocco di sapone ed utilizzata come tale, senza dover ricorrere ad acquistare altri prodotti nuovi.
I pomodori maturi sono i rimasugli della omonima coltivazione e rappresentano i frutti piccoli non raccolti, rimasti sulla pianta oltre la completa maturazione; diventano una sorta di saccottino molle, liquido internamente, in quale viene preso e spalmato come un sapone liquido sulla pelle, con la capacità di rimuovere anche sporco consistente come verderame, grasso, nero di canna, ruggine, ecc.; solitamente, una volta tolto lo sporco più grossolano, ci si risciacqua con un normale sapone, poiché in presenza di taglietti e lesioni cutanee (molto frequenti dopo una giornata lavorativa in campagna) potrebbero permanere fastidiosi bruciori.
La sabbia, mista ad acqua, viene utilizzata grazie al potere abrasivo per togliere sostanze resinose e collose, grasso, macchie persistenti sulla pelle; viene seguita da una lavatura con normale sapone solo se prelude un pasto.
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PESCA DA SPIAGGIA

Giunto al mare, qualche “bagnante” si trasformava in “lupo di mare” o alternativamente in “pescatore”, tante volte in entrambi.
E in veste di “pescatore” affrontava spesso l’avventura con coraggio, effettuando mirabili immersioni subacque.
Non era importante l’età, perché tutti potevano cimentarsi e il richiamo dell’impresa di pesca era stimolante.
Alcuni erano attrezzati, non sempre in proporzione alle proprie capacità effettive nella pesca, altri erano più interessanti da osservare.
Questi ultimi erano individui che arrivavano sulle zone litoranee, unendo il dilettevole bagno giornaliero all’utile procacciamento alimentare: maschera con boccaglio, pinne, fiocina, quest’ultima non di rado già arrugginita al punto da sembrare più una paletta.
L’ingresso in mare era preceduto dall’avviso a tutti i vicini di ombrellone che …. 3, 2, 1, si partiva per la temeraria spedizione, diretti nelle prossimità degli scogli vicini.
Qualche sorriso poteva essere colto nell’osservare l’avanzamento buffo dei pinnati, che subivano la resistenza della massa d’acqua, fino a quando cedevano la posizione eretta al tuffo, non sempre prettamente deciso, ma inevitabile.
Cominciava così la battuta di pesca alle mitiche creature che popolavano le scogliere di riporto dei moli, che altro non attendevano, trepidanti, di poter giocare a nascondino con il coraggioso pescatore di turno.
Non senza imbarazzo, i subacquei della domenica, contenti e convinti di essere immersi in profondità oceaniche, si trovavano adrenalinicamente a infiocinare con il ventre appoggiato sul fondo sabbioso e il dorso parzialmente fuori dal pelo dell’acqua, in meno di mezzo metro di profondità dopo aver bevuto qualche dissetante boccata di acqua salmastra, immergendosi e dimenticando la funzione respiratoria del boccaglio.
Il ritorno a riva, che poi distava qualche decina di metri dalla zona di pesca, mostrava qualche eroico squarcio alla pelle sanguinante, che rendeva ancora più evidente il coraggio dimostrato ad affrontare il periglioso moto ondoso di giornata.
Queste immersioni permettevano di scorgere e raccogliere immensi banchi di una manciata di mitili rachitici, i quali, nel buon nome delle note cozze di Santa Rita, di cui tanto si era sentito parlare, erano considerati un ricco bottino, ricevendo la curiosa battuta di alcuni anziani del posto, quasi mai compresa nel significato, secondo cui “u l’è gramu sgheià i musculi pe’ recampane ina manò” (è inutile sprecare i muscoli, cioè fare fatica, per raccogliere una manciata di quei muscoli; “muscoli” era il termine locale con cui erano chiamate le cozze).
Un tipo di pesca che affascinava il “bagnante” era quella al polpo.
Questo sistema era abbastanza usato dagli anziani residenti, soprattutto quelli di origine calabrese e siciliana, i quali erano davvero in gamba ad effettuarla: si presentavano sugli scogli dopo il tramonto, rigorosamente in ciabatte, saltavano da uno scoglio all’altro immergendo nelle fessure tra gli stessi una lenza con all’estremità un amo singolo o multiplo e un sasso legato alla lenza a mo’ di piombo, il tutto coperto da uno straccetto bianco.
La lenza era calata a mano ripetutamente muovendola con fare svelto e poi attendendo, in ogni fessura tra gli scogli, attirando l’attenzione del polpo che la “aggrediva” restando infilzato; a questo punto, sollevando la lenza fuori dall’acqua, il polpo appeso veniva pescato, sbattuto ripetutamente a frusta su uno scoglio e portato via, oppure alcuni lo mangiavano parzialmente sul momento, dopo averne sfilettato abilmente le ventose con un coltellino serramanico che portavano in tasca.
In realtà, in tutta questa attività, non si vedeva l’amo e il pescatore interpellato, non vi faceva riferimento.
Pertanto, il curioso “bagnante” restava convinto che il polpo venisse attratto semplicemente dallo straccetto bianco agitato in acqua nelle sue vicinanze e la curiosità infastidita della preda la portasse ad aggredirlo, restandovi repentinamente appiccicata con le ventose al sasso.
Molti erano quelli che avrebbero provato in seguito, ma perdendo solo tanto tempo, perché i polpi venivano stanati, ma non pescati perché mancava l’amo che li catturasse!
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IL LINGUAGGIO E I LUOGHI

Il cambio dei tempi e l’intensificazione delle frequentazioni con individui di altre provenienze territoriali hanno sempre portato a modificazioni sostanziali di abitudini e tra queste anche il linguaggio.
La presenza periodica dei “bagnanti” negli anni ’70 manifestava ancora una tendenza, forse spinta dalla curiosità dell’ospite a cimentarsi in tentativi di comprendere agevolmente il dialetto locale, con alcuni individui che effettivamente non solo dopo un po’ riuscivano a comprenderlo correntemente, ma qualcuno anche ad abbozzarne alcune frasi nei discorsi.
Era anche divertente il confronto linguistico amichevole che si instaurava, con il quale uno del posto e un ospite, chiacchieravano intercalando fittamente i propri discorsi, ognuno con il proprio dialetto.
L’evoluzione dei tempi, la modernizzazione, gli insegnamenti impostati anche scolasticamente, hanno portato in pochi anni alla disfatta della cultura dialettale, lasciandone sparuti segni di sopravvivenza solo negli ambienti rurali meno intaccati.
Un paese che si vota al turismo era inevitabile, se non con voluta intraprendenza culturale locale, che perdesse l’uso del proprio originario dialetto.
Le rare tracce rimaste, oggi se intercalate all’interno di un discorso con la maggioranza degli ospiti più cittadini, suscitano visibilmente irritazione di questi ultimi, che non hanno il rispetto di riconoscere il valore delle tradizioni del luogo che occupano in varie forme.
Tuttavia, nel DNA di qualcuno del posto le origini dialettali, per fortuna si fanno ancora strada e permettono di mantenere ancora viva, non si sa per quanto, un’espressione dialettale legata al passato del luogo.
A partire dalla metà degli anni ’80 si è fatta strada anche la progressiva “inglesizzazione” delle terminologie usate abitualmente, troppo spesso per sentito dire e senza conoscerne l’effettivo significato, ma puramente “pappagallizzate” per sentirsi inseriti nella socialità distorta che ci circonda.
Quindi, si perde il dialetto e si perdono modi e terminologie espressive, che accomunavano l’esitenza all’origine del luogo:
  • “ u quaddru de ….”, seguito dal nome del proprietario o di chi ci faticava, diventa freddamente un immobile distinto dalla posizione tra una o più strade;
  • “a cruxea”, in punto di intersezione tra più strade in corrispondenza degli attuali giardini e rotonda su via C. Colombo e via San Lazzaro, diventa un qualsiasi incrocio e, come tale, semplicemente caso per caso distinto dalle strade interessate;
  • la piazza del Mercato viene rinominata, perdendo in parte la sua caratteristicità essenziale, e cioè proprio il segno distintivo di luogo sede del mercato settimanale;
  • “i prevètti”, legato al Seminario di Santa Matilde, scompare pressochè completamente dal volgo locale, finendo legato alle nuove denominazioni di Santa Matilde e Chiesa della Vergine dell’Accoglienza;
  • la “geixa növa”, la cui costruzione fu tanto combattuta per oltre un decennio, si riduce anonimamente alla “chiesa centrale” o “Chiesa con il campanile”.

Un altro aspetto distintivo importante era l’identificazione del luogo: un gergo locale che indicava inequivocabilmente e “universalmente” alcuni punti specifici di Andora, legati all’esperienza tramandata da chi vi risiedeva e ne faceva parte vissuta e non, come oggi, da modi di dire, a caso, ugualmente tramandati, ma basati su attribuzioni erronee appioppate da chi crede di conoscere solo perché “l’ho sempre chiamati così”, “il mio conoscente che viene d’estate da ‘X’ anni l’ha sempre chiamato così e, quindi, si chiama così” (giusto alcuni esempi al volo? “Acquedotto romano”, “Andora vecchia”, torrione Saraceno e adesso, grazie a GoogleMaps abbiamo anche “Parchetti X”, Torre saracena e Giardini Irma Tibaldi!!).
Alcuni nomi erano legati alle esperienze di vita, vissute a tempo pieno e non occasionalmente, indipendentemente anche dalle denominazioni amministrative ufficiali.
E così per l’andorese “antico”:
  • la “piazza del mercato” resta tale anche se gli è stato dato un nome che non si sa come si scrive (Caduti di Nassiriya);
  • le Chiese di Santa Matilde e della Vergine dell’Accoglienza restano le “Chiese dai prevètti”;
  • la borgata Marina resta “a ciassètta” (la piazzetta) e al massimo si aggiunge “da Santa Rita”;
  • il Parco degli Aviatori resta “il parco della colonia di Cuneo”;
  • il Palazzo Tagliaferro viene in parte accettato, ma resta d’istinto “il palazzo dei frati”;
  • la spiaggia davanti a piazza Doria resta “la spiaggia dalla Colonia di Asti;
  • il Municipio è in “Siberia”;
  • piazza Santa Caterina resta la “piazza della Posta”;
  • il molo Heyerdahl è sempre il “molo del Tortuga”;
  • i resti dell’acquedotto della Marina restano “gli archi” o più comunemente “da Nello”;
  • l’incrocio con la fontana che cambia colori sull’Aurelia resta “da Panario;
  • via Fontana resta “da Torrengo”;
  • via Carminati resta “alla Stazione”;
  • piazza Doria resta “dau Noru”.

E in fatto di cambi radicali del modo di esprimersi, forse uno degli esempi più calzanti e proprio riferito ad un tipo di calzature, le scarpe da ginnastica.
Per “noi” ancora in tutto il decennio degli anni ’70 erano inequivocabilmente e universalmente le “scarpe de pessa” (scarpe di pezza), perché in parte fatte di stoffa e di colori che nulla avevano a spartire con le scarpe di cuoio e pellami classiche.
Si ricorda ancora lo sguardo attonito di alcuni “bagnanti” cittadini, quando apprezzavamo le loro scarpe nuove con “che belle le tue scarpe di pezza”, che si rifacevano esplicitamente apostrofandoci carinamente per avere avuto “noi”, poveri originari contadini fino al giorno prima, le “pezze al culo”.
Il decennio successivo ci siamo evoluti, perché per “noi” sono diventate le “scarpe da tennis” e oggi, dopo tanto sviluppo linguistico e tecnologico del prodotto specifico, ci siamo aggiornati e le chiamiamo “scarpe da ginnastica”, anche se in effetti sono diventare nella maggioranza dei modelli “scarpe di pezza” e pure sintetica.
E dopo gestacci e mimiche dispregiative di ogni genere (giusto ad esempio dita alzate e non in segno di vittoria), male parole poliglotte superiori per concentrazioni alla punteggiatura, fa ancora riflettere, quando intercaliamo “belìn” in tutte le sue sfumature affettive, incrociando sguardi perbenisti turbati dei nostri interlocutori.
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I CANI

I cani, ma nell’insieme gli animali domestici in generale, rappresentavano un numero diverso e soprattutto un posto diverso nella vita quotidiana.
“Noi” eravamo legati al concetto di cane strettamente animale da tenere con un certo distacco, prevalentemente alla catena, in ripari angusti.
Era ben lontana l’abitudine delle pluripasseggiate quotidiane, restava dove si trovava tutto il giorno, tutta la sua vita, con qualche festosa scorrazzata in giro per i campi durante le ore diurne, per i più fortunati.
Nella maggioranza dei casi era considerato una “strumento” utile all’attività di caccia e, pertanto, anche le razze erano conseguentemente diffuse in base a tale attitudine.
Chi viveva in appartamento, solitamente non aveva un cane, forse più un gatto, ma neanche in modo troppo frequente, perché comunque l’animale raramente era associato ad una famigliare comune e secondo questa considerazione, si possedeva solo se si aveva un ampio e giusto spazio necessario all’aperto per poterlo fare.
Il “bagnante” raramente arrivava con animale al seguito, più o meno per le stesse motivazioni, ma comunque eventualmente affidandolo a qualcuno sul luogo di provenienza, in modo che la vacanza avesse meno “impegno”.
E così, erano pochi i cani in giro al guinzaglio, gli animali strettamente considerati da compagnia.
Curiosamente, in un periodo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, si estese la “moda” del pesce rosso e soprattutto della tartarughina d’acqua, entrambi ritenuti più spostabili e meno impegnativi.
Succedeva spesso di assistere all’arrivo di famiglie con bambini, che con cura scaricavano dalle proprie auto gli animaletti, con la struttura in cui risiedevano.
I pesciolini rossi, spesso erano trasportati in un sacchetto trasparente pieno d’acqua, appeso al gancetto appendiabiti della maniglia sopra le portiere posteriori; giunti a destinazione veniva trasferito in un vaso di vetro, dove purtroppo non di rado subiva l’acqua salata dei giorni successivi.
Se riuscivano a sopravvivere al travaso subito, non era scongiurato che finissero malauguratamente dentro a qualche bocchettone di lavandino durante il cambio dell’acqua giornaliero, senza possibilità di essere recuperati in tempo, in quanto gli scarichi dei lavelli erano diretti, privi di sifone.
Le tartarughine, invece, avevano la propria vaschetta, asciutta durante il viaggio, che si trasformava completamente all’arrivo, ricreando una piscinetta con acqua e talvolta sabbia grossolana o sassolini sul fondo, una sorta di rialzo a gradoncini, con tanto di palmetta finta, sotto la quale poltrire per buona parte della giornata.
I bambini del luogo erano incuriositi da tali animali “esotici”, ben diversi da una qualsiasi utilità domestica e dopo l’attrazione dei primi giorni tornavano a preferire il comune uccellino in gabbia, con il quale si poteva avere una maggiore interazione donando un pezzetto di biscotto o torta fatta in casa settimanalmente, e dal quale si veniva accompagnati durante il giorno da apprezzate interazioni canore.
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IL TURISTA "ESTERO"

Il turista “estero” arrivava da un’area geografica prevalentemente abbastanza ridotta, che comprendeva sporadicamente la Francia, la Svizzera, la Svezia e soprattutto la Germania.
Tra la gente del luogo, quasi nessuno parlava una lingua straniera, compreso l’inglese che era ancora una parlata lontana, conosciuta solo da chi aveva avuto fortuna di poter studiare in modo importante.
Conseguentemente, chi riusciva a masticare qualche vocabolo o biascicare frasette prefatte erano le persone che avevano ricevuto una maggiore esposizione lavorativa con un pubblico straniero.
Per “noi” non era però un problema per due motivi concettuali derivanti dalla tipica mentalità nostrana:
1) “noi” eravamo a casa nostra e, quindi, se qualcuno “estero” aveva scelto “a suo rischio e pericolo” di frequentare i nostri luoghi per venire a divertirsi, avrebbe dovuto adattarsi ad imparare la nostra lingua, senza pretendere di ricevere alcuna pietà;
2) vigeva la convinzione che il nostro grande patrimonio comunicativo era ineguagliabile, permettendoci di esporre qualsiasi indicazione, concetto o addirittura ragionamento semplicemente con la gestualità, accompagnata da qualche parole base, scandita a voce alta, ripetutamente e talvolta sillabata.
Più comprensibile di così!!
Tali comportamenti ci garantivano di proporci come ebeti, ma convinti del potere della comunicazione e, per distinguerci ulteriormente e magari sforzandoci ancora di più, qualche parola era direttamente in dialetto locale, intercalata dalla classica riflessione a voce alta “còmme belìn u se dixe in italiàn”: il massimo della competenza traduttiva!
Poi, se il turista “estero” che ci compariva davanti fosse stato piuttosto alto e biondo, cadeva ogni ragionevole dubbio: era un “tedesco”.
Difficilmente veniva chiesto da dove venisse, accertandone quali fossero le effettive origini, perché tanto veniva dall’estero e una collocazione geografica più precisa non aveva particolare importanza perché “tanto u nu capisce ninte e u nu se capisce ninte”.
Così, l’avventuroso turista “estero”, se preparato, girava con in mano un immancabile dizionarietto da sfogliare velocemente per sbrindellare qualche parola pronunciata a caso e assemblata rapidamente in frasi pressochè sgrammaticate, ma insistite nel voler farsi comprendere; azione questa che lo portava in pochi giorni a imparare abilmente come farsi comprendere in via di massima.
In questi casi, qualche volta, si riusciva a notare come l’intraprendenza turistica di pochi giorni riuscisse quasi a pareggiare la capacità di esprimersi in un italiano corretto da parte di alcuni individui del luogo, i quali ignoravano alla grande le coniugazioni verbali, strampalando i verbi in una maccheronica italianizzazione del dialetto locale.
Ancora più raro che si manifestasse un rapporto personale tendente ad una reciprocità amichevole.
E qui, senza intendere aggrovigliarsi al più antipatico campanilismo, occorre fare una precisazione sulla mentalità storica “nostra”.
La derivazione sociale locale apparteneva al mondo rurale tipicamente contadino, poiché Andora era stata un paese totalmente campagnolo, che in un ventennio si stava trasformando in un centro turistico.
L’ossatura della popolazione locale discendeva, o era la stessa che ai tempi della Seconda Guerra Mondiale coltivava i campi.
Lo straniero, assimilato troppo spesso al tedesco, rinverdiva il passato, fatto di ristrettezze ed angherie legate all’occupazione subita in epoca di guerra: un periodo nel quale l’invasore aveva troppo spesso rappresentato il nemico, la causa di difficoltà e disgrazie ed era ricordato in modo negativo, per tutto ciò che aveva rappresentato in precedenza.
Tant’è che non era difficile sentire scambi confidenziali tra soggetti del posto, i quali preso atto della provenienza geografica dei turisti “esteri”, qualora non tedeschi, li catalogavano “sono come i tedeschi”.
La situazione cambia quando, il turista “estero”, dotato di cambio favorevole e di disponibilità economiche spendibili, innamoratosi del posto di vacanza, si interessa a comprare, spesso venendo spiumato dai prezzi con un pollo.
In questo caso il tintinnio della moneta suona bene per le nostre orecchie e, gradualmente si passa ad apprezzare maggiormente la presenza di questi “esteri” che diventano esemplari da mungere trasferendogli proprietà locali ormai in disuso ed abbandono, alcune delle quali non ci si ricordava più nemmeno di possederle.
L’arrivo del turista “estero” (tedesco) avveniva principalmente con automobile, annotata localmente come “macchinone” di marche prevalentemente tedesche, con la quale si spostava, curiosando il luogo con lunghe passeggiate e praticamente senza utiliazzare altri mezzi come ciclomotori e biciclette.
Soggiornava volentieri negli ultimi campeggi rimasti, allungando con la propria presenza le stagioni estive all’intero mese di settembre.
Frequentava le spiagge fino a tardi, facendo volentieri il bagno di notte in mare, spostandosi accompagnato da attrezzature da far invidia a campeggiatori provetti, con l’immancabile corredo di birre, bibite e qualche alcolico.
L’abbigliamento si distingueva per i colori vivaci, indossati con associazioni tutt’altro che non notabili, cappelloni di varie fogge, sandalo grossolano con suola spessa e non raramente calzino bianco.
Arrivava con il colore di una mozzarella e nei primi giorni di esposizione solare convertiva ad un gamberone acceso, arrostito in modo marcato sul viso, accentuando la visibilità della propria presenza mediante un incedere deciso e risoluto con un’andatura a busto eretto e con slancio delle gambe, leggermente allargate rispetto ad una normale camminata (fatto principalmente dovuto alla grossa dimensione delle calzature indossate), che tanto ricordava nell’immaginario locale l’avanzamento dei componenti delle truppe armate conosciute in tempo di guerra.
Manifestava una forte attrazione alla scoperta degli angoli più caratteristici e dimenticati, con una curiosità dedicata all’assaggio dei prodotti e cibi locali.
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IL SOLITO POSTO

La tecnologia di comunicazione degli anni ’70 era ancora su presupposti meccanici, con i vecchi telefoni grigi a rotella e le cabine telefoniche pubbliche.
Nell’insieme si trattava di una attrezzatura ancora mancante in molte abitazioni.
Conseguentemente il sistema di comunicazione era ancora molto epistolare, pressochè preferito nella forma della cartolina spedita per posta in occasioni “speciali”.
Il contatto a distanza tra “noi” e gli amici “bagnanti” avveniva così rimandato a sporadiche occasioni durante il corso dell’anno: poche righe spedite raramente e di solito ripetitive con frasi di circostanza, in attesa di incontrarsi nuovamente nella prossima stagione estiva.
Autunno, inverno, primavera, trascorrevano tra le mille faccende quotidiane secondo l’età di appartenenza a alla fine degli anni scolastici, giungeva nuovamente il periodo vacanziero: il ritorno agli stessi amati e abituali luoghi.
Il ritorno del “bagnante” avveniva quasi sempre senza un preciso e diretto preavviso, una sorta di sorpresa, che qualcuno di “noi” provava ad intercettare facendo un giro sotto le case ancora vuote in attesa dell’arrivo di amici e conoscenti.
Ci si ritrovava ai “soliti posti”, perché all’epoca l’abitudinarietà portava gruppi di amici a rincontrarsi automaticamente, mossi da un richiamo interiore, in luoghi precisi che erano diventati negli anni il proprio luogo di riferimento, verso il quale ogni componente del gruppo si dirigeva con l’intento e l’attesa di incontrare, prima o poi, gli altri.
Qui, si passava il tempo insieme, si scambiavano le proprie esperienze di vita e si decideva dove andare per l’occasione.
Il “solito posto” non doveva essere per forza un locale, la casa di qualcuno, ma semplicemente tratto della passeggiata mare, un giardino pubblico, una panchina in particolare, un piccolo e insignificante angolo che diventava il ritrovo fisso per l’intera compagnia.
L’alternativa comune era dirigersi verso le abitazioni di chi mancava all’appello, attaccandosi a campanelli e citofoni, porta per porta, per sollecitare i ritardatari all’incontro quotidiano.
Una lontananza astronomica rispetto alla appiccicosità odierna di telefonini, canali social e messaggistica istantanea.
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ANDORA VECCHIA E ANDORA NUOVA


Periodicamente e sempre più spesso capita di doversi confrontare con persone che sostengono e credono di identificare l’Andora vecchia nella parte edificata a Ponente del Merula (zona di Piazza Santa Caterina e dintorni, via Carminati) o in Molino Nuovo.
Convinzione e/o informazioni assolutamente errate e prive di ogni riscontro con la realtà andorese.
Andora vecchia non è la zona a Ponente del Merula e non è Molino Nuovo.
L’Andora vecchia era caratterizzata dalle antiche borgate sul versante collinare a Ponente (per intenderci verso l’attuale provincia di Imperia) formate da Rollo (Case Sottane, Case Stalla, Case Tagliaferro, Case Bernei, Case Perato, Bande di Là), Confredi, Canussi, Ferraia, Duomo, Garassini, Conna (Costa di Conna e Costa della Chiesa), Cà di Lucchi (scomparsa da tempo), Barò e Moltedo (quest’ultimo anticamente in posizione diversa da quella attuale) e sul versante collinare a Levante (per intenderci verso Laigueglia) formate da Colla Micheri, Castello, Beneo (scomparsa da secoli), Maglioni, Marino, Negri, Costa dei Galleani, Metta, Pian Rosso, Piazza (un tempo con il nome di Rosseghina), Lanfredi, Costa d’Agosti, Siffredi, Divizi, Giancardi, Cà dei Forti e Tigorella.
Non erano borgate San Giovanni, San Pietro e San Bartolomeo.
Molino Nuovo non esisteva ed è l’ultima borgata andorese che si è formata, essendo “creata” a partire dal 1860, in quanto l’alveo del Torrente Merula occupava tutta l’area fino all’odierna via Molineri compresa (e questa situazione fino alla metà del 1800).
Nella parte pianeggiante, praticamente dall’altezza dell’attuale viadotto autostradale fino al mare, esisteva solo la borgata Marina, cioè le vecchie case alle spalle del Bastione (odierna zona di Santa Rita) ed il gruppo di case della Rocca di Mezzacqua; in tutta tale zona, fino alla prima metà del 1800, esistevano solo una ventina di case contadine isolate ed estremamente sparse.
La borgata Marina era preesistente al 1500 e ricostruita a metà del 1500 a seguito della distruzione subita da parte dei pirati turchi nel 1531 (da precisare che il Bastione è successivo alla borgata Marina preesistente, cioè quella distrutta dai turchi, e le case che vi sono addossate sono state realizzate nel periodo compreso tra gli ultimi anni del 1800 ed i primissimi anni del 1900).
Nella prima metà del 1800, nella zona di Ponente, una delle zone che viene erroneamente identificata da alcuni come Andora vecchia, esistevano solo tre fabbricati: l’edificio che fu Colonia Brignole, l’Albergo Savoia o della Posta e un altro adiacente fabbricato di minori dimensioni.
Tra questi tre e la borgata Marina, nella parte più verso mare, esisteva solo Villa Tagliaferro (attuale Palazzo Tagliaferro).
Nessuna delle case su via Carminati e dintorni era esistente; infatti, al posto di via Carminati non esisteva alcuna strada, ma solo campi,
Nella seconda metà del 1800, con la costruzione della ferrovia e della Stazione Ferroviaria, fu realizzata la strada costeggiante (strada della Stazione – oggi via Carminati) che fu rapidamente edificata, ma quindi ben dopo la preesistenza della Marina.
Tutti gli edifici più antichi della zona di Ponente, da piazza Santa Caterina verso Cervo, ad eccezione di quattro che sono degli anni ’50, sono stati realizzati tra il 1960 e il 1979: prima c’erano solo terreni.
Pertanto, se si vuole identificare l’Andora vecchia, senza andare a creare problemi di datazioni azzardate:
  • la zona a Ponente del Merula che molti definiscono Andora vecchia ha da 50 anni a 150 anni;
  • Molino Nuovo ha 150 anni;
  • la borgata Marina ha almeno più di 500 anni (e come la Marina, praticamente tutte le altre borgate collinari).
Quindi, se ci riferiamo comunemente all’odierno centro cittadino, Andora vecchia è la limitata zona intorno e alle spalle del Bastione; tutto il resto non è Andora vecchia, anche se qualcuno continua, per affetto o per sentito dire, ad identificarla in modo diverso.
Se poi si vuole fare riferimento al periodo di espansione edilizia del secondo dopoguerra, identificabile con la costruzione a tappeto dei palazzi, anche in questo caso la parte "più vecchia" non sarebbe la zona a Ponente del Merula (zona di Piazza Santa Caterina e dintorni, via Carminati), bensì via Andrea Doria e parte di via dei Mille; l'espansionismo dei palazzi in tutte le altre zone è di epoca successiva.
Eppure, l’arrivo massivo di turisti, molti dei quali divenuti successivamente proprietari nei decenni degli anni ’70 e ’80, ha determinato da parte loro una arbitraria connotazione temporale dell’età delle varie parti di Andora.
Una classificazione che anche se spiegata all’infinito da parte degli andoresi, non ha mai ricevuto considerazione dagli ospiti, con la presunzione della loro presenza sul luogo da tanti anni e tra loro tramandata in questo modo.
Del resto questo è uno dei fatti, sicuramente non tra i più gravi, ma comunque tra quelli prevalentemente indicativi, che testimonia cosa significa svendere il proprio territorio originario con la speculazione edilizia: territorio nel quale la presenza degli effettivi residenti è rappresentata da una abitazione su cinque delle complessive esistenti nell’Andora odierna.

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PALLACANESTRO

Con l’arrivo degli anni ’80 si assiste alla diffusione dei televisori a colori e nella prima metà del decennio si espandono le reti televisive private, che cambiano radicalmente le abitudini importando maggiori programmazioni e orari di visione, differenziando offerte dedicate a tutti i palati e formando la consuetudine di utilizzare il proprio programma preferito, o uno semplicemente a caso, come accompagnamento allo svolgimento delle faccende quotidiane.
I ragazzi vengono colpiti dall’attrazione che suscitano alcuni sport di livello professionistico tipici dell’oltreoceano.
Uno su tutti la pallacanestro professionistica americana, la mitica NBA che fa conoscere idoli mostruosi nella loro bravura e appartenenti ad un mondo di spettacolarizzazione sportiva sconosciuto e unico.
La rete televisiva, seppure a orari quasi improponibili, trasmette eventi fino a poco prima solo sentiti raccontare in modo quasi fiabesco e diventano personaggi popolari eroi del parquet, dei veri e propri giganti, in tutti i sensi, che con le loro gesta coinvolgono orde di ragazzini che da un giorno all’altro dimenticano il tradizionale calcio, il pallone nazionale, per rivolgere i propri interessi ad uno sport molto più fisico, rapido e spettacolare: la pallacanestro.
Tra idoli osservati nel periodo molti saranno tra i più forti di tutti i tempi, ma l’esplosione mediatica avviene tra due enormi campioni Magic e Bird, due nemici-amici, avversari degni e rispettosi, tra i più grandi di sempre.
I ragazzini dividono le loro simpatie e si conoscono anche prodotti sponsor che inculcano la ricerca di marchi precisi Nike e Converse, che segneranno le preferenze sempre più collettive da quel periodo.
Così anche Andora conosce i suoi cestisti, numerosi ragazzini che si cimentano amatorialmente nel proprio tempo libero in questo nuovo sport e alcuni di loro raggiungono livelli di capacità e riuscita degni di nota, mostrati e creati sui campetti locali che si vanno formando presso l’edificio scolastico di via Cavour, al Parco I.N.A.M., presso qualche chiesa parrocchiale dove compaiono talvolta improvvisati “canestri”; ma ai numerosi ragazzini andoresi non interessano impianti stellari, l’importante è avere i luoghi dove poter professare la nuova fede sportiva.
Durante il corso dell’anno nei pomeriggi e nei fine settimana ci si incontra presso i vari campetti e si inscenano varie dispute sportive, dalle vere e proprie partite ai “giri del mondo” (gare di tiro da diverse posizioni), a scontri “uno contro uno”, tipica forma del gioco di strada.
Gioco vigoroso, agonismo, ma senza mai superare i limiti e mettere a repentaglio gli altri, perché l’importante non è vincere, anche se fa parte del gioco, ma divertirsi; poi se si vince tanto meglio, ma solo per accendere la prossima sfida.
Ed è sempre pronta più di una mano tesa ad alzare chi è caduto o in difficoltà.
Qualcuno è più bravo, qualcun altro meno, ma ha poca importanza, si gioca per giocare e divertirsi e lo si fa dedicandogli tanto tempo.
Poi arriva l’estate, scendono i ragazzi “bagnanti”, che arrivano da Piemonte e Lombardia e improvvisamente “si distinguono”, perché provengono da gruppi sportivi organizzati, casualmente a loro dire sempre vincitori dei rispettivi campionati, con abbigliamento firmato dalla marche-sponsor tipiche degli atleti professionisti, fisici apparentemente più atletici rispetto ai nostri.
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FIGURINE

Le raccolte di figurine erano una delle attività hobbistiche degli alunni di elementari e medie, che passavano i ritagli liberi nelle mattinate di scuola o i pomeriggi tra una lezione di catechismo e l’A.C.R. a scambiarsi e soprattutto a “giocarsi” figurine in gran numero e dei vari argomenti, che la Panini immetteva in vendita nelle edicole.
I pacchetti, o meglio le bustine, contenevano genericamente cinque esemplari e venivano acquistate spesso come premio scolastico per un buon voto, o per avere aiutato in casa.
Solitamente arrivavano la domenica mattina: una manciata di bustine, 10 o 20, che rappresentavano un gradito regalo, da sfogliare più e più volte per memorizzarle e confrontarle con quelle che si avevano già e si erano attaccate ai rispettivi album delle raccolte.
Quelle doppie non rappresentavano un problema o una delusione, anzi, erano merce preziosa di scambio o di gioco per ottenerne di più e di nuove.
Negli scambi si inventavano gradi di importanza per alcune di esse, raccontando che erano rare o semplicemente speculando sul fatto che rappresentavano un esemplare importante, che rivestivano un legame affettivo, ecc.
Ad esempio, se si fosse trattato di quella che mancava per completare una pagina, il normale scambio di 1 a 1, diventava una sorta di asta che raggiungeva numeri vertiginosi, secondo la rispettiva remissività e furbizia degli attori di scambio, arrivando a proporzioni numeriche persino di 50 a 1.
Nonostante fosse un’attività aperta, rivolta al più alto numero di persone possibili, in modo da avere più possibilità di scambio, finiva l’anno scolastico e inevitabilmente le raccolte erano incomplete e spesso per più di un caso mancavano sempre gli identici esemplari: come se sull’intero mercato venissero ripartite le distribuzioni in vendita mancanti “volutamente” di alcune figurine, che avrebbero dovuto essere acquistate per posta direttamente dal venditore/distributore ad un prezzo notevolmente maggiorato, pur di riuscire a finire la tanto combattuta raccolta.
Veniva incontro a questo inconveniente, l’arrivo estivo dei “bagnanti” compagni di giochi, il quale era atteso dall’anno precedente e, tale evento costituiva anche una specie di rincorsa tra i ragazzini a recuperare i mesi persi.
Molti arrivavano dalle città di altre regioni, centri urbani importanti, le raccolte svolte durante l’anno erano le stesse e, improvvisamente con gli scambi si riusciva reciprocamente a trovare gli ultimi pezzi mancanti e completare i vari album.
Anche in questo caso si verificava che lo stesso nostro inconveniente dovuto alla mancanza di alcuni esemplari, si ripeteva per i compagni di gioco provenienti da altri luoghi, generalmente con altre figurine, ma comunque con equivalenti effetti di impedimento al completamento delle raccolte.
La gestione e l’arricchimento delle proprie riserve e dotazioni di figurine, anche quando le raccolte erano completate, restavano attuate con veri e propri giochi legati allo scambio e per accaparrarsi le figurine e per “noi” si distinguevano in quattro varianti locali comuni e ampiamente diffuse: “patta”, “soffietto”, “ticchetta” e “muro”.
Si trattava di giochi che implicavano un “impegnativo” addestramento personale, per studiare tecniche, accorgimenti e trucchetti che portassero alle maggiori vincite possibili, le quali potevano anche consistere in centinaia di figurine al giorno.

“PATTA”.
Il gioco si svolgeva su un banco o sulla cattedra.
Prima di cominciare i partecipanti si attribuivano un numero progressivo (1, 2, 3, 4, ecc.), che determinava la posizione del proprio turno di gioco.
Si mettevano insieme delle figurine, in numero variabile, una sull’altra con l’illustrazione verso l’alto, di solito non più di 6 – 8.
Il mazzetto ottenuto si incurvava leggermente ad “U” verso l’alto, nel senso della lunghezza, e si disponeva sul banco o cattedra.
Cominciando dal primo partecipante, secondo i numeri di turno attribuiti e poi in sequenza, il concorrente di turno appoggiava il palmo della mano, aperto, con le dita unite e eventualmente solo incurvato a conchetta, a fianco al mazzetto (parallelamente al lato lungo dello stesso) e successivamente lo spostava battendo un colpo sul mazzetto stesso.
La maestria consisteva nel conoscere od intuire il comportamento del mazzetto al colpo inferto, sfruttando e/o originando uno spostamento d’aria che permettesse di capovolgere il mazzetto stesso od almeno alcune delle figurine che lo componevano.
Le figurine che si capovolgevano (con illustrazione verso il basso) erano vinte, mentre le altre venivano assoggettate al turno del concorrente successivo.
Quando tutte erano state capovolte e vinte, se ne mettevano delle altre e si ricominciava da capo.
Se con il colpo inferto, nessuna si capovolgeva, in concorrente non aveva vinto e si procedeva con il concorrente successivo.

“SOFFIETTO”.
Il gioco si svolgeva su un banco o sulla cattedra.
Prima di cominciare i partecipanti si attribuivano un numero progressivo (1, 2, 3, 4, ecc.), che determinava la posizione del proprio turno di gioco.
Si mettevano insieme delle figurine, in numero variabile, una sull’altra con l’illustrazione verso l’alto, di solito non più di 6 – 8, ma a volte, per sfida lanciata per dimostrare le proprie abilità conseguite, anche una ventina.
Il mazzetto ottenuto si incurvava leggermente ad “U” verso l’alto, nel senso della lunghezza, e si disponeva sul banco o cattedra.
Cominciando dal primo partecipante, secondo i numeri di turno attribuiti e poi in sequenza, il concorrente di turno si posizionava di fronte al lato lungo del mazzetto, con i palmi delle mani aperti e dita attaccate, posizionati di coltello ad una distanza di circa 30 – 40 cm tra loro.
Le mani così posizionate venivano battute l’una contro l’altra in corrispondenza del centro del lato lungo del mazzetto e tale movimento creava uno spostamento d’aria che doveva fare ribaltare il mazzetto od almeno alcune delle figurine che lo componevano.
Anche in questo caso, la maestria consisteva nel conoscere od intuire il comportamento del mazzetto alla sollecitazione causata, sfruttando e/o originando uno spostamento d’aria che permettesse di capovolgere il mazzetto stesso od almeno alcune delle figurine che lo componevano.
Le figurine che si capovolgevano (con illustrazione verso il basso) erano vinte, mentre le altre venivano assoggettate al turno del concorrente successivo.
Quando tutte erano state capovolte e vinte, se ne mettevano delle altre e si ricominciava da capo.
Se con il colpo inferto, nessuna si capovolgeva, in concorrente non aveva vinto e si procedeva con il concorrente successivo.

“TICCHETTA”.
Il gioco si svolgeva su un banco o sulla cattedra.
Prima di cominciare i partecipanti si attribuivano un numero progressivo (1, 2, 3, 4, ecc.), che determinava la posizione del proprio turno di gioco.
Si mettevano insieme delle figurine, in numero variabile, una sull’altra con l’illustrazione verso l’alto, di solito non più di 6 – 8.
Il mazzetto ottenuto si disponeva sul banco o cattedra, in modo che fuoriuscisse non più di metà del lato lungo da uno dei bordi del ripiano.
Cominciando dal primo partecipante, secondo i numeri di turno attribuiti e poi in sequenza, il concorrente dava con le dita una “stecca” od un tocco verso l’alto da sotto la parte a sbalzo del mazzetto.
La maestria consisteva nel riuscire a fare capovolgere il mazzetto stesso od almeno alcune delle figurine che lo componevano.
Le figurine che si capovolgevano (con illustrazione verso il basso) erano vinte, mentre le altre venivano assoggettate al turno del concorrente successivo.
Quando tutte erano state capovolte e vinte, se ne mettevano delle altre e si ricominciava da capo.
Se con il colpo inferto, nessuna si capovolgeva, in concorrente non aveva vinto e si procedeva con il concorrente successivo, mentre se con il tocco inferto il mazzetto o anche una sola figurina cadeva a terra, nulla era vinto e si passava il turno al concorrente successivo.

“MURO”.
Delle quattro varianti, questa era quella più casuale, in cui non contribuivano in modo particolare alcun accorgimento o preparazione personale: si faceva affidamento al caso ed alla fortuna, ma a differenza delle versioni viste in precedenza, un solo turno era in grado di far vincere anche centinaia di figurine in un colpo solo.
Il gioco si svolgeva utilizzando uno spazio tra muro e pavimento.
Prima di cominciare i partecipanti si attribuivano un numero progressivo (1, 2, 3, 4, ecc.), che determinava la posizione del proprio turno di gioco.
Ogni partecipante, a turno, appoggiava una figurina aderente al muro ad altezza da pavimento concordata (ma poteva essere anche di libera scelta) e la lasciava cadere.
Ogni figurina cadeva a terra volteggiando ed andava a prendere posizione sul pavimento.
Il gioco finiva quando la figurina di un partecipante cadeva fermandosi anche solo parzialmente a contatto con un’altra già a terra, decretandone la vincita di tutte quelle che erano sul pavimento.
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CIBI E BEVANDE

Il mondo locale prevedeva un’alimentazione che proveniva e derivava dalle abitudini consolidate in periodi di scarsità di mezzi e prodotti, portando a consumare tutto ciò che il territorio era in grado di offrire e dedicando poca attenzione ai prodotti pubblicizzati e di moderno inserimento nella dieta quotidiana.
Pertanto, quasi tutta la parte alimntare era una trasformazione ed uso dei prodotti locali, con rare eccezioni e pochi strappi alla regola.
L’avvento turistico e l’arrivo di masse dagli ambienti di città, sebbene inizialmente solo in forma stagionale, hanno comportato un allargamento delle visioni d’insieme, delle disponibilità e la conoscenza allargata verso principi e abitudini alimentari arricchite da tanti prodotti di produzione su larga scala, non sempre basati su principi sani o naturali e comunque non più assoggettati all’autoproduzione, bensì spingenti verso un acquisto consumistico in bottega, prima, e poi nei crescenti antenati dei supermercati.
Colazioni, merende e spuntini sono i momenti della giornata che subiscono maggiormente questa spinta di trasformazione, ma anche a tavola per i pasti principali si nota il coinvolgimento.
Bambini e ragazzi sono i più spregiudicati nell’adattamento, ma anche gli adulti, tanto conservatori a parole, ne è che reggano più di tanto alla possibilità di provare qualcosa di nuovo e più articolato.
Sotto la spinta di inserzioni e passaggi televisivi pubblicitari, si fanno largo, bibite, dolciumi di ogni genere e forma.
Le bibite mantengono ancora un certo legame con le tradizioni ed i frutti un tempo tipici locali, accentrando l’attenzione su menta, orzata, cedrata (queste tre da allungare con semplice acqua del rubinetto, possibilmente fresca), aranciata, limonata e gazosa, con la spinta sempre più forte della Coca Cola, soprattutto tra spregiudicatezza dei ragazzi ed una spinta culturale che indirizza verso il modello americano.
Poi ci sono i succhi di frutta, in versione innovativa come Billy, uno dei primi esempi di confezione “monodose in cartone” con cannuccia.
Nei dolciumi, sbizzarrirsi è un’opera infinita, visto il martellamento di merendine in confezione singola, pronte all’uso come Fiesta (nei vari gusti), Girella (amata anche per gli omaggi gioco che si porta dietro), Buondì Motta (con nauseabonda copertura di cristalli di zucchero che in tanti staccano e buttano a terra), le merendine del Mulino Bianco (con i giochi in scatoline simili a fiammiferi) e poi i cioccolati in tutte le vesti come Duplori (barretta con riso soffiato), Kinder (amatissimi per le sorprese da farne raccolta), Ciao Crem (spalmabile con sorpresa nel tappo della confezione) e ancora la mitica Nutella (consumata a vagoni, nella forma portatile in vaschetta di plastica con palettina, oppure in svariate serie di bicchieri di tutte le forme e fantasie da collezione) e sfizi da passeggio come Haribo (rotella a spirale di liquirizia, più simile ad una stringa di plastica).
Poi ci sono i biscotti, e anche in questo caso si sprofonda in una vastità di varianti, davvero per tutti i gusti: Plasmon (da “manuale” per i bambini, ma spesso divorati dagli adulti, i quali lasciano ai piccoli solo in divertimento di giocare con la scatola, con la scusa che se stanno bravi e mangiano tanto, diventeranno forti come lo statuario scultore del marchio), i Mattutini (frollini dal dorso zigrinato che si inzuppano istantaneamente appena immersi in qualsiasi liquido), Oro Saiwa (le “Marie”, pratiche gallette dolci, ma non troppo), Bucaneve (rotella forata a forma di fiore con gocce di glassa; i bimbi vengono sfidati a mangiarne solo quanti biscotti riescono a infilare completamente nelle dita di una manina).
In tutta questa trasformazione culturale – alimentare, un aspetto importante lo rivestono anche le confezioni, in particolare quelle delle bibite.
Infatti, negli anni ’70, si assiste ancora ad una massiccia presenza di sole pottiglie e bottigliette in vetro, con tappi a pressione, i quali finiscono perr essere anche oggetto di raccolte hobbistiche; questi lasceranno sempre più maggiormente il passo ai tappi metallici a vite e dopo ancora a quelli in plastica a vite.
Procedendo verso gli anni ’80 la situazione si evolverà sostanzialmente, procurando l’immissione su mercato di prodotti in bottiglie di plastica, lattine e le confezioni “cartonate”, con o senza cannuccia, che condirranno progressivamente, ma rapidamente alle sempre più attuali forme di confezionamento.
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GIOCHI DIMENTICATI

Provare ad elencare quali possano essere stati i giochi del periodo appartenuto agli anni ’70 e ’80 è praticamente un’impresa impossibile, perché per tante che se ne potrebbero ricordare, sarebbero almeno altrettanti, se non in quantità maggiore, quelli che verrebbero inesorabilmente tralasciati.
Pertanto, mi limito a ricordare due elementi.
IL MANUALE DELLE GIOVANI MARMOTTE.
Si trattava di un manualetto, sulla linea dei fumetti Disney della pubblicazione settimanale “Topolino”, che si proponeva quale raccolta di nozioni, idee e suggerimenti sia culturali generali, che per stimolare la creatività innata di bambini e ragazzi, i quali, semplicemente sfogliandone le pagine, trovavano innumerevoli spunti per realizzare giochi e passatempi, in casa, all’aria aperta, da soli o tra amici.
UFO SOLAR.
Un gioco durato poco a causa di problemi di sicurezza.
Si trattava di una sorta di dirigibile solare, costituito da un grosso e lungo sacco nero di plastica (simile ad uno di quelli per la spazzatura), il quale veniva riempito d’aria correndo, legato all’estremità libera, posizionato al sole.
Il calore solare, nel giro di pochi minuti, lo scaldava la punto che lentamente vibrava fino a sollevarsi da terra e volare in alto, come una via di mezzo tra un aquilone e un enorme pallone.
Alcuni ragazzi lo tenevano legato ad un filo per recuperarlo, altri lo lasciavano libero, fermandosi a guardarlo fino a quando, tanto in alto e ridotto ad un minuscolo puntino, spariva alla vista.
Poiché si lesionava irreparabilmente in modo abbastanza facile, si provava a riprodurne l’effetto utilizzando un normale sacco nero della spazzatura: alcune volte si otteneva qualche scarno risultato, ma nella maggioranza dei casi il risultato era un buco nell’acqua.
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OCCHIALI DA SOLE

Durante gli incontri, ci si guardava negli occhi, si incrociavano direttamente gli sguardi e soprattutto si “vedevano” gli sguardi.
La limitazione estiva su ogni viso era determinata dal copricapo, il comune cappello in varie forme, un fazzoletto legato sulla testa a riparare dal caldo sole.
Ma gli occhi, nella maggior parte delle persone erano liberi da occhiali da sole e soprattutto da lenti a specchio che impediscono di recepire gli sguardi di chi si incontra.
I nostri contadini avevano come unica protezione “visiva” dal sole quella di socchiudere gli occhi aggrottando la fronte e marcandosi dai segni della fatica e del lavoro nei campi.
Il “bagnante”, progressivamente, si rivolgeva ad un utilizzo sempre più intenso degli occhiali da sole, inizialmente nelle giornate di spiaggia e lentamente estendendolo alle passeggiate, all’andare a fare la spesa, fino a diventarne un indossatore a tempo pieno.
Questo atteggiamento, cioè l’incontrare interlocutori che “affrontavano” mascherando il proprio sguardo, soprattutto se con lenti a specchio, era inizialmente non accettato di buon grado dal popolo rurale locale, il quale lo subiva come una mancanza di rispetto, al pari di ricevere la stretta di mano molle come un calzino usato.
Con l’arrivo degli anni ’80 e l’espansione del fenomeno dei venditori ambulanti, in allora “marocchini”, grazie ai loro mercatini, in buona parte incentrati su orologi digitali al quarzo ed appunto occhiali da sole, di cui la maggioranza con lenti a specchio, soprattutto sotto le spinte generazionali dei ragazzi, l’uso delle schermature solari sul viso si accentua rapidamente, estendendosi sino a diventare un’abitudine comune anche tra “noi”.
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IL VENDITORE MAROCCHINO

Questo aneddoto coinvolge due miei carissimi amici “torinesi” che non ci sono più, Dario e Giancarlo, che hanno rappresentato moltissimo nella mia infanzia/adolescenza e che si sono impegnati, tra le tantissime attenzioni che mi hanno dedicato, a farmi scoprire e vivere la spiaggia del porto.
Siamo nel 1984.
Era il periodo degli orologi digitali al quarzo, che spesso venivano ricercati dai venditori ambulanti, ragazzi provenienti dal Marocco, che passavano nelle spiagge o si posizionavano con discrezione nelle vicinanze, esponendo la loro mercanzia su un telo di fortuna.
Era un’epoca in cui erano visti come una presenza caratteristica e quasi facente parte del folklore estivo, vendendo oggetti comuni ed a prezzi bassi e pur molto contrattabili.
Uno di loro, Omar Radi, un ragazzo marocchino (diceva di avere una ventina d’anni, ma ne dimostrava almeno il doppio e di provenire da un piccolo paese di nome Tiznit), gentile ed educato, arrivava dove si parcheggiavano le biciclette, stendeva un telo a terra ed esponeva la sua mercanzia svuotando un enorme borsone nero: occhiali, collane, cappelli, teli mare, capi d’abbigliamento estivo, musicassette, radioline e soprattutto orologi.
I frequentatori della spiaggia ormai lo conoscevano, perché era una presenza gradita, con cui scambiare quattro chiacchiere tra un bagno e l’altro, magari contrattando qualcosa che vendeva e cercando, non solo scherzosamente, di farlo svendere per sfinimento.
Le famiglie dei miei due amici ed io passavamo parecchio tempo a parlare con lui, magari intervenendo in modo burlone nelle contrattazioni di alcuni clienti, cercando di fare in modo che evitassero di esagerare nell’opportunismo.
I nostri argomenti erano legati a conoscere il suo paese, la sua famiglia, a scambiarci informazioni dei rispettivi modi di vivere: una specie di confronto per conoscenza di due diverse realtà culturali.
Una mattina verso la fine di luglio, avevamo notato che nuovi “bagnanti” arrivati in spiaggia lo avevano accostato con un’insistenza piuttosto fastidiosa e fu allora che i miei due amici ebbero l’idea.
In pochi minuti di agghindarono vestendosi ed adornandosi in modo “inguardabile” (indimenticabili gli sguardi di disagio e “vergogna” delle mogli!!) con tutto ciò che potessero indossare di quello che Omar vendeva.
Si “caricarono” tutta la mercanzia possibile e cominciarono a gironzolare tra gli ombrelloni della spiaggia, in modo a dir poco teatrale, coinvolgendo i presenti che, divertiti, acquistavano qualsiasi cosa gli venisse presentata, a fronte di apparenti sconti e associazioni di prodotti, che venivano accaparrati come nella partecipazione ad un gioco.
Gli articoli proposti vennero venduti in un batter d’occhio e furono proprio i “bagnanti” a spingersi a richiedere l’acquisto anche della mercanzia indossata dai due.
In tutto questo Omar era accanto a loro e ogni volta gli veniva chiesto se il prezzo andasse bene, senza lasciarlo rispondere e concludendo subito la vendita, come in una forsennata asta, dove a lui era lasciato solo il ruolo dello spettatore incredulo di quanto stava succedendo.
Tra il divertimento generale ci si trovò a vendere anche il borsone nero.
In meno di mezz’ora era stato venduto tutto!!
E le persone, sorprese e coinvolte dall’iniziativa inaspettata, si confrontavano gli acquisti effettuati, ancora divertiti di cosa era stato messo in scena.
Il giorno dopo, all’arrivo in spiaggia dei miei due amici, molti dei presenti vennero incontro applaudendo e congratulandosi per quanto combinato il giorno prima.
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I BAMBINI DEGLI ANNI '70

Siamo nati nel secolo scorso, a metà tra l’ultimo conflitto mondiale e il nuovo millennio.
La nostra infanzia e la nostra adolescenza hanno attraversato periodi ancora sconosciuti al digitale, dove il tempo trascorreva più lento, in ambienti già coinvolti dalla modernizzazione progressiva, ma tutto sommato ancora legati ad usi e tradizioni del passato recente.
Per molti di noi la scuola elementare è stata il punto di incontro il 1° ottobre 1976 (il 1976 è stato l’ultimo anno in cui le scuole sono cominciate il primo ottobre; dall’anno successivo, l’inizio dell’anno scolastico è avvenuto nel mese di settembre).
Eravamo suddivisi in cinque sezioni: A, B e C erano alloggiate nelle aule delle “Scuole Nuove” di via Cavour, mentre D ed E si trovavano all’interno di quello che era stato il Seminario di Santa Matilde.
Gli alunni delle classi di Santa Matilde usufruivano spesso del periodo di ricreazione all’aperto, nell’adiacente giardino con voliera o nel campetto da calcio sterrato e, non essendoci ancora la strada arginale (via Risorgimento), spesso il campo di ricreazione diventava l’alveo del Torrente Merula, da dove si tornava in classe con qualche trofeo (raganelle, lucertole, salamandre e, secondo la stagione, con foglie colorate dall’autunno, nidi abbandonati, primizie floreali e lastre di ghiaccio ricavate da qualche pozzanghera …….. tutto per la bontà e pazienza delle maestre!).
Le classi D ed E furono negli anni successivi spostate in Vicolo Sant’Andrea, in quello che era un edificio accanto al Torrente Merula e di proprietà della Sacra Famiglia.
Fino alla terza classe si era alloggiati al primo piano e successivamente, per le classi quarta e quinta, c’era la “promozione” alle aule del secondo piano.
Le classi di via Cavour erano attentamente governate dalla bidella Rinetta (Caterina Caviglia), mentre Santa Matilde prima e Vicolo Sant’Andrea dopo, erano destinati alle cure della bidella Giovanna Pio, con l’ausilio in tutte le sedi della bidella Nuccia Barusso.
Si andava a scuola sei giorni la settimana, con orario ridotto al sabato e sempre e solo di mattina; i pomeriggi erano liberi, a parte catechismo ed A.C.R. per la maggior parte di noi.
Le maestre erano considerate affettuosamente, quali autorità a cui dedicare il proprio pieno rispetto: figure che in breve tempo diventavano un riferimento insostituibile per i bambini ed un confidenziale e sincero appoggio costante per scolari e famiglie, presenti ad ogni evenienza o difficoltà.
Gli scolari vestivano tutti con grembiulino lungo nero, con uno o due tasconi ai fianchi, colletto bianco spesso inamidato (soprattutto ad inizio settimana), fiocco rosa per le bambine e fiocco azzurro per i maschietti; i “ribelli” portavano un grembiule corto, tipo camicia, senza colletto bianco e spesso senza fiocco.
Soprattutto nei primissimi anni scolastici, per tutta la durata della lezione si svolgeva una processione con cui la maestra provvedeva a rifare i vari e ripetuti fiocchi slacciati!
Seppure raramente, poteva capitare, dopo averne combinate di ogni tipo, di ricevere qualche “amorevole” tirata di orecchie o qualche buffetto, che non erano considerati oltraggiosi, ma un insegnamento o una correzione a cui seguiva il resto appena tornati a casa da parte dei nostri genitori, per i quali l’atteggiamento dell’insegnante era sempre giusto e fatto per il nostro bene.
Appena dopo essere entrati in classe, c’era la preghierina tutti in piedi, a cui seguiva l’affaccendarsi della maestra tra i banchi ad aiutare in più imbranati nel fare il segno della croce.
A metà mattinata, la ricreazione: 10 – 15 minuti di scatenamento collettivo a cui le insegnanti facevano finta di porre “limiti severi” e terminati i quali, passavano a rimproverare alcuni aiutandoli a ricomporsi dalla sudata.
La ricreazione, oltre alla merenda mattutina, corrispondeva al momento dei giochi in gruppo, dei quali i più tipici erano “pinocchietto”, “cin-cin-karatè” ed i giochi per scambiare o accaparrarsi figurine di ogni genere (le famose “figu”).
Il nostro periodo elementare ha coinciso con il tempo in cui alcune famiglie sottostavano frequentemente al fenomeno dei trasferimenti per la ricerca di lavoro e non erano rare le situazioni di difficoltà economica.
E qui emergeva con forza la figura protettiva delle maestre che, venute a conoscenza delle difficoltà famigliari esistenti, compravano con i loro soldi e in assoluto silenzio, quaderni, libri, pastelli, pennarelli e attrezzatura scolastica varia da mettere a disposizione, prima per i più bisognosi e poi per tutti, facendo della condivisione un elemento di entusiasmo, aiutando chiunque e ricevendo qualche fuggitivo “grazie” da chi si accorgeva della loro preziosa generosità.
L’uscita presentava spesso un rituale di alcune maestre, le quali tenevano vicini a loro alcuni scolari che accompagnavano personalmente a casa con la propria auto …… come non ricordare esempi di guida terrorizzanti in 6 – 8 su una Cinquecento!!

Poi sono arrivate le scuole medie, il 10 settembre 1981.

Tutte le classi prime, ancora cinque, questa volta si trovavano nell’edificio di via Cavour: la sezione A al piano terra di fronte a segreteria e presidenza, B ed E al primo piano, C e D al secondo piano.
Siamo stati mischiati rispetto alle provenienze delle elementari, interrompendo legami ed equilibri che si erano formati nei cinque anni precedenti e la presenza di insegnanti diversi per le varie materie costituiscono, insieme al periodo adolescenziale, fattori di sviluppo personale e anche di maggiore responsabilizzazione.
Sono cambiate tante cose rispetto alle scuole elementari, soprattutto siamo cambiati noi, il periodo, le necessità, il cominciare a sentirsi progressivamente già grandi: la rampa di lancio per le scelte verso il nostro futuro.
Brevi ricordi, di momenti felici o almeno spensierati, che ci hanno formati nella crescita, con istruzione ed insegnamenti di vita, impostando alcune delle basi che ci hanno condotti alle scelte fatte nei periodi successivi delle nostre esistenze.
Credo che nel cuore di ognuno di noi ci sia un posto esclusivo dedicato ad almeno uno dei nostri insegnanti, una persona speciale a cui siamo affettuosamente legati e profondamente riconoscenti per ciò che ha fatto e rappresentato per noi e per la formazione di ciò che siamo diventati.
Ci siamo solo fermati qualche istante a ricordare un periodo delle nostre vite e le persone che abbiamo conosciuto e che hanno caratterizzato il nostro tempo fuori dagli affetti famigliari.

Oggi siamo più o meno riusciti ad adattarci, anche senza troppa fatica, ai cambiamenti, alla continua e repentina modernizzazione, all’era del digitale, ma non siamo nati così: siamo una delle generazioni di passaggio, quasi dei “dinosauri” che si sono adattati anziché estinguersi subito, ma siamo comunque “quelli del ’70” che viviamo a cavallo di due secoli e di due millenni.
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ESTATE 1982




L' estate del 1982.
Un’estate come tante altre, ma l’estate che è rimasta nel cuore e nell’immaginario collettivo diversa da tutte le altre per chi l’ha vissuta.
Per gli andoresi tutto ha cominciato a suscitare curiosità quando la Nazionale di calcio ha effettuato il suo raduno pre-mondiale nel vicino centro della “Puerta del Sol” ad Alassio, attirando gli sguardi anche dei più disinteressati, perché ad Andora già si sapeva che abitasse Gaetano Scirea, ma avere così vicini tutti i componenti della Nazionale non era cosa di tutti i giorni.
Poi sono cominciati i Mondiali, un po’ in sordina e con qualche delusione per gli scarsi risultati, ma quando gli Azzurri hanno cominciato a vincere e ad esaltare un’intera nazione, le cose sono cambiate.
Anche i muri tifavano per i 22 di Spagna.
Andora si fermava per le partite dell’Italia, in piena calda estate tutte le radio e le televisioni (molti ancora in bianco e nero) si sintonizzavano sulla voce del telecronista e da ogni luogo si poteva ascoltare e partecipare all’evento che risuonava nell’aria, come un grande ritrovo all’aperto.
Si fermavano i cantieri, i cui operai e datori di lavoro terminavano in anticipo la giornata lavorativa per assistere alla partita, si facevano impianti di fortuna per poter vedere ed essere presenti dai posti più disparati, alcuni negozianti e clienti, tutti insieme, si recavano al vicino bar per assistere alla partita, in alcune strade la gente non poteva stare tutta sui marciapiedi e così si occupava parte del sedime viario e non era raro che chi passava in auto o motorino si fermasse per aggiungersi al gruppo.
Addirittura si lasciava prima la spiaggia per essere pronti a vedere la partita.
Tutto si fermava, quasi in una atmosfera irreale in cui i 90 minuti di gioco erano ormai diventati irrinunciabili.
Dagli urli ed esclamazioni collettive che inondavano l’aria era impossibile non avere la consapevolezza immediata di cosa stesse succedendo, anche se ci si trovava in un luogo “eremitico”.
Esattamente 40 anni fa, alle 21,48 di una calda domenica sera estiva, vissuta con una trepidazione mai provata prima, al triplice fischio della finale del mondiale spagnolo, l’urlo di Nando Martellini “Campioni del Mondo, Campioni del Mondo, Campioni del Mondo”, scatena la festa italiana.



Anche Andora, come tutta l’Italia, si tinge di Tricolore, le case, i balconi, le vie, la gente che si riversa nelle strade: gioia incontenibile, persone di tutte le età che corrono, si abbracciano, piangono, urlano la contentezza di un intero paese che si sente grande grazie ai suoi eroi azzurri.
Ovunque il Tricolore che sventola, mamme e nonne che hanno cucito bandieroni con intere lenzuola (qualcuno le ha anche tinte, perché ormai da giorni non si trovano più stoffe verdi – bianche – rosse e ancor meno bandiere, con i bambini che passano le loro ore calde pomeridiane ad improvvisarle fatte di carta), automobili decorate a festa.
Ovunque papà e nonni con bimbi “a cavalluccio”, in modo che possano vedere di più e meglio ciò che succede intorno, ciò di cui si è parte ognuno con un irrefrenabile entusiasmo, rimasto sopito per tanto tempo.
E chi non ricorda la “500” completamente verniciata verde-bianco-rosso, che “carosella” per le strade a tutta velocità e a tutto clacson, imbarcandosi su due ruote ad ogni curva, con il tettuccio aperto, una decina di persone a bordo e sedute ai finestrini sventolando una bandiera enorme!!??
O i quattro ragazzi, uno dei quali seduto sul manubrio, sul “Ciao” festonato con rotoli di carta igienica tricolore!!
O i due ragazzi in “Vespa”, che tenevano una ragazza in piedi sul portapacchi mentre sventolava una grande bandiera italiana!!
Per strada un papà riunisce figli, bambini e ragazzini e, come un direttore d’orchestra, dirige un coro che urla in sequenza i nomi di tutti gli eroi azzurri artefici di questa grande festa.
Tutti ripetono e urlano i nomi dei vincitori e uno su tutti: Paolo Rossi; il Pablito risorto con la maglia numero 20, che ad ognuno ha donato lacrime di felicità, con i suoi gol, il suo entusiasmo, le sue braccia tese al cielo, con la sua semplicità di essere un grande, esaltando l’essere italiani.
Sono passati quarant’anni e tutto è cambiato, i modi di vivere, di rapportarci con gli altri, la capacità di vivere le emozioni, l’interesse rispetto a cosa ci succede intorno ….
Ma a distanza di tanti anni, di tanti cambiamenti, ci fermiamo un attimo a ripensarci …. e ricordiamo un pezzo di storia del nostro paese:
11 luglio 1982, “io c’ero!!!”

     
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OSPITI E PADRONI

Chiudo questa carrellata di ricordi e confronti con una riflessione, forse quella più amara, ma che purtroppo esiste, perchè illustra un apsetto delicato e doloroso dell'evoluzione di Andora e di tanti altri paesi che hanno subito la trasformazione turistica degli ultimi decenni.

La crescita di Andora, lo sviluppo a cui è stata sottoposta, sono partiti dall’ideale di dotarla di servizi, farla diventare un’attrattiva per il turismo, sfruttando quelle che potevano essere le peculiarità enormi garantite e messe a disposizione dalle caratteristiche del territorio.
L’iniziale ricettività turistica, a dire il vero impreparata ed ampiamente improvvisata, rendeva possibile un’attrattiva ricercata ed apprezzata solo perché le pretese e aspettative erano minori, si usciva da un periodo duro, intravvedendo sviluppo e benessere e già solo questo costituiva motivo di gioia e divertimento.
Poi le esigenze sono state sempre crescenti, esponenzialmente crescenti, e l’offerta non è stata in grado di percepire il cambiamento e di adattarsi in modo avveduto al cambiamento rapido che si stava attuando, perdendone l’allineamento con i tempi.
Troppo a lungo e ancora oggi, si è proceduto a sfruttare le risorse territoriali, portandole all’esaurimento ed inflazionando quanto di preesistente, puntando all’espansione, quando invece sarebbe stato più coerente conservare e investire per migliorare.
Ma la storia non ci ha insegnato niente: aumentano le costruzioni, si riducono gli spazi, il verde, i parcheggi (perché aumenta la popolazione), i posti sulle spiagge, c’è carenza di servizi primari (acqua su tutti).
Un errore di fondo, già dalle origini dello sviluppo edilizio, ha portato gli investimenti a diventare speculazione.
Elevati indici edificatori sono stati attribuiti a lotti, creando interessi di investimento, che hanno portato alcune famiglie locali a considerale la svendita delle proprie estensioni terriere per il facile guadagno immediato, apparentemente ricevendo l’opportunità di un benessere che aiutava ad uscire o sopperire grandi e sofferte fatiche vissute da generazioni nella dura vita contadina.
Un apparente facile guadagno piovuto dal cielo che ha fatto trapassare dalla condizione di proprietario a quella di occupato in altro settore.
Un processo che a lungo andare ha impoverito il territorio, ma anche tolto stabilità a piazzate famiglie locali.
L’euforia di quattro spiccioli tintinnanti nelle tasche ha radicalmente trasformato la situazione iniziale in cui i proprietari locali, gli andoresi, ospitavano orde turistiche, gestendo un’attività stagionale che consentiva di arrotondare ed ingrassare il normale bilancio economico personale.
La speculazione, l’ininterrotta costruzione e svendita di territorio, “per quattro soldi maledetti e subito”, ha trasformato radicalmente le cose, secondo cui i proprietari locali hanno ceduto le proprietà, non ospitano più il turista, il quale è diventato proprietario o pluriproprietario a sua volta e, quindi, non più ospite, ma molto spesso ospitante.
L’economia turistica, intesa come economia che resta collegata al territorio, si è trovata altamente sbilanciata, perché gli investimenti sono sul territorio, ma non appartengono al territorio e non ci restano.
Andora non appartiene più agli andoresi, il cui numero è troppo sbilanciato in riduzione, rispetto alla gestione patrimoniale immobiliare locale, rispetto a quanto appartiene al mondo delle seconde case e dell’antico ospite diventato, invece, proprietario.
Per avere un’idea delle proporzioni sbilanciate che sono state create e che continuano ad accentuarsi, per ogni abitazione di un andorese effettivamente residente ci sono cinque seconde case, e per ogni abitante andorese effettivamente residente ci sono tredici individui non residenti.
Non c’è bisogno di grandi spiegazioni, perché i numeri sono molto eloquenti, per illustrare la situazione che si è venuta a creare, dove un territorio è sotto scacco a causa di scelte sbilanciate a cui, nonostante tutto, non si è posto e non si pone rimedio.
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