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			<title><![CDATA[Antico stemma comunale]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Curiosit%C3%A0"><![CDATA[Curiosità]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000006E"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Alma-Anfosso---Questa-nostra-Andora-01_10a.jpg"  width="852" height="639" /><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Su questo stemma si riscontrano testimonianze curiosamente non coincidenti.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Alma Anfosso nel suo libro "Questa nostra Andora", descrivendo minuziosamente il significato simbolico dei particolari che lo compongono, asserisce che si tratti di una sorta di "reliquia" posseduta e appartenente al Casato Anfosso.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nei suoi racconti molti aspetti storici ascendono alla propria affiliazione famigliare e, come ha ripetuto più volte allegoricamente ed ironicamente Antonello Degola riferendosi ad alcune "romantiche narrazioni", "secondo alcune convinzioni sembrerebbe che anticamente Andora nulla o poco fosse al di fuori di Duomo e Molino Nuovo".</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Lo stampo in legno era probabilmente di origine fine Settecento.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Secondo testimonianze provenienti da fonti diverse, raccolte dai racconti tramandati verbalmente da persone anziane un tempo molto vicine ai marchesi Maglioni, il marchese Marco Maglioni conservò a lungo questo stampo in legno tra i suoi cimeli, accuratamente e fieramente esposto in uno dei salotti della sua residenza della Marina, avendolo prelevato dagli arredi comunali in occasione del trasferimento della sede municipale da Metta a Molino Nuovo (data che dovrebbe coincidere circa con il suo primo mandato quale Sindaco di Andora - 1878).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Deve essere ricordato che Marco era un fervente e passionale amante di Andora, quasi maniacale nel perfezionismo a ricercare e tramandare ogni cosa che potesse testimoniare le origini, il legame con il passato, le tradizioni, le consuetudini, il prodigo cultore dell'organizzazione, degli strumenti e della gestione amministrativa, tanto da sostituirsi, durante i suoi mandati quale Sindaco, nello svolgimento di più incarichi purchè le cose fossero fatte secondo la sua visione energica di funzionamento.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Durante la migrazione della sede comunale da Metta a Molino Nuovo, oggetti e archivi sono caricati a basto su muli e su carri trainati da forza animale.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il torrente Merula scorre, come spesso all'epoca, e durante un attraversamento del corso d'acqua, non essendo ancora presenti ponti, ma solamente passerelle temporanee e troppo sovente improvvisate, qualcosa va storto e parte di un carico finisce trasportata via dalla corrente, irreparabilmente danneggiata sebbene recuperata.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tra questi "materiali" ci sono i grandi volumi del catasto seicentesco di alcuni "quartieri" di Andora, tra cui quello di San Pietro, che diventano persi per sempre.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il fatto scatena la rabbia di Marco, che non riesce a capacitarsi della perdita incalcolabile.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel trambusto del caotico trasporto, lo stemma il legno della Comunità di Andora resta parzialmente lesionato e il neo Sindaco decide di proteggerlo presso la propria residenza, dove s</span><span class="fs14lh1-5">i racconta che lo mostrasse orgogliosamente ai suoi illustri ospiti e che permettesse che venisse spolverato solo da una persona tra i domestici (che avrebbero dovuto essere quattro, compresi i due giardinieri).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tale stampo sarebbe arrivato alla famiglia Momigliano a seguito di una vendita immobiliare di beni appartenuti al marchese e riportato nel Municipio tra i "documenti storici" del Comune.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E' sparito durante l'ultimo mandato di Walter Momigliano come Sindaco e un ex consigliere comunale provò in passato a venderlo ad alcune persone diverse.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Non è risaputo se uno dei soggetti con cui è stata intentata una vendita possa essere un Anfosso, ma all'epoca in cui Alma scrisse il libro, lo stampo era ancora in possesso a chi lo trafugò dal Comune negli anni '70, perchè tale individuo stesso lo offrì ancora, a persone conosciute, nel primo decennio degli anni 2000.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Potrebbe essere che di stampi in legno con tale stemma del Comune di Andora ne esistessero più di uno, ma "stranamente" una stampa su carta di quello "trafugato" riporta le stesse irregolarità sulla cornice ed una delle lesioni di quello descritto il "Questa nostra Andora".</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Due delle persone che mi hanno informato con tanto di nomi, date, ecc., assolutamente attendibili, preoccupate dal mio interesse, si sono curate di cancellare le tracce che mi avevano fornite e che io, con leggerezza, non avevo trattenuto.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tra l'altro il "trafugatore" è un soggetto le cui azioni sono sempre state coperte ed esiste(va) un intero archivio che doveva essere distrutto, ma così non è stato, che conteneva testimonianze audio/video e cartacee di alcuni importanti fatti.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Alcuni, per caso, avevano colpito la mia famiglia e di questi, essendo personali e documentabili, credo che scriverò prossimamente.</span><br></div></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 07 Feb 2026 00:02:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Walter Momigliano]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Personaggi_andoresi"><![CDATA[Personaggi andoresi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000006D"><div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div><div><span class="fs14lh1-5">Walter Momigliano è nato a Torino l'11 febbraio 1913 da Alessandro (classe 1882) e Laura Tedeschi (1894 - 1982).</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Fu Sindaco di Andora per tre mandati per tutti gli anni '60 del Novecento e per metà del decennio successivo, succedendogli l'Avv. Francesco Bruno nel 1975.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tornò membro del Consiglio Comunale, quale consigliere di minoranza, nel periodo tra il 1985 e 1995, durante gli ultimi due mandati del Sindaco - Avv. Francesco Bruno.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Morte-Sindaco-Momigliano---Copia.jpg"  width="843" height="564" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><div><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 06 Feb 2026 22:26:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Saga Farmann]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Eventi"><![CDATA[Eventi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000006C"><div class="imTAJustify"><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span><img class="image-0" src="https://www.andoraneltempo.it/images/IMG_20250602_211448---Copia.jpg"  width="800" height="601" /></div></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dal 2 al 4 giugno 2025, al molo di sottoflutto nei pressi della Madonna du Scòggio, nel porto turistico di Andora, è attraccata la Saga Farmann, imbarcazione costruita in quercia e pino, una fedele riproduzione della nave vichinga Klåstad, scoperta nel 1893 durante uno scavo archeologico nei pressi della città norvegese di Larvik (gemellata con Andora il 9 settembre 2018), luogo natale dell’esploratore Thor Heyerdahl.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-4" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Itinerario-2025---2--2----Copia.jpg"  width="800" height="451" /><span class="fs14lh1-5 ff2"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><div><span class="fs12lh1-5">Fonte tradotta </span><span style="text-align: start;" class="fs12lh1-5">https://sagafarmann.com</span></div></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La Saga Farmann è una ricostruzione della Klåstadship (nave Klåstad), considerata la quarta nave vichinga norvegese, rinvenuta nel 1893 in un campo profondo (il terreno in questo luogo si è sollevato di circa 2 metri dall'epoca vichinga) nel Viksfjord a Larvik, abbastanza vicino a Kaupangen nello Skiringssal, ma i cui scavi furono effettuati solo nel 1970.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si immagina che la nave, avente a bordo un carico di pietre per affilare provenienti da Eidsborg nel Telemark sia naufragata sul Viking Vikskilen e sia inabissata nel profondo del Klåstadkilen.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La nave Klåstad, leggermente danneggiata dai lavori di bonifica del terreno in cui stata rinvenuta, pure essendo costruita con la tecnica del clink, si differenzia per alcuni aspetti dalle più famose navi vichinghe Oseberg, Gokstad e Tune:</span></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">affondata e recuperata dal fondale marino, era probabilmente una nave mercantile, uno sloop risalente al 998 d.C., mentre le altre tre navi sono imbarcazioni funerarie;</span></li><li><span class="fs14lh1-5">aveva delle pagaie al posto dei remi.</span></li></ul></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La chiglia è lunga 16,15 metri, quindi leggermente più piccola della nave di Gokstad.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Schema-nave--2----Copia.jpg"  width="800" height="451" /><span class="fs14lh1-5 ff2"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Fonte tradotta </span><span style="text-align: start;" class="fs12lh1-5">https://sagafarmann.com</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Milena-Durante---Copia.jpg"  width="800" height="534" /><span class="fs14lh1-5 ff2"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto per gentile concessione Milena Durante</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Mille anni fa, i Vichinghi provenienti dalla Scandinavia agivano da guardie del corpo dell'imperatore a Costantinopoli, e nella saga norvegese si racconta del vichingo Ottar, che navigò intorno alla Norvegia e probabilmente raggiunse il Mar Bianco.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Eivind Luthen ebbe l'idea di combinare il viaggio di Ottar con la visita all'antica città di Miklagard, ma l'idea di viaggiare attorno alla Norvegia fu accantonata, in quanto la costa lunga e frastagliata avrebbe costretto ad impiegare molto tempo per la navigazione e non era invitante attraversare la Russia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Fu deciso di fare qualcosa nella migliore tradizione vichinga, ma che nessun vichingo aveva mai fatto prima: utilizzando i nuovi canali e le chiuse che collegano i fiumi d'Europa, e sfruttando la potenza dei motori per risalire le correnti, si sarebbero raggiunti Istanbul o Miklagard attraverso i corsi d'acqua europei.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il canale più antico risale al XIV secolo, quindi se i vichinghi avessero resistito un po' più a lungo, avrebbero potuto intraprendere il viaggio odierno.</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"> </div><span class="fs14lh1-5"> &nbsp;</span><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La città costiera norvegese di Tønsberg ospita un cantiere navale vichingo, dove attualmente viene costruita la terza nave vichinga di grandi dimensioni, e tutte le navi e le piccole imbarcazioni qui costruite appartengono al patrimonio della fondazione Oseberg Viking Heritage, di cui è parte la corporazione navale Saga Farman: un gruppo di persone che condividono idee e l'interesse per la costruzione navale, la navigazione, la cultura e la vita vichinga, e che insieme contribuiscono alla cura della nave durante tutto l'anno, svolgendo tutti i lavori e le operazioni necessarie per una barca in legno.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L'equipaggio si è formato preparando la nave per il grande viaggio fin all'inizio della costruzione, alla fine del 2014.</span></div><span class="fs14lh1-5"> &nbsp;</span><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La Saga Farmann è una nave vichinga completamente cresciuta di quasi 21 metri di lunghezza e 5 metri di larghezza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Itinerario-2025---1--2----Copia.jpg"  width="800" height="451" /><span class="fs14lh1-5 ff2"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><div><span class="fs12lh1-5">Fonte tradotta </span><span style="text-align: start;" class="fs12lh1-5">https://sagafarmann.com</span></div><div><div><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><hr><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Foto galleria:</i></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">- per gentile concessione Milena Durante</i></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">- per gentile concessione Giorgio Orengo</i></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">- Ovidia Siccardi</i></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 06 Feb 2026 22:09:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Antiche unità di misura]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Civilt%C3%A0_contadina"><![CDATA[Civiltà contadina]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000006B"><div class="imTACenter"><b class="imTAJustify fs10lh1-5"><span class="fs14lh1-5 ff1">ANTICHI SISTEMI DI MISURA</span></b><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel periodo storico tra Settecento e Ottocento, nelle fonti documentali di riferimento, si rilevano indicazioni relative agli antichi sistemi di misura applicati in funzione a quelli derivanti dall’uso presso la Repubblica di Genova.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E ciò dando per scontato e/o assimilando il fatto che, appartenendo Andora alla Repubblica di Genova, automaticamente così fosse.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In realtà, la situazione è molto diversa, perché i sistemi di misura variavano, e spesso non poco, da zona a zona: troviamo così diversi sistemi/unità di misura in uso nei vari Mandamenti e variabili tra le varie località (senza allontanarci troppo) di Finalborgo, Calizzano – Massimino – Bardineto, Pietra Ligure, Loano, Albenga, Alassio, Andora.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Curiosando tra i documenti dell’Archivio Storico Comunale e con riferimento a specifici studi sulle varie differenziazioni locali, diamo uno sguardo agli antichi sistemi di misura utilizzati nell’Andora della seconda metà dell’Ottocento.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5"><u>LUNGHEZZA</u> si usava: la “canna” (ml 3.00), valutata 4 “passi” (ml 0,75); ogni “passo” era 3 “palmi” (ml 0,25); ogni “palmo” era diviso in 12 “once” (ognuna poco più di cm 2).<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5"><u>SUPERFICIE</u> si usava: la “giornata” (mq 900,00), suddivisa in 1600 “passi quadrati” (mq 0,5625); il passo quadrato si suddivideva in 9 “palmi quadrati” (mq 0,0625) e ogni “palmo quadrato” in 12 “once di palmo quadrato” – La “giornata” corrispondeva ad un quadrato di 10 “canne” di lato, cioè 40 “passi”.<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5"><u>VOLUME</u> si usava: la “canna cuba” (litri 27000,00), suddivisa in 1728 “palmi cubi” (litri 15,625), ognuno suddiviso in 1728 “once cube”; la “oncia cuba” era costituita da 1728 “punti cubi” – I muri venivano misurati con la “cannella”, pari alla sesta parte della “cannella cuba”, costituita da 288 “palmi cubi” e cioè pari a mc 4,5.<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5"><u>CEREALI</u> si usava: la “emina” (litri 121,92 sebbene fosse semplificativamente considerata litri 120), suddivisa in 6 “eminette” (litri 20,32, in conseguenza considerati litri 20).<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5"><u>OLIVE</u> si usava: la “quarta” o “quartara” (litri 36), composta da 18 “motulari”; tuttavia, esisteva anche una “quarta” composta da 7 “motulari”.<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5"><u>VINO</u> si usava: il “barile (da vino)” (litri 40), suddiviso in 40 “amole” corrispondenti al litro; ogni “amola” era suddivisa in 2 “mezze amole”.<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5"><u>OLIO</u> si usava: il “barile (da olio)” (litri 65,48), suddiviso in 120 “quarteroni” (anticamente in 20 “lire”) o in 64 “pinte”; tuttavia, si prediligeva la vendita dell’olio a peso.<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5"><u>PESO</u> si usava: il “cantaro” (kg 47,50 successivamente semplificato a kg 48), formato da 6 “rubbi” (kg 7,92 successivamente semplificato a kg 8); ogni “rubbo” era suddiviso in 25 “libbre” (grammi 316,75); la “libbra” era costituite da 12 “once”; la “oncia” era formata da 8 “ottavi” o “drammi”; ogni “ottavo” o “dramma” era costituito da 3 “denari” o “scrupoli” e questi ultimi suddivisi ognuno in 24 “grani”; il “cantaro” poteva essere suddiviso in 100 “rotoli” e ogni “rotolo” era corrispondente a 1,5 “libbre”.</span><br></li></ul></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 18 Jan 2026 22:22:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il passaggio della Milano - Sanremo]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Curiosit%C3%A0"><![CDATA[Curiosità]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000006A"><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Milano-Sanremo.jpg"  width="365" height="599" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto Collezione Privata Marino Vezzaro</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sono stato colpito da questa foto, pubblicata a suo tempo in uno dei libri di Marino, riferita ad un passaggio di una delle tante Milano - Sanremo sulle strade andoresi, o meglio sul tratto di strada litoranea costiera.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Mi soffermo perchè si tratta di una Milano - Sanremo particolare, quella del 1930.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La Milano - Sanremo è la corsa ciclistica maschile su strada, la più importante e più lunga (originariamente 299 km) tra quelle che si corrono in un solo giorno in Italia, chiamata la "Classica di Primavera" o la "Classicissima", svolta tradizionalmente il 19 marzo (dal 1937), giorno di San Giuseppe, o il sabato più prossimo a tale data (da quando fu abolita la festività del 19 marzo) e con due sole eccezioni recenti di domenica.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Riveste una grande tradizione, svolgendosi dal lontano 1907, non disputata in sole tre occasioni in tempi di guerra nel 1916 e nel 1944/45.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Torniamo alla foto che immortala il passaggio andorese dell'edizione del 1930, su quella che all'epoca era Strada della Cornice e diventerà in questo tratto via Fontana.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nella foto, nonostante la polvere alzata dai ciclisti, si nota sulla destra la sagoma dell'Albergo Mondovì, attuale sede della Caserma dei Carabinieri e sulla sinistra le originarie case della "Pigna".</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L'edizione della corsa del 1930, rivestiva grande importanza sportiva in quanto un campionissimo italiano, l'ormai trentasettenne Costante Girardengo, era tornato inaspettatamente alle corse ed in questa edizione tentava di vincere la gara per la settima volta, sebbene il favorito fosse Alfredo Binda.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dopo le varie peripezie di gara ed una lotta diretta tra i due rivali, che cadono entrambi in tratti diversi del percorso, Binda si ritira, spianando la strada per una possibile vittoria di Girardengo che sta correndo in un gruppetto di testa con alcuni suoi fidati gregari, tra cui un altro campione, Learco Guerra.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ad Andora il gruppetto di testa che passa è composto da 14 corridori.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><b><span class="imUl fs14lh1-5">La foto del passaggio ad Andora riprende il gruppetto in fuga, con Learco Guerra in testa e Costante Girardengo con il cappellino bianco.</span></b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">All'arrivo a Sanremo, la rottura del manubrio contribuirà ad ostacolare la volata di Girardengo, che arriverà &nbsp;solo quinto, mentre la gara sarà vinta da Michele Mara.</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><hr></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><i><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Un ringraziamento speciale</span></b></i></div><div class="imTACenter"><i><b><span class="fs14lh1-5 ff2">al Dott. Carlo Delfino,</span></b></i></div><div class="imTACenter"><i><span class="fs14lh1-5 ff2">grandissimo appassionato ed esperto di storia del ciclismo,</span></i></div><div class="imTACenter"><i><span class="fs14lh1-5 ff2">che con le sue preziosissime ed inaspettate informazioni mi ha permesso di ricostruire questo ricordo andorese da una semplice foto,</span></i></div><div class="imTACenter"><i><span class="fs14lh1-5 ff2">altrettanto preziosamente conservata da Marino.</span></i></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 18 Jan 2026 22:17:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Pietro Boine]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Curiosit%C3%A0"><![CDATA[Curiosità]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000069"><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Pietro-Boine_iwn0m00n.jpg"  width="600" height="405" /><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Pietro Boine nasce il 20 settembre 1890 ad Andora.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Figlio secondogenito di GioBatta, trentenne impiegato ferroviario nella tratta Savona – Ventimiglia, domiciliato ad Andora, e della propria moglie Irene Benza.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il primogenito, Giovanni, nato a Finale Marina nel 1887, letterato che sarà esponente di spicco e pioniere del “Modernismo”.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Irene, durante uno spostamento in treno, fu costretta dal travaglio a scendere presso la Stazione di Andora, e qui sorretta ed accompagnata nella vicina Locanda della Stazione (di proprietà Aicardi, che compare quale testimone nell’Atto di nascita), dove Pietro venne alla luce.</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Pietro-Boine-2_aqc0h65j.jpg"  width="852" height="453" /><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La mamma di Pietro, rimasta successivamente vedova, e risposatasi, proseguirà la propria vita famigliare, insieme alla figlia (sorella minore di Pietro), in una casa in affitto a Porto Maurizio, assistendo al cambiamento socio-economico della propria famiglia, soggetta ad un progressivo impoverimento, dopo la vendita della grande villa e dei vasti uliveti ereditati dal nonno materno.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il giovanissimo Pietro studia al Ginnasio e a 13 anni si imbarca su un mercantile, con il sogno di diventare un commerciante, ma restando relegato all’attività di mozzo.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Non contento, torna presto in famiglia e, prima dei vent’anni, per motivi economici si trasferisce in Francia, affrontando diversi lavori, sino a giungere a Parigi, dove conosce il movimento pugilistico sportivo, innamorandosene immediatamente.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tornato in Italia, a Milano insieme al maestro Celestino Caverzasio, fonda il Club Pugilistico Nazionale.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Mancino, longilineo, alto, in possesso di un fisico invidiabile, dopo essersi cimentato in vari combattimenti con ottimi risultati, domenica 10 luglio 1910, a Valenza Po, Pietro Boine affronta sul ring Antonio Ferranti, per il titolo di Campione Assoluto (senza cioè distinzioni di peso) del Nord Italia.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Alla terza ripresa mette KO l’avversario laureandosi “campione” e, senza saperlo (e non lo saprà mai, perché il riconoscimento arriverà solo dopo anni dalla sua morte), diventa il primo Campione Italiano dei pesi massimi.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel 1911, Pietro inizia anche a tirare di scherma, seguito dal grandissimo maestro Giuseppe Mangiarotti.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il 15 giugno 1912, a Milano, Pietro Boine vince nuovamente il titolo di “campione” dell’Alta Italia, questa volta suddiviso in tre categorie di peso, sconfiggendo in sei riprese Alessandro Valli.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Cerca nuovi stimoli viaggiando in Francia, dove sostiene vari incontri con risultati alterni.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Durante uno di questi incontro, nella primavera del 1913, riportò una frattura che lo costrinse a ricorrere ad un intervento chirurgico di risultato non soddisfacente.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Torna in Italia nel 1913, dove tra l’altro affronta Eugenio Pilotta a Milano, per il titolo di “campione”, incassando una sconfitta alla quinta ripresa dell’incontro.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il 23 dicembre dello stesso anno, sul ring allestito al “Filodrammatici” di Milano, Pietro sfida Pilotta per la rivincita, pure non essendo in buone condizioni di salute, in quanto debilitato da un’infezione di tifo non curata.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nonostante il parere contrario del suo amico Giuseppe Mangiarotti, decide di combattere.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dopo l’inizio promettente nella prima ripresa, Pietro va in difficoltà, e privo di energie, alla terza ripresa per non cadere sotto i potenti e ripetuti colpi dell’avversario, si aggrappa alle corde, fino al momento in cui l’arbitro, il cronista della Gazzetta dello Sport Arturo Balestrieri, decreta il KO tecnico.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Lo stesso giornalista scrisse dell’ultimo affondo incassato: “Se non uccise un corpo, però, uccise un’anima ed una gloria”.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Pietro Boine non si riprese più, morendo il 28 gennaio 1914, a soli 23 anni, presso la Clinica San Giuseppe a San Vittore, a causa di un violento attacco di tifo.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Riposa nel cimitero di Porto Maurizio a Imperia, a fianco del fratello Giovanni (mancato prematuramente nel 1917), dopo l’avvenuta traslazione delle proprie spoglie da Milano (a cura del fratellastro Pietro Giovanni nel 1984).</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 18 Jan 2026 22:11:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Città dei ragazzi]]></title>
			<author><![CDATA[Marco Garrone]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Territorio"><![CDATA[Territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000068"><div><div class="imTACenter"><span class="fs16lh1-5 ff1"><b>LA "CITTA' DEI RAGAZZI"</b></span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Pineta-01--2----Copia.jpg"  width="597" height="448" /><span class="fs16lh1-5 ff1"><b><br></b></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La "Città dei ragazzi" era una colonia per gli orfani e ragazzi in difficoltà famigliare, originariamente di proprietà della "Opera Pia figlie della Madonna dei Poveri di Torino", fondata da Giovanni Battista Arbinolo seguendo i propositi salesiani di Don Giovanni Bosco.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div><span class="fs14lh1-5">Gli stessi ex allievi potevano così fare le vacanze al mare in comunità fra loro.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">L'insediamento di Andora nasce nei primi anni '50 e termina nel 2010, mentre l'istituzione torinese è anteriore alla Seconda Guerra Mondiale.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Deceduti i proprietari, le sedi sono passate alla diocesi che ora ne ha programmato la vendita.</span></div><div><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Pineta-03--2----Copia.jpg"  width="603" height="452" /><span class="fs14lh1-5"><br></span></div></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 18 Jan 2026 12:47:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Don Dagnino]]></title>
			<author><![CDATA[Sandro Garassino]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Personaggi_andoresi"><![CDATA[Personaggi andoresi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000067"><div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div class="imTACenter"><span class="fs16lh1-5 ff1"><b>DON SANTINO DAGNINO</b></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5 ff1">(Sandro Garassino - documenti per gentile concessione Ariel Jorge Dagnino)</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Don-Santino-Dagnino_1---Copia.jpg"  width="250" height="333" /><b><span class="fs11lh1-5"><br></span></b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><b><span class="fs11lh1-5"><br></span></b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><b class="fs14lh1-5">Dagnino Santo</b><span class="fs14lh1-5"> "Santino" </span><span class="fs14lh1-5"><b>Ulisse</b></span><span class="fs14lh1-5">, figlio di Dagnino Luca Antonio (di Agostino e Amoretti Anna Maria) "di anni 33, commerciante" e Spinelli Filomena (di Gio Battista e Berio Cattarina) "casalinga", nato a Oneglia (ora Imperia) il 1 novembre 1883, morto ad Andora il 25 febbraio 1957.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sacerdote, in ultimo della parrocchia di San Bartolomeo in Andora.</span></div> <div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ricordato per l’attività benefica e come promotore dell’Associazione Sportiva ora intitolata allo stesso (Associazione sportiva dilettantesca “Don Dagnino”).</span></div> <div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’associazione sportiva è relativa ad uno sport particolare, denominato “Pallone &nbsp;Elastico” o “Palla a Pugno”, praticato esclusivamente nelle province Liguri di Savona, Imperia e nelle Provincie del Piemonte di Cuneo, Asti ed Alba (esistono campionati di varie categorie compreso la Serie A); in passato questo sport era, nelle nostre zone, estremamente popolare, più del calcio.</span></div> <div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La “Palla a Pugno” ha affinità con altri relativamente simili, ad esempio la “Pelota Basca” praticata nel nord della Spagna.</span></div></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Don-Dagnino.jpg"  width="734" height="749" /><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Estratto atto di nascita di Don Santo Dagnino - per gentile concessione Ariel Jorge Dagnino.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><hr><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il 21 aprile 1978, l'Amministrazione Comunale gli ha intitolato una via in località Noceto.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><div><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 18 Jan 2026 11:39:00 GMT</pubDate>
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		<item>
			<title><![CDATA[Corinna Maggia]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Curiosit%C3%A0"><![CDATA[Curiosità]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000066"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="imTACenter fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il 24 aprile 1973, muore ad Andora, presso l'Istituto delle Suore figlie di Sant'Eusebio, Corinna Maggia, la celeberrima "Cori" a lungo nominata nelle lettere del famoso compositore Giacomo Puccini (1858 - 1924).</span><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nata a Cossato Biellese il 14 febbraio 1881, "Cori" era una giovane poco meno che ventenne quando il noto compositore ne iniziò la frequentazione agli inizi del Novecento, scatenando gelosia e ira della fidanzata Elvira Bonturi, sposata poi nel 1904.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nelle lettere di Puccini compare spesso citata come "la torinese", "la piemontese" o "il Piemonte".</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Corinna Maggia sposò nel 1911 l'avvocato Edoardo Rodina, divenendo successivamente residente a Sanremo.</span></div></div><div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 18 Jan 2026 11:00:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Dissesti alla strada Castello - Laigueglia]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia_e_territorio"><![CDATA[Storia e territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000065"><div class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5 ff1"><b>DISSESTI ALLA STRADA CASTELLO - LAIGUEGLIA</b></span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Esposto-per-Strada-Castello---Laigueglia-Cutter---Copia.jpg"  width="424" height="600" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs14lh1-5 ff3">Illustrissimo signor Sindaco,</span></i></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs14lh1-5 ff3">La strada di Castello la quale serve di comunicazione con Laigueglia ed Alassio agli Andoriani, ed a quelli della valle superiore del Cervo trovasi in più luoghi in cattivo stato, e specialmente nella regione del Borgo di Castello al così detto Pontetto, nella quale attesi gli scoli della sorgente della fontana nuova e principalmente dopo che li Signori Stefano e Domenico Badarò di Laigueglia acquistarono diverse terre in contiguità della stessa e pulirono non soltanto alcuni sbocchi nella medesima, ma eziandio ne praticarono dei nuovi e deviarono anche per mezzo di qualche così detto cordone di pietra il corso delle acque, riesce affatto impraticabile nell’invernale stagione non solamente per l’acqua che vi scorre ma viemaggiormente per il ghiaccio che nei tempi rigidi vi si forma in tutta la larghezza della strada.</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs14lh1-5 ff3">Ricorrono pertanto i sottoscritti alla S.V.Il.ma onde voglia prendere quelle misure che crederà del caso e rendere la detta strada praticabile in ogni tempo, come era prima che i detti signori praticassero i lavori anzidetti.</span></i></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs14lh1-5 ff3">Andora lì, 05 Gennaio 1860.</span></i><i><span class="fs14lh1-5 ff3">Andora lì, 05 Gennaio 1860.</span></i></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div></div><a href="https://www.andoraneltempo.it/files/Laigueglia 2022 - Versione ridotta.mp4">https://www.andoraneltempo.it/files/Laigueglia 2022 - Versione ridotta.mp4</a>]]></description>
			<pubDate>Wed, 14 Jan 2026 21:17:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il borgo delle 200 case]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000064"><div class="imTACenter"><span class="fs16lh1-5 ff1"><b>IL BORGO DELLE 200 CASE</b></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Alcune riflessioni su informazioni storiche spesso ripetute su vari testi che parlano di Andora, assunte sempre quali citazioni famose ed incontrovertibili, ma che nonostante tutto inducono alla ricerca di approfondimenti.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Agostino Giustiniani nel suo “Castigatissimi annali” del 1537, riferendosi ad Andora, cita:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">"</span><i><span class="fs14lh1-5">….. e in distanza di doa miglia si troua sulla spiaggia la marina di Andora con tre o quatro case, e assendendo alla montagna per spacio du un bon miglio si va alla villa purnominata Andora posta su un poggio che fa case per duecento foghi, vero e che al presente per cagion della peste non arriuano gli habitatori a vinti foghi, e di verso ponente descede sotto Andora il fiume nominato Meira, dal quale e nominato il promontorio o sia cauo della meira, e questo credo che sia il fiume che gli antichi Cosmograffi hanno nominato in latino Merula, e la valle per la quale descede il fiume e circa otto miglia, e vi sono piu villette, e primo di verso Ponente vicino al mare manco di un miglio Pigna con quatro foghi, Rollo con vintidoi, Beneo con sette. S. Giouani con vinticinque e piu alto il Domo con quaranta, e in mezzo di. S. Gioani e del Domo Ferrera qual fa dodeci foghi, e poi Cona cò settanta, e i ultimo della valle Morteo con vinti foghi, e descendendo dalla parte del Levante, in distantia del mare circa cinque miglia. S. Bartholomeo, qual fa diciotto foghi, e poi Roseghina, qual ne fa trentacinque. Piano Rollo diciotto. S. Pietro vinti, Marin trentasei, e poco piu a Leuàte tornando ascendere, si troua la villa Misaigna cò diciotto foghi, e piu su la colla con dodici, e sopra la colla dua miglia Stananello, qual fa ducento foghi, e e del marchese di Finalo e in fino Testego con vinticinque foghi. Tutta questa valle Andorina fa seicento foghi, abùdante di vino, olio, e altri frutti, e procedendo dietro alla spiaggia in spacio di doa miglia, vi e la villa di Laiguillia, in latino Aquiliam qual fa centoquaranta foghi, della ditione di Andora, per la piu parte marinari, e hanno un golfetto, che fa il cauo delle Meire bona statiòe, …..</span></i><span class="fs14lh1-5">".</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Questa testimonianza storica è molto importante perché, tra l’altro, dettaglia una situazione demografica del territorio andorese, secondo cui l’intera estensione comunale sarebbe stata caratterizzata in tale periodo da poco più di 375 “fuochi”, riconducibili ipoteticamente e per certi aspetti convenzionalmente ad una popolazione presente di circa 1300-1500 abitanti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ma all’interno della sua descrizione effettuata, emerge un dato che desta alcune perplessità.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Infatti, egli scrive: “….</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">assendendo alla montagna per spacio du un bon miglio si va alla villa purnominata Andora posta su un poggio che fa case per duecento foghi, vero e che al presente per cagion della peste non arriuano gli habitatori a vinti foghi ….”.</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In queste sue parole, si evince che la Borgata Castello, al momento in cui Giustiniani si riferisce conterebbe 20 “fuochi”, ma che sarebbero stati 200 più anticamente o in precedenza al 1537 (data della sua rilevazione).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E’ proprio questo dato che pone le basi e gli elementi per spunti di riflessione.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Prima di tutto occorre prendere atto del concetto di “fuoco”, cioè che cosa si intenda con tale terminologia e perché.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il “fuoco” è un termine concettuale che in qualche modo deriva da “focolare”, ovvero dall’identificazione approssimata di un nucleo famigliare domestico proprio, teoricamente assimilato ad una famiglia di, mediamente, 4 persone; tuttavia, tale numero di componenti varierebbe nei diversi periodi storici e secondo gli insediamenti geografici e territoriali con un intervallo tra 3 e 6 (eccezionalmente 7) individui.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Considerato tale intervallo numerico, convenzionalmente gli storici o almeno i documenti storici concordano e ricorrono ad assumerlo come riferimento di calcolo demografico in 3,5 – 4 individui per “fuoco”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Conseguentemente, il numero di “fuochi” stimati o rilevati, moltiplicato per tali medie numeriche, fornisce un’indicazione della popolazione presente, in via del tutto schematica, poiché non si tratta di un vero e proprio censimento. Ma di una stima del tutto sommaria e talvolta soggettiva.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il termine ed il concetto di “fuoco”, presenti dall’antichità e dall’epoca medievale e fino all’Ottocento, ha rappresentato un riferimento all’applicazione di una tassazione che ne prendeva il nome di riferimento essendo chiamata e conosciuta come “focatico” o “fuocatico”.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">Si trattava di una tassazione applicata in funzione dell'estensione terriera, gravante sulla conduzione del fondo stesso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">Ciò significa che "colpiva" non tanto il proprietario, ma principalmente l'utilizzatore materiale del terreno.</span></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs14lh1-5">Il focatico era un'imposta applicata su ciascun focolare, vale a dire su ciascuna abitazione di un gruppo familiare, o su ciascun fumante, se l'abitazione comprendeva più gruppi familiari.</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs14lh1-5">Erano soggette alla tassa “le famiglie tutte residenti nel comune in ragione delle loro rendite, prelevate le spese di produzione e sottratte le annualità passive, qualunque ne sia l'origine, il moto e il luogo donde provengono”.</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs14lh1-5">L'oggetto del tributo fu individuato nell'agiatezza, per cui la “tassa” non costituiva una tassa addizionale a quella sulla ricchezza mobile, né a quella sui fabbricati, né all'imposta prediale, ma si faceva esclusivamente riferimento a tutte quelle circostanze che contribuivano a maggiori o minori agi di una famiglia.</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs14lh1-5">Erano pertanto indici di agiatezza il valore locativo dell'immobile, il lusso della casa, nonché la posizione sociale.</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sostanzialmente il ruolo era composto da tre categorie:</span></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">il fuoco, cioè su ogni abitazione famigliare, conteggiati per capofamiglia;</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">la terra coltivata, classificando i terreni coltivati misurati secondo l'unità di misura vigente nel Comune;</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">la classe di reddito nella quale era catalogata la famiglia; i contribuenti di condizioni economiche più limitate erano esenti da tale classificazione, la quale risultava una sovrattassa per i più abbienti, originando evasioni ed esenzioni concesse a favore delle famiglie "importanti" o aventi cariche pubbliche di particolare attenzione ed il clero.</span><br></li></ul></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tale classificazione evidenzia come il collegamento tra “fuoco” e abitanti sia un dato puramente indicativo, poiché soggetto a troppe variabili non computabili, che ne fanno dedurre la scarsa identità di corrispondenza dei numeri effettivi, sebbene sia ugualmente di aiuto perché fornisce sommarie indicazioni che non si potrebbero definire in altro modo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tuttavia, in forma altrettanto indicativa, possiamo associare un “fuoco” ad una abitazione e, conseguentemente, supporre un numero di case corrispondente a quanti sono i “fuochi”.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Fatta questa dovuta premessa, torniamo a quanto descritto dal Giustiniani.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Come citato in precedenza, egli fa riferimento ad una possibile preesistenza di 200 case nella Borgata Castello.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E’ vero che nel tempo un territorio può cambiare e anche di molto, ma nel caso della Borgata Castello un simile dato appare abbastanza sconnesso dalla realtà di fatto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nell’evolversi del tempo e nel susseguirsi delle varie epoche, il territorio e/o parti di esso, nonché le costruzioni insediate, hanno subito ampie trasformazione che in alcuni casi hanno portato alla scomparsa completa di testimonianze o allo stravolgimento dei luoghi: ad esempio vecchi fabbricati abbandonati e diruti sono diventati “cave” di materiali, principalmente il pietrame che reperito dalle murature è stato utilizzato per la costruzione di altri fabbricati in luoghi diversi e per sistemazioni agrarie come terrazzamenti (le nostre classiche “fasce” liguri).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La conformazione e natura del poggio di Castello appare e si presenta con caratteristiche che non lasciano trasparire così estesi insediamenti edificati, oltre a quelli in qualche nodo a noi noti e riscontrabili in loco, come invece asserito dal Giustiniani.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Teniamo in considerazione che se analizziamo le case (gli edifici) rinvenibili già a partire dalle mappe napoleoniche (primo ventennio dell’Ottocento), il tessuto edificato risponderebbe "relativamente" alle considerazioni numeriche del Giustiniani per tutte le altre borgate e nuclei edificati (e quindi anche per i 20 suoi attuali “fuochi” per la Borgata Castello): ma perchè solo e proprio nella Borgata Castello abbiamo uno scostamento di 10 a 1 (cioè 200 case contro 20)?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Possibile che gli effetti della peste si rilevino solo a Castello ed in modo così accentuato, quando in pratica e storicamente non solo la peste, ma anche le altre epidemie succedutesi, hanno pressochè cancellato insediamenti edificati nella vallata (vedasi Moltedo, Beneo, Confredi e Canussi in parte, solo per citarne alcuni)?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E ancora e soprattutto, perchè Castello passa da 200 a 20 case/fuochi e gli altri insediamenti edificati/abitati rimangono pressochè inalterati nei secoli per numero di fabbricati presenti o identificabili?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le epidemie non hanno colpito solo Castello: solo a Castello sono state demolite oltre 150 - 160 case per fare cosa e dove sarebbero state ubicate in origine?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Conoscendo la conformazione della Borgata Castello e dintorni ed avendo effettuato studi dei testi anche antichi reperibili, oltre che rilievi dettagliati del luogo (realizzati oltre 30 anni fa, quando molte delle aree oggi coperte da vegetazione impenetrabile erano ancora accessibili, sebbene in stato di rudere), non si riesce ad identificare dove avrebbe potuto estendersi un simile borgo edificato.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tenuto conto anche delle attente e minuziose ricostruzioni di Adriano Lunghi, il quale ha fatto un lavoro più che egregio e non meno spettacolare, “inventando” anche qualcosina, ma nell'insieme le sue ricostruzioni sono fedeli agli effettivi ingombri di sedime preesistenti, nelle rispondenze dimensionali tra rilievi di fatto e ricostruzioni assonometriche ed in prospettiva, non arriva neanche lontanamente alla metà del numero di 200 case.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ed allora siamo costretti a ricercare di immaginare o dare per buona una quantificazione indicativa priva di ogni altro riscontro e/o dato tecnico - storico materializzabile, confrontandoci in via definitiva con una morfologia del territorio che si presenterebbe antica nei resti e nelle testimonianze, ma non adatta ad ospitare 200 case.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Con ciò, occorre tenere presente che, inoltre, gli edifici vengono contati per numero, ma si tiene in reale determinazione che molti di essi non sarebbero stati abitativi, in quanto legati ad un uso agricolo non destinato all'abitazione e, quindi, non costituenti "fuoco".</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quest'ultima considerazione, passando dal Giustiniani al Catasto Francese napoleonico (e quindi sempre in epoche non di espansione, ma piuttosto conservative e riduttive) porterebbe a tagliare i numeri di “case/fuochi” complessivi, preesistenti e giunti a riscontri attuali, riducendoli anche ad ¼ rispetto alle presenze di sedime dei vari insediamenti, definendo e limitando ulteriormente i numeri potenziali degli edifici destinabili a “fuoco” tra quelli testimoniati ed esistenti nei nuclei di concentrazione edificatoria delle varie borgate andoresi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> Resta definito che tutte queste riflessioni e supposizioni, siano collegate alle considerazioni ed ai dati emergenti dai riscontri effettivi e documentali noti che abbiamo a disposizione.</span><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 14 Jan 2026 21:09:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Arti e mestieri del passato]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo e Alma Anfosso]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Civilt%C3%A0_contadina"><![CDATA[Civiltà contadina]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000063"><div class="imTACenter"><b class="fs10lh1-5"><span class="fs14lh1-5 ff1">ARTI</span><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><span class="fs14lh1-5 ff1">E MESTIERI DEL PASSATO</span></b><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Antichi-mestieri-01.jpg"  width="599" height="392" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">"u cravaiò"</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Riscopriamo i nomi della presenza delle antiche figure “artigianali” che rappresentavano le presenze dei mestieri quotidiani, opera tradizionale tramandata nel tempo che garantiva prestazioni “specializzate”, laddove il contadino tuttofare non riusciva da solo ad assolvere le necessità di tutti i giorni:</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">“u stagnìn” (il lattoniere), “u ferò” (il fabbro ferraio), “u bancaŗò”' (il falegname), “u magnìn” (il calderaio), “u careghé” (l’aggiusta sedie), “u gumbaiö” (il frantoiano), “u muŗinò” (il mugnaio), “u mulìtta” (l’arrotino), “u strassè” (lo straccivendolo), “u cravaiò” (il capraio), “u carbunìn” (il carbonaio), “u caŗegò” (il calzolaio), “u massacàn” (il muratore), “u virsò” (il costruttore di “virse”), “u spesiò” (il farmacista), “u paŗaighé” (il ripara ombrelli), “u panaté” (il panettiere), “u laitè” (il lattaio), “u betegò” (il bottegaio), “u pesciò” (il pescivendolo), “u stancu” (il tabaccaio, più recentemente diventato “u tabachìn”), “u barbé” (il barbiere), “u sertù” (il sarto), “u gejiàn” (sagrestano, con la variazione di “u cappellàn” – il cappellano), “u pastù” (il pastore), “u manènte” (il mezzadro), “u bestènte” (l’erpicatore o l’aratore), “u carpenté” (il carpentiere), “u cantuné” (il cantoniere), “u caselante” (il sorvegliante di passaggi a livello e linee ferroviarie), “a guòrdia” (il vigile), “u cunciliatù” (il conciliatore, cioè il Giudice di Pace).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Antichi-mestieri-02.jpg"  width="397" height="600" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">"u mulitta"</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto per gentile concessione Gino Tumbarello</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1">“U gumbaiö” (il frantoiano)</span></b></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Antichi-mestieri-03.jpg"  width="599" height="419" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">"u gumbu"</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto per gentile concessione Famiglia Morro</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il “gumbaiö” era colui che conduceva il “gumbo” (frantoio), per la macinatura delle olive e la produzione del tanto prezioso olio.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Gli ulivi coprivano gran parte del territorio e venivano “coltivati” con scarne attrezzature: per la lavorazione del terreno ci si affidava semplicemente ad aratro e “zappa a due becchi” (più raramente alla “zappa larga”, considerata la frequente presenza di sassi e scaglie di pietrame), mentre per la concimazione si “riciclavano” scarti quotidiani come strame, grasso animale (maggiormente scarti della macellazione di animali allevati in ambito famigliare), stracci di lana, latrina, ecc.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La raccolta avveniva con:</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">“bacchiatura”, cioè percuotendo e scrollando i rami con pertiche e canne (operazione eseguita principalmente dagli uomini);</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">“brucatura”, cioè raccogliendo direttamente il frutto a mano dai rami, solo per quelli raggiungibili da terra (operazione eseguita prevalentemente dalle donne);</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">“raccattatura”, cioè raccogliendo il frutto a terra, già staccato e/o caduto dai rami (operazione eseguita abitualmente da donne e bambini).</span><br></li></ul></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le olive raccolte venivano trasportate in sacchi di iuta al “gumbo”, dove venivano versate in una vasca di forma tonda, con fondo in pietra ed all’interno della quale girava la “mola” o “macina”, costituita da una grossa ruota di pietra, leggermente troncoconica, fissata ad un asse centrale che veniva azionato tramite ingranaggi.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La forza motrice veniva garantita o da un flusso idrico che azionava una grande ruota verticale che tramite assi, pulegge ed ingranaggi trasmetteva il moto rotatorio alla “macina”, o da forza animale costituita da un mulo (più raramente un bue), legato ad un asse orizzontale collegato alla “macina”, che veniva azionata facendo girare in tondo l’animale intorno al “gumbo”.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Con l’attenta e sapiente presenza del frantoiano, dopo un paio d’ore di macinatura delle olive, la pasta ottenuta veniva riposta dentro agli “spurtìn”, dei sacchi a disco di fibra vegetale intrecciata, i quali impilati sovrapposti a colonna e poi sottoposti ad una pressatura con grossi pesi, per permettere la fuoriuscita del liquido contenente olio.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il liquido veniva convogliato con canalette a dei secchi e poi trasportato in trogoli, dove veniva fatto “schiarire” (decantare), raccogliendo con la “lecca” l’olio salito in superficie e travasato in giare o barili, usando otri di pelle e secchi.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Spesso venivano ripetute in sequenza le operazioni effettuate nella prima spremitura, in modo da ottenere altro olio (“sanso”), ma questa volta di qualità nettamente inferiore, in modo speculativo, arrivando anche a “rimacinare” la pasta pressata ormai secca, con aggiunta di acqua.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tutto questo lavoro, con grande fatica, veniva svolto dal “gumbaiö”, dalle cui braccia passavano ogni giorno tonnellate di peso, ripetutamente e per un lungo periodo dell’anno.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le informazioni tradizionali tramandateci e abitualmente conosciute, ci descrivono il “gumbo” nella versione ancora presente in alcuni piccoli ed antichi frantoi, con la classica vasca di pietra, la pressa con il vitone centrale a cui si avvita una sorta di coperchio che si stringe con una sbarra.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In realtà questa è già una soluzione relativamente “moderna”, poiché in epoche precedenti la vasca era una tramoggia in legno, di forma piramidale tronca (quindi non tonda, ma di forma pressochè quadrata), semplicemente poggiata su un lastrone orizzontale di pietra; dentro a questa vasca girava la “ruota di pietra”, azionata come è stato descritto, ma il frantoiano doveva intervenire maggiormente perché il moto rotatorio spingeva ammassi di olive e pasta negli angoli della vasca stessa e, pertanto, si doveva continuativamente provvedere a spostare tali accumuli verso l’area di azione delle “macine”, affinchè la macinatura avvenisse nel modo più omogeneo possibile.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Anche l’operazione di pressatura era sostanzialmente più grossolana, in quanto gli “spurtìn” venivano sovrapposti in verticale uno sull’altro, ragionevolmente in numero di circa una decina, e successivamente pressati con l’applicazione di pesi rudimentali, spesso caratterizzati da un grosso tronco d’albero.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’effetto sulla produzione era una enorme fatica, con ridotta quantità di olio ottenuto; per tali motivazioni si ricorreva a rilavorazioni successive della materia di prima spremitura, alla ricerca di maggiori quantità di prodotto, seppure a deciso scapito della qualità dello stesso.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Antichi-mestieri-04.jpg"  width="400" height="402" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Acta Eruditorum - IV idraulica molino, 1709 – BEIC 13373207</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1">“U magnìn” (il calderaio)</span></b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il “magnìn” era un ambulante che arrivava in autunno, accolto dai bambini che gli andavano incontro per curiosare quanto fosse nero.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Infatti venivano spesso paragonati a lui, quando alla fine di giochi e marachelle tornavano a casa, accolti dalla tipica espressione “Ti sei néggru cumme in magnìn!” (“Sei nero come un magnino!”), talvolta condita da qualche sano “lerfùn” (sberlone), che aiutava nell’affettuoso tentativo educativo alla volta successiva, che sarebbe stata perfettamente uguale, se non peggio.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il “magnìn” raccoglieva utensili di uso quotidiano nelle case, che poi ripuliva e ristagnava: paioli di rame per la polenta (“paiöi”), secchi di rame per la conservazione dell’acqua (“séggie”), teglie di rame per la farinata di ceci (“tésti” o localmente “testeghi”), padelle (“paèlle”) e pentole di rame e di ferro di ogni forma e dimensione (“pignàtte”).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il contatto diretto di tali utensili con il fuoco del camino, li anneriva fortemente, macchiandoli e danneggiandone le stagnature, mettendo così a rischio il normale uso e la sicurezza nelle cotture in cucina e la manutenzione periodica rinnovava ed allungava la durata di quei pochi attrezzi quotidiani tanto preziosi nell’economia domestica.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1">“U careghé” (l’aggiusta sedie)</span></b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il “careghè” era un artigiano ambulante che andava in giro fra le case con due vecchie sedie spagliate in bilico su una spalla, a penzoloni una sul petto e l’altra sul dorso.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le sedie a cui si dedicava venivano lavorate con paglia di colore naturale o a tinte bene assortite, generalmente verdi o tendenti al giallo-rosso-arancione.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il lavoro eseguito doveva essere solido, perchè dopo la rimpagliatura le sedie erano destinate a durare ancora molto a lungo.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Per svolgere il suo lavoro, il “careghé” operava seduto in uno slargo della borgata, all’ombra in estate e al sole in autunno, attorniato ed in compagnia di chi si radunava presso di lui per scambiare quattro chiacchiere.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1">“U strassè”</span></b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Lo “strassè” era un ambulante a cui venivano affidati rifiuti di ogni genere, stracci non più utilizzabili carta vecchia magari rosicchiata dai topi, oggetti rotti e ferrame arrugginito.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le donne conservavano ogni cosa possibile da dare allo “strassé”, in cambio di qualche spicciolo comunque prezioso.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Di solito lo “strassè” prendeva in affitto temporaneo un piccolo locale nella zona, dove accatastare la merce, successivamente selezionata e rivenduta ad acquirenti che venivano, o mandavano, a ritirarla sul posto.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1">“U carbunìn” (il carbonaio)</span></b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il “carbunìn” esercitava la propria attività nelle zone montuose e collinose.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In uno spiazzo libero e pulito, il “carbunìn” preparava la “carbunèŗa”, cioè un ammasso legnoso quadrangolare a forma di parallelepipedo o di piramide tronca, destinata alla carbonizzazione.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Utilizzava rami “di scarto”, irregolari e non utilizzabili per la creazione di assi o pali, a cui si curava di eliminare le appendici frondose e le foglie, riducendoli in bacchette tagliate a lunghezza stabilita, accatastate con regolarità.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Superiormente, veniva lasciato un foro centrale, creando una sorta di camino per la fuoriuscita del fumo e per la “respirazione del cumulo in combustione, oltre a quattro “bocche” laterali per la circolazione della aria necessaria alla combustione.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il tutto era accuratamente coperto con terriccio, lasciando liberi i fori.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La fiamma non doveva fuoruscire, mantenendosi forte e costante, testimoniata da un’alta e densa colonna di fumo regolare.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’esperienza del “carbunìn” doveva cogliere ogni eventuale anomalia nel processo di combustione, sorvegliandone il tiraggio e la fumata, quali elementi di controllo per evitare che la legna non carbonizzasse.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quando la “carbunèŗa” non fumava più, il carbone era fatto.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1">“U caŗegò” (il calzolaio)</span></b></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-4" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Antichi-mestieri-05.jpg"  width="600" height="400" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">"u</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">caŗegò”</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto per gentile concessione Piero Dagati</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il “caŗegò” aveva solitamente la bottega in un piccolo locale al piano terreno, spesso con unica apertura la porta ‘ingresso.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Lavorava seduto dietro il suo banchetto, coperto di chiodi sparsi di tutte le forme e dimensioni, dei suoi attrezzi, toppe e ritagli di materiali a fogge varie e sul pavimento, scarpe alla rinfusa da riparare, vecchie forme di legno, pezze di cuoio e di gomma.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le calzature più comuni erano “i scarpùi” (gli scarponi) per gli uomini, zoccoli di legno e ciabatte di pezza (spesso confezionate in casa) per le donne.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le riparazioni più richieste erano le risolature complete e i rinforzi del tacco o della punta.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le scarpe “buone” per la le occasioni speciali o per la Messa domenicale erano trattate come veri e propri cimeli, tanto che anticamente accadeva di andare in chiesa a piedi nudi e con le scarpe in mano, calzandole solo sulla soglia della chiesa e poi toglierle all’uscita, in modo da non consumarle e farle durare più a lungo possibile, anche per tutta la vita.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nella bottega del “caŗegò” si respirava un odore misto di cuoio, spago, pece, colla, “lüstru” (“lucido” - crema per calzature) e della più economica “sunśa” (grasso animale, solitamente di maiale e meno comunemente di gallina).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il “caŗegò” lavorava tanto e sa solo, dando un’occhiata al lavoro e un’occhiata al movimento nella strada davanti all’uscio, sempre in compagnia dei suoi semplici attrezzi:</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">il trincetto (“trincèttu”), la lesina (“lèrna”), i punteruoli (“punsùi”), i chiodi (“ciòddi”), il martel1o (“martèllu”), il “piede di ferro” (pè de fèru”), le “forme” (“fùrme”), la macchina per cucire, il coltello triangolare per tagliare, la “pece greca”.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1">“U ferò” (il fabbro ferraio)</span></b></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-5" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Antichi-mestieri-06.jpg"  width="600" height="400" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">"u ferò"</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto per gentile concessione Piero Dagati</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I nuclei abitati erano sorti principalmente sui versanti collinari e le strade di comunicazione esano sassose e sterrate, percorse da animali da lavoro che costituivano anche il mezzo di trasporto.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Diventava così importante chi curasse la “calzatura” degli animali e fu così che diventò importante l’opera del “ferò), quale “maniscalco”, ovvero colui che curava anche la ferratura degli zoccoli degli animali da lavoro.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’officina del “ferò” divenne il luogo dove si creavano e “calzavano” i “fèri” o “ciapùi” (ferri da zoccolo) per muli, cavalli, asini, buoi.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il “ferò”, oltre ad essere maniscalco, faceva lavori in ferro battuto e utensileria per uso agricolo e artigianale (zappe, vanghe, picconi, piccozze, punte, ecc.), ma anche oggetti di uso quotidiano che prendevano forma grazie all’arte dell’uso della forgia, del martello e dell'incudine, tra lo sprizzare di scintille nella fucina.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Un ricordo a chi ha dato la propria vita a quest’arte quotidiana: “u Cicciu”, artigiano di Molino Nuovo, la cui vita terminò perché colpito dal calcio di un mulo a cui stata applicando i “Ciappùi”.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1">“U stagnìn” (il lattoniere)</span></b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Lo “stagnìn” era un artigiano chiamato a intervenire in molti diversi settori ed in varie necessità dell’esistenza:</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">stagnava pentole e paioli, teglie e tegami, “i rammi” (gli utensili in rame);</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">per il frantoio costruiva cilindro, cassa, sottocassa, fusti contenitori dell’olio (in “banda” (lamiera) stagnata, o latta), attrezzi come “a lècca”, “a büsciuŗa”, “a stagnòia”, “a lantèrna”;</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">per attingere l’acqua per uso domestico realizzava le “cascétte da nòia” (cassette della noria), i “sifùi” (sifoni) per aspirarla dal pozzo e trasportarla dalla noria al caratteristico “tröiu” (trogolo);</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">installava le “canàe”, tubi di latta sistemati dallo stesso sotto le “grundòne” (grondaie), da cui l’acqua veniva raccolta nelle “baiétte” (conche a base rotonda), collocate sotto lo sgocciolatoio delle “canàe”;</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">costruiva i “basìn” (secchi da acqua) per attingere dal pozzo, le “rigadée” (innaffiatoi) a canna con o senza pigna spruzzatrice, le “spugnatóie” (antenate mobili della vasca da bagno);</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">effettuava la messa a punto delle tubature e la manutenzione delle serrande;</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">contribuiva alla realizzazione dei primi impianti igienici collegati a fossa a tenuta stagna, dove confluiva il liquame, che veniva successivamente utilizzato come concime;</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">saldava il coperchio sulla bara zincata.</span><br></li></ul></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1">“U massacàn” (il muratore)</span></b></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-6" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Antichi-mestieri-07.jpg"  width="600" height="404" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">"u massacàn"</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La figura del “massacàn” sostituisce ed integra l’esperienza dei vecchi e l’inventiva accentuata dal bisogno nell’usare e trattare i materiali locali, con la formazione di figure professionali specializzate.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Gli antichi attrezzi del “massacàn”, giunti all’uso attuale con le innovazioni legate al trascorrere del tempo:</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">“u martèllu” (il martello a testa piatta), “u martèllu ranca ciòi” (il martello strappachiodi, cioè a testa biforcata), “e tenàie” (le tenaglie), “a cassöŗa” (la cazzuola), “u cassuŗìn” (il cazzuolino), “a bulla” (la bolla), “a livèlla a òigua” (la livella ad acqua), “a lènsa” (la lenza), “u ciùmbu” (il filo a piombo), “u mètru” (il metro pieghevole), “a squàddra” (la squadra), “a riga” (la riga), “u bidùn” o “u buiö (il secchio), “a carètta” (la carriola), “a pòŗa” (la pala), “u piccu” (il piccone), “a pichètta” (la martellina), &nbsp;“a massètta” (il mazzuolo con la “punta” e “u scupèllu”), “a tàia” (la carrucola), “a sèra” (la sega), “u saràccu” (la sega), “a scandulèŗa” (la scandoliera o piegaferro), “a sgurbia” (scalpello a mezzaluna), “a betumèŗa” (la betoniera).</span><br></li></ul></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1">“U bancaŗò” (il falegname)</span></b></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-7" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Antichi-mestieri-08.jpg"  width="600" height="397" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">“bancaŗò”</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto per gentile concessione Gino Tumbarello</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il “bancaŗò” era la figura che partecipava alla costruzione ed all’arredo della casa, con interventi accessori spesso svariati:</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">i portoncini d’ingresso, dotati di picchiotto all’esterno e di grosso chiavistello (“u fèru mórtu”) nell’interno;</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">i telai, i serramenti e le imposte dei “barcùi” (finestre), con all’interno lo “scüŗu” (scuro) ed all’esterno le “giŗujìe” (persiane), a listelli in legno e dotate di sportello apribile e fissabile inclinato, con posizioni variabili garantite da una bacchetta di ferro che si puntava in appositi incavi “scavati”, o nel telaio dell’anta, o nel telaietto dello sportello;</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">“u tòŗu” (la madia), spesso usata anche come tavolo, all’interno della quale venivano conservati il pane, la farina, la pasta lievitata, “u brussu” (formaggio fresco casalingo, spesso portato allo stato di fermentazione, con la comparda dei “sattaèlli” [vermetti, che lo rendevano un prodotto particolarmente ricercato per alcuni palati ruspanti), nonché riposti “u canèllu” (il mattarello), “a rulètta” (la rotellina dentata per dividere i “raviöi”, “i turtèlli”, “i pansaŗòtti”, “e bujìe”);</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">“u bancò” (la cassapanca) destinato alla conservazione di farina di grano e di granturco, fagioli, fave e ceci secchi, castagne secche, mandorle, noci e nocciole, “föiàe” o “cascètte” di fichi secchi;</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">“a vedrina” (la credenza) dotata della parte superiore con un modulo in legno e vetro dove si riponevano i servizi da tavola migliori, le cose più preziose, i ricordi, su centrini bianchi ricamati a mano;</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">“u gheŗindùn” (il comodino);</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">“u canteŗàn” o “cumó” (cassettone), oltre a “u baüllu” (il baule) contenenti biancheria da casa e capi di vestiario soprattutto fuori stagione (in mancanza dei rari armadi).</span><br></li></ul></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il grande lavoro affidato all’opera del “bancaŗò” sommerse il pavimento della propria bottega di trucioli e grandi quantità di segatura fresca, che portarono all’utilizzo di stufe a segatura, le quali necessitavano di un tiraggio minore rispetto a quelle più tradizionali in ghisa a legna (a “stèlle” e a “sücchi”), nonchè quelle più rare a sansa.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il “bancaŗò”, spesso riconosciuto come “mastro d’ascia” per precedenti occupazioni nella costruzione cantieristica navale, non aveva aiutanti e lavorava da solo con il suo immancabile grembiule a bretelle, immerso nella segatura anche sulle sopracciglia e nei capelli.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Gli antichi attrezzi del “bancaŗò”, giunti all’uso attuale con le innovazioni legate al trascorrere del tempo:</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">“a ŝcciùna” (la pialla), “a ŝcciùna a spessù” (la pialla per sgrossare), “a ŝcciùna a fi” (la pialla per le rifiniture), “u scupèllu” (lo scalpello), “a verìna” (il trivello o succhiello), “u cacciavìa” (il cacciavite), “u martèllu” (il martello), “e tenàie” (le tenaglie), “e pinse” (le pinze), “a sèra” (la sega), “a sèra circulare” (la sega a disco), “l’affiŗalàmme” (l’affila lame), “a mòrscia” (la morsa).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Parallelamente al mestiere di “bancaŗò” ed al suo operato, si sono sviluppate altre attività: le</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b><span class="fs14lh1-5">“segherie”</span></b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">ed i</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b><span class="fs14lh1-5">“carradori”</span></b><span class="fs14lh1-5">.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le segherie arriveranno ad essere cinque, di cui tre a Molino Nuovo e due alla Marina: oltre che segare la legna da ardere e ricavare tavole dai tronchi, preparavano le tavolette e i supporti per le costruzioni e imballaggi, “</span><i><span class="fs14lh1-5">plateaux e cassette”.</span></i></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le tavolette e i supporti erano ricavati a mano, usando la sega a nastro, il cui operatore era chiamato “</span><i><span class="fs14lh1-5">segantino</span></i><span class="fs14lh1-5">”.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tali componenti lignei, con l'aiuto di una “</span><i><span class="fs14lh1-5">sagoma</span></i><span class="fs14lh1-5">”, venivano assemblati mediante chiodi piantati con martello dal personale addetto: i chiodi che per qualsiasi ragione cadevano a terra nella segatura, a fine lavoro erano recuperati con una calamita, per essere riutilizzati previa raddrizzatura se si fossero “</span><i><span class="fs14lh1-5">storti</span></i><span class="fs14lh1-5">” nel piantarli.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I carradori erano due ed entrambi alla Marina.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Allestivano carri da trasporto, carri leggeri "birocci ", carrozze.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Erano specializzati nel “stringere i lamoni”: le ruote, con un raggio variabile da 50 cm a 1 metro, erano protette nella circonferenza da un robusto cerchio di ferro dello spessore di circa un centimetro e della larghezza di 5-6 cm.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Questo cerchio aveva il compito di proteggere e tenere strettamente unite i componenti della ruota in legno (raggi, pignone, circonferenza).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quando questi componenti, a causa dell'usura, cominciavano a scricchiolare, si provvedeva al restringimento di cerchi in ferro “lamoni”, che i carradori provvedevano a “stringere, rafforzando ed equilibrando così tutta la ruota.</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;</span><img class="image-8" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Antichi-mestieri-09.jpg"  width="451" height="280" /> &nbsp;&nbsp;<img class="image-9" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Antichi-mestieri-10.jpg"  width="425" height="280" /></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">"i carradori" (A sinistra Mattiauda e a destra Giusta)</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1">“U pesciò” (il pescivendolo)</span></b></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"></div><div class="imTACenter"><img class="image-10" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Antichi-mestieri-11.jpg"  width="600" height="411" /><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il “pesciò” era un venditore ambulante, spesso un famigliare del "pescaù" (pescatore), attrezzato con bicicletta e cassetta (generalmente proveniente dal mare di Andora o Laigueglia), che quasi ogni giorno transitava per la vallata gridando ad alta voce “pesci donne!!” e confidando in una interessata affluenza per riuscire a vendere il pescato di giornata (generalmente acciughe e sardine, pesce azzurro e talvolta qualche pesce più pregiato).</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1">“U gelatò” (il gelataio)</span></b></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-11" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Antichi-mestieri-12.jpg"  width="600" height="410" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">“u gelatò”</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il “gelatò” era un venditore ambulante, tipico del periodo estivo, che saltuariamente transitava spingendosi nella vallata, con il carretto/triciclo e una barra di ghiaccio che serviva come refrigerante del prodotto offerto.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Vendeva gelati (coni), anche a due/tre gusti, gridando ad alta voce “gelati!!!”, attirando l’attenzione dei golosi nei dintorni.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1">“U vìrsò” (il “virsaro”, cioè il costruttore di “virse”)</span></b></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-12" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Antichi-mestieri-13.jpg"  width="600" height="400" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">"il cestaio"</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto per gentile concessione Piero Dagati</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il “vìrsò” era colui che lavorava le canne, fornite dagli abbondanti canneti naturali presenti sul territorio, le quali venivano accuratamente ripulite con l’operazione di “mundàtüŗa” (mondatura) o “spelàtüŗa” (spellatura) e tagliate alla misura voluta al di sopra di un “nun” (nodo), dove la sezione è più resistente e si evita di sfibrare lateralmente lo stelo.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La lavorazione della canna assumeva svariati impieghi:</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">le “virse” (i graticci) erano utilizzati per l’essiccazione naturale della frutta (specialmente dei fichi), dei pomodori e dei funghi;</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">per la bacchiatura (insieme ai “trappellòtti” di nocciolo e di castagno) delle olive, nonchè delle mandorle e delle noci;</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">scheggiate ad una estremità e adattate opportunamente, diventavano “ciapelùi” (raccogli-frutta) per i rami alti;</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">lavorate come “canissi” (stuoie per l’armatura di soffitti), nella costruzione delle case;</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">erano la verga e spesso anche il bastone dei pastori;</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">insieme alle “caràsse” (pali), reggevano le “fiŗàgne” (i filari) nei vigneti;</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">con le loro foglie, staccate, fatte appassire con cura e conservate in mazzi, si realizzava la “föia de canna”, che serviva per legare ai tutori i tralci delle viti, i pomodori e ortaggi quali i fagioli ed i piselli (in questa attività di legatura la foglia di canna si integrava con le ginestre);</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">la foglia, abilmente intrecciata, formava le “föiàe” (gli involucri a forma di palla) per la conservazione dei fichi più pregiati.</span><br></li></ul></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Un mestiere accomunabile era l’attività del “cestaio”, artigiano che costruiva ceste, cestini e canestri, usando sottili liste ricavate a mano da “novelloni” (giovani getti) di castagni e di salici, oppure con vimini sgusciati, raccolti nel greto del torrente Merula.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div><div class="imTACenter"><img class="image-13" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Antichi-mestieri-14.jpg"  width="456" height="600" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">"Le venditrici di formaggio"</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 14 Jan 2026 10:51:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La custode di un sogno]]></title>
			<author><![CDATA[Giada Gariglio]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Personaggi_andoresi"><![CDATA[Personaggi andoresi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000061"><div class="imTACenter"><div><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div><div class="imTACenter"><i class="fs16lh1-5">(Testo di Giada Gariglio)</i></div><div class="imTACenter"><div><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-5" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Foto-1.jpg"  width="600" height="398" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto per gentile concessione Gino Tumbarello</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quella mattina di fine inverno mi destai improvvisamente, quasi come se quei timidi raggi del sole ancora sopito tra i veli diradati della notte passata, impigliati tra i vetri lucidi della finestra, mi avessero sussurrato dolcemente all’orecchio, svelandomi che quel giorno si sarebbe spalancata una finestra in più sulla mia esistenza, capace di spingere il mio sguardo ancora più oltre.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’emozione permeava tutto ciò che mi circondava e senza esitare corsi al tavolo della colazione, con la mente già nutrita dal desiderio di scoprire e sognare.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I biscotti fragranti e il mio abituale tè dolcemente ambrato mi fecero davvero sentire pronta per l’esperienza che mi avrebbe atteso a poche ore di distanza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Simile a un astro in corsa nel cielo indossai uno dei miei completi preferiti e imbracciai la mia fotocamera, fedele compagna di vita in qualsiasi luogo nel quale potessi cogliere un istante ed immobilizzarlo, come un eterno cristallo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Salutai tutti con la voce colorata da note infinitamente allegre e uscii diretta alla scuola del mio paese, Andora, dove avrei incontrato alcune delle mie insegnanti insieme alla gioia di altri giovani cuori, quelli di coloro che insieme a me erano in cammino sulla strada delle scuole medie.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Eravamo pronti, tutto fremeva e il vociare indistinto, con risa e concitate parole, pareva quasi una melodia che rendeva il sole appena nato nel cielo ancora più vivo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In pochi attimi ci trovammo a muovere i primi passi verso lo sguardo del castello.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Trascorso un po’ di tempo, dinanzi a noi si presentò un sentiero puntellato dai primi coraggiosi fiori di febbraio, che allungavano il verdeggiante collo facendosi strada tra le fitte trame rigogliose.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Fu così che seguendo la loro strategia, attraversammo quell’insolita via primaverile.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ecco! Il piccolo borgo ci accolse con un ingresso che ci sembrò quasi una porta verso un mondo celato da ciò che viviamo ogni giorno, lontano dalla modernità talvolta superficiale nel quale giovani come noi si rinchiudevano, per guidarci in un nido di segreti riservati a pochi, che forse sarebbe stato capace di aprire i nostri occhi, talvolta ciechi davanti alla meraviglia del quotidiano.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Molti di noi si riempirono il cuore e i polmoni di quella brezza lieve, delicata, che ci accarezzava il viso portandoci il profumo del</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">nostro mare, culla di pescatori</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">che lontano ci sorrideva e il profumo del candore del ciliegio che ci attendeva al castello. Ci sentimmo rinascere.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La magia di quel luogo accompagnava il nostro sguardo meravigliato, che osservava la chiesa stagliarsi verso il cielo limpido e la torre con pietre che raccontavano storie di antichi pensieri.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Poi ancora osservammo l’affresco nascosto eroso dalla voce del vento e dal reo tempo, avvolto però da un’aura di mistero che esercitava su di noi incredibile fascino, permettendoci di farci udire i mormorii delle foglie fruscianti che si mutavano in quelle di uomini e donne di secoli lontani, che in quell’attimo sembravano così vicini.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-6" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Foto-2.jpg"  width="400" height="704" /></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Fu in quegli istanti che avemmo la fortuna di conoscere la signora Maria, che giungendo con la chiave preziosa ed imponente, ci fece strada, superando le porte legnose che ci accolsero dolcemente; eravamo in parte intimoriti dalle colonne severe, ma al tempo stesso ci sentivamo al sicuro dal mondo esterno.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ci osservava uno per uno, stipati tra le mura parlanti dell’edificio: i suoi piccoli occhi bruni scorrevano rapidi e sembravano racchiudere cieli brillanti, colmi di conoscenza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I disegni del tempo le attraversavano le guance, la fronte, le mani, mentre i capelli d’argento si affollavano in ciuffi ridenti sul capo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quella mattina portava una maglia impreziosita da stampe fiorite e uno scalda cuore nero, completo che sembrava richiamare la sua giovinezza, la quale viveva in ogni sfaccettatura del suo vivido sguardo e non era quindi sopita tra le pieghe del tempo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Alcuni di noi le si avvicinarono e le fecero qualche domanda.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le menti dei ragazzi figli di questo tempo erano lontane da quella di Maria, nata e cresciuta tra coloro che le avevano insegnato l’amore per le tradizioni e per il territorio ligure, impreziosito dai profili delle verdi colline rese brillanti dalle foglie d’olivo, che si abbandonavano all’abbraccio eterno con il respiro blu, azzurro del mare tra grida di spuma.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tuttavia quella distanza si dissolse in un istante.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le parole tremanti, ma potenti della donna, capaci di farsi strada nei nostri giovani cuori, brillavano intorno a noi, leggere e profonde.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Maria ci svelò ogni dettaglio relativo alla sua vita di custode, che conduceva ormai da sessant’anni: talvolta poteva rivelarsi solitaria, ma ogni mattina destandosi, quando prendeva con sé la straordinaria chiave e sentiva cigolare il legno, si sentiva infinitamente fortunata poiché lei, attraverso il proprio lavoro e la propria esperienza, poteva guidare coloro che l’avrebbero sostituita un giorno, nuovi protettori dello splendore non solo del castello, ma della tradizione dell’amore verso ciò che può rendere la Liguria un luogo unico.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ci incamminammo tutti verso ciò che restava del glorioso castello dei Clavesana.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Con Maria al nostro fianco, potevamo immaginare insieme l’aspetto originario di quella splendida costruzione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ci sentimmo come incantati dal colore dei fori gialli, bianchi a contrasto con il profilo azzurro del mare più lontano, elementi che uniti alla vista delle mura del castello formavano un quadro perfetto in grado di sospenderci su un filo di intensa e infrangibile gioia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Correndo da un lato all’altro dei resti del castello e sfidando le salite e le discese che rendevano il nostro desiderio di scoprire ancora più forte, provavamo ad udire la voce dell’edificio, che aveva sicuramente tanto da raccontarci.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Intanto le ore scorrevano veloci ed il temuto istante nel quale ci saremmo dovuti allontanare da quel magico luogo stava per giungere inesorabile.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Noi però eravamo decisi a fare sì che arrivasse il più tardi possibile.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ci soffermavamo a osservare ogni dettaglio della chiesa, delle mura del castello e della torre celata dai rami fioriti di bianco del ciliegio, fedele compagno delle prime api del venturo marzo, sotto il quale desideravamo soffermarci ancora per godere dell’elegante e antico profilo degli edifici che ci circondavamo come in un abbraccio sicuro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ricordo che fotografai persino delle piccole viole che sembravano quasi nascere dalla pietra e che simili a noi, si stringevano agli scalini adiacenti alla chiesa, gelose della loro incredibile casa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La mattina però stava giungendo al termine e non potevamo impedirlo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Credo che anche Maria si sentì per qualche attimo addolorata per questo, ma fu in quel momento che ci richiamò chiedendo a tutti noi ragazzi, ma anche agli insegnanti, di farsi vicini a lei.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ci chiese di ascoltare attentamente la raccomandazione che teneva celata nel proprio anziano cuore, tenuto in vita dalla speranza dell’avverarsi del sogno che ci stava per svelare.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5 ff2">“</span><i><span class="fs14lh1-5 ff2">Sarete voi giovani a custodire la nostra tradizione e lo dovete fare ascoltando la voce del vostro cuore.</span></i></div><div class="imTACenter"><i><span class="fs14lh1-5 ff2">Sarete voi a custodire l’amore incondizionato per il nostro borgo, per il nostro castello, per la nostra antica chiesa.</span></i></div><div class="imTACenter"><i><span class="fs14lh1-5 ff2">Ricordate vi prego ciò che vi sto per dire: non permettete che la magia di questo luogo venga dimenticata.</span></i></div><div class="imTACenter"><i><span class="fs14lh1-5 ff2">Quando non sarò più qui per vegliare a questo regalo del tempo, sarete voi a tenere in vita l’effimera fiamma del ricordo, non lasciate che si spenga.</span></i></div><div class="imTACenter"><i><span class="fs14lh1-5 ff2">Ragazzi, non permettete a nessuno di dimenticare le tradizioni, poiché solo con il ricordo del passato potrà esistere sempre un futuro</span></i><span class="fs14lh1-5 ff2">”.</span><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-7" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Foto-3.jpg"  width="846" height="530" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ci lasciò così Maria, con queste parole, in quel mezzodì di fine febbraio, dal sapore di primavera, quando dopo averci osservato sorridendo ancora per qualche istante, si voltò avviandosi alla sua piccola dimora adiacente al castello.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si era spalancata una nuova finestra nella nostra esistenza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Avevamo aperto gli occhi e ora vedevamo oltre grazie all’incredibile donna conosciuta quella mattina.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le parole di Maria continuavano ad echeggiare intorno a noi, insieme alle voci dell’antica storia, tra le edere verdi e i muschi odorosi, mentre ci incamminavamo verso il ritorno costeggiando la fontana nella quale un tempo si abbeveravano i pellegrini che come noi, giungevano finalmente al cospetto del castello.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ognuno di noi sentiva di avere una responsabilità essenziale: la responsabilità di impedire che la magia delle tradizioni e del ricordo si spegnesse.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Lo ripetemmo alla nostra mente, al nostro cuore, lo ripetemmo l’uno all’altro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Lo facevamo allora, continuiamo a farlo ora e per sempre lo faremo fino a quando un giorno, tra i resti vivi del castello, esclameremo rivolgendoci a nuovi giovani:</span><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">“</span><i><span class="fs14lh1-5 ff2">Presto sarete voi i custodi della nostra tradizione</span></i><span class="fs14lh1-5 ff2">”.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTACenter"><hr><div><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-8" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Foto-4.jpg"  width="260" height="340" /></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Maria Gandolfo Alberti, che ha vissuto fin da giovane proprio accanto ai monumenti di Castello, è stata per oltre sessant'anni la custode delle chiavi della Chiesa dei Santi Giacomo e Filippo (affidatele tanti anni fa dalla Curia), del Paraxo, dell'Oratorio dei Santi Nicolau e Sebastiano (comunemente noto come San Nicolò).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Costante e presente riferimento per chiunque si inoltrasse a passeggiare tra i ruderi della borgata, in occasione di eventi culturali e cerimonie religiose, grazie alla sua disponibilità, tanti turisti, studenti e appassionati d’arte hanno potuto visitare questi splendidi monumenti del Castello di Andora.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Con i suoi racconti e ricordi di una vita ed il suo sorriso ha accompagnato un’infinità di persone, in ogni momento, nelle visite anche occasionali tra le testimonianze storiche del nostro antico borgo.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In suo onore, il 28 gennaio 2017 presso Palazzo Tagliaferro, aveva ricevuto le “</span><span class="fs14lh1-5">Chiavi di Andora</span><span class="fs14lh1-5">”, per essersi distinta per l’amore verso la Borgata Castello e di cui è divenuta una sorta di custode dei monumenti.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><hr><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify">Fotografie:</div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify">- per gentile concessione Gino Tumbarello</div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify">- per gentile concessione Maddalena Todiere</div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify">- per gentile concessione Piero Dagati</div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify">- per gentile concessione Giovanna Risso</div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 06 Jan 2026 23:19:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Da via Semaforo a San Damiano]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Camminate"><![CDATA[Camminate]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000005E"><div class="imTACenter"><img class="image-12" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Camminata-Via-Semaforo---San-Damiano.jpg"  width="854" height="566" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Estratto foto aerea - GoogleEarth</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dalla zona del <b>Porto</b> di Andora, ci dirigiamo verso il Ristorante "Rocce di Pinamare, percorrendo la Via Aurelia.<br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Giunti all'incrocio con l'ingresso al Ristorante, svoltiano a sinistra in Strada delle Catene, entrando nel cuore di Pinamare e saliamo sul crinale della collina di Capo Mele, verso la Base Aeronautica (Radar di Capo Mele).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quando si arriva in cima a Strada delle Catene, al bivio se si va a destra si entra in zona militare Aeronautica, invece percorrendo il tornante a sinistra si prosegue per 250 metri (Strada Cornice del Capo), ignorando la traversa incrocia quasi subito a sinistra.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Poco più avanti, dove la strada va in discesa a sinistra e in salita a destra, si prende la discesa e al tornante si va invece a destra (quasi in piano, su via Semaforo): questa è a fondo cieco e si può parcheggiare in fondo, prima dello sterrato.<br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Lo sterrato si presenta con varie diramazioni ed indicazioni con frecce in legno.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si deve prendere la salita ripida sulla destra, ignorare la prima in piano sulla sinistra e salire fino al crinale della collina (sono circa 5/7 minuti a piedi con calma).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Giunti sul crinale si va verso la pineta di sinistra, da cui in alcuni slarghi e piccole radure si possono osservare i panorami dei golfi di Andora e di Laigueglia.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Proseguendo il sentiero sul crinale, si raggiunge il Mulino Tagliaferro.<br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Poco sotto, un cancello di legno che delimita il sacrario dedicato a <b>Thor Heyerdahl</b> (con targa in ceramica azzurra che lo ricorda).<br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Scendendo per il sentiero, si arriva a Colla Micheri (in tutto il tratto ci sono angoli da cui si può ammirare il panorama andorese e laiguegliese).<br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b style="text-align: start;"><span class="cf1">Colla Micheri</span></b><b style="text-align: start;"><span class="cf1"> </span></b><span style="text-align: start;" class="cf1">è una</span><span style="text-align: start;" class="cf1"> </span><span style="text-align: start;" class="cf1">borgata storica, situata a</span><span style="text-align: start;" class="cf1"> </span><st1:metricconverter productid="162 metri" w:st="on" style="text-align: start;" class="cb1"><span class="cf1">162 metri</span></st1:metricconverter><span style="text-align: start;" class="cf1">,</span><span style="text-align: start;" class="cf1"> </span><span style="text-align: start;">fra la conca di</span><span style="text-align: start;"> </span><b style="text-align: start;">Laigueglia </b><span style="text-align: start;">e la Valmerula. Sorta sul percorso della</span><span style="text-align: start;"> </span><b style="text-align: start;">via Julia Augusta</b><span style="text-align: start;"> </span><span style="text-align: start;">e della</span><span style="text-align: start;"> </span><b style="text-align: start;">via Ligure Costiera</b><span style="text-align: start;">, presenta caratteristiche urbanistiche tipiche del semplice borgo ligure collinare con case contadine e un paesaggio circondato da ulivi.</span><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Qui risiedette il leggendario navigatore, etnologo, esploratore norvegese <b><i>Thor Heyerdahl</i> </b>che, dopo aver girato il mondo, scelse questa località come sua dimora.<br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">“Dall’alto di una torre - ricorda Heyerdahl con commozione – vidi vecchie case ricoperte di rampicanti, le vallate fitte di boschi verdissimi e sullo sfondo le montagne coperte di neve: la Norvegia! Ma, volgendomi dal lato opposto, la marina era laggiù in tutta la sua scintillante limpidezza; olivi, pini, arbustri di ginestra mi inebriarono le narici con gli odori e i profumi dei Mari del Sud, conditi dall’aspro gusto del salmastro. Finalmente, pensai, ho trovato ciò che cercavo!”</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Particolarmente degna di nota, a <i><b>Colla Micheri</b></i>, è la<b> Cappella di San Sebastiano </b>che conserva un cimelio storico particolare: la <b>sedia di legno</b>, a fianco dell’altare, sulla quale sedette il <b>Pontefice Pio VII</b> ritornando dal soggiorno obbligato francese. Per questo motivo Colla Micheri fu chiamata anche “Il Passo del Papa”. All’esterno della chiesetta, su un’epigrafe sopra il portale, si legge: “Qui venne, e il sacro piè P.Pio VII posò, il popol benedì, e alla sua sede andò. Lì XIV Febbraio 1814”.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nella piazzetta della borgata, in fondo verso il bar c'è una volta ad arco; passato l'arco la strada biforca in due discese: quella a destra è il tracciato dell’antica strada romana Julia Augusta, mentre quella a sinistra è il tracciato dell’antica strada romana Ligure Costiera.<br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si imbocca quella a sinistra (Ligure Costiera).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Per alcuni tratti all'ombra, ci immergiamo nella vegetazione del tipico bosco ligure e, proseguendo per circa 700 metri, raggiungiamo l’antico <b>Oratorio campestre</b> dedicato ai <b>Santi Cosma e Damiano.</b><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">N<span class="cf2">el muro laterale, affacciato sulla</span><span class="cf2"> </span><b><span class="cf2">Ligure Costiera</span></b><span class="cf2">, è infissa in alto una lapide marmorea che indica la data di costruzione (1460) e il nome del benefattore.</span><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><span class="cf2">Anni fa l’edificio fu deturpato, ora l’accesso è sbarrato da una porta d</span><span class="cf2">i ferro battuto.</span></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dai suoi dintorni si potrà osservare tutta la zona percorsa ed attraversata con la passeggiata fatta, oltre a poter ammirare ampi scorci sulla Vallata di Andora.</span><br></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 28 Dec 2025 17:32:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Da Colla Micheri a Mezzacqua]]></title>
			<author><![CDATA[Maria Teresa Nasi]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Camminate"><![CDATA[Camminate]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000005D"><div class="imTACenter"><img class="image-7" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Camminata-Colla-Micheri---Mezzacqua.jpg"  width="851" height="601" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Estratto foto aerea - GoogleEarth</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><span class="cf1">La partenza è da</span><span class="cf1"> </span><b><span class="cf1">Colla Micheri,</span><span class="cf1"> </span></b><span class="cf1">borgata storica, situata a</span><span class="cf1"> </span><st1:metricconverter productid="162 metri" w:st="on"><span class="cf1">162 metri</span></st1:metricconverter><span class="cf1">,</span><span class="cf1"> </span>fra la conca di <b>Laigueglia </b>e la Valmerula. Sorta sul percorso della <b>via Julia Augusta</b> e della <b>via Ligure Costiera</b>, presenta caratteristiche urbanistiche tipiche del semplice borgo ligure collinare con case contadine e un paesaggio circondato da ulivi.<br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Qui risiedette il leggendario navigatore, etnologo, esploratore norvegese <b><i>Thor Heyerdahl</i></b> che, dopo aver girato il mondo, scelse questa località come sua dimora.<br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">“Dall’alto di una torre - ricorda Heyerdahl con commozione – vidi vecchie case ricoperte di rampicanti, le vallate fitte di boschi verdissimi e sullo sfondo le montagne coperte di neve: la Norvegia! Ma, volgendomi dal lato opposto, la marina era laggiù in tutta la sua scintillante limpidezza; olivi, pini, arbustri di ginestra mi inebriarono le narici con gli odori e i profumi dei Mari del Sud, conditi dall’aspro gusto del salmastro. Finalmente, pensai, ho trovato ciò che cercavo!”</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Particolarmente degna di nota, a <i><b>Colla Micheri</b></i>, è la<b> Cappella di San Sebastiano </b>che conserva un cimelio storico particolare: la <b>sedia di legno</b>, a fianco dell’altare, sulla quale sedette il <b>Pontefice Pio VII</b> ritornando dal soggiorno obbligato francese. Per questo motivo Colla Micheri fu chiamata anche “Il Passo del Papa”. All’esterno della chiesetta, su un’epigrafe sopra il portale, si legge: “Qui venne, e il sacro piè P.Pio VII posò, il popol benedì, e alla sua sede andò. Lì XIV Febbraio 1814”.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dalla piazzetta della località ci dirigiamo verso sud, percorriamo un sentiero lungo le case del borgo (è il tracciato della <b>via</b> <b>Ligure Costiera).</b><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ci immergiamo nella vegetazione e, proseguendo poi verso ovest, incontriamo l’antico <b>Oratorio campestre</b> dedicato ai <b>Santi Cosma e Damiano.</b><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">N<span class="cf2">el muro laterale, affacciato sulla Ligure Costiera, è infissa in alto una lapide marmorea che indica la data di costruzione (1460) e il nome del benefattore.</span><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><span class="cf2">Anni fa l’edificio fu deturpato, ora l’accesso è sbarrato da una porta d</span><span class="cf2">i ferro battuto.</span></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><span class="cf2">Lasciamo il tracciato della</span><span class="cf2"> </span><b><span class="cf2">via Ligure Costiera</span></b><span class="cf2"> </span><span class="cf2">(perché non è più percorribile) e</span><span class="cf2"> </span><span class="cf2"> </span><span class="cf2">proseguiamo lungo il</span><span class="cf2"> </span><b><span class="cf2">Sentiero botanico,</span><span class="cf2"> </span></b><span class="cf2">ricco di tipica vegetazione mediterranea e con punti di osservazione panoramica.</span><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si incontrano le vasche del civico acquedotto andorese e, poco dopo, si raggiunge una macchia di pini che nasconde un vecchio acquedotto privato (un serbatoio cilindrico in cemento armato sospeso su pilastri).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><span class="cf2">La camminata termina dalla</span><span class="cf2"> </span><b><span class="cf2">Cappella dell’Immacolata Concezione,</span><span class="cf2"> </span></b><span class="cf2">in</span><span class="cf2"> </span><b><span class="cf2">località Mezzacqua.</span></b></span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 28 Dec 2025 17:28:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Da San Giovanni a Castello]]></title>
			<author><![CDATA[Maria Teresa Nasi]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Camminate"><![CDATA[Camminate]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000005C"><div class="imTACenter"><img class="image-9" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Camminata-San-Giovanni---Castello.jpg"  width="850" height="600" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Estratto foto aerea - GoogleEarth</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><span class="cf1">Partiamo dalla</span><span class="cf1"> </span><b><span class="cf1">Chiesa di San Giovanni Battista</span></b><span class="cf1">, l</span>a prima pieve di tutta la valle, di probabile origine paleocristiana e, quindi, anteriore al nucleo feudale del Castello. Sui resti della chiesa, verso il Millequattrocento o il Millecinquecento, sarebbe stato eretto l’attuale edificio religioso, attorno al quale nacquero varie leggende.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Accanto si trova l’<b>Oratorio di Santa Caterina.</b></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Attraversiamo il <b>Ponte Romanico: </b>un tempo era imbrigliato da antiestetiche tubazioni idriche, oggi è stato restaurato restituendo bellezza a uno dei monumenti simbolo di Andora.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Passiamo sotto il viadotto dell’autostrada<b> </b>e<b>, </b>proseguendo sul percorso<b> </b>della<b> Via Julia Augusta, </b>incontriamo la<b> Fontana Medioevale, </b>monumento ben conservato e “adottato”, anni fa, dagli alunni della Scuola Elementare di Andora Molino.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Attraverso la <b>Torre Campanaria</b> <b>e di Difesa</b> (in perfetto stato di conservazione) che mostra un affresco medievale dell'<i>Annunciazione, </i>arriviamo dalla <b>Chiesa dei Santi Giacomo e Filippo</b> (Patroni di Andora). E’ una delle più importanti testimonianze romanico-gotiche della Liguria, risalente alla seconda metà del Milleduecento ed edificato dai Genovesi per consolidare il proprio dominio sui luoghi dopo averli ottenuti dai Clavesana.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La Chiesa si trova nella località denominata <b><i>CASTELLO</i></b>, un colle sul quale sono concentrate le più significative memorie monumentali di tutto il territorio: il <b>"Paraxo",</b> ossia il Palazzo (dimora della famiglia Clavesana prima e del Podestà di Genova poi), risalente circa al XII secolo, i resti della mura e di numerose abitazioni, l’<b>Oratorio di San Nicolò.</b><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dal Castello è possibile osservare, con vista panoramica, il mare, tutto l'entroterra andorese, la località di <b>Colla Micheri</b>, il paese di Stellanello, fino alle Alpi Liguri.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">“<i>Lontano da qui ci capiterà forse di ammirare &nbsp;capolavori insuperabili, marmi e gemme splendenti, ma non potremo mai dimenticare l’incantesimo del Castello di Andora, le sue pietre dorate, il suo silenzio, e soprattutto la sottile sensazione di essere stati come prigionieri di uno spazio, dove gli unici veri abitanti sono dei vecchi ulivi e dove la vita, un certo giorno, allo scadere del medioevo si è di colpo cristallizzata nel rudere di una fortezza, in una fontana incantata, in una torre e in una meravigliosa chiesa.</i>” (Carlo Leone Forti).</span><br></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 28 Dec 2025 17:24:00 GMT</pubDate>
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		</item>
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			<title><![CDATA[Da Rollo a Marino]]></title>
			<author><![CDATA[Daniela Gambella]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Camminate"><![CDATA[Camminate]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000005B"><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Camminata-Rollo---Marino.jpg"  width="600" height="960" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Estratto foto aerea - GoogleEarth</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Suggerimenti: periodo consigliato da aprile a giugno.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">...... provare le emozioni della vista di un campo di basilico e coglierne i profumi ......</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Non è possibile, coinvolgere il turista nella raccolta del basilico, coltivato all’aperto, poiché ormai avviene con l’utilizzo di macchine, ma i proprietari sono assolutamente disponili a dare informazioni e permettere di assistere al processo della raccolta: un’esperienza comunque emozionante.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Con massima disponibilità e professionalità, danno suggerimenti e consigli pratici per la conservazione del basilico che, essendo un prodotto estivo, ha bisogno di luce, calore e umidità.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Può tranquillamente essere congelato e utilizzato per fare il pesto anche d’inverno o aggiungerlo in un buon sugo di pomodoro. Da non dimenticare un cucchiaio di pesto aggiunto al minestrone!</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si procede sempre attraverso Piangrande, la zona agricola più intensamente coltivata di Andora, per visitare le piantagioni di quella che, recentemente, è salita sull’Arca come presidio <i>Slow Food</i>: la Cipolla Belendina<i>.</i></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si presenta di colore rosso e con un profumo molto intenso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ciò che la contraddistingue è la dimensione notevole, la consistenza succosa e un sapore molto dolce.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Con la disponibilità dei coltivatori del luogo, sarà possibile apprendere le procedure di coltivazione e partecipare alla raccolta.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Gli stessi sono anche disponibili a creare dei momenti culinari dove insegnano a eseguire le ricette che esaltano al massimo questo ortaggio e i metodi di conservazione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quello che non si riuscirà facilmente ad ottenere sarà la semenza che i contadini conservano molto gelosamente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Attraversiamo l’antico e suggestivo Ponte Romanico sul torrente Merula, camminando lungo il tracciato della <b>via Julia Augusta</b>, in mezzo alla vegetazione tipicamente mediterranea, si arriva nella <b>Borgata di Rollo</b>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In un <i>week end</i> di metà giugno la località si anima con un suggestivo evento denominato “Festa delle erbe”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Durante le due giornate il profumo delle erbe aromatiche e delle rose si mescolano nelle piazzette e nei vicoletti; le spezie e la raffinatezza delle essenze profumate creano un’atmosfera speciale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il caldo fa esaltare l’odore dell’aglio e del rosmarino.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Accompagnati dai membri dell’Associazione “Amici della Festa delle Erbe”, è possibile fare un tour guidato nella vegetazione che circonda la borgata, alla scoperta delle erbe del luogo, con dimostrazione pratica del miglior utilizzo nella cucina tipica andorese.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div><b><span class="imUl fs14lh1-5">1.2 La Cipolla Belendina</span></b></div><div class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"><b></b></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La Cipolla di Andora &nbsp;è recentemente salita sull’Arca come presidio Slow Food [3]: “la cipolla rossa di grosse dimensioni a forma di fiasco e dal sapore dolcissimo” così viene definita.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Non si hanno notizie certe sulle origini della semenza di questa cipolla.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Secondo la testimonianza dei contadini più anziani, la coltivazione inizia a cavallo tra l’ottocento ed il novecento, presso alcuni terreni di proprietà di una famiglia torinese. Si racconta anche di un certo Settimo Denegri che, a seguito della sua vita da marinaio, portò il seme da uno dei suoi tanti viaggi per mare (https://www.cipollabelendina.it).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Fino agli anni sessanta la cipolla viene coltivata negli orti cittadini fino a quando lo sviluppo edilizio porterà via molti terreni all’agricoltura, con il rischio di perdere anche la tradizione delle Cipolla Belendina. &nbsp;</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il vero artefice del miracolo della sopravvivenza della cipolla è il mezzadro <strong>Bellenda Trentino, detto<i> Trentin</i></strong> (classe 1926) che, giunto ad Andora con il padre Giacomo nei primi anni di vita, ha dedicato la sua vita alla coltivazione della terra, ne ha curato la semenza e la riproduzione, di qui il nome Belendina.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Come lui stesso racconta in un’intervista per “Liguria e Dintorni”: “Mi innamorai subito di quell’ortaggio, grosso, pesante anche un chilo e mezzo, una forma stupenda, a fiaschetta, di un granata che regala gioia. Ho cominciato a coltivarla e a fare la semenza”. Una semenza che “Trentin” distribuiva a gli agricoltori andoresi, sempre di meno, come detto, per l’avanzata dell’urbanizzazione (Pezzini, 2018, https://liguriaedintorni.it/andora-la-cipolla-belendina-nel-racconto-trentin/).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Racconta ancora “Trentin”: “A differenza di altre cipolle questa ha una resa notevole. Si raccoglie da maggio ad agosto, prima come cipollotto, poi come cipolla. Ha un gusto dolcissimo, non rinviene come le altre, e quando è matura arriva a superare il chilo” (Trentino, 2018).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Inoltre secondo la figlia di Trentin, Marina, sembra che sia possibile coltivare la Belendina anche in altre località della Liguria, ma che non si riesca a produrre la semenza, se non nel terreno di Andora. &nbsp;</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Negli anni novanta Trentin va in pensione e la Cipolla sembra quasi dimenticata dagli andoresi. Grazie a Marco Gagliolo, andorese Doc, funambolico promoter dei prodotti liguri, la Cipolla torna protagonista ad Andora.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ad ottobre 2018 è stato costituito il “Comitato per la promozione della Cipolla Belendina” che ha, come scopo, la tutela e la valorizzazione della Cipolla Belendina di Andora, coltivata in modo “buono, pulito e giusto”. Come ha evidenziato da Marco Gagliolo, presidente del Comitato, l’impegno è:</span></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">coordinare, sostenere e a dare assistenza tecnica ai produttori del Presidio;<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">a partecipare ad eventi e a manifestazioni per promuovere la Cipolla;<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">ad organizzare corsi agronomici di formazione e approfondimento;<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">a realizzare ogni tipo di informazione sulle attività del Presidio.<br></span></li></ul></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ma principalmente lo scopo del Comitato è: “impedire la scomparsa della Cipolla Belendina e svilupparne una valorizzazione che merita sia per le caratteristiche sensoriali esclusive del prodotto, che per essere una straordinaria testimonianza delle nostre tradizioni contadine” (https://www.cipollabelendina.it/associazione/).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La Cipolla è già stata ospite protagonista in diverse iniziative e manifestazioni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nell’estate 2018 a lei sono stati dedicati due eventi denominati <i>“Seulla day”, </i>dove si è potuto degustarla fritta in pastella e presentata come il nostro: “totano dell’orto”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In occasione del <i>“Seulla Day”</i> è stato realizzato un contest fotografico sulla spiaggia, &nbsp;trasformata in un orto<i> on the beach,</i> con file di bulbi che spuntavano dalla sabbia, zappe e vanghe al posto dei classici secchiello e paletta.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tutto questo allo scopo di promuovere il goloso prodotto, legandolo all’immagine turistica della località balneare, la cui piana agricola offre ai turisti molti prodotti di qualità.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"><b></b></span></div><div><b><span class="imUl fs14lh1-5">1.3 La Borgata di Rollo &nbsp;</span></b></div><div class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"><b></b></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Borgo collinare semplice ma splendido, da dove nelle giornate limpide si riesce a distinguere, ad occhio nudo, la Corsica, è un borgo antico sorto sul tracciato della <b>Via Julia Augusta</b>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quando si arriva, si è subito avvolti dalla semplicità del luogo e dal silenzio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tutte le case hanno terrazze verso il mare, sono visioni private e piene di sentimento e lasciano libera l'immaginazione per un vivere sereno.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Questo è l'aspetto monumentale del borgo, perché il paesaggio è un monumento naturale, limpido, chiaro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I vicoli portano alla campagna e dalla campagna ai focolari, così venivano chiamate le antiche dimore dei contadini del borgo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sopra le ultime case di <b>Rollo </b>parte un sentiero sterrato dove, a un certo punto, appare una pieve diroccata, luogo dove vi fu <b>un’Apparizione Mariana</b>. [4]</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">C'è anche un palazzo nobiliare, la fortezza, la Chiesa, tutti simboli di una comunità che è stata presente nella storia sociale del territorio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Gli uliveti creano una cornice argentata, allineati fra i muretti a secco di una volta.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I muretti e i pozzi sono i resti più veri della fatica degli abitanti vissuti qui un tempo e la preoccupazione maggiore degli abitanti odierni, che ne vedono anche l'abbandono.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tutti i residenti, i villeggianti e i turisti quando salgono a Rollo hanno lo sguardo libero intorno e il passo lento fra le abitazioni orientate verso il mare, tutte sono aggrappate alla terra, fra gli ulivi, ricche di sole e di azzurro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In questo luogo ricco di vegetazione e profumi, vent’anni fa è nata la “Festa delle Erbe”<i>,</i> ad opera di un gruppo di volontari che hanno costituito l’Associazione “Amici della Festa delle Erbe”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Di seguito il racconto di Ada Buzzi, Vicepresidente dell’Associazione, che ci narra lo spirito che ha fatto nascere questo progetto: “Cosa si fa quando nasce un'idea?, si fa festa. Anni fa un gruppo di amici del borgo ha scoperto di trovarsi ugualmente emozionati camminando nel silenzio e nella bellezza della vegetazione e, incantati davanti al panorama del mare lassù in cima alla collina. Così è nata la "Festa delle erbe aromatiche, officinali e antiche piante": per celebrare i tesori vegetali del territorio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La vegetazione della Liguria ha il fascino del profumo e del gusto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Così dal 1999, a <b>Rollo</b>, si svolge una mostra mercato dedicata inizialmente solo alle essenze aromatiche e poi negli anni, via via che l'argomento veniva approfondito sia dai soci dell'Associazione organizzatrice, che dagli espositori, si scoprivano mille altre piante ed erbe dall'uso medicinale o mangerecce, da tutte le regioni e anche dal mondo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ad oggi, dopo quasi vent'anni, la mostra è ricca di espositori, vivaisti, agricoltori, artigiani e creativi della natura.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">È un'occasione per parlare di coltivazioni, di vivaismo, di sostenibilità, di ambiente e turismo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le conferenze sono molto seguite</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel 2018 nasce il progetto presentato dall’Associazione: “Storie di piante nel giardino natura”: “Attraverso gli alberi”, con lo scopo di valorizzare, con un racconto scientifico e storico, le piante del percorso della “Via Romana”, strada pedonale che porta a <b>Rollo </b>e del “Sentiero delle orchidee”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si tratta proprio di una vera lettura di un albero o una pianta tramite delle targhette in ceramica con l’applicazione digitale di un codice QR. [5]</span></div><div class="imTACenter"><i></i></div><div class="imTACenter"><i><v:shape o:spid="_x0000_i1025" type="#_x0000_t75"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></v:shape></i></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div><hr><div><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5"> </span></div><div><span class="fs10lh1-5"> </span></div><div><span class="fs12lh1-5">[3] La Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus è stata fondata da Slow Food Internazionale e da Slow Food Italia ed è l’organismo operativo per la tutela della biodiversità alimentare. E’una grande associazione internazionale no profit impegnata a ridare il giusto valore al cibo, nel rispetto di chi produce, in armonia con ambiente ed ecosistemi, grazie ai saperi di cui sono custodi territori e tradizioni locali. Ogni giorno Slow Food lavora in 150 Paesi per promuovere un’alimentazione buona, pulita e giusta per tutti (https://www.fondazioneslowfood.com/it/).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">[4] Lì la Vergine Maria apparve, il 18 aprile 1671, a Giacinto Perato, colpito da un ictus e rimasto con un arto completamente paralizzato. Dietro invito della Vergine, il giorno dopo si recò al Santuario di Nostra Signora della Rovere a San Bartolomeo al Mare e durante la messa, al momento della comunione, cadde a terra svenuto. Quando riprese i sensi si rialzò, si accorse che il braccio colpito era tornato perfettamente normale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Su questo fatto, hanno deposto, con giuramento, ben sette persone, tra cui un medico, un notaio e sei sacerdoti. Gli atti sono conservati nell’archivio della Curia vescovile di Albenga</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il 10 maggio 1671 la Madonna riapparve al contadino guarito e gli chiese che fosse costruita una cappella nel luogo dove era apparsa. Tutte queste apparizioni infervorarono la devozione ed il richiamo Mariano. La chiesa fu costruita subito e, di questa chiesa, si possono vedere i ruderi anche da Andora, Via del Poggio, guardando la collina in alto a ovest.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">[5] Insieme di piccoli moduli bianchi e neri disposti all'interno di una cornice rettangolare, che permette di memorizzare informazioni leggibili da un telefono cellulare o da uno smartphone mediante un apposito programma.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><hr></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">Per gentile concessione Daniela GAMBELLA - Tesi di Laurea "TURISMO ESPERENZIALE, TURISMO DA PROTAGONISTA. PROPOSTE PER ANDORA" - Relatore: Prof.ssa Antonella Primi - Anno accademico 2017-2018 - Università degli Studi di Genova - Dipartimento di Scienze della Formazione - Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione.</span></div><div class="imTACenter"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 28 Dec 2025 17:19:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Da Castello a Colla Micheri]]></title>
			<author><![CDATA[Daniela Gambella]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Camminate"><![CDATA[Camminate]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000005A"><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Camminata-Borgo-Castello---Colla-Micheri.jpg"  width="851" height="601" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Estratto foto aerea - GoogleEarth</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Suggerimenti: periodo consigliato autunno e primavera e, in estate, per assistere ai concerti all’interno della Chiesa dei SS. Giacomo e Filippo<br></span></div><div class="imTAJustify"></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Partendo dai resti del Paraxo [1] dei Clavesana, cominciamo ad immergerci nella storia che caratterizza la Borgata di Castello ed immaginare come poteva essere nel 1600. Questa è un’esperienza sensoriale senza paragoni soprattutto se, mentre lo immaginiamo, una persona autoctona ci racconta gli aneddoti legati a questo luogo magico. Proseguiamo verso la Chiesa dei SS. Giacomo e Filippo. Silenzio e pace: ecco l’emozione che si prova entrando nella chiesa, e l’emozione si trasforma in esperienza se abbiamo la fortuna di capitare in occasione della festa dei Santi Patroni, il 3 maggio, e assistere alla celebrazione della Santa Messa. Questa è una ricorrenza non nota, né particolarmente pubblicizzata, ma molto sentita dagli Andoresi. Sicuramente un modo per sentirsi parte di una comunità unita in questa ricorrenza religiosa. &nbsp;</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E, rimanendo all’interno della Chiesa dei SS. Giacomo e Filippo, si potrebbe assistere a un concerto, durante la rassegna dell’Estate Musicale Andorese, sicuramente un’esperienza uditiva unica. Secondo la testimonianza di molti musicisti e attori famosi [2], ospiti della Rassegna durante le 35 edizioni, a partire dal 1983, l’acustica all’interno della Chiesa è perfetta. Un musicista della formazione Ensemble Berlin, ovvero i Solisti del Berliner Philarmoniker, ha dichiarato, dopo il concerto, di aver provato un’emozione grandissima nel suonare in un luogo così suggestivo, una sensazione provata poche volte nella sua carriera di artista (dichiarazione del musicista).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Proseguendo lungo il tracciato della via Julia Augusta [3], &nbsp;attraverso la flora tipicamente mediterranea, si arriva alla borgata di <b>Colla Micheri</b>. Chiunque si spinga fino a questa località, potrà provare l’emozione che ispirò così tanto il leggendario navigatore, etnologo, esploratore norvegese Thor Heyerdahl, il quale, in un’intervista, dichiarò: “Dall’alto di una torre con commozione vidi vecchie case ricoperte di rampicanti, le vallate fitte di boschi verdissimi e sullo sfondo le montagne coperte di neve: la Norvegia! Ma volgendomi dal lato opposto la marina era laggiù in tutta la sua scintillante limpidezza; olivi, pini, arbusti di ginestra mi inebriarono le narici con gli odori e i profumi dei mari del Sud conditi dall’aspro gusto del salmastro. Finalmente, pensai, ho trovato ciò che cercavo” (Anfosso, 1994).<br></span></div><div class="imTAJustify"> <span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="imUl fs14lh1-5">1.1. Borgata Castello e Chiesa dei S.S. Giacomo e Filippo</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">“Lontano da qui ci capiterà forse di ammirare capolavori insuperabili, marmi e gemme splendenti, ma non potremo mai dimenticare l’incantesimo del Castello di Andora, le sue pietre dorate, il suo silenzio e soprattutto la sottile sensazione di essere stati prigionieri di uno spazio […] dove la vita, un certo giorno, allo scadere del Medioevo si è di colpo cristallizzata nel rudere di una fortezza, in una fontana incantata in una torre e in una meravigliosa chiesa” (Anfosso, 1994, p. 126).<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La Borgata di Castello sorge su un colle sul quale sono concentrate le più significative memorie monumentali di tutto il territorio: il "Paraxo", ossia il Palazzo, castello della famiglia Clavesana, risalente circa al XII secolo, i resti delle mura e di numerose abitazioni, la Chiesa dei Santi Giacomo e Filippo, l’<b>Oratorio di San Nicolò</b> e la Fontana Medioevale, sul percorso della <b>Via Julia Augusta</b>.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel 1600 il Borgo di Castello contava 200 famiglie, con 800 abitanti, un ospedale per curare e ospitare i poveri, formato da quattro case contigue di tre stanze a quattro letti, per una capienza di 48 posti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le fasce intorno all’ospedale venivano coltivate a orto. All’interno del borgo esistevano anche due botteghe utilizzate per riscuotere la pigione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il Paraxo è attualmente in restauro e, da li, si scende attraverso un sentiero ciottolato sino alla Chiesa dei Santi Giacomo e Filippo (la Chiesa patronale di Andora). E’ uno dei più importanti monumenti romanico-gotici della Liguria. Risale alla seconda metà del Milleduecento ed è stato restaurato dall’architetto D’Andrade nel 1903. Edificata dai Genovesi per consolidare il proprio dominio sui luoghi, dopo averli ottenuti dai Clavesana, è dotata di un'acustica perfetta. Realizzata in pietra di Capo Mele, è dotata di una Torre Campanaria e di Difesa (in perfetto stato di conservazione), che mostra un affresco medievale dell'Annunciazione. (Anfosso, 1994)</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La Chiesa dei Santi Giacomo e Filippo per anni è stata custodita con tanta devozione, dalla Signora Maria Alberti, andorese “doc”, che ha intrattenuto con i suoi racconti chiunque fosse interessato a visitare la chiesa. Oggi la Signora Maria ha 92 anni, è ancora arzilla ma non riesce più a percorrere la discesa ciottolata che separa la sua casa dalla chiesa e, a malincuore, affida la chiave del grande portone alla nipote, che cerca di seguire la tradizione della nonna.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Considerando che il Borgo è localizzato su un poggio, da lì lo sguardo può spaziare su tutte le parrocchie delle borgate di Andora: San Bartolomeo, San Pietro, Conna, San Giovanni, Rollo, Santa Matilde e Cuore Immacolato di Maria.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Durante la celebrazione del Santo Patrono, [4] viene svolta una processione sulla sommità del borgo durante la quale si benedice tutto l’abitato andorese.<i></i></span></div><div class="imTAJustify"> <span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="imUl fs14lh1-5">1.2 Borgata di Colla Micheri</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">“<i>Ho passato la mia vita a esplorare il mondo. Ma quando giunsi in questo luogo non ebbi esitazioni: la mia casa sarebbe sorta in questo piccolo paradiso</i>” (Didascalia della “Fondazione Museo Thor Heyerdahl” di Larvik – Norvegia).<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Colla Micheri</b> è una borgata storica, situata a 162 metri di altitudine, fra la conca di <b>Laigueglia</b> e la Val Merula. Sorta sul percorso della <b>via Julia Augusta</b>, presenta caratteristiche urbanistiche tipiche del semplice borgo ligure collinare, con case contadine ed un paesaggio circondato da ulivi. Un cartello vicino alla <b>Cappella di San Sebastiano</b> ci informa che qui risiedette, per circa trent’anni, il leggendario navigatore, etnologo, esploratore norvegese Thor Heyerdahl. Fu un uomo che sapeva apprezzare la bellezza e che scelse questo borgo per costruirvi la sua casa e la torre saracena posta all’interno del parco, per scrivere i suoi libri. In un’intervista rilasciata a Franco Manzitti per “Goletta Liguria”, Marianne, la figlia di Thor Heyerdahl, racconta che la sua famiglia, durante un viaggio ad Alassio, aveva scoperto questo territorio bellissimo dove c’erano sia il mare che le montagne: questa era la cosa che ha maggiormente affascinato Thor Heyerdahl; la vista del mare così calmo di questa baia, che poteva ammirare affacciandosi dalla torre saracena, significava per lui, uno spunto di meditazione<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Thor Heyerdahl ha difeso questo borgo dalle invasioni urbanistiche, ma anche da quelle turistiche eccessive. Marianne ricorda che, nel 1958, quando la famiglia Heyerdahl si trasferì a <b>Colla Micheri</b>, il borgo era quasi del tutto abbandonato, Grazie ad Heyerdahl ci fu quindi un lavoro di ristrutturazione di una buona parte degli edifici, salvandoli dall’abbandono e dall’incuria. Questo piccolo borgo è importante anche per la sosta di un'altra figura molto rilevante: Papa Pio VII [5]. La <b>Cappella di San Sebastiano</b>, sulla caratteristica piazzetta, conserva un cimelio storico particolare: la sedia di legno, a fianco dell’altare, sulla quale sedette il Pontefice tornando dal suo soggiorno obbligato in Francia. Per questo motivo <b>Colla Micheri</b> fu chiamata anche “Il Passo del Papa”.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">All’esterno della chiesetta, su un’epigrafe sopra il portale, si legge: “Qui venne, e il sacro piè P.Pio VII posò, il popol benedì, e alla sua sede andò. Lì XIV Febbraio 1814”.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"></div><hr><br><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[1] Palazzo</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[2] &nbsp;Attori: Ugo Pagliai, Paola Gassman, Arnoldo Foà, Giuseppe Pambieri – Musicisti: Bruno Canino, “Ensemble Berlin” ovvero i Solisti del Berliner Philarmoniker, tra le più prestigiose orchestre sinfoniche, per citarne alcuni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[3] Antica via romana</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[4] I Santi Giacomo e Filippo che si celebrano il 3 maggio</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[5] 251° pontefice della chiesa cattolica italiana, nato nel 1742 e morto all’età di 81 anni nel 1823 (https://biografieonline.it/biografia-papa-pio-vii)</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><hr></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">Per gentile concessione Daniela GAMBELLA - Tesi di Laurea "TURISMO ESPERENZIALE, TURISMO DA PROTAGONISTA. PROPOSTE PER ANDORA" - Relatore: Prof.ssa Antonella Primi - Anno accademico 2017-2018 - Università degli Studi di Genova - Dipartimento di Scienze della Formazione - Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 28 Dec 2025 17:13:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Da piazza Santa Rita a San Giovanni]]></title>
			<author><![CDATA[Maria Teresa Nasi e Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Camminate"><![CDATA[Camminate]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000059"><div class="imTACenter"><img class="image-17" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Camminata-Piazza-Santa-Rita---San-Giovanni.jpg"  width="851" height="601" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Estratto foto aerea - GoogleEarth</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il percorso parte dal centro cittadino in prossimità del <b>Bastione cinquecentesco</b> adiacente alla via Aurelia, in un antico nucleo edificato della <b>Marina</b>, denominato “<b>a ciassètta</b>” (la piazzetta), conosciuto come <b>Santa Rita</b>: un insieme di case generalmente a due piani, quasi completamente ristrutturate, mantenute vive nella tradizione, anche grazie alla presenza della <b>Cappella di Santa Rita</b>, eretta per la forte volontà votiva dei vecchi cittadini andoresi della zona.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Da qui il percorso attraversa un portale con affissa una targa su cui è scritto <u>“Villa Masè”</u> e si entra nel <b>Parco degli Aviatori</b>, vecchio sedime in epoche diverse della <b>Colonia di Cuneo</b>, del Grand’Hotel du Parc e dei giardini della Villa Masè (contessa Maria Esterina Masè de la Roche, figlia del Marchese Marco Maglioni).<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Al fondo dei giardini si può osservare il vecchio <b>Tempietto</b>, a suo tempo annesso alla residenza del Marchese, a fianco del quale è rimasta visibile la lapide voluta dal Marchese Marco Maglioni in memoria del suo fido cane Lion, un esemplare di San Bernardo.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Vicino al Tempietto sorge <b>Villa Laura, </b>immersa in una minuscola oasi di intatte piante antiche, già residenza del dott. Walter Momigliano, sindaco di Andora dal 1960 al 1975, che iniziò e portò avanti la realizzazione della moderna Andora. La Villa, già sede della Biblioteca comunale e dell’Azienda di Soggiorno, è ora in attesa di essere restaurata per diventare la sede delle tante Associazioni di Andora e dello IAT.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Lasciando Villa Laura sulla destra, si imbocca via San Damiano verso monte. Al primo incrocio, sulla sinistra, si può ammirare il moderno <b>Monumento ai Caduti della</b> <b>Resistenza</b>, ubicato all’interno di giardini alberati ed attrezzati a parco giochi per bambini.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Svoltando a destra, in via Clavesana, si incontrano i resti restaurati, ad opera del Comune di Andora, delle arcate appartenute all’A<b>cquedotto</b> che, da Mezzacqua, portava l’acqua ai possedimenti del Marchese Maglioni: rimangono solo tre arcate più alcuni monconi di piedritti, nascosti all’interno dei giardini delle proprietà private limitrofe.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Proseguendo si incrocia viale Mazzini, sul quale, svoltando a sinistra, si prosegue per un buon tratto, fino alla rotonda volgarmente detta dei “Due Gabbiani”, per la presenza dell’omonima struttura alberghiera.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si imbocca via Mezzacqua e si prosegue dritto; poco prima del borgo ristrutturato, svoltando a sinistra si percorre un breve tratto in discesa di una vecchia mulattiera, ridotto ad una specie di stradello, che porta ad uno degli argini del <u>rio Mezzacqua</u>: questo tratto corrisponde all’antico percorso della strada della Rocca, una vecchia vicinale ormai scomparsa, tranne nel tratto da qui fino alla <b>Cappella dell’Immacolata Concezione</b> che si trova di fronte sull’altra riva del rio stesso e che si raggiunge attraversando il corso d’acqua per mezzo di un frangiflutto.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Proseguendo in salita per la mulattiera rifatta, che si allontana dalla chiesetta, si giunge ad un bivio dove a sinistra incomincia uno sterrato: il percorso botanico.</span><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs10lh1-5"> </span><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">IL PERCORSO BOTANICO</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si tratta di una strada sterrata che, dopo un breve tratto, diventa un sentiero stretto ma piuttosto agevole che serpeggia in mezzo a macchie boschive e tratti di tipica vegetazione mediterranea, con punti di osservazione panoramica.<br></span></div><div class="imTAJustify"></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Attraversato il vallone si incontra un altro bivio:</span></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">a sinistra si raggiunge una macchia di pini che nascondono un vecchio serbatoio cilindrico in cemento armato (una sorta di vasca) sospeso su pilastri: si tratta della vasca dell’ex acquedotto privato di proprietà Rossi Umberto: un vecchio acquedotto che distribuiva acqua potabile, in alternativa all’acquedotto civico ad un numero di circa 200 utenti, nella zona compresa tra Mezzacqua e il Villaggio Cà Bianca; costruito nel 1964 è stato funzionante per circa 20 anni, dopodiché è stato inglobato dalla rete civica;</span></li></ul></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">a destra si prosegue, serpeggiando con bella vista panoramica e caratteristici scorci, sulla bassa vallata del Merula, incontrando prima a monte del tracciato le vasche del civico acquedotto andorese, subito dopo una macchia di pini sulla sommità di un falso colle, denominata “<b>u parcu di culùmbi</b>” (il parco dei colombi): una zona dove in passato veniva praticata la caccia ai colombi; subito dopo, a valle del tracciato stesso, si trovano i <b>resti di trincee di epoca napoleonica</b>; si arriva infine all’<b>Oratorio di San</b> <b>Damiano</b>, originariamente intestato ai Santi Cosma e Damiano, edificio del 1400.<br></span></li></ul></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In questo punto il nostro sentiero incontra la <b>Via Ligure Costiera</b>, che si percorre per arrivare fino all’antico borgo di <b>Colla Micheri</b>, tanto famosamente decantato dall’etnologo norvegese Thor Heyerdahl, il quale vi elesse propria dimora, dopo aver avviato e realizzato il recupero architettonico ed edilizio dell’abitato.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A Colla Micheri, della piazzetta principale di fronte all’<b>Oratorio di San Sebastiano</b>, partono due sentieri:</span></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">il primo, in salita sul versante lato mare, porta a un punto di ineguagliabile panoramicità; attraversando un boschetto di tipica macchia mediterranea in ottime condizioni, si percorre un tratto con vista a picco sul mare, fino a raggiungere il vecchio rudere del <b>Mulino Tagliaferro</b>, ciò che resta di un antico <b>mulino a vento</b> sulla sommità del colle, dal quale si gode dell’ampia ed incredibile veduta del golfo di Andora e del golfo Ligure verso Levante, con in primo piano <b>Laigueglia</b>;<br></span></li></ul></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">il secondo, in discesa verso valle, corrisponde al percorso turistico individuato come la “Via Julia Augusta”.</span><br></li></ul></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"> </span><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">LA VIA JULIA AUGUSTA</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La vecchia mulattiera che scende a valle verso il poggio dove sorge il Castello, attraversa dapprima uliveti e poi la tipica vegetazione mediterranea, con tratti di visuale aperti, per una completa panoramica sull’intera vallata del Merula.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Avvicinandosi al Castello di Andora si incontra, attraversandolo, un gruppo di ruderi abbandonati al groviglio dei cespugli circostanti: l’estensione fuori le mura del borgo del Castello in epoca passata.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Proseguendo ancora, si attraversa un boschetto di pini, giungendo al rudere di un antico edificio, denominato “<b>la Dogana”</b> o <b>“Casa del Dazio”</b>; da qui si gode della bella vista di tutta la struttura edificata del “castrum”, con in primo piano l’effetto scenico dell’addossamento tra <b>porta – torre</b> monumentale e <b>Chiesa dei Santi Giacomo e Filippo</b>.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si continua per il tracciato e si arriva ad un crocevia: a sinistra il parcheggio asfaltato; a destra la mulattiera scende per raggiungere la <b>fontana medioevale</b>; di fronte, poco scostato verso destra, una salita acciottolata, molto suggestiva, tra ulivi e antichi muri, ci conduce al Castello.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b><i><u>Si attraversa la porta – torre e si entra … nel Medioevo</u></i></b>.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Di fronte la fiancata della Chiesa intitolata ai Santi Giacomo e Filippo, esempio di architettura tardo romanica ligure, con possibilità di salire verso la sommità del borgo sia da dietro, dalla parte absidale, che dal davanti.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In entrambi i casi si passa in sentieri tra ruderi di antichi edifici e piante di olivo: ogni angolo rivela dettagli e scorci delle civiltà passate.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si arriva alla sommità del poggio, dove di erge imponente ciò che resta del <b>Paraxo</b>, il nucleo fortificato del Castello di Andora, con l’adiacente <b>Oratorio</b> oggi intitolato ai <b>Santi Nicolò e Sebastiano,</b> originaria costruzione di culto del periodo feudale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Scendendo verso valle, dal lato a mare prospettante sul centro cittadino, si attraversa la parte oggi abitata del borgo medioevale: un amalgama non sempre riuscito tra elementi originari e storici ed adattamenti moderni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tornando al sagrato della Chiesa dei Santi Giacomo e Filippo, frontalmente alla facciata principale, si può imboccare la stradina che porta, anch’essa, ad attraversare la parte oggi abitata del borgo e ad uscire dallo stesso; sul muro a monte, anni fa è stata realizzata la sede delle “Pietre di Luna”, una serie di lastre di ardesia con sopra incise alcune delle più belle poesie.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tornando a ritroso sul percorso già effettuato, o imboccando il sentierino che dalle “Pietre di Luna” scende ripido verso l’odierna autostrada, si incontra la <b>fontana medievale</b>, ricongiungendosi al tracciato effettuato durante la discesa da <b>Colla Micheri</b>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dalla fontana, proseguendo verso il fondovalle, si passa sotto il viadotto autostradale, si attraversa la strada Piangrande e si prosegue fino all’argine del torrente Merula.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Qui, poco sulla destra si trova il caratteristico <b>Ponte Medioevale</b> a dieci arcate, sul quale si può attraversare il Merula, lasciandosi alle spalle in centro medievale andorese.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Appena attraversato il ponte medievale, in un giardino privato sulla destra e possibile osservare i resti di antiche colonne, probabile indicazione di un importante crocevia del passato e proseguendo dritto, si attraversa la via Merula (ex Strada Provinciale “Valmerula”) e, fiancheggiando il cimitero di San Giovanni, si arriva alla omonima <b>Chiesa Parrocchiale</b> intitolata a <b>San Giovanni Battista.</b><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nelle vicinanze si trova la <b>Cappella Oratorio di Santa Caterina</b>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Proseguendo per strade e successivamente sentieri che si inerpicano verso il crinale collinare si può raggiungere <u>Passo Chiappa</u>, un importante nodo viario dell’antichità e dal quale si dipartono percorsi pedonali per altre frazioni dell’andorese e centri abitati dell’imperiese.</span></div><div class="imTACenter"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 28 Dec 2025 17:07:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Da San Giovanni a Duomo]]></title>
			<author><![CDATA[Maria Teresa Nasi]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Camminate"><![CDATA[Camminate]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000058"><div class="imTACenter"><img class="image-10" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Camminata-San-Giovanni---Duomo.jpg"  width="850" height="600" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Estratto foto aerea - GoogleEarth</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si chiama mandamentale perché relativa al “mandamento”, cioè a quella circoscrizione territoriale (introdotta con il passaggio della Liguria al Regno di Sardegna – inizi 1800) che era sede di un giudice e di un esattore delle imposte e si poneva tra Comune e Provincia.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Della vecchia “Strada mandamentale” sopravvive un tratto ancora ben conservato che si snoda da San Giovanni a Duomo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Partiamo dalla <b>Chiesa di San Giovanni Battista </b>e, dopo un breve tratto di sentiero, alla nostra destra, appaiono i suggestivi resti del “<b>Gumbassu”, </b>l’acquedotto (“bea”) che proveniva da San Bartolomeo (“Murteu”), arrivava a Villa Tagliaferro e sboccava nel mare. In questo punto si può ammirare questo solido canale sopraelevato mediante archi regolari e completi, costruiti con grossi conci non perfettamente squadrati.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La strada riprende il suo cammino, si attraversa il viale di accesso alla pittoresca <b>Villa Stampino,</b> costruita agli inizi del 1800 dai Musso di Laigueglia, successivamente acquistata dal conte Quaglia e ora proprietà della famiglia Isnardi. Della tenuta Stampino possiamo avere molte notizie grazie al libro di recente pubblicazione del dott. Carlo Volpara “A Stampino c’era il conte”.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il percorso risulta interrotto dalle pertinenze di un edificio di recente costruzione. Qui il sentiero si discosta un poco dal tracciato originario per deviare a monte.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La camminata prosegue immersi nella vegetazione mediterranea, e con la vista di orti, serre, frutteti e oliveti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La “mandamentale” costeggia le case della borgata <b>Ferraia </b>e transita lungo il portico della <b>Cappella di Nostra Signora del Carmine, </b>dove si conserva un caratteristico pavimento mosaicato in ciottoli bianche e neri, datato 1736.<b> </b>Non esiste una data certa di costruzione dell’edificio religioso: la congregazione di Nostra Signora nacque il 19 luglio 1670.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Deviando per una stradina, a sinistra, ecco un’altra testimonianza del passato: il <b>Castello degli</b> <b>Alemanni</b> (o Alemanno) in cui soggiornò Napoleone durante una delle Campagne d’Italia. Ora è diventato un edificio di civile abitazione. &nbsp;<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dopo aver attraversato la via asfaltata che porta a Conna, si incontra <b>Villa Musso</b>, prestigioso edificio che anticamente era un convento e ora è stato trasformato in appartamenti<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Arriviamo nella località “<b>Na Burca”</b>, un agglomerato tipico assai ben conservato, di origine medioevale, che si trova nella parte bassa di <b>Duomo</b>.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Prima di dirigersi lungo la stradina in mezzo alle case, si può osservare, sull’argine sinistro del fossato del Duomo, l’<b>Oratorio di San Sebastiano.</b> L’edificio religioso è censito nel “Sacro e vago Giardinello” ed è, quindi, anteriore al 1600. Un tempo (Anni Trenta del vecchio Millennio), veniva utilizzato come scuola elementare: al suo interno, oltre alle panche, ci sono anche alcuni banchi (con i buchi per i calamai…).<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La Cappella è uno dei punti di ambientazione del tradizionale <u>Presepe Vivente di Duomo</u>.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Qui termina il tratto percorribile della <b>Via Mandamentale</b>.</span><br></div><div class="imTACenter"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 28 Dec 2025 17:04:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Da via Marchesi Maglioni a San Giovanni]]></title>
			<author><![CDATA[Maria Teresa Nasi]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Camminate"><![CDATA[Camminate]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000057"><div class="imTACenter"><img class="image-8" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Camminata-Via-Marchesi-Maglione---San-Giovanni.jpg"  width="851" height="601" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Estratto foto aerea - GoogleEarth</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Provenendo da sud, in Via del Poggio, all’altezza dell’Istituto delle Suore di Sant’Eusebio si svolta a sinistra in &nbsp;<u>Via Marchesi Maglione</u>.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Per un piccolo tratto la strada costeggia le case ed è asfaltata, poi a sinistra del primo tornante si imbocca una strada sterrata che attraversa un bosco di classica macchia mediterranea, prosegue su un ponte che attraversa l’autostrada, arriva in Località Confredi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quando si giunge nella borgata <b>Confredi, </b>si lascia<b> </b>Via Marchesi Maglione e si prende un sentiero, il quale porta alla Località <b>Canussi </b>e, quindi, proseguendo si giunge alla <b><u>Chiesa di San Giovanni Battista</u> (pieve, matrice di altre chiese, che ebbe nella sua giurisdizione tutte le chiese della bassa valle del Merula e di Laigueglia).</b></span><br></div><div class="imTACenter"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 28 Dec 2025 16:59:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Da Conna a Duomo]]></title>
			<author><![CDATA[Maria Teresa Nasi]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Camminate"><![CDATA[Camminate]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000056"><div class="imTACenter"><img class="image-11" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Camminata-Conna---Duomo.jpg"  width="853" height="602" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Estratto foto aerea - GoogleEarth</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b><i>Il tragitto proposto ha caratteristiche notevoli dal punto di vista ambientale e storico</i></b><b>.</b></span></div><div class="imTAJustify"><u class="fs14lh1-5">L'inizio del percorso è da <b>Conna</b></u><b class="fs14lh1-5">,</b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">borgata del comune di Andora, posta a circa trecento metri di altitudine, nella cerchia collinare di nord-ovest.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si raggiunge attraverso una strada che sale con tornanti, da <b>Molino Nuovo</b>, attraverso uliveti, prati, boschi, campi…</span></div><div class="imTAJustify"><u class="fs14lh1-5">Punto di partenza è la <b>Chiesa Parrocchiale di Sant’Andrea.</b></u><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La <b>Chiesa di Sant’Andrea </b>è una costruzione che risale al 1500 (circa); la chiesa originaria potrebbe essere del 1200 o ancora più antica.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sulla piazzetta di fronte, si trova l’<b>Oratorio di Sant'Antonio Eremita</b>, edificato dal 1622 al 1635 (come documentato nel “Sacro e vago Giardinello”), e oggi trasformato in Opere Parrocchiali.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dalla piazzetta si apre uno</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">scenario &nbsp;meraviglioso sulla Vallata del Merula con la &nbsp;sulla zona monumentale del Castello, la borgata di Colla Micheri, la collina di Pinamare, la costa, il mare……</b><span class="fs14lh1-5">.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Accanto alla chiesa possiamo notare i</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">resti del Castello dei “Sciù Dega”</b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">dei quali si dice che fossero soliti entrare in chiesa direttamente a cavallo, attraverso un sottopassaggio collegante la chiesa con il castello.</span><br></div><div class="imTAJustify"><u class="fs14lh1-5">Il percorso comincia poco oltre la chiesa, da <b>Costa Maggiore</b></u><b class="fs14lh1-5">.</b><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Costa Maggiore, </b>tipico borgo ligure<b>, </b>è il più antico insediamento di Conna<b>, </b>si snoda verso sud lungo una pedonale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Degni di nota due edifici: l’</span><b class="fs14lh1-5">Asilo Infantile Gervasio-Ordano</b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">e la</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">Cappella di Maria Immacolata, </b><span class="fs14lh1-5">anticamente più nota come &nbsp;“</span><b class="fs14lh1-5">Cappella Guardone” </b><span class="fs14lh1-5">(probabilmente era nata come cappella privata).</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Alla fine del centro abitato, il</span><span class="fs14lh1-5"> </span><u class="fs14lh1-5">tragitto prosegue inoltrandosi tra gli <b>uliveti </b></u><span class="fs14lh1-5">e, dopo una lunga camminata immersi nello "</span><i class="fs14lh1-5">oro verde</i><span class="fs14lh1-5">", ci si immette sulla strada asfaltata.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Camminando per un breve tratto lungo la Via Provinciale, accompagnati dalla vista di un</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">panorama &nbsp;“mozzafiato” sul nostro mare,</b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">si arriva alla località</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">Garassini.</b><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nella località <b><u>Garassini </u></b>un tempo erano in funzione vari frantoi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Notiamo, lungo la strada, un <b>antico lavatoio</b> e una chiesetta: l’<b>Oratorio della Natività di Nostra Signora</b>, oggi conosciuto come <b>Cappella di Maria Bambina.</b></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">All’altezza di un pilone votivo, riprendiamo il</span><span class="fs14lh1-5"> </span><u class="fs14lh1-5">sentiero</u><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">che conduce verso sud e camminiamo circondati dal suggestivo</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5"><u>paesaggio olivicolo</u></b><span class="fs14lh1-5">, con i caratteristici terrazzamenti.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Incontriamo uno dei tanti ruscelli affluenti del Merula: è <b>Rio Domo</b> che, in certi punti, crea scenari decisamente suggestivi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quando la camminata sta per concludersi, possiamo ammirare, in vetta al “Poggio Ciazza”, nascosti tra il verde della vegetazione, i resti dell’antico</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">mulino a vento </b><span class="fs14lh1-5">di Molino Nuovo.</span><br></div><div class="imTAJustify"><u class="fs14lh1-5">Ecco il punto di arrivo:<b> Duomo</b></u><b class="fs14lh1-5">.</b><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In passato il nucleo abitato di <b>Duomo</b> (“<b>Borgata insigne”</b>) godé di <b>altissimo prestigio</b> com’è testimoniato &nbsp;dall’antico <b>Palazzo Anfosso</b>, riconducibile, probabilmente, al 1400, oggetto di recenti ristrutturazioni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Suggestiva la</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">Cappella di Maria Bambina</b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">(un tempo Oratorio di Nostra Signora delle Grazie), grande, compiutamente ed armonicamente strutturata, con un bel campanile barocco e motivi secenteschi nel portale, aperta su uno slargo della via, che funge da sagrato.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quest’ultimo è coperto da una struttura a volta, con selciato in pietre bianche formanti anche una data (1773), la stessa che compare sopra il bassorilievo sovrastante la porta di accesso del vicino</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">Palazzo Anfosso</b><span class="fs14lh1-5">.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La chiesa è unita a corpo a un’antica <b><u>canonica</u></b>, alla quale si accede mediante una scala esterna in pietra.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Duomo </b>è anche la località prescelta per l’ambientazione naturale di uno straordinario &nbsp;<b>“Presepe Vivente”: </b>sotto le volte, nei cunicoli, negli androni, in aree aperte, lungo il sentiero acciottolato.</span></div><div class="imTACenter"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 28 Dec 2025 16:56:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Da Conna a San Bartolomeo]]></title>
			<author><![CDATA[Maria Teresa Nasi]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Camminate"><![CDATA[Camminate]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000055"><div class="imTACenter"><img class="image-14" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Camminata-Conna---San-Bartolomeo.jpg"  width="847" height="598" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Estratto foto aerea - GoogleEarth</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><b class="fs14lh1-5"><i>Il tragitto proposto ha caratteristiche notevoli dal punto di vista ambientale, storico e religioso</i></b><b class="fs14lh1-5">.</b><br></div><div class="imTAJustify"><u class="fs14lh1-5">L'inizio del percorso è da <b>Conna</b></u><b class="fs14lh1-5">,</b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">borgata del comune di Andora, posta a circa trecento metri di altitudine, nella cerchia collinare di nord-ovest.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si raggiunge percorrendo una strada che sale con tornanti, da <b>Molino Nuovo</b>, attraverso uliveti, macchia mediterranea, prati, boschi, campi…</span></div><div class="imTAJustify"><u class="fs14lh1-5">Punto di partenza è la <b>Chiesa Parrocchiale di Sant’Andrea</b></u><span class="fs14lh1-5">, costruzione che risale al 1500 (circa); la chiesa originaria potrebbe essere del 1200 o ancora più antica.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sulla piazzetta di fronte, si trova l’<b>Oratorio di Sant'Antonio Eremita</b>, edificato dal 1622 al 1635 (come documentato nel “Sacro e vago Giardinello”) e oggi trasformato in Opere Parrocchiali.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dalla piazzetta si apre uno</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">sce</b><b class="fs14lh1-5">nario meraviglioso sulla Vallata del Merula con la vista sulla zona monumentale del Castello, la borgata di Colla Micheri, la collina di Pinamare, la costa, il mare……</b><span class="fs14lh1-5">.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Accanto alla Chiesa possiamo notare i</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">resti del Castello dei “Sciù Dega”</b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">dei quali si dice che fossero soliti entrare in chiesa direttamente a cavallo, attraverso un sottopassaggio collegante la Chiesa con il Castello.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La camminata comincia poco oltre la Chiesa; vicino a un</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">Pilone votivo</b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">si svolta a sinistra, ci si i</span><u class="fs14lh1-5">noltra tra gli <b>uliveti </b></u><span class="fs14lh1-5">e, dopo una lunga camminata immersi nella macchia mediterranea e &nbsp;nello "</span><i class="fs14lh1-5">oro verde</i><span class="fs14lh1-5">", si arriva a</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5"><u>Moltedo.</u></b><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Poco sopra la borgata si trova “u</span><b class="fs14lh1-5"> cavallìn”</b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">da dove lo sguardo spazia sulla</span><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">vallata del Merula</span><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">e dove possiamo osservare delle</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">rovine in pietra: </b><span class="fs14lh1-5">un tempo Moltedo &nbsp;sorgeva lì, poi a causa dell</span><b class="fs14lh1-5"><i>’invasione delle formiche, fu abbandonato.</i></b><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">leggenda</b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">dell’invasione delle formiche ricorre anche in altre località andoresi (Castello, Costa Maggiore di Conna, Tigorella).</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La denominazione “u cavallìn” derivava dal fatto che, in quel luogo, c’era molta acqua dove si abbeveravano i cavalli.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Un brutto giorno cominciò l’invasione delle formiche che distruggevano tutto quello che trovavano e costrinsero le persone a costruire le abitazioni più a valle, dove si trovano ora.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A Moltedo degno di nota è l’</span><b class="fs14lh1-5"><u>Oratorio</u> dedicato ai <u>Santi Fabiano e Sebastiano</u></b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">(comunemente chiamato solo Oratorio di San Sebastiano),</span><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5 cf1">anteriore al 1624, perchè il primo legato risale a quell'anno.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">San Sebastiano (militare romano, martire per aver sostenuto la fede cristiana) è particolarmente venerato nella vallata di Andora.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Troviamo cappelle a lui dedicate anche a Tigorella,</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">Colla Micheri</b><span class="fs14lh1-5">, Duomo.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><span class="cf1">Nella zona monumentale del</span><span class="cf1"> </span><span class="cf1">Castello di Andora</span><span class="cf1">, vicino alla</span><span class="cf1"> </span><span class="cf1">Chiesa dei Santi Giacomo e Filippo</span><span class="cf1">, si trova l'</span><b><span class="cf1">Oratorio di San Nicolò e Sebastiano</span></b><span class="cf1">.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sulla costa dell’omonima collina di <b>Conna</b> si possono vedere i ruderi dell’<b>Oratorio dei Santi Fabiano e Sebastiano</b>.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Proseguendo lungo la strada incontriamo un <u>Pilone votivo</u> dedicato a <u>San Michele Arcangelo.</u></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dirigendoci verso valle, accompagnati sempre dalla vista del &nbsp;paesaggio olivicolo, si arriva in località</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">Barò </b><span class="fs14lh1-5">dove possiamo ammirare l’</span><b class="fs14lh1-5"><span class="imUl">Oratorio di San Michele Arcangelo</span></b><span class="fs14lh1-5">, sicuramente anteriore al 1588.</span><br></div><div class="imTAJustify"><i class="fs10lh1-5"><span class="fs14lh1-5 cf1">La signora Nella Piccardo ha raccontato che, un tempo, la Cappella di Moltedo era dedicata anche a San Michele ma che, in seguito a contrasti e gelosie tra le popolazioni dei due borghi, Moltedo dovette rinunciare all'intitolazione a San Michele e tenere quella a San Sebastiano.</span></i><br></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs14lh1-5 cf1">Così ognuna delle due chiesette fu intitolata a un solo santo.</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs14lh1-5 cf1">Ma gli abitanti di Moltedo erano particolarmente devoti a San Michele e, quindi, in suo ricordo, costruirono un Pilone votivo che si trova all'ingresso di Moltedo.</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Proseguiamo ancora verso valle, incontriamo altre case, lungo il rio Moltedo, attraversiamo il ponte sul torrente Merula e siamo nella frazione San Bartolomeo.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Visitiamo la borgata Lanfredi dove possiamo ammirare l’</span><b class="fs14lh1-5"><span class="imUl">Oratorio di San Mauro</span></b><span class="fs14lh1-5">, costruito dalla famiglia Battista, Gio. Battista e Andrea Lanfredi prima del 1587; nell’edificio religioso vengono onorate due statue: quella del titolare San Mauro e quella di Sant'Anna, in onore di Anna Lanfredi che, nel 1935, lasciò ogni suo avere a quest’oratorio.</span><br></div><div class="imTACenter"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 28 Dec 2025 16:52:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Da Molino Nuovo ai Garassini, passando per Duomo]]></title>
			<author><![CDATA[Maria Teresa Nasi]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Camminate"><![CDATA[Camminate]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000054"><div class="imTACenter"><img class="image-11" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Camminata-Molino-Nuovo---Duomo---Garassini.jpg"  width="851" height="601" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Estratto foto aerea - GoogleEarth</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si parte dalla</span><b class="fs14lh1-5"> Scuola Primaria di Andora Molino, </b><span class="fs14lh1-5">nella borgata del comune di Andora, posta a circa quattro chilometri dal mare, lungo la Provinciale per Stellanello e Testico.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Poco dopo l’inizio della camminata si può osservare</span><b class="fs14lh1-5"> Villa Musso, </b><span class="fs14lh1-5">edificio di fine</span><b class="fs14lh1-5"> </b><span class="fs14lh1-5">Settecento,</span><b class="fs14lh1-5"> </b><span class="fs14lh1-5">un tempo convento e ora palazzina di civile abitazione.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il percorso prosegue lungo</span><b class="fs14lh1-5"> </b><span class="fs14lh1-5">la</span><b class="fs14lh1-5"> Strada della Viassa;</b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">si incrocia, poi, ad angolo retto, la via proveniente dal Monumento ai Caduti e, svoltando a sinistra, al di là del</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5"><u>fossato di Duomo</u></b><span class="fs14lh1-5">, si vede</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5"><u>l'Oratorio di San Sebastiano</u></b><span class="fs14lh1-5">.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L'<b>Oratorio</b><b> di San Sebastiano </b>è lungo l’argine sinistro del fossato del Duomo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’edificio è censito nel “Sacro e vago Giardinello” ed è, quindi, &nbsp;anteriore al 1600.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Un tempo (anni Trenta), veniva utilizzato come scuola elementare: al suo interno, oltre alle panche, ci sono anche alcuni banchi (con i buchi per i calamai…).<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il</span><b class="fs14lh1-5"> Fossato del Duomo</b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">nasce dai monti di</span><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">Conna</span><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">e confluisce nel torrente Merula.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Anni fa, all’altezza di San Sebastiano, era attraversato da un ponticello che lo collegava all’antico frantoio (“Cà de Testa”).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dopo pochi metri dall'Oratorio di San Sebastiano, svoltando ancora a sinistra, ecco apparire un agglomerato tipico della nostra regione, quello del <b>Rione “Na Burca”:</b> &nbsp;è assai ben conservato e rappresenta la parte bassa del Borgo Duomo.<b></b></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tra le varie case ricordiamo la “Ca du Scoggiu”, sede della Pretura nel 1800.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">All’altezza della “Ca de Berté” (ora casa &nbsp;Bandiera) si inerpica il <b>sentiero di Duomo </b>che porta verso la parte alta di Duomo: è una strada acciottolata, con gradini, erbosa fra gli interstizi della pietra, fiancheggiata da case ricche di archi, volte e androni.<b></b></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La parte alta, presumibilmente originaria e certamente più antica, un tempo era un vero e proprio bastione arroccato.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel percorso si incontrano la <b><u>“Cà de Gigiòttu</u></b> ” e <b><u>la “Vota de Gigiòttu</u></b>”, la <b>“Cà de Radescu</b>”, la <b><u>Cà de Belòmmu </u></b>e la<b> </b>“<b>Vota de Belòmmu”.</b></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Lungo l’erta che porta in cima a Duomo, scorre la <b>Bea di Duomo, </b>la cui acqua proviene da ”a ciùsa”(la chiusa), azionata all’occorrenza dagli abitanti della borgata.<b></b></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La zona era ricca di sorgenti, provenienti dai monti di Conna, e fu merito dei signori Anfosso, attraverso vicende lunghissime, &nbsp;assicurarne l’uso agli abitanti del posto.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Non mancarono questioni ed attriti per garantire la disponibilità del prezioso elemento, indispensabile per l’attività dei molini da grano e dei frantoi da olio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In passato il nucleo abitato di</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">Duomo</b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">(“</span><b class="fs14lh1-5">Borgata insigne”</b><span class="fs14lh1-5">) godé di</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">altissimo prestigio</b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">com’è testimoniato dall’antico</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">Palazzo Anfosso.</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Duomo </b>è anche la località prescelta per l’ambientazione naturale, sotto le volte, nei cunicoli, negli androni, in aree aperte, lungo il sentiero acciottolato di un <b>Presepe Vivente</b>, realizzato, un tempo, dalla Scuola elementare di Andora Molino e riproposto, ora dall’Associazione culturale “Andora più”.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In cima alla borgata si trova il<b> Palazzo Anfosso, r</b>iconducibile, probabilmente, al 1400, e oggetto di recenti ristrutturazioni, si apre sotto una volta, con due antiche porte, entrambe sormontate da bassorilievo: la prima immetteva nell’abitazione, la seconda direttamente nella cappella padronale, dedicata all’Annunciazione, come si deduce dal bassorilievo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Originariamente pareva fungesse da cappella della borgata.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Oltre il Palazzo Anfosso, ecco la suggestiva</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">Cappella di Maria Bambina</b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">(un tempo Oratorio Nostra Signora delle Grazie): grande, compiutamente ed armonicamente strutturata, con un bel</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5"><u>campanile barocco</u> </b><span class="fs14lh1-5">e motivi secenteschi nel portale, aperta su uno slargo della via, che funge da sagrato.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quest’ultimo è coperto da una struttura a volta, con selciato in pietre bianche formanti anche una data (1773), la stessa che compare sopra il bassorilievo sovrastante la porta di accesso al Palazzo Anfosso.<b></b></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’interno della cappella è molto bello ed ampio, con un’importante statua.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La chiesa è unita a corpo ad un’antica<b> <u>canonica</u></b>, alla<b> </b>quale si accede mediante una scala esterna in pietra.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Proseguiamo e, guardando in vetta al “Poggio Ciazza”, &nbsp;nascosti tra il verde della vegetazione, possiamo notare i resti dell’antico</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">mulino a vento </b><span class="fs14lh1-5">di Molino Nuovo</span><span class="fs14lh1-5 cf1">.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ci inoltriamo per una strada sterrata, incontriamo uno dei tanti ruscelli affluenti del Merula: è</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">Rio Duomo</b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">che, in certi punti, crea scenari decisamente affascinanti.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dirigendoci verso l’alto, si cammina circondati dal suggestivo <b><u>paesaggio olivicolo</u></b>, con i caratteristici terrazzamenti e si può assistere all’abbacchiatura delle olive.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Raggiungiamo la</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">località Garassini (borgata di Conna) </b><span class="fs14lh1-5">dove, un tempo</span><span class="fs14lh1-5">,</span><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">erano in funzione vari frantoi.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Notiamo, lungo la strada, un</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">antico lavatoio</b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">e una chiesetta: l’</span><span class="fs14lh1-5">Oratorio della Natività di Nostra Signora</span><span class="fs14lh1-5">, oggi conosciuto come</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">Cappella di Maria Bambina.</b><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nelle vicinanze si trova</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">Punta di Valleggia</b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">dove c’è una grossa vasca che ricopre un ruolo fondamentale nello spegnimento degli incendi, utilizzata dai volontari della Protezione Civile.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sempre camminando tra gli <b>uliveti</b> e andando verso valle, si arriva al <b>“Passo del lupo”</b>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel percorso si incontra un’antica costruzione contadina: <b>“u Tècciu de Bastiàn”</b>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si ridiscende in direzione Duomo e si torna a Molino Nuovo.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Come ricorda Alma Anfosso nel suo libro “Questa nostra Andora”, “</span><i class="fs14lh1-5">….i valloncelli sono freschissime oasi, tutte da scoprire: io, per me stessa, un tempo denominai Valle dei Principi (reminiscenza dantesca) quello che si insinua, placido e fiorito, tra la storica altura del Duomo e la collinetta del Mulino a Vento o Poggio Ciazza</i><span class="fs14lh1-5">”.</span><br></div><div class="imTACenter"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 28 Dec 2025 16:47:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Da San Giovanni a Colla Micheri]]></title>
			<author><![CDATA[Maria Teresa Nasi]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Camminate"><![CDATA[Camminate]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000053"><div class="imTACenter"><img class="image-8" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Camminata-San-Giovanni---Colla-Micheri.jpg"  width="851" height="601" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Estratto foto aerea - GoogleEarth</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs10lh1-5"> </span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><span class="cf1">Partiamo dalla</span><span class="cf1"> </span><b><span class="cf1">Chiesa di San Giovanni Battista</span></b><span class="cf1">, l</span>a prima pieve di tutta la valle, di probabile origine paleocristiana e, quindi, anteriore al nucleo feudale del Castello. Sui resti della chiesa, verso il Millequattrocento o il Millecinquecento, sarebbe stato eretto l’attuale edificio religioso, attorno al quale nacquero varie leggende.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Accanto si trova l’<b>Oratorio di Santa Caterina.</b></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Attraversiamo il</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">Ponte Romanico, </b><span class="fs14lh1-5">un tempo era imbrigliato da antiestetiche tubazioni idriche, oggi è stato restaurato restituendo bellezza a uno dei monumenti simbolo di Andora.</span><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Passiamo sotto il viadotto dell’</span><span class="fs14lh1-5">autostrada</span><b class="fs14lh1-5"> </b><span class="fs14lh1-5">e</span><b class="fs14lh1-5">, </b><span class="fs14lh1-5">proseguendo sul percorso</span><b class="fs14lh1-5"> </b><span class="fs14lh1-5">della</span><b class="fs14lh1-5"> Via Julia Augusta, </b><span class="fs14lh1-5">incontriamo la</span><b class="fs14lh1-5"> Fontana Medioevale, </b><span class="fs14lh1-5">monumento ben conservato e “adottato”, anni fa dagli alunni della scuola elementare di Andora Molino.</span><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Attraverso la</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">Torre Campanaria</b><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">e di Difesa</b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">(in perfetto stato di conservazione) che mostra un affresco medievale dell'</span><i class="fs14lh1-5">Annunciazione, </i><span class="fs14lh1-5">arriviamo dalla</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">Chiesa dei Santi Giacomo e Filippo</b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">(Santi Patroni di Andora).</span><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E’ uno delle più importanti testimonianze romanico-gotiche della Liguria, risalente alla seconda metà del Milleduecento ed edificato dai Genovesi per consolidare il proprio dominio sui luoghi dopo averli ottenuti dai</span><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">Clavesana</span><span class="fs14lh1-5">.</span><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La Chiesa si trova nella località denominata</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5"><i>CASTELLO</i></b><span class="fs14lh1-5">, un colle sul quale sono concentrate le più significative memorie monumentali di tutto il territorio: il</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">"Paraxu",</b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">ossia il Palazzo,</span><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">castello della famiglia</span><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">Clavesana</span><span class="fs14lh1-5">, risalente circa al</span><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">XII secolo</span><span class="fs14lh1-5">, i resti della mura e di numerose abitazioni, l’</span><b class="fs14lh1-5">Oratorio dei Santi Nicolau e Sebastiano.</b><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dal Castello è possibile osservare, con vista panoramica, tutto l'entroterra andorese, la località</span><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">Colla Micheri</span><span class="fs14lh1-5">, il paese di</span><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">Stellanello</span><span class="fs14lh1-5">, fino alle</span><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">Alpi Liguri</span><span class="fs14lh1-5">.</span><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Proseguiamo la nostra passeggiata e, all’altezza del Vivaio Rocchetti, ci inoltriamo nella vegetazione, sul</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">percorso di Mezzacqua.</b><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Incontriamo l’antico</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">Oratorio campestre</b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">dedicato ai</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">Santi Cosma e Damiano;</b><span class="fs14lh1-5 cf2"> </span><span class="fs14lh1-5 cf2">nel muro laterale, affacciato sulla Ligure Costiera, è infissa in alto una lapide marmorea che indica la data di costruzione (1460) e il benefattore.</span><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><span class="cf2">Anni fa l’edificio fu deturpato, ora l’accesso è sbarrato da una porta d</span><span class="cf2">i ferro battuto.</span></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">Continuiamo la camminata lungo la</span><span class="fs14lh1-5 cf1"> </span><b class="fs14lh1-5"><span class="cf1">Via Ligure Costiera</span></b><span class="fs14lh1-5 cf1"> </span><span class="fs14lh1-5 cf1">e arriviamo alla meta</span><b class="fs14lh1-5"><span class="cf1">:</span><span class="cf1"> </span><span class="cf1">Colla Micheri</span><span class="cf1">,</span><span class="cf1"> </span></b><span class="fs14lh1-5 cf1">borgata storica, situata a 162 metri,</span><span class="fs14lh1-5 cf1"> </span><span class="fs14lh1-5">fra la conca di Laigueglia e la</span><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">val Merula</span><span class="fs14lh1-5">. Sorta sul percorso della</span><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">via Julia Augusta</span><span class="fs14lh1-5">, &nbsp;presenta caratteristiche urbanistiche tipiche del semplice borgo ligure collinare con case contadine e un paesaggio circondato da ulivi.</span><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Qui risiedette il leggendario navigatore, etnologo, esploratore norvegese</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5"><i>Thor Heyerdahl</i></b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">che, dopo aver girato il mondo, scelse questa località come sua dimora.</span><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Particolarmente degna di nota, a</span><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">Colla Micheri</span><span class="fs14lh1-5">, è l'</span><b class="fs14lh1-5">Oratorio di San Sebastiano </b><span class="fs14lh1-5">che conserva un cimelio storico particolare: la</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">sedia di legno</b><span class="fs14lh1-5">, a fianco dell’altare, sulla quale sedette il</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b class="fs14lh1-5">Pontefice Pio VII</b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">ritornando dal soggiorno obbligato francese.</span><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Per questo motivo Colla Micheri fu chiamata anche “Il Passo del Papa”. All’esterno della chiesetta, su un’epigrafe sopra il portale, si legge: “Qui venne, e il sacro piè P.Pio VII posò, il popol benedì, e alla sua sede andò. Lì XIV Febbraio 1814”.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">“</span><i class="fs14lh1-5">Dall’alto di una torre - ricorda Heyerdahl con commozione – vidi vecchie case ricoperte di rampicanti, le vallate fitte di boschi verdissimi e sullo sfondo le montagne coperte di neve: la Norvegia! Ma, volgendomi dal lato opposto, la marina era laggiù in tutta la sua scintillante limpidezza; olivi, pini, arbusti di ginestra mi inebriarono le narici con gli odori e i profumi dei Mari del Sud, conditi dall’aspro gusto del salmastro. Finalmente, pensai, ho trovato ciò che cercavo!</i><span class="fs14lh1-5">”</span><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 28 Dec 2025 16:44:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Capo Mele]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Territorio"><![CDATA[Territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000052"><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Capo-Mele_zzxm5kfi.jpg"  width="600" height="400" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il promontorio di Capo Mele ed il crinale collinare retrostante, segnano il confine tra Andora e Laigueglia, una divisione territoriale ratificatasi il 25 maggio 1794 quando, dopo lunghi anni di litigi e schermaglie locali, il quartiere laiguegliese ottenne l’indipendenza amministrativa dalla Magnifica Comunità di Andora.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il punto panoramico si trova in prossimità di quella che era una delle tre residenze ottocentesche andoresi dei Musso ed in cui si narra vi abbia soggiornato Napoleone, durante la costruzione della Strada della Cornice.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il panorama si affaccia sul golfo di Laigueglia e sulla Baia del Sole, delimitata dall’Isola Gallinara, un tempo sede di un’abbazia benedettina legata al Priorato di San Martino, che aveva una dipendenza nel territorio di Andora, di cui sfugge storicamente la precisa ubicazione, sebbene fonti testimoniali non verificabili assocerebbero ad una cappella pertinenza della residenza andorese del Marchese Marco Maglioni alla Marina.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Lo sguardo si perde verso il tratto di mare che anticamente era meta dei pescatori di corallo, fonte di ricchezza locale e temuto nel luogo dimenticato dello “scoglio delle vedove”, dove tanti uomini e ragazzi affondarono senza mai tornare.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nelle giornate terse, la costa sullo sfondo spinge ad osservare il profilo del litorale ligure fino alle coste ed all’arcipelago toscani e di notte i bagliori della Lanterna di Genova.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nei giorni di vento l’odore del mare si fonde con quello dei pini e del lentisco che ricoprono le pendici del promontorio.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 28 Dec 2025 16:20:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Santuario dei cetacei]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Territorio"><![CDATA[Territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000051"><div class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Santuario-Cetacei-1.jpg"  width="798" height="572" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel 1989 l’Istituto “TETHYS” lancia l’idea del Santuario, della quale si fanno promotori GREENPEACE e WWF.<br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel 1991 il progetto “PELAGOS” dell’Istituto “TETHYS” viene presentato a Monaco dal ROTARY, alla presenza del Principe Ranieri: “Pelagos” prevede la creazione di una vasta zona protetta nelle acque del bacino Corso – Ligure – Provenzale, per salvaguardare principalmente le specie di cetacei che lo abitano, minacciati da operazioni di pesca condotte con le “spadare”.<br>Nello stesso anno il Ministero della Marina Mercantile italiano emana un decreto che vieta l’uso delle “spadare” nel Mar Ligure e la protezione dei cetacei è inserita nelle priorità dell’UNEP/MAP nella convention de Il Cairo.<br>Nel 1993 i governi francese, monegasco e italiano, nelle persone dei Ministri all’Ambiente, sottoscrivono una Dichiarazione per la creazione di un Santuario per la Conservazione dei mammiferi marini nel Bacino Corso – Ligure – Provenzale.<br>Nel 1995 la Convenzione di Barcellona adotta il Protocollo sulle Aree Specialmente Protette (SPA e SPAMIs) ed il Governo francese invia al Governo italiano una proposta per l’istituzione del Santuario.<br>Nel 1998 il Governo italiano convoca un’apposita Conferenza dei Servizi presieduta dal Ministero dell’Ambiente per la negoziazione internazionale relativamente all’istituzione del Santuario, il quale è inserito dalla Legge n. 426 del 1998 nell'elenco delle aree marine di reperimento previste dalla Legge n. 394 del 1991.<br>Nello stesso anno la Regione Liguria promuove un Protocollo di Intesa per la promozione di azioni congiunte e coordinate per lo sviluppo e la valorizzazione del Santuario dei Cetacei.<br>Nel 1999 il Governo italiano propone ai Governi francese e monegasco una proposta di Accordo, il quale viene sancito e sottoscritto il 25 novembre 1999 a Roma – Palazzo Madama, dai Governi di Italia, Francia e Principato di Monaco: tale Accordo sancisce, nel Mar Mediterraneo, l’istituzione di un’area marina protetta a carattere sopranazionale, denominata “Santuario Internazionale per i Cetacei”.<br>L’area si estende per circa 87.000 kmq ed è costituita da zone marittime situate nelle acque interne e nei mari territoriali della Repubblica Francese, della Repubblica Italiana e del Principato di Monaco, nonché dalle zone di alto mare adiacenti, così delimitata:<br>ad ovest, una linea che va dalla punta Escampobariou (punta ovest della penisola di Giens: 43°01'70"N, 06°05'90"E) a Capo Falcone, situato sulla costa occidentale della Sardegna (40°58'00"N, 008°12'00"E);<br>ad est, una linea che va da Capo Ferro, situato sulla costa nord orientale della Sardegna (41°09'18"N, 009°31'18"E) a Fosso Chiarone, situato sulla costa occidentale italiana (42°21'24"N, 011°31'00"E).<br>Per la parte italiana sono interessate le Regioni Liguria, Sardegna e Toscana, con le Direzioni Marittime competenti per area di Genova, Livorno e Cagliari.<br>Dal 27 al 29 settembre 2000, <b><span class="imUl">ad Andora,</span></b> si svolge la manifestazione "VIVERE IL MARE", con tema "Il Santuario dei Cetacei": tra i partecipanti emerge una forte perplessità per la mancata ratifica dell'Accordo internazionale siglato a Roma il 25/11/1999.<br>I rappresentanti delle associazioni ed enti partecipanti a detta manifestazione redigono un’istanza datata 29/09/2000 ed indirizzata a:<br>Presidente della Repubblica Italiana<br>Presidente del Consiglio dei Ministri<br>Ministro dell’Ambiente<br>Ministro degli Esteri<br>con la quale si chiede di intervenire affinché l’Accordo preesistente sia opportunamente ratificato come da impegni assunti.<br>Tale istanza viene sottoscritta dai vari membri presenti:<br>Sindaco del Comune di Andora, Assessore all’Ambiente del Comune di Andora, Sindaco del Comune di La Maddalena, Università di Genova, Associazione Battibaleno, Area Marina Protetta di Portofino, Ente Nazionale Protezione Animali, Istituto Tethys, Accademia Kronos, ICRAM, Acquario di Genova, Regione Liguria – Assessore all’Ambiente, Forza Italia, “Vivere il Mare” Union Contact – Roma, Europe Conservation – Presidente, WWF Liguria – Segretario, Liguria da Scoprire – Presidente e Amministratore.<br>Nel 2001, con Legge 11 ottobre 2001, n. 391, si prevede la ratifica ed esecuzione dell'Accordo relativo alla creazione nel Mediterraneo di un santuario per i mammiferi marini, fatto a Roma il 25/11/1999 (Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30/10/2001).<br>Viene così definito il Disegno di Legge n. 7443, con la votazione della Camera con 331 membri presenti, di cui 323 favorevoli, 7 astenuti ed 1 contrario.<br>L'articolo 3 della legge 11 ottobre 2001, n. 391 prevede l’istituzione di un comitato di pilotaggio dell'Accordo internazionale (Roma il 25 novembre 1999), composto da:<br>un rappresentante designato dal Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio;<br>un rappresentante designato dal Ministro degli affari esteri;<br>un rappresentante designato dal Ministro delle politiche agricole e forestali;<br>un rappresentante designato dal Ministro delle infrastrutture e dei trasporti;<br>un rappresentante designato dalla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano.<br>Al comitato partecipano altresí, con funzioni consultive, tre rappresentanti delle associazioni ambientaliste riconosciute e lo stesso può essere integrato da esperti designati dai Ministri rappresentati.<br>Il comitato è presieduto dal rappresentante designato dal Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio.<br>Nel 2002 viene effettuato il Comunicato di entrata in vigore dell'Accordo (Gazzetta Ufficiale n. 67 del 20/03/2002).<br>L’esistenza dei cetacei in tale area era nota già nell’antichità, sebbene sconosciuto per molti e reso noto anche a seguito di mirati studi effettuati dagli anni ’80 del XX secolo.<br>Nelle acque del Santuario, storicamente non esiste tradizione di caccia alla balena, essendo praticata, invece, la “caccia al delfino” &nbsp;per la produzione del “musciame”, alimento ottenuto dall’essiccazione della muscolatura dorsale.<br>Tra gli esemplari e le specie avvistabili: stenella striata, grampo, capodoglio, zifio, globicefalo, tursiope, delfino comune, pseudorca, steno, balenottera comune.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-4" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Santuario-Cetacei-2.jpg"  width="933" height="221" /><br></div><div><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Andora, sempre attenta alla tutela ambientale ed alle operazioni in merito a tale causa, grazie anche alla vantaggiosa posizione all’interno del Santuario, offre attiva collaborazione e possibilità di usufruire del “whale – watching” grazie ad un servizio di escursioni guidate partenti e gestite direttamente dal porto turistico della cittadina.</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-5" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Santuario-Cetacei-3.jpg"  width="851" height="1083" /><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-6" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Santuario-Cetacei-4.jpg"  width="417" height="696" /><br></div><div class="imTACenter"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 28 Dec 2025 16:18:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Oasi del Merula]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Territorio"><![CDATA[Territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000050"><div class="imTACenter"><img class="image-12" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Oasi-Merula-1.jpg"  width="299" height="455" /><br></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il torrente Merula trae origine dal Rio Foscardo, il quale nasce al passo della Morra, e si sviluppa su un percorso di poco più di 14,5 km attraversando il territorio dei comuni di Testico, Stellanello ed Andora.<br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La valle è compresa tra le sommità del Colle Dico, Monte Chiappa, Pizzo Aguzzo, Monte Ceresa, Monte Torre, Pizzo Montin, passo S.Giacomo, Poggio Rovora, Monte Carpanea, Monte Pagliassa, Bric Arpicella e Poggio Ebrea.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In epoche passate il mare si estendeva all'interno della piana e la foce del torrente doveva essere più ampia e impetuosa dell'attuale e nelle stagioni piovose altri corsi d'acqua scendevano a valle formando acquitrini, le cui tracce si trovano ancora documentate nel 1860.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In epoca romana la foce si trovava, probabilmente, a ridosso del colle del castello ed il torrente era utilizzato come scalo per piccole imbarcazioni e per i collegamenti con la Corsica.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In epoca medioevale aumentò l’importanza di Andora come attracco.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In epoca moderna, all’inizio dell’800, gli abitanti di Andora iniziarono ad intensificare l’agricoltura e con la coltura dell’ulivo avvenne la bonifica della valle, spostando l’alveo del torrente verso Levante.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A seguito delle alluvioni degli anni 1904, 1910, 1921, 1924, 1945 e 1948, causa di danni alle costruzioni presenti alla foce, dopo la metà degli anni ‘50 furono eseguite le opere di arginatura del Merula.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel 1992, la Regione Liguria ha promulgato la “Legge Regionale sulla tutela della fauna minore” (L.R. n° 4/1992), con la quale sottopone a tutela le specie maggiormente minacciate o vulnerabili e ne protegge gli habitat, promuovendo studi e ricerche sulle diverse specie ed incentivando iniziative didattico - divulgative volte a diffondere la conoscenza della fauna oggetto di tutela.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Su questo indirizzo, alla fine degli anni '90, è stata "creata" l'Oasi del Merula, nel pieno centro cittadino di Andora.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-13" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Oasi-Merula-2.jpg"  width="401" height="300" /><span class="fs14lh1-5"> &nbsp;&nbsp;</span><img class="image-14" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Oasi-Merula-3.jpg"  width="394" height="295" /><span class="fs14lh1-5"> </span><img class="image-15" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Oasi-Merula-4.jpg"  width="430" height="322" /> &nbsp;&nbsp;<img class="image-16" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Oasi-Merula-5.jpg"  width="241" height="322" /></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’Oasi del Merula, localizzata nella zona alla foce del torrente da cui prende il nome, nonostante la ridotta estensione, rappresenta l’ultima possibilità di salvaguardia di una zona naturale umida di origini antichissime.<br>Nella foce del Merula, da alcuni anni è stata favorita la crescita e lo sviluppo del canneto palustre, che a differenza di quanto spesso creduto erroneamente, non crea problemi in casi di possibili inondazioni, poiché la canna si piega al deflusso dell’acqua, permettendo un regolare e moto.<br>Tale ambiente rigoglioso, permette la vita di numerose specie nidificanti e migratorie che annualmente sostano in questa zona, anche prima della materiale creazione dell’Oasi.<br>L’ubicazione di tale area è nel pieno centro cittadino, aiutata nelle di fasi di osservazione dalla presenza di ponti con marciapiedi ad anello in corso di realizzazione, che la rendono una sorta di enorme vasca naturale osservabile tutta intorno.<br>Il periodo migliore per il bird – watching è l’autunno e la primavera, durante i quali è facile fare comodi avvistamenti anche ad occhio nudo.<br>Attorno all’area si trovano cartelli tematici che orientano ed informano sui possibili avvistamenti.<br>Sugli alberi presenti nei tratti arginali limitrofi e fino al ponte della ferrovia, sono stati apposti nidi e mangiatoie artificiali, grazie anche al coinvolgimento della LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli), per facilitare le abitudini e la vita dei volatili ospitati dall’Oasi.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-17" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Oasi-Merula-6.jpg"  width="461" height="346" /><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tra gli esemplari avvistabili: cigno reale, germano reale, anatra mandarina, oca cigno, moriglione, martin pescatore, garzetta, airone bianco, airone cenerino, airone rosso, sgarza col ciuffetto, tarabuso, nitticora, piropiro, cavaliere d’Italia, gallinella d’acqua, gabbiano reale, folaga, oca selvatica, marzaiola, taccola.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div class="imTACenter"><img class="image-20" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Oasi-Merula-7.jpg"  width="532" height="362" /> &nbsp;&nbsp;<img class="image-21" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Oasi-Merula-8.jpg"  width="272" height="362" /></div></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ed inoltre: cardellino, merlo, tortora, colombo, cinciallegra, cinciarella, lucherino, fringuello, pettirosso, ballerina bianca, ballerina gialla, lui grosso, lui piccolo, passero, verzellino, verdone, capinera, codirosso, rondine, rondone montano, topino, balestruccio, storno, upupa e tanti altri.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-22" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Oasi-Merula-9.jpg"  width="466" height="350" /><span class="fs14lh1-5"> </span><img class="image-23" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Oasi-Merula-10.jpg"  width="467" height="350" /><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Alcune specie animali presenti nell’area (Raganella mediterranea, Rospo comune, Orbettino, Ramarro) sono attualmente minacciate parzialmente di estinzione, mentre la Natrice viperina risulta in grave pericolo: basta un po’ di pazienza e la passione per piccole creature che possono allietarci con la loro sola presenza amichevole.</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-24" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Oasi-Merula-11.jpg"  width="419" height="314" /> &nbsp;&nbsp;<img class="image-25" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Oasi-Merula-12.jpg"  width="420" height="315" /></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div><div class="imTACenter"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 28 Dec 2025 16:12:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Cipolla Belendina]]></title>
			<author><![CDATA[Autori Vari]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Territorio"><![CDATA[Territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000004F"><div class="imTACenter"><img class="image-6" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cipolla-Belendina-1.jpg"  width="886" height="686" /><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><hr><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs16lh1-5 cf1">LA STORIA</span></b></div><div class="imTACenter"><span class="fs10lh1-5"> </span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nella prima metà del Novecento l’Avvocato Momigliano acquistando anche dal Marchese Maglioni, diventò proprietario di una vasta estensione terriera che comprendeva tutto il versante di ponente di Capo Mele, la zona di Mezzacqua, l’antico acquedotto ed i campi della pianura adiacente, sulla quale esisteva una cascina.<br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tale edificio sarà l’abitazione di tutti i mezzadri in servizio presso la famiglia Momigliano, che nella prima metà degli anni ‘30 costruirà nelle vicinanze “Villa Laura”.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-7" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cipolla-Belendina-2.jpg"  width="450" height="291" /><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Alla fine dell’Ottocento, in Località Mezzacqua nasce Settimio Denegri detto “Balilla”, di origine contadina e a lungo navigatore, che sposerà Calcagno Maria, tornando a fare il contadino con la nascita del secondo figlio Giuseppe Denegri - detto “Pippo du Balilla” (1907).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> Oltre a “Pippo” che si sposa con Ascheri Teresa detta “Secondina” e dalla loro unione nasce Maria Rosa, altre due figlie, Maddalena e Santina, la quale si sposa con Saettone Nicola detto “Niculìn”.<br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-8" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cipolla-Belendina-3.jpg"  width="450" height="312" /><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dai ricordi di Maria Rosa viene tramandato che il nonno Settimio già coltivava <i>“una cipolla rossa di grosse dimensioni, a forma di fiasco e da un sapore dolcissimo”.</i></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Negli anni ’60, lo sviluppo edilizio andorese porta gli eredi della famiglia Denegri ad abbandonare la coltivazione dei terreni per intraprendere altre attività.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-9" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cipolla-Belendina-4.jpg"  width="450" height="308" /><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Per fortuna però, nella parte pianeggiante adiacente all’antico acquedotto, la famiglia Luzzati resiste ancora per decenni al richiamo della speculazione edilizia, mantenendo integro un appezzamento di terreno, affidato alle cure del mezzadro Bellenda Trentino detto “Trentìn” (classe 1926) che, giunto ad Andora con il padre Giacomo nei primi anni di vita, ha dedicato la sua vita alla coltivazione della terra.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-10" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cipolla-Belendina-5.jpg"  width="850" height="533" /><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"><span class="cf2">(Trentin nel suo regno accovacciato sulla destra)</span><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dai suoi ricordi sappiamo che la semenza della cipolla gli viene data da Bruno Corio che a sua volta la ebbe proprio da Saettone Nicola detto “Niculìn” e che per decenni ne aveva curato la semenza e la riproduzione.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La bontà del prodotto e l’esclusiva produzione delle piantine da parte di “Trentìn” hanno portato i contadini di Andora ad identificare quel tipo di cipolla come “LA CIPOLLA BELENDINA”.<br>Giovanni ROBERTO (classe 1929), piemontese di origine ma Andorese da coniugato, dal 1967 al 2013 ha coltivato in via Rattalino un orto/giardino dove in stagione si mostravano due o tre solchi di cipolle Belendine, trasmettendo la passione alla figlia Laura per la nostra cipolla andorese.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-11" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cipolla-Belendina-6.jpg"  width="720" height="572" /><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nell’ultimo decennio si è corso il rischio di perdere la semenza della cipolla, orgoglioso simbolo dei prodotti tipici andoresi, preservata e valorizzata grazie all’impegno e grande dedizione di Marco Gagliolo che ha dato vita al Comitato per la promozione della Cipolla Belendina, &nbsp;attuando un’importante iniziativa che ha permesso di farla recuperare, conoscere e riconoscere, pubblicizzandone storia e natura, con il coinvolgimento, la collaborazione e l’interessamento da parte delle aziende agricole andoresi che attualmente la coltivano redendola disponibile e accessibile per farcela gustare sulla nostra tavola:<br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Belgrano Fiorella e Paola, Bianco Antonietta, Ciccione Francesco, Elena Ambrogio (Claudio), Guardone Giorgio, Peq Agri, Puppo Francesco, oltre ai produttori per passione Proglio Giorgio e Roberto Laura.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div><div class="imTACenter"><hr><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5"><i>Fotografie galleria fotografica per gentile concessione Piero Dagati</i></span></div><div class="imTACenter"><div><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 28 Dec 2025 16:08:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Castelli di sabbia]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Eventi"><![CDATA[Eventi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000004E"><div data-line-height="1" data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div><div data-line-height="1" data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><span class="imTAJustify">Negli anni scorsi, nel cuore dell'estate, si svolgeva una manifestazione che coinvolgeva i vari stabilimenti balneari e chi li frequentava, grazie ad una gara di "castelli di sabbia", ovvero opere di sabbia.</span><br></span></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ogni spiaggia permetteva di organizzare una vera e propria sfida nello sfoggiare il "proprio" talento e alla fine vinceva la realizzazione più originale, artistica e tecnicamente migliore.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><br></div></div><a href="https://www.andoraneltempo.it/files/Castelli di sabbia - Versione ridotta.mp4">https://www.andoraneltempo.it/files/Castelli di sabbia - Versione ridotta.mp4</a>]]></description>
			<pubDate>Sun, 28 Dec 2025 16:05:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Leggende di Andora]]></title>
			<author><![CDATA[Maria Teresa Nasi]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Curiosit%C3%A0"><![CDATA[Curiosità]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000004D"><div class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"><b>ANDALORA E IL MUSSULMANO AL KADIR:</b><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">LA LEGGENDA DI ANDORA</b></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-22" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Leggende-di-Andora-1.jpg"  width="600" height="269" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel 930 dopo Cristo questa bellissima valle era una macchia verde coperta da stupendi oleandri.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quando nacqui mi chiamarono Andalora, dal nome di quelle bellissime piante.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-23" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Leggende-di-Andora-2.jpg"  width="438" height="600" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Per gentile concessione, disegno di Maria Marchiano</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ero di carnagione bianchissima e le mie labbra erano rose come i petali dell’oleandro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quando ero bambina vivevo con mio padre, mia madre e i miei quattro fratelli.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Allora gli uomini pagavano quello che potevano, trionfavano la pace e la giustizia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Un brutto giorno, nel nostro paese, arrivò il mussulmano Al Kadir.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-24" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Leggende-di-Andora-3.jpg"  width="440" height="600" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Per gentile concessione, disegno di Maria Marchiano</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Proveniva da un insediamento degli Arabi, detto Frassineto.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quest’uomo era conosciuto da Albenga alla Costa Azzurra.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quando arrivò nella valle degli oleandri la nostra famiglia si rifugiò nel paese che oggi si chiama Stellanello.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Non fu una sola incursione quella di Al Kadir, ma tante.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In una di queste incursioni il predone raggiunse la nostra casa e quella di altre dieci famiglie.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Uscivo solo per prendere l’acqua dalla fontana e per andare a Messa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Un giorno andai a prendere l’acqua dalla fontana e conobbi un ragazzo alto e robusto che si chiamava Stefano, ma era soprannominato Stefanello per distinguerlo dal cugino più grande.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ci guardammo, riflessi nell’acqua della fontana, e ci innamorammo.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-25" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Leggende-di-Andora-4.jpg"  width="600" height="453" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Per gentile concessione, disegno di Maria Marchiano</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Mentre tornavo a casa mia vidi arrivare il feroce Al Kadir con un centinaio di uomini; mi issò sul suo cavallo, allora Stefanello sellò il suo destriero e ci inseguì.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quando io e il predone arrivammo in porto, salimmo sulla barca e il timoniero mollò gli ormeggi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La nave, ormeggiata al largo di Capo Mele, attese il rientro a bordo di tutti i soldati con il loro bottino. &nbsp;&nbsp;&nbsp;</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In quel momento Stefanello si tuffò in mare per venire a salvarmi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Fui incatenata all’albero maestro perché continuavo a lamentarmi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Intanto Stefanello era salito sulla nave e si era nascosto in un grosso baule proprio vicino a me.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A notte fonda uscì fuori e provò a slegarmi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Purtroppo il rumore delle catene svegliò una guardia che dormiva ai miei piedi; questi fu molto furbo e non chiamò le altre guardie ma, con una lampada ad olio, illuminò i nostri volti; il mio bene amato lo pugnalò, ma non ebbe nemmeno il tempo di chiudergli la bocca con la mano che la guardia lanciò un urlo talmente disumano che in pochi minuti tutta la barca fu sveglia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Io pregai Stefanello di uccidermi; i Mori erano già attorno a noi con le scimitarre minacciose.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Stefanello mi diede un lungo bacio d’addio e ci buttammo in mare.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-26" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Leggende-di-Andora-5.jpg"  width="600" height="437" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Per gentile concessione, disegno di Maria Marchiano</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Al Kadir, commosso, fece ripescare i nostri corpi e li seppellì nella valle del Merula.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Da allora non fece più incursioni nella valle e, in seguito, si seppe che si convertì al Cristianesimo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> Dopo la nostra morte, gli abitanti della vallata ci sognarono spesso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In nostro ricordo le due località si chiamarono da allora Andalora e Stefanello e, ora, ANDORA e STELLANELLO.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Scuola Elementare Andora Molino - “Tra gli oleandri e il mare…alla ricerca dell’Andora perduta” - 1994 - Scritta da G. Garassino</i></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">LA LEGGENDA DEL PORTALE DI SAN GIOVANNI</b></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-27" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Leggende-di-Andora-6.jpg"  width="600" height="431" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Per gentile concessione, disegno di Maria Marchiano</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quando si doveva iniziare a costruire la Chiesa di San Giovanni, gli abitanti della vallata andorese non riuscivano a mettersi d’accordo sulla posizione della porta.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quelli della Marina volevano che fosse rivolta verso di loro, così come quelli del Castello e quelli dell’entroterra.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Alla fine chiesero aiuto al <u>Vescovo di Albenga</u>, che inviò un suo <u>consigliere</u>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Questi affidò la scelta a una <u>mucca</u>, che venne portata sul luogo dove si stava costruendo la chiesa; bisognava osservare da quale parte avrebbe <u>rivolto la</u> <u>testa</u>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Da quale parte si girò la mucca?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dalla parte dove ora si trova la porta.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Scuola Elementare Andora Molino - “Tra gli oleandri e il mare…alla ricerca dell’Andora perduta” - 1994 - Scritta da R. Rolando</i></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-28" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Leggende-di-Andora-7.jpg"  width="599" height="398" /><i><br></i></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">La Chiesa Parrocchiale di San Giovanni Battista</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5">LA LEGGENDA DEL PORTALE DI SAN GIOVANNI</span></b></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">(seconda versione)</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-29" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Leggende-di-Andora-8.jpg"  width="600" height="420" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Per gentile concessione, disegno di Maria Marchiano</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quando si doveva iniziare a costruire la nuova Chiesa Parrocchiale di San Giovanni, gli abitanti della nostra bella vallata non riuscivano a mettersi d’accordo sulla posizione del portale.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quelli della Marina, pescatori, naviganti e corallari, volevano che guardasse il mare:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">“Siamo quelli che rischiamo. Che Dio ci aiuti!”</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quelli del Castello volevano che l’ingresso alla Chiesa si vedesse da lassù:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">“Siamo quelli che hanno fatto la storia. Siamo della Marca di Aleramo!”</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quelli dell’entroterra volevano che il portale fosse rivolto verso di loro:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">“Mandiamo il nostro olio sino a Genova. E a Marsiglia!! Creiamo ricchezza!”</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Soprattutto i corallari, che versavano forti contributi per <st1:personname productid="la Chiesa" w:st="on">la Chiesa</st1:personname>, chiedevano di essere esauditi:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">“Si va da Capo Mele alla Gallinara. Si trova anche la morte!”</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">“Uno dei banchi che ci dà il corallo è chiamato lo <i>Scoglio delle vedove!”</i></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Alla fine tutti chiesero aiuto al <u>Vescovo di Albenga</u> che inviò un suo <u>Consigliere</u>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Questi affidò la scelta ad una mucca.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La mucca venne portata sul luogo dove si stava costruendo <st1:personname productid="la Chiesa. Bisognava" w:st="on"><st1:personname productid="la Chiesa." w:st="on">la Chiesa.</st1:personname></st1:personname></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><st1:personname productid="la Chiesa. Bisognava" w:st="on">Bisognava</st1:personname> osservare da quale parte avrebbe <u>rivolto la testa</u>. Da quale parte si girò la <u>mucca</u>?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dalla parte dove ora si trova la porta.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">E la nostra cara Chiesa di San Giovanni, dalle belle linee settecentesche, guarda – oggi, così come un tempo – il cielo, la terra e il mare, il Castello, l’entroterra e <st1:personname productid="la Marina." w:st="on">la Marina.</st1:personname></span></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Ovunque con Amore,</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">ognora benedicendo</i></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Scuola Elementare Andora e Andora Molino - Classi &nbsp;I e IB Tempo modulare “Il mio tesoretto” - 1996</i></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5">LA LEGGENDA DEL PORTALE DI SAN GIOVANNI</span></b></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">(terza versione)</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-30" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Leggende-di-Andora-9.jpg"  width="600" height="426" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Per gentile concessione, disegno di Maria Marchiano</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Poiché il Castello voleva la chiesa rivolta verso Castello, la Marina verso Marina, San Pietro verso San Pietro, si decise di aggiogare una<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><u>coppia di buoi</u> e di avviarli attorno al perimetro dell’edificio che si stava per costruire: dove i buoi si fossero fermati spontaneamente, si sarebbe localizzata la facciata.<br></span></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Alma Anfosso &nbsp;“”Questa nostra Andora” – 1994</i></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5">LA LEGGENDA DEL PORTALE DI SAN GIOVANNI</span></b></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">(quarta versione)</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-31" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Leggende-di-Andora-10.jpg"  width="600" height="444" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Per gentile concessione, disegno di Maria Marchiano</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Essendo &nbsp;&nbsp;molti e accesi i pareri discordi in argomento, il Papa mandò un <u>Nunzio Apostolico</u> il quale, raggiunto il sito, si munì di un arco e scoccò una <u>freccia</u>; dove la freccia avesse colpito, si sarebbe aperta la porta.<br></span></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Alma Anfosso &nbsp;“Questa nostra Andora” – 1994</i></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">LA LEGGENDA DEL CASTELLO</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"> </span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-32" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Leggende-di-Andora-11.jpg"  width="600" height="430" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Per gentile concessione, disegno di Maria Marchiano</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Andora era un antico feudo che, attraverso varie discendenze nobiliari, giunse a far parte del Marchesato dei Clavesana e, poi, della Repubblica di Genova.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sorgeva sul colle dominante l’intera valle ed era borgo di mercanti, marinai, contadini che, attorno alla Chiesa, alla Torre Campanaria e al Castello, svolgevano la loro vita.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Successe che, aumentando la popolazione, parte di questa costruì casupole in pianura e cominciò la lavorazione dei campi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Gli abitanti del colle non vedevano di buon occhio quelli della valle.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quando le persone che abitavano lungo il Merula chiesero la costruzione della Chiesa, diventarono più focose le liti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Chi la voleva da una parte, chi dall’altra.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Le notizie delle liti giunsero all’orecchio del Papa che, per placare gli animi, mandò un Nunzio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Gli Andoresi lo uccisero. Grave sdegno questo fatto suscitò nel Papa il quale scomunicò Andora e ordinò che la nuova Chiesa di San Giovanni avesse la porta girata verso il monte e non verso la valle, perché gli Andoresi non erano degni di avere l’entrata della Chiesa volta verso di loro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In seguito alla scomunica si abbattè sul Castello un’ondata di formiche che distrusse ogni cosa, rodendo le travature dei tetti e provocando i crolli delle abitazioni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il Castello restò deserto, da ricco diventò povero.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> Si dice anche che i bambini, lasciati nelle culle, venissero morsicati dalle formiche, le quali succhiavano il loro sangue, facendoli così morire dissanguati.<br></span></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La leggenda dell<b>’invasione delle formiche</b> non è un caso isolato nella storia della Liguria, ricorre anche in altre località.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Per quanto riguarda Andora ricordiamo altre leggende: intorno alla fondazione della <u>Costa</u> <u>Maggiore di Conna</u>, quella della “nuova” <u>Tigorella</u> e quella di <u>Moltedo</u> più a valle di dove era un tempo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Scuola Elementare Andora Molino - “Tra gli oleandri e il mare…alla ricerca dell’Andora perduta” - 1994 - Scritta da E. Viale</i></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">LEGGENDA DELLA PESCA</b></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-33" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Leggende-di-Andora-12.jpg"  width="450" height="600" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Per gentile concessione, disegno di Maria Marchiano</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Durante questo tristissimo periodo, miracolosamente, su un <u>pesco</u> ischeletrito fiorì e <u>maturò una pesca</u>.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Gli abitanti colsero il frutto e volarono a portarlo al Papa, chiedendo perdono in ginocchio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Allora il papa revocò la scomunica e subito la situazione tornò alla normalità.<br><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Alma Anfosso “Questa nostra Andora” – 1994</i></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">LE FORMICHE DI MOLTEDO</b></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Un tempo, tanti tanti anni fa, Moltedo di San Bartolomeo, una delle frazioni della nostra Andora, sorgeva a “U Cavalin”, più in alto della Moltedo di oggi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">“U Cavalin”, era percorso da rivi e piccoli stagni ai quali si abbeveravano i cavalli che, con i loro nitriti, rallegravano l’ambiente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Le casette rustiche erano graziose tra il verde e le persone lavorano la terra ed erano contente di ciò che raccoglievano e serbavano anche per l’inverno.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Purtroppo un brutto giorno qualcuno trovò un sacco di grano quasi vuoto, un altro trovò la madia infestata dalle formiche. Ohibò! Non erano le solite formiche, ma i “cagnetti”. "Cagnetti" di qui, “cagnetti” di là, non c’era pace neppure sui tetti, i poveri tetti di giunchi intrecciati.</span></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Un crollo qui,</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">un crollo là;</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">si va si va,</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">qui non si sta</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">o si morrà. &nbsp;</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Dove si va?</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Più giù, laggiù.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Là c’è un bel rivo,</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">là c’è la terra,</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">là c’è la pace!</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Così Moltedo</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">si spostò a valle;</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">rinacque tra il verde, tra campi e giardini,</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">con case sicure</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">e gente felice.</i></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Scuola Elementare Andora e Andora Molino - Classi &nbsp;I e IB Tempo modulare “Il mio tesoretto” - 1996</i></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">“U CIANELUN DE BASURE” (LO SPIAZZO DELLE STREGHE)</b></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Le bisnonne raccontavano…..</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">“Angeinin, Catainin e Netin (Angelina, Caterina e Annettina), dovendo falciare il fieno nei prati “du Pissu”, uscirono di casa nottetempo con la lanterna piena d’olio, per essere sul posto all’alba e fare un buon lavoro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Camminavano svelte “ciaciarandu” (chiacchierando), perciò arrivarono che era ancora semibuio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Appressandosi, con meraviglia videro nel mezzo di un prato un grande falò e, intorno, un cerchio di donne che si scaldavano le mani.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Si avvicinarono per salutare, come si usa: ma, risuonando i passi, di soprassalto le donne si volsero… e in un istante tutto dileguò!</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Capite?... Erano “basure!”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Le bisnonne aggiungevano: ”Proprio Angeinin (o Cateinin , o Netin) a me l’a ditu! (Me l’ha raccontato) e concludevano “Appena un poco rinfrancatesi “ i se sun segnàe” (si sono fatte il segno della Croce) e sono fuggite. Ma che spaghettu… (cioè, che tremarella…)”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Alma Anfosso &nbsp;“Questa nostra Andora” – 1994</i></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">IUS – PRIMAE- NOCTIS</b></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-34" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Leggende-di-Andora-13.jpg"  width="477" height="600" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Per gentile concessione, disegno di Maria Marchiano</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Si diceva che i frati della chiesa dei santi Giacomo e Filippo possedessero un canale sotterraneo che giungeva sino a Finale Ligure.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ogni volta che vi era un matrimonio, i frati erano soliti chiedere allo sposo di poter passare la prima notte di nozze con la sposa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Se lo sposo si rifiutava, veniva richiamato dopo quattro o cinque giorni e costui non poteva più respingere l’invito.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Veniva portato in un lungo corridoio che doveva percorrere da solo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In fondo vi era un rullo (o masso) collegato ad un meccanismo che azionavano i frati appena l’uomo fosse arrivato in fondo; nello stesso tempo si apriva una botola sotto i piedi della vittima e, nel canale sotterraneo, spuntavano coltelli piantati al suolo per il manico con le lame rivolte verso l’alto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La vittima veniva schiacciata e uccisa nel percorso del canale.</span></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Scuola Elementare Andora Molino - “Tra gli oleandri e il mare…alla ricerca dell’Andora perduta” - 1994 - Scritta da N. Caramello</i></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">LA LEGGENDA DELLO SCOGLIO DELL’ANIMA DANNATA</b></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-35" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Leggende-di-Andora-14.jpg"  width="599" height="337" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Anche Conna ha le sue leggende: una di queste è proprio la leggenda de “Lo scoglio dell’anima dannata”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In mezzo ai verdi prati di Conna, un po’ sopra la chiesa di S. Andrea, si dice che ci sia una piccola, ma profonda caverna.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Questa leggenda forse aveva un po’ il compito di spaventare i bambini che portavano le bestie al pascolo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Si dice, infatti, che in questa caverna vivesse un’anima e che ogni tanto si sentissero i suoi lamenti; per la precisione ogni venerdì.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Mia &nbsp;&nbsp;nonna mi ha raccontato anche che, quando era bambina, approfittando di questa leggenda, assieme alle sue amiche, faceva scherzi alla gente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Andavano nei prati e una di loro si nascondeva e si metteva a fare strani versi, così tutti scappavano spaventati.</span></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Scuola Elementare Andora Molino - “Tra gli oleandri e il mare…alla ricerca dell’Andora perduta” - 1994 - Scritta da L. Guardone</i></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">LA LEGGENDA DEL TORO D’ORO</b></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-36" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Leggende-di-Andora-15.jpg"  width="600" height="444" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Per gentile concessione, disegno di Maria Marchiano</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Tanti anni fa, quando Napoleone combatteva in Italia, rubava molto oro ma, non riuscendo a tenerlo tutto a mucchi, decise di fonderlo per realizzare un toro d’oro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Non si sa perché lo abbia sotterrato davanti al Castello di Andora.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La leggenda narra che questo toro, di notte, esca.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Infatti di giorno si trovano le buche che ha scavato per uscire.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">NESSUNO, PERÒ LO HA MAI VISTO!</span></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Scuola Elementare Andora Molino - “Tra gli oleandri e il mare…alla ricerca dell’Andora perduta” - 1994 - Scritta da F. Floris</i></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">LA PENTOLA CON I MARENGHI D’ORO</b></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-37" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Leggende-di-Andora-16.jpg"  width="600" height="536" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Per gentile concessione, disegno di Maria Marchiano</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Al bisnonno di Andrea Gallizia, che era stato parecchi anni a Marsiglia, avevano detto che, nella zona di Andora, alcuni Francesi avevano nascosto una pentola di terracotta con dei marenghi d’oro, in attesa di poter passare il confine con tutto il tesoro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Poi il bisnonno tornò ad Andora e, un giorno che andava a Laigueglia, passando per la collina, sulla cima di Capo Mele vide un pilone rotto, dove erano ancora i cocci attaccati di una vecchia pentola di terracotta: chissà se era la pentola di cui gli avevano parlato i Francesi?</span></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Scuola Elementare Andora Molino - “Tra gli oleandri e il mare…alla ricerca dell’Andora perduta” - 1994 - Scritta da F. Floris</i></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">LA LEGGENDA DELLA GIARA DEGLI “ARAMANNI” (O ALEMANNO O ALAMANNO O ALAMANNI)</b></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-38" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Leggende-di-Andora-17.jpg"  width="600" height="421" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Per gentile concessione, disegno di Maria Marchiano</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In una &nbsp;&nbsp;fredda e piovosa notte di dicembre, bussò alla porta degli Alemanno un povero viandante coperto alla meglio di vecchi panni inadeguati al tempo e alla stagione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">“Fatemi la carità, datemi un po’ d’olio!” Gli Alamanni erano in quel tempo, notoriamente, produttori di olio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">“Non ne abbiamo più! In tanti ce lo chiedono e ormai la giara è vuota”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ma, mossa a compassione, la padrona seguita dal viandante, attingendo alla giara, con fatica, riuscì a raschiarvi un poco del prezioso liquido, che rifulse come oro, lo versò in una tazza e lo diede al poveretto, il quale sorrise, ringraziò e se ne andò.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Tornata presso la giara, la brava donna la guardò sospirando, e sussultò, si &nbsp;&nbsp;stropicciò gli occhi, le mancò il fiato: la giara era colma ma così colma che quasi traboccava.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Incredula, recuperò lo spirito per correre alla porta, spalancarla, scrutare fuori.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il viandante non c’era più.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ma, in fondo, alla svolta, sul sentiero, tremolava, con il brillio dell’oro, una piccola luce sospesa nell’aria, simile ad un lumino ad olio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La padrona cadde in ginocchio e gli occhi le si riempirono di &nbsp;&nbsp;lacrime: “Era Gesù”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Da quel giorno l’olio non mancò mai più per le elemosine in quanto la giara, svuotata, si rinveniva poi, sempre, misteriosamente piena”.</span></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Alma Anfosso “Questa nostra Andora” – 1994</i></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-39" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Leggende-di-Andora-18.jpg"  width="320" height="400" /><i><br></i></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">La Giara degli Alemanni</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">LA LEGGENDA DELL’UOMO CON DUE VOCI E DUE TACCHI</b></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In una caverna sul colle viveva un uomo che aveva due caratteristiche. La prima era questa: parlava con due voci, una dolce e armoniosa da ragazzina e l’altra profonda e grossa, tipica di un omone</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La sua seconda particolarità era che non voleva far vedere dove andasse e, perciò, indossava delle scarpe con due tacchi: era, in questo modo, difficile comprendere i suoi spostamenti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ogni mercoledì notte si sentivano lamenti che sembravano emanati da due persone, erano flebili e profondi. Invece era solo questo strano uomo che parlava alla luna, dove credeva fossero andati tutti i suoi amici, morendo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Un giorno venne rubata una capra ad un contadino e poi venne ritrovata uccisa per la strada che portava alla caverna di quest’ uomo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">I carabinieri lo arrestarono, perché sospettavano che fosse lui ad averla rubata e uccisa e lo portarono in un frantoio abbandonato, dove lo picchiarono.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’uomo non parlava: i carabinieri, allora, per farlo confessare, lo spogliarono e lo misero in pozzo colmo di acqua ghiacciata.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La gente, però, sapeva che era un tipo mite che non faceva del male a nessuno.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Da allora non si sa più nulla di lui.</span></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Scuola Elementare Andora Molino - “Tra gli oleandri e il mare…alla ricerca dell’Andora perduta” - 1994 - Scritta da M. Caramello</i></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">LA LEGGENDA DELLA CASA DI MARTA “LE BASUE”</b></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-40" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Leggende-di-Andora-19.jpg"  width="600" height="414" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Per gentile concessione, disegno di Maria Marchiano</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La casa di Marta, che si trova in mezzo agli alberi di olivo, sotto l’autostrada, vicino al casello, ormai è un rudere.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Accanto a questa casa vi è pure una torretta di cui si dice che il suo proprietario, più di cento anni fa, mentre la costruiva, cantasse ininterrottamente litanie religiose.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La nonna mi narra che i vecchi di cento anni fa raccontavano una leggenda e dicevano che c’erano le “basue” (streghe) e che si riunivano tutti i venerdì per ballare, prendere il caffè e fare delle stregonerie.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Vicino a questa casa c’era una strada molto frequentata da gente che andava a Laigueglia a portare il latte e i prodotti agricoli.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dicevano i vecchi che queste streghe si nascondevano e facevano versi strani alle donne e ai bambini che passavano di lì ed avevano paura; però non si presentavano agli uomini, perché venivano sconfitte molto duramente con una forte bastonata.</span></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Scuola Elementare Andora Molino - “Tra gli oleandri e il mare…alla ricerca dell’Andora perduta” - 1994 - Scritta da S. Ziliani</i></div><div class="imTAJustify"><i><br></i></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-41" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Leggende-di-Andora-20.jpg"  width="600" height="357" /><i><br></i></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Cà de Marta</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTAJustify"></div><div class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">LA CASSA DEL TESORO</b></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-42" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Leggende-di-Andora-21.jpg"  width="600" height="424" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Per gentile concessione, disegno di Maria Marchiano</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Durante la Seconda Guerra Mondiale, le forze militari Repubblichine e quelle dell'Esercito Tedesco, di stanza sul territorio andorese, dislocarono i propri contingenti presso residenze strategiche per importanza e posizione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tra queste, Villa Laura, Villa Stampino ed il Palazzo del Marchese Umberto Maglioni a Castello.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il Marchese Umberto, sordomuto, era noto per avere un carattere particolare, amando trascorrere parte del suo tempo in tranquillità e solitudine.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Trovandosi a dover subire l'occupazione della propria residenza da parte di gruppi di estranei, oltretutto armati, fu indotto a cercare spesso rifugio negli angoli poco frequentati del suo amato Borgo di Castello e dintorni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Secondo i racconti di alcuni anziani del luogo, in tale periodo raccolse quanto di più prezioso possedeva, di nascosto dagli "invasori della sua casa", racchiudendoli all'interno di una cassa legata da una catena, che fece sparire, nascondendola in un luogo che ritenne sicuro, grazie all'aiuto s un fedele amico, di cui non si conoscono le generalità.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tra gli oggetti che si tramanda fossero in suo possesso, c'era una "statua" in oro massiccio alta circa tre palmi, riproducente lo stemma marchionale di famiglia, ovvero un "leone rampante che brandiva un martello", posizionato su un basamento di pietra di valore e decorato.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La cassa fu nascosta in qualche punto particolare e mai più dissotterrata, perchè Umberto ritenne, dopo la fine della guerra, che non fosse ancora venuto il momento, oltre che per il peggioramento del suo stato di salute.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Pertanto, ciò rimase solo un "raro" ricordo, presto dimenticato.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Chi era a conoscenza del fatto, pensò sempre che si trattasse di un nascondiglio nel Borgo di Castello, forse nei suoi terreni di proprietà.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Verso la seconda metà degli anni '70 del Novecento, si racconta che un andorese, probabilmente il fedele amico che aveva aiutato Umberto, o qualcuno che aveva ricevuto informazioni in merito, in punto di morte confessò il presunto luogo in cui sarebbe stata sotterrata la cassa con il prezioso contenuto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Poco tempo dopo, una domenica mattina di novembre, due cacciatori andoresi, durante la solita "battuta di caccia", passando nei pressi di un Oratorio, si imbatterono in un grosso scavo effettuato, probabilmente il giorno prima o nella notte stessa, in prossimità di un manufatto in muratura a secco.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel terreno smosso furono rinvenuti due "lastroni" di pietra (una sorta di copertura di protezione?) dei frammenti di una presunta cassa di legno, tra cui uno spigolo della stessa riportante un rinforzo decorato in metallo ed un tratto di catena spezzato.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Uno dei due cacciatori ricordò la "storia" del "tesoro del Marchese", associandolo al ritrovamento di quella mattina di caccia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tuttavia, nulla si seppe mai di preciso anche negli anni seguenti, tranne che, col senno di poi, alcuni riferirono di essere stati incuriositi in precedenza dal luogo del presunto ritrovamento. in quanto il manufatto murario "scavato" presentava un aspetto che nell'insieme rivelava un qualcosa di diverso rispetto al resto circostante.</span><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">IL PASSAGGIO SEGRETO</b></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-21" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Immagine11a---Copia.jpg"  width="600" height="422" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Per gentile concessione, disegno di Maria Marchiano</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Secondo un ricordo di Luciano Dabroi, riferito ad un racconto di un suo parente anziano, il Marchese Umberto Maglioni, il “Muto di Castello”, poco tempo prima del proprio trasferimento ad Alassio, avrebbe rinvenuto un passaggio segreto che dalle prigioni del Castello conduceva fuori dall'originaria cinta muraria di fortificazione, in prossimità della fontana medievale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L'ingresso e l'uscita sarebbero state protette da grossi macigni ed in un tratto di tale passaggio segreto sarebbe stata creata una “botola tranello”, costituita da una sorta di pozzo che conteneva infisse sulle pareti delle lame di spade che maciullavano senza scampo i malcapitati.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Anche in questo caso non si sono trovati successivi riscontri in merito, sebbene non risultano eventuali specifiche ricerche effettuate.</span><br><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 27 Dec 2025 22:43:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Storie Andoresi]]></title>
			<author><![CDATA[Maria Teresa Nasi]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Eventi"><![CDATA[Eventi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000004C"><div class="imTAJustify"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-54" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-1_gax88oih.jpg"  width="886" height="718" /><br></div><div><br></div><div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In vari appuntamenti, con l’ausilio di testimoni diretti e documentazione raccolta fra i cittadini, in collaborazione con esperti e studiosi del territorio, si è prefissata l’obiettivo di realizzare un’ indagine socio-storico-ambientale che vuol far rivivere momenti particolarmente significativi del passato di Andora, Purtroppo con lo scoppio della Pandemia (febbraio 2020) anche la Rassegna Culturale si è interrotta e la programmazione è ripartita nella primavera 2023, riscuotendo sempre grande successo!</span><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ogni edizione si compone di tre eventi, a parte qualche eccezione.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ad oggi abbiamo fatto sette rassegne (pomeridiane) e due incontri serali: uno, a grande richiesta, in cui sono state riprese alcune <i>Storie Andoresi </i>e uno in cui sono state consegnate le “Chiavi di Andora”. &nbsp;</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Gli incontri si svolgono, prevalentemente, nel salone polivalente di PALAZZO TAGLIAFERRO, generalmente di venerdì, alle ore 17,30.</span></div></div><div><br></div><div><br></div><div><hr><br></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 cf1">A SCUOLA CON UN CIOCCO DI LEGNO - FRA I BANCHI DI PALAZZO TAGLIAFERRO</span></b></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5"><span class="cf1">C’era un tempo in cui a scuola si andava con un ciocco di legno sotto il braccio, in cui le classi erano sistemate in appartamenti, magazzini, chiesette e perfino nello storico Palazzo Tagliaferro.</span><br></span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Una scuola in bianco e nero è stata la protagonista del primo appuntamento di “Storie Andoresi”, venerdì &nbsp;24 marzo 2017 a Palazzo Tagliaferro.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">A condurre la prima serata sono stati la giornalista Monica Napoletano e la sottoscritta nel ruolo di assessore alla cultura. La scuola di un tempo è stata raccontata attraverso tante foto e la testimonianza del professor Andrea Gallea, di maestre fra le quali Silvia Bardeloni, Sandra Sansone, Celeste Telesio, della collaboratrice scolastica Nuccia Barusso e dell’autista dello scuolabus Pierino Vittore.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">La serata ha strappato più di un sorriso, attraverso il confronto fra la scuola di un tempo, (allestita in appartamenti con cucina a vista, in case in mezzo alla campagna, dove la mensa scolastica era un’allegra tavolata fra maestri e alunni) e la scuola attuale, gestita da norme un tempo neanche immaginate.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">E’ stata riproposta la &nbsp;SCUOLA DI UN TEMPO, DALL’ASILO ALLE MEDIE, quella che è nei ricordi dei più “grandi” ed è stata una scoperta sorprendente per i più giovani.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Forse non tutti sapevano che… un tempo, sino a metà ANNI SETTANTA, &nbsp;le scuole erano ospitate in chiese, colonie, appartamenti, magazzini.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Le scuole erano localizzate nelle varie frazioni: a San Bartolomeo, a Conna, a Molino Nuovo. Ad Andora Marina le scuole erano in svariati edifici: a Santa Matilde (dai “pretini”), a Palazzo Tagliaferro (nel palazzo ora restaurato, in un fabbricato basso e nella palazzina bianca, entrambi abbattuti), &nbsp;nella Colonia dei Poveri di Genova (o di Brignole), in Via del Poggio, in tre edifici &nbsp;di proprietà della Sacra Famiglia in Vico Sant’Andrea, al primo piano di una abitazione di Via Carminati (dove ora ci sono gli uffici di una rivendita di auto), nei magazzini di una palazzina di Via Carminati detta la “casa del sarto” (vicino al pontino dell’ex ferrovia), al primo piano del palazzo di Via Cavour dove ora c’è una parafarmacia.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-50" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-3_5unywxu9.jpg"  width="853" height="619" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><hr></div><div><br></div><div><b><br></b></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 cf1">EMIGRATI AD ANDORA - SALVATORE LA FRANCA E IL SUO AMORE PER LA SCRITTURA</span></b></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-52" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-5.jpg"  width="850" height="638" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Dopo il successo riscosso al suo debutto con il tema legato alla “SCUOLA” , STORIE ANDORESI ha dato un nuovo appuntamento a Palazzo Tagliaferro, venerdì 14 aprile 2017, per parlare del fenomeno della migrazione dal Sud Italia ad Andora, avvenuto dagli anni Cinquanta agli Anni Settanta, attraverso la storia di Salvatore La Franca.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Salvatore La Franca è un prolifico scrittore andorese che, grazie alla sua passione per la lettura e la scrittura, ha dedicato odi ad Andora; è autore di innumerevoli opere su svariati argomenti.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Ha donato molti suoi testi alla città di Andora, testi &nbsp;che sono custoditi in una vetrina, nella prima sala del Museo Mineralogico di &nbsp;Palazzo Tagliaferro, e sono consultabili su richiesta.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Ecco quello che Sal ha raccontato al numeroso pubblico intervenuto all’incontro:</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">“Nato nel 1926 a Realmonte, ha scritto 54 libri, 26 sono in Sicilia, è stato 12 volte Accademico.</span></div><div><span class="fs14lh1-5"><span class="cf1">Viveva in una piana contadina, la sua famiglia aveva terre e proprietà, ma la guerra ha reso fragile</span><span class="cf1"> </span><span class="cf1">l’economia meridionale e della sua Sicilia.</span></span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Nel 1952 arriva ad Andora, lavora dalle 13 alle 16 ore al giorno. Lavora e basta per i primi sei mesi, non esce neanche fuori di casa dopo il lavoro, ma quando lo fa si innamora della bellezza di Andora che allora era molto diversa da oggi e di cui coglie il fascino in alcune odi, anche molto note come quella intitolata "La Porta".</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Va anche in Africa dove dirige il lavoro di squadre di operai. E’ in Iran, Arabia Saudita. Poi la guerra arriva anche lì e torna a casa.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Nell’80 torna ad Andora. Guardiano di notte</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">La sua prima poesia l’aveva scritta a 7 anni: &nbsp;"Carabinieri". Avrebbe voluto continuare a studiare, ma le ristrettezze economiche lo hanno costretto a lavorare per aiutare la sua famiglia.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">A 60 anni va in pensione. Di famiglia contadina, ha sempre amato la lettura e dopo tante ore di lavoro al giorno, l’amore per la cultura lo portava a leggere e poi a scrivere. Ha grande facilità a apprendere le lingue e si cimenta in opere in versi e persino con opere di matematica e scienza”.</span></div><div><br></div><div><br></div><div><hr></div><div><br></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 cf1">ANNI “60 - L’EPOCA CHE CAMBIO' IL VOLTO DI ANDORA</span></b></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 cf1">RICORDO DEL SINDACO WALTER MOMIGLIANO</span></b></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1 ff1">Nel terzo appuntamento, in programma il 12 maggio 2017, sempre a Palazzo Tagliaferro, si è &nbsp;raccontato il cambiamento del volto del comune, dagli Anni Sessanta ad oggi, ricordando anche la figura del sindaco Walter Momigliano.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1 ff1">Walter Momigliano (1913-2005) apparteneva ad una famiglia benestante di Torino. Il papà Alessandro, all’inizio del Novecento, comprò molte proprietà del marchese Marco Maglioni (zone di Pinamare, Mezzacqua, San Damiano, appezzamenti di terreno nella piana verso levante).</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1 ff1">Con Momigliano, sindaco dal 1960 al 1975, si avvia il futuro di Andora, da località a vocazione agricola a centro balneare.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1 ff1">Fondamentale per lo sviluppo della cittadina alcune opere: il Piano Regolatore, la predisposizione della rete fognaria e dell’acquedotto, con l’allaccio al fiume Roja. A lui si deve il progetto di Pinamare e l’avvio della costruzione del Porto.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1 ff1">Durante la serata è intervenuto l’avvocato Francesco Bruno, sindaco dal 1975 al 1995, il quale ha ricordato che la costruzione del porto è stata determinante per definire il litorale come lo vediamo oggi: "Un'opera importantissima per Andora, voluta a levante dal sindaco Walter Momigliano; &nbsp;se oggi abbiamo delle splendide spiagge in sabbia è proprio grazie al gioco di correnti che si è venuto a creare per la presenza del porto. Negli anni '60, infatti, le spiagge erano prevalentemente di sassi."</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1 ff1">Le figlie di Momigliano, presenti all’evento, si sono complimentate con l’addetta stampa del comune, dott. Monica Napoletano, &nbsp;che ha condotto l’evento: &nbsp;"L'incontro è riuscito proprio come lei si era proposta. Si è creata un'atmosfera affettuosa, amichevole, allegra, per noi commovente. Ci sembrava di ritrovare nostro padre in tanti suoi atteggiamenti che l'hanno reso unico e indimenticabile”.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-6" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-3.jpg"  width="593" height="414" /><br></div><div><br></div><div><br></div><div><hr></div><div><br></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 cf1">STORIE DI BAGNINI - QUANDO ANDORA SCOPRI' I TURISTI</span></b></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-55" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-8.jpg"  width="849" height="525" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">La seconda edizione di STORIE ANDORESI si è svolta nella primavera del 2018.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">L'appuntamento di venerdì 16 marzo, è stato dedicato agli “eroi” di un’Andora balneare “in bianco e nero” &nbsp;negli Anni Cinquanta, Sessanta e Settanta a confronto con i bagnini del Terzo Millennio.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Protagonisti sono stati i bagnini di ieri e di oggi, e, soprattutto, i racconti del periodo in cui &nbsp;la valle agricola di Andora cominciava ad aprirsi al turismo, grazie anche a coloro che capirono per primi che il mondo stava cambiando.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Era un’epoca di vacanze, immortalate in foto in bianco e nero, fatta di soggiorni lunghi anche un mese, con gli stabilimenti balneari che lottavano ogni giorno con le mareggiate, in un litorale che ancora non era di sabbia finissima. Sarà, infatti, la costruzione del porto a deviare le correnti e a donare ad Andora le spiagge profonde e dorate che abbiamo oggi.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Allora il ripascimento lo si faceva, ogni giorno, con pala e carriola e la sabbia era presa dal mare, con l’ausilio di pompe rudimentali, guidate a mano.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">A ricostruire l’album dei ricordi hanno collaborato, oltre ad alcuni bagnini, l’avvocato Francesco Bruno, sindaco da metà Anni Settanta a metà anni Novanta; &nbsp;Antonello Degola, che ha scritto vari testi su Andora; &nbsp;Giovanna Risso (già vicesindaco) figlia di Libero Risso che, con Gin Colombo, aprì i Bagni Colombo e poi i Bagni Colombina.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Lo stile dell’incontro è stato quello consueto del colloquio tra amici che, con l’ausilio di foto, filmati e racconti, ha rievocato alle giovani generazioni un mondo che non hanno conosciuto, ma che sta alla base della nostra cultura.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-56" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-9_yt7jqc63.jpg"  width="425" height="600" /><br></div><div><br></div><div><br></div><div><hr></div><div><br></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 cf1">STORIE DELLA RESISTENZA - PARTIGIANI, UOMINI NON SOLO NOMI DI VIE</span></b></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">La Resistenza andorese raccontata dalla voce dei partigiani, dei loro famigliari e dell’ANPI è stata al centro dell’appuntamento della rassegna “Storie Andoresi”, organizzata dall’assessorato alla Cultura del Comune di Andora, in programma mercoledì 18 aprile 2018, alle ore 15.30, a Palazzo Tagliaferro.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Durante l’incontro sono stati &nbsp;ricordati tutti i protagonisti della Resistenza di Andora e si è dato storia e volto a quei partigiani come Giovanni Molineri, Alberto Divizia, Luigi Vaghi, Giovanni Rattalino e Alessandro Carminati a cui sono state intitolate vie importanti del Comune. L’incontro ha raccolto &nbsp;le testimonianze dirette del partigiano Leopoldo Fassio, che ha portato la valigetta da medico di Felice Cascione e del partigiano Noris Faustelli, che a sedici anni entrò nei partigiani, &nbsp;di cui è stata proiettata una video intervista.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">L’inquadramento storico delle vicende è stato realizzato dagli studenti della scuola Secondaria di Primo Grado “Benedetto Croce” che hanno dato il loro contributo anche con interventi canori.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Sono state ricordate le storie dei Partigiani andoresi che hanno lottato per la libertà, quelle delle loro famiglie, delle staffette, dei bambini, oggi adulti, che hanno perduto padri o fratelli, ma hanno condiviso quella lotta pagando loro stessi un prezzo altissimo. Si è parlato &nbsp;del ruolo delle donne, oggetto di feroci rastrellamenti e violenze. Fra tante sofferenze c’è stato spazio anche per storie belle come quella del Partigiano Giovanni Moreno, ferito da una mina e salvato da un ufficiale tedesco: dopo la guerra di sono ritrovati e la loro amicizia è durata una vita, tanto che Moreno diede a suo figlio il nome dell’ufficiale. Tanti anche i cittadini comuni che hanno aiutato la Resistenza nascondendo i partigiani o dando aiuti economici.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-57" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-11_ko0787rz.jpg"  width="447" height="676" /><br></div><div><br></div><div><br></div><div><hr><br></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 cf1">50 ANNI DI COMMERCIO E DI TURISMO</span></b></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-11" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-6.jpg"  width="558" height="373" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Durante la serata di STORIE ANDORESI del 18 maggio 2018 si è ricostruita, attraverso le testimonianze di negozianti e albergatori andoresi, la trasformazione delle attività commerciali e turistiche nella nostra cittadina che, sino a metà degli Anni Sessanta, non era come la vediamo oggi.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Infatti la località della MARINA era una piana agricola intensamente coltivata, con poche abitazioni.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Nella zona a mare di Andora il centro commerciale era la PIGNA (Via Carminati) dove vi erano tutti negozi di vario genere: alimentari, macellerie, pescivendolo, ferramenta, edicola e tabacchino, farmacia, fotografo, parrucchiere, ufficio postale, stazione ferroviaria, scuola, studi medici, caserma dei carabinieri e della finanza.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">In PIAZZETTA SANTA RITA: un sarto, un commestibile (Gazzano e poi Ordano di Conna) e la trattoria Amici.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Il capoluogo era ad ANDORA MOLINO-SAN PIETRO dove vi si trovavano: il palazzo comunale, la scuola, la posta, la banca, il dopolavoro, i ristoranti, la locanda, i negozi di alimentari, la macelleria il distributore di carburante, la pesa pubblica, il calzolaio, il falegname, la segheria, il fabbro, il consorzio agricolo, il barbiere….</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Nella frazione di SAN BARTOLOMEO si trovavano addirittura 5 negozi di alimentari (A Gattina – Divizia, Pattin, Risso, Ratalla, Genia-Roattino); ora non ce ne sono più, così come nella frazione di CONNA dove, un tempo, c’erano tre negozi di alimentari.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Anche a SAN GIOVANNI si trovavano almeno 3 negozi di alimentari.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Il BOOM edilizio comincia negli anni Sessanta, il primo palazzo sul mare è in Via Doria (1959), il Caffè Doria è del 1963. A metà anni Settanta tutta la zona della Marina è edificata e il centro commerciale si sposta nelle nuove zone costruite: Via Cavour, Via Roma, Via Doria, Via Clavesana.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Negli ultimi anni abbiamo assistito ad ulteriori trasformazioni con la chiusura di tanti negozi e l’apertura di vari supermercati.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Per quanto riguarda gli ALBERGHI, negli Anni Sessanta e Settanta ce n’erano 41. Uno dei più antichi è l’Hotel Galleano (1954).</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Oggi tantissimi hanno chiuso i battenti; ricordiamo, ad esempio, il Lido (di Alberigo di Stellanello), abbattuto nel 2010 e l’Ariston (albergo, campeggio, cinema).</span></div><div><br></div><div><br></div><div><hr><br></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 cf1">LA PARLATA DI ANDORA FRA ROLLO E LA MARINA</span></b></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5"><span class="cf1">La terza edizione si è svolta nell’autunno del 2018 e l’appuntamento di venerdì 30 novembre è stato dedicato al lavoro di ricerca sul dialetto effettuato da Adriano Ghiglione e donato alla Biblioteca Civica di Andora, affinchè sia a disposizione di tutti.</span><br></span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Adriano Ghiglione, nato ad Andora, diplomato come Perito Industriale Elettromeccanico, libero professionista e attivo col ruolo di consigliere dell’Associazione “Vecchia Albenga”, ha lavorato per molti anni all’opera: il “Manuale della Parlata di Rollo e della Marina”, un dizionario con annesso volume di grammatica.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Ha spiegato Ghiglione: “La mia parlata è quella di Rollo che ho confrontato con quella della Marina. Ho ricostruito la grammatica, la fonetica, la coniugazione dei verbi; il lavoro più lungo è stato quello per la realizzazione del dizionario. Ora siamo in pochi a parlare l’andorese di un tempo, perché il dialetto originale si è mischiato con le parlate di chi, emigrato da altre zone della Liguria e d’Italia, è arrivato ad Andora a coltivare i campi”.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Presente alla serata anche la signora Luciana Dellarti Grosso, autrice di poesie nel nostro dialetto.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Per l’occasione è stata anche realizzata una speciale “lezione di dialetto con degustazione di alcuni piatti freddi tipici”, ospite la signora Nella Piccardo Garassino, esperta in ricette locali. Partendo dalle ricette andoresi, si è esaminata la parlata di Andora Marina e di Rollo a confronto con i dialetti delle altre borgate di Andora: un modo simpatico per far imparare alcuni termini della parlata andorese.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Mentre la signora Nella preparava il pesto al mortaio, si traducevano gli ingredienti in dialetto e si rievocavano tradizioni e personaggi. Il vocabolario gastronomico popolare proseguiva con torta verde, focacce e altre salse fredde.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">E, come sempre, si viaggiava sull’onda dei ricordi nell’Andora di un tempo…</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-59" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-14.jpg"  width="852" height="568" /><br></div><div><br></div><div><br></div><div><hr><br></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 cf1">ANNI '60-2000 - &nbsp;NELLO EMANUELE GIUSTO PRESENTA IL SUO NUOVO LIBRO</span></b></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-60" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-15.jpg"  width="852" height="568" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Nell’incontro di STORIE ANDORESI di giovedì 6 dicembre 2018, lo scrittore locale Nello Giusto ha presentato il suo nuovo lavoro che analizza le trasformazioni di Andora, a partire dagli anni '60: “Anni '60 – 2000 – I grandi cambiamenti ad Andora e in Italia”.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Ancora una volta la rassegna ha proposto un viaggio nell’Andora di un tempo, attraverso un testimone diretto che ha vissuto quei cambiamenti e li ha fissati in questo nuovo libro, davvero pregevole perché inquadra il paese ligure anche nell’evoluzione socio-culturale di un’intera Nazione.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">La presentazione è stata accompagnata da proiezioni di immagini d’epoca e contemporanee: un patrimonio di ricordi che consegniamo ai giovani affinché sappiano apprezzare la storia del loro paese.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">È stato un viaggio che ha ricostruito l’evoluzione culturale, economica e sociale sia di Andora che di una nazione passata attraverso il boom economico e approdata alla modernità. Nessuna nostalgia, ma un’analisi di ciò che è cambiato insieme a qualche riflessione personale.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Il libro ha proposto al pubblico il viaggio nella realtà di un tempo: la piana agricola, la vita nelle borgate, i luoghi di aggregazione, la nuova economia legata al turismo che cambiò, insieme all’edilizia, il volto e le abitudini del nostro paese.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Profondamente legato ad Andora, dove è nato nel 1942, Nello Giusto &nbsp;aveva pubblicato, nel 2009, un primo libro “Ricordi della mia amata Andora”, “piuttosto semplice e breve”.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Qualche anno dopo, aveva sentito il bisogno di scriverne uno più completo, “Andora, il Mare e la sua Gente” – 2012, con un’analisi dettagliata delle varie famiglie e tante fotografie di un tempo e di adesso, per far notare il radicale cambiamento che ha interessato la nostra cittadina.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Per Giusto è un piacere e un divertimento scrivere libri sul nostro paese. Il suo intento è quello di testimoniare un passato fatto di usanze, esperienze e tradizioni.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Durante la serata sono state ricordate tante persone, molte delle quali ormai scomparse, delle quali i “vecchi” andoresi conservano un ricordo molto vivo. Citare i loro nomi ha fatto tornare alla memoria la loro fisionomia, il loro sguardo, il tono della voce…</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Particolarmente emozionante il ricordo del cugino Lino Giusto, papà del mio alunno Claudio, indimenticabile ideatore e promotore di tantissimi eventi e feste andoresi. Vorrei citarne alcuni: la Sagra di Santa Rita, la “Fantasia Andorese”, i Carnevali, i Carri fioriti, il Presepe Vivente di Duomo…</span></div><div><br></div><div><br></div><div><hr><br></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 cf1">IL BALUN – 55 ANNI DI PALLAPUGNO</span></b><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1 ff1">Venerdì 28 dicembre 2018 la rassegna “STORIE ANDORESI” ha reso un doveroso omaggio alla &nbsp;più antica associazione sportiva di Andora: la squadra di Pallapugno “Don Dagnino”.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1 ff1">Dagli anni ’60 ai giorni nostri &nbsp;ha conquistato numerosi titoli e campionati. I ricordi dei campioni di ieri e di oggi hanno fatto vivere ai più giovani i momenti della fondazione: dalla costruzione dello sferisterio a cui misero mano tanti volontari che trasformarono in un impianto attrezzato quel terreno grezzo che tutti chiamavano 'la fascia della Madonna'" alle tante vittorie.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1 ff1">In sala le squadre di un tempo e i giovani campioni di oggi: un viaggio che è andato dal bianco e nero delle immagini degli anni Sessanta al moderno reality realizzato nell’anno precedente, con la Federazione nazionale che ha testato i giovani talenti della Pallapugno andorese. Sullo schermo sono passate le immagini dei campioni per ricostruire e celebrare quanto fatto con grande passione e, come dicono anche ad Andora, "senza una mezza parola", ovvero senza clamore, ma con tanto impegno.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1 ff1">Con la vice-presidente Monica Risso si è parlato dei giocatori del passato e di quelli di oggi.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1 ff1">GIOCATORI DEGLI ANNI '60 e '70: Felice Bertola, Piero Galliano, Mauro Nada, Giancarlo Grasso, Donato Feliciano, Massimo Berruti, Franco Balestra, Ugo Amelio, Aurelio Defilippi.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1 ff1">GIOCATORI DEGLI ANNI '70 e '80: Riccardo Aicardi, Giulio Ghigliazza, Augusto Divizia, Massimo Risso, Mauro Marchiano, Francesco Ciccione, Angelo Lanfredi.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1 ff1">GIOCATORI DEGLI ANNI '90: Flavio Anfosso, Dennis Leoni, Danilo Stalla, Roberto Siffredi, Daniele Garassino, Mauro Stalla, Paolo Mela, Fabio Piana, Ivo Lanfredi.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1 ff1">GIOCATORI DI OGGI: Daniele Grasso, Fabio Novaro, Diego Ghigliazza, Roberto Ciccione, Daniel Giordano (di Andora ma non gioca nella Don Dagnino).</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1 ff1">“PICCOLI” DI OGGI: Lorenzo Stalla, Sibelli, Loris Ravina, Andrea Bertola; Leonardo Divizia, Diego Stalla, Andrea Stalla, Giacomo Aicardi; Davide Somà, Lorenzo Bertola, Andrea Barra, Germano Aicardi, Alessandro Divizia, Lorenzo Durante.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1 ff1">LE “RAGAZZE”: Alessia Mela, Lara Ghigliazza, Rebecca Klipp, Arianna Conti.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1 ff1">Si sono ricordati i Presidenti che succedutesi dal 1963 a oggi: Lorenzo Anfosso, Sergio Torrengo, Alessandro Risso, Carlo Pallavicino, Roberto Risso, Pierino Olivieri, Antonio Cesana e Carmen Giulla.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-62" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-18.jpg"  width="851" height="479" /><br></div><div><br></div><div><br></div><div><hr></div><div><br></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 cf1">ANDORA, RELIGIOSITA' E VITA SOCIALE NELLE CAPPELLE E NEGLI ORATORI</span></b></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Ad Andora ci sono almeno una cinquantina di piccoli edifici votivi fra ORATORI, CAPPELLE E PILONI. Molti sono chiusi per la maggior parte dell’anno, ma sono mantenuti perfettamente grazie anche all’impegno dei parrocchiani, qualcuno è in stato di abbandono, altri ancora sono stati demoliti o trasformati. Un tempo erano luoghi non solo di forte devozione e preghiere, ma anche di incontri e feste che riunivano le comunità delle tante località e borgate di Andora.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">La loro riscoperta è stata al centro del primo appuntamento della quarta edizione della rassegna di incontri STORIE ANDORESI, in programma venerdì 22 febbraio 2019, sempre a Palazzo Tagliaferro.</span></div><div><span class="fs14lh1-5"><span class="cf1">“Andora, religiosità e vita sociale nelle Cappelle e negli Oratori” è stato, infatti, un viaggio di riscoperta, grazie alla documentazione offerta da vari testi: il manoscritto “Sacro e vago giardinello, ossia ragione delle chiese della diocesi di Albenga” di Ambrogio Paneri, datato intorno agli anni 1632-1637 che illustra le condizioni seicentesche delle parrocchie della valle di Andora; l’importantissima raccolta fotografica “Chiese, Cappelle e Oratori della Valle del Merula” di Don Umberto Costa e Marino Vezzaro (1998); il libro &nbsp;“Questa nostra Andora</span><span class="cf1">”</span><span class="cf1"> </span><span class="cf1">di Alma Anfosso (1994) che fornisce una preziosa testimonianza sul nostro territorio e sui luoghi di culto.</span></span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Alla serata sono intervenuti: un relatore esperto quale Don Sandro Marsano (parroco di Conna e San Bartolomeo), Nella Piccardo (testimone per le località di Moltedo e Barò), Marilena Pastorino del Comitato Santa Rita, Giovanni Bianco che ha raccontato la bella e sfortunata storia dell’Oratorio di San Damiano.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Anche il pubblico presente in sala ha dato un importante contributo con i propri ricordi… Non sono mancate le storie delle contese sui santi tra le varie borgate!</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">L’obiettivo, che è andato oltre questo incontro, è stato quello di far riscoprire i tanti edifici religiosi ad Andoresi e turisti, creando degli itinerari di visita che, in parte erano già stati sperimentati con le “Camminate tra gli ulivi” e il “Presepe Vivente” di Duomo.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1"><br></span></div><div><hr></div><div><br></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 cf1">LA VALLE DEGLI OLEANDRI. IL MONDO AGRICOLO ANDORESE IERI E OGGI</span></b></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">La rassegna STORIE ANDORESI è proseguita l’8 marzo 2019 con il tema “La Valle degli oleandri: il mondo agricolo andorese ieri e oggi”, dedicato all’evoluzione della storia contadina.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">L’incontro è stato un affascinante viaggio nel tempo nella vallata di Andora: la piana ricca di uliveti, e in cui si coltivava anche il grano, lascia il posto all’ortofrutticoltura a carattere commerciale e, successivamente, anche alla floricoltura all’aperto e in serra, per arrivare all’importante produzione di basilico dei nostri giorni.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">L’attività agricola, in questi ultimi anni, si è particolarmente evoluta e specializzata e si presenta sul mercato con prodotti di alta qualità riconosciuti da tutti gli operatori del settore.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Un importante obiettivo è quello di promuovere manifestazioni al fine di far conoscere le nostre borgate con visite ad aziende del territorio.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Il percorso, dagli Anni Cinquanta del passato Millennnio all’epoca attuale, ha trattato vari temi: dal ruolo femminile alle tecniche di coltivazione, passando per le tradizioni religiose e contadine.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Il giorno dell’incontro (8 marzo) era stato volutamente scelto per sottolineare l’importanza della DONNA nella civiltà contadina in cui rappresenta, da sempre, un caposaldo.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">In sala, mentre i relatori portavano avanti il dibattito e i numerosi coltivatori presenti portavano le loro testimonianze, &nbsp;Giuseppe Cavenenghi realizzava dal vivo un cesto secondo le metodologie tradizionali.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Protagonisti sono stati gli andoresi di ieri e di oggi, testimoni di epoche passate, ma anche odierni cultori e promotori dei sapori di un tempo e agricoltori contemporanei.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Fra i relatori dell’appuntamento: Giovanni Puppo, presidente della Cooperativa Ortofrutticola Andorese (COA); Anna Bianco, responsabile della Cooperativa; Giorgio Guardone, presidente della Coldiretti locale; Ambrogio Gagliolo, spedizioniere; Simone Peirano, esperto del pesto; Marco Gagliolo del “Comitato Promozione Cipolla Belendina”, gli olivicoltori Marco Giordano e Alberto Petrucco e Don Sandro Marsano.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-63" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-21.jpg"  width="450" height="600" /><br></div><div><br></div><div><br></div><div><hr><br></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 cf1">ANDORA NEI LIBRI DI MARINO &nbsp;VEZZARO</span></b></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5"><span class="cf1">L’appuntamento di venerdì 29 marzo 2019 è stato un dovuto riconoscimento al lavoro del fotografo andorese Marino Vezzaro, autore di ben cinque volumi di antiche immagini di Andora (fotografie e cartoline), fonte di tutti gli appuntamenti di STORIE ANDORESI..</span><br></span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">I libri pubblicati, tra il 1992 e il 2004, con sintetiche didascalie e intermezzi scritti, sono una preziosissima testimonianza che contribuisce a far recuperare a una comunità il senso della propria identità.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Nella prima pubblicazione (“Andora di un tempo”1992) le testimonianze sono divise per settori: i panorami, le spiagge, le colonie, la ferrovia, i cantieri navali, gli alberghi, le pensioni, i ristoranti, le chiese, il faro, il Merula e i suoi ponti , le frazioni, i ricordi e le curiosità.</span></div><div><span class="fs14lh1-5"><span class="cf1">Dopo l’entusiasmo con il quale è stato accolto il primo libro di fotografie che ci mostrano l’</span><span class="cf1">“</span><span class="cf1">Andora di un tempo”, nel 1996 Marino Vezzaro pubblica un secondo volume: “Andora da ricordare - 80 anni di vita in 235 fotografie”, con disegni di Adriano Lunghi. Rispetto al primo testo, l’autore approfondisce alcuni contenuti umani e introduce qualche novità: testi poetici, disegni e didascalie esplicative molto consistenti. Lo sguardo di Vezzaro spazia dalla Pigna alla Stazione, dalla Marina alla Vallata e alle Zone Collinari. “Il libro entra completamente nella storia della gente, nella vita delle famiglie con le loro case e botteghe” (Francesco Gallea).</span></span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">“Chiese, Cappelle e Oratori della Valle del Merula” (1998) è il testo che Marino Vezzaro scrive con Don Umberto Costa. È un pregevole documento che contribuisce alla memoria storica e valorizza il patrimonio religioso e culturale dei comuni di Andora, Stellanello e Testico. Il libro contiene le immagini esterne e interne di tutti gli Edifici di culto della Valle del Merula. Ogni fotografia è accompagnata da una sintetica didascalia che indica la data di costruzione, la sistemazione degli arredi interni, lo stato di conservazione, l’indicazione della festa religiosa. Le descrizioni sono state tradotte in inglese e tedesco da Giovanna Risso. È un repertorio molto utile anche a fini turistici.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">In “Andora Immagini di un secolo”,pubblicato nel 2001, la vita di Andora non è più divisa in settori, come nei libri precedenti, ma in testimonianze del tempo: inizio del secolo (1900-1921), gli anni del fascismo (1922-1945), gli anni della rinascita (1946-1975). “Il libro coinvolge le famiglie, la vita privata e pubblica, le istituzioni. L’album (che segue il collaudato schema della raccolta di immagini con sintetiche didascalie e succosi intermezzi scritti) è meno impersonale dei precedenti e coinvolge ricordi e umori in una forma più insistita” (Francesco Gallea). Particolarmente interessanti: alcuni documenti di epoca fascista, la storia della Resistenza (con un testo scritto da Francesco Biga, storico della Guerra di Liberazione), lo Statuto della Società Agricola Cooperativa con relativo Regolamento interno, la storia della gloriosa società di Pallapugno Don Dagnino. Il testo è ancora impreziosito dai disegni di Adriano Lunghi.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Marino Vezzaro ne “Il Paese detto Castello di Andora” del 2004, focalizza l’attenzione sul Borgo del Castello e, in particolare, sulla Chiesa romanico-gotica dei SS. Giacomo e Filippo, senza tralasciare anche un approfondimento sulla storia della nostra comunità raccogliendo il prezioso materiale di ricerca di tre giovani studiosi (Tamara Grossi, Sabrina Lunghi e Marco Vignola). Vi ha aggiunto un contribuito descrittivo tecnico relativo al Complesso del Castello di Riccardo De Maestri, i disegni di Adriano Lunghi e un patrimonio di antiche cartoline e di riproduzioni pittoriche con ricche didascalie.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-64" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-23.jpg"  width="852" height="586" /><br></div><div><br></div><div><br></div><div><hr><br></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 cf1">LE LEGGENDE DI ANDORA</span></b></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5"><span class="cf1">La quinta edizione ha debuttato con un viaggio fra le leggende della Vallata tra superstizioni e invasioni di voraci formiche.</span><br></span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">C’era una volta il vecchio borgo di Moltedo che una leggenda antica dice sia stato abbandonato a causa di un’invasione di formiche che divoravano tutto quello che trovavano. C’erano &nbsp;aspri litigi tra gli abitanti del Castello e quelli della vallata del Merula per scegliere la posizione della Chiesa e conseguente &nbsp;mediazione del Nunzio apostolico che venne ucciso, la scomunica papale, l’invasione delle formiche e lo spopolamento del Castello…</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Che sia storia o fantasia, i fatti si tramandano da generazioni e, insieme ad altri racconti, sono stati al centro dell’incontro del 6 novembre 2019 a Palazzo Tagliaferro.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">A condurre l’appuntamento la giornalista Monica Napoletano e la scrivente, in qualità di assessore alla cultura e di ex insegnante, che ha preso spunto da un libretto scritto nel 1994 &nbsp;dalle alunne e dagli alunni della Scuola Elementare di Andora Molino, dal titolo “Tra gli oleandri e il mare… alla ricerca dell’Andora perduta”.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">In quell’anno l’attività educativo-didattica era stata orientata verso la tradizione orale e, così, le bambine e i bambini, intervistando i nonni e le persone anziane del paese, raccolsero leggende, credenze, proverbi, racconti, preghiere, filastrocche, conte e giochi.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">A distanza di venticinque anni da quella ricerca, abbiamo pensato che fosse un’idea simpatica dedicare una puntata di STORIE ANDORESI alle leggende della nostra vallata.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Presenti a Palazzo Tagliaferro: alcuni INSEGNANTI che parteciparono alla stesura del libretto; la giornalista JOLE SIRTORI, ideatrice di una leggenda sul nome di Andora; l’ex alunna SERENA ZILIANI, infaticabile “ricercatrice di storie e leggende”.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">In sala c’erano tanti altri ALUNNI DI ALLORA che hanno accolto l’invito, lanciato via Facebook, ad essere presenti per rivivere quei momenti di felice e spensierata ricerca di aspetti della nostra storia.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Importanti protagonisti della serata sono stati gli ALUNNI DI OGGI della scuola primaria di Molino e della scuola secondaria di primo grado di Andora che hanno riletto quei testi e raccontato i luoghi teatro di storie mitiche: borghi diroccati, conventi, chiese, il Castello, spiazzi in mezzo ai boschi, antri, cantine…in un itinerario che è stato ricostruito anche con l’ausilio di immagini in un continuo rimando fra ieri e oggi.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-65" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-25.jpg"  width="853" height="640" /><br></div><div><br></div><div><br></div><div><hr><br></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 cf1">“ANDORA NEL TEMPO” LA NOSTRA STORIA IN UN SITO INTERNET DA RECORD (PRIMA PARTE)</span></b></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-66" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-26.jpg"  width="750" height="500" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5"><span class="cf1">La rassegna delle Storie Andoresi è proseguita con le presentazioni dedicate al sito internet</span><span class="cf1"> </span><span class="cf1">www.andoraneltempo.it</span><span class="cf1">, al quale, in via eccezionale a causa della vasta quantità di contenuti e per la novità dell’iniziativa intrapresa, sono stati dedicati due appuntamenti, il 22 novembre 2019 e il 13 dicembre 2019.</span></span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Entrambi gli incontri riscuotono grande interessamento e alto numero di presenze, anche grazie all’ampia pubblicizzazione dell’evento da parte del Comune di Andora.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">In occasione della puntata di Storie Andoresi dedicata a Marino Vezzaro, Mario Vassallo nota e percepisce tra i presenti il desiderio e l’interesse a voler riscoprire i ricordi e tener vivo il passato: iniziative a cui Marino aveva dedicato la propria passione.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Istantaneamente nasce l’idea di creare un modo per poter condividere e consultare tutte le testimonianze dell’andoresità in forma del tutto libera e gratuita: un sito internet su Andora.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Il sito andoraneltempo.it, realizzato da Mario Vassallo, si propone come una raccolta, un grande contenitore di storia, documenti, ricordi e testimonianze del passato, messi a confronto con il presente: un’iniziativa libera e a disposizione di tutti, per poter ricordare e conoscere Andora e le sue caratteristiche.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Punti di forza sono: il Patrocinio Comunale, la condivisione e la collaborazione dell’Amministrazione e degli Uffici Comunali, l’appoggio dell’Ufficio Stampa Comunale, ricco repertorio foto/cartografico/documentale, la presenza esclusiva e preziosa della Collezione Privata foto/documentale di Marino Vezzaro, le collaborazioni di Maria Teresa Nasi e Carlo Volpara e la partecipazione di tante altre persone che, con i loro contributi, hanno permesso e reso possibile la realizzazione dell’intera iniziativa.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Il primo appuntamento del 22 novembre avviene esattamente quattro mesi dopo la prima pubblicazione del sito online e, durante la presentazione, vengono sommariamente illustrati la composizione, il funzionamento ed i contenuti dell’intero progetto, proiettando raccolte video/fotografiche dei luoghi e del passato andorese, soffermandosi con aneddoti e racconti su particolari curiosi e meno noti, che suscitano grande partecipazione e attenzione tra i presenti.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Particolare successo ha la proiezione di un video fotografico sulla Villa Stampino, della quale si possono pubblicamente osservare e visitare in esclusiva per la prima volta gli interni ed i particolari.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-67" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-27.jpg"  width="750" height="500" /><br></div><div><br></div><div><br></div><div><hr></div><div><br></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 cf1">“ANDORA NEL TEMPO” (SECONDA PARTE)</span></b></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 cf1">LO SVILUPPO URBANISTICO DAL DOPOGUERRA AD OGGI</span></b></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 cf1">LE CHIAVI DI ANDORA A MARIO VASSALLO</span></b></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-68" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-28.jpg"  width="750" height="500" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Tra il primo e secondo appuntamento, &nbsp;il sito www.andoraneltempo.it cambia completamente aspetto grafico e viene arricchito di una grande quantità di contenuti e, nella puntata del 13 dicembre 2019, davanti ad un pubblico numerosissimo, Mario Vassallo presenta l’evoluzione dello sviluppo edilizio/urbanistico del centro cittadino andorese, partendo dal secondo dopoguerra ed illustrando le modifiche al territorio suddivise per decennio, con la proiezione di ricostruzioni grafiche esclusive che evidenziano i cambiamenti intervenuti ed accompagnati da video fotografici che fanno rivivere i vari periodi con raccolte di immagini d’epoca e dedicate.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Ancora una volta la presentazione è arricchita dalla proiezione di immagini e particolari delle varie epoche, presentate con curiosità e aneddoti che portano a rivivere i tempi passati e coinvolgendo i presenti con ricordi e commenti.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Durante lo svolgimento viene consegnata una copia stampata che raccoglie i contenuti principali, destinata alla Biblioteca Comunale.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">L’appuntamento si conclude tra la sorpresa e commozione generale, quando l’iniziativa viene “premiata” con grande entusiasmo dal nostro Sindaco Mauro Demichelis che consegna a Mario Vassallo le “CHIAVI DI ANDORA” con la motivazione di “Pregevole e accurato lavoro di ricostruzione dell’evoluzione storica e urbanistica di Andora. Un dono alla Comunità e uno strumento unico e prezioso per la promozione del territorio”.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Andoraneltempo.it si è in seguito ulteriormente arricchito con nuovi argomenti, gallerie fotografiche, pubblicazione delle Tesi di Laurea delle studentesse andoresi Sabrina Lunghi e Tamara Grossi, estratti di Tesi di Laurea di Marco Vignola e Daniela Gambella, disegni e tele di Adriano Lunghi, pubblicazione digitale e/o trascrizione degli antichi testi riguardanti Andora, pubblicazione digitale dei libri realizzati dagli andoresi Marino Vezzaro, Nello Giusto, Antonello Degola, Alma Anfosso, Adriano Ghiglione, approfondimenti e ricostruzioni storico/documentali (in particolare le Scuole andoresi, la nascita di Molino Nuovo, le Colonie marine, i Marchesi Maglioni) e grafiche, andando ad integrarsi con “Storie Andoresi” e “Andora: passeggiate nel tempo e nello spazio”.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-69" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-29.jpg"  width="750" height="500" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><hr></div><div><br></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 cf1">STORIE ANDORESI DI SERA!</span></b></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-70" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-30.jpg"  width="407" height="600" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Un excursus su: www.andoraneltempo.it, Scuola, Turismo, Bagnini, Commercio.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Un evento ripetuto in orario serale durante il periodo natalizio.</span></div><div><br></div><div><br></div><div><hr></div><div><br></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 cf1">LA RINASCITA DI BORGO CASTELLO</span></b></div><div><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-72" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-31.jpg"  width="853" height="479" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto per gentile concessione Benedetto MACCHIA</span></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Dopo una pausa di due anni e mezzo, dovuta alla Pandemia, il 7 aprile 2023 riprende a la Rassegna STORIE ANDORESI, a cura dell’Assessorato alla Cultura, con una “puntata itinerante”, guidata dalla scrivente e dalla giornalista Monica Napoletano, addetta stampa del Comune.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">L’appuntamento è nel piazzale del Ristorante “Casa del Priore” (che, un tempo, era un Convento), alle ore 15,30.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Mentre si cammina per il borgo, seguiti da un folto e interessato pubblico di partecipanti, viene raccontata la storia del Castello di Andora.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Dagli studi archeologici fatti, si risale alle origini romane del luogo, poi feudo dei Marchesi Clavesana che, nel 1252, lo cedettero alla Repubblica di Genova.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Nel periodo di massimo splendore è il “borgo dei duecento fuochi”, popolato da tante famiglie che vivono nelle case arroccate sulla collina, dedite ad attività agricole, artigianali, all’allevamento …</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Ma la vita, un certo giorno, allo scadere del Medioevo, si cristallizza nel rudere di una Fortezza (il “Paraxo”), in una Fontana incantata (lungo la Via Julia Augusta), in una Torre (Campanaria e di Difesa), in una meravigliosa Chiesa (romanico-gotica, dedicata ai Santi Giacomo e Filippo), in un Oratorio (San Nicolau).</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Oggi questo borgo è destinato a nuova vita (“Ricordare il passato per costruire il futuro”), grazie a un importante finanziamento del Ministero della Cultura (20 milioni di euro, attinti dai fondi del PNRR).</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">La rigenerazione dovrà essere ultimata entro il 2026, altrimenti i fondi stanziati rischiano di essere persi!</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Nel Borgo Castello si sta già lavorando alacremente, sotto la tutela della Soprintendenza e dell’Università, al recupero del patrimonio archeologico, liberando le antiche vestigia dalla vegetazione spontanea che nei secoli le ha sepolte.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Il cantiere è diretto dal prof. Prof. Fabrizio Benente (pro-rettore dell’Università e archeologo) che incontriamo durante il nostro “tour culturale” e restiamo affascinati dal grande entusiasmo per il lavoro che sta facendo!</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Oltre alla valorizzazione del patrimonio archeologico, il progetto prevede la ristrutturazione di tutti i ruderi esistenti per realizzare: abitazioni residenziali, strutture turistico/ricettive (albergo diffuso), case-bottega (con laboratorio dei mestieri).</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Non mancheranno attività agricole ed enologiche (Parco Agricolo Esperienziale) previo il recupero di alcuni terreni circostanti, ora abbandonati o assorbiti nel tempo dalla macchia mediterranea. Il cosiddetto “Orto del Muto”, dove sono ancora presenti rare varietà di piante autoctone ed esotiche sarà trasformato in un Giardino Botanico.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Dentro il Paraxo ci saranno spazi espositivi, in collaborazione con la Fondazione “Cavallini Sgarbi”, conferenze, allestimenti concertistici.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Un aspetto molto interessante sarà quello della REALTÀ AUMENTATA: si potranno respirare le atmosfere di epoche lontane in modo virtuale, con l’aiuto della più moderna tecnologia.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-73" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-32.jpg"  width="800" height="788" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><hr></div><div><br></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 cf1">FEDELI A SANTA RITA</span></b></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">“<i>Sotto il peso del dolore, a te, che tutti chiamiamo la Santa degli impossibili, io ricorro nella fiducia di avere presto il tuo soccorso</i>”.<br></span></div><div><span class="fs14lh1-5">Venerdì 28 aprile 2023, alle ore 17,30, a Palazzo Tagliaferro, nel salone polivalente gremito di gente, ecco un’altra puntata di Storie Andoresi, che doveva essere fatta nella primavera 2020 ma che era stata sospesa per emergenza Covid: la Festa di Santa Rita.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">La storia del fervore religioso degli Andoresi e, in particolare, degli abitanti del rione di Santa Rita viene narrata attraverso le immagini di epoca e le testimonianze dei protagonisti diretti di ieri e di oggi. Il culto inizia ad Andora con il dono da parte di Don Calvi del prezioso quadro custodito tuttora nella piccola Cappelletta, che sorge vicino al Bastione. Successivamente, proprio in piazzetta Santa Rita, dagli Anni Sessanta, grazie all’omonimo Comitato formato dalle varie famiglie del luogo, ogni 22 maggio, si svolge la “Sagra dei muscoli”, fra le più antiche in Liguria, &nbsp;caratterizzata da &nbsp;religiosità, arte culinaria e intrattenimenti.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">La manifestazione comincia al mattino, nella “ciassetta”, gremita di fedeli, multicolorata e profumata, con la celebrazione della Santa Messa e la benedizione delle rose (mediamente 5000) che poi vengono vendute a scopo benefico.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Nel pomeriggio la festa continua con iniziative varie estese anche agli spazi circostanti (giochi, gare, premiazioni…) e, a sera, dalle ore 19, comincia la degustazione delle varie specialità locali, tra cui i celebri “Muscoli”.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Un ricordo: i primi piatti di mitili (1962) sono usciti dalla cucina dell’antica “Locanda degli Amici”, che si affacciava &nbsp;proprio sulla caratteristica piazzetta!</span></div><div><span class="fs14lh1-5">I festeggiamenti terminano dopo la cena, con intrattenimenti musicali e pesca di beneficienza.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Nell’incontro, la PRESIDENTE del COMITATO SANTA RITA, Marilena Pastorino, spiega dettagliatamente lo svolgimento della giornata, racconta &nbsp;la storia del Quadro di Santa Rita e della Cappella, si commuove ricordando le persone &nbsp;che hanno sempre attivamente lavorato per la felice riuscita dell’’evento e che non sono più tra noi.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">La sottoscritta, un tempo insegnante della Scuola Elementare di Andora Molino, è &nbsp;particolarmente legata alla questa giornata.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Era il 1988 quando Lino Giusto, proprietario del Residence "Gli Amici", ideatore di tante feste andoresi, e genitore di Claudio, propose di allestire un PRESEPE MARINARO nel Torrione Saraceno. Docenti ed allievi, coadiuvati da genitori, da simpatizzanti &nbsp;e dal Comitato Santa Rita, prepararono figuranti di stoffa, casette di cartone, un gozzetto e, nel locale (dove ora si trova un ristorante), venne posizionato il Presepe che fu visitato da tantissime persone e riscosse un notevole successo.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Per tanti anni gli alunni di Molino aspettavano con gioia la Festa perché era il momento in cui si impegnavano a vendere le loro “opere” (libretti e oggetti preparati durante l’anno scolastico), il cui ricavato serviva per finanziare progetti educativo-didattici vari. &nbsp;</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Un altro aspetto caratteristico del luogo è “U recantu di Andoresi e du nosciu &nbsp;dialetu”, dove, ogni pomeriggio, nello storico bar, si riuniscono i “vecchi” andoresi che ricordano l’Andora di un tempo…</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-74" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-34.jpg"  width="600" height="600" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><hr></div><div><br></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 cf1">DON ANGELO BIANCO</span></b></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-75" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-35.jpg"  width="800" height="600" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">A 41 anni dalla scomparsa, la rassegna “Storie Andoresi” ricorda Don Angelo Bianco, sacerdote missionario andorese, morto nel 1982 in Costa d’Avorio, per un violento attacco di febbre gialla.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">L’appuntamento, promosso dall’Assessore alla Cultura del comune di Andora, Maria Teresa Nasi, è per venerdì 26 maggio, alle ore 17.30, a Palazzo Tagliaferro.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Il racconto di uno splendido esempio d'amore universale si è svolto attraverso le testimonianze dei numerosi famigliari presenti e con l’ausilio delle lettere scritte da Don Angelo.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">La vocazione nasce in lui giovanissimo: già all’età di 10 anni decide di studiare in un collegio preseminario.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">A 14 anni, entra nel Seminario Vescovile di Albenga. Nel 1966 viene ordinato sacerdote.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Dopo quattro anni come vice parroco di Diano Marina, nel 1970 è già in Costa d’Avorio con la S.M.A., Società delle Missioni Africane, dove conferma il carattere deciso e solare nell’affrontare le sfide dei luoghi, che non perderà vigore nel corso della sua missione.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Descrive la Costa d’Avorio come un paese climaticamente difficile, ma che “lavorando di braccia e cervello non avrà bisogno di stendere la mano a nessuno”.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Don Angelo, dopo Tanda, nel 1973 è nella missione di Bondoukou, a cui sono affidati ben 86 villaggi, che visiterà tutti con regolarità.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Imparerà la lingua locale, per dialogare con la popolazione e fare catechesi, ma anche per darle dignità di lingua vera.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Nel 1978 intraprende la costruzione di un centro per la formazione dei catechisti, divenendo carpentiere e falegname.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Non disdegnava di utilizzare l’amato calcio per coinvolgere i ragazzi. Don Angelo promuove le cooperative di lavoro per la coltura del riso, ma anche per l’allevamento dei maiali in modo che i giovani possano trovare lavoro nella loro terra, ma anche imparare, con la luce del Vangelo, il rispetto per la dignità del lavoratore.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Promuove l’alfabetizzazione degli adulti, l’educazione igienica e, come dichiara lui stesso, “vivendo in mezzo a loro, diventi l’infermiere, il consigliere, il giudice di pace, e perché no, l’allenatore della squadra”.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">Don Angelo ha anche un animo d’artista, scrive diverse pièce per un teatro creato sul posto che propone la storia e l’anima africana.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">È sepolto a Bondoukou, vicino alla cattedrale di Sainte-Odile.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">La sua tomba è onorata, al pari della sua memoria, come hanno percepito i suoi famigliari che, lo scorso anno, hanno visitato i luoghi della sua missione, verificato il proseguimento dei suoi progetti e il sincero affetto della popolazione locale cha ha riportato loro ricordi e racconti che custodivano nel cuore.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">E’ possibile, ancor oggi fare, donazioni, adozioni a distanza per sostenere l’opera avviata da Don Angelo Bianco a cui Andora ha dedicato la Scuola dell’Infanzia di Via Piana del Merula.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1">La storia di Don Angelo e l’esperienza africana ha ispirato anche il libro “La Ragazza metà bianca e metà nera” scritto da Marino Muratore.</span><br></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf1"><br></span></div><div><hr><br></div><div><br></div><div data-line-height="1" data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">AFRICA È … LORENZA VALLARINO</b><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">A conclusione di “STORIE ANDORESI…NEL MONDO – AFRICA…È LORENZA VALLARINO”, martedì 20 giugno 2023, il Sindaco di Andora Mauro Demichelis ha premiato, a sorpresa, con le &nbsp;“Chiavi di Andora”, LORENZA VALLARINO.<br></span></div><div><span class="fs14lh1-5">A Palazzo Tagliaferro, ci sono stati momenti di commozione, guardando le immagini proiettate alle spalle di Lorenza ed ascoltando le sue parole sull’Africa.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Nella sala consigliare affollata di cittadini, erano presenti in rappresentanza dell’Amministrazione, il Presidente del Consiglio Comunale, Daniele Martino, l’Assessore alla Cultura, Maria Teresa Nasi e l’assessore alle Politiche Sociali, Monica Risso.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">In sala anche i parroci Don Emanuele Daniel e Don Stefano Caprile, molti volontari, fra cui quelli della Caritas di Andora, le colleghe della Residenza Val Merula dove Lorenza lavora, con l’animatrice Nives Biancheri che le ha consegnato un affettuoso biglietto disegnato e firmato dagli ospiti.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">L’Amministrazione, consegnando il massimo riconoscimento che il Comune di Andora attribuisce agli andoresi che si sono distinti per il loro operato, ha voluto evidenziare l’opera silenziosa, ma estremamente efficace portata avanti per venti anni dalla concittadina che, fin da giovanissima, ha deciso di mettersi al servizio volontario in Africa, in Camerun in particolare, con ottimi risultati.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Il Mal d’Africa che ha preso Lorenza, ha trasformato la sua fede cristiana in azione concreta.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Nel dispensario del villaggio di Ngaoundal, organizzato dalle Suore della Carità, lavora tutt’oggi Hilaire che, grazie alle donazioni provenienti da Andora, dalla parrocchia del Cuore Immacolato di Maria, ha potuto laurearsi e diventare infermiera, una professione che in Africa ha compiti molto simili a quelli di un medico.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Lorenza Vallarino ha lavorato in prima persona e raccolto donazioni creando un ponte fra Andora e il villaggio africano, fatto non di assistenzialismo, ma sostenendo un percorso che dà alla popolazione i servizi sanitari che lo Stato africano non assicura, ma nel pieno rispetto della loro dignità.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Nulla è regalato: le medicine distribuite sono pagate. Le donazioni sostengono un dispensario medico e hanno permesso anche la costruzione di un ospedale da cento posti letto.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">I fondi che arrivano da Andora permettono di dare istruzione a tanti bambini, contribuiscono a far nascere famiglie con valori cristiani, sostengono gli indigenti che momentaneamente non hanno denaro, ma che pagheranno con il lavoro o quando potranno.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Lorenza ha conquistato tutti con il racconto della “sua” Africa.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Racconta che la cosa più coinvolgente è la loro accoglienza, la loro capacità di condividere quel poco che hanno, anche se sono privi di certezze sul domani.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Sanno che tu puoi andare via di lì, che hai privilegi perché sei nato nella parte fortunata del mondo, eppure non ti invidiano, ti danno amicizia disinteressata. perché la cosa più sbagliata è dare loro soldi.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Dopo venti anni, è bello vedere che alle suore occidentali si sostituiscono quelle africane.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Sono il simbolo concreto di un continente che prende in carico se stesso.</span></div><div><b><br></b></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-76" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-37.jpg"  width="800" height="532" /><b><br></b></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><hr><br></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">ANDORA 70 ANNI DI AERONAUICA MILITARE</b></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">I ricordi del Maggiore Arvasi</b><br></div><div><b><br></b></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-77" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-38.jpg"  width="800" height="600" /><b><br></b></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Questa nuova “puntata” di STORIE ANDORESI (domenica 17 dicembre, alle ore 17,30 a Palazzo Tagliaferro) è stata veramente carica di emozioni, di ricordi, di empatia…</span></div><div><span class="fs14lh1-5">“Andora 70 anni di Aeronautica Militare” ad Andora” ripercorre la storia del forte legame tra l’Arma e la città e ricostruisce i punti salienti di questa lunga presenza.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">È una storia andorese speciale: infatti, a pochi giorni dalla fine del 2023, ancora nell’anno del Centenario dell’Aeronautica Militare, dopo aver inaugurato il monumento nel Parco degli Aviatori, organizzato il Concerto della Fanfara e ospitato lo show delle Frecce Tricolori, l’Amministrazione Comunale ha dato vita a una “storia” molto importante considerato lo stretto legame che unisce Andora e l’Arma.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Per dare voce ai protagonisti di questa presenza, sono intervenuti il sindaco di Andora Mauro Demichelis, l'assessore Maria Teresa Nasi, il maggiore Camillo Arvasi, il comandante del Distaccamento di Aeronautica Militare andorese Tenente Colonnello Giovanni Chimienti, il 1° Lgt Maurizio Sabatino della 115^ Squadriglia R.R. Capo Mele ed Enzo Canzoneri, presidente dell'Arma Aeronautica sezione Andora, moderati dalla giornalista Monica Napoletano.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">In apertura di serata, con orgoglio, il sindaco Mauro Demichelis ricorda l’importanza del rapporto tra la città e l’Aeronautica, radicatasi qui 70 anni fa, con l’installazione di un piccolo radar, oggi diventato molto importante, prendendo i tracciati di tutto il Nord Italia.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Una sala gremita, tanto interesse e calore per rendere omaggio all’Arma Azzurra, che nel corso degli anni ha creato un legame fortissimo con i cittadini che non vogliono perderne il ricordo. Il ricordo parte proprio da 71 anni fa, quando, il 2 luglio del 1952, un aviere scelto di 20 anni salì a Capo Mele a bordo di una camionetta che sulla cabina aveva montato il primo apparato radar per gli avvistamenti aerei della Base Aeronautica che nascerà ufficialmente il 1° Ottobre successivo. Quell’aviere, oggi il Maggiore Camillo Arvasi, è un lucido novantenne che ripercorre la storia della presenza dell’A.M. ad Andora. È partito proprio da quel giorno di luglio e da quel promontorio brullo dove una squadra di specialisti installò, non senza fatica, il sistema rice-trasmittente. E’ lo stesso piazzale dove oggi svetta il radome, la sfera che protegge l’attuale radar, e che è fra i simboli riconosciuti dell’Aeronautica Militare ad Andora e di un legame importante con il territorio e i suoi abitanti.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Una storia ricostruita grazie ai tanti ricordi, foto e aneddoti degli appartenenti all’Aeronautica Militare, la cui carriera è legata o è stata legata ad Andora. Un lungo racconto caratterizzato dall’orgoglio di appartenenza a una divisa, ma anche di un’Italia del dopoguerra e il rapporto di Andora con gli “Avei” ovvero quel gruppo di giovani, futuri sottufficiali, a cui spettò il compito di dar inizio all’organizzazione di Capo Mele, partendo praticamente da zero. Come capitò allora all’aviere Arvasi, entrato in Aeronautica con un “certificato di povertà” e che soggiornò molte notti in tenda fino a quando trovò sistemazione in un alloggio di fortuna a Laigueglia, dove però la paga non gli arrivò per ben cinque lunghi mesi. Fiducioso, continuò a controllare l’operatività del radar, fino a quando non arrivarono altri colleghi e anche gli stipendi arretrati…</span></div><div><span class="fs14lh1-5">La base operativa si sviluppò attorno a primo sito, sul promontorio di Capo Mele. Qualche anno dopo l’arrivo di Arvasi, la Marina Mercantile cede all’Aeronautica Militare il caseggiato denominato “Il Semaforo” (Base Operativa), nel 1956 si formò la Sede Logistica e, dopo anni, vengono costruiti gli alloggi per le famiglie del personale in servizio.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Un aspetto che emerge nelle conversazioni della serata è quello relativo alla presenza, in questi luoghi, dell’antico ”Oratorio di Sant’Antonio del Capo” di cui si parla nel “Sacro e vago Giardinello”. Questa antica costruzione di cui non rimane alcuna traccia sul territorio, cadde in disuso nel XIX secolo. I resti furono inglobati e, in seguito distrutti, con la realizzazione del Semaforo di Capo Mele e, successivamente, con l’installazione dell’Aeronautica Militare.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Per il Tenente Colonnello Giovanni Chimienti, comandante del Distaccamento andorese, è un grandissimo onore essere qui stasera, nell’ambito delle “Storie Andoresi”, è una sorta di celebrazione del profondo legame che unisce l’Aeronautica Militare alla Città di Andora. Quest’anno in particolare, in cui ricorrono i 100 anni della costituzione dell’Aeronautica Militare.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">A Palazzo Tagliaferro, sull’onda delle emozioni, anche la storia dei 60 anni della nascita della Stazione Meteo della 115esima Squadriglia Radar di cui ci ha parlato il 1° Lgt Maurizio Sabatino che ha ribadito come questa sia stata un’occasione perfetta per ritrovarsi qui, tutti insieme: cittadini e le varie Associazioni d’arma.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">L’Assessore alla Cultura, Maria Teresa Nasi ha ricordato come, nella realtà andorese, l’Aeronautica sia stata molto importante in quanto totalmente inserita nel contesto, erano molte le famiglie di avieri che avevano i bimbi a scuola. “Nella mia classe – ricorda l’assessore - su 18 alunni, 4 erano di famiglie di avieri. Gli avieri erano tanti e spesso si occupavano anche di attività di volontariato legate ai vari sport, piuttosto che alla Croce Bianca e ad altre associazioni di volontariato. Proprio un bel ricordo”.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Importante la testimonianza del Presidente dell’Arma Aeronautica sezione di Andora, Enzo Canzoneri, che ci parla della nascita dell’Associazione nel 2004 e la collaborazione fattiva con il Comune e con le altre Associazioni, ribadisce il ruolo di collante tra &nbsp;&nbsp;Forza Armata e Andora, l’orgoglio di appartenenza all’Arma e la testimonianza dei 70 anni di presenza in città.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-78" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-39.jpg"  width="800" height="600" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><hr><br></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">I 50 ANNI DI ATTIVITÀ DI A.I.B. E GRUPPO COMUNALE DI PROTEZIONE CIVILE DI ANDORA</b><br></div><div><b><br></b></div><div><span class="fs14lh1-5">La “Storia Andorese” di venerdì 12 gennaio, a Palazzo Tagliaferro, ha ricordato, raccontato e premiato la PROTEZIONE CIVILE DI ANDORA, di fronte a un folto pubblico, ad Autorità Civili e Militari, &nbsp;a rappresentati di Associazioni del territorio.<br></span></div><div><span class="fs14lh1-5">Per l’Amministrazione Comunale, oltre al Sindaco, Mauro Demichelis e alla sottoscritta, Maria Teresa Nasi, in qualità di organizzatrice dell’evento, anche il Presidente del Consiglio Comunale, Daniele Martino e l’Assessore alle Politiche Sociali, Monica Risso.<br></span></div><div><span class="fs14lh1-5">L’appuntamento della Rassegna Culturale è stato, come sempre, presentato dalla giornalista Monica Napoletano che ha diretto con maestria l’incontro, occasione per celebrare i 50 anni di attività dell’Antincendio Boschivo (A.i.B.) e del Gruppo Comunale di Protezione Civile di Andora.<br></span></div><div><span class="fs14lh1-5">Nel 1972, da una idea dell'assessore Boati, nasce il primo nucleo di amici e operai comunali <span class="cf2">che spontaneamente operavano allo spegnimento degli incendi boschivi, anche con mezzi molto rudimentali.</span> Nel gennaio 1976, con il sindaco Francesco Bruno, avviene l'ufficializzazione sotto il comandante della Polizia Locale, Elio Rotondo, e poi il sempre maggiore riconoscimento fino agli ultimi due decenni, con sedi, mezzi, equipaggiamento, &nbsp;formazione e aggiornamento costante grazie al supporto del Comune di Andora, della Regione Liguria, della Comunità Montana Ingauna (un tempo) e della Fondazione De Mari, per l'acquisizione di alcuni dei mezzi in dotazione. A fine Anni Novanta dall’A.i.B si passa alla Protezione Civile, al’epoca del sindaco Pierluigi Pesenti. Nel 2002 viene inaugurata la prima sede che si è evoluta nel 2013 e negli anni successivi come vera e propria sede operativa.<br></span></div><div><span class="fs14lh1-5"><span class="cf3">Il Gruppo Comunale di Protezione Civile di Andora è composto da 40 volontari, fra cui molti giovani, di età compresa fra i 16 ed i 25 anni, e veterani di esperienza quarantennale.</span><br></span></div><div><span class="fs14lh1-5"><span class="cf3">Il Gruppo presenta una vasta tipologia di specializzazioni e abbraccia molti campi, fra i quali il soccorso e l’assistenza alle persone in caso di calamità,</span><span class="cf3"> </span><span class="cf3">l’antincendio boschivo. Ha 8 automezzi adibiti sia per antincendio boschivo, sia per Protezione Civile, le telecomunicazioni, l’allestimento dei campi d’accoglienza, la preparazione di pasti…</span><br></span></div><div><span class="fs14lh1-5">A raccontare l'evoluzione sono stati i vari Responsabili del gruppo che si sono succeduti negli anni, con particolare attenzione ai racconti dei fondatori e dei primi responsabili operativi come Ezio Setti, ex Comandante della Polizia Locale, primo alla guida dell'A.I.B. e Guido Bianco, nonché il volontario Pietro Vittore, uno dei fondatori. Sono stati ricordati altri fondatori storici: Angelo Lanfredi e Giovanni Munisteri (presenti in sala), Giuseppe Garassino (Zio Beppe a cui è intitolata la Sede), Franco Zuliani, Luigi Petrucco (a cui è intitolata la Sala Operativa), Marco Gagliolo e Bruno Lanfredi.<br></span></div><div><span class="fs14lh1-5">La “Storia Andorese” scorre attraverso immagini d'epoca e ricordi di testimoni diretti di un mondo dove non c'erano i telefonini e le campane della chiesa annunciavano gli incendi per radunare i volontari, non ancora iscritti in un gruppo ufficiale, e la gente partiva anche per svariate ore o giorni senza poter dare notizie a casa.<br></span></div><div><span class="fs14lh1-5">Un ringraziamento al volontario Peter Plagwitz &nbsp;per le immagini e i due video proiettati nel corso del pomeriggio. Grazie anche ai contributi fotografici di Mario Vassallo, Marino Vezzaro, Piero Dagati.<br></span></div><div><span class="fs14lh1-5">Molto coinvolgente la testimonianza di EZIO SETTI, negli Anni Settanta a Responsabile dell’A.i.B., senza che si fosse neanche candidato alla carica; ricorda come il gruppo dei volontari &nbsp;si sia conquistato il rispetto negli anni e abbia lottato per avere i mezzi. &nbsp;Racconta l’evoluzione da semplici frasche tagliate sul posto e roncole utilizzate per contenere gli incendi ai &nbsp;moderni mezzi.<br></span></div><div><span class="fs14lh1-5">GUIDO BIANCO, che gli è succeduto, esprime tutta la sua gratitudine ai fondatori e a tutti i volontari che hanno operato e trasmesso un importante messaggio di solidarietà e generosità.<br></span></div><div><span class="fs14lh1-5">L’attuale Responsabile della Protezione Civile, ALBERTO PETRUCCO, che ha raccolto il testimone da FABIO CURTO, ci parla della sua esperienza. Entrato in Protezione giovanissimo, a sedici anni, perché ne faceva parte il papà &nbsp;Luigi, dimostra profonda gratitudine per la saggezza dei fondatori, per coloro che in questi anni hanno lavorato sodo al fine di portare il gruppo ad alti livelli e che gli hanno permesso di imparare ad assumersi, nel tempo, sempre maggiori responsabilità. Ricorda che è un lavoro di squadra in cui ognuno ha un compito, sia in tempi tranquilli, sia operando in scenari critici. Fondamentali sono la passione, i continui aggiornamenti e l’esempio di chi è venuto prima: è questo che permette il successo delle operazioni. Il Gruppo ha acquisito una professionalità tale da essere chiamato, da molti anni, &nbsp;a fare parte della colonna mobile regionale e a intervenire nei numerosi scenari nazionali di terremoti e alluvioni. Alcuni esempi: terremoto in Abruzzo, alluvioni nelle Cinque Terre, a Genova, in Sardegna, in Emilia Romagna, in Toscana, Val Neva, incendi boschivi vari, deragliamento treno, emergenza nivologica, Frecce Tricolori, emergenza Covid….<br></span></div><div><span class="fs14lh1-5">Il Gruppo fa squadra, per molte iniziative, con il Gruppo Alpini Val Merula, la Croce Bianca e l'Associazione Arma Aeronautica di Andora.<br></span></div><div><span class="fs14lh1-5">Interessante l’intervento del Comandante della Polizia Locale, ingegnere PAOLO FERRARI che guida il settore Protezione Civile: ha parlato dell'evoluzione del Piano di Protezione Civile Comunale e dell'importanza di incontrare i cittadini per sensibilizzarli ai comportamenti più idonei prima e nel corso degli eventi meteo avversi.<br></span></div><div><span class="fs14lh1-5">A fine serata, il Sindaco e il Responsabile della Protezione Civile hanno premiato tutti i volontari e i responsabili che si sono succeduti alla guida dell’A.i.B. e del Gruppo Comunale della Protezione Civile. Il Gruppo e il Sindaco, a loro volta, hanno consegnato una targa di riconoscimento al Responsabile, Alberto Petrucco, per l’importante ruolo che ricopre con esperienza e passione. Anche il Sindaco ha ricevuto il simbolo dell’A.i.B. come ringraziamento per essere stato sempre presente in tutte le emergenze e per il supporto dato.<br></span></div><div><span class="fs14lh1-5">"Ciò che non è mutato è la passione e la generosità dei volontari che si misurano in ore di lavoro a contrastare gli incendi o i danni di alluvioni o tempeste, sottraendo tempo a lavoro, famiglia e svago - ha dichiarato il sindaco Mauro Demichelis - Mai in questi anni ho ricevuto un no da questi ragazzi quando c'era in gioco la sicurezza dei cittadini o operazioni di prevenzione sul territorio. Spesso gli andoresi non hanno avuto modo di verificare i danni causati dal tempo avverso perché si lavora anche di notte per lo sgombero delle strade o la messa in sicurezza. Non possiamo che esprimere stima e gratitudine ".</span><br></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-79" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-41.jpg"  width="800" height="467" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><hr></div><div><br></div><div><br></div><div data-line-height="1.5" data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">I NONNI RACCONTANO</b></div><div data-line-height="1.5" data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">Echi di gastronomia, ricette, dialetto, prodotti tipici, antichi mestieri e racconti “dau Recantu.</b></div><div data-line-height="1.5" data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">Dialogo con le memorie storiche delle tradizioni locali”</b><br></div><div data-line-height="1.5"><b><br></b></div><div data-line-height="1.5" data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-80" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-42.jpg"  width="800" height="600" /><b><br></b></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto per gentile concessione Margherita Muratore</span></div><div data-line-height="1.5"><b><br></b></div><div><span class="fs14lh1-5">Venerdì 26 gennaio 2024, a Palazzo Tagliaferro, un pubblico numeroso e attento ha partecipato a un’altra puntata di “Storie andoresi”, rassegna organizzata dall’Assessore alla Cultura, Maria Teresa Nasi.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Il signor Adriano Ghiglione, autore del “Manuale della Parlata della Marina e di Rollo”, straordinario lavoro consultabile nella Civica Biblioteca, ha introdotto la serata interagendo in dialetto con i tanti andoresi presenti. Ha “tradotto“ le antiche ricette, proposte dagli Amici dell’Oratorio di Conna e dalla Pro Loco &nbsp;che hanno preparato assaggi dati in degustazione al pubblico e hanno spiegato antiche ricette con un laboratorio ad hoc. Purtroppo non era presente, per indisposizione, &nbsp;un’autentica regina della cucina locale, la signora Nella Piccardo, che, telefonicamente, ha fornito &nbsp;“suggerimenti” culinari. Non mancava, comunque, altro “personale” esperto: Silvia Tosi, Carmela Dulbecco, Adriana Ordano, Luciana Garassino, Franco Guardone che hanno deliziato i nostri palati con autentiche prelibatezze: tortelli o “pansaotti”, “tacui” di Conna, “friscioi” di mele e una degustazione di composta di cipolla “belendina”.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">La signora Adriana ha raccontato che i “tacui” erano tradizionalmente fritti &nbsp;&nbsp;nei frantoi durante la preparazione dell’olio.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Il Consigliere delegato al Commercio, Corrado Siffredi, ha riferito che si sta attivando per il riconoscimento della DECO ai prodotti agricoli e alle ricette originarie di Andora.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Un altro interessante intervento è stato quello del dott. Giovanni Puppo, Presidente della COA, che ha illustrato le caratteristiche di un nostro prodotto tipico: la cipolla ”belendina”.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Presenti alla serata i “nonni” del “Recantu di Andoresi”, straordinari narratori che, tutti i giorni nel tardo pomeriggio, si incontrano a Santa Rita e ricordano storie del passato e &nbsp;aneddoti vari. L’avvocato Luciano Vassallo ha parlato di un fatto, degno di memoria, successo nel 1890: la nascita ad Andora “per caso” del famoso pugile del passato, Pietro Boine, la cui mamma fu colta dalle doglie sul treno mentre stava transitando nella nostra località e il piccolo venne alla luce nell’albergo che era vicino alla stazione.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">La serata, introdotta dall’Assessore Maria Teresa, è stata presentata dall’addetta stampa, la giornalista Monica Napoletano, che si è alternata nella conduzione dell’incontro con Silvia Tosi, membro dello staff del sindaco.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Per l’Amministrazione Comunale, oltre al Sindaco, Mauro Demichelis, hanno partecipato Daniele Martino (Presidente del Consiglio Comunale), &nbsp;Monica Risso (Assessore alle Politiche Sociali), Ilario Simonetta (Consigliere delegato allo Sport).</span></div><div><span class="fs14lh1-5">L’entusiasmo, la partecipazione, il coinvolgimento, l’allegria degli Andoresi che hanno collaborato con l’Amministrazione alla realizzazione dell’evento e il folto Pubblico ci spronano a continuare a parlare in dialetto, a raccontare di sapori, di DECO e delle feste di un tempo che avevano al centro la tradizione locale.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Quindi l’appuntamento è ad altre “Storie”, all’Andora in Festa e al ricordo del Pioniere del Turismo, Lino Giusto.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-81" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-43.jpg"  width="800" height="600" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto per gentile concessione Margherita Muratore</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><hr><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">RICORDANDO LE FESTE DI ANDORA</b></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">Fantasia Andorese e le sagre locali di un tempo</b></div><div data-line-height="1.5"><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Il primo incontro dell’ottava edizione di “Storie Andoresi” si è svolto venerdì &nbsp;&nbsp;22 marzo 2024 a Palazzo Tagliaferro. Si tratta di un ciclo di tre incontri nel ricordo di Lino Giusto, a cui l’Amministrazione Comunale intitolerà, a breve, il Parco Giochi di Molino Nuovo.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Durante il pomeriggio, abbiamo ripercorso, con il numeroso pubblico presente in sala, l’opera di tanti volontari che, coadiuvati anche dall’Azienda di Soggiorno, avevano ideato e realizzato manifestazioni che rimangono nella storia della promozione turistica del nostro Paese. È l’Andora delle Feste dagli Anni Sessanta agli Anni Novanta.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Ricordiamo quanto ci aveva raccontato, qualche tempo prima, Giuseppe Cavassa, direttore dell’Azienda di Soggiorno. Verso il 1966/67 era nata l’Associazione PRO LOCO, il cui Presidente era il dott. M. Ambrogio, veterinario comunale. La Pro Loco organizzava la “Festa del Cundiun di Conna” e una sagra che si chiamava “I Pesci di Rollo”. Nel 1972, dopo pratiche burocratiche molto complesse, Andora poté contare sulla presenza dell’AZIENDA DI SOGGIORNO (Ente Pubblico Non Economico). L’Ente aveva un Presidente, un Direttore e un Consiglio formato da 10 membri, che, sostanzialmente, rappresentavano le varie categorie economiche. I Presidenti che si alternarono furono: Roberto Risso, Carlo Pallavicini e Guido Gagliolo. Oltre a continuare a organizzare gli eventi gastronomici di Conna e di Rollo, erano state promosse altre manifestazioni: l’esibizione di Gruppi Folkloristi, la partecipazione a un Concorso Nazionale di musica il cui premio di 10 milioni di lire era stato dato in beneficenza all’Avis e alla Croce Bianca, la presenza di un Carro andorese a “Sanremo in Fiore”, musica al Castello in collaborazione con il “Festival internazionale di Musica da Camera” di Cervo (per due anni). In seguito a una normativa nazionale, le Aziende di Soggiorno vennero soppresse<span class="cf4"> </span>e istituite le APT<span class="cf4"> </span>(Azienda di Promozione Turistica).<span class="cf4"> </span>Ad Andora cessò la sua attività il 30/12/1991 e subentrò l’APT di Alassio. Dal 2014 si è ricostituita la PRO LOCO.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Il ricordo del passato è continuato con <b>FANTASIA ANDORESE</b>. A fine estate del 1982 Lino Giusto ideò una festa che serviva per “allungare” la stagione turistica: <b>FANTASIA ANDORESE</b>. Nell’ultima settimana di agosto, a partire dal 1982 sino al 1989, si svolgeva una manifestazione di straordinario successo, una <b>sagra folcloristica e gastronomica</b> presso il Parco INAM (ora Parco delle Farfalle), con lo schieramento di numerosi stand gastronomici (ricchi di piatti tipici), espositori di artigianato ligure (di ottima qualità), varie bande folkloristiche, musiche e balli che attiravano molte presenze e celebrava la fine dell’estate. L’evento era pubblicizzato con manifesti cittadini, locandine affisse in tutte le vetrine degli esercizi commerciali, e la distribuzione di opuscoli che riportavano informazioni e pubblicità degli sponsor che partecipavano, in ogni forma, all’organizzazione e realizzazione della festa.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Una nutrita delegazione di Conna ci ha parlato della famosa <b>“FESTA DEL</b> <b>CUNDIUN”</b>. La sagra era nata nel <b>1967 </b>nei prati di Conna<b>. </b>In un articolo<b> </b>di stampa dell’epoca si legge: “Le donne di Conna hanno permesso la riuscita della <b>Festa del Cundiun </b>cui ha preso parte un numero veramente grande di turisti che hanno voluto assaggiare il tipico e ben conosciuto piatto locale”. In una foto che scorre sullo schermo, si vede il dott. M. Ambrosio, veterinario comunale, Presidente della Pro Loco, circondato da alcune volontarie che avevano preparato la specialità. La manifestazione si è svolta sino all’estate del 1990. Dopo tanti anni di interruzione, è ripartita nel 2014, grazie agli abitanti del posto. Oggi, oltre al “cundiun”, si possono degustare anche altri piatti della tradizione culinaria locale.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">La presidentessa del Comitato Santa Rita, Marilena Pastorino ci ha raccontato che Lino Giusto lavorò per l’ulteriore sviluppo della famosa e storica <b>FESTA DI SANTA</b> <b>RITA </b>che si svolge il 22 maggio, con celebrazione eucaristica e benedizione delle rose al mattino, nella piazzetta gremita e iniziative varie al pomeriggio, culminanti a sera con specialità locali, tra cui i famosi “Muscoli”. La preparazione di questo piatto aveva preso il via dalle cucine della trattoria di famiglia “Gli Amici”, oggi importante struttura alberghiera, con più di cento anni di attività.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Un altro importante evento ricordato è stato la <b>FESTA DELLA BIRRA</b>. Nata nel 1995, si svolgeva a fine luglio ed era organizzata dai ragazzi del<b>l’Andora Alcolica</b>, paladini del divertimento tra fine millennio e nuovo millennio. Nel Parco delle Farfalle, per quattro giorni, le persone potevano trascorrere la serata ascoltando musica, ballando sotto un maestoso impianto luci, assaggiando lo zucchero filato oppure cibandosi nello stand gastronomico allestito dall’Andora Calcio. Si trattava di una manifestazione per tutti, per tutte le età, per tutti quelli che si volevano divertire, ed erano molti, vista l’affluenza di gente. &nbsp;Tra i vari ospiti ricordiamo: Rocky Roberts, Little Tony, Bobby Solo…</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Molta attenzione era posta anche alla valorizzazione dell’entroterra. L’assessore Monica Risso ci ha parlato della <b>SAGRA DU MICHETIN</b> che si svolgeva nello sferisterio “Don Dagnino” di San Bartolomeo, in occasione del Santo Patrono, il 24 agosto, e serviva per sponsorizzare l’attività sportiva della squadra locale di Pallapugno. &nbsp;La Festa era una “Agape sul campo”. Tra i vari piatti tipici della nostra cucina, il posto d’onore spettava al famoso <b>“pan frito”,</b> preparato con un impasto speciale e fatto friggere, al momento, in una grande padella</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Nel pomeriggio è emerso un altro ricordo. La località Mezzacqua ospita, dal 1991, una sagra di fine estate (<b>SAGRA DELL’ORTU</b>) finalizzata ad accogliere fondi per ristrutturare la chiesetta che sorge sulla sponda del ruscello, la Cappella dell’Immacolata Concezione. Questa sagra si è inserita, con successo, negli appuntamenti del calendario estivo, grazie alla genuinità del cibo legato alla tradizione ligure e al fatto che ci si siede comodamente a tavola, serviti come se fosse un ristorante all’aperto.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-82" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-45.jpg"  width="800" height="518" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><hr><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">LE FESTE DEVOTE</b></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><b class="fs14lh1-5">Dal Presepe Vivente di Duomo alla Passione di Castello</b></b></div><div><b><br></b></div><div><span class="fs14lh1-5"><span class="cf5">È stato un appuntamento decisamente coinvolgente quello di “Storie Andoresi” di venerdì 5 aprile 2024.</span><br></span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf5">Era il secondo appuntamento dell’ottava edizione della Rassegna, quella che celebra l’Andora delle Feste e delle Manifestazioni laiche e religiose del passato.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf5">Tra le varie persone invitate, c’era Elio Lunghi, in qualità di Presidente del “Gruppo Alpini Val Merula”, a testimoniare i ricordi dei vari eventi e la sua costante partecipazione.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf5">Emozionante il suo intervento sulle Feste votive di Rollo, i suoi ricordi di bambino di una straordinaria infiorata che collegava tutte le zone della borgata.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf5">Ha raccontato i valori appresi negli Alpini, patrimonio morale e culturale anche per i giovani, applicati quotidianamente nella vita di tutti i giorni e portati avanti nella sua oltre quarantennale appartenenza al gruppo.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf5">Ha parlato del suo impegno nel volontariato e della collaborazione con il gruppo della ”Protezione Civile”.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf5">Non avrebbe immaginato che, a conclusione delle sue testimonianze, il Sindaco, dott. Mauro Demichelis, gli consegnasse le CHIAVI DI ANDORA!</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf5">Una premiazione a sorpresa!</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf5">Il sindaco, attribuendo il massimo riconoscimento che il Comune dà agli andoresi che si sono distinti per il loro operato, ha voluto evidenziare l’impegno e la passione di Elio Lunghi al servizio della Comunità, con la sua opera silenziosa ma estremamente efficace.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf5">A Palazzo Tagliaferro, nella sala consigliare affollata di cittadini, è stato un pomeriggio di emozioni e commozione, con tanti applausi tributati &nbsp;a Elio.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 cf5">Erano presenti, oltre al Sindaco, l’Assessore alla Cultura - Maria Teresa Nasi, l’Assessore alle Politiche Sociali - Monica Risso, il Consigliere delegato allo Sport - Ilario Simonetta, il Comandante dell’Aeronautica - Tenente Colonnello Giovanni Chimienti, un’altra “Chiave di Andora” e autore del sito “andoraneltempo.it” - Mario Vassallo, la Presidente del Comitato Santa Rita - Marilena Pastorino, la Presidente della Croce Bianca - Sara Bombardieri, il Presidente della Protezione Civile - Alberto Petrucco, &nbsp;le signore Giò, Miriam, Giovanna (Laboratorio di composizione dei fiori), Silvia Tosi, Barbara Alberigo e Christine Hamm (Pro Loco), la signora Nella Piccardo, il fotografo Piero Dagati …</span></div><div><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs14lh1-5"><span class="cf5">La targa riporta la seguente motivazione: “</span><i><span class="cf5">Chiavi di Andora a Elio Lunghi per la sua attiva e proficua azione nella Comunità Andorese a sostegno del mondo del volontariato. Per l’opera, quale Presidente del Gruppo Alpini Val Merula, a favore della tutela delle tradizioni e del territorio fra le giovani generazioni anche in collaborazione con la Protezione Civile Andora</span></i><span class="cf5">”.</span></span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-83" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-47.jpg"  width="799" height="450" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><hr><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">ANDORA GOLIARDICA</b></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><b class="fs14lh1-5">Carnevali, carri, calendari e Connastock</b></b></div><div><b><br></b></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-84" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Storie-Andoresi-48.jpg"  width="799" height="450" /><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><span class="fs14lh1-5">Ancora un appuntamento divertente quello di “Storie Andoresi” del 19 aprile 2024 a Palazzo Tagliaferro! &nbsp;Era il terzo appuntamento dell’ottava edizione della Rassegna, quella che ha celebrato l’Andora goliardica del passato (Carnevali, Carri fioriti, Calendari Perazzi e Connastock). È stato un viaggio nei ricordi dei protagonisti con la partecipazione musicale di Nando Rizzo. Gli assessori Maria Teresa Nasi e Monica Risso sono riusciti a raccogliere molto materiale consegnato dai cittadini.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Il pomeriggio si è aperto con la proiezione dei CALENDARI PERAZZI, presentati e “raccontati” da Giorgio Perazzi che, con altri “protagonisti” degli scatti, era presente in sala. &nbsp;A metà Anni Novanta Nabucco Squarzoni, noto a tutti come Naby, ebbe l’idea goliardica di realizzare il “Calendario Perazzi”, intitolato al simpatico gommista andorese, sulla falsariga del ben più noto Calendario Pirelli. &nbsp;Al posto, però, delle stupende super pagate topo models, ecco comparire 12 personaggi conosciuti da tutti gli andoresi, immortalati in pose “tipiche” che rispecchiano la loro personalità o che fanno riferimento alle diverse professioni. Tutti hanno indubbiamente dimostrato di possedere un notevole senso dell’humor e una grande fotogenia. Si sono prestati a pose ironiche e divertenti (un calendario si chiamava "Nudi per l'Africa" a favore di una missione). Al di là dei sorrisi che volevano strappare, si trattava di calendari molto curati, con foto di alta qualità che ebbero molto successo. Una particolarità: erano calendari che partivano dal mese di agosto, per coinvolgere anche i turisti estivi in un anno di risate.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Nando Rizzo, che ha eseguito molti brani dal vivo, ha ricordato la sua partecipazione a <b>Connastock,</b> una manifestazione organizzata dall’Associazione <b>Andora Alcolica, </b>durata<b> </b>un po’ di anni (metà Anni Novanta) e che si svolgeva sulle alture di Conna, in mezzo ai boschi. Si trattava di una maratona musicale di 24 ore con i migliori gruppi che si alternavano a suonare. Tanto successo ebbe fra i giovani, di cui sono state proiettate le immagini grazie alle foto di Flavio Denegri, fra gli ideatori dell'evento.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Uno spazio importante hanno avuto anche le foto dei <b>carri mascherati</b> nei vari CARNEVALI andoresi (sia <b>invernali </b>che <b>estivi</b>). Si partecipava anche alle sfilate in località vicine, quali ad esempio <b>Loano. </b>Per tre anni<b> </b>Andora si è vestita di <b>fiori </b>a<b> Sanremo </b>nella celebre manifestazione in cui, ogni anno, viene prescelto un tema e su esso vengono allestiti dei carri allegorici, attraverso l’uso di fiori multi colorati. A “Sanremo in fiore” del 2003 grande successo<b> </b>aveva riscosso<b> il </b>carro andorese, classificandosi al secondo posto. In quel periodo la fantasia non mancava certo! &nbsp;Per molti anni, un gruppo di volontari, “capitanati” da Lino Giusto e formato da vari andoresi, soprattutto contadini e albergatori molto disponibili, aveva portato avanti, con il contributo dell’Assessorato al Turismo, singolari iniziative di sponsorizzazione della nostra città. Si partiva in allegria e, con spirito goliardico, si prendeva parte a sfilate, in cui si lanciavano <b>mazzetti di mimosa </b>e, qualche volta anche<b> </b>di<b><i> </i>basilico</b>, legati con una brochure promozionale di Andora (con i numeri di telefono degli alberghi e degli stabilimenti balneari). Le mete erano: <b>Bergamo (</b>soprattutto), <b>Milano,</b> <b>La Versa, Pavia, Sestrière</b>. Coinvolgente era stata anche la partecipazione alla <b>Battaglia delle Arance</b> di Ivrea. Certamente un’ottima pubblicità per far conoscere Andora!</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Fra i protagonisti delle trasferte anche Nella Piccardo, in prima fila nelle sfilate o preziosa presenza in cucina per le manifestazioni gastronomiche!</span></div><div><span class="fs14lh1-5">In sala, grazie a Annamaria Maccaboni, è stata esposta una selezione dei costumi indossati nei carnevali, realizzati con grande cura dalla signora Lina, con l'aiuto delle signore Carletta e Adriana. Ogni costume corredato dalle foto dell'evento e naturalmente dai tanti racconti dei protagonisti presenti in sala. Come sempre forte il ricordo di chi ha contribuito e magari oggi non c'è più.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">“Storie Andoresi” è un doveroso tributo ai ricordi, alla nostra cultura popolare locale che conquista Palazzo Tagliaferro e raccoglie il testimone di chi si è tanto impegnato nel passato per Andora e a cui siamo legati e grati.</span></div><div><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 27 Dec 2025 21:47:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Chiavi di Andora]]></title>
			<author><![CDATA[Maria Teresa Nasi]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Eventi"><![CDATA[Eventi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000004B"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Chiavi-di-Andora---Tabella-riassuntiva---Copia.jpg"  width="850" height="1081" /><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><hr></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs16lh1-5">RICCARDO GAGLIOLO - 2014</b></div> &nbsp;<div data-text-align="center" class="imTACenter"><br> <!--[if !supportLineBreakNewLine]--><img class="image-1" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Chiavi-di-Andora-1.jpg"  width="521" height="600" /><br> <!--[endif]--></div> &nbsp;<div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto fonte IVG.IT - Copia da profili social</span><br></div> &nbsp;<div><br> <!--[endif]--></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il primo a ricevere simbolicamente le chiavi dal sindaco Mauro Demichelis, il 25 giugno 2014, è stato RICCARDO GAGLIOLO, calciatore del Carpi FC 1909, serie B, che ha mosso i passi sui campi da calcio proprio nella nostra cittadina, dove vive la famiglia, vestendo la maglia dell’Andora Calcio. Non è solo l’Amministrazione di Andora, ma è l’intera collettività che lo premia.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Alla consegna del riconoscimento erano presenti, oltre all’assessore allo Sport del Comune di Andora Paolo Rossi, anche Angelo Vaccarezza al suo primo impegno pubblico come Commissario della Provincia di Savona e Marco Bertolino, presidente dell’Andora Calcio.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Riccardo Gagliolo ha donato al sindaco la maglia con cui gioca nel Carpi FC e ha ringraziato tutta la comunità di Andora per il tifo ed il sostegno.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’assessore Rossi ha ricordato come l’atleta sia un esempio importante per i giovani perché ha messo a frutto il suo talento ed è riuscito a realizzare i suoi sogni lavorando molto, superando ogni difficoltà.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il sindaco Demichelis ha sottolineato come Gagliolo sia uno sportivo straordinario, una persona che si distingue per il comportamento corretto sia in campo che nella vita.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il commissario Angelo Vaccarezza ha plaudito all’impegno dell’amministrazione Demichelis in favore dello sport ed ha consegnato a Riccardo Gagliolo un riconoscimento da parte della Provincia di Savona.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A distanza di sei anni da quel riconoscimento, siamo orgogliosi di Riccardo che continua ad essere un atleta ai massimi livelli e gli auguriamo la lunga e fortunata carriera che merita.</span></div> &nbsp;<div><br></div> &nbsp;<div><br></div><div><hr></div><div><br> <!--[if !supportLineBreakNewLine]--><br> <!--[endif]--></div> &nbsp;<div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs16lh1-5">ALDO CAZZULLO - 2015</b></div> &nbsp;<div><br></div> &nbsp;<div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Chiavi-di-Andora-3.jpg"  width="450" height="326" /><br> <!--[if !supportLineBreakNewLine]--><br> <!--[endif]--></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Domenica 8 novembre 2015, alle ore 16, presso Palazzo Tagliaferro il sindaco Mauro Demichelis ha consegnato le CHIAVI DI ANDORA al giornalista ALDO CAZZULLO, con queste motivazioni: “Inviato speciale ed editorialista di saggi di grande successo, ha raccontato i grandi eventi della nostra epoca, ha pubblicato libri dedicati alla storia e all'identità italiana ed ha dimostrato di apprezzare Andora ed il suo territorio”.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Questo riconoscimento si chiama ANDORA PREMIA. Reca la riproduzione della chiave della Chiesa dei SS Giacomo e Filippo, edificio bellissimo simbolo del nostro paese che sorge nel suo nucleo più antico.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ha spiegato Demichelis: “Alla base del riconoscimento c’è la stima per un giornalista di grande caratura. Un inviato che ha raccontato importanti eventi della nostra epoca ed uno scrittore di successo che, con i suoi libri, ha ricostruito la storia italiana e l’identità della nostra nazione, attraverso un lavoro di ricerca che ha portato alla luce anche le storie di tanti eroi poco conosciuti che si sono sacrificati per i valori in cui credevano. &nbsp;Ha capito la bellezza della nostra Andora paese dove ha acquistato una casa per soggiornavi con la famiglia nei momenti di relax. Mi piace pensare che magari, davanti al nostro mare, abbia corretto qualcuno dei suoi interessanti e bei libri perché è spesso nei luoghi dove si ci trova bene che nascono le idee o si fa chiarezza su un progetto di ricerca accurata come quella che sta alla base, ad esempio, di un libro come “Possa il mio sangue servire” che lei ci ha fatto l’onore di presentare quest’estate nei Giardini di Palazzo Tagliaferro.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">All’incontro è intervenuto il prof. Franco Quaglieni, Direttore del Centro Pannunzio e Presidente della Società Italiana di Storia Contemporanea, che ha intervistato Aldo Cazzullo.</span></div> &nbsp;<div><br> <!--[if !supportLineBreakNewLine]--><br> <!--[endif]--></div> &nbsp;<div><!--[if gte vml 1]><v:shape &nbsp;id="Immagine_x0020_39" o:spid="_x0000_i1040" type="#_x0000_t75" style='width:482.25pt; &nbsp;height:270.75pt;visibility:visible;mso-wrap-style:square'> &nbsp;<v:imagedata src="file:///C:/Users/mv/AppData/Local/Temp/msohtmlclip1/01/clip_image004.jpg" &nbsp;&nbsp;o:title=""/> </v:shape><![endif]--><!--[if !vml]--><!--[endif]--><hr> <!--[if !supportLineBreakNewLine]--><br> <!--[endif]--></div> &nbsp;<div><span class="fs10lh1-5"> </span><br></div> &nbsp;<div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs16lh1-5">MARIA GANDOLFO ALBERTI - 2017</b></div> &nbsp;<div data-text-align="center" class="imTACenter"><br> <!--[if !supportLineBreakNewLine]--><img class="image-3" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Chiavi-di-Andora-5.jpg"  width="600" height="542" /><br> <!--[endif]--></div> &nbsp;<div><br></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">MARIA GANDOLFO ALBERTI è l’andorese a cui il sindaco Mauro Demichelis ha consegnato il riconoscimento LE CHIAVI DI ANDORA, riservato ai residenti che si siano distinti per il loro impegno a favore della collettività.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La cerimonia si è svolta a Palazzo Tagliaferro, sabato 28 gennaio 2017, alle ore 16.00, nell’ambito della manifestazione che premia gli studenti meritevoli di Andora.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Un incontro fra generazioni che ha voluto offrire agli studenti la possibilità di conoscere ed apprezzare una concittadina che si è distinta per l’amore verso la Borgata Castello, dove ha vissuto fin da giovane e di cui è divenuta una sorta di custode dei monumenti.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Maria Gandolfo, ultranovantenne, più conosciuta come la signora Alberti di Castello, è la custode della grande chiave della bellissima chiesa romanico-gotica dei SS Giacomo e Filippo che ha aperto per sessant’anni, in occasione di eventi culturali, cerimonie religiose e che, grazie alla sua disponibilità, è stata visitabile dai turisti.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il Sindaco Mauro Demichelis, consegnandole le chiavi, ha spiegato: “Il riconoscimento che le assegniamo porta in effige proprio le chiavi del monumento. Malgrado l’età, percorre ancora con energia la strada antica che, dalla sua casa vicina al Paraxo, porta alla chiesa, per aprirla ai visitatori. Andora le è grata per questo e per il sostegno sempre dato a manifestazioni storiche come l’Estate Musicale Andorese. Maria Alberti è uno straordinario esempio per i ragazzi perché insegna come l’amore disinteressato sia la risorsa più importante per una comunità e che si può fare molto per promuovere la conoscenza delle bellezze artistiche locali”.</span></div> &nbsp;<div><br> <!--[if !supportLineBreakNewLine]--><br> <!--[endif]--></div> &nbsp;<div><!--[if gte vml 1]><v:shape &nbsp;id="Immagine_x0020_37" o:spid="_x0000_i1038" type="#_x0000_t75" style='width:450pt; &nbsp;height:366.75pt;visibility:visible;mso-wrap-style:square'> &nbsp;<v:imagedata src="file:///C:/Users/mv/AppData/Local/Temp/msohtmlclip1/01/clip_image007.jpg" &nbsp;&nbsp;o:title=""/> </v:shape><![endif]--><!--[if !vml]--><!--[endif]--><hr> <!--[if !supportLineBreakNewLine]--><br> <!--[endif]--></div> &nbsp;<div><br></div> &nbsp;<div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs16lh1-5">MIRKO CELESTINO - 2018</b></div> &nbsp;<div data-text-align="center" class="imTACenter"><br> <!--[if !supportLineBreakNewLine]--><img class="image-4" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Chiavi-di-Andora-9.jpg"  width="769" height="600" /><br> <!--[endif]--></div> &nbsp;<div><br></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel Palazzetto dello sport, il 3 febbraio 2018, il sindaco Mauro Demichelis ha consegnato a Mirko Celestino (Commissario Tecnico della Nazionale di Mtb) le CHIAVI DI ANDORA, il riconoscimento riservato a coloro che abbiano contribuito al bene della comunità e portato alto il nome di Andora in Italia e nel Mondo.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Erano presenti alla cerimonia anche il vicepresidente della Regione Liguria Sonia Viale, il vice prefetto Maria Stefania Oriodante ed Enrico Cimaschi, Responsabile Aces Europa Italia Nord Ovest.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Mauro Demichelis ha ripercorso la carriera di Celestino e ricordato il grande affetto che la comunità di Andora ha per lui oltre che le qualità sportive: “Mirko Celestino è un grande campione, un talento dello sport che ha portato alto il nome di Andora in Italia e all’estero, incarnando appieno i valori più importanti dello sport. Una carriera limpida e di successo che ci ha fatto sognare e tifare per lui prima con le sue vittorie e gli ottimi risultati nel ciclismo su strada e poi nella MTB. Mirko Celestino è un vero talento, che ci ricorda i valori veri e i fondamenti dello sport: agonismo, impegno, fatica e nessuna scorciatoia di comodo. Mirko Celestino è l’esempio di sportivo che vogliamo per i nostri figli”.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Mirko Celestino si è commosso per le parole della motivazione lette dal sindaco Demichelis, accompagnate dai convinti applausi del pubblico formato dagli atleti di tutte le Associazioni Sportive di Andora, riunite nel Palazzetto dello sport per l’apertura dell’anno di “ANDORA COMUNE EUROPEO DELLO SPORT 2018”.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Celestino ha voluto condividere il momento con il padre Giulio e ringraziarlo pubblicamente per quanto ha fatto per lui: “A sedici anni ho dovuto lasciare Andora per seguire la mia carriera di ciclistica, ma otto anni fa, sono tornato qui con la famiglia. Sono molto impegnato come Commissario Tecnico della Nazionale, ma coltivo le nuove leve della MTB anche ad Andora con una scuola: i ragazzi possono allenarsi sui nostri bellissimi sentieri, dove in questi giorni ho portato in ritiro la Nazionale AzzurraMTB e di Triathlon Cross e dove mi sono allenato, affinando le mie capacità tecniche. Un patrimonio naturale del nostro entroterra che questo sport contribuisce a tenere in ordine e pulito, anche in occasione delle gare che organizziamo”.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le Associazioni hanno animato un’emozionante passerella sul palco dell’evento insieme ai testimonial Marco Sferrazza, campione paralimpico di MTB, Milena Giannelli, campionessa di sollevamento pesi e Werther Secchi, campione di aquilonismo acrobatico.</span></div> &nbsp;<div><br> <!--[if !supportLineBreakNewLine]--><br> <!--[endif]--></div> &nbsp;<div><!--[if gte vml 1]><v:shape &nbsp;id="Immagine_x0020_33" o:spid="_x0000_i1034" type="#_x0000_t75" style='width:285.75pt; &nbsp;height:450pt;visibility:visible;mso-wrap-style:square'> &nbsp;<v:imagedata src="file:///C:/Users/mv/AppData/Local/Temp/msohtmlclip1/01/clip_image012.jpg" &nbsp;&nbsp;o:title=""/> </v:shape><![endif]--><!--[if !vml]--><!--[endif]--><hr> <!--[if !supportLineBreakNewLine]--><br> <!--[endif]--></div> &nbsp;<div><br></div> &nbsp;<div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">MARIO VASSALLO - 2019</b></div> &nbsp;<div data-text-align="center" class="imTACenter"><br> <!--[if !supportLineBreakNewLine]--><img class="image-5" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Chiavi-di-Andora-11.jpg"  width="750" height="500" /><br> <!--[endif]--></div> &nbsp;<div><br></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Venerdì 13 dicembre 2019, a Palazzo Tagliaferro, al termine dell'appuntamento di Storie Andoresi dedicato alla seconda parte della presentazione del sito www.andoraneltempo.it, tra la sorpresa e commozione generale, Mario Vassallo viene “premiato” con grande entusiasmo dal Sindaco Mauro Demichelis con la consegna delle “CHIAVI DI ANDORA”, relativamente all'iniziativa della realizzazione del sito internet dedicato ad Andora.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il riconoscimento, il più importante attribuito dal Comune, è stato assegnato per l'alto valore della ricerca sulla storia e sulla evoluzione urbanistica di Andora, frutto di anni di lavoro e raccolto nel sito web "Andora nel tempo", perché fosse alla libera consultazione di tutti.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Un lavoro di alto valore tecnico e culturale che il comune ha agevolato aprendo gli archivi storici del Comune.</span><br> <!--[if !supportLineBreakNewLine]--><br> <!--[endif]--></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-6" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Chiavi-di-Andora-12.jpg"  width="852" height="1186" /><br></div><div><br></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il Sindaco Mauro Demichelis, in occasione della consegna del riconoscimento, ha spiegato: “<i>Il sito web ‘<b>Andora nel Tempo’</b> è un dono unico e prezioso alla comunità di Andora. È frutto di due caratteristiche fondamentali di Mario Vassallo: la competenza e il grande amore per Andora. Il lavoro fatto dal geometra Vassallo è unico, utile e prezioso per promuovere la conoscenza del comune di Andora a livello locale, nazionale e internazionale un’opera di ricerca accurata, precisa, sostanziata di atti pubblici e dalla raccolta di un repertorio di documenti, di testimonianze, di fotografie e di disegni unico, oggi facilmente consultabile da tutti a cui da tempo il Comune di Andora ha concesso il Patrocinio</i>”.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La targa consegnata, insieme al vicesindaco Patrizia Lanfredi e all'assessore alla Cultura Maria Teresa Nasi, riporta la motivazione di “<i>Pregevole e accurato lavoro di ricostruzione dell’evoluzione storica e urbanistica di Andora. Un dono alla Comunità e uno strumento unico e prezioso per la promozione del territorio</i>”.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="center" class="imTACenter"><br> <!--[if !supportLineBreakNewLine]--><img class="image-7" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Chiavi-di-Andora-13.jpg"  width="850" height="638" /><br> <!--[endif]--></div> &nbsp;<div><!--[if gte vml 1]><v:shape &nbsp;id="Immagine_x0020_31" o:spid="_x0000_i1032" type="#_x0000_t75" style='width:482.25pt; &nbsp;height:671.25pt;visibility:visible;mso-wrap-style:square'> &nbsp;<v:imagedata src="file:///C:/Users/mv/AppData/Local/Temp/msohtmlclip1/01/clip_image015.jpg" &nbsp;&nbsp;o:title=""/> </v:shape><![endif]--><!--[if !vml]--><!--[endif]--><br> <!--[if !supportLineBreakNewLine]--><br> <!--[endif]--></div> &nbsp;<div><hr> <!--[if !supportLineBreakNewLine]--><br> <!--[endif]--></div> &nbsp;<div><!--[if gte vml 1]><v:shape &nbsp;id="Immagine_x0020_30" o:spid="_x0000_i1031" type="#_x0000_t75" style='width:481.5pt; &nbsp;height:361.5pt;visibility:visible;mso-wrap-style:square'> &nbsp;<v:imagedata src="file:///C:/Users/mv/AppData/Local/Temp/msohtmlclip1/01/clip_image017.jpg" &nbsp;&nbsp;o:title=""/> </v:shape><![endif]--><!--[if !vml]--><!--[endif]--></div> &nbsp;<div><br></div> &nbsp;<div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs16lh1-5">ALESSANDRO AVALLONE - 2021</b></div> &nbsp;<div data-text-align="center" class="imTACenter"><br> <!--[if !supportLineBreakNewLine]--><img class="image-8" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Chiavi-di-Andora-14.jpg"  width="421" height="600" /><br> <!--[endif]--></div> &nbsp;<div><span class="fs10lh1-5"> </span><br></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nei Giardini di Palazzo Tagliaferro, il 25 luglio 2021, il sindaco Mauro Demichelis ha consegnato le<b><i> Chiavi di Andora</i></b> ad <b>ALESSANDRO AVALLONE</b>. E’ la prima volta che un ente pubblico conferisce un riconoscimento istituzionale ad un rappresentante del mondo dell’Esport e del Gaming competitivo.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Negli ultimi decenni, oltre agli sport riconosciuti come tali, hanno preso sempre più piede gli sport elettronici chiamati “Esport”, ovvero competizioni di videogiochi di livello professionistico dove milioni di tifosi accorrono per vedere i loro idoli.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tutto è iniziato a 15 anni, poco più che un ragazzino, qualificandosi primo al campionato italiano: Alessandro vince un titolo e un biglietto per il Sud Corea come rappresentante italiano ai World Cyber Games, riconosciute nel settore come le Olimpiadi dei videogiochi. È l’inizio e la sua possibilità di confrontarsi a livello mondiale in un settore che fa più di 170 miliardi di fatturato.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In questo mondo in fermento, Alessandro Avallone, in arte “Stermy”, ha percorso tutte le tappe sino ad essere più volte campione del mondo, salendo sul gradino più alto del podio di fronte a migliaia di tifosi diventando una delle autorità più conosciute nel settore a livello mondiale. Un pioniere, una persona che è stata capace di affermarsi in un settore dominato da Americani, Asiatici e Nord Europei.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Alessandro Avallone non è solo un campione mondale di <b>videogiochi</b> che ha vinto tutto ciò che si poteva vincere e ha girato il mondo partecipando e vincendo i maggiori tornei del settore, è un personaggio di caratura internazionale, un esempio di talento, determinazione e grande capacità imprenditoriale. Poco più che adolescente, ha compreso le potenzialità del settore dei videogiochi e ne è diventato campione indiscusso a livello mondiale.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Oggi è un imprenditore di successo, cofondatore della società FACEIT, leader a livello mondiale del Gaming competitivo, che vanta una piattaforma con venti milioni di iscritti, dà lavoro a 150 dipendenti e realizza progetti tecnologici innovativi nelle sue sedi di Londra, Los Angeles e recentemente Torino.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Oltre a questo, Alessandro è diventato uno Streamer di successo sulla piattaforma Twitch dove quotidianamente trasmette in diretta le sue prodezze di fronte a migliaia di spettatori.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dopo aver vissuto per anni sulle dorate spiagge di Los Angeles e nella frenetica Londra, Alessandro ha deciso di tornare in Italia, ad Andora, per poter condividere e portare alla ribalta il settore che conosce alla perfezione, quello dei videogiochi.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ha detto Avallone: “<i>Andora per me è importante, qui ci sono molti amici, la mia famiglia e, pur continuando a lavorare all’estero, ho sentito il bisogno di tornare. I tempi sono maturi. Si sta muovendo qualcosa nel modo giusto e credo che si potranno creare le condizioni per dare occasioni professionali anche ai gamer italiani. Io certamente farò la mia parte e condividerò la mia esperienza maturata all’estero e nella mia attività imprenditoriale”.</i></span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ecco la motivazione del premio conferito dal Comune di Andora:</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><i>“Alessandro “Stermy” Avallone, professional gamer, eccellenza italiana nel mondo, primo giocatore professionista italiano di livello internazionale, più volte campione del mondo, pioniere del settore degli Esport, ambasciatore e riconosciuta autorità del Gaming di livello mondiale, si è affermato in una attività dominata dagli Americani, Asiatici e Nord Europei. Cofondatore della società FACEIT, leader a livello mondiale del Gaming competitivo, ha deciso di condividere in Italia la sua esperienza per permettere ai talenti nazionali di fare una carriera professionale in questa nuova economia”</i>.</span></div> &nbsp;<div><br> <!--[if !supportLineBreakNewLine]--><br> <!--[endif]--></div> &nbsp;<div><!--[if gte vml 1]><v:shape &nbsp;id="Immagine_x0020_28" o:spid="_x0000_i1029" type="#_x0000_t75" style='width:481.5pt; &nbsp;height:287.25pt;visibility:visible;mso-wrap-style:square'> &nbsp;<v:imagedata src="file:///C:/Users/mv/AppData/Local/Temp/msohtmlclip1/01/clip_image020.jpg" &nbsp;&nbsp;o:title=""/> </v:shape><![endif]--><!--[if !vml]--><!--[endif]--><hr> <!--[if !supportLineBreakNewLine]--><br> <!--[endif]--></div> &nbsp;<div><br></div> &nbsp;<div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs16lh1-5">LORENZA VALLARINO - 2023</b></div> &nbsp;<div data-text-align="center" class="imTACenter"><br> <!--[if !supportLineBreakNewLine]--><img class="image-9" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Chiavi-di-Andora-16.jpg"  width="800" height="641" /><br> <!--[endif]--></div> &nbsp;<div><span class="fs10lh1-5"> </span><br></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A conclusione di “<i>STORIE ANDORESI…NEL MONDO – AFRICA…È LORENZA VALLARINO</i>”, martedì 20 giugno 2023, il Sindaco di Andora Mauro Demichelis ha premiato, a sorpresa, con le “<b>Chiavi di Andora</b>”, <b>LORENZA VALLARINO</b>.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A Palazzo Tagliaferro, ci sono stati momenti di commozione, guardando le immagini proiettate alle spalle di Lorenza ed ascoltando le sue parole sull’Africa.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nella sala consigliare affollata di cittadini, erano presenti in rappresentanza dell’Amministrazione, il Presidente del Consiglio Comunale, Daniele Martino, l’Assessore alla Cultura, Maria Teresa Nasi e l’assessore alle Politiche Sociali, Monica Risso. In sala anche i parroci Don Emanuele Daniel e Don Stefano Caprile, molti volontari, fra cui quelli della Caritas di Andora, le colleghe della Residenza Val Merula dove Lorenza lavora, con l’animatrice Nives Biancheri che le ha consegnato un affettuoso biglietto disegnato e firmato dagli ospiti.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’Amministrazione, consegnando il massimo riconoscimento che il Comune di Andora attribuisce agli andoresi che si sono distinti per il loro operato, ha voluto evidenziare l’opera silenziosa, ma estremamente efficace portata avanti per venti anni dalla concittadina che, fin da giovanissima, ha deciso di mettersi al servizio volontario in Africa, in Camerun in particolare, con ottimi risultati.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il Mal d’Africa che ha preso Lorenza, ha trasformato la sua fede cristiana in azione concreta.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel dispensario del villaggio di Ngaoundal, organizzato dalle Suore della Carità, lavora tutt’oggi Hilaire che, grazie alle donazioni provenienti da Andora, dalla parrocchia del Cuore Immacolato di Maria, ha potuto laurearsi e diventare infermiera, una professione che in Africa ha compiti molto simili a quelli di un medico. Lorenza Vallarino ha lavorato in prima persona e raccolto donazioni creando un ponte fra Andora e il villaggio africano, fatto non di assistenzialismo, ma sostenendo un percorso che dà alla popolazione i servizi sanitari che lo Stato africano non assicura, ma nel pieno rispetto della loro dignità. Nulla è regalato: le medicine distribuite sono pagate. Le donazioni sostengono un dispensario medico e hanno permesso anche la costruzione di un ospedale da cento posti letto. I fondi che arrivano da Andora permettono di dare istruzione a tanti bambini, contribuiscono a far nascere famiglie con valori cristiani, sostengono gli indigenti che momentaneamente non hanno denaro, ma che pagheranno con il lavoro o quando potranno.</span></div> &nbsp;<div> </div> &nbsp;<div><!--[if gte vml 1]><v:shape &nbsp;id="Immagine_x0020_26" o:spid="_x0000_i1027" type="#_x0000_t75" style='width:481.5pt; &nbsp;height:322.5pt;visibility:visible;mso-wrap-style:square'> &nbsp;<v:imagedata src="file:///C:/Users/mv/AppData/Local/Temp/msohtmlclip1/01/clip_image024.jpg" &nbsp;&nbsp;o:title=""/> </v:shape><![endif]--><!--[if !vml]--><!--[endif]--><br> <!--[if !supportLineBreakNewLine]--><hr> <!--[endif]--></div> &nbsp;<div><br></div><div><br></div> &nbsp;<div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs16lh1-5">ELIO LUNGHI - 2024</b></div> &nbsp;<div data-text-align="center" class="imTACenter"><br> <!--[if !supportLineBreakNewLine]--><img class="image-10" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Chiavi-di-Andora-18.jpg"  width="458" height="600" /><br> <!--[endif]--></div> &nbsp;<div><!--[if gte vml 1]><v:shape &nbsp;id="Immagine_x0020_25" o:spid="_x0000_i1026" type="#_x0000_t75" style='width:343.5pt; &nbsp;height:450pt;visibility:visible;mso-wrap-style:square'> &nbsp;<v:imagedata src="file:///C:/Users/mv/AppData/Local/Temp/msohtmlclip1/01/clip_image026.jpg" &nbsp;&nbsp;o:title=""/> </v:shape><![endif]--><!--[if !vml]--><!--[endif]--><span class="fs10lh1-5"> </span><br></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">È stato un appuntamento decisamente coinvolgente quello di “Storie Andoresi” di venerdì 5 aprile 2024.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Era il secondo appuntamento dell’ottava edizione della Rassegna, quella che celebra l’Andora delle Feste e delle Manifestazioni laiche e religiose del passato.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tra le varie persone invitate, c’era Elio Lunghi, in qualità di Presidente del “Gruppo Alpini Val Merula”, a testimoniare i ricordi dei vari eventi e la sua costante partecipazione.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Emozionante il suo intervento sulle Feste votive di Rollo, i suoi ricordi di bambino di una straordinaria infiorata che collegava tutte le zone della borgata.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ha raccontato i valori appresi negli Alpini, patrimonio morale e culturale anche per i giovani, applicati quotidianamente nella vita di tutti i giorni e portati avanti nella sua oltre quarantennale appartenenza al gruppo.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ha parlato del suo impegno nel volontariato e della collaborazione con il gruppo della “Protezione Civile”.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Non avrebbe immaginato che, a conclusione delle sue testimonianze, il Sindaco, dott. Mauro Demichelis, gli consegnasse le CHIAVI DI ANDORA!</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Una premiazione a sorpresa!</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il sindaco, attribuendo il massimo riconoscimento che il Comune dà agli andoresi che si sono distinti per il loro operato, ha voluto evidenziare l’impegno e la passione di Elio Lunghi al servizio della Comunità, con la sua opera silenziosa ma estremamente efficace.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A Palazzo Tagliaferro, nella sala consigliare affollata di cittadini, è stato un pomeriggio di emozioni e commozione, con tanti applausi tributati a Elio.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Erano presenti, oltre al Sindaco, l’Assessore alla Cultura - Maria Teresa Nasi, l’Assessore alle Politiche Sociali - Monica Risso, il Consigliere delegato allo Sport - Ilario Simonetta, il Comandante dell’Aeronautica - Tenente Colonnello Giovanni Chimienti, un’altra “Chiave di Andora” e autore del sito “andoraneltempo.it” - Mario Vassallo, la Presidente del Comitato Santa Rita - Marilena Pastorino, la Presidente della Croce Bianca - Sara Bombardieri, il Presidente della Protezione Civile - Alberto Petrucco, &nbsp;le signore Giò, Miriam, Giovanna (Laboratorio di composizione dei fiori), Silvia Tosi, Barbara Alberigo e Christine Hamm (Pro Loco), la signora Nella Piccardo, il fotografo Piero Dagati …</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La targa riporta la seguente motivazione: “</span><i class="fs14lh1-5">Chiavi di Andora a Elio Lunghi per la sua attiva e proficua azione nella Comunità Andorese a sostegno del mondo del volontariato. Per l’opera, quale Presidente del Gruppo Alpini Val Merula, a favore della tutela delle tradizioni e del territorio fra le giovani generazioni anche in collaborazione con la Protezione Civile Andora</i><span class="fs14lh1-5">”.</span><br></div> &nbsp;<div data-text-align="center" class="imTACenter"><br> <!--[if !supportLineBreakNewLine]--><img class="image-11" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Chiavi-di-Andora-19.jpg"  width="842" height="474" /><br> <!--[endif]--></div> &nbsp;<div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 27 Dec 2025 21:06:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Antico sarcofago]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000004A"><div class="imTACenter"><img class="image-4" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Antico-sarcofago-4.jpg"  width="851" height="554" /><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dall'estratto "Andora: Sarcofago di tarda età romana" di Nino Lamboglia, pubblicato sul Bollettino della Società Storico - Archeologica Ingauna e Intemelia, A. I, 1934, n. 1 - 2, pp. 66 - 70:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">"<i>Andora. - Il 23 febbraio 1933 - XI, in località Binello presso la Marina d’Andora, sulle ultime pendici occidentali di capo Mele, il colono Giacomo Bottero mise in luce, durante lavori agricoli per l’impianto di una carciofaia, un sarcofago monolitico con coperchio a tettuccio, scavato assai rozzamente in un blocco di conglomerato calcareo finalese.</i></span></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">Esso giaceva alla profondità di circa m. 1,30 dal suolo attuale; il coperchio, la cui estremità superiore era a poco più di 50 cm. di profondità, fu inavvertitamente spezzato all'inizio dello scavo, e solo in parte fu possibile ricomporlo. Dentro il sarcofago erano resti umani appartenenti a diversi individui: si riconobbero avanzi di almeno 6 crani. Altri frammenti ossei furono rinvenuti sparsi nel suolo immediatamente vicino; ciò proverebbe, in relazione col fatto che uno degli angoli del coperchio risulta spezzato per rottura antica, che la tomba era già stata manomessa.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">Il sarcofago, anepigrafe, misura esternamente m. 2 in lunghezza e m. 0.75 in larghezza; l’altezza compreso il coperchio, è di 75 cm. È del tipo (caratterizzato dal coperchio a tettuccio con acroteri agl’angoli e dall’uso della pietra del Finale) già noto attraverso vari altri esemplari della Liguria: sei identici già se ne conservano nel Civico Museo Ingauno ad Albenga; altri ne esistono a Noli, a fianco della chiesa di S. Paragorio; uno si conserva persino alla Spezia, nel Civico Museo. La rozzezza della lavorazione, la destinazione stessa all’interramento riportano ad epoca di decadenza e probabilmente di insicurezza pei resti degli estinti: il V o VI secolo, se non addirittura l’alto medioevo (1 ). In tutti si raccolsero resti umani appartenenti a più individui, sicché pare che la destinazione ad ossario sia originaria, non frutto di posteriore riutilizzazione: anche questa caratteristica riporta ai secoli del profondo medio evo e dell’età paleocristiana.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">Accanto al sarcofago furono raccolti frammenti di vari tegoloni romani a margini rialzati privi di bollo, tra cui due ricomponibili, di embrici ed altri fittili: anche questo materiale appartenente forse ad una tomba manomessa e distrutta.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">Ad eguale profondità e a qualche metro di distanza venne in luce successivamente, durante la prosecuzione dei lavori agricoli, un centurionale di Costanzo Gallo, coniato a SER(dica) (Dacia).</i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><i>Tutto il materiale rinvenuto fu donato dalla proprietaria del fondo Maria Roveraro ved. Craviotto, consenziente la R. Sovraintendenza alle Antichità, al Civico Museo Ingauno di Albenga. Il sarcofago, ridotto in pezzi per l’imperizia di chi lo estrasse dallo scavo e per le peripezie subite prima che venisse deciso il suo trasferimento ad Albenga, fu dovuto ricomporre con molta fatica, non coronata totalmente da successo, a cura della direzione del Museo</i>".</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><hr></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">(1) Per più ampie notizie generali al riguardo cfr. ora il mio studio Per l'archeologia di Albingaunum, in «Coll. Stor. Archeol. d. Lig. Occ.d.», 101), 1934, N. S., vol. I, p.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-5" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Antico-sarcofago-5.jpg"  width="595" height="364" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-7" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Antico-sarcofago-1.jpg"  width="453" height="637" /> &nbsp;&nbsp;<img class="image-8" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Antico-sarcofago-2.jpg"  width="460" height="637" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 23:16:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Sandro Pertini ad Andora]]></title>
			<author><![CDATA[Maria Teresa Nasi e Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Curiosit%C3%A0"><![CDATA[Curiosità]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000049"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><span class="imTAJustify cf1">Il 9 giugno 1976, non ancora Presidente della Repubblica Italiana,</span><span class="imTAJustify cf1"> </span><span class="imTAJustify cf1">Sandro Pertini (*) presenzia ad Andora, presso la sede locale del Partito Socialista Italiano per consegnare un attestato “</span><i class="imTAJustify"><span class="cf1">per i trenta anni di fedeltà all’ideale socialista</span></i><span class="imTAJustify cf1">” all’andorese Nicolò Massa (con la camicia bianca a destra nella foto).</span><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">Trascorre il suo soggiorno andorese ospite dell'Hotel Trieste, condotto da Ruggero Luisi con il quale erano conoscenti dai tempi del periodo partigiano.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Sandro-Pertini-Andora-1.jpg"  width="850" height="537" /><br></div><div data-line-height="1" data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto per gentile concessione Miriam Giordano e Mauro Sandrin</span><br></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><br></div><div data-line-height="1" data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Sandro-Pertini-Andora-2.jpg"  width="599" height="363" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto per gentile concessione Miriam Giordano e Mauro Sandrin</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><hr><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"><b>SANDRO PERTINI</b><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sandro Pertini, settimo Presidente della Repubblica Italiana, nacque a Stella San Giovanni (SV) nel 1896.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dopo essersi laureato in giurisprudenza e scienze politiche, combatté nella prima guerra mondiale e, alla fine del conflitto, nel 1918, si iscrisse al Partito Socialista. Con l’avvento del fascismo, subì varie condanne e, nel 1926, fu costretto a espatriare in Francia. Rientrò l’anno dopo, fu arrestato e scontò 15 anni tra carcere e confino, venendo liberato nel 1943. &nbsp;</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Prese parte attiva alla Resistenza: combatté a Roma l’8 settembre 1943, a Firenze nel luglio 1944, fu tra gli organizzatori dell’insurrezione dell’aprile del 1945. Fu segretario del PSI dall’aprile al dicembre del 1943 e direttore dell’”Avanti” negli anni 1945/46 e 1950/52. Nel 1953 gli fu conferita la medaglia d’oro per la sua attività partigiana. Sulla sua attività antifascista scrisse “Sei condanne, due evasioni” (1970).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Eletto alla costituente, senatore di diritto nel 1948, fu sempre rieletto deputato nelle legislature successive e, dal 1968 al 1976, fu Presidente della Camera dei Deputati. &nbsp;</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Pertini tornò alla ribalta della scena politica nell’estate del 1978, dopo le dimissioni di Leone dalla Presidenza della Repubblica. Dopo lunghe e laboriose trattative per la scelta del successore, e numerose votazioni senza esito, la sua figura apparve la sola in grado di raccogliere il consenso di tutte le forze della maggioranza governativa. L’8 luglio 1978 venne eletto Presidente della Repubblica, con l’appoggio di tutti i partiti (tranne il Movimento Sociale e Democrazia Nazionale); ottenne 832 voti su 995, maggioranza fino ad allora mai raggiunta nelle lezioni presidenziali. &nbsp;&nbsp;</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf2">Nel periodo della sua permanenza al Quirinale, Pertini contribuì a fare della figura del presidente della Repubblica l'emblema dell'unità del popolo italiano. La sua statura morale contribuì al riavvicinamento dei cittadini alle istituzioni, in un momento difficile e costellato di avvenimenti delittuosi come quello degli anni di piombo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf2">La sua costante presenza nei momenti cruciali della vita pubblica italiana, nelle situazioni piacevoli come nei momenti difficili, è stata probabilmente uno dei motivi della sua grande popolarità. Spesso è stato definito come il "presidente più amato dagli italiani" ricordato per l'amore verso l'Italia, per il suo carisma, per il suo modo di fare schietto e ironico, per l'onestà, per l'amore verso i bambini e per aver inaugurato un nuovo modo di rapportarsi con i cittadini, con uno stile diretto e amichevole.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><span class="cf2">Al termine del mandato presidenziale (1985) divenne, come previsto dalla Costituzione,</span><span class="cf2"> </span>senatore a vita di diritto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Morì a Roma il 24 febbraio 1990.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><hr><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il 17 gennaio 2012, la Giunta Comunale andorese intitola a Sandro Pertini l'omonima piazza, che in seguito sarà indicata come via Sandro Pertini, nelle vicinanze della sede della locale Croce Bianca.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Con la Delibera di Consiglio Comunale n. 24 del 30 marzo 2026, in occasione del 130° anniversario della nascita, viene conferita la cittadinanza onoraria alla memoria di Alessandro (Sandro) Pertini, emerito della Camera dei Deputati e Presidente della Repubblica Italiana, quale riconoscimento del suo straordinario contributo alla democrazia, alla libertà e alla dignità della Repubblica italiana.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La motivazione:</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">“CONSIDERATO che l’anno in corso segna il 130° anniversario della nascita di Sandro Pertini, avvenuta il 25 settembre 1896 a Stella, in provincia di Savona, e che tale ricorrenza &nbsp;rappresenta &nbsp;un’occasione &nbsp;di &nbsp;alto &nbsp;valore &nbsp;civile &nbsp;per &nbsp;ricordare &nbsp;una &nbsp;delle personalità più autorevoli della storia repubblicana; </span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">EVIDENZIATO &nbsp;che, &nbsp;nonostante &nbsp;gli &nbsp;alti &nbsp;incarichi &nbsp;ricoperti &nbsp;a &nbsp;livello &nbsp;nazionale, Sandro &nbsp;Pertini &nbsp;ha &nbsp;sempre &nbsp;conservato &nbsp;un &nbsp;legame &nbsp;saldo &nbsp;con &nbsp;la &nbsp;Provincia &nbsp;di &nbsp;Savona, riconoscendo nella sua terra d’origine un punto fermo della propria identità ligure; </span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">RICONOSCIUTO l’alto valore simbolico della sua figura: partigiano indomito, perseguitato &nbsp;politico &nbsp;durante &nbsp;il &nbsp;regime &nbsp;fascista, &nbsp;Padre &nbsp;Costituente &nbsp;e, &nbsp;infine, &nbsp;settimo Presidente della Repubblica, capace di ricucire il rapporto tra cittadini e istituzioni con </span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">la sua schiettezza e umanità; </span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">RILEVATO &nbsp;che &nbsp;Sandro &nbsp;Pertini &nbsp;ha &nbsp;rappresentato, &nbsp;nel &nbsp;corso &nbsp;della &nbsp;sua &nbsp;vita, &nbsp;un esempio &nbsp;di &nbsp;coerenza &nbsp;morale, &nbsp;di &nbsp;integrità &nbsp;personale &nbsp;e &nbsp;di &nbsp;dedizione &nbsp;assoluta &nbsp;al &nbsp;bene comune, &nbsp;incarnando &nbsp;un &nbsp;modello &nbsp;di &nbsp;impegno &nbsp;civile &nbsp;che &nbsp;continua &nbsp;a &nbsp;essere &nbsp;punto &nbsp;di riferimento per le istituzioni democratiche; </span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">RIBADITO che l’eredità morale di Sandro Pertini, fondata sui principi di libertà, giustizia &nbsp;sociale &nbsp;e &nbsp;democrazia, &nbsp;costituisce &nbsp;ancora &nbsp;oggi &nbsp;un &nbsp;riferimento &nbsp;per &nbsp;l’intera nazione e un patrimonio ideale da trasmettere alle future generazioni; </span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">RICHIAMATA &nbsp;la &nbsp;delibera &nbsp;di &nbsp;Giunta &nbsp;Comunale &nbsp;n. &nbsp;10 &nbsp;del &nbsp;17.01.2012 &nbsp;con &nbsp;la quale il Comune di Andora ha intitolato una nuova via e una nuova Piazza a Sandro Pertini, riconoscendone già allora l’alto valore simbolico e civile; </span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">RITENUTO &nbsp;che &nbsp;il &nbsp;conferimento &nbsp;della &nbsp;Cittadinanza &nbsp;Onoraria &nbsp;alla &nbsp;memoria rappresenti un atto di riconoscenza verso una figura che ha incarnato i valori più alti della Repubblica e che continua a ispirare l’impegno civico e istituzionale”.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 22:04:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Naufragio dell'Andora II]]></title>
			<author><![CDATA[Autori Vari]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Curiosit%C3%A0"><![CDATA[Curiosità]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000048"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Varata nel 1920, l’Andora II, con le sue 788 tonnellate, rappresentava l’estremo sforzo dell’armamento velico locale per sopravvivere alla ormai spietata concorrenza del vapore. &nbsp;Armoniosa nelle sue linee e munita di motori ausiliari era un solido bastimento oceanico.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Apparteneva all’avvocato Massabò e al signor Quaglia.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Primo e unico Capitano fu Angelo Vassallo che avrebbe dovuto chiudere con quell’imbarco una lunga e prestigiosa carriera velica.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Secondo di bordo era il “patrone” Gerolamo Acquarone; l’equipaggio era formato da ventun persone, delle quali otto di Porto Maurizio.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’Andora II terminò l’allestimento a Porto Maurizio da dove partì il 21 aprile 1921 per Santo Domingo con un carico di rotaie che sarebbero dovute servire al trasporto del mogano, legno pregiato che all’epoca ancora si trovava nei boschi dell’isola.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il veliero vi giunse con una traversata di 59 giorni, avendo trovato tempi maneggevoli.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ma il destino dell’ultimo grande veliero portorino era segnato.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A Santo Domingo, fra il taglio e il trasporto del legno, trascorsero ben quattro mesi. Durante quella permanenza, un ciclone investì l’isola e il veliero ancorato in un fiume finì su di un banco con le ancore sotto la chiglia, riportando gravissimi danni.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il secondo con sei marinai, tra i quali Battista Massabò (“Scialotto”), che erano rimasti in rada a bordo di un pontone vennero salvati coraggiosamente dal capitano Vassallo che uscì con una draga a trarre a salvamento i pericolanti.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tamponate alla meglio le falle e con solo metà del mogano previsto (non si riuscì a recuperare tutto il carico), il veliero ripartì per Londra, ma il viaggio fu tormentato dalla continua ed estenuante lotta alle vie d’acqua nello scafo.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Un turno di due marinai era sempre alle pompe; inoltre, l’Andora II venne investito dalla coda di un uragano che fece vivere al bastimento una notte di tregenda.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ben venti persone cercarono di salvare il barile di trinchetto 1, mentre capitan Vassallo dirigeva la manovra al timone.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il bastimento faticava ad avanzare per i venti contrari. Dopo tre mesi di navigazione i viveri erano quasi terminati, a eccezione di alcune casse di fagioli col “biccio” mentre l’acqua era scarsa.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si poggiò a Plymouth per caricare provviste e da quel porto si raggiunse Londra a rimorchio. Le stive, caricate solo parzialmente, erano piene di acqua e parte del carico galleggiava. Solo la lunghezza dei tronchi aveva salvato la nave durante l’uragano. A Londra, provato da tante traversie, gran parte dell’equipaggio sbarcò.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Insomma, il viaggio si era rivelato un disastro anche per gli armatori, che a Londra vendettero il malconcio bastimento.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dopo altri tre mesi di sosta, l’Andora II prese il mare con un carico di ferro, ma il 25 marzo 1922 si incendiò misteriosamente venti miglia a ponente di Gibilterra e fu abbandonata dall’equipaggio che la sera del 26 raggiunse la costa con le lance di salvataggio.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La lotta contro le fiamme era stata breve, nonostante il valoroso tentativo di domarle da parte dell’equipaggio e in particolar modo del nostromo Michele Martini (“Nasiccio”).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il veliero affondò al largo dello Stretto, dopo essere andato alla deriva per qualche ora.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Davvero un tragico destino per una storia finita troppo presto!</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 22:00:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Relitto del "Ravenna"]]></title>
			<author><![CDATA[Antonello Degola]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Curiosit%C3%A0"><![CDATA[Curiosità]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000047"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Era un mercantile costruito nei cantieri navali di Sestri Ponente nel 1901, lungo 110 metri, largo 13,28, alto 8,33, armato con due cannoni 76/40 Amstrong; aveva una stazza lorda di 4 250 tonnellate, netta di 2690 tonnellate, macchina motore a triplice espansione di 4000 cavalli, velocità di crociera di 13 nodi.<br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il Ravenna veniva utilizzato come piroscafo postale lungo la rotta Genova-Buenos Aires.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il 4 aprile del 1917 alle 9,30 del mattino, di ritorno dall’ennesimo viaggio in Sudamerica, mentre era in navigazione verso nord, vicino a Capo Mele, di fronte alla chiesetta della Madonna delle Penne, fu affondato da un siluro lanciato dal sottomarino tedesco U-52.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Colpito a poppa vicino alle stive, il piroscafo, invaso dall’acqua entrata dallo squarcio, si alzò verso il cielo e, raggiunta la posizione verticale, si inabissò velocemente.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nonostante l’affondamento fosse rapidissimo, vi furono poche vittime, sia perché la costa era vicina, sia perché i pescatori di Andora, Laigueglia e Alassio portarono aiuto ai naufraghi: le vittime furono solo sei, cinque passeggeri e un marinaio.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il relitto del Ravenna, visibile in condizioni meteo marine ottimali, si può vedere a occhio nudo dalle imbarcazioni; è alla profondità di 80 metri circa, leggermente inclinato sul fianco sinistro.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La parte centrale della nave, nonostante i quasi cento anni in balia delle correnti, è ancora in buono stato.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Immergendosi, si nota lo squarcio provocato dal siluro e, verso prua, i danni causati dalle mine elettriche usate dai palombari della So.Ri.Ma. della nave Rostro, che nel 1930 recuperarono i 60 000 quintali di lana greggia e i 31 000 quintali di sego, carbone e macchinari agricoli che costituivano il carico del Ravenna.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Qualche vecchio esperto pescatore di Andora e Laigueglia pare che riuscisse a calare le nasse per i gronghi e le aragoste addirittura dentro i boccaporti del relitto.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 21:57:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Antiche cartografie]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia_e_territorio"><![CDATA[Storia e territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000046"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La TABULA PEUTINGERIANA è una copia del XII-XIII secolo di un'antica carta romana che mostra le vie militari dell'Impero romano.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"> </div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">È conservata presso la Hofbibliothek di Vienna (in Austria) e per ciò è detta anche Codex Vindobonensis.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"> </div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ne esiste anche una copia in bianco e nero negli archivi della cartothèque de l'IGN, a Parigi ed un'altra riproduzione è conservata presso il museo sotterraneo dell'Arena di Pola in Istria. La sua datazione e la sua provenienza sono incerte.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"> </div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Porta il nome dell'umanista e antichista Konrad Peutinger che la ereditò dal suo amico Konrad Celtes, bibliotecario dell'imperatore Massimiliano I; Peutinger avrebbe voluto pubblicare la carta, ma morì prima.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"> </div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel 2007 è stata inserita dall'UNESCO nel Registro della Memoria del mondo.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"> </div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La Tavola è composta da 11 pergamene riunite in una striscia di 680 x 33 centimetri. Mostra 200.000 km di strade e la posizione di città, mari, fiumi, foreste, catene montuose. Non è una proiezione cartografica, quindi non permette una rappresentazione realistica dei paesaggi né delle distanze, ma non era questa l'intenzione di chi l'aveva concepita. La carta va piuttosto considerata come una rappresentazione topologica, una sorta di diagramma come quello di una metropolitana, che permetteva di muoversi facilmente da un punto ad un altro e di conoscere le distanze fra le tappe, ma non offriva una rappresentazione fedele della realtà.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"> </div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La Tabula è probabilmente basata sulla carta del mondo preparata da Marco Vipsanio Agrippa (64 a.C. - 12 a.C.), amico e genero dell'imperatore Augusto e, tra l'altro, costruttore del primo Pantheon, in seguito ricostruito da Adriano nel 123. Si pensa che la sua redazione fosse finalizzata ad illustrare il cursus publicus (cioè la rete viaria pubblica sulla quale si svolgeva il traffico dell'impero, dotata di stazioni di posta e servizi a distanze regolari, che era stata appunto riordinata da Augusto). Dopo la morte dell'imperatore, la carta fu incisa nel marmo e posta sotto il Porticus Vipsaniæ, non lontano dall'Ara Pacis, lungo la Via Flaminia.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"> </div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"> </div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La Tabula mostra tutto l'Impero romano, il Vicino Oriente e l'India, indicando il Gange e Sri Lanka (Insula Taprobane). Vi è menzionata anche la Cina.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"> </div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"> </div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Vi sono indicate circa 555 città e altre 3.500 particolarità geografiche, come i fari e i santuari importanti, spesso illustrati da una piccola figura. Le città sono rappresentate da due case, le città sede dell'Impero - Roma, Costantinopoli, Antiochia - sono segnalate da un medaglione. Vi sono inoltre indicate le distanze, sia pure con minore o maggior precisione.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"> </div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il primo foglio rappresenta l'est delle Isole britanniche, i Paesi Bassi, il Belgio, una parte della Francia e l'ovest del Marocco. L'assenza della penisola iberica lascia supporre che un dodicesimo foglio, oggi mancante, rappresentasse la Spagna, il Portogallo e la parte occidentale delle isole britanniche.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"> </div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La Tabula fu infine stampata nel 1591 ad Anversa con il nome di Fragmenta tabulæ antiquæ dal famoso editore Johannes Moretus.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"> </div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il manoscritto è generalmente datato al XIII secolo. Sarebbe opera di un anonimo monaco copista di Colmar, che avrebbe riprodotto verso il 1265 un documento più antico.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"> </div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Per quanto attiene a talune specifiche indicazioni, l'originale deve essere posteriore al 328, perché mostra la città di Costantinopoli, che fu fondata in quell'anno; mentre per altre (come ad esempio nella Pars IV - Liguria di Levante) potrebbe essere antecedente al 109 a.C. data di costruzione della Via Emilia Scauri, che non vi è indicata.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"> </div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"> </div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Non è neppure indicato il collegamento viario tra Pisa e Luni, considerando che tale tratto appare occupato dalle Fosse Papiriane (le estese paludi che occupavano l'attuale Versilia indicate come Fossis Papirianis).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"> </div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Evidentemente la Tabula, all'origine, doveva essere stata costruita "per blocchi" di osservazione e non doveva essere più stata aggiornata. Infatti, ad ulteriore esempio, mostra le città di Oplontis e Pompei, che non furono più ricostruite dopo l'eruzione del Vesuvio nel 79 fino all'epoca moderna. D'altra parte, vi sono indicate alcune città della Germania inferiore che furono distrutte e abbandonate dopo il V secolo.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 21:54:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Chiesa parrocchiale di San Matteo a Laigueglia]]></title>
			<author><![CDATA[Felice Schivo e Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia_e_territorio"><![CDATA[Storia e territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000045"><div class="imTACenter"><img class="image-17" src="https://www.andoraneltempo.it/images/San-Matteo-Laigueglia-1.jpg"  width="450" height="600" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto per gentile concessione Felice Schivo</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si dice che sul sito della attuale chiesa ne sorgesse una molto antica dal IV secolo, dedicata a San Matteo.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel 1531 San Matteo, grazie a papa Clemente VII, divenne parrocchia, staccandosi dalla Chiesa matrice di San Giovanni Battista in Andora.</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-16" src="https://www.andoraneltempo.it/images/San-Matteo-Laigueglia-2.jpg"  width="456" height="600" /><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nella la prima metà del Seicento l'edificio si presentava con un’aula a tre navate, sorrette da colonne in pietra nera, orientato parallelamente al borgo sviluppatosi lungo il litorale.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il coro era a levante e in facciata figurava un portale in pietra nera, con l'immagine di San Matteo, con incisa la data 1616 (presumibilmente riferita ad uno degli interventi di modifica e restauro subìti nel tempo).</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-18" src="https://www.andoraneltempo.it/images/San-Matteo-Laigueglia-3.jpg"  width="338" height="600" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto per gentile concessione Felice Schivo</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Una iscrizione in controfacciata, datata 1565, riportata dal canonico Ambrogio Paneri nel “Giardinello”, pone qualche dubbio sulla effettiva datazione.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Di questa costruzione originaria rimangono solo alcuni elementi di arredo marmoreo.</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-19" src="https://www.andoraneltempo.it/images/San-Matteo-Laigueglia-4.jpg"  width="849" height="549" /><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel 1585, il visitatore apostolico Mons. Nicolo Mascardi, ordinò che il campanile fosse costruito in posizione diversa da quella che occupava, ma non si conosce se tale indicazione sia stata attuata e la veduta secentesca di Laigueglia che compare in calce alla tela inserita nella volta dell'oratorio, presenta a lato della parrocchiale, un campanile a cuspide, come da stile tardo-medioevale.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Alla fine del XVI secolo la chiesa comprendeva l’altare maggiore ed altri tre dedicati a: <i>Compagnia del Rosario</i> (esistente dal 1576), <i>Compagnia del Carmine</i> (esistente dal 1607), <i>Compagnia del Sacramento</i> (esistente dal 1609).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Successivamente, grazie anche alle buone condizioni economiche locali derivanti dai proventi della pesca del corallo, si aggiunsero quelli dedicati a: <i>Crocifisso</i> (1630), <i>Sant’Ireneo martire</i> (1637 - quest’ultimo a seguito dell'arrivo a Roma delle reliquie del santo, trasferite da Gio Francesco Maglione che le donò alla chiesa) e <i>Sant’ Erasmo</i> (patrono della gente di mare).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dal 1715 al 1723 si procede ad una completa ricostruzione dell’edificio parrocchiale in forme barocche: sul sedime di quello antico, sorse un’aula che si allargava al centro con uno spazio ottagonale coperto da volta a cupola, unitamente ad una serie di cappelle aperte nei muri perimetrali.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I lavori iniziarono nel 1715 e terminarono nel 1723.</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-20" src="https://www.andoraneltempo.it/images/San-Matteo-Laigueglia-5.jpg"  width="852" height="626" /><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’architetto, sconosciuto, si ritiene possa essere Antonio Maria Ricca, originario di Lavina (entroterra di Albenga), anche in funzione del fatto che furono due suoi collaboratori, il savonese Girolamo Veneziano detto “<i>il Fontanetta</i>” e Giacomo Filippo Marvaldi da Candeasco, ad effettuare la perizia del nuovo edificio.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nella nuova chiesa, con accesso da est, furono trasferiti gli altari marmorei di <i>San Giacinto</i> e delle <i>Anime del Purgatorio</i>, collocati nelle cappelle del corpo ottagonale.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dal 1754 al 1781 furono realizzati un nuovo presbiterio e un ampio atrio, orientati perpendicolarmente alla chiesa preesistente.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il progetto fu affidato a Gio Domenico Pitto, detto “<i>Baguti</i>”, residente a Genova e suo nipote Giacomo sovrintese al proseguimento dei lavori.</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-21" src="https://www.andoraneltempo.it/images/San-Matteo-Laigueglia-6.jpg"  width="853" height="547" /><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La facciata fiancheggiata dalle due torri campanarie rivolte verso il mare era l’ultima costruzione del paese che i marinai laiguegliesi vedevano quando prendevano il largo e la prima quando ritornavano a casa: un prospetto, a triplo ordine, con due cornicioni orizzontali aggettanti, ornato dagli stucchi neoclassici.</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-22" src="https://www.andoraneltempo.it/images/San-Matteo-Laigueglia-7.jpg"  width="338" height="600" /><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;</span><img class="image-23" src="https://www.andoraneltempo.it/images/San-Matteo-Laigueglia-8.jpg"  width="338" height="600" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto per gentile concessione Felice Schivo</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La planimetria di Laigueglia del cartografo Matteo Vinzoni (<i>Il Dominio della Serenissima Repubblica di Genova in terraferma</i>), datata 1773, documenta che il cantiere aveva preso avvio dal presbiterio.</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-24" src="https://www.andoraneltempo.it/images/San-Matteo-Laigueglia-9.jpg"  width="568" height="907" /><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Per la realizzazione di tali opere furono effettuati sbancamenti della collina retrostante si intervenne su atrio, prospetto tra due campanili con coronamento a bulbo disposti a 45 gradi.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Atrio e presbiterio sono coperti da una volta a cupola, con stucchi di fine ‘700.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’altare marmoreo delle <i>Anime del Purgatorio</i> (1784 – 1791) è stato realizzato su progetto dell’architetto Giacomo Pellegrini.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel 1804 la <i>Compagnia di Laigueglia</i> comprò quattro altari di marmo secenteschi (oltre a quattro tele), provenienti dalla chiusura al culto (1798). per decreto della Repubblica Democratica Ligure. della chiesa di San Domenico di Genova.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La chiesa venne consacrata nel 1807.</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-25" src="https://www.andoraneltempo.it/images/San-Matteo-Laigueglia-10.jpg"  width="851" height="536" /><br></div><div class="imTACenter"></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">OPERE E ARREDI</b></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-26" src="https://www.andoraneltempo.it/images/San-Matteo-Laigueglia-11.jpg"  width="568" height="876" /><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">facciata decorata con stucchi di Andrea Adami (1846);<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">intonacatura dei campanili (1848 – 1849);<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">manutenzione e restauro facciata, campanili e consolidamento statico della parte posteriore della chiesa per uno smottamento del terreno (a cura della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici di Genova, 1988 – 1993);</span><br></li></ul></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-27" src="https://www.andoraneltempo.it/images/San-Matteo-Laigueglia-12.jpg"  width="338" height="600" /><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5"> &nbsp;&nbsp;</span><img class="image-28" src="https://www.andoraneltempo.it/images/San-Matteo-Laigueglia-13.jpg"  width="338" height="600" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto per gentile concessione Felice Schivo</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">restauro dei dipinti conservati all’interno della chiesa e nei locali adiacenti;<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">statue nelle nicchie ai lati del portale “<i>La Temperanza</i>” (a sinistra), “<i>La Fortezza</i>” (a destra), e sul fastigio (da sinistra verso destra), “<i>La Giustizia</i>”, “<i>La Fede</i>”, “<i>La Speranza</i>” e “<i>La Sapienza</i>” e sulla sommità l’immagine di <i>San Matteo</i> (Andrea Adami - 1846);<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">stemma in marmi policromi della <i>Comunità di Laigueglia</i> (sopra l’architrave del portale - seconda metà XVIII sec.);<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">aula decorata con motivi rococò, su lesene e capitelli, di forma composita, con fogliami di acanto e teste di Cherubini;<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">statue in stucco dei <i>Padri della Chiesa</i> (nicchie angolari – 1780);<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">acquasantiera in marmo bianco scolpito (1561);<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">busto commemorativo di Stefano Musso (Giovanni Battista Origone – 1847);<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">fonte battesimale in marmo scolpito con medaglione scolpito ad altorilievo con il <i>Battesimo di Cristo</i> (XVI - XVII sec.);<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">busti ottocenteschi di Giacomo Chiappa e Domenico Preve;<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">medaglione mistilineo, affrescato con <i>la Gloria di San Matteo</i> (Tommaso Carrega da Porto Maurizio - XVIII sec.);<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5"><i>cappella di San Giuseppe</i>, con altare in marmi policromi (1736) e tela raffigurante <i>la Morte di San Giuseppe</i> (XVIII sec.);<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5"><i>cappella di Sant’Antonio da Padova</i>, con altare marmoreo secentesco proveniente da San Domenico di Genova e tela col <i>Crocifisso dei Santi Girolamo e Antonio da Padova</i> (XVII sec.);<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">altare delle <i>Anime del Purgatorio</i>, di stile neoclassico in marmi policromi, realizzato a Genova (scultore Andrea Casaregi, 1784 – 1791 – su disegno architetto Giacomo Pellegrini);<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">-pala raffigurante <i>Sant’Anna e la Vergine che intercedono per le Anime Purganti</i> (Giuseppe Paganelli – 1794);<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">ex voto a forma di veliero;</span><br></li></ul></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-29" src="https://www.andoraneltempo.it/images/San-Matteo-Laigueglia-14.jpg"  width="574" height="872" /><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5"><i>cappella di San Giovanni Battista</i>, con altare marmoreo secentesco proveniente da San Domenico di Genova e tela raffigurante <i>il Battesimo di Cristo</i>;<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">statua marmorea settecentesca di <i>Santo Vescovo</i>;<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5"><i>cappella della Madonna</i>, con altare in marmi policromi, con scolpiti sulla cimasa l’immagine del <i>Padre Eterno e angeli</i>, e le <i>Anime del Purgatorio</i> sul paliotto (XVII secolo);<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">altare maggiore nel presbiterio, marmoreo (bottega di Domenico Bocciardo – 1793), con crocifisso ligneo policromo (XVIII sec.);<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">organo (ditta Vegezzi Bossi di Centallo – 1932);<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">ciborio in marmo (proveniente dalla cappella di San Sebastiano);<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">stucco bianco in rilievo, raffigurante <i>la Pentecoste</i> (XVIII sec.);<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">coro ligneo (XVIII – XIX sec.);<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">pulpito in marmi policromi (XVIII secolo);<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5"><i>cappella di Sant’Erasmo</i>, con altare in marmi policromi (XVIII sec.), con sulla cimasa immagini scolpite della <i>Fede</i>, <i>Speranza</i> e <i>Carità</i>;<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">tela con <i>Sant’Erasmo</i> (XVII sec.);<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5"><i>cappella dello Spirito Santo</i>, con altare secentesco, proveniente da San Domenico di Genova;<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">tela con <i>la Pentecoste</i> (Castellino Castello – 1623);</span><br></li></ul></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-30" src="https://www.andoraneltempo.it/images/San-Matteo-Laigueglia-15.jpg"  width="577" height="894" /><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5"><i>cappella del Rosario</i> (era il presbiterio della chiesa nel 1723), con l’altare maggiore originario (XVIII sec.) e l’ancona a timpano spezzato, addossata al muro (XVII sec.);<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">statua della <i>Madonna del Rosario</i> (in marmo, XVII – XVIII sec.);<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">serie dei <i>Misteri del Rosario</i> (XVIII sec.);<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5"><i>Samaritana al pozzo</i> (Benedetto Musso, [Laigueglia, 1835 – 1883] - 1864);<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5"><i>Cristo e l’adultera</i> (Giuseppe Musso, 1809 – 1866, padre di Benedetto);<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5"><i>cappella dell’Assunta</i>, con altare secentesco proveniente dalla cappella Centurione in San Domenico di Genova; pala con <i>l’Assunta e il Santo Raimondo</i> di Peñafort (Bernardo Strozzi detto “il Cappuccino” - Venezia, 1639 – 1642);<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5"><i>cappella di San Giacinto</i>, con altare in marmi policromi (XVII sec.) e tela con <i>San Giacinto davanti alla Vergine</i> (seicentesca e di modesta qualità);<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">in sacrestia, lavabo marmoreo (in sacrestia, XVII sec.), un <i>Crocifisso</i> ligneo quattrocentesco e una <i>Natività</i> (XVIII sec.);<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">statua in argento fuso raffigurante <i>San Matteo e l’angelo</i> (1708 – 1713), dono di Gio Domenico Musso e ammirabile il 21 settembre in occasione della festa patronale.</span><br></li></ul></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-31" src="https://www.andoraneltempo.it/images/San-Matteo-Laigueglia-16.jpg"  width="454" height="708" /><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><hr></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">ORATORIO DI SANTA MARIA MADDALENA</b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sul fianco destro della chiesa parrocchiale, allineato sull’asse degli attuali bracci dell’edificio si trova l’oratorio di Santa Maria Maddalena, dove opera ancora l’omonima confraternita.</span><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’edificio fu costruito tra il 1616 e il 1634, con dimensioni considerevoli rispetto alla parrocchiale originaria, come il <i>Sacro e vago Giardinello</i> riporta “<i>più proportionato à chiesa che ad oratorio</i>”.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si tratta di un’aula rettangolare coperta da volta a botte lunettata, con finestre secentesche in sommità dei muri perimetrali, a cui ne vennero aggiunte altre mistilinee, di forma allungata (XVIII sec.).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Vi si accede dal fianco sud ed il perimetro è caratterizzato dagli stalli lignei, utilizzati dai confratelli.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il settore più antico è costituito dalla panca addossata alla controfacciata, dove sedevano i priori, con intaglio del secondo Settecento.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’oratorio conserva gli elementi del corredo processionale, i lampioni ottocenteschi e un paio di crocifissi, uno dei quali, recentemente restaurato, sembra databile al XVII secolo.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sulla volta la tela con <i>la Gloria di Santa Maria Maddalena</i> risulta interessante per una veduta secentesca di Laigueglia.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il legame tra Confraternita e l’attività della pesca del corallo è testimoniato da due tele, che raffigurano rispettivamente <i>La partenza</i> e <i>L’arrivo</i> della flottiglia delle barche coralline.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel presbiterio sorge un altare marmoreo a colonne tortili (Dionisio Corte – 1671), con pala raffigurante <i>Santa Maria Maddalena penitente</i> (Domenico Piola – 1676).</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 21:38:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Madonna delle Penne]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia_e_territorio"><![CDATA[Storia e territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000044"><div class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Madonna-delle-Penne-1.jpg"  width="815" height="532" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">1930 - Foto per gentile concessione Collezione Privata Marino Vezzaro - Andora</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Questo Santuario mariano è posto sulla sommità di Capo Mele, all’interno del territorio del Comune di Laigueglia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Gli emigranti catalani, pescatori di corallo che si trasferirono nelle locali zone costiere presumibilmente nella seconda metà del ‘600 portarono una statua della Madonna su cui era scritto “Mado de pene”, trafugata negli anni '70 del secolo scorso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel 1773 nella cartografia della Repubblica di Genova redatta da Matteo Vinzoni compare come Santa Maria della Penna e nel corso del tempo il nome sarà adattato nel dialetto locale in Madonna delle Penne.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel Sacro e Vago Giardinello del ‘600 essa non compare relativamente alla Parrocchia di Laigueglia, sebbene esista riferimento in altro contesto legato alla presenza di una cappella presente su Capo Mele in devozione alla Madonna della Neve.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In questo periodo vengono ampliati la parrocchiale di San Matteo ed altri edifici di culto nel territorio laiguegliese e, secondo fonti storiche, i catalani erigerebbero chiesetta sulla preesistente cappella della Madonna della Neve, mantenendosi nel tempo la ricorrenza al 5 agosto, festività della Madonna della Neve.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La chiesa attualmente si presenta come un'unica aula rettangolare a cui in un secondo tempo fu aggiunta una loggia di ricovero per i viandanti, che presentava tre ampie aperture ad arco, le quali per motivi statici sono state molto ridimensionate sino a due piccole porticine di cui una verso monte chiusa e sono state chiuse le due nicchie ed una finestra sulla facciata principale (mantenendone l’indicazione disegnata), nonché quattro piccole finestre in alto sulla facciata a monte.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel 2011, limitrofo alla costruzione, è stato posizionato un busto di San Giovanni Bosco.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La facciata laterale verso mare è caratterizzata dall’affresco della Madonna dai Grandi Occhi, l’ultima immagine che i marinai vedevano prendendo il largo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> Ai piedi della Madonna è rappresentato il villaggio di Laigueglia del 1600 dove si notano il bastione del Cavallo, la chiesa di San Matteo (i cui due campanili, sarebbero stati aggiunti circa 150 anni dopo l'affresco originale), il bastione centrale ed il bastione del “Giunchetto” ai piedi di Capo Mele.</span><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Madonna-delle-Penne-2.jpg"  width="829" height="533" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">1953 - Foto per gentile concessione Collezione Privata Marino Vezzaro - Andora</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 21:33:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Geofono]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Curiosit%C3%A0"><![CDATA[Curiosità]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000043"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sul promontorio di Capo Mele, sotto il Sito di Sogno, al fondo di via Trinacria, fronte mare, sopravvivono i resti di un "Geofono".</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il "Geofono" era una struttura militare di controllo per il traffico aereo in tempo di guerra, che era costituito da una sorta di antenna a semiparabola, in movimento rotatorio su asse verticale, la quale permetteva di identificare movimenti aerei in avvicinamento: un'antica forma di "radar".</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ciò che resta è un tozzo basamento in muratura di pietra, in parte circolare, contenuto all'interno di un giardino privato.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 21:30:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Pianta grassa della Pigna]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Curiosit%C3%A0"><![CDATA[Curiosità]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000042"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Pianta-grassa-Pigna-1.jpg"  width="400" height="599" /><span class="imTAJustify fs14lh1-5 ff1"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="imTAJustify fs14lh1-5 ff1"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><span class="imTAJustify">Nel 1989, con la motivazione ufficiale che ormai ammalata da tempo rischiava di poter cadere, viene rimossa la famosa pianta grassa storicamente simbolo della Pigna.</span><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I ricordi delle persone anziane del luogo narrano che fosse stata portata da un navigante andorese in tempi immemori, posata a dimora nel luogo dove riuscì a crescere indisturbata sino alla fine dei suoi giorni.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-4" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Pianta-grassa-Pigna-2.jpg"  width="281" height="413" /> &nbsp;&nbsp;<img class="image-5" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Pianta-grassa-Pigna-3.jpg"  width="617" height="412" /><span class="fs14lh1-5 ff1"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 21:24:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Scoglio delle vedove]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Curiosit%C3%A0"><![CDATA[Curiosità]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000041"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Lo "Scoglio delle vedove" era un tratto di mare tra Capo Mele e l'Isola Gallinara, con fondali coperti da banchi di corallo, dove perirono molti pescatori dediti alla pesca corallina.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel 1720 avvenne il naufragio di 30 barche coralline di Laigueglia ed Alassio, con pochi superstiti e dove trovarono la morte 200 marinai.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le conseguenze di ripetute tempeste nello stesso periodo crearono la distruzione del fondale e la scomparsa dei banchi di corallo.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tra i sopravvissuti del naufragio vi fu il patto di svelare mai il luogo della disgrazia, poichè si trattava del punto più ricco di corallo.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La leggenda tramanda che uno dei marinai sopravvissuti, dopo che fu fatto ubriacare, svelò la posizione del luogo e, forse anche per tale motivo, morì tra atroci sofferenze per le conseguenze di una piaga al ginocchio nell'indifferenza dei suoi concittadini.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 21:22:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Museo rurale e degli antichi mestieri di Testico]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Territorio"><![CDATA[Territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000040"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Museo-Testico-3.jpg"  width="852" height="230" /><span class="imTAJustify fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Il "Museo rurale e degli antichi mestieri" a Testico, poco lontano dalla Chiesa dei Santi Pietro e Paolo</span><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Lorenzo “Renzino” Morotti nasce a Piedimulera (Provincia di Novara, oggi Verbano-Cusio-Ossola) il 24 luglio 1939, da padre fonditore e madre casalinga (che aveva lavorato per poco tempo in fabbrica).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il padre inventò una lega economica che veniva utilizzata per la realizzazione di maniglie e crocefissi delle bare, i cui introiti gli permettono di far frequentare a Renzino l’Istituto Rosmini di Pallanza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La famiglia si trasferisce poi a Laigueglia ed il padre investe nella realizzazione del Villaggio Orizzonte ad Andora, prima del Comm. Selva, che in parte gli subentrerà, e Renzino cresce giocando con il modellino dell’Hotel Sito di Sogno.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Da piccolo, Renzino distribuisce il latte col triciclo, trasportando un bidone da 50 litri: quando consegna il latte alle famiglie più bisognose e con molti figli, spesso aggiunge un misurino oltre la quantità acquistata e poi ricostituisce il volume mancante aggiungendo acqua dalla fontana più vicina.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Successivamente, farà il bagnino ed il pescatore e proprio svolgendo quest’ultima attività, rinuncerà a suonare la chitarra a causa di un incidente con un gronco, che gli staccherà un polpastrello.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Effettua il servizio militare ad Orvieto e poi a Udine, quale caporale nel Genio Pionieri.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si sposa una prima volta ad Alassio e dal primo matrimonio nascono Roberto e Mara, mentre dal secondo matrimonio a Stellanello, nasce Enrico.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Giunge a Stellanello, Località Ciantà a metà degli anni ’80 del Novecento.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Svolge l’attività di autista in una ditta di autotrasporti e successivamente in proprio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ora è pensionato.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-4" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Museo-Testico-2.jpg"  width="852" height="935" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Renzino e il suo "museo dei ricordi"</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Renzino ha sempre avuto la passione per gli oggetti antichi, raccogliendone fin da piccolo e lottando con la mamma che gli gettava via tutti i “ravàtti” che portava a casa e che cercava di tenere di nascosto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Li ammucchiava e custodiva in locali e ruderi di amici e vicini di casa, restaurandoli da solo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Cercava e chiedeva un posto per fare un’esposizione, una sorta di museo, legata a questa sua passione, piacendogli Testico come luogo: in realtà Testico era il luogo dove avrebbe voluto abitare quando trasferitosi in vallata, ma non trovando all’epoca immobili dove risiedere, la scelta abitativa ripiegò su Ciantà, in quanto borgata vicina a Testico.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il proprio gradimento per Testico, lo porta a provare con decisione ad insediare il museo in tale paese, anche se avrebbe già avuto un posto disponibile in centro a Stellanello.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Insiste per Testico ed alla fine trova un locale, poco lontano dalla Chiesa Parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo, in uno dei rustici sottostanti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Gli piace subito e così, in brevissimo tempo, il 29 giugno 2017, nasce il “Museo rurale degli antichi mestieri”, ma per Renzino, semplicemente il “Museo dei ricordi”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Grande appassionato e conoscitore di astrofilia e della Resistenza, si autodefinisce “figlio della Resistenza”, di cui ha vissuto il periodo ed approfondito storia, fatti e ricordi con le testimonianze dei reduci locali.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel museo, di accesso gratuito, tra migliaia di oggetti esposti, accoglie i visitatori con grandissimo entusiasmo e, con le sue parole ed i suoi racconti, ogni oggetto presente prende vita e trasporta il visitatore in usi antichi: aneddoti, tecniche ed accorgimenti, esperienze di vita, espedienti, che facevano parte e trasportano la memoria di fatiche e dedizione della vita quotidiana dei tempi passati.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div></div><a href="https://www.andoraneltempo.it/files/Museo Testico - Versione ridotta.mp4">https://www.andoraneltempo.it/files/Museo Testico - Versione ridotta.mp4</a>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 21:16:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Piana del torrente Merula]]></title>
			<author><![CDATA[Roberto Risso]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Territorio"><![CDATA[Territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000003F"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La piana del Torrente Merula, chiamata Val Merula, più propriamente conosciuta come Valle degli Oleandri: questo appellativo perchè l'alveo del torrente Merula, lungo tutto il suo percorso, era un vivaio interminabile di oleandri, che fioriti da maggio a ottobre con vivaci colori (rossi, bianchi, gialli, rosa, rosa pallido, rosso fuoco) formavano un interminabile curvilineo tappeto variopinto che si si stagliava in modo continuo fino a Stellanello.<br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">l torrente era fiancheggiato dalla strada provinciale non ancora asfaltata, percorrendo la quale si godeva di uno spettacolo naturale irripetibile, “unico al mondo”; il tutto è stato completamente distrutto durante la costruzione degli argini e con seguente pulizia del greto.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Questa particolare circostanza è stata vissuta da chi scrive e da persone anziane ancora viventi che la possono testimoniare e ricordare con nostalgia, versando anche qualche lacrima.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 21:11:00 GMT</pubDate>
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		<item>
			<title><![CDATA[Commercio delle sanguisughe]]></title>
			<author><![CDATA[Antonello Degola]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Civilt%C3%A0_contadina"><![CDATA[Civiltà contadina]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000003E"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Fin verso il 1850 Andora non godeva di buona fama per l’aria insalubre.<br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il torrente Merula, non arginato, straripava durante le piene che seguivano alle piogge invernali, impaludando i campi adiacenti; i venti da Libeccio e da Maestrale, alla foce, impedivano alle acque del Merula di defluire liberamente in mare. Lo scolo difficile faceva sì che l’acqua stagnasse lungamente, producendo le emanazioni e i miasmi e favorendo la proliferazione delle zanzare, con grave pericolo per la salute degli abitanti, che soffrivano quasi tutti di malaria La popolazione era allora dedita alla pastorizia, specie all’allevamento di pecore, e arrotondava i magri introiti facendo commercio di sanguisughe usate nella insufficiente e improbabile medicina del tempo: quasi tutto allora veniva curato con salassi e purganti e la gente moriva più a causa delle cure che delle malattie vere e proprie…</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Questo è il racconto sul “commercio” delle sanguisughe tratto dal libro di Gio Bono Ferrari.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">“L’epoca eroica della vela” stampato a Rapallo nel 1941: “Le donne andoresi, poverette, pur di guadagnare qualcosa anch’esse, scendevano all’alba dai casolari per immergere le gambe nude nell’acqua fredda, onde raccogliere così, a costo del loro povero sangue, le avide sanguisughe che popolavano gli stagni.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Pare che al mattino la caccia fosse più redditizia.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E pare anche che le sanguisughe di Andora fossero assai stimate dagli “speziali”, perché ve ne era sempre una forte domanda.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Certe barche di Alassio chiamate gondole, che facevano il servizio postale dei piccoli paesi sino a Sanremo, approdavano spesso alla Marina per l’incetta delle nere bestiole.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il capobarca suonava a più riprese un grosso corno marino che era il segnale convenuto.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E le donne dei casolari scendevano a basso con l’arbarella di terra ove stavano a riposo le avide mignatte che si vendevano, anzi si barattavano, a dozzina.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il capogondola dava alle donne, in cambio delle sanguisughe della tela “cicagnina”, del filo bianco, dei bottoni e anche del caffè.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Una piccola industria tutta muliebre e nella quale gli uomini non mettevano mai il becco.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Povere donne.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E’ facile immaginare le loro carni doloranti, tutte segnate dai piccoli morsi neri che esse curavano frizionando fortemente con acqua di mare.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Una industria casalinga ma che non spaventava le nostre buone donne di Rollo, di San Bartolomeo e di San Giovanni.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Vi si applicavano si potrebbe dire con amore.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Perché, da quella loro attività, ricavavano, senza così intaccare quei pochi marenghi nascosti nel trave del tetto, tutto l’occorrente per farci l’abito della Prima Comunione o della Cresima, che allora bisognava andare a prendere dal Vescovo di Albenga.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E molte delle nostre nere, ma belle fanciulle, perché Andora fu sempre fiera della bellezza delle sue donne, si facevano allora, a forza di sanguisughe, i corredi da sposa e le future madri potevano ordinare la bianca culla di abete per coloro che sarebbero poi venuti a benedire le piccole casette nascoste fra gli ulivi...”.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 21:09:00 GMT</pubDate>
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			<link>https://www.andoraneltempo.it/blog/?commercio-delle-sanguisughe</link>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Santa Caterina è passata da Andora]]></title>
			<author><![CDATA[Antonello Degola]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Curiosit%C3%A0"><![CDATA[Curiosità]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000003D"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nell’attuale piazza Santa Caterina si trova un mosaico attestante il passaggio di Santa Caterina da Siena durante il suo viaggio di ritorno da Avignone.<br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il mosaico fu commissionato ai maestri fiorentini da un membro della famiglia Pio e collocato su un edificio della piazza dal Comune di Andora.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel mosaico si legge: “Santa Caterina da Siena - Patrona d’Italia (1347-1380) qui passò nell’anno 1376”.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’episodio si iscrive in una fase cruciale della storia della Chiesa, quando la cosiddetta “cattività avignonese” aveva reso orfani del pontefice Roma e i cattolici italiani, lasciando libero campo alle mire del re di Francia.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Soltanto la fede, la tempra d’acciaio, l’abilità diplomatica e al contempo il fervore religioso di Caterina potevano riuscire nell’impresa di far tornare il papa a Roma.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Così, la mattina del 13 febbraio 1376, dopo settant’anni dall’inizio dell’esilio avignonese, Gregorio XI e la sua vasta corte lasciavano il sontuoso Palazzo dei Papi di Avignone e si imbarcavano a Marsiglia.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nello stesso giorno la santa, “pellegrina di pace”, partiva anch’essa dalla città francese e, con la bisaccia a tracolla e il bordone in mano, si incamminava per la via di Tolone, accompagnata da pochi fedeli.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il gruppo viaggiava sia per mare, su barche d’occasione, sia per terra.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Attraversata la costa francese, giungeva in Riviera percorrendo l’antica e tortuosa via Aurelia, all’epoca l’unica via di transito.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Due frati suoi compagni di viaggio testimoniano che, di paese in paese, giungono infine in Andora dove, stremati dalla fatica, si fermano nel luogo che oggi è piazza Santa Caterina.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Qui bevono l’acqua del pozzo, si rifocillano con un po’ di pane, si riposano e quindi riprendono il lungo e duro cammino per Siena.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 21:06:00 GMT</pubDate>
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			<link>https://www.andoraneltempo.it/blog/?santa-caterina-e-passata-da-andora</link>
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		<item>
			<title><![CDATA[Andoresi marinai e agricoltori]]></title>
			<author><![CDATA[Antonello Degola]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia_e_territorio"><![CDATA[Storia e territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000003C"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Andora è stata da sempre fondamentalmente contadina e marinara.<br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel cuore e nella testa degli antichi Andoresi albergarono fortemente due realtà: la terra e il mare.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La terra e il mare non erano per essi solo fonti di sostentamento ma mete ideali di vita per uomini semplici, duri, temerari, quasi dei semidei!</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Cosi descrive i marinai del Ponente ligure il Gio Bono Ferrari, grande conoscitore di navi e di uomini: “Sferzati dai venti, flagellati dalle bufere, arsi dal sole o cotti dai geli, questi uomini, semplici e duri, varcarono gli oceani portando nei più lontani continenti, fra le genti più remote, nei più aspri lidi, con ardua, tenace, silenziosa fatica le sacre insegne della Patria”.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Molti Andoresi si imbarcavano in gioventù sui grandi e piccoli velieri, viaggiando per i mari di tutto il mondo, ma quando sbarcavano e si accasavano diventavano alcuni, pochi, pescatori, e la maggior parte di essi contadini o “terraioli” come li definisce il capitano e scrittore Flavio Serafini nei suoi libri sulla marineria del Ponente ligure.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Questi ex marinai, ora contadini, si dedicavano alla cura dei campi e soprattutto alla olivicoltura.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Allora non vi erano malattie negli uliveti e i raccolti erano abbondanti, l’olio di Andora era rinomato e si vendeva bene: il migliore a 0,85 lire al litro.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Alla marina di Andora sulla destra del Merula, approdavano spesso dei “laut” di Sanremo e dei “layatti” francesi che ne acquistavano dei carichi interi.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Un capitano, nativo di Andora, fu Giulio Giacinto, che navigò tutta la vita sui velieri, trasportando merci e passeggeri in tutto il mondo.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Altro capitano andorese fu Agostino Pagliano, un comandante di ferro, che viaggiò soprattutto nel Pacifico.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Durante uno di quegli interminabili viaggi, due marinai di San Giovanni disertarono al Callao.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dopo molti anni si seppe in paese che essi erano andati a lavorare nelle miniere d’argento dell’alto Perù e che avevano fatto fortuna.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Non ritornarono mai più in patria e non se ne seppe più nulla.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E non ritornò mai più anche un marinaio di Rollo, il cannoniere Giuseppe Garassino della RN “Ettore Fieramosca” che, trovandosi di stanza ad Assab, si offrì volontario per la spedizione del capitano Giulietti di Casteggio, completamente massacrata dai nativi in Dancalia nel maggio del 1881.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 20:57:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Naviganti e marinai]]></title>
			<author><![CDATA[Adriano Ghiglione]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000003B"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ubicata dietro l'abside della chiesa, è l'unica piazza di Rollo dalla quale si ammira per intero il golfo che si estende dalla regione Pigna alla regione Marina e il suo porto.<br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Con questa visione, forse, i nativi di Rollo si appassionavano al mare che in quei tempi non era ancora considerato luogo di piacere e vacanza, tra l'altro non facile da raggiungere, perché per scendere in pianura c'era una sola mulattiera generalmente percorsa a piedi, salvo il caso di trasportare materiale pesante per cui si usava l'unico animale da soma, che godeva di un certo rispetto, ed era mula, (a mu^a).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Rollo aveva una economia basata esclusivamente sulla piantagione di ulivo e di conseguenza la produzione di olio grazie alla esistenza di un frantoio in loco.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La famiglia Tagliaferro era la maggiore a tenere questo commercio, le altre famiglie ovviamente godevano di meno benefici per cui la necessità di trovare lavori altrove e nasce quindi la figura del marinaio o navigante (mainò o navigànte).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il marinaio proveniva esclusivamente da Rollo, la maggior parte delle famiglie ne contava almeno uno.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si ricordano tra questi; i Ghiglione, i Perato, i Vatterone, i Da Broi, i Battistin .............</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Iniziando all'età di 13 anni, si imbarcava a Genova sulle navi a vela, i brigantini a palo, e circumnavigava per tutti i mari, non escluso il fatidico Capo Horn.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A bordo vi erano ben pochi strumenti per la navigazione come bussola, sestante, barometro, e quindi molto era dovuto alle capacità del capitano, che era l'unico a bordo a conoscere perfettamente la rotta da tenere, e dell'equipaggio in perfetto grado di manovrare le vele e la barra del timone.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I viaggi non finivano mai, si partiva ma non si sapeva quando si tornava, e poiché non c'era alcun mezzo di comunicazione, il primo che tornava indietro portava i saluti alla famiglia dell'altro.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La vita di bordo era dura e pericolosa, finito il turno di guardia trascorso in massacrante lavoro, si buttava a dormire tanto stanco da non togliersi i vestiti bagnati fradici per venire magari, poco dopo, richiamato in coperta per improvvise, emergenze perdendo ore di sonno; c'era il rischio dello scorbuto se veniva mangiata solo carne salata e galletta infestata da parassiti ; rischiava la vita quando doveva manovrare le vele gonfie di tempesta, salendo sugli alberi oscillanti e fermo sui pennoni scivolosi, per salvare il veliero e quindi la vita di tutti gli altri a bordo.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Passava mesi e mesi lontano da terra con intorno solo sconfinate distese di cielo e di mare troppo spesso imbronciate quando non burrascose.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Era il marinaio di una volta, appartenente ad una razza scontrosa e fedele, vigorosa e fiera, capace di ogni rinuncia e dedizione, con i suoi riti, i suoi usi, il suo coraggio.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il mare lo conosceva davvero perché viveva e operava a contatto diretto con esso, con i suoi capricci, le sue violenze, le sue bufere con ondate montagnose e dirompenti che salivano in coperta; oppure nelle calme piatte equatoriali senza un filo di vento.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A bordo non vi era alcun presidio sanitario e quindi senza possibilità di cure in caso di malattia, che in certe zone poteva essere la febbre gialla o il beri-beri, dovendo fare i conti con topi, scarafaggi, cimici e perfino con le zanzare.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Grande la fatica fisica, la sofferenza, grandi i pericoli di navigazione condotta in alto mare con rara abilità sulla sola base di calcoli astronomici o stimati, senza possibilità di verifiche offerte sai punti salienti di terra, col solo aiuto del sestante, del prezioso cronometro, di una bussola di dubbia compensazione, del barometro e nulla più.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Un mestiere sorretto da esperienze incredibili, da intuizioni e colpi di fortuna, difficile da capire e riconoscere a questi uomini dai percorsi oceanici più lunghi e sperduti dall'Europa all’Australia, all’Oceania e alle coste occidentali delle Americhe, con l’obbligato passaggio del leggendario Capo Horn, o scapolando il Capo di Buona Speranza o i capi della Nuova Zelanda.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le distese oceaniche erano segnate da regimi di venti regolari permanenti o stagionali, però sconvolti spesso da tempeste e uragani di grande violenza, con mare insidiato inoltre dai ghiacci vaganti.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Un punto cruciale era rappresentato dal passaggio del leggendario Capo Horn, sconvolto da tempeste quasi in continuità per cui quella zona di mare segnava il naufragio di molte navi sfortunate tra quelle che erano obbligate a doppiarlo per passare dall'Atlantico al Pacifico, con equipaggi stremati e bagnati per giorni e giorni dall'acqua gelida che rompeva da tutte le parti.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La vita a bordo seguiva rigorose regole integrate da tradizioni osservate con rigore secondo una gerarchia al vertice della quale stava il capitano la cui autorità era indiscutibile.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L'equipaggio era formato dal nostromo, figura centrica, dal cuoco, dal carpentiere e dal velaio (tutti col grado di sottufficiale, con cabina propria e esenti dai turni di guardia) e infine dai marinai: mozzi giovanissimi, pilotini, nocchieri e gabbieri, tutti affiatati per il governo della nave anche nei momenti di pericolosa navigazione nel mare in tempesta.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Toccando tutte le parti del mondo portavano a casa nuove esperienze, nuove culture, nuovi costumi, nuovi cibi come il “musciame”, condimento costituito da filetto di delfino che veniva appeso ad essiccare, periodicamente irrorato con acqua di mare strofinato con sale.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A Rollo si usava per dare gusto all'insalata di pomodori (u cundiùn).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Prova della loro vita in mare i modellini di navi a vela, appesi al muro, che si possono vedere nella chiesa di Rollo.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Con la comparsa delle prime navi a vapore (i vapùri) questa figura piano piano si esaurisce, sostituita da personale più adatto e preparato alle nuove tecnologie.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 20:54:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Tesoro della Liguria]]></title>
			<author><![CDATA[Antonello Degola]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Civilt%C3%A0_contadina"><![CDATA[Civiltà contadina]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000003A"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Per tutti la Liguria è mare, colline, oleandri, ginestre.<br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E ulivi, tanti ulivi. Arrampicati sulle fasce create in secoli di duro lavoro, gli alberi verdi e argentei presidiano l’entroterra, muovono il paesaggio colorato e assolato dell’estate, quello più freddo e ombroso dell’inverno.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E ovunque, nei paesini e nelle frazioni, nelle città e nei borghi storici, troviamo frantoi familiari e grandi stabilimenti, raffinati negozi ma anche botteghe e addirittura case private dove si vende la maggior ricchezza di questo suolo, l’olio d’oliva.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E ci sembra che sia stato sempre così, dagli inizi della storia: invece, la coltura e la produzione dell’olio sono relativamente recenti nella storia millenaria del pianeta Liguria.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In età preistorica, lo sappiamo, l’aspetto e la vegetazione della nostra regione erano assai diversi da quello attuale e tuttavia già allora si possono intuire le caratteristiche che la renderanno celebre e apprezzata: intendiamo la mitezza del clima e la qualità dei suoi prodotti agricoli, l’olio sopra tutti.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La brevità delle valli, l’altezza contenuta delle montagne, poste a nord, la vicinanza del mare, infatti, sono le cause del clima particolarmente dolce che nei secoli ha dato vita a una dimensione territoriale esclusivamente ed estesamente agricola, dell’ulivo principalmente, ma anche della vite, degli alberi da frutto, degli agrumi e degli ortaggi.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nella numerosissima serie di piccoli nuclei abitati distribuiti sui versanti vallivi, spesso a mezza costa, nelle posizioni meglio esposte al sole e più confortevoli, notiamo la frequente presenza delle “caselle”, indicative di un’attività pastorale e di allevamento in particolare, e di un’attività agricola in generale.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Come sappiamo, l’ambiente naturale prima della costruzione della via Julia Augusta doveva essere ben diverso, ma il tracciato della grande strada consolare e la nascita della relativa e importante “mansio” di Lucus Bormani nella piana di Diano Marina diradarono la vasta e foltissima foresta che da millenni ricopriva tutta la zona e all’interno della quale si celebravano i riti e i commerci degli antichi liguri.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Lì si onorava il dio delle acque e delle sorgenti Borman, e la sua sposa Bormana, che i romani assimilarono ad Apollo e a Diana, alla quale intitolarono addirittura il sito: “Pagus Dianius”.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’opera di disboscamento iniziata dai romani continuò nel Medioevo, prima per la produzione del carbone, poi per la costruzione delle navi per le quali era utilizzato l’ottimo rovere della foresta e, infine, per lasciar posto alla coltura dell’ulivo.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sull’origine e sulla diffusione dell’ulivo in Liguria si dibatte fin dal XVIII secolo da parte di agronomi, storici e letterati; ancora recentemente la questione è stata definita centrale per la storia del paesaggio agrario della regione, proprio a causa della rilevanza che l’olivicoltura e il commercio dell’olio hanno avuto e hanno dal Medioevo ai giorni nostri.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sono state avanzate diverse ipotesi su quando e da chi sia stato introdotto l’ulivo in Liguria e due sono tra le più accreditate.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Secondo studiosi come Bianchi, Navone, Bertolotti, Gallesio, l’ulivo sarebbe stato importato dai crociati di ritorno dalla Terrasanta.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Per altri come Riva, Giordano, Fornara, padre Perico e molti altri storici, soprattutto del Ponente ligure, la pianta sarebbe stata portata qui nel X secolo dai Benedettini esuli dal Nordafrica.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Del resto, ai monaci di San Benedetto vengono attribuite tutte le modifiche e le migliorie in campo agricolo: dai terrazzamenti (le fasce) alla coltura della vite e del castagno, dall’irrigazione alla costruzione dei frantoi.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E ancora: avrebbero creato fucine per la lavorazione del ferro, stabilimenti per la tessitura e per la fabbricazione della carta…</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Come che sia, gli storiografi più antichi e i geografi classici come Strabone escludono che i liguri coltivassero l’ulivo prima, durante e dopo l’occupazione romana.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nei cosiddetti “secoli bui” che seguirono il collasso dell’Impero, a causa dello spopolamento delle campagne, della contrazione demografica nelle città e nel contado, delle incursioni turco-barbaresche, della chiusura delle rotte mediterranee, si verificò una crisi che colpì gran parte dell’Europa e del Mediterraneo, coinvolgendo i mercati, i traffici marittimi e, di riflesso, anche le attività agricole compresa l’olivicoltura.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Soltanto a partire dal X secolo, e sempre su impulso delle comunità monastiche, si crearono condizioni sociopolitiche favorevoli alla ripresa dell’agricoltura in generale e di quella olivicola in particolare.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nello studio dell’olivicoltura ha una notevole importanza Capo Mele, che non è soltanto il punto della costa ligure che maggiormente si prolunga nel mare, costituendo un riferimento imprescindibile per la navigazione, ma è anche un punto di divisione geografica-agronomica.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A occidente del Capo, infatti, viene coltivata la varietà “giuggiolina” detta anche “taggiasca”, che dà un olio fine, squisito, profumato e privo di acidità; a oriente si coltiva invece la “colombina” o “colombaia” che dà un olio meno fragrante e più greve.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dal X secolo in poi la coltura dell’ulivo nel Dianese diventa di importanza primaria, tanto che nel XIV secolo troviamo esenzioni dai dazi per l’olio e negli “Statuti” di Diano del 1363 si citano i “curatores olii”.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">All’inizio del XVI secolo il Giustiniani descrive la valle di Diano come celebre per la bontà e quantità del suo olio.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tre secoli dopo l’olio rappresenta la coltura più importante a ponente di Capo Mele, con una produzione di 370.000 barili, dei quali 40.000 prodotti a Diano e 25.000 a testa a Cervo, Andora e Laigueglia.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’ulivo e l’olio: il vero tesoro della Liguria, allora come oggi.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E, allora come oggi, un tesoro difficile da coltivare in un territorio “verticale” come il nostro, di scarsa estensione, di ardua manutenzione.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A coloro che questo tesoro hanno creato e tenuto in vita nei secoli dedichiamo queste appassionate parole di un grande ligure, il finalese Giovanni Boine, che le scrisse nel 1911:</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">“Terreno avaro, terreno insufficiente su roccia a strapiombo, terreno che franerebbe a valle e che l’uomo tiene su con grand’opera di muraglie e terrazze.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Terrazze e muraglie fin su dove non cominci il bosco, milioni di metri quadri di muro per quindici, per venti chilometri dal mare alla montagna, milioni di metri quadri di muro a secco che chissà da quando, chissà per quanto i nostri padri, pietra per pietra hanno colle loro mani costruito.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Pietra su pietra, con le loro mani, le mani dei nostri padri per secoli e secoli, fin su alla montagna!</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Non ci han lasciato palazzi i nostri padri, non hanno pensato alle chiese, non ci hanno lasciato la gloria delle architetture composte: hanno tenacemente, hanno faticosamente, hanno religiosamente costruito dei muri a secco come templi ciclopici… dal mare fin su alla montagna!</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Muri e terrazze e sulle terrazze gli ulivi contorti, a testimoniare che han vissuto, che hanno voluto, che erano opulenti di volontà e di forza; i muri e le terrazze a testimoniare che han vinto contro la natura la loro battaglia ordinata; gli ulivi contorti a mostrarci la generosità e l’opulenza delle anime loro. Anime piene, anime pingui, anime vive nella loro forma conchiusa, vive di tutti noi che non eravamo ancora e di tutti i padri che già eran vissuti.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Perché gli ulivi!</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Lentissimi a crescere, tardissimi a dare, solo i popoli ricchi li hanno coltivati; solo le generazioni cui altre generazioni han tramandato una ricchezza sicura; solo le razze sicure della sopravvivenza loro, piene della sopravvivenza loro, piene e sicure della perpetuità della loro vita.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E qui i padri han faticato per i figli e i nepoti, ogni generazione visse degli sforzi della generazione passata e lavorò per la generazione veniente […]</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ulivi, uliveti dappertutto. Il prato diventò uliveto, la vigna uliveto, il bosco… faticosamente, dolorosamente, tenacissimamente uliveto.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E l’opera trionfale della razza, di tutta la razza, fu compiuta […] Secoli di stenti, secoli di fede chiusa, colpi di bidente, pietre l’una sull’altra a fatica: pareva avidità di possesso ed era… la coscienza di una razza, la forza di una razza, la sicura religione della razza.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La nostra cattedrale! Gli uliveti folti, boscosi, d’argento per tutto! Avevamo fatto il nostro destino, il destino nostro era ora conchiuso; i padri finalmente avevano fissato il nostro destino.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E noi fummo fra gli ulivi come un popolo antico nella sua cattedrale: ogni speranza era lì, ogni nostra sicurezza era lì, negli ulivi.”</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 18:43:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Strada romana]]></title>
			<author><![CDATA[Laura Carletti]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Territorio"><![CDATA[Territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000039"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il sistema litoraneo dovuto al censore Emilio Scauro (109 d.c.) fu ulteriormente migliorato da Augusto e prolungato da Vado a Ventimiglia e ad Arles con la via Julia Augusta, allo scopo di assicurare la continuità delle comunicazioni tra Italia e Gallia. &nbsp;Il percorso della strada romana attraversava anticamente l'abitato di Rollo: solo pochi anni fa, prima che fosse asfaltata la strada che sale a Rollo costeggiando il cimitero in località Varé, era ancora visibile un bel tratto dell'antico percorso.<br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"> </div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"><b>ATTRAVERSAMENTO DELLA VALLE DI ALBENGA</b></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La via Julia Augusta è ancora ben visibile in alcuni tratti: ad Albenga, dove attraversava il fiume Centa sul ponte a 10 arcate (il Ponte Lungo), che è un esempio tipico della tecnica costruttiva degli ingegneri di Augusto. Un rettilineo (l’attuale viale Pontelungo) congiunge il ponte con la porta nord-orientale della città, fiancheggiato un tempo da tombe e sepolcreti. La via romana entrava in città dalla porta posta all’estremità del Cardo maximus (via Vittorio Emanuele - vicino alla medioevale Porta Molino) e, attraversato il foro, all’incrocio del Cardo col Decumanus (via Roma - via d’Aste), usciva per la Porta d’Arroscia, avviandosi dritta verso il colle S. Martino.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A ponente, sulle colline, esistono ruderi databili con certezza ai primi secoli dell’impero: la romanizzazione nella riviera di ponente determinò lo spostamento dei centri abitati nelle pianure, senza che quelli sulle colline venissero del tutto abbandonati.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sul colle di S. Martino sorgeva l’oppidum Ligure, ben difeso dai Liguri dell’entroterra e dalle incursioni dal mare. A Vadino, nell’insenatura non ancora colmata dal terreno alluvionale, c’era il vadum, la spiaggia per il riparo delle navi.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La via romana sale accanto all’abbazia di S. Martino, nei pressi del Pilone (anticamente un faro o un monumento funebre), mentre il muro romano circolare che affiora per un breve tratto sotto l’abbazia forse apparteneva alla cinta esterna di un teatro.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Presso S. Martino la via Julia Augusta si biforca: una parte prosegue salendo dolcemente verso capo S. Croce, l’altra sale più in alto lungo i crinali posti a semicerchio attorno alla rada di Alassio, verso Capo Mele.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"><b>DA ALBENGA A COLLA MICHERI: LA LITORANEA</b></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La litoranea che da Albenga prosegue verso occidente è rimasta in uso nel medioevo sino alla costruzione della via napoleonica. Lungo di essa sono infatti orientati i ruderi romani.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel territorio alassino la strada seguiva un percorso del tutto indipendente dalle esigenze dell’abitato, e questo ne conferma le origini romane. Ad Alassio la via passava dietro il convento di S. Chiara, poi scendeva nella pianura dietro ai Salesiani, poi andava dritta verso ponente lungo l’attuale linea ferroviaria prima a sud (odierna via Mameli) poi a monte (verso il campo sportivo): lì si divide in due tronchi, uno a monte presso la casa Brea, molto ripido, e l’altro che seguiva la costa.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A Laigueglia in età romana doveva esserci un centro abitato. Un muro romano esisteva infatti presso la cappella della Madonna del Carmine a lato della via (probabilmente un avanzo di villa patrizia). &nbsp;A Laigueglia la via passava accanto alla chiesa di S. Matteo e saliva al valico di Colla Micheri, che immette nella valle di Andora.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"><b>DA ALBENGA A COLLA MICHERI: LA VIA DEI MONTI</b></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La via montana, salendo da S. Martino, giungeva alla Casa Bianca, piegava a mezza costa lungo il versante meridionale del monte Bignone e, valicato il promontorio di S.Croce in regione Pini a 350 metri sul mare, attraversava per lungo tratto con andamento quasi pianeggiante la regione dell’ampio avvallamento naturale detto Cavia.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In seguito si perdono le sue tracce, ma si ipotizza che salisse alla vetta del Tirasso, ove era presumibilmente un turraculum, posto di guardia romano con una guarnigione stanziale, sul quale fu costruito il castrum Tiraculi medioevale.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dopo la cappelletta-ospizio di S. Bernardo, della quale rimangono solo ruderi, al quadrivio formato dalle due vie Tirasso-Colla Micheri e Alassio-Andora S. Pietro, il percorso della via romana riappare con sicurezza sino a Colla Micheri.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"><b>ATTRAVERSAMENTO DELLA VALLE DI ANDORA:</b></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"><b>VERSO DIANO - VIA PASSO CHIAPPA O VIA ROLLO-CERVO</b></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il valico era collegato col ponte di S. Giovanni di Andora, ma qui la strada si biforca ancora: una via prosegue verso Chiappa, l’altra si dirige a sud, verso l’antichissima cappella (oggi scomparsa) di SS. Nazaro e Celso verso Rollo e Cervo: questa via probabilmente preesisteva in epoca ligure. "Gli ingegneri di Augusto dovettero abbandonarla soprattutto perchè, prospettandosi l’opportunità di costruire il ponte a S. Giovanni alquanto discosto dal mare, al di là di quello parve più breve affrontare direttamente la salita alla Chiappa, anzichè riguadagnare subito il lido. Così facendo però essi non avevano calcolato che la salita alla Chiappa risultava assai più scabrosa ed impervia che quella al passo di Colla Micheri; e fu certo questo il principale motivo per cui la litoranea non cadde mai in disuso e, opportunamente collegata col ponte di S. Giovanni, ridiventò, col crescente sviluppo delle comunicazioni rotabili, l’arteria di gran lunga più comoda e più frequentata."</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La via inizia la salita sulla falda di capo Rollo ad una distanza di circa 50 mt dalla stazione ferroviaria di Andora.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"><b>LA VAL MERULA: IL CASTELLO E IL PONTE</b></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il centro del Castello di Andora sorse prima del mille su una preesistente villa romana. In età medioevale nello stesso luogo si localizza il priorato benedettino di S. Martino di Andora, filiazione dell’Abbazia della Gallinara.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La pieve di S. Giovanni Battista è documentata solo nel sec XIII ma è sicuramente di molto anteriore (fu la prima chiesa cristiana della valle, "sovrappostasi ad un pagus romano i cui confini naturali sono segnati dai limiti della Val Merula, aggiuntovi il territorio Laiguegliese, della cui parrocchia S. Giovanni d’Andora è matrice").</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">"Ad Andora doveva sorgere una mutatio, una stazione per il cambio dei cavalli la sosta dei viaggiatori" anche se la fontana medioevale presso la quale passa la strada romana è di origine più tarda. Dalla fontana si scende direttamente al ponte sul Merula. ("Il nome Merula è naturalmente collegato a quello di codesta località (Andora) in tempi lontani irta di meli selvatici, pianta originaria della Liguria." (da qui anche il toponimo Capo Mele)). "E’ tradizione che la fiumana di Andora, al pari di altri torrenti liguri, avesse alla sua foce un porto canale" che si spingeva nell’entroterra (sono stati ritrovati nei pressi del poggio del castello degli antichi anelli per l’ormeggio delle imbarcazioni).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il ponte sul Merula consta di dieci arcate: sette di struttura omogenea, mentre altre tre sono di stile medioevale, più alte, a schiena d’asino. Né le prime né le seconde sono di costruzione romana, sebbene le prime appaiano più antiche. Tracce romane sono da ravvisare nei piedritti che affondano nel letto del fiume con un doppio sperone. Il ponte doveva in origine essere largo un paio di metri, e somiglia in dimensioni e struttura a quello di Albenga, anche nella particolarità dei piedritti estremi ripiegato verso nord.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">"Al di là del ponte di Andora, oltrepassata la parrocchia di S. Giovanni, ha inizio la ripida ascesa al passo della Chiappa, raggiungendo una quota di m. 384; questo percorso può essere fatto in 40 minuti. Delle due vie che parallelamente procedono, occorre scegliere quella a settentrione, rivelandosi l’altra di origine più recente e formata allo scopo di collegare con la Chiappa non S. Giovanni, ma la frazione Confredi alquanto più a sud di questa." La via era larga due-tre metri, e nonostante il pendio ripidissimo è rettilinea, dato caratteristico della costruzione Augustea.</span></div><div><br></div><div></div><div><br></div><div><hr></div><div><br></div><div><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">N.B. Le informazioni sono tratte da articoli di Nino Lamboglia e Tomaso Calsamiglia, reperiti presso la biblioteca dell'Istituto di Studi Liguri di Albenga.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 18:38:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Origine del nome di Rollo]]></title>
			<author><![CDATA[Laura Carletti]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia_e_territorio"><![CDATA[Storia e territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000038"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">DA DOVE VIENE IL TOPONIMO “ROLLO”?<br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’origine del toponimo Rollo ha sempre costituito un mistero. Nella nostra zona Rollo non è un toponimo diffuso e il solo esempio a noi noto è la denominazione di una regione della piana di Albenga, non lontano da Campochiesa.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La Dottoressa Petracco Siccardi dell’Università di Genova affermava che il toponimo potrebbe aver avuto origine dagli esiti del termine latino rota (ruota o nella fattispecie mulino) e al diminutivo rotula/o. Il nome dal latino si è evoluto successivamente in italiano in rodolo &gt; rodlo &gt; rollo.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Questa interpretazione potrebbe trovare ulteriore conferma nell’esistenza di un mulino “Rollo” a Biancavilla, in Sicilia.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E’ quindi probabile che anticamente Rollo fosse conosciuta per la presenza di un mulino, anche se ci riesce difficile pensare che vi fosse all’epoca nella zona un rivo di portata sufficiente a far funzionare il mulino..</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Da questa ricerca iniziale è nata l’idea di tentare altre strade, ad esempio la navigazione su Internet. All’inizio i risultati furono scarsi (o meglio suggestivi ma improbabili: un re Vichingo, molti cognomi nell’Italia meridionale e rotoli di vario tipo). Poi ci siamo addentrati in una serie di siti agricolo/enologici nei quali abbiamo appreso dell’esistenza di un vitigno di nome Rollo, che a quanto pare in alcune zone della Liguria gode ancora di ottima salute mentre invece pare del tutto scomparso dalle nostre parti.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Qui di seguito cercheremo di farvi seguire la strada da noi percorsa per giungere alla nostra interpretazione, che ha integrato notizie storiche, ricordi personali, pagine web e altro ancora. &nbsp;E’ stata una caccia divertente e affascinante, durante la quale abbiamo scoperto molte notizie interessanti.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dall’elenco dei vitigni liguri, stilato dalla regione Liguria, abbiamo appreso dell’esistenza di un vitigno Rollo, citato nelle sue varianti linguistiche: Poterco, Rôle, Rolla, Rollé, Rolle Blanc, Rollo bianco, Rollo genovese, Rollu.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Alcuni termini erano palesemente di origine francese, così abbiamo tentato di indirizzare la ricerca anche in quest’ambito.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Et voilà! Diverse fonti agricolo/enologiche francesi riportavano la definizione del Rolle come sinonimo del vitigno (cépage) Vermentino e ne indicavano la provenienza da Corsica, Provenza, Italia, Liguria.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Traduciamo una citazione: “Il Vermentino, vino dall’aroma fruttato, è diffuso in Liguria, in Corsica, in Sardegna e nel sud della Francia. E’ un vino nervoso, d’una notevole freschezza, la cui originalità viene da uno dei più antichi vitigni del mondo, alcuni dei quali sono stati importati all’epoca dei Focesi (600 a.C.).”</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tra questi vitigni c’è naturalmente il Rolle.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I francesi, narrando la storia dei loro vigneti, affermano che “la fondazione di Marsiglia da parte dei Focesi fa fortemente credere alla partecipazione attiva di questi ultimi nella creazione e nella coltivazione dei vigneti. Essi hanno lasciato d’altra parte un vocabolario relativo ai lavori nella vigna e a loro dobbiamo la potatura dei ceppi di vite, tappa indispensabile per il miglioramento delle uve. Abili commercianti, i Focesi si servirono dei porti marsigliesi per l’esportazione delle anfore, destinate alla conservazione del vino. All’inizio concentrate nei dintorni di Marsiglia, le vigne si estesero verso Cavillon e Avignone” ....e, aggiungiamo noi, Nizza.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tra le zone elettive di coltivazione del Rolle c’è infatti la collina sopra Nizza (Cimiez), per la precisione il vigneto di Bellet: uno dei testi riporta che il vigneto di Bellet è stato piantato proprio dai Focesi nel IV secolo a.C.. Evidentemente siamo sulla strada giusta!</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Riassumo rapidamente le storia dell’avventura dei Focesi, Greci della Ionia, tra i più intraprendenti navigatori e commercianti di tutto il Mediterraneo, nel nostro territorio.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel VIII secolo a.C. i greci cominciarono a spingersi nel mediterraneo occidentale con la volontà di fondare colonie ed espandersi; nel fare ciò furono costretti a confrontarsi con i popoli che già lo occupavano, tra cui i Liguri.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tra il V ed il IV secolo a.C. gli scambi commerciali si intensificarono. I Focesi divennero gli interlocutori privilegiati delle popolazioni autoctone e nel 600 a.C. venne fondata Marsiglia (Massalia), ove i greci insegnarono alle popolazioni locali le tecniche di coltivazione dell’ulivo e della vite. [1]</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I Focesi si posero come intermediari tra popolazioni anelleniche, per cui le loro iniziative (la creazione di spazi istituzionalizzati per il commercio, gli empori) furono all'acme dell'attività commerciale mediterranea greca arcaica. [2]</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tra il 599 a.C. e il 564 a.C.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I Focesi si espansero ulteriormente e fondarono due nuove basi commerciali presso le attuali Nizza e Antibes (allora nella zona vivevano – da Ovest a Est - i Liguri Segobrigi, Vedianzi, Intemeli e Ingauni, quelli della nostra zona). &nbsp;I Focesi si spinsero poi verso le attuali coste italiane.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">564 a.C.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Una nuova spedizione di Focesi, spinta dall'avanzata dell’esercito di Ciro il Grande che stava conquistando la Grecia, abbandonò la patria e dopo varie vicissitudini approdò in Corsica e si attestò ad Alaia (Aléria, sulla costa sud orientale).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tornando a noi, non dimentichiamo che la fondazione della vicina Andora viene fatta risalire anch’essa agli amici Focesi. Cito pubblicazioni locali: “Andora fu fondata infatti intorno all’anno 753 a.C. da commercianti/naviganti che crearono nella rada a ridosso di Capo Mele sino alla foce del Meira (attuale Merula) un approdo di sicuro ancoraggio per lo sbarco del sale proveniente dai giacimenti della Corsica.” e altrove “Pare siano stati i Focesi, nel VII-VIII sec. a.C. a fondare Andora....” &nbsp;In realtà la valle di Andora era già abitata da una tribù di liguri transalpini, che vi conducevano vita pastorale, finchè non vennero a contatto con i Focesi di Marsiglia.[3]</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In realtà i liguri, come testimonia Strabone, producevano già il loro vino, che però Strabone stesso definisce “scarso, resinoso ed aspro”. &nbsp;E’ quasi certo che il contatto con le colonie greche focesi di Marsiglia e Nizza abbia migliorato la capacità di coltivazione della vite. Le prove: ancora oggi, il palo di sostegno della vigna in Liguria si dice carassa, termine derivato dal greco di Marsiglia Karax, cioè “palo da vigna”.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A questo punto, cosa ci vieta di pensare che i Focesi non abbiano introdotto la coltivazione del Rollo, oltre che nel sud della Francia, anche nel nostro territorio?</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Da un documento sui vini liguri leggiamo: “Leggenda vuole che siano i Focesi già fondatori di Marsiglia nel VII secolo a.C., a impiantare sulle colline liguri la vite e dando così inizio ad un'appassionante storia enologica ponentina e levantina. Già nelle cronache romane del periodo imperiale i migliori vini liguri trovano spazio e citazioni.”</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dal momento che il vitigno Rollo è vivo e vegeto in Italia, abbiamo svolto qualche ricerca per stabilire la zona di attuale coltivazione e abbiamo scoperto che Rollo è nome sia dialettale che italiano e si riferisce a una “Cultivar” specifica che può essere acquistata nella zona di Genova e precisamente nella Val Polcevera.</span></div><div><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div><hr></div><div><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[1] Luigi Colli, Ricerche storiche: Liguri, antichi abitanti d’Europa, Associazione Culturale Ligys, Varazze</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[2] Luigi Caliò, “Le vie, i luoghi, i mezzi di scambio e di contatto. Mondo greco, etrusco-italico e romano” in Il Mondo dell'Archeologia, 2002</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[3] Giuseppe Maria Pira, Storia della città e principato di Oneglia dagli indigeni abitanti sino al 1834, Ferrando, Genova, 1847</span></div><div> </div><div><br></div><div><br></div><div><hr></div><div><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il Rollo è un vitigno che compare nella composizione di diversi vini Liguri molto noti, tra i quali Albarola, Coronata, Passito del Golfo del Tigullio, Bianco della Val Polcevera e Vermentino.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In conclusione, se non è questa l’origine del nome Rollo credo che possiamo parlare di stretta parentela: molti ci sembrano infatti gli elementi che potrebbero ricondurne la nascita alla coltivazione in loco di questo vitigno. Tanto più che la zona di Rollo, così ben esposta al sole, ben si presterebbe alla coltivazione della vite.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A quell’epoca il fiume Merula si spingeva per un lungo percorso nell’entroterra ed era navigabile fino quasi alla collina di Castello: agli esperti navigatori Focesi sarà sembrato il luogo ideale per situare il punto di appoggio dei loro traffici marittimi che allora si spingevano fino alla Spagna.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Siamo quasi soddisfatti: la nostra ricerca ha dato frutti interessanti e informazioni inedite sulla storia e la cultura locale, utili per ulteriori approfondimenti.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Un possibile progetto futuro potrebbe riguardare la ricerca e acquisizione di alcuni esemplari del vitigno Rollo in modo tale da poterlo mettere a dimora in qualche terreno del nostro borgo per provare a far rivivere una tradizione sepolta da secoli.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 18:35:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Rollesi emigrati in Canada]]></title>
			<author><![CDATA[Laura Carletti]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Curiosit%C3%A0"><![CDATA[Curiosità]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000037"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Giacomo Bonaventura Stalla (in seguito L’Etoile) nasce nel in 17 Novembre 1718 a Rollo, nella diocesi di Albenga, allora sotto il dominio della repubblica di Genova.<br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Non sappiamo con esattezza la data del suo arrivo in Canada, ma probabilmente nel 1746-1747. . Nonostante le laboriose ricerche intraprese, nessuno è riuscito a scoprire quando e su quale nave l’antenato fosse giunto in Canada.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il nome Stalla venne trascritto nel registro dell’immigrazione come L’Etoile. Nella documentazione dell’immigrazione canadese sono presenti anche Luis Bernier nato nel 1726 e Jacques Bonaventure Bernier, nato nel 1756.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel registro parrocchiale di Notre-Dame de Québec Giacomo è iscritto come « cattolico, figlio di Angelo Maria Stalla e Angelica Maria Berneri [2]. Si sposerà nella basilica di Notre-Dame de Québec il 22 aprile 1748 con Marie-Josephe Amiot, figlia di Charles Amiot e Angélique Métivier.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La coppia si stabilirà a Québec, verosimilmente ai piedi del Cap-Diamant, dove nasceranno 6 dei loro 15 figli. Giacomo svolgeva, a quel tempo, il mestiere di navigatore.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il suo luogo d’origine e molto probabilmente la sua conoscenza della lingua italiana gli valsero il soprannome di « l’Italien ». Molte linee di discendenza hanno conservato questo cognome. &nbsp;</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tra il 1758 e il 1761, la famiglia di Giacomo Bonaventura Stalla deve traslocare sulla riva sud di Québec, a causa della guerra della Conquista da parte degli Inglesi. Ritroviamo la famiglia del nostro antenato successivamente a Saint-Charles-de-Bellechasse, Saint-Étienne-de-Beaumont, Saint-Pierre-de-la-Rivière-du-Sud e a Saint-Roch-des-Aulnaies per finire a Sainte-Anne-de-la-Pocatière nel 1765. Giacomo Bonaventura Stalla fu dapprima navigatore, poi albergatore e agricoltore e morì il 30 gennaio 1777, all’età di 59 anni. &nbsp;</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quattro tra i suoi figli hanno una discendenza nota, ma per gli uomini solo Louis, Bonaventura e Germain sono gli antenati di tutti i L’Etoile, De L’Etoile, L’Italien, Litalien e altre varianti ortografiche del cognome, che vivono in America. La maggioranza di essi sono attualmente stabiliti nella provincia del Québec; tuttavia alcuni di loro vivono in altre province canadesi e molti negli Stati Uniti.</span></div><div><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"><b>L’ASSOCIAZIONE L’ETOILE ET L’ITALIEN</b></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’associazione delle famiglie L’Etoile et L’Italien è stata fondata il 5 aprile 1997 ed è il prodotto delle ricerche condotte da Daniel De L’Etoile dal 1993. Uno degli obiettivi dell’associazione è di riunire tutte le famiglie De L’Etoile, L’Etoile, L’Italien, Litalien e altre varianti dello stesso cognome che discendono dal comune antenato Giacomo Bonaventura Stalla.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’associazione si riuniva annualmente e adottò un suo stemma araldico che recava il motto "Apprends, Comprends, Répand sagement".</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel 1998 si riunirono per festeggiare il 250° anniversario del matrimonio di Giacomo Bonaventura Stalla e Marie Amiot.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel 1999 durante l’annuale incontro è stata benedetta una croce nel luogo scelto come sede dell’associazione, che reca una lapide commemorativa.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Negli anni successivi l’associazione ha organizzato incontri, come quello del 2002 nel quale è stato ricordato il centenario della morte di Joseph de L’Etoile, primo studioso della genealogia delle famiglie che effettuò ricerche sugli antenati in Europa.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’associazione risulta ora chiusa nel 2011. Segretario dell’associazione era Daniel de l’Etoile, che ha curato nel 2002 la pubblicazione di un libro "Rollo, Québec, et la suite -- !" ed. Hagiel, nel quale ha raccolto il risultato delle sue ricerche (purtroppo questo libro è disponibile soltanto &nbsp;in Canada).</span></div><div><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div><hr></div><div><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[*] I contenuti sono in gran parte tratti dal sito web dell’Association des Familles L’Etoile et l’Italien, ora non più disponibile online.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[2] Angelo Maria Stalla (nato il 23 Dicembre 1684) e Angelica Maria Berneri (nata nel 1686), sposati a Rollo (Parrocchia di S.Trinità) il 25/02/1706.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L'immagine dello Stemma dell'Associazione è preso dal sito web dell’Association des Familles L’Etoile et l’Italien, ora non più disponibile online.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 18:30:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Esposto per dissesti alla strada Castello - Colla Micheri]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Curiosit%C3%A0"><![CDATA[Curiosità]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000036"><div><span class="fs14lh1-5">Illustrissimo signor Sindaco,</span></div><div><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs14lh1-5">La strada di Castello la quale serve di comunicazione con Laigueglia ed Alassio agli Andoriani, ed a quelli della valle superiore del Cervo trovasi in più luoghi in cattivo stato, e specialmente nella regione del Borgo di Castello al così detto Pontetto, nella quale attesi gli scoli della sorgente della fontana nuova e principalmente dopo che li Signori Stefano e Domenico Badarò di Laigueglia acquistarono diverse terre in contiguità della stessa e pulirono non soltanto alcuni sbocchi nella medesima, ma eziandio ne praticarono dei nuovi e deviarono anche per mezzo di qualche così detto cordone di pietra il corso delle acque, riesce affatto impraticabile nell’invernale stagione non solamente per l’acqua che vi scorre ma viemaggiormente per il ghiaccio che nei tempi rigidi vi si forma in tutta la larghezza della strada.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Ricorrono pertanto i sottoscritti alla S.V.Il.ma onde voglia prendere quelle misure che crederà del caso e rendere la detta strada praticabile in ogni tempo, come era prima che i detti signori praticassero i lavori anzidetti.</span></div><div><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs14lh1-5">Andora lì, 05 Gennaio 1860.Andora lì, 05 Gennaio 1860.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 18:27:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Fuocatico]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Curiosit%C3%A0"><![CDATA[Curiosità]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000035"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La piana di Andora era, in buona parte, coltivata a oliveto mentre il mercato dell'olio (a basso prezzo) non garantiva un giusto guadagno; per contro i conduttori dei fondi erano tenuti e obbligati a pagare imposte e tasse “fugatico” (focatico o fuocatico) che era molto gravoso.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Gli stessi conduttori dei terreni hanno provveduto a sradicare gli alberi e a vendere la relativa legna a ditte interessate a tale commercio.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La legna, sezionata in misura commerciale veniva trasportata con carri a trazione animale, quindi, caricata in vagoni ferroviari, all'uopo dedicati presso la stazione ferroviaria di Andora.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quale compenso per questo trasporto veniva proposto l'accatastamento dei terreni sui quali erano impiantati gli alberi, in capo ai “trasportatori carrettieri”; nessuno di questi ha accettato la proposta in quanto i terreni (resi gerbidi) comunque sarebbero stati gravati dal “fugatico”.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Non mi è dato sapere ancora come sia avvenuto il passaggio di proprietà (assegnazione in capo ai nuovi conduttori).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si trattava di una tassazione applicata in funzione dell'estensione terriera, gravante sulla conduzione del fondo stesso.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ciò significa che "colpiva" non tanto il proprietario, ma principalmente l'utilizzatore materiale del terreno.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Col taglio della legna, i terreni erano diventati gerbidi, improduttivi, almeno fino alla loro successiva conversione in frutteti, seminativi, orti e conseguentemente i conduttori si sarebbero trovati "impegnati" con terreni privi di produttività, sebbene dovendo continuare a pagare la tassazione in quanto ugualmente conduttori.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A questo punto, i terreni sarebbero stati abbandonati dai conduttori, diventando di fatto soggetti alla sola appartenenza ai proprietari, i quali avrebbero dovuto accollarsi l'intera tassazione.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Per questo motivo i possidenti terrieri tentarono in qualche modo di svincolarsi cedendo e fino a "regalare" i loro appezzamenti a coloro che fino ad allora erano stati i conduttori, i quali però rinunciarono all'acquisizione, poichè ciò avrebbe significato diventare contemporaneamente proprietari e utilizzatori di terreni improduttivi, ma ugualmente tassati.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Non è dato sapere fino a quando fu applicata questa tassazione, di sicura derivazione napoleonica: infatti, non dobbiamo dimenticare che l'interesse di sfruttamento economico di Napoleone sui territori conquistati, portò alla "invenzione" del Catasto, che altro non era (e così è anche attualmente) che una classificazione in funzione della regolamentazione per l'applicazione di valori fiscali (in sostanza per l'applicazione di tasse e imposte).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Questo tipo di tassazione (fugatico), nel tempo cade in disuso (quando, con precisione non lo sappiamo), tramandandoci la sola forma di rapporto economico-fiscale tra proprietario e conduttore, manifestata per lungo tempo con i contratti agricoli di mezzadria e colonia parziaria (quest'ultima poco usata localmente): contratti che prevedevano la regolamentazione dei rapporti di "pagamento" tra proprietario/conduttore e conseguentemente le rispettive incidenze percentuali in quelle che saranno le applicazioni fiscali.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><hr><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Estratto dal Dipartimento delle Finanze:</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">"La legge n. 4513 del 26 luglio 1868 diede facoltà ai comuni di imporre, nei rispettivi territori, la tassa di famiglia o di focatico.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il focatico era un'imposta applicata su ciascun focolare, vale a dire su ciascuna abitazione di un gruppo familiare, o su ciascun fumante, se l'abitazione comprendeva più gruppi familiari.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Erano soggette alla tassa "le famiglie tutte residenti nel comune in ragione delle loro rendite, prelevate le spese di produzione e sottratte le annualità passive, qualunque ne sia l'origine, il moto e il luogo donde provengono".</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L'oggetto del tributo fu individuato nell'agiatezza, per cui la tassa famiglia non costituiva una tassa addizionale a quella sulla ricchezza mobile, né a quella sui fabbricati, né all'imposta prediale, ma si faceva esclusivamente riferimento a tutte quelle circostanze che contribuivano a maggiori o minori agi di una famiglia.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Erano pertanto indici di agiatezza il valore locativo dell'immobile, il lusso della casa, nonché la posizione sociale.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Soltanto un esiguo numero di comuni esentarono dal tributo le famiglie più povere.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La stragrande maggioranza adottò aliquote progressive.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il Testo Unico di riforma della finanza locale, R.D. 14.09.1931, n.1175, entrato in vigore l'1 .1.1932, sostituì l'imposta di famiglia con un'addizionale all'imposta complementare di stato, applicandola però solo alle ultime tre classi demografiche comunali (per i comuni con popolazione inferiore ai 30 mila abitanti).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Gli altri comuni avevano invece la facoltà di istituire il tributo sul valore locativo."</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tale imposta fu abrogata definitivamente dalla riforma tributaria del 1974.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><hr><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In realtà, il "fuocatico" fu inizialmente abolito con regio decreto legge del 30 dicembre 1923, ma le enormi difficoltà che i comuni incontrarono nel trovare risorse compensative, indussero il Governo a reintrodurre temporaneamente la tassazione con la denominazione di "imposta di famiglia" mediante il regio decreto legge del 23 maggio 1924.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il fuocatico è presente come forma di tassazione applicata già in ambito europeo dall'epoca medievale e conosciuto sulla penisola italiana per l'adozione da parte degli angioini già nel XIII secolo.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sostanzialmente il &nbsp;ruolo &nbsp;era &nbsp;composto &nbsp;da &nbsp;tre &nbsp;categorie:</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">- il fuoco, cioè su ogni abitazione famigliare, conteggiati per capofamiglia;</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">- la terra coltivata, &nbsp;classificando i terreni coltivati misurati secondo l'unità di misura vigente nel Comune;</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">- la classe di reddito nella quale era catalogata la famiglia; i contribuenti di condizioni economiche più limitate erano esenti da tale classificazione, la quale risultava una sovrattassa per i più abbienti, originando evasioni ed esenzioni concesse a favore delle famiglie "importanti" o aventi cariche &nbsp;pubbliche &nbsp;di &nbsp;particolare &nbsp;importanza ed il clero.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 18:23:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Gumbi]]></title>
			<author><![CDATA[Roberto Risso]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Civilt%C3%A0_contadina"><![CDATA[Civiltà contadina]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000034"><div class="imTACenter"><img class="image-4" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Gumbi-1_rz05h58s.jpg"  width="853" height="640" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Il mio amico geometra Vassallo Mario, con la complicità di mia figlia Monica, e tenendo presente la mia anzianità e il mio luogo di nascita e di permanente residenza in questo Comune di Andora, mi hanno convinto a fare appello ai miei ricordi ed esperienze del passato per illustrare e descrivere come avveniva materialmente l'estrazione dell'olio dalle olive e quale era l'attività e la funzione dei “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">gumbi</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">”.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-5" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Gumbi-2_bq9sgz0k.jpg"  width="600" height="603" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Acta_Eruditorum_-_IV_idraulica_molino,_1709_–_BEIC_13373207</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Premetto che le olive, nel corso della stagione di maturazione, cioè dalla fine di novembre fino alla fine di marzo (a volte anche aprile), cadono spontaneamente dall'albero direttamente sul nudo terreno, e quindi raccolte periodicamente, a mano, in particolare dalle donne del luogo con l’aiuto delle “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">sciascelline</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">”.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-6" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Gumbi-3_z41w0uwv.jpg"  width="600" height="377" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Le</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">“</span><i><span class="fs12lh1-5">sciascelline</span></i><span class="fs12lh1-5">”</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Sono chiamate “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">sciascelline</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">” le donne, generalmente piuttosto giovani, provenienti, in prevalenza, da località del basso Piemonte - Calizzano, Murialdo, Battifollo, Priola, ecc. ,...- il cui lavoro viene compensato con: vitto e alloggio, denaro e olio da portare a casa propria. Molte “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">sciascelline</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">” si sono sposate felicemente con giovani del luogo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">La raccolta veniva effettuata usando cestini / canestri detti “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">cavagni</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">”, quindi versati in sacchi di iuta che, caricati sulle spalle o sui muli/asini, venivano trasportati a casa e ivi versati in un apposito locale: quando si era formato un bel mucchio, passava il “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">sensale</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">” - persona della zona che conosce i siti delle coltivazioni e le caratteristiche delle piante (taggiasca, mortina, pizzuta, colombara, leccino, etc.), esamina &nbsp;le olive &nbsp;tenendo presente la qualità e la possibile resa in olio - il terreno di provenienza (domestico, selvatico), l'anzianità del raccolto, la conservazione (muffari-scaldamento-umidità) infine ne stabilisce il prezzo alla misura “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">quarta</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Definito il prezzo, passava il frantoiano (acquirente o chi per esso) per provvedere alla misura e all’insaccamento delle olive al fine di trasferirle al proprio frantoio “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">gumbo</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">L’estrazione dell’olio dall’oliva avviene in un opificio all'uopo predisposto e attrezzato che, ancora oggi, viene chiamato “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">gumbo</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">”, è posizionato lungo l'argine di un corso d'acqua, con flusso continuo e abbondante, almeno per il periodo in cui il</span><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">gumbo</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><span class="fs14lh1-5 ff1">deve operare, è sistemato in posizione leggermente rialzata rispetto al greto del corso d'acqua medesimo, il</span><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">gunbo</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><span class="fs14lh1-5 ff1">è operativo esclusivamente con energia prodotta mediante caduta di acqua.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">La “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">presa</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">” dell'acqua avveniva a monte del</span><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">gumbo</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><span class="fs14lh1-5 ff1">e incanalata nella “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">bea</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">” per alimentare, per caduta, la grande ruota detta “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">ruassa</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">” strutturata, nella superficie esterna della circonferenza, con contenitori aperti che si svuotano spontaneamente con il moto rotatorio; la stessa “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">ruassa</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">” tramite albero di trasmissione posto al suo centro e ingranaggi di ferro e/o di legno collegati, trasmettono il moto ai macchinari/attrezzature/impianti operativi del “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">gumbo</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Dette dotazioni, in via principale, consistono e sono formate da:</span></div><div class="imTAJustify"><ol><li><i><span class="fs14lh1-5 ff1">Gramola</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><span class="fs14lh1-5 ff1">- Vasca con macina per frantumazione: la frantumazione deve essere particolarmente assistita e controllata dall’addetto “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">frantoiano</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">” e/o “</span><b><span class="fs14lh1-5 ff1">gumbaiò</span></b><span class="fs14lh1-5 ff1">” il quale deve valutare, in particolare, la velocità dei giri della macina, lo stato di molitura, il surriscaldamento, la mancanza di umidità: tutte circostanze che, se non monitorate, compromettono la resa e la qualità del prodotto “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">olio</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">”.</span><br></li><li><i><span class="fs14lh1-5 ff1">Torchio</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><span class="fs14lh1-5 ff1">(Pressa) - [</span><span class="fs14lh1-5 ff1">vedi foto</span><span class="fs14lh1-5 ff1">] - predisposto per vite di legno o di ferro, azionabile &nbsp;a mano mediante ruota dentellata munita di pioli con possibilità, per ottenere una maggiore pressione, di fare leva con un palo orizzontale “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">stanga</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">” lungo circa 2-3 mt, inserito in apposito alloggio della ruota dentellata; a sua volta collegato, tramite corda, a un girello con pioli, fissato a terra e al soffitto, azionando il quale si imprimere maggiore pressione al torchio. Ultimata l'operazione di gramolatura, l'amalgama viene trasferita, in maniera omogenea in appositi contenitori, fiscoli “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">spurtìn</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">” (filtranti di iuta), sovrapposti l’uno sull’altro in modo da ottenere un perfetto cilindro, che non si deformi durante la pressione, detto “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">drisso</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">” e quindi pressati. Da questa operazione si ottiene un prodotto liquido di un colore scuro indefinibile che viene raccolto per caduta in apposito contenitore. Quivi, come per incanto, naturalmente il detto liquido si separa in due parti: una parte (acqua, morchia, residui) rimane in basso mentre l'altra parte “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">olio</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">” rimane sopra: l'olio viene prelevato e conservato in appositi recipienti, mentre l'altra parte viene smaltita in qualche maniera o incanalata nelle vasche di decantazione.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5 ff1">“</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">Fullo</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><span class="fs14lh1-5 ff1">o</span><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">Frullo</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">” - Vasca con macina leggera per una seconda breve macinazione. Dopo aver ultimato le operazioni di estrazione dell'olio di prima spremitura, mediante torchio/pressa, il prodotto residuo contenuto nei fiscoli, viene trasferito nella vasca “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">fullo</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">”, con l'aggiunta di un po' di acqua, rimacinato per pochi minuti allo scopo di sfoltirlo e “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">rianimarlo”</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">, quindi il tutto viene traferito nella terza vasca per il “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">lavaggio</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">”.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5 ff1">“</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">Lavaggio</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">” - Vasca con rastrelliera, per separare la sansa dalle pelli e morchie con un foro alla base chiudibile mediante uno sportello. Il passaggio dell'amalgama dalla vasca di sfoltimento “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">fullo</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">” a quella contigua di “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">lavaggio</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">” avviene manualmente con una comune pala è una “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">raschietta</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">”. La vasca è a tenuta stagna e dispone di una rastrelliera a pettine che ruota rimescolando il contenuto; un flusso continuo di acqua riempie la vasca: la medesima acqua, che si è intorpidita con la morchia e con le pelli galleggianti, esce da una apertura superiore e convogliata verso le vasche di decantazione (descritte al successivo paragrafo 5). Nel mentre al fondo della vasca si sono depositati gli ossi frantumati “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">sansa</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">” puliti/bianchi (perché più pesanti della morchia e delle pelli); a questo punto viene aperto lo sportello al fondo della vasca e il flusso d'acqua in uscita trascina con sé la sansa trasportandola nell'apposita fossa di raccolta con drenaggio.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5 ff1">“</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">Vasche di decantazione</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">”: tre vasche in muratura a tenuta stagna con tetto posticcio rialzato, comunicanti tra di loro (sfalsata a gradini) con modalità dei vasi comunicanti, ciò al fine di recuperare le pelli delle olive “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">pellette</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">”. Infine una fossa detta “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">della bratta</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">”, drenante al naturale, ricavata sul terreno attiguo al corso d'acqua, ove vengono convogliate le morchie di risulta. Periodicamente il contenuto delle vasche di decantazione, per favorire la funzione di galleggiamento delle pelli, viene movimentato con verghe e/o bastoni. Quindi sempre periodicamente vengono raccolte le pelli galleggianti e depositate in appositi contenitori per essere nuovamente pressate nel torchio ed estrarre l'olio che le stesse pelli contengono ancora: da questa lavorazione uscirà l'olio cosiddetto “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">olio lavato</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">” che venie usato in parte per alimentare “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">lumi e lanterne</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">”, in parte viene venduto alle raffinerie per adattarlo ad usi diversi.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5 ff1">Accessori: sono considerati accessori, ma indispensabili per l'attività del “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">gumbo</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">” i sotto elencati elementi e operazioni:</span><br></li></ol></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5 ff1">a) fuoco sempre acceso per garantire una temperatura ambientale non inferiore ai 23°;</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5 ff1">b) avere a disposizione rilevanti quantitativi di acqua molto calda per facilitare la discesa dell'olio dai fiscoli nel corso della pressatura e per la pulizia degli impianti e attrezzature;</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5 ff1">c) secchi e contenitori per il deposito, anche provvisorio, dei prodotti lavorati (fusti, damigiane, giare) nonchè carriole, carrelli per movimentare le merci e per smaltire i materiali di risulta;</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5 ff1">d) la “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">quarta</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">” con la “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">randa</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">”: la quarta recipiente cilindrico atto a contenere circa 12/13 kg di olive; la randa è un bastoncino perfettamente diritto che viene passato, strisciandolo sulla parte superiore della “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">quarta</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">” per eliminare il “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">troppo pieno</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">”; la “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">quarta</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">” e non può essere movimentata prima del passaggio della “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">randa</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">”: ciò per evitare l'assestamento delle olive ivi contenute.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5 ff1">e) “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">lecca</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">” attrezzo in ferro ben levigato, rotondo, leggermente concavo, con diametro di 25-30 cm con maniglia innestata nella circonferenza. Serve per raccogliere le piccole quantità di olio rimaste nella superficie dei residui della lavorazione dopo la spremitura del torchio: passando la lecca a striscio in superfice l'olio rimane attaccato alla superfice esterna e interna della lecca, quindi inclinandola, l'olio scivola ai bordi della stessa gocciolando nell'apposito contenitore.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5 ff1">f) una fetta di pane, ricavata da una pagnotta integrale, tagliata con un coltello a forma di uncino “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">puea</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">”, guarnita con “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">l’olio nuovo</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">" una goccia di aceto e un pizzico di sale … che buona! offerta a chi frequenta il “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">il Gumbo</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">".</span><br></li></ul></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-7" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Gumbi-4_zi8snx75.jpg"  width="450" height="600" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div></div><a href="https://www.andoraneltempo.it/files/Gumbi - Versione ridotta.mp4">https://www.andoraneltempo.it/files/Gumbi - Versione ridotta.mp4</a>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 18:16:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Resistenza]]></title>
			<author><![CDATA[Marino Vezzaro]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000033"><div class="imTACenter"><img class="image-5" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Resistenza-1.jpg"  width="799" height="536" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Casa Bertè</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nella Valle del Merula, i primi aspetti di una organizzazione delle bande partigiane si ebbero quando quella di Felice Cascione, nel dicembre 1943, dalla località Magaietto (Comune di Diano Castello), si trasferì nella località detta “Passu du Beu”, nel Comune di Stellanello, attraversando il Passo della Colla (zona del Pizzo d’Evigno).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Alcuni giovani della zona di Andora, dopo l’8 settembre, avevano manifestato l’intenzione di raggiungere le prime improvvisate bande partigiane che si stavano organizzando in montagna, in parte per non essere obbligati a confluire nell’esercito della Repubblica Sociale, che era stata costituita al Nord con a capo Benito Mussolini, dopo che costui era stato liberato dai Tedeschi dalla prigione del Gran Sasso su ordine di Hitler.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Durante l'inverno 1943 – 1944, queste bande nella maggioranza si sciolsero, in attesa di una vera organizzazione, che si attuò nella primavera del 1944, con l'intervento di vecchi antifascisti che avevano sperimentato le galere del Regime.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dopo che Felice Cascione cadde in combattimento il 27 gennaio 1944, vi fu uno sbandamento generale, fatto che subito si arrestò quando comparvero delle bande ben organizzate: tra le altre la “Volante”, comandata da Silvio Bonfante (Cion) e la Volantina comandata da Massimo Gismondi (Mancen), bande che, inizialmente, operavano nella Valle del Merula e che nel luglio successivo confluirono nella 1<sup>a</sup> Brigata “Silvano Belgrano”, dopo che venne costituita la 2<sup>a</sup> Divisione d’assalto Garibaldi “Felice Cascione”.</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-6" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Resistenza-2.jpg"  width="403" height="600" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Silvio Bonfante "Cion"</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Il 10 giugno 1944</span><span class="fs14lh1-5">, avviene il primo rimarchevole e drammatico episodio della guerra partigiana nella Valle del Merula.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In località Rossi, una squadra del Distaccamento della “Volante” di Cion obbliga quattordici militi fascisti ad arrendersi: sono catturati, disarmati e puniti perché da qualche tempo rendevano precaria la vita alla popolazione con soprusi e ruberie.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Un tentativo nemico di rappresaglia fallito, non provoca conseguenze agli abitanti del luogo.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si hanno intanto le prime perdite partigiane: Matteo Canale, nato a Stellanello nel 1928, incaricato di svolgere attività di collegamento tra le formazioni partigiane (ormai cresciute di numero), è catturato il 19 giugno successivo nella zona di San Lorenzo, nel corso del grande rastrellamento nazifascista culminato con la battaglia di Pizzo d’Evigno, dove il nemico si scontra con la “Volante” di Cion, formazione che aveva la base in Cian di Bellotto.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il Canale, benché torturato, non rivela i nomi dei compagni, per cui viene fucilato nel medesimo giorno.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Uguale sorte subisce il parroco di Stellanello, sospettato dai Tedeschi di collaborazione con i partigiani; è catturato e seviziato perché si rifiuta di indicare l’ubicazione di alcune squadre partigiane; condotto presso il borgo di Molino del Fico, nella Valle di Cervo - San Bartolomeo, è fucilato presso il muro a secco di un oliveto.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">È il primo religioso caduto della Resistenza nella 1<sup>a</sup> Zona Operativa Liguria.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I garibaldini della 1<sup>a</sup> Brigata sperimentano anche i primi attacchi contro il nemico sulle vie di comunicazione.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nella terza decade di giugno, in un punto della Via Aurelia presso il borgo di Rollo, ad una squadra di dieci uomini (tra cui i partigiani Fiume, Leo, Ceno, Federico ed altri), comandata da Nino Agnese (Marco), si presenta l’occasione di catturare un camion di derrate alimentari destinate al Comando della marina militare tedesca di Loano.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I due ufficiali tedeschi che accompagnavano il carico vengono abbattuti da raffiche di mitra e le derrate comprendenti zucchero, farina, riso e sigarette, sono trasferite alla base partigiana di Cian di Bellotto.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il 12 luglio 1944, con una magnifica azione, il Distaccamento “Volante” asporta quintali di derrate alimentari da un treno merci tedesco.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In particolare: il comandante Cion, informato dal capostazione di Andora della presenza in linea di un treno tedesco fermo nella stazione perché impossibilitato a muoversi a causa della ferrovia interrotta da bombardamenti aerei, decide di impossessarsi delle derrate stivate nei vagoni.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Su consiglio del comandante della 1<sup>a</sup> Brigata “Nino Siccardi” (Curto) si decide un sopralluogo per coordinare l’azione: Cion, Mancen e Germano, con alcuni uomini, circondano la stazione ferroviaria e sequestrato il personale ed il capostazione, i partigiani si vestono da ferrovieri.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Alle ore ventidue giunge un treno passeggeri, dalla parte della linea non interrotta, da cui scendono repubblichini, Tedeschi e molta gente.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tutto si svolge regolarmente e ritornata la calma, vengono fatti affluire alla stazione alcuni carri per asportare le derrate.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Una parte di esse è trasferita a Stellanello e poi in Cian di Bellotto; l'altra è messa a disposizione della popolazione che se ne impossessa ed in poco tempo la fa sparire.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il giorno successivo, il comando tedesco fa prelevare il Podestà di Andora, minacciandolo ed intimandogli di darsi da fare per ricuperare quanto asportato, ma il Podestà riesce a salvare la pelle e tutto finisce lì.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Altra perdita partigiana: Casimiro Briozzo, nato in Francia nel 1912, staffetta della 1<sup>a</sup> Brigata, catturato a Laigueglia il 20 agosto 1944, mentre per conto del Comitato di Liberazione Nazionale locale tratta con un soldato della Divisione fascista San Marco, Carlo Ferrari, al fine di organizzare la diserzione di un contingente della divisione stessa, di stanza ad Andora Marina, viene fucilato il giorno successivo sulla spiaggia della frazione Pigna, unitamente al milite contattato.</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-7" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Resistenza-3.jpg"  width="166" height="249" /><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5"> &nbsp;&nbsp;</span><img class="image-8" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Resistenza-4.jpg"  width="415" height="250" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Casimiro Briozzo - A destra poco prima della fucilazione</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nella prima decade di agosto, la Divisione San Marco della Repubblica Sociale Italiana, addestrata in Germania, era stata scaglionata in copertura alla costa tra Varazze e Sanremo.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dopo qualche tempo, circa trecento soldati della Divisione disertavano e raggiungevano, con armi e bagagli, le formazioni partigiane.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Uno degli episodi più notevoli verificatisi nella Valle di Andora, riguarda la fuga in montagna di molti soldati della San Marco: un grosso presidio era stato dislocato presso Molino Nuovo, consistente nella intera 12<sup>a</sup> Compagnia.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il 15 settembre, dopo un abboccamento ed una trattativa di convinzione, il presidio si consegna ai partigiani della 1<sup>a</sup> Brigata: sono ottanta soldati che, con i loro equipaggiamenti, salgono in montagna. Tuttavia un sanmarchino riesce a sottrarsi all’esodo e corre ad informare il Comando fascista ubicato nel palazzo della Tenuta Stampino.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Lo stesso Comando, riuniti gli uomini disponibili e formata una colonna, con essa si mette in marcia velocemente con la speranza di agganciare i fuggitivi.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In parte vi riesce perché si scontra con i partigiani che erano rimasti di retroguardia per proteggere i disertori in marcia verso la montagna.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Purtroppo nello scontro cadono Antonio Terragno, Giovanni Molineri ed Elio Castellari; altri tre dello stesso gruppo di retroguardia, Franco Vaccari, Giacomo Bianchi e Giovanni Barale, presi prigionieri, saranno fucilati il 19 nel greto del torrente Merula.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Durante l’autunno nella Valle di Andora avvengono piccoli scontri di partigiani con i fascisti.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il 13 novembre, partigiani del Distaccamento “A. Viani” riescono a prelevare quattordici apparecchi radio presso il Comando nazifascista e riconsegnarli ai legittimi proprietari.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il 2 di dicembre successivo, i Tedeschi colpiscono con i mortai le frazioni di Borgosozzo e Armati, distruggendo alcuni casolari, già sedi di squadre della 1<sup>a</sup> Brigata.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Pagano però cara la loro azione, con cinque soldati morti ed alcuni feriti, in una imboscata sulla strada Stellanello – Andora, tesa dal Distaccamento d’assalto comandato da Franco Bianchi (Stalin).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il 20 gennaio 1945, la Divisione nemica “Cacciatori degli Appennini” inizia un poderoso rastrellamento che durerà dieci giorni, coinvolgendo nell’azione le valli di Albenga, dell'Arroscia, del Lerrone, di Andora e di Diano.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nelle prime ore del 26 gennaio, il Distaccamento “G. Catter”, riuscito a sottrarsi al rastrellamento, raggiunge la Cappella Soprana di Stellanello (Chiesa di “Santa Maria del bosco”).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dopo breve riposo, gli uomini riprendono il cammino, ma quattro garibaldini, stremati dalla faticosa marcia, sono costretti a fermarsi in un casolare nei pressi di Vellego.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Non appena è acceso un piccolo fuoco, uno di loro vede a pochi passi una colonna nemica della divisione fascista: non c'è altra scelta, bisogna combattere per cercare di aprirsi un varco nel minacciato accerchiamento e simultaneamente i quattro garibaldini iniziano un fuoco intenso.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il commissario Felice Scotto (Gapon), il caposquadra Bruno Amoretti, i partigiani Renzo Orbotti (Maret) e Franco Del Polito (Franco), combattendo con estremo coraggio, riescono a uccidere il tenente che è al comando del pattuglione, un sottufficiale e quattro soldati.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Per le perdite subite, il nemico disorientato si ritira, per cui i quattro partigiani riescono a sganciarsi. Purtroppo, il garibaldino Orbotti rimane gravemente ferito: sparando sul nemico le ultime cartucce, sebbene protetto dai compagni, viene nuovamente colpito da una raffica di mitra che lo uccide.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A metà marzo, i contadini di Testico e di Ginestro scavano un rifugio sotterraneo in località San Gregorio, nel quale si rifugia la missione inglese sbarcata a Bordighera il precedente 6 di gennaio.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Un sergente dell’esercito tedesco, Jacob Unkelbach (Antonio), che disertando si era aggregato al Distaccamento di Stalin, fugge e, raggiunti i suoi commilitoni, fa i nomi dei contadini che avevano scavato il rifugio.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Questi ultimi, circa una trentina, vengono rastrellati, condotti al passo di Testico e uccisi con raffiche di mitra.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Questo è l’episodio di sangue più tragico della Resistenza verificatosi a metà aprile 1945 nell'alta Valle del Merula.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il 25 aprile 1945, giornata della Liberazione, i Distaccamenti delle Brigate 1<sup>a</sup>, 2<sup>a</sup>, 3<sup>a</sup> e 4<sup>a</sup>, che compongono la 4<sup>a</sup> Divisione d’assalto Garibaldi “Silvio Bonfante”, occupano le città costiere da Oneglia a Ceriale.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il Distaccamento “F. De Marchi” della 3<sup>a</sup> Brigata viene messo di presidio ad Andora con la forza di una quarantina di uomini.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nonostante queste drammatiche vicende, non deve essere dimenticato che i contadini ed i frantoiani della Valle del Merula diedero un enorme contributo in termini di alimenti e di olio per sostenere i Distaccamenti partigiani che operarono nella zona.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-9" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Resistenza-6.jpg"  width="851" height="1335" /><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><hr></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel 2024, in occasione della celebrazione annuale dedicata alla ricorrenza del 25 aprile – Anniversario della Liberazione – avviene la cerimonia di intitolazione dei "Giardini della Pace" per l’area pubblica localmente conosciuta come “Giardini della Statua della Liberta'”, tra via Clavesana, via San Lazzaro e via San Damiano.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E' presente, alla sua ultima partecipazione pubblica, il partigiano andorese Leopoldo Fassio, nome di battaglia "Leo", che verrà a mancare il 14 giugno.</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-10" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Resistenza-5.jpg"  width="526" height="795" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Leopoldo Fassio "Leo", con la valigetta di Felice Cascione, che ha custodito per tanti anni.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-11" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Resistenza-7.jpg"  width="492" height="866" /><span class="fs48lh1-5 ff2"><br></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">La "garibaldina" Paola Ordano.</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-12" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Resistenza-8.jpg"  width="295" height="443" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Enrico Barusso</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-13" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Resistenza-9.jpg"  width="592" height="953" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Giuseppe Frau.</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-14" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Resistenza-10.jpg"  width="849" height="566" /><br></div><div class="imTACenter"><div><span class="fs12lh1-5">Noris Faustelli "Lio" e Stalla presso i ruderi della Casa Bertè.</span></div></div><div class="imTACenter"><div><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 18:08:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Terremoto del 1887]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000032"><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il 23 febbraio 1887, mercoledì delle Ceneri, un disastroso terremoto colpì la Liguria occidentale, il Piemonte e la Provenza.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La prima scossa, alle prime luci dell'alba (ore 6,21), fu preceduta da un grande boato e seguita da altre di notevole intensità e per un totale di oltre 200, con un'intensità massima tra il IX - X grado della Scala Mercalli e con una magnitudo di 6,5 - Scala Richter.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Alcuni tratti della costa furono interessati da fenomeni di maremoto, con ritiro del fronte marino di alcune decine di metri e ritorno di onde anche di 4 - 6 metri.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Numerosi furono i centri danneggiati, con i picchi di Diano Marina (190 morti), Baiardo (226 morti di cui 224 sepolti nel crollo della chiesa), Apricale (distrutta completamente, senza vittime e con soli 7 feriti), Bussana (53 vittime, distrutta completamente e successivamente ricostruita in altro luogo come Bussana Nuova).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In totale le vittime ufficiali accertate saranno 644</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Anche Andora fu interessata dall'evento con 2 morti e 16 feriti e riscontrando, tra gli altri:</span></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">gravi danni alla palazzina del</span><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">Marchese Marco Maglioni</span><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">(lesioni tali da ridurre in rovina l'intera residenza), il quale si salvò essendosi trovato altrove quella notte;</span></li><li><span class="fs14lh1-5">l'acquedotto della Marina subì vistose lesioni ad alcune arcate, con parziale distacco di porzioni murarie e danneggiamento della canaletta di scolo sommitale, la quale rimase interrotta in vari tratti;</span></li></ul></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">la strada provinciale intercomunale e la litoranea (Strada della Cornice - Aurelia) risultarono caratterizzate da larghi e profondi crepacci;</span></li><li><span class="fs14lh1-5">ci furono notevoli frane su Capo Mele, tanto da modificarne definitivamente il profilo costiero del promontorio in corrispondenza al Faro; una di queste compromise definitivamente la cava presente e da tempo in buona parte non più utilizzata;</span></li><li><span class="fs14lh1-5">da una delle spaccature maggiori, alle pendici di Capo Mele, si crearono delle fuoriuscite di materiale melmoso che originarono depressioni acquitrinose, le quali persistettero per alcune settimane, fino al loro naturale riassorbimento all'interno del suolo;</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">il Faro di Capo Mele subì il danneggiamento della copertura;</span></li><li><span class="fs14lh1-5">la concomitanza tra il crollo delle scogliere scoscese ed il ritiro del mare per oltre una trentina di metri originarono una alta duna costiera di materiale incoerente, lunga oltre 150 metri, gradualmente erosa dalle potenti mareggiate che seguirono per settimane alle onde di maremoto che generò onde alte 4 metri;</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">l'abitato costiero della Marina fu in parte allagato dal ritorno del mare, sebbene i muri di protezione ai campi, soprattutto quello eretto a monte del tracciato viario litoraneo, abbiano retto all'impatto improvviso e ripetuto con le forti onde, manifestando crolli localizzati in brevi tratti;</span></li><li><span class="fs14lh1-5">nella borgata della</span><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">Marina</span><span class="fs14lh1-5">, il fondo di un pozzo si alzò di alcuni metri, diventando asciutto;</span></li><li><span class="fs14lh1-5">la Chiesa Parrocchiale di San Giovanni Battista risultò essere segnata da ingenti danni e l'unica a necessitare importanti interventi di manutenzione conseguenti all'interno dell'intero Comune;</span></li><li><span class="fs14lh1-5">nella Borgata Castello si registrarono diversi crolli tra gli edifici presenti in stato di rudere e vistose lesioni su altri abitati o utilizzati per scopi agricoli; alcuni edifici del borgo, ancora testimoniati agibili in epoca post-napoleonica, crollano in modo definitivo a seguito delle scosse telluriche, mentre la poco lontana borgata rurale nota come "La Palazzina, edificata pochi decenni prima (ad accezione di un fabbricato presente già nel primo ventennio del secolo), viene praticamente rasa al suolo dopo solo poco più di mezzo secolo di esistenza; quest'ultimo insediamento edificato deve la sua breve presenza alle caratteristiche strutturali costruttive "povere", che ne determinano una ridotta resistenza agli eventi nel tempo;</span></li><li><span class="fs14lh1-5">nelle restanti borgate si manifestarono danni di una qualche entità rilevante nelle località Confredi, Canussi, Piazza, Lanfredi, Divizi, Moltedo, Cà di Forti (in quest'ultima si riscontra una delle due vittime);</span></li><li><span class="fs14lh1-5">le case della Borgata Costa d'Agosti subirono ingenti crolli, tanto da risultare l'intero edificato praticamente distrutto e non più agibile e la stessa sorte interessò la Borgata Costa dei Galleani, le cui abitazioni restarono fruibili solo più per un terzo di quelle precedentemente esistenti;</span></li><li><span class="fs14lh1-5">nella Borgata di Conna, poco lontano dalla Chiesa Parrocchiale di Sant'Andrea, si verificarono lesioni e crolli parziali di alcuni edifici, tra cui la dimora "du Sciù Dega", ovvero Diego Maurizio Guardone, benestante del luogo, che crollò completamente.</span><br></li></ul></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><hr></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTAJustify"><b><br></b></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">TESTIMONIANZE DEL TERREMOTO DEL 1887</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si riporta la ricostruzione di cosa successe, con estratti delle drammatiche testimonianze dei presenti all’epoca dell’evento.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’evento tragico si verificò la mattina del 23 febbraio 1887, mercoledì delle Ceneri, quando non era “</span><i><span class="fs14lh1-5">ancora cessata l’eco dei tripudi spensierati, allegri, del carnevale</span></i><span class="fs14lh1-5">”, festeggiato in Diano Marina “</span><i><span class="fs14lh1-5">secondo le usanze del paese: qualche mascherata per le vie, brigatelle ozianti e liete per le piazze, buontemponi e devoti a Bacco nelle osterie ….</span></i><span class="fs14lh1-5">”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La prima scossa (h. 6.25), “</span><i><span class="fs14lh1-5">cominciata con alcuni violenti ma brevi sussulti, a cui seguirono fortissime ondulazioni frammiste a nuovi movimenti sussultori</span></i><span class="fs14lh1-5">”, durò 28” e fu accompagnata da boati-rombi premonitori e da “</span><i><span class="fs14lh1-5">una fitta colonna di vapori di color cenere biancastra</span></i><span class="fs14lh1-5">” che “</span><i><span class="fs14lh1-5">sfiorava in guisa di drappo funereo i tetti delle case della povera Diano, tra la Chiesa e la borgata Paradisi</span></i><span class="fs14lh1-5">”, “</span><i><span class="fs14lh1-5">La maggior intensità non fu al principio ma verso la fine della scossa ….. e molte persone, non potendo reggersi in piedi caddero o dovettero appoggiarsi</span></i><span class="fs14lh1-5">”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le piccole scosse ed i tremiti del suolo erano ininterrotti: l’effetto era tale che "</span><i><span class="fs14lh1-5">la sabbia saltava alla spiaggia del mare come sopra una lastra metallica in vibrazione e si afferma che ad Andora la sabbia e i ciotoli saltavano a più di un metro d’altezza</span></i><span class="fs14lh1-5">".</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">“</span><i><span class="fs14lh1-5">Molte case, forse le meno solide, o le più esposte alla violenza tellurica, crollarono d’un tratto, tutte rimanendo sconquassate e rotte ... e tosto d’ogni parte grida e lamenti. Alcuni avevano trovato sepoltura immediata nel proprio letto, altri fuggirono o precipitarono dalle abitazioni, restando poi vittime delle mura rovinanti a mezzo le vie irregolari ed anguste</span></i><span class="fs14lh1-5">”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La seconda scossa (h. 6.35) “</span><i><span class="fs14lh1-5">solo ondulatoria, preceduta da rombo, durò circa 15”, fu meno forte della prima, ma cagionò nuove rovine</span></i><span class="fs14lh1-5">”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La terza scossa (h. 9.00) “</span><i><span class="fs14lh1-5">preceduta pure da rombo, durò da 4 a 5” e parve prima sussultoria poi ondulatoria e rotatoria. Secondo alcuni fu un po' più forte della seconda, meno però della prima ….. Alcuni durante questa scossa videro saltellare le pietre del lastricato</span></i><span class="fs14lh1-5">”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">“</span><i><span class="fs14lh1-5">Un minuto dopo seguì una quarta scossa meno forte e di 1 a 2” di durata</span></i><span class="fs14lh1-5">”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">“</span><i><span class="fs14lh1-5">Qualche istante avanti la prima e la terza scossa il mare sobolliva, lungi da terra senza che ci fosse vento ed una specie di vortice d'acqua di 25 a 35 m. di diametro si avanzava verso terra, producendosi la scossa al momento in cui esso toccava il suolo... Al momento delle grandi scosse …. dicono si sia sentito un forte odore di solfo</span></i><span class="fs14lh1-5">”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">“</span><i><span class="fs14lh1-5">Le mura maestre rimasero in piedi, ma i solai dei piani superiori si distaccarono e precipitando sui sottoposti convertirono in un mucchio di rottami tutto l’interno del fabbricato. Spesse volte diroccarono le scale; quasi sempre si trovò scompaginato il tetto ….. e non mancano casi in cui si vede addirittura sfondato.</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs14lh1-5">Le case rimaste in piedi presentano quasi tutte spaccature verticali sopra e sotto le linee che limitano i vani delle porte e finestre. Ove si danno due o più finestre sovrapposte, le fessure passano dall’una all'altra. Queste fessure sono poi sempre più spiccate in corrispondenza degli angoli e nei piani superiori</span></i><span class="fs14lh1-5">”.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Terremoti-in-Liguria-1.jpg"  width="717" height="638" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Epicentro del terremoto del 23 febbraio 1887</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">(Taramelli Mercalli - "Il terremoto ligure del 23 febbraio 1887" - Tip. Metastasio - ROMA 1888</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 18:01:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Terremoti in Liguria]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000031"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="imTAJustify fs14lh1-5">Le ricerche storiche fatte dai professori Mercalli e Taramelli sulle scosse sismiche verificatesi in Italia, hanno permesso di ottenere un elenco dei terremoti susseguitisi in Liguria.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Fino al 421 d.C. si hanno solo rare indicazioni pervenute attraverso gli storici greci e latini, mentre da un’epoca più tardo-medievale si hanno testimonianze più ricorrenti di eventi succedutisi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si riassumono i sismi che hanno interessato la Liguria, dato scosse forti e fortissime, creando molti danni, escludendo quelli con effetti lievi, nel periodo a partire dal 951 d.C.</span></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">951: molte scosse fortissime in Liguria.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1135: terremoto fortissimo in Liguria.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1182, 14 agosto: forte terremoto a Genova e in tutta la Liguria (annali del Giustiani).</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1197: terremoto fortissimo e rovinoso a Genova e in altre città dell'alta Italia.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1217, 8 gennaio: terremoto di breve durata alle tre di notte (annali del Giustiniani).</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1222, 25 dicembre: terremoto disastroso nell’alta Italia. La città di Genova fu tutta in pericolo di ruinare (annali del Giustiniani). Terremoto rovinoso nelle Alpi Marittime.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1564, 15 marzo: terremoto disastroso nelle Alpi Marittime. (200 vittime alla Bolléne. Luglio: terremoto rovinoso a Nizza e in Provenza. Danni anche nella Liguria occidentale. Si dormì due mesi all’aperto a Sanremo, Taggia, Porto Maurizio, Diano Marina, per il ripetersi delle scosse. &nbsp;</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1612, 30-31 gennaio: la città di Genova fu scossa violentemente per due ore all’inizio della notte. Fortissimo terremoto a Nizza.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1643, in Quaresima: terremoto fortissimo a Taggia, Porto Maurizio e a Oneglia.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1644: terremoto a Nizza.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1688: terremoto nel Genovesato, molto forte a Sanremo.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1751, 21 novembre: forti scosse a Genova e a Sanremo.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1752, 16 gennaio: terremoto a Nizza. Il 16 febbraio: terremoto fortissimo a Oneglia, rovinoso nel Nizzardo.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1753: forti scosse nel Genovesato.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1765: scosse nel Genovesato.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1771: scosse nel Nizzardo.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1772: scosse nel Genovesato.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1781: terremoto fortissimo a Oneglia e nel Nizzardo.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1783: scosse nel Genovesato.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1799: scosse nel Nizzardo.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1807: terremoto forte a Sanremo, Cuneo, Nizza.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1818, 23 febbraio: al mattino, terremoto fortissimo e rovinoso a Mondovì, Acqui, Nizza Monferrato, Sanremo, Porto Maurizio, Diano Marina, Alassio. A Torino si manifestò ondulatorio. Gravi danni ad Alassio e a Diano Castello. Altra scossa alle ore 11 che danneggiò Sanremo. Si ebbero repliche il 24 e il 26 febbraio, altre scosse il 2 marzo.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1831, 26 maggio: alle ore 11,25 scossa disastrosa diretta da N-NO a S-SE, sussultoria, poi ondulatoria; danneggiò Sanremo, Taggia, Pompeiana, Bussana e Castellaro; fu preceduta da rombo. Altre scosse si verificarono i giorni 27 e 28 successivi.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1832, 16 e 17 febbraio: forti scosse a Nizza.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1851, 13 ottobre: alle ore 12 scossa forte diretta da O a E, a Sanremo.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1854, 29 dicembre: terremoto violento nelle Alpi Marittime e nella riviera occidentale, con lesione di fabbricati e fuga di abitanti. Fu preceduto da rombo, si estese ad E fino a Genova, a N fino a Torino e a Milano, ad O fino a Nizza. Repliche nel gennaio successivo.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1855, 12 giugno: terremoto forte a La Spezia. Scosse leggere durante i giorni 11 e 12 nella riviera occidentale. Altre scosse in luglio nel Nizzardo.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1859, giugno: forte scossa a Sanremo.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1867, 22 settembre: forte scossa a Torino e lungo la riviera di ponente.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1872, 23 aprile: forte scossa a Ventimiglia che produsse avvallamenti del suolo, e a Mentone.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1874, 14 marzo: forte scossa nei dintorni di Taggia e a Sanremo. 2, 3 giugno: alcune forti scosse in Piemonte, e il 7 a Taggia. 2 settembre: forte scosse in riviera.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1878, 2 giugno: fortissima scossa nella provincia di Cuneo e nella riviera di ponente. 3 agosto: altre forti scosse nella Liguria occidentale.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1880, 25 aprile: scossa abbastanza forte nelle Alpi Marittime, in Provenza, precedute da rombo; altre scosse a Porto Maurizio, Sanremo, Dolceacqua, Diano Marina, Perinaldo, in direzione E-O.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1884, 24 novembre: forte scossa nelle Alpi Marittime, in Provenza e nel Delfinato. Il 27 successivo scossa di terremoto a Nizza. Scosse abbastanza forti a Sanremo, a Porto Maurizio e a Diano Marina.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1885, 24 gennaio: due forti scosse a Porto Maurizio che produssero lesioni nel palazzo della Prefettura. Il 12, scossa forte a Ventimiglia. Il 16 scossa forte preceduta da rombo, in riviera. Altre scosse più o meno leggere si ebbero il 26 febbraio, l’1 e il 12 marzo.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1886, 5 settembre: terremoto fortissimo nel circondario di Torino e di Pinerolo; sentito in tutto il Piemonte e nella riviera di ponente.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1887, 23 febbraio: terremoto disastroso nella riviera occidentale e nel Nizzardo; rovinoso in Piemonte e nelle Alpi Marittime, fortissimo in Provenza e nell’Imperiese.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1890, 16 settembre: intorno alle ore 7,46, forte scossa ondulatoria durata circa 3 m” a Oneglia, sentita lungo le due riviere e nelle Alpi Marittime.</span><br></li></ul></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I sismi verificatisi nella Liguria occidentale sono stati più numerosi e più rovinosi che quelli verificatisi nella Liguria orientale, e già nei tempi antichi gli abitanti costieri, al fine di attenuare i danni costruirono archetti lungo le vie dei borghi a rinforzo e sostegno dei muri principali delle case.</span></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">1963, 19 luglio: alle ore 6,46, la terra trema sull’arco della riviera ligure, sulla costa azzurra, in Piemonte e nella zona delle Alpi Marittime, per qualche decina di m” ad intermittenza, fino alle ore 7,10 circa. Il sisma viene calcolato approssimativamente tra il 7° e l°8° grado della scala Mercalli, numerosi gli edifici lesionati. Alla stessa ora sono registrate tre scosse (due a carattere ondulatorio e una a carattere sussultorio).</span></li><li><span class="fs14lh1-5">1968, 18 aprile: alle ore 20,38, una forte scossa sismica di circa 3 m”, di carattere ondulatorio, viene calcolata del 4° grado della scala Mercalli; il fenomeno interessa tutta la fascia alpina, le provincie d’Imperia, Cuneo, Savona e altre località limitrofe. A Porto Maurizio, Oneglia, Diano Marina e Alassio, la scossa si manifesta prima in senso ondulatorio e poi in senso sussultorio. Nella stessa ora del sisma, sulla costa di Alassio si manifesta un piccolo maremoto, sollevando onde di quasi tre metri, mentre prima il mare era calmo e liscio. Ritiratesi scoprendo interamente la battigia, le acque ritornarono con violenza sulla spiaggia. In Val Merula erano state avvertite scosse la sera prima.</span></li><li><span class="fs14lh1-5">1968, 28 maggio: alle ore 7,20, una scossa molto accentuata nell’Imperiese; la prima del 3,9 grado della scala Mercalli, con andamento sussultorio, dura circa 2 m” e provoca molte lesioni a vecchie case di Borgo Peri. Alle ore 10,20, la seconda dura circa 1 m” ed è avvertita in modo notevole nella valle Impero.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1968, 6 settembre: la terra trema più volte nel Savonese e nell’Imperiese. L’epicentro è calcolato al largo di Loano. La prima scossa, alle ore 8, particolarmente forte; la seconda, ore 12, la terza alle 13, la quarta provoca ondeggiamenti di lampadari; la quinta, alle ore 20, è avvertita ai piani alti e la sesta alle ore 22,30, interessa seriamente Diano Marina, ove si manifesta con violenza. Seguono altre scosse alle ore 12 del giorno 18. Nel Savonese si susseguono dodici scosse tra le ore 13 del 6 e le ore 19 del 7 (3° grado della scala Mercalli).</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1971, Capodanno: una forte scossa di terremoto scuote la Liguria ed un’altra simile, con gli stessi effetti, si ripete alle ore 0,26 del 19 gennaio 1972. La più colpita è la riviera di ponente. Il sisma suscita panico tra la popolazione già allarmata dal preoccupante ripetersi del fenomeno. Si segnalano danni agli edifici, molte aule scolastiche e alcune chiese vengono chiuse. Per parecchie notti, nonostante il freddo, la gente dorme nelle automobili. Ancora una volta l’epicentro del sisma è calcolato in mare, al largo della costa dell’estrema Liguria occidentale.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">1986, metà di ottobre: in occasione di un'eclissi lunare, nella Riviera di Ponente si verificano ripetute lievi scosse sismiche.</span><br></li></ul></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 18:00:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Questione "Colla Micheri"]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000030"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><span class="imTAJustify">Alla fine del Settecento si scatena l’ennesima lotta tra Andora e Laigueglia e questa volta la motivazione è l’appartenenza della borgata di Colla Micheri.</span><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Infatti, entrambi i Comuni rivendicano l’annessione di tale borgata al proprio territorio e tale disputa porta a vere e proprie scorribande locali e giudiziarie, dove ognuna delle due compagini, campanilisticamente, cerca di avere la meglio sull’altra, non badando a limiti, senza esclusione di colpi, e cercando di condizionare la possibile eventuale scelta di appartenenza territoriale degli abitanti del piccolo borgo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La Municipalità di Laigueglia deve difendersi dalle pretese di Andora di accorparsi Colla Micheri e, con “<i>Lett. 160 del 9 maggio 1798 La Municip. di L. ai Citt.ni Xforo e Piero Musso</i>”, i laiguegliesi denunciano l’aggressione subita dal messo da parte di alcuni facinorosi andoresi mentre stava affiggendo due proclami a Colla Micheri.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Per tutelare l’incolumità dei cittadini, viene richiesta una pattuglia di sei soldati.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dal “<i>Processo verbale della Municipalità Definitiva, di Laigueglia</i>” (1798-1799)</span></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">Seduta del 31 luglio 1798 della sera alle ore 22 d’Italia</i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><i>“ll Citt.no Benedetto Masucco usciere riffere alla Municipalità, che, essendosi in quest’oggi circa le ore vent’una e mezza ital. portato alla Villa de Micheri per publicare e affiggere due Proclami di questa Municipalità: appena n’ebbe publicato il primo le si presentò il Citt.° Domenico Marchiano municipale di S. Gio. d’Andora di compagnia di suo fratello, il fratello del Citt.° Preposto di S. Gio d’Andora, l’usciere d’Andora e Fr. Marchiano dello Marchese, armati di schioppo, e subito detto Fr. Marchiano le tolse di mano il proclama lacerandolo e quindi fecero staccare dal muro tutti li proclami di questa Municipalità, ed intimarono con minaccie al d.° usciere di non più portarsi alla d.a Villa”</i>.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 17:57:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Scissione tra Andora e Laigueglia]]></title>
			<author><![CDATA[Tamara Grossi]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002F"><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il quartiere di Laigueglia e gli altri quattro della M. Valle di Andora costituivano<i> </i>“<i>una sola Comunità, un solo Corpo e un solo Territorio e Giurisdizione</i>”.[1]<br></span></div><div class="imTAJustify"></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">1. LE ORIGINI DELLA LITE</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le vertenze territoriali classiche della Comunità riguardavano, come ricordavo poc’anzi, la questione della separazione che la stessa ebbe a soffrire con i “Laigueglini”.[2]</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A testimonianza di questa secolare diatriba vi sono alcuni documenti, redatti in lingua volgare[3], che furono dati alle stampe nel 1785 a cura degli eredi di Adamo Scionico, in forza del Decreto 27 giugno, con il quale il Serenissimo Senato accolse la richiesta dei Magnifici Anziani di Andora di pubblicare le loro pretensioni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Codeste stampe si potrebbero definire come tante tessere di un mosaico che si é riusciti ad assemblare solo in parte; manca, infatti, a completare il quadro il documento relativo alla divisione tra i due Comuni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La ragione di tanta difficoltà nel reperire le fonti documentaristiche in parola, va imputata al fatto che siffatti testi sono oggi quasi certamente finiti in qualche collezione privata, o, più semplicemente, andati perduti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Peraltro, proprio in occasione della separazione tra Andora e Laigueglia, si verificò un episodio alquanto curioso. Avvenne, infatti, che i documenti dell’archivio comunale di Andora, anziché essere esaminati in modo da favorire una logica ripartizione tra i due Comuni, furono divisi “per cantara di peso”: tanti chili all’una, altrettanti all’altra.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Vennero, così, organizzate delle “somate” di mula, che, trasportando l’intera documentazione su e giù per la colla, non le fecero certo fare una decorosa fine.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ad ogni modo, P. Scotti[4], in uno studio sui toponimi della Comunità di Andora, riferisce di un documento datato 5 maggio 1794[5], in cui, per l’appunto, è riportata la sentenza, giusta la quale il Serenissimo Senato concesse, finalmente, la tanto sospirata separazione tra i due Paesi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sul punto va precisato che, nonostante la divisione dell’antico Comune in due parti, rimase, però, intatta, per ragioni di mera economia di spesa, la loro unione come Podestaria (Mandamento Giudiziario).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’istanza di separazione venne inoltrata dai Magnifici Anziani, una prima volta nel 1772 e, successivamente, rinnovata nel 1784[6], anno in cui il Serenissimo Senato nominò quale organo deputato alla discussione della causa civile l’Eccellentissima Giunta dei Confini, facente capo a Girolamo Durazzo, con Decreto 30 luglio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Gli Anziani che si fecero promotori del suddetto gravame furono: Gio’: Batista Guardone (Capo Anziano), Tommaso Marchiano, Giuseppe Confredi, Giuseppe Anfosso e Gio’: Batista Tagliaferro, escluso Giuseppe Musso, loro sesto collega del quartiere di Laigueglia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Peraltro, in occasione di questa vertenza, il 18 novembre dello stesso anno, i Magnifici Anziani, in qualità di pubblici rappresentanti della Comunità, si riunirono nella Casa dell’Archivio, sita nel Castello di Andora, e nominarono loro procuratore il Signor Angelo Maria Anfosso della borgata del Duomo (compresa nella Parrocchia di S. Pietro).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In ordine ai poteri conferiti dal mandato in discorso, la relativa stampa[7] chiarisce: “<i>specialmente, ed espressamente a poter in nome d’essi M. M. Costituenti a detti rispettivi nomi proseguire fino alla fine, e diffinitiva sentenza, e sua plenaria esecuzione inclusivamente</i> [...] <i>ed a poter fare, tanto nanti li presati Serenissimi Collegi, quanto nanti la Presata Eccellentissima Giunta come sopra commissionata, tutti quei atti, comparse, istanze, ed incumbenze per l’effetto suddetto necessarie, ed opportune, di modo che in merito alla detta divisione, e separazione fra la presente Valle di Andora, ed il luogo di Laigueglia, e per l’oggetto, di cui in dette preci come sopra presentate a’ Presati Serenissimi Collegi, possa fare tutto quello, e quanto far potrebbero Essi M. M. Costituenti, come se vi fossero presenti, ancorché fossero cose tali, che richiedessero mandato più speciale del presente, volendo espressamente, che al detto Sig. Angelo Maria Anfosso loro Procuratore non si possa in alcun modo, circa le cose premesse, opporre difetto alcuno d’autorità, e bailia ec. dando e concedendo ec.</i>”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">2. L’ESIGENZA DELLE GABELLE E LE SPESE DI MANTENIMENTO DEI BALUARDI</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Più sopra si è visto che la causa venne avviata il 30 luglio 1784, sennonché, occorre precisare che, per la verità, erano anni che l’Università di Laigueglia andava “<i>ricercando i mezzi più strani per ridursi ad uno stato, non ché d’indipendenza, ma di superiorità alla medema M. Comunità</i>”.[8]</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Alla base del conflitto stavano interessi di diversa natura, sia politica che economica, ma soprattutto giudiziaria.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La memoria di esso si fa risalire all’anno 1576, quando gli abitanti della Comunità si trovarono in disaccordo in merito a due ordini di questioni: l’una, relativa all’esazione delle gabelle, l’altra, attinente alle spese di manutenzione dei baluardi allora esistenti, ed in particolare di uno, detto “Torre del Ciglione”, sito sopra Capo Mele.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Peraltro, questi forti facevano parte di un sistema difensivo messo a punto dal Comune a fronte delle frequenti incursioni saracene, che in quegli anni imperversavano sulle coste di tutta la Riviera.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In ordine alla prima vertenza, si osserva che la Comunità di Andora “<i>viveva nel suo antico, quieto, e pacifico possesso di scuotere annualmente dalli Sindici della Laigueglia il beneficio, che cavava dal macello di quel Luogo, e la Cabella del Vino</i>”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Da notare che le suddette gabelle erano, insieme alla tassa dell’avaria e alle pene pecuniarie, le principali fonti di reddito del Comune di Andora, gestite e curate da due Cassieri, i quali, tra l’altro, erano gli unici a poter utilizzare tali somme per l’utilità della Comunità.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Senonché nell’anno 1576, per l’appunto, “<i>si compiacque il Podestà di Andora ad istanza di quelli Sindici di sospendere dette due Cabelle, della quale ingiustitia sentendosi la Communità d’Andora gravata, fece ricorso al Serenissimo Senato per la rivocazione, alla quale li Sindici della Laigueglia s’opposero</i> [...]”.[9]</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Esaminata la pratica, il Serenissimo Collegio stabilì con suo decreto 11 dicembre dello stesso anno, che “<i>respectu Gabellarum Carnis, et Vini, de quibus in supplicatione dictorum hominum Andoriae revocandam esse suspensionem earum, factam de facto per D. Praetorem Andoriae</i> [...], allegando la ragione che, quantunque l’imposizione delle gabelle costituisse un diritto di spettanza esclusiva del giusdicente locale, nondimeno, giacché la Comunità vantava codesto beneficio <i>ab immemorabili</i>, lo stesso doveva considerarsi intatto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Peraltro, col decreto in parola venne anche chiarita la questione in merito alle spese di manutenzione delle fortificazioni; sul punto venne deciso che gli Andoriani avrebbero dovuto concorrere solo alle spese delle munizioni e al salario del bombardiere, mentre il resto sarebbe spettato a Laigueglia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E questo perché, sebbene detta torre fosse stata costruita nel territorio di Laigueglia, la stessa era stata pensata a difesa dell’intera Comunità, la quale, pertanto era tenuta a sostenere le relative spese.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Per la verità, nessuna delle deliberazioni suddette venne rispettata dalle parti in causa, sicché, non potendo la vertenza trascinarsi ancora oltre, i rappresentanti di esse, il 27 maggio 1605, organizzarono un convegno nel quale, finalmente, venne raggiunta una soluzione di compromesso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Per quanto riguarda la questione dei baluardi si convenne che i Magnifici Anziani di Andora avrebbero dovuto “<i>solvere, &amp; exbursare omni anno in perpetuum Sindicis praesentibus, &amp; qui in futurum fuerint dicti loci Aquilae libras centum sexaginta monetae Ianuae in pagis tribus aequalibus ad mentem decreti eiusdem Serenissimi Senatus facti anno 1576 die XI Decembris</i>”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quanto, poi, alle gabelle, venne, in sostanza, confermato il diritto a che le stesse continuassero a confluire nella cassa comunale di Andora e, cioè: “<i>acto pacto, quod per praesens instrumentum non intelligatur, nec censeatur ullo modo in aliis praejudicatum praetensionibus, ac juribus, quas dicta Communitas Andoriae habet contra, &amp; adversus Universitatem, &amp; Homines, ac bona Aquiliae pro solutione avariarum, gabellarum, &amp; aliorum juxta solitum, immo teneatur, &amp; debeant dicta Universitas, &amp; homines Aquiliae illas Communitati, sive Agentibus pro Communitate ipsa Andoriae solvere in omnibus, prout tenebantur ante confectionem praesentis instrumenti</i>”.[10]</span></div><div class="imTAJustify"></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">3. LA DIMORA DEL PODESTA'</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il Convegno del 1605 rappresentò, oltremodo, l’occasione per dirimere un’altra questione, che era motivo di contesa tra i due paesi e, precisamente, quella per la dimora del Podestà.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Secondo gli Andoriani, infatti, essa doveva permanere nel castello di Andora, mentre per i Laigueglini, in considerazione <i>dell’aria non molto sana</i> del borgo, doveva trasferirsi nella villa di Laigueglia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Invero, in ordine alla vertenza in discorso si era già pronunciato il Serenissimo Collegio nel 1578 che, con il decreto 13 ottobre, aveva convenuto che la residenza della Curia locale e con essa dell’Archivio Segreto dovesse essere in Andora “<i>e se mai per qualche motivo di salute occorresse di variare, ciò non fosse lecito, se non con speciale permissione del Serenissimo Governo</i>”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A questo decreto ne seguì un altro il 28 novembre1589, in forza del quale i Laigueglini ottennero che “<i>il</i> <i>M. Podestà di Andora elegger dovesse un Luogotenente per rendere giustizia in Laigueglia</i>”, la cui competenza era circoscritta “<i>alle sole cause civili, che vertissero solamente fra gli Uomini di detta Villa di Laigueglia</i>”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nonostante siffatta concessione, i Laigueglini continuarono a sostenere le loro ragioni e precisamente che “<i>la Villa di Laigueglia era la più popolosa di quel territorio, d’aria migliore, e di maggior commercio, onde sembrava, che la residenza del Giudice ivi si dovesse stabilire: che la di lui residenza in Andora era di grave incomodo agli Uomini di Laigueglia, i quali erano costretti a portarsi in Andora, battendo strade incomode, ed infestate: che le loro cause erano di piccola entità, onde non portavano la pena, che fossero discusse fuori della loro terra, per la qual cosa, addimandarono, che almeno per due giorni alla settimana fosse obbligato il M. Podestà di Andora a render giustizia alla Laigueglia</i>”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Naturalmente, “<i>si opposero a tale dimanda gli Abitanti di Andora, e smentirono ad uno ad uno i subdoli motivi allegati da quei di Laigueglia, esponendo al Serenissimo Senato, che questa dimanda era contro gli antichissimi Decreti del Serenissimo Governo più volte rinnovati, ed in specie l’anno 1578, e l’anno 1589, che sopra si sono rapportati</i>”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Fu, appunto, con il convegno, di cui si parlava poc’anzi, che venne espressamente deciso che i Laigueglini non avrebbero potuto avanzare altra pretesa, se non “<i>habendi Locumtenentem in dicto loco Aquiliae, &amp; ut placuerit Serenissimo Senatui</i>”; da parte sua, Andora promise di non opporsi, a patto “<i>dummodò tamen auctoritas, sive jurisditio dicti Locumtenentis, de qua in Decreto concessionis eiusdem, non amplietur</i>”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">“<i>E questo instrumento stipulato l’anno 1605 li 27 Maggio per Atti del Notaro Niccolò Costa fu comprovato colla Sovrana Autorità del Serenissimo Senato l’anno 1606 al primo marzo</i>”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Neppure a seguito di tale compromesso, però, i Laigueglini rinunciarono alla loro idea di stabilire la residenza del Podestà nella loro villa, “<i>e non sperandolo per le vie di ragione, almeno col fatto procurarono di conseguire l’intento, addescando alcuni dei rispettivi M. M. Podestà ad abitare in Laigueglia</i>”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Siffatta situazione perdurò fino al 1676, anno in cui il Magistrato delle Comunità, finalmente, con il decreto 17 giugno, convenne “<i>che dovesse il M. Podestà sempre ferma tenere la sua residenza in Andora, e solamente fosse a lui permesso nei tempi delle ferie delle messi, e delle vendemmie, dimorare per tre mesi in Laigueglia, con obbligo però anche in questi tempi</i> <i>di ferie di portarsi tre giorni della settimana alla suddetta residenza per spedire le cause criminali, accuse, ed altro, e tuttavia per gli altri giorni della settimana stabilire ivi un Luogotenente, che fosse della Valle di Andora</i>”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In altre parole, il Senato di Genova non fece altro che confermare a favore del Castello di Andora quella “<i>primazia che godeva ab immemorabili sopra tutta l’intiera Comunità</i>” e perché in avvenire suddetti ordini e decreti non venissero più violati, stabilì che “<i>qualora alcuno dei M. M. Podestà fosse contravventore, restasse privo del salario, oltre la pena del Sindicato, ed emenda, e rifazione dei danni, e spese, che venissero cagionati ai Litiganti per l’assenza del M. Podestà</i>”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Del resto, va precisato che l’onere del pagamento dei salari e delle altre spese comunali era, soprattutto, a carico dei quattro quartieri di Andora, mentre Laigueglia vi contribuiva solo in parte.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A dimostrazione di quanto appena affermato sono i dati registrati nel Libro dell’antico Catasto della Comunità di Andora, che, meglio di ogni altro documento, ci forniscono l’indicazione di quale fosse la misura del contributo fiscale dovuto dai singoli quartieri.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A questo proposito nel Registro si trova scritto:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">il quartiere di S. Giacomo paga: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;lire 125. &nbsp;8. &nbsp;3;</span></li></ul></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">il quartiere di Laigueglia paga: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;lire 64. 19. 10;</span></li></ul></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">il quartiere di San Pietro paga: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;lire 110. 10. 9;</span></li></ul></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">il quartiere di S. Andrea paga: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;lire 120. 10. 2;</span></li></ul></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">il quartiere di S. Giovanni paga: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;lire 91. 1. 2.[11]<br></span></li></ul></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Da quanto precede non si può che constatare che la Villa di Laigueglia era quella che “<i>meno pagava al Principe, e meno concorreva alle spese della M. Comunità</i>”, eppure, era anche quella che “<i>profittava nella massima parte dei vantaggi, e godeva di tutti gli onori</i>”.</span></div><div class="imTACenter"></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">4. L’AGGRAVIO DELL'ANTICO CATASTO E LA NECESSITA' DI UNA NUOVA CARATATA</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Un’altra questione fortemente controversa tra le due fazioni era quella relativa alla necessità di formare una nuova caratata[12] dei beni della Comunità, giacché quella corrente risaliva ancora al 1646, a norma del decreto del Serenissimo Collegio datato 28 gennaio e, pertanto, andava rinnovato.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Oltretutto, all’epoca del suddetto catasto, Laigueglia era solo “<i>soggiorno di pochi marinai, e pescatori</i>”, ma non passò molto tempo che la stessa venne a superare il capoluogo in benessere e ricchezza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Da notare, poi, che “<i>nell’antico catasto non vi erano registrate, né potevano esservi le fabbriche fatte in appresso dagli Opulenti Laigueglini, le quali perciò erano esenti da ogni carico</i>”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ben si comprende allora l’urgenza di procedere ad una nuova stima dei beni della giurisdizione, tanto più che a subirne il maggior aggravio erano le persone più indigenti, costrette a pagare le avarie, pur non vantando alcun possesso di terreni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Fu così che la Comunità di Andora, per porre rimedio a questi inconvenienti e disordini, nell’anno 1769 finanziò una nuova caratata, che le costò la somma di lire cinque mila.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Per l’occasione, venne confezionato un nuovo registro “<i>diviso in cinque distinti Libri, vale a dire un Libro per ogni Quartiere, talché ciascuno avesse il suo peculiare Catastro, ed a proporzione del più, o meno registro di ciaschedun Quartiere, fosse con giustizia distributiva ripartito egualmente il peso dei distagli</i>”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Inutile dire che anche in questa circostanza i Laigueglini trovarono il modo per osteggiare gli Andoriani.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A tale scopo, i Consoli dell’Università, l’11 marzo 1771, intentarono una causa davanti al Magistrato delle Comunità, affinché la nuova caratata non venisse approvata; costoro fecero tanto che l’anno successivo la stessa venne dichiarata nulla ed inattendibile.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Invero, la Comunità non si arrese e nel 1783 lo stesso Angelo Maria Anfosso, in qualità di Anziano, propose una nuova caratata, la quale, però, ancora negli anni presi in considerazione dai documenti in discorso, rimase lettera morta.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ancora una volta, motivo del contrasto era uno solo: mentre, infatti, i Laigueglini pretendevano che il nuovo catasto fosse eseguito per mezzo della “<i>canellazione</i>” dei fondi, ossia in base ad una misurazione degli stessi, diversamente, gli Andoriani ritenevano più equo e giusto, tanto per i facoltosi, quanto per i poveri, che venisse praticato il metodo dell’estimazione reale, come, del resto, era stato deliberato dai Serenissimi Collegi con decreto 27 dicembre 1783.</span></div><div class="imTAJustify"></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">5. IL BOICOTTAGGIO DELLE PUBBLICHE ADUNANZE E LA DIMORA DEL MEDICO COMUNALE</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Più sopra si è detto che il quartiere di Laigueglia era di gran lunga il più importante per ricchezza e popolazione, tanto è vero che i molti soprusi e le frequenti vessazioni che la Comunità di Andora ebbe a soffrire da parte di Laigueglia sono imputabili al fatto che la seconda, da sola, era &nbsp;più potente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Senonché, non bisogna dimenticare che Laigueglia era la meno rappresentata nelle cariche comunali.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Come si è visto erano anni che detta frazione ambiva guadagnarsi uno spazio maggiore all’interno della Comunità, e fu, per l’appunto, in occasione del convegno del 1605 che la stessa riuscì ad ottenere che, ogni anno, venissero eletti un Anziano e un Censore tra i nominati del suddetto quartiere.[13]</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Eppure, le mire politiche dei Laigueglini non si fermarono qui.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">“<i>L’oppressione, che soffriva la M. Comunità dal suo membro della Villa di Laigueglia, non consisteva soltanto nella contravvenzione ai Sovrani Decreti, ai Contratti solenni, alla ragione, all’equità circa la residenza del M. Giusdicente, all’esigenza, ed appropriazione ingiusta delle gabelle, ma va più oltre fino a non potersi nei pubblici Parlamenti, o Consigli deliberare proposizione alcuna tendente al Pubblico bene, qualora non sia di capriccio a quei di Laigueglia, che tanto si adoperano, o con secrete macchine, o con aperta violenza, onde loro riesca di storcela a proprio comodo. Una prova manifesta è lo stabilimento di un medico per quel territorio</i>”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A questo riguardo, va osservato che la nomina di un medico, che espletasse la sua professione in via esclusiva nel territorio di Andora, era considerata cosa utile, soprattutto, per le persone più povere, che per la maggior parte risiedevano, appunto, in quella zona.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si comprende, allora, quanto fosse ingiusta, nonché immorale la resistenza dimostrata dai Laigueglini, tanto più che gli stessi disponevano già di un loro medico.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">“I<i>ngiusta era l’opposizione, perché, quantunque nella Villa di Laigueglia vi fossero tanti Professori, quanti ne conta la facoltà Medica di Mompelieri, e di Londra, e che ognuno degli Abitanti di Laigueglia potesse stipendiarne molti a suo privato servigio, pure, siccome nel territorio intero non tutti sono benestanti, deve la M. Comunità come provvida Madre, pensare a provvedere a tutti gli Individui di Essa, e specialmente a’ Poveri, ed anzi la Villa di Laigueglia, come più Opulenta, avria dovuto concorrervi con sborso maggiore, ed i redditi delle gabelle, che esigono, e si appropriano i Laigueglini, Dio sa in qual maniera, sarebbero stati pur troppo bene impiegati, nell’onorario di un esperto Medico, al che moltissimo ancora sopravanzerebbe</i>”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nonostante tutto, la Comunità di Andora riuscì ad ottenere la nomina di un medico il 16 giugno 1754; esso, però, si rivelò un successo effimero, perché un ventennio più tardi (il 2 giugno 1776) la dimora del medico venne riportata in Laigueglia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tale pronuncia non fu priva di conseguenze, soprattutto, perché, a causa della non poca lontananza delle ville di Andora da Laigueglia, vi era la necessità di fornire il medico di una cavalcatura e se a ciò si aggiunge il pagamento di sei soldi per ogni visita, è facile immaginare perché, alla fine, i più poveri preferissero rinunciare alla sua assistenza.</span></div><div class="imTAJustify"></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">6. LA SEPARAZIONE</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La Comunità di Andora aveva, insomma, le mani legate; non c’è da stupirsi, dunque, che, ad un certo punto, la stessa abbia desiderato di essere sciolta da quelle catene.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">“<i>E siccome costoro </i>(i Laigueglini)<i> si erano posti in uno stato d’indipendenza, e sostanzialmente segregati, operando tutto ciò, che a loro piaceva in rapporto ai loro affari, così li quattro Quartieri della M. Valle di Andora, egualmente possano con pari libertà provvedere a se stessi senza di quei di Laigueglia, che per eternizzare l’ingiusto loro predominio, sconvolgevano, e perturbavano mai sempre le provvisionali più vantaggiose alla M. Comunità.</i></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><i>Tale si è la viva fiducia dei poveri Andoriani animati dall’inalterabile Suprema giustizia di V. V. SS. Serenissime, e sperando il M. Angelo Maria Anfosso Deputato per Essi, di godere delle immancabili giuste provvidenze del Trono Serenissimo, col più profondo ossequio umilmente s’inchina, e fa a V. V. SS. Serenissime profondissima riverenza</i>”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Con queste parole si conclude, così, il lungo documento dedicato alla esposizione delle pretensioni della Comunità di Andora a fronte dei numerosi “attentati” messi a punto dalla sua villa di Laigueglia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Invero, la causa civile in questione si trascinò ancora per qualche anno, ma, alla fine, le richieste degli Andoriani vennero accolte.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il <b>25 maggio 1794</b>, infatti, il Senato della Repubblica accordò la tanto sospirata separazione, mettendo, così, fine ad un’unione, che se pur travagliata, durava ormai da quasi cinque secoli.[14] &nbsp;</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><hr></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[1] La frase riportata nel testo è tratta dal documento recante il titolo: “<i>Elenco dei giuri e pretensioni delli quattro quartieri della M. Valle e Comunità di Andora contro il quinto quartiere della sua villa di Laigueglia presentato all’eccellentissima Giunta dei Confini dal Signor Angelo Maria Anfosso deputato in Genova per detti quattro quartieri di Andora</i>”, Genova, Eredi di Adamo Scionico, MDCCLXXXV (1785).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[2] Questo era il nome con il quale, nei documenti in discorso, erano designati gli abitanti di Laigueglia; <i>Andoriani</i>, invece, era il nome dato agli abitanti di Andora.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[3] Resta salva la stampa, redatta tutta in latino, dal titolo: “<i>Instrumento di convegno dell’anno 1605, 27 maggio stipulato fra li M. M. Anziani della M. Comunità di Andora e li Sindici dell’Università ossia Parrocchia di Laigueglia esposto dal Sig. Angelo Maria Anfosso deputato in Genova per li quattro quartieri della M. Valle di Andora alla savia comprensiva dell’Eccellentissima Giunta dei Confini commissionata dal Serenissimo Senato sulle pratiche del luogo di Andora con la sua villa di Laigueglia</i>” ,Genova, Eredi di Adamo Scionico, MDCCLXXXV (1785). A questo riguardo si veda l’appendice n.8.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[4] P. Scotti, <i>I toponimi di una carta della “Magnifica Comunità e Valle di Andora” (sec. XVIII)</i>, in <i>Atti dell’Accademia di Scienze e Lettere, X, </i>Genova, 1954, p. 118.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[5] La notizia è, peraltro, avvallata dalla preziosa testimonianza offerta dal manoscritto del già citato Sebastiano Badarò, p. 201.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[6] Ricopriva per quell’anno la carica di Podestà Pietro Maria Bacicalupo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[7] Il documento in questione reca il titolo seguente: “<i>Documenti e scritture riguardanti la M. Comunità di Andora e la sua Villa di Laigueglia dati alle stampe dal Sig. Angelo Maria Anfosso deputato in Genova per li quattro quartieri della M. Valle di Andora</i>”, Genova, Eredi di Adamo Scionico, MDCCLXXXV (1785).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[8] Questa frase è tratta dalla stampa, avente il titolo: “<i>Intavolamento di causa della M. Comunità di Andora col quinto quartiere della sua villa di Laigueglia e deliberazioni del Parlamento dei quattro quartieri di Andora senza l’intervento del quinto quartiere di detta villa Laigueglina e decreto del Serenissimo Senato alla detta M. Comunità permissivo di stampare</i>”, Genova, Eredi di Adamo Scionico, MDCCLXXXV (1785).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[9] Questa frase è tratta dalla stampa: “<i>Fatto della caosa vertente fra la Communità d’Andora con l’Università della Laigueglia, formato l’anno 1697</i>”, Genova, Casamara, senza data di stampa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[10] Le decisioni <i>de quibus</i> sono tratte dalla già citata stampa avente ad oggetto il Convegno tenutosi l’anno 1605.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[11] Le cifre qui riportate sono espresse in monete genovesi correnti; da notare che i punti stanno ad indicare le unità di conto in cui era suddivisa la Lira, vale a dire: i soldi e i denari. Sull’argomento in discorso si rinvia a quanto detto nel cap. VI, paragrafo n.5.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[12] Il termine “<i>caratata</i>” sta ad indicare il registro catastale in cui venivano elencate le parcelle dei beni fondiari, sia privati che comunali (normalmente pascoli e boschi). Esso trae origine da “carato”, che era, appunto, il nome dato ad ogni singola parcella in cui erano divisi i beni. Peraltro, i registri servivano di base per determinare la contribuzione annua (detta <i>avaria ordinaria</i>) che i comuni dovevano versare alla Repubblica, il cui importo era ripartito per una parte (di solito i 2/3) sul valore catastale delle terre e per il resto sui capifamiglia da 17 a 70 anni (esclusi i miserabili, gli assenti e gli ammalati cronici).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[13] Nel documento relativo al convegno si legge: “<i>Item acto, quod in electione, &amp; creatione Officialium Communitatis omni anno facienda per publicum Parlamentum, sive majus Consilium Andoriae de Antianis, &amp; Censoribus, teneantur eligere, &amp; deputare unum ex Antianis, &amp; alterum ex Censoribus dicti Loci Aquiliae, &amp; in eo habitantibus, qui Antianus, &amp; Censor serviant pro omnibus Officialibus spectantibus ad dictnm Locum Aquiliae, &amp; ad tollendas confusiones, quae sorsitan oriri possent in creatione seu electione ipsorum, censeatur, &amp; remaneat electus ex nominandis Aquiliensibus, qui plura vota obtinuerit Antianus, &amp; alter, qui pariter alios votis praecessrit, Censor</i>”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">[14] Si precisa che le parti trascritte entro le virgolette sono tratte per la gran parte dalla stampa: “<i>Li diritti della M. Comunità di Andora e la primazia del suo castello difesi dal M. Angelo Maria Anfosso deputato in Genova nanti al Serenissimo Senato dagli attentati del quartiere di Laigueglia altra delle Ville di detta M. Comunità di Andora</i>”, Genova, Eredi di Adamo Scionico, MDCCLXXXV (1785).</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><hr><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il presente contributo è tratto dalla Tesi di Laurea in Storia del diritto italiano dal titolo; “<i>Atti criminali della Curia di Andora in età moderna</i>” con il prof. Vito Piergiovanni, Università degli Studi di Genova, Facoltà di Giurisprudenza, anno accademico 2000-2001.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div><a href="https://www.andoraneltempo.it/files/Laigueglia 2022 - Versione ridotta.mp4">https://www.andoraneltempo.it/files/Laigueglia 2022 - Versione ridotta.mp4</a>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 17:52:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Cognomi e famiglie andoresi]]></title>
			<author><![CDATA[Maria Teresa Nasi]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002E"><div><section><section><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">Cognomi e famiglie andoresi nel 1200</b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sabrina Lunghi nella sua documentatissima tesi di laurea “Insediamenti medievali nella Valle del Merula: esame tipologico” (a.a. 1995/96 - rel. Prof. C. Varaldo) ci conduce alla scoperta di cognomi e famiglie della Val Merula.<br>“Acquisita da Genova (12 giugno 1252), Andora è sottoposta ad una inchiesta sui redditi….Dal documento appare evidente la vitalità di questa comunità, le cui rendite provenivano da 66 gruppi familiari, 25 dei quali legati ad un manso, cioè un appezzamento di terreno coltivabile in un anno da una famiglia di coloni che possedevano una coppia di buoi.<br>I cognomi, o meglio gli identificativi di questi nuclei familiari, sono i seguenti: Aroxii, Ariberti, Aucellus, Aicardino, Arnardus, Avunda, Axetus, Aiasco, Ardenzo, Audini, Bezochi, Borrelli, Blancardus, Balathe, Buscarini, Berni, Bonazora, Baltheo, Barrachus, Cotabea, Cigiano, Ciolinus, Forzani, Fugatii, Fame, Gorreo, Gorreto, Gonfreo, Girardo, Ginestra, Iuxolii, Lanzii, Libaldi, Libustrii, Morenus, Maza, Mantelli, Molinarii, Oliverius, Perolus, Pisanus, Piva, Puteo, Pettigrossi, Rata, Ravani, Rialdus, Rossello, Rubaldi, Sandali, Territio, Ubaldus, Vermilia, Zerbino”.</span></div><div class="imTARight"><br></div><div></div><div></div><div></div></section></section></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="imTAJustify fs14lh1-5"><b>Cognomi e famiglie andoresi nel 1500</b></span><br></div><div><section><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel manoscritto inedito di don Sebastiano Badarò (figlio del medico Andrea) , “Memorie su Laigueglia per un povero vecchio derelitto dello stesso paese” - 1875, si parla dello spopolamento della valle di Andora, in seguito a guerre, pestilenze, malaria, a partire già dal 1300.<br>Alcune famiglie si rifugiarono a Diano, altre valicarono il colle e andarono a unirsi ai Liguri e ai Catalani di Laigueglia e così vi importarono i loro nomi.<br>Scrive il Badarò: “Basterebbe a provarlo il vedere ivi molti cognomi che si trovavano anticamente in Andora, come Maglione, Gaggino, Galleano, Garassino, Cavassa, Marchiano, Guardone…E’ pressoché certo che furono quelli emigranti di Andora che portarono quei cognomi a Laigueglia”.</span></div><div></div><div></div><div></div></section></div><div><b><span class="fs14lh1-5 cf1"><br></span></b></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="imTAJustify fs14lh1-5"><b>Cognomi e famiglie andoresi nel 1600</b></span><br></div><div><section><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Facciamo ancora ricorso alla tesi di laurea di Sabrina Lunghi (“Insediamenti medievali nella Valle del Merula: esame tipologico” (a.a. 1995/96 - rel. Prof. C. Varaldo) per conoscere i cognomi presenti nel 1600 nella Val Merula.<br>Un’analisi demografica, a 70 anni di distanza da quella del Giustiniani (1535-37), voluta sempre da Genova, e contenuta in un manoscritto (1607), ci consente di conoscere i cognomi tipici di ogni località. (FOTO)<br>Ardoino, Anfosso, Alemano, Berne (Bernera), Bianco, Cavassa, Costa, Calvo, Cavallo (Cavalla), Galiano (Galiana), Garasino (Garasina), Gagino (Gagina), Gardone, Giulla, Gagliolo, Lanfredo, Maglione (Magliona), Moreno, Mano, Marchiano, Michero, Negro (Negra), Ordano, Olivero (Oliviro, Oliveiro), Paiano (Paiana, Paiani), Preve (Preveo), Perato (Peratto, Peratta), Quartino,<br>Rebeco, Ramondo, Risso (Rissa), Sifreo (Sifrea, Sifredo, Sifreda), Serbon, Sibello, Stalla, Trevia, Tagliaferro, Viale.<br>Ritroviamo questi cognomi ancora oggi ad Andora, alcuni un po’ modificati: Alemanno, Bernero, Cavassa, Gaggino, Galleano, Garassino, Guardone, Lanfredi, Manno, Micheri, Oliviero, Olivieri, Pagliano, Rebecco, Raimondo, Siffredi, Zerbone.<br>Altri cognomi molto antichi sono Giordano e Siccardi (quest’ultimo menzionato negli Statuti di Stellanello nel 1311 (“Petrus Ziccardus”).</span></div><div class="imTARight"><br></div><div></div><div></div><div></div></section></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="imTAJustify fs14lh1-5"><b>Cognomi e famiglie andoresi del 1700 - 1800</b></span><br></div><div><section><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento famiglie benestanti di Laigueglia si trasferirono ad Andora e acquistarono tantissimi terreni, sia nella parte a mare che all’interno. Ai cognomi tipici della vallata, si aggiunsero cognomi quali MAGLIONE, PREVE, MUSSO, MUSSO PIANTELLI.<br>La proprietà “U Giardin” (10.000 metri quadrati circa) dei Signori Anfosso di Duomo venne acquistata da Giobatta Maglione fu Antonio di Laigueglia. Era recintata da un muraglione, si entrava da un portone che ora è contrassegnato dal civico Via Duomo, 3. Si percorreva un viale in fondo al quale c’era una villa, che fu anche Caserma dei Carabinieri. Nell’appezzamento vivevano e lavoravano dei dipendenti: i fratelli Mario e Paolo Garassino con i loro genitori. Abitavano in una casa colonica che si sviluppava in lunghezza e aveva il solo piano terra.<br>VILLA MUSSO che , prima dell’insediamento dei Musso, avrebbe ospitato un Convento di Frati Domenicani Predicatori. Nell’area denominata “dietro le stalle”, casualmente, fu rinvenuta, qualche decennio fa, una serie di tombe ritenute dei frati.<br>A metà Anni Novanta l’edificio fu ristrutturato e trasformato in appartamenti con piscina.<br>Anche VILLA STAMPINO (acquistata dal conte Quaglia nel 1915) fu costruita da Gian Stefano Musso di Laigueglia, agli inizi del 1800.</span></div><div><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div></div><div></div><div></div></section></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="imTAJustify fs14lh1-5"><b>Immigrazioni dal Savonese e dal Genovesato (Fine 1800 - Inizi 1900)</b></span><br></div><div><section><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 Andora fu interessata da una forte immigrazione di famiglie che provenivano soprattutto dal Savonese e dal Genovesato (Pietrese, Finalese, Arenzano, Varazze, Genova…), dall’entroterra ligure, dal basso Piemonte e dal Veneto.<br>In quel tempo la piana era una grande estensione di ulivi, certe aree erano incolte, la zona alla foce del torrente era caratterizzata da acquitrini e paludi. Le famiglie arrivate trasformarono i terreni con la coltivazione di ortaggi e alberi da frutta (pesche, albicocche).<br>Un’analisi puntuale e dettagliata delle famiglie andoresi potete trovarla nel libro di Nello Giusto “Andora il Mare la sua Gente” 2016.<br>Ecco la descrizione di alcuni nuclei che popolarono la vallata e che si integrarono perfettamente con gli abitanti del luogo:<br>“Ricordo alcune famiglie che si trasferirono e stabilirono ad Andora all’inizio del secolo scorso:...i Giusto da Varazze e Scierborasca, i Pastorino da Varazze e Masone, i Mordeglia da Celle Ligure, i Rossi, Vallarino, Anselmo, Damonte, Ferrando, Caviglia e Vigo da Arenzano, i Vassallo, Gabarello, Vezzaro e Vallarino da Tovo San Giacomo, i Pastorelli e Lanteri da Briga Alta, i Pio da Finale Ligure, i Calcagno da Cogoleto, i Bruzzone e Saettone da Albissola, i Bianco, Oddone e Riolfo da Calizzano, i Bellenda da Rialto, i Morelli, Anastasio, Velizzone e Ravera da Pietra Ligure e Loano, i Narancio da Borgio Verezzi, i Canepa da Genova, i Verda da Rezzo…Negli Anni Cinquanta giunsero da Gazzo d’Erli le famiglie Ferrua Armando, la moglie e le figlie Ilva e Vera; Ferrua Venanzio con la moglie e la figlia Claudia; la sorella Olimpia coniugata con Gagliolo Centin di San Damiano, con i figli Rita, Lino, Angelo e Gianni. Ancora Voltolin Mario di origine veneta e la moglie Giaina Benita di Stellanello”.<br>Nel suo libro Giusto cita tante altre famiglie che abitavano ad Andora nella prima metà del secolo scorso: Pagliano, Bottero, Vernazzano, Squadrin, Armato, Melotto, Demichelis, Roascio, Ghiglione, Laureri, Odella, Corio, Nasi, Crivelli, Denegri, Dellarti, Gazzano, Marengo, Garattini, Saettone, Nattero, Massabò, Wolff, Garnero, Porcella, Bruno, Divizia, Fassio, Proglio, Prioglio, Vitelli, Lunghi, Dabroi, Carminati, Gaggero, Aicardi, Bonifacino, Curto, Botte, Scatti, Revello, Ferro, Barusso, Navacchi, Bertolino, Bestoso, Divizia, Vatterone…</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div></div><div></div><div></div></section></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="imTAJustify fs14lh1-5"><b>Immigrazione dal Sud Italia (metà del Novecento)</b></span><br></div><div><section><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tra gli Anni Cinquanta e Settanta, periodo che ha cambiato il volto di Andora, la località ligure è stata meta di emigrazione dal Sud Italia, dalla Sicilia, Calabria, Puglia, Campania, Basilicata, Abruzzo e Sardegna.<br>Sono donne e uomini che, a causa delle difficoltà economiche in cui versava la propria terra d’origine nel periodo post bellico, decisero di emigrare.<br>Sono donne e uomini che hanno contribuito allo sviluppo dell’economia locale e che amano Andora al pari della loro terra d’origine.<br>Durante l’appuntamento di STORIE ANDORESI, del 14 aprile 2017 a Palazzo Tagliaferro, che proponeva il tema “Emigrati ad Andora”, vennero ricordate le tante famiglie provenienti dal Meridione.<br>Dalla SICILIA: Bonadonna, Cuffaro, Dagati, Ferraro, Iacono, Iatì, Munisteri, Vella, Schembri, Siracusa (Montallegro AG); Pisano, Sanfilippo Infurna, La Franca (Realmonte AG); Pellitteri, Valenza, Bertolone, Castello (Mussomeli CL); La Paglia (Vallelunga Pratameno CL); Ardagna, Ferro, Calandrino (Salemi TP); Falzone (Sciacca AG); Vadalà (Giarre CT); Faraone, Pizzo (San Giuseppe Iato PA); Parisi (Modica RG), Nicolosi (Catania); Serrami (Palermo).<br>Dalla CALABRIA: Purita (Zungri VV); Basile (Caccuri KR); Terranova (Fuscaldo CS); Zola (Seminara RC); De Rose (Rovito CS); De Rosa (Boccchigliero (CS).<br>Dalla PUGLIA: Carofiglio (Bari); Corciulo, Felline (Gallipoli LE); Biancolillo, Croce (Trani BA); Marzo (Alezio LE).<br>Dalla CAMPANIA: Gallo, Liccardi (Napoli); Ieppariello (Avellino); Gaetaniello (Casalnuovo di Napoli NA): Tiglio (Santa Maria Capua a Vetere CE); Frasca (Acerno SA); Di Latte (Eboli SA); Fiorile (Sant’Angelo a Cupoli BN).<br>Dalla BASILICATA: Luisi (Lauria PZ); Caccavo (Barile PZ); Savino (Melfi PZ); Salerno (Nova Siri MT).<br>Dall’ABRUZZO: Petrini (Castiglione Messer Raimondo TE); Mergiotti (Montefino TE).<br>Dalla SARDEGNA: Matteu (Giba CA), Farris (Usini SS); Biancu (Masullas OR); Floris (Sanluri CA).<br>Oltre alle famiglie elencate ricordiamo: Panaino, Chirivì, Paradisi, Cuccureddu, Podda, Campanaro, Prudente, Pelosi.</span></div><div class="imTARight"><br></div><div></div><div></div><div></div></section></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="imTAJustify fs14lh1-5"><b>Altri cognomi e famiglie andoresi dalla metà del Novecento</b></span><br></div><div><section><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tra Anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso avvennero importanti trasformazioni e molte famiglie emigrarono ad Andora dove c’erano tante opportunità di lavoro.<br>Opera molto importante fu l’arginamento del torrente Merula, lavoro affidato all’impresa dell’ing. Siniscalchi di Roma.<br>Nello Giusto nel suo libro “Andora il Mare la sua Gente” 2016 scrive: “ Molti suoi dipendenti, per la maggior parte umbri, si fermarono ad Andora e andarono a lavorare per l’impresa Montefredini che si occupava di appalti pubblici per la costruzione di strade, fognature, acquedotti, ecc. tra questi ricordo Marcello e Monaldo Picciaia, Mamberto, Ricci Mario, Fedeli Franco “Schizzetto”, Carbone, Trincia, Piovanello, il geometra Panaino Pietro e altri. Molti di questi rimasero a vivere ad Andora e formarono la propria famiglia”, come Oleastro, Bavaro, Terzi, Gentile, Panicali ….….<br>Ancora Nello Giusto, nel libro citato prima, ricorda che, dalla fine degli anni Quaranta, il commendator Selva cominciò a costruire a Capo Mele villaggi, con ville e alberghi, tra cui il “Sito di Sogno”, molto bello che, in seguito, venne trasformato in appartamenti.<br>Anna Baldi ha raccontato la storia della sua famiglia al Sito di Sogno.<br>Verso la metà degli Anni Cinquanta il commendator Pallavicino costruì il complesso turistico Ariston (due alberghi, un campeggio, una sala cinematografica e un cinema all’aperto) e la famiglia Alberigo di Stellanello aprì il Lido (albergo e sala da ballo) e, successivamente, uno stabilimento balneare e un distributore di benzina.<br>A fine Anni Cinquanta cominciò l’urbanizzazione di Andora Marina che continuò negli Anni Sessanta, Settanta. Il primo palazzo vicino al mare fu costruito in Via Doria, nel 1961. Nella zona a mare vennero edificati palazzi, alberghi, residence, ristoranti, bar, strade, strutture sportive, scuole, piazze….<br>Tante altre famiglie arrivarono ad Andora anche per la costruzione dell’Autostrada dei Fiori, negli Anni Sessanta/inizi Anni Settanta.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div></div><div></div><div></div></section></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="imTAJustify fs14lh1-5"><b>Cognomi e famiglie andoresi del Terzo Millennio</b></span><br></div><div><section><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dalla fine del secondo millennio anche Andora è una cittadina multiculturale con persone di etnie diverse, perfettamente integrate nel tessuto socio-economico locale. Sono donne e uomini attivamente impegnati nell’edilizia, nel commercio, nel turismo, nell’assistenza domiciliare, nell’agricoltura, nell’imprenditoria.<br>La comunità straniera più numerosa è quella proveniente dalla Romania, seguita dall’Albania e dal Maroccco.<br>I cognomi rumeni più ricorrenti sono: Mocanu, Udrescu, Japa, Dobrica, Ciocan, Mirza, Gavrila, Deak, Dumitrascu, Bistritan, Bejan, Miftode, Rusu, Ciornei, Pricop, Mihalescu.<br>Ecco la testimonianza di Marian Mocanu (FOTO), rappresentante della COMUNITÀ RUMENA: “La presenza dei cittadini rumeni ad Andora ha registrato un significativo incremento dal 2008, dopo l’entrata della Romania nell’Unione Europea perché questo ha consentito la libera circolazione delle persone. Il numero di maschi e femmine presenti ad Andora è più o meno uguale, l’età media è relativamente giovane, sono numerosi i nuclei familiari composti da marito e moglie cittadini romeni ma sono presenti anche famiglie miste.<br>La lingua rumena è composta dal 70% di parole di origine latina, molto utile per imparare l’italiano.<br>Ad oggi sono diverse le attività commerciali gestite da rumeni ad Andora.<br>Ci sono vari nomi femminili uguali a quelli italiani: Cristina, Daniela, Valentina, Maria…<br>La religione dei rumeni residenti di Andora: quasi tutti sono cristiani ortodossi con la sola eccezione di una famiglia cattolica, anche molto praticante. La chiesa ortodossa di riferimento dei rumeni di Andora è la Chiesa Santa Rita di Savona, ceduta dalla curia di Savona alla comunità romena nel 2015”.<br>Gli ALBANESI sono ad Andora da più tempo. Ecco i cognomi più diffusi: Ruci, Hodaj, Sina, Zefi, Aga, Qirjo, Musaraj, Kokoshi, Malaj, Aliraj, Godaj, Qira, Jazaj, Gjinaj, Ramaj.<br>In occasione dell’epidemia di coronavirus, su iniziativa del consigliere delegato al commercio Corrado Siffredi, si è reso onore alla generosità e gratitudine dell’Albania, issando la bandiera albanese sul pennone davanti al palazzo comunale. Presente alla cerimonia Ndricim Aga, in rappresentanza degli albanesi residenti nella vallata. (FOTO)<br>È stato un gesto simbolico per dire grazie della sensibilità dimostrata da un paese non certo ricco, ma che conosce il valore del lavoro e della riconoscenza. La comunità albanese ha espresso solidarietà verso il territorio dove si è insediata e dove ha potuto trovare lavoro e creare imprese qualificate e apprezzate.<br>“C’è un legame da sempre forte con l’Albania. – ha dichiarato Siffredi – Nel dicembre scorso, Andora aveva fatto una raccolta fondi con Laigueglia e Alassio per mandare soldi in una zona albanese colpita dal terremoto”.<br>Anche la COMUNITÀ MAROCCHINA è numerosa e ben inserita. Abdelaziz Sofi è l’imam della moschea di Albenga (FOTO)<br>Ecco alcuni cognomi: El Karraoui, Saouab, En-Nejmy, El Assili, Naamane, Saouabe, Ennejjar Lamlih, Nahil, Maarif, Hayate.<br>Sul nostro territorio sono inoltre presenti: UCRAINI, TEDESCHI, EGIZIANI, BENGALESI, CINESI, MOLDAVI, BRITANNICI, TUNISINI, RUSSI, BRASILIANI, POLACCHI, NORVEGESI, CUBANI, FRANCESI, GAMBIANI, OLANDESI, SVIZZERI.<br>Ecco alcuni altri cognomi: Abd El Baky Ibrahim Elbakh Nassar (Egitto); Ma, Ye, Yang (Cina), Fousfos (Siria), Sheick, Howlader (Bengala), Mzali (Tunisia), Kovalichuk, Herman (Ucraina)…</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><br></div></section></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 17:43:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Cognomi e abitanti dal XII al XVII secolo]]></title>
			<author><![CDATA[Sabrina Lunghi]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002D"><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"><b>L’INCHIESTA SUI REDDITI DEL 1252</b><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Appena acquisita da Genova, Andora viene sottoposta ad una inchiesta sui redditi, svolta da Iacobo Bestagno che reca la data del 7 novembre 1252. Questo documento (1) è certamente una fonte di informazioni preziose, per potersi rendere conto della vita economica del territorio in questione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ciò che appare evidente è la vitalità di questa zona, le cui rendite provenivano da sessantasei gruppi familiari, venticinque dei quali legati ad un manso, cioè ad un’estensione di terreno che una famiglia di coloni poteva coltivare annualmente con una coppia di buoi, secondo la definizione data da N. Calvini (2).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I "cognomi" di questi gruppi familiari sono i seguenti:</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-27" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cognomi-e-abitanti-1.jpg"  width="451" height="460" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Fra i suddetti nomi e quelli riguardanti nomi propri e località, credo utile sottolinearne alcuni che rievocano altrettanti cognomi e località tuttora esistenti nella valle del Merula:</span></div><div class="imTAJustify"><ul><li><i><span class="fs14lh1-5">(Maixo de) domo</span></i><span class="fs14lh1-5">, che si può forse collegare con la località Duomo sulla destra del Merula in frazione Molino Nuovo.</span></li><li><i><span class="fs14lh1-5">(Maixo de) costa</span></i><span class="fs14lh1-5">, piuttosto generico, ma che tuttavia può richiamare la località Costa Maggiore, ubicata nella frazione Conna, oppure il toponimo Costa dei Negri nella frazione di S. Pietro, oppure la località Costa d’Agosti nella frazione di S. Bartolomeo.</span></li><li><i><span class="fs14lh1-5">de ferraria</span></i><span class="fs14lh1-5">, probabilmente riferito alla località attualmente detta Ferraia in frazione S. Giovanni.</span></li><li><i><span class="fs14lh1-5">braia</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">è riferito a terreni coltivati a vite, che il Sacro e vago Giardinello cita all’interno della Parrocchia della SS. Trinità di Rollo. E’ possibile che questo toponimo derivi dal longobardo</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">*braida</span></i><span class="fs14lh1-5">, podere,</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">che doveva valere originariamente ‘pianura’ (cfr. ted.</span><span class="fs14lh1-5"> </span><u><span class="fs14lh1-5">breit</span></u><span class="fs14lh1-5">, ampio, spazioso, esteso)</span></i><span class="fs14lh1-5">, e passò ad indicare nei documenti notarili altomedievali il ‘podere’,</span><i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">appunto</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">(3).</span></li><li><i><span class="fs14lh1-5">(Maixo de) aicardino</span></i><span class="fs14lh1-5">: richiama il cognome Aicardi, diffuso attualmente a Stellanello.</span></li><li><i><span class="fs14lh1-5">Oddo gonfreo</span></i><span class="fs14lh1-5">: la gutturale iniziale di</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">gonfreo</span></i><span class="fs14lh1-5">, se mutata nella corrispondente aspra</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b><span class="fs14lh1-5">c</span></b><span class="fs14lh1-5">, lo trasforma in</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b><span class="fs14lh1-5">confreo</span></b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">che richiama la località Confredi, in frazione S. Giovanni.</span></li><li><i><span class="fs14lh1-5">(Maixo de) berni</span></i><span class="fs14lh1-5">: richiama la località Case Berneri, in frazione Rollo.</span></li><li><i><span class="fs14lh1-5">Aicardus</span></i><span class="fs14lh1-5">: usato come nome proprio, richiama il cognome Aicardi (come il suddetto diminutivo Aicardinus).</span></li><li><i><span class="fs14lh1-5">Morenus</span></i><span class="fs14lh1-5">: (non è chiaro se si tratta di nome proprio o di cognome; ritengo comunque più probabile la seconda possibilità perché nel testo è seguito da</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">Iulianus</span></i><span class="fs14lh1-5">) rimanda al cognome Moreno, attualmente diffuso nella frazione Duomo.</span></li><li><i><span class="fs14lh1-5">Durantis</span></i><span class="fs14lh1-5">: genitivo di nome proprio affine al cognome Durante, attualmente diffuso a Stellanello.</span></li></ul></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dall’analisi del documento, appare chiaro il carattere agricolo e pastorale dell’economia della valle del Merula, ove si coltivava il frumento, l’orzo, la spelta (farro), la vite, si allevavano suini, ovini, bovini e da questi ultimi due si ricavava il latte, con cui si producevano i formaggi; nel mulino si riducevano a farina i cereali, da cui si produceva il pane, che veniva smerciato insieme al vino e ai pesci.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Parte di questi prodotti venivano versati come tributi, che si aggiungevano quindi ad altri di diversa natura, come la</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">conditio</span></i><span class="fs14lh1-5">, i</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">comparia</span></i><span class="fs14lh1-5">, i</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">banda</span></i><span class="fs14lh1-5">, i</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">praecepta</span><span class="fs14lh1-5"> </span></i><span class="fs14lh1-5">(4)</span><span class="fs14lh1-5">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Apprendiamo inoltre che ad Andora doveva esservi un discreto mercato, se scorriamo le voci riguardanti i pedaggi sugli animali che transitavano per la valle carichi di merce (muli, ronzini, maiali) e le tasse sulle carni vendute nella macelleria (maiale, bue), e ancora su altri tipi di carne (montone, castrato, capra, capretto, agnello), di formaggi, di pesci.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Veniva applicato poi un diritto di fuoco, un diritto di attracco per le imbarcazioni che giungevano alla ripa (del mare o del fiume).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Anche l’uso del forno e del mulino era soggetto ad una tassa, entrambi infatti erano posseduti dai feudatari, e costituivano quindi una delle loro principali fonti di reddito (5).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Va poi sottolineata la presenza di una tassa particolare: la</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">cabella murte</span></i><span class="fs14lh1-5">, cioè del mirto, un’erba preziosa usata in conceria e in chiesa nelle principali solennità dell’anno (6).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’importanza di questo documento è data anche dalla sua unicità e dalla sua antichità. Infatti occorre attendere circa tre secoli per poterne consultare un altro simile, quando cioè Genova impone nuovamente una sorta di censimento di natura economica, che prende il nome di</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">caratata</span></i><span class="fs14lh1-5">.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">UNA CARATATA DEL 1531</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Prima di esaminare in dettaglio la natura del manoscritto n. 797 (7) risalente al 1531, è bene riflettere brevemente sul significato politico ed economico di questo testo e dei successivi simili ad esso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si tratta di una</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">carata</span></i><span class="fs14lh1-5">, ovvero un</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">registro catastale in cui commissari speciali (</span><b><span class="fs14lh1-5">stimatori</span></b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">o</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b><span class="fs14lh1-5">estimatori</span></b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">o</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b><span class="fs14lh1-5">extimatores</span></b><span class="fs14lh1-5">) annotarono, con l’indicazione del valore rispettivo, le parcelle dei beni fondiari appartenenti ai privati, e i terreni comunali, che</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs14lh1-5">normalmente erano pascoli e boschi. I registri servivano di base per determinare la contribuzione annua (detta</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b><span class="fs14lh1-5">avaria</span></b><span class="fs14lh1-5">) che i comuni dovevano corrispondere alla Repubblica, e l’importo totale dell’avaria era, a sua volta, frazionato e addebitato agli abitanti in proporzione del valore dei loro terreni.</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs14lh1-5">Una parcella prendeva, rispetto al registro, il nome di</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b><span class="fs14lh1-5">carato</span></b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">(nel linguaggio commerciale genovese, fin dall’Alto Medioevo, il</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b><span class="fs14lh1-5">carato</span></b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">rappresentava la parte, non determinata, di un’unità di valore: la comproprietà di una nave, di una casa, la quota di</span></i></div><div class="imTAJustify"><i><span class="fs14lh1-5">compartecipazione di capitale in una banca, era chiamato</span><span class="fs14lh1-5"> </span></i><i><b><span class="fs14lh1-5">carato</span></b></i><i><span class="fs14lh1-5">. Probabilmente la voce è presa dalla pratica dei metalli preziosi e più particolarmente dell’oro). Ora poiché i beni tanto pubblici che privati di un comune costituivano una unità di valore, il</span><span class="fs14lh1-5"> </span></i><i><b><span class="fs14lh1-5">valsente</span></b></i><i><span class="fs14lh1-5">, le parcelle in cui tale beni erano divisi figuravano come altrettanti</span><span class="fs14lh1-5"> </span></i><i><b><span class="fs14lh1-5">carati</span></b></i><i><span class="fs14lh1-5">, e</span><span class="fs14lh1-5"> </span></i><i><b><span class="fs14lh1-5">caratata</span><span class="fs14lh1-5"> </span></b></i><i><span class="fs14lh1-5">fu dunque il complesso delle parcelle</span><span class="fs14lh1-5"> </span></i><span class="fs14lh1-5">(8)</span><span class="fs14lh1-5">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">caratate</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">riguardavano solo i comuni sotto il dominio diretto della Repubblica, per i quali lo stesso governo genovese fissava l’ordinamento amministrativo e che erano soggetti ad una tassa annuale fissata sull’accertamento dei beni posseduti dal comune,</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">come dichiarato nella</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">caratata</span></i><span class="fs14lh1-5">. Andora rientrava in questo ambito amministrativo e fiscale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La creazione delle</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">caratate</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">quasi certamente deve risalire al XII secolo, quando cioè Genova aveva esteso il suo dominio da Capo Corvo a Monaco e oltre i Giovi e aveva completato anche la sua espansione coloniale. Occorreva quindi un censimento delle rendite dei vari comuni liguri, per avere una chiara idea delle nuove entrate nel comune a seguito delle recenti acquisizioni (9).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’indagine sui redditi del 1252 può essere letta in questo senso, anche se la prima</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">caratata</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">vera e propria su Andora è quella contenuta nel manoscritto n. 797.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il documento consta di quarantadue fogli, che misurano cm. 30 x cm. 22, sono scritti da ambo le parti e non sono numerati. Sulla prima facciata con frontespizio, si riporta l’indicazione che il registro costituisce una nuova</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">caratata</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">eseguita da due commissari speciali incaricati dalla Repubblica e da tre sindaci, scelti per rappresentare evidentemente gli interessi dei comuni. Riguarda esclusivamente, come si è già detto, i comuni di dominio diretto, mancano quindi quelli convenzionati o completamente esenti da contribuzioni. Essa non comprende neppure Genova, i cui abitanti furono sottoposti in quell’anno a censimento, ma con indirizzo diverso (10).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il testo del manoscritto n. 797, riguardante Andora, è il seguente:</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Andora</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Appresso segue la informatione sopra li articuli presa en lo loco de Andora.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Et primo veduto el loro registro e datoli solemne sacramento habiamo trovate el loro podere valsente montare la somma de libre DXII mila de loro moneta computate</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">le case che sono moneta de Genoa CLXX mila DC.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le teste de anni XVII in LXX n.° DL</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E più prexione de mori e turchi n.° CXXX</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Li fochi a N.° D</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le anime homini done fanciulli II mila D</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Interrogati sotto el medesimo sacramento se tra loro è mercadanti dicono esserne xii in circa che manezano de ducati CL in II mila in circa, marinari una parte e piscatori, il resto lavoratori di terre.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Di lochi in Sancto Georgio non ne hanno.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">De bestiami para XX in XXV di bovi et altri minuti de D in circa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">De barche ne hanno 2 grosse, XV piccole et uno galione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le loro racolte frumenti et altre biave e fiche per 4 mesi, se referano a lo scritto mandato a la Illustrissima Segnoria e ne hanno da vendere vini per loro uso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le loro entrate in la cabella de vini se ne hano libre LXX in circa moneta de Genoa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le loro spese lavaria ordinaria DCCC</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Per lo podestà libre LXVII, la cabella de embrixi (11) libre CCI, per la guardia de lo cavo del meire libre XXIII, per lì scrivani libre XVI, per lo meistro de schola libre LXX, per lo sindico de lo maleficio libre 1.3.4. in summa moneta de Genoa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">DLVII. d. II den</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">III (12)</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Come si può osservare, viene riportato il numero complessivo della popolazione, al cui interno sono evidenziati i soggetti di sesso maschile, di un’età compresa fra i diciassette e i settanta anni, e il numero di fuochi, cioè di nuclei familiari.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Gorrini osserva che</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">(...) per i fuochi, si rileva il numero limitato di componenti di una famiglia. Giacché un fuoco comprende in media circa quattro persone presenti, dobbiamo concludere che la famiglia ligure sia stata formata dai genitori e da due / tre figli</span></i><span class="fs14lh1-5">. E aggiunge:</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">l’individuazione della popolazione maschile fra i limiti dei diciassette e settanta anni non è in relazione con accertamenti di ordine militare, ma è in funzione con scopi fiscali: le leggi della Repubblica sottoponevano all’</span></i><i><b><span class="fs14lh1-5">avaria</span></b></i><i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">gli uomini che avessero avuta quell’età; l’età legale cominciava poi col venticinquesimo anno. Nel totale delle pagine sono inclusi anche i ragazzi inferiori ai diciassette anni e i vecchi oltre i settanta: non appare in quale proporzione gli uni e gli altri fossero rispetto alle donne</span><span class="fs14lh1-5"> </span></i><span class="fs14lh1-5">(13)</span><span class="fs14lh1-5">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Purtroppo in questa</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">caratata</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">la popolazione non è divisa per località, ma considerata complessivamente, per cui non è possibile valutare realmente l’andamento demografico di esse.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Da un punto di vista economico, si può osservare che</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">la popolazione era costituita in prevalenza da agricoltori che vivevano in un regime di economia modesta e ristretta. Anche nei comuni rivieraschi, la maggioranza della popolazione è dedita al lavoro delle terre. (...) Nelle zone marittime, gli uomini che esercitavano navigazione e pesca non erano più del 20%, a parte alcuni comuni con porti importanti quali Savona, Oneglia, di cui non si fa cenno nella</span><span class="fs14lh1-5"> </span></i><i><b><span class="fs14lh1-5">caratata</span></b></i><i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">per le ragioni suesposte</span><span class="fs14lh1-5"> </span></i><span class="fs14lh1-5">(14)</span><i><span class="fs14lh1-5">. E questa limitata popolazione marinara esercitava il piccolo cabotaggio, cioè trasporto marittimo costiero e pesca</span><span class="fs14lh1-5"> </span></i><span class="fs14lh1-5">(15)</span><span class="fs14lh1-5">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">caratata</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">accenna anche alla presenza di</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">mercadanti</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">o</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">mercanti</span></i><span class="fs14lh1-5">, cioè detentori di capitali nella veste di mediatori; infatti a molti comuni occorrevano importazioni di generi anche di prima necessità, e i mercanti rispondevano appunto a tale fabbisogno (16).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Viene poi citata una prigione di turchi e di mori,</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">certamente un ricordo delle invasioni barbaresche</span><span class="fs14lh1-5"> </span></i><span class="fs14lh1-5">(17)</span><span class="fs14lh1-5">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ancora qualche riflessione circa la produzione agricola e la pastorizia: la</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">caratata</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">testimonia una raccolta di frumento, di altri cereali non specificati (possiamo pensare al farro, all’orzo, cioè a quella produzione presente nel documento del 1252 succitato) e di fichi per quattro mesi all’anno; è citata una produzione di vino, e la presenza di venticinque bovini e cinquecento capi di bestiame di taglia minore. Un quadro dunque piuttosto desolante, rispetto a quello ben più vitale e dettagliato riportato nel documento del 1252, nel quale si aveva la sensazione dell’esistenza di un vivace mercato si scambio, che certo non risulta dalla</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">caratata</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">del 1531.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Infine uno sguardo al bilancio: l’unica entrata qui annoverata è costituita dalla</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">cabella dei vini</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">per circa settanta lire genovesi. Le uscite invece sono rappresentate da l’</span><i><span class="fs14lh1-5">avaria ordinaria</span></i><span class="fs14lh1-5">, per lire ottocento, più le varie spese per il mantenimento del podestà, il guardiano di Capo Mele, gli scrivani, il maestro di scuola, il</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">sindico de lo maleficio</span></i><span class="fs14lh1-5">, la</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">cabella de embrixi</span></i><span class="fs14lh1-5">, per un totale di circa 560 lire.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Anche a proposito dei tributi è possibile riscontrare rispetto al documento del 1252 una semplificazione delle imposte, ma anche una modificazione del sistema contributivo, se è lecito denominare in tal modo un apparato fiscale ancora in embrione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Mi pare cioè che un nuovo spirito di comunità, intesa come nucleo con una propria identità, traspaia anche nella tipologia di pagamento dei tributi. In fatti oltre all’</span><i><span class="fs14lh1-5">avaria ordinaria</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">corrisposta a Genova, la popolazione sosteneva anche una serie di spese, per la retribuzione di funzionari che svolgevano anche un servizio per la comunità: il podestà, il maestro si scuola, il</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">sindico de lo maleficio</span></i><span class="fs14lh1-5">, gli scrivani, la guardia di Capo Mele. In tal modo, parte dei contributi andavano direttamente a beneficio dei contribuenti.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5">UN CENSIMENTO DI FUOCHI DEL 1535 - 1537</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Simile alla</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">carata</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">del 1531 è un censimento di fuochi delle due Riviere presente negli</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">Annali della Repubblica di Genova</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">di A. Giustiniani.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Questi furono redatti nel 1537, ma l’autore non ha indicato a quale anno debbano riferirsi i dati da lui riportati; però accennando alle forme di governo della Repubblica genovese, dice che</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">al presente, il Duce è nominato Cristoforo di Grimaldo Rosso; dico al presente, perché il suo principato è solamente di due anni</span><span class="fs14lh1-5"> </span></i><span class="fs14lh1-5">(18)</span><span class="fs14lh1-5">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">C. di Grimaldo Rosso fu eletto doge di Genova per il biennio che corse fra il 4/1/1535 e il 3/1/1537, per cui A. Giustiniani dovrebbe riportare a questo biennio i suoi dati statistici (19).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Del testo integrale riporto solo il numero dei fuochi suddiviso</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">per località:</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-28" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cognomi-e-abitanti-2.jpg"  width="372" height="538" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">(20)</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I fuochi sono in totale settecentoquarantadue (compresa Laigueglia), quindi duecentoquarantadue in più rispetto al dato, probabilmente arrotondato per difetto o eccesso, del manoscritto n. 797.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le notizie sullo stato economico della valle di Andora sono scarsissime; l’autore si limita a dire che è</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">abbondante di vino, olio, ed altri frutti</span><span class="fs14lh1-5"> </span></i><span class="fs14lh1-5">(21)</span><span class="fs14lh1-5">. Compare qui per la prima volta, rispetto a quanto riportato nei due precedenti documenti, l’olio. E’ difficile stabilire perché questo non appaia nel manoscritto n. 797, precedente di soli quattro/sei anni. Si può pensare che la produzione non fosse così importante da giustificare una sua menzione nel manoscritto del 1531 (22), e che Giustiniani la riporti per assimilare la</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">valle Andorina</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">a quelle contigue di Ponente, famose produttrici di olio. Oppure si può pensare ad una banale dimenticanza presente nel documento del 1531.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il fatto che nel documento del 1252 non si faccia menzione dell’olio, si spiega con la tarda comparsa della coltivazione dell’ulivo in forma intensiva, soprattutto nelle valli del Ponente, che a partire dall’età moderna diventeranno le principali esportatrici di olio. Ciò non significa che nel Medioevo l’ulivo non facesse già parte della flora delle nostre valli, ma esso non era ancora stato sfruttato in maniera intensiva, come accadrà invece in seguito; esso era presente, accanto ad altri alberi di non grandi dimensioni e da flutto (fico), ai bordi dei campi coltivati, usato come limitazione degli stessi e non eccessivamente apprezzato per le sue drupe (23).</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">UN’ANALISI DEMOGRAFICA DEL 1607</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Un’analisi demografica effettuata a circa settanta anni di distanza da quella riportata da Giustiniani, è contenuta in un manoscritto del 1607 (24), e risponde ad una precisa richiesta d’indagine inoltrata da Genova al podestà locale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il contenuto di questo documento ci permette di conoscere il numero di fuochi e di abitanti di ogni località, ed inoltre il nome e cognome di ogni capofamiglia. In tal modo è possibile rintracciare i cognomi tipici di ogni frazione e fare quindi confronti con i nomi già presenti nel documento del 1252 e con la situazione odierna. A tale scopo riporto di seguito, per ogni frazione, un elenco dei cognomi in essa presenti, col numero delle volte che essi ricorrono e il numero totale delle famiglie o fuochi esistenti in ciascuna.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-29" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cognomi-e-abitanti-3.jpg"  width="489" height="1004" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-30" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cognomi-e-abitanti-4.jpg"  width="486" height="587" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-31" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cognomi-e-abitanti-5.jpg"  width="486" height="327" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-32" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cognomi-e-abitanti-6.jpg"  width="486" height="347" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-33" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cognomi-e-abitanti-7.jpg"  width="486" height="307" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-34" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cognomi-e-abitanti-8.jpg"  width="486" height="207" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-36" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cognomi-e-abitanti-9.jpg"  width="486" height="267" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-37" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cognomi-e-abitanti-10.jpg"  width="486" height="267" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-38" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cognomi-e-abitanti-11.jpg"  width="486" height="207" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-39" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cognomi-e-abitanti-12.jpg"  width="486" height="107" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-40" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cognomi-e-abitanti-13.jpg"  width="486" height="267" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-41" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cognomi-e-abitanti-14.jpg"  width="486" height="387" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-42" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cognomi-e-abitanti-15.jpg"  width="486" height="247" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-43" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cognomi-e-abitanti-16.jpg"  width="486" height="130" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ora vediamo il riassunto complessivo:</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-44" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cognomi-e-abitanti-17.jpg"  width="486" height="344" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-45" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cognomi-e-abitanti-18.jpg"  width="787" height="592" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-46" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cognomi-e-abitanti-19.jpg"  width="786" height="704" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Oltre alle osservazioni fatte sopra, a proposito di alcuni cognomi contenuti nel documento del 1252 (25), mi pare utile confrontarli ulteriormente con quelli presenti nel manoscritto del 1607 appena presi in considerazione:</span></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">il cognome</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">Aribertii</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">presenta assonanza, per rotacismo della “</span><b><span class="fs14lh1-5">l</span></b><span class="fs14lh1-5">”, con</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">Aliberto</span></i><span class="fs14lh1-5">, cognome diffuso a Laigueglia e a Marino. Ma richiama anche la località</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">Auberti</span></i><span class="fs14lh1-5">, situata nel comune di Stellanello. A mio avviso, però, il primo confronto è più attendibile del secondo, in quanto sia la “</span><b><span class="fs14lh1-5">r</span></b><span class="fs14lh1-5">” che la “</span><b><span class="fs14lh1-5">l</span></b><span class="fs14lh1-5">” appartengono allo stesso gruppo consonantico.</span></li><li><span class="fs14lh1-5">il cognome</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">Zerbino</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">potrebbe essere all’origine del cognome</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">Serbòn</span></i><span class="fs14lh1-5">, in quanto la trasformazione della</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b><span class="fs14lh1-5">z</span></b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">in</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b><span class="fs14lh1-5">s</span></b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">è frequente in Liguria. Resta però dubbia la parte finale dei due cognomi, che nel documento del 1252 è in</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">-ino</span></i><span class="fs14lh1-5">, mentre in quello del 1607 è in -</span><i><span class="fs14lh1-5">òn</span></i><span class="fs14lh1-5">. Il cognome</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">Serbòn</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">era presente a Laigueglia.</span></li><li><span class="fs14lh1-5">il cognome</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">Buscarini</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">può essere associato a quello di Boscaro, presente in località Castello, se ipotizziamo una mutazione della “</span><b><span class="fs14lh1-5">u</span></b><span class="fs14lh1-5">” in “</span><b><span class="fs14lh1-5">o</span></b><span class="fs14lh1-5">” e la perdita della finale in</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">-ini</span></i><span class="fs14lh1-5">, e la conseguente abbreviazione in</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">-aro</span></i><span class="fs14lh1-5">.</span></li><li><span class="fs14lh1-5">il cognome</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">Perolus</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">potrebbe essere all’origine del cognome</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">Perato</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">attestato, con le sue varianti, a S. Bartolomeo (</span><i><span class="fs14lh1-5">Perato</span></i><span class="fs14lh1-5">), Rollo (</span><i><span class="fs14lh1-5">Peratto/-a</span></i><span class="fs14lh1-5">) dove dà il nome alla località Case Perati, S. Giovanni (</span><i><span class="fs14lh1-5">Perato</span></i><span class="fs14lh1-5">).</span></li><li><i><span class="fs14lh1-5">Gonfreo</span></i><span class="fs14lh1-5">, come ho già osservato sopra (26), presenta evidente analogia col cognome</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">Confreo/-a</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">presente a S. Bartolomeo, e</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">Confredo</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">presente a S. Giovanni, dove dà il nome alla località Confredi.</span></li><li><i><span class="fs14lh1-5">Oliverius</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">può essere confrontato con il cognome</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">Olivero</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">presente a S. Bartolomeo, S. Pietro e Moltedo e le varianti</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">Oliviro</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">e</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">Oliveiro</span></i><span class="fs14lh1-5">, presenti sempre a S. Bartolomeo.</span></li><li><i><span class="fs14lh1-5">Berni</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">si ritrova nella forma</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">Berne/Bernera</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">a Rollo, dove dà il nome alla località Ca’ Bemeri.</span></li><li><i><span class="fs14lh1-5">Morenus</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">può essere messo in relazione con il cognome</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">Moreno</span></i><span class="fs14lh1-5">, diffuso a S. Bartolomeo e Moltedo.</span></li><li><i><span class="fs14lh1-5">Ubaldus</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">presenta una certa affinità con</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">Ubelto</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">(mutazione della “</span><b><span class="fs14lh1-5">a</span></b><span class="fs14lh1-5">” in “</span><b><span class="fs14lh1-5">e</span></b><span class="fs14lh1-5">”, e della “</span><b><span class="fs14lh1-5">d</span></b><span class="fs14lh1-5">” in “</span><b><span class="fs14lh1-5">t</span></b><span class="fs14lh1-5">” appartenenti allo stesso gruppo consonantico) presente in località Ferrara.</span></li><li><i><span class="fs14lh1-5">Rata</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">può essere confrontato con il cognome</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">Rosa</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">(dissimilazione della “</span><b><span class="fs14lh1-5">t</span></b><span class="fs14lh1-5">” in “</span><b><span class="fs14lh1-5">s</span></b><span class="fs14lh1-5">” e mutamento vocalico della “</span><b><span class="fs14lh1-5">a</span></b><span class="fs14lh1-5">” in “</span><b><span class="fs14lh1-5">o</span></b><span class="fs14lh1-5">”), presente a Conna.</span></li></ul></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il raffronto diviene più interessante, perché ricco di rispondenze, se esaminiamo parallelamente il documento del 1607 e i cognomi tutt’ora presenti nell’attuale comprensorio del comune di Andora e Laigueglia:</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-47" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cognomi-e-abitanti-20.jpg"  width="819" height="5241" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">UN CENSIMENTO DI FUOCHI DEL 1629</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Risale al 1629 un documento (27) che contiene un elenco di fuochi, e può quindi essere comparato con le pagine di Giustiniani (28) e con l’indagine demografica del 1607 (29): nel contempo riporta una serie di tasse che la comunità di Andora pagava a Genova e di salari percepiti da alcuni componenti della comunità stessa. Può quindi essere manoscritto n. 797 (30).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Vediamolo in dettaglio:</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-48" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cognomi-e-abitanti-21.jpg"  width="571" height="384" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-49" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cognomi-e-abitanti-22.jpg"  width="797" height="794" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">IL SACRO E VAGO GIARDINELLO</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quasi contemporanee al documento precedente sono le pagine del</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">Sacro e vago Giardinello, un Succinto Riepilogo Delle Raggioni delle Chiese, e Diocesi d’Albenga In tre tomi diviso Cominciato da Pier Franc.o Costa Vescovo d’Albenga dell’anno 1624</span></i><span class="fs14lh1-5">, come recita il frontespizio dell’opera stessa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In esso, oltre ai dati riguardanti strettamente le Chiese della Diocesi Albenganese, troviamo anche qualche cenno riguardante il numero dei fuochi e degli abitanti di ciascuna parrocchia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Riguardo al Castello di Andora sono citati 200 fuochi, per un totale di 850 abitanti, di cui 550 sono</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">anime di comunione</span><span class="fs14lh1-5"> </span></i><span class="fs14lh1-5">(31)</span><span class="fs14lh1-5">. E’ probabile che tale dato vada esteso a tutto il territorio della Parrocchia di S. Giovanni; infatti la chiesa di Castello dipendeva strettamente da quella di S. Giovanni, come si può desumere dal fatto che nella prima si celebrava messa nella mezzanotte di Natale e all’Aurora del giorno successivo, alla Domenica delle Paline, il primo maggio (festa dei titolari SS. Giacomo e Filippo), il 25 luglio (festa di S. Giacomo), nella solennità del SS. Sacramento, nelle Domeniche e nei giorni festivi durante l’anno.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ed in quei giorni il Cappellano della Chiesa di Castello celebrava la messa nella Parrocchiale di S. Giovanni (32). Si dice inoltre che gli oratori della Parrocchia di Andora, dovevano, il giorno della Propria festa titolare, ospitare il Prevosto (cioè il parroco della</span><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">chiesa matrice di S. Giovanni Battista) perché recitasse in essi la messa. Nello stesso giorno il cappellano dell’oratorio di cui si celebrava la festa del santo titolare, si recava a dire messa nella parrocchiale (33).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Gli oratori erano i seguenti:</span></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">Oratorio dei Disciplinati di SS. Nicolao e Sebastiano (Castello)</span></li><li><span class="fs14lh1-5">Oratorio dei Confratelli Disciplinati di Santa Caterina (San Giovanni)</span></li><li><span class="fs14lh1-5">Oratorio o Romitorio di Sant’Antonio nel Capo delli Melli</span></li><li><span class="fs14lh1-5">Oratorio di Santa Maria delli Angioli nella villa di Mosaiga</span></li><li><span class="fs14lh1-5">Oratorio campestre di S. Nazario e Celso</span></li><li><span class="fs14lh1-5">Oratorio di S. Rocho nella villa di Marino</span></li><li><span class="fs14lh1-5">Oratorio campestre di S. Maria di Loreto chiamato la Pigna</span></li><li><span class="fs14lh1-5">Oratorio della S. ma Trinità nella villa di Rollo (34).</span></li></ul></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quindi nella Parrocchia di Andora erano incluse le seguenti località: Castello, S. Giovanni, Colla Micheri, Capo Mele, Mezzacqua, Marina, Marino, Pigna, Rollo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E’ evidente quindi che gli 850 abitanti succitati siano da ripartirsi in queste località, e non possano riferirsi solo a quella di Castello.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A San Bartolomeo vengono attribuiti 43 fuochi, per un totale di 300 abitanti, di cui 225</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">anime di comunione</span><span class="fs14lh1-5"> </span></i><span class="fs14lh1-5">(35)</span><span class="fs14lh1-5">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La cura di San Pietro (la cui chiesa era detta</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">curata</span></i><span class="fs14lh1-5">) non era parrocchiale, ma anch’essa era sottoposta alla Parrocchiale di San Giovanni (36). Da essa dipendevano gli oratori di San Luca, di San Sebastiano nella</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">Contrata de Piani</span></i><span class="fs14lh1-5">, di Nostra Signora della Neve nella</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">villa de Pian Rossi</span></i><span class="fs14lh1-5">, di Nostra Signora delle Grazie nella</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">contrata del Domo</span><span class="fs14lh1-5"> </span></i><span class="fs14lh1-5">(37)</span><span class="fs14lh1-5">, quindi le località attuali di Pian Rosso, del Duomo. Alla cura di San Pietro sono attribuiti 63 fuochi, per un totale di 300 abitanti, di cui 200</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">anime di comunione</span><span class="fs14lh1-5"> </span></i><span class="fs14lh1-5">(38)</span><span class="fs14lh1-5">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Conna, la cui chiesa di Sant’Andrea Apostolo aveva il titolo di parrocchiale, comprendeva nei suoi confini anche Moltedo (39).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Contava in tutto 70 fuochi, per un totale di 300 abitanti, di cui 170</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">anime di comunione</span><span class="fs14lh1-5"> </span></i><span class="fs14lh1-5">(40)</span><span class="fs14lh1-5">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Laigueglia contava 180 fuochi, per un totale di 800 abitanti, di cui 500</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">anime di comunione</span><span class="fs14lh1-5"> </span></i><span class="fs14lh1-5">(41)</span><span class="fs14lh1-5">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I documenti appena presi in considerazione, se messi a confronto fra loro offrono un’analisi dell’andamento demografico della valle del Merula nell’arco di circa un secolo (42). I raffronti sono stati realizzati prendendo in considerazione prima il numero di fuochi, poi quello degli abitanti.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-50" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cognomi-e-abitanti-23.jpg"  width="646" height="467" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-51" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cognomi-e-abitanti-24.jpg"  width="646" height="459" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-52" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cognomi-e-abitanti-25.jpg"  width="850" height="1240" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-53" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cognomi-e-abitanti-26.jpg"  width="849" height="1240" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-54" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cognomi-e-abitanti-27.jpg"  width="733" height="440" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I dati contenuti in queste tabelle apparentemente riflettono due situazioni non parallele:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">da una parte i fuochi appaiono in costante aumento dal 1531 al 1607, passando da 500 a 561, per poi diminuire fra il 1607 ed il 1629, scendendo a quota 520. Invece gli abitanti, nel primo lasso di tempo suddetto (1531-1607) calano da 2500 a 2391, per poi salire bruscamente a 2550 nel 1624 e ridiscendere repentinamente a 2185 cinque anni più tardi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quindi mentre le famiglie crescono di numero, la quota di persone che le compongono si contrae, e inversamente quando le prime diminuiscono la seconda si ridimensiona più lentamente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Comunque, i dati, se osservati complessivamente, dimostrano una flessione numerica della popolazione piuttosto importante, infatti nell’arco di circa un secolo (1531-1629), la perdita è di 315 unità, a fronte di un aumento dei fuochi di 20 unità, questi quindi accrescono di numero, ma si contraggono nei componenti, infatti, la media di questi ultimi passa da 5 (1531) a 4.2 (1629).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le ragioni di questa flessione negativa possono essere molteplici.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Una certamente è costituita dalla ripresa degli attacchi barbareschi, a partire dalla metà del ‘500. Infatti la costa compresa tra Laigueglia e Ventimiglia viene assalita a più riprese nel 1546, 1548, 1555, 1556, 1557, 1565 e 1583 dai vascelli turchi e algerini (43).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Un dato appare evidente: il Castello, fulcro della vita di Andora durante la dominazione dei Clavesana, e quella successiva di Genova, come testimoniano le emergenze artistiche e archeologiche, nei primi decenni del ‘500 appare un borgo, la cui importanza risulta fortemente sminuita. Al suo posto emergono località poste più all’interno o quasi a picco sul mare, come Rollo, che nel giro di un secolo si sviluppano fortemente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quali furono le cause che determinarono una situazione di questo genere?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Una motivazione va ricercata probabilmente nel peggioramento delle condizioni climatiche.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">M. Maglioni riferisce che</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">uno spaventoso temporale desolò la vallata, mutò il corso del torrente Meira che dalla sinistra portò a destra il proprio letto e lasciò dove prima scorreva, stagni paludosi le cui acque produssero febbri intermittenti. Fu allora che la gente del castello, dei Previ, di Mezzacqua, della Marina, fuggì:- il fatto è confermato da una memoria rinvenuta nell’Archivio Comunale che narra: " verso il XV-XVI secolo non lasciò di disertare totalmente il Castello ove ogni minimo fiato di mare portava miasmi pestilenti e tuttavia li porta, in guisa che meno i pochi abitanti che vi sono assueti del resto chiunque voglia là soggiornare al dì d’oggi va soggetto a febbri intermittenti "</span></i><span class="fs14lh1-5">. A ciò si aggiunga la peste</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">che infierì nel Genovesato sul finire del 1400 (e se mal mi appongo nel 1493) ebbe il Castello uccisa gran parte della popolazione: una tradizione, che prova meglio d’ogni altro documento il terrore degli animi, riporta che rimase in Andora una sola famiglia</span><span class="fs14lh1-5"> </span></i><span class="fs14lh1-5">(44)</span><span class="fs14lh1-5">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La notizia di una violenta epidemia è riportata anche da Fedozzi, che in base ai dati raccolti dal Giustiniani la fa risalire al 1436 (45).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E’ possibile che si tratti dello stesso episodio, male interpretato da Maglioni, o piuttosto che nel corso di pochi decenni si siano susseguiti due focolai, forse di diversa natura.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quindi il XV secolo fu determinante nel delineare nella valle del Merula una nuova situazione abitativa, cioè la costituzione di nuove frazioni o l’incremento di quelle già esistenti. Situazione che si riflette nei documenti del ‘500 e ‘600 sopra esaminati.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br><hr></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTAJustify"><ol><li><span class="fs12lh1-5">LIBER IURIUM 1854, I, col. 1169, n. DCCCXLIX.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">CALVINI 1984, <i>sub voce</i> MANSUS.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">GIARDINELLO 1624, p. 372 e PETRACCO SICCARDI-CAPRINI 1981, p. 99.</span></li><li><span class="fs12lh1-5"><i>Conditio</i> = tributo (NIERMEYER 1976, <i>sub voce</i> BANNUS); <i>comparia</i> = tassa imposta sulla terra (DU CANGE, <i>sub voce</i> CAMPARIA); <i>banda</i> = ordine emesso solennemente in virtù d'un potere pubblico, prescrivente o interdicente un atto determinato su pena d'una ammenda fissa (NIERMEYER 1976, <i>sub voce</i> BANNUS); <i>praecepta</i> = ordine (NIERMEYER 1976, <i>sub voce</i> PRAECEPTUM).</span></li><li><span class="fs12lh1-5">FEDOZZI 1988, p. 128.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">FEDOZZI 1988, p. 139.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Contenuto nell'Archivio di Stato di Genova, in sezione <i>Manoscritti</i>.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">GORRINI 1931, p. 4.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">GORRINI 1931, pp. 4-5.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">GORRINI 1931, p. 6.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Dal latino <i>embrix, -icis</i>: mattoni, tegole. Sulla fabbricazione e smercio di questi materiali da costruzione si pagava una tassa fin dal XIV secolo. Circa la presenza di produzione di laterizi nella valle del Merula, si veda anche quanto è stato detto al Cap. I, p. 13.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">GORRINI 1931, pp. 29-30.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">GORRINI 1931, p. 11.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Savona e Oneglia non rientravano nella condizione di dominio diretto, e quindi non sono menzionate in questa <i>carata</i>. Vedi sopra pp. 55-56.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">GORRINI 1931, p. 15.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">GORRINI 1931, p. 17.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">GORRINI 1931, p. 18.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">GIUSTINIANI 1854, p. 76.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">GORRINI 1931, p. 10.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">GALASSI - ROTA - SCRIVANO 1979, pp. 110-111.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">GALASSI - ROTA - SCRIVANO 1979, p. 111.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Gorrini stesso sottolinea come questa produzione fosse molto più diffusa nel Levante, così come qyella del vino. Cfr. GORRINI 1931.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">QUAINI 1979, pp. 56-57.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Manoscritto contenuto nell'Archivio di Stato di Genova, Sala Senarega, Filza 600.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">V. sopra pp. 52-53.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">V. sopra p. 52.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Documento contenuto nell'Archivio di Stato di Genova, Sezione Manoscritti, n. 218.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">V. sopra pp. 61-64.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">V. sopra pp. 64-73.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">V. sopra pp. 54-61.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">GIARDINELLO 1624, c. 369.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">GIARDINELLO 1624, c. 367.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">GIARDINELLO 1624, c. 369.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">GIARDINELLO 1624, cc. 369-371.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">GIARDINELLO 1624, c. 409 retro.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">GIARDINELLO 1624, cc. 413 e seguente.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">GIARDINELLO 1624, c. 429.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">GIARDINELLO 1624, c. 416 retro.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">GIARDINELLO 1624, c. 426.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">GIARDINELLO 1624, c. 426.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">GIARDINELLO 1624, c. 402 retro.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">L'indagine sui redditi del 1252 è stata tralasciata, perchè non is presta ad essere inserita in un tale raffronto.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">CALVINI 1980, pp. 97-164.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">MAGLIONI 1995, pp. 27-28.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">FEDOZZI 1988, p. 119 e GIUSTINIANI 1537, V.</span></li></ol></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTAJustify"></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><hr></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs12lh1-5">BIBLIOGRAFIA</b></div><div class="imTAJustify"></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs12lh1-5">N. CALVINI, Nuovo Glossario Medievale Ligure, Genova 1984.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">Ch. DU CANGE, Glossarium. Mediae et Inﬁmae Latinitatis, II, Bologna.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">G. FEDOZZI, La Valle Steria nei secoli, Imperia 1988.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">SACRO E VAGO GIARDINELLO e succinto Repilogo Delle Raggioni delle Chiese e Diocesi d'Albenga In tre tomi diviso, cominciato da Pier Francesco costa vescovo di Albenga nel 1624 del canonico Ambrogio Paneri, vol. II, Archivio dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri, sez. di Albenga, fotocopia da manoscritto.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">A. GIUSTINIANI, Annali della Repubblica di Genova, I, Genova 1854.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">G. GORRINI, La popolazione dello stato ligure nel 1531 sotto l’aspetto statistico e sociale, Roma 1951.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">Liber Iurium Reipublicae Genuensis, Historiae Patriae Munumenta, VIII, 1-2, Torino 1854.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">M. MAGLIONE, Cenni storici sulla vallata e sul Castello di Andora, Albenga 1895.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">MS 218: ASG, Sala Senarega, n. 218.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">MS 600: ASG, Sala Senarega, Filza 600.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">J. E NIERMEYER, Mediae Latinitatis Lexicon Minus, Leiden 1976.</span><br></li></ul></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 15:39:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Cognomi storici di Andora]]></title>
			<author><![CDATA[Sandro Garassino]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002C"><div class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cognomi-storici-1.jpg"  width="575" height="815" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cognomi-storici-2_kwyg0tg3.jpg"  width="575" height="631" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Immagini tratte dalla Tesi di Laurea "Insediamenti Medievali nella Valle del Merula: esame tipologico" di Sabrina LUNGHI</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Per gentile concessione Sabrina LUNGHI</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Trattando di cognomi, preliminarmente, occorre spiegare che, a seguito della caduta dell’impero romano, venne progressivamente abbandonato il sistema identificativo da essi adottato, il cosiddetto trinomio, costituito dal <i>prenomen</i> (il nome personale) il <i>nomen</i> (indicante la famiglia di appartenenza, la <i>gens</i>) e dal <i>cognomen</i> per distinguere i vari membri omonimi della famiglia. A questi si poteva aggiungere un quarto elemento, <i>agnomen</i>, un soprannome, per ulteriore specificazione dell’individuo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Esempio completo, contenente tutti gli elementi citati, è: Publio Cornelio Scipione, l’Africano.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’abbandono deriva dal fatto che per molto tempo, causa la decrescita demografica, la sostanziale inesistenza di commerci e di comunicazioni, la parcellizzazione degli insediamenti, la distanza tra questi, non era necessario avere un sistema identificativo codificato, ciascun individuo viveva la sua vita in un ambito ristretto dove il nome di battesimo era più che sufficiente a qualificarlo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Successivamente il bisogno venne sentito solo dalle famiglie più importanti, dove si manifesta l’esigenza e l’interesse ad enfatizzare l’appartenenza ad una specifica <i>Gens</i> e alla discendenza da questa, a fini di legittimazione del potere.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dal secolo XIII al XIV, con l’aumento della mobilità e degli scambi commerciali, l’incremento demografico e l’aumento dell’urbanizzazione, l’uso si estese, progressivamente, sino ai ceti più bassi della popolazione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Fu però solo in seguito alle riforme adottate dal Concilio di Trento (1545-1563), che la Chiesa Cattolica introdusse l’obbligo per i parroci di redigere e conservare appositi registri di battesimo e di matrimonio, contenenti il nome ed il cognome dei battezzati/degli sposi, e successivamente, nel 1614, il registro dei decessi. In quest’ultima data furono anche dettate le prime norme circa le modalità di tali registrazioni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Pertanto, è in tale contesto che va cercata l’effettiva origine della cognomizzazione come noi la conosciamo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ovviamente non fu tutto facile, complice, da un lato lo scarsissimo livello culturale generale, compreso quello medio del basso clero, d’altra parte la sovrapposizione dell’utilizzo sia del latino che dell’italiano, magari influenzato dai dialetti locali, furono numerosi gli errori ed equivoci, tanto, in alcuni casi, da trasformare il reale cognome iniziale in una forma che nulla richiama, a prima vista, l’originale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si aggiunga inoltre che negli atti notarili, preziosa fonte di citazioni di cognomi antecedenti alla registrazione dei battezzati, gli errori o “interpretazioni personali” da parte dei notai erano frequenti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Riguardo agli errori di trascrizione la situazione, seppure in misura decisamente minore, si è mantenuta con il passaggio ai Comuni dei doveri di registrazione anagrafica, almeno sino all’avvenuta informatizzazione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">(Fino a pochi decenni fa era presente in Andora una famiglia in cui il padre aveva il cognome terminante con la lettera I, mentre la figlia aveva lo stesso cognome terminante con la lettera E.)</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Inoltre occorre considerare che, almeno inizialmente, ma con usanza protrattasi per circa un secolo, si effettuavano le registrazioni anteponendo la particella DE (apocope di dei) ad indicare appartenenza ad una famiglia oppure la particella DI ad indicare discendenza dal padre. Sovente una di queste particelle si è andata a definire nel cognome stesso, (esempio Negri – De Negri – Denegri), oppure, ancora, il cognome veniva declinato in base al sesso (esempio Galleano – Galleana).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Infine è da sottolineare che, in alternativa alla particella DE, ad indicare appartenenza ad una famiglia, si utilizzava il cognome stesso al plurale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’utilizzo del plurale era pure un “vezzo” frequentemente adottato per sottolineare l’appartenenza ad una famiglia e, conseguentemente, l’importanza della stessa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Di questo è testimonianza, tutta Andorese, la constatazione che il primo atto, compiuto da Marco Antonio (Andrea) Maglione, appena ottenuto il titolo di marchese, sia stato quello di mutare il cognome da Maglione a Maglioni, in tutta evidenza per enfatizzare l’appartenenza a tale “Gens”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il disinvolto utilizzo del cognome dal singolare al plurale è testimoniato da una sentenza del Regio Senato di Genova, nella sua funzione di Corte di Cassazione, datata 1842. In tale <u>documento ufficiale</u> riguardante causa circa la proprietà di un terreno in Andora, tra Catterina Maglione in Garassino e Giulia Confredi maritata Lanfredi, Catterina Maglione è citata per quattro volte come in Garassino e una volta come vedova Garassini (la causa iniziò nel 1814 e, con i vari gradi di giudizio, finì nel 1842 – peraltro con tempi non molto dissimili da quelli odierni… - per cui nel frattempo la Catterina Maglione era diventata vedova…).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">* * * * * * *</b></div><div class="imTAJustify"></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Premesso quanto sopra, come noto, la prima citazione dei cognomi (qui uso il termine in modo improprio e semplificatorio) presenti nel territorio di Andora si rinviene nella relazione di stima del feudo, redatta da Iacobo Bestagno nel 1252, coincidente con l’inizio dell’assunzione della Signoria di Andora da parte di Porchetto Striggiaporci<sup>(1)</sup>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tuttavia è solo grazie all’analisi demografica del 1607 che si ha un quadro complessivo della cognomizzazione locale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il presente lavoro riguarda e tratta i cognomi elencati in quest’ultimo documento, soffermandosi in particolare su quelli tuttora presenti sul territorio o per i quali, comunque è stata conservata la memoria nella toponomastica.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Questo non per fare torto ad alcuno ma per la semplice considerazione che ampliando il raggio di potenziale provenienza della famiglia, diverse sono le possibili origini etimologiche, mutano le influenze dialettali eccetera, complicando esponenzialmente la ricerca.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ovviamente questa non è una ricostruzione genealogica, che comporterebbe ben altri approfondimenti e studi, quindi quando si proporranno possibili connessioni con altre famiglie, queste saranno da intendersi come mere ipotesi più o meno verosimili, in considerazione della limitata area geografica e della plurisecolare dominazione genovese, da verificare, per chi ne fosse eventualmente interessato, tramite puntuali ricostruzioni genealogiche.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le più o meno probabili correlazioni, sono giustificate sia dalla possibilità che un ramo di &nbsp;questa o quella famiglia gravitante su Genova, si sia trasferito nel ponente (e qui magari, fiorito in ulteriori rami), &nbsp;per le più disparate ragioni, incarichi di governo, oppure per acquisizione di proprietà terriere per acquisto, per esserne infeudata, per l’istituto della “<i>Consignoria</i>”, per eredità e così via, oppure al contrario sia stata la famiglia locale, o ramo di questa, a trasferirsi a Genova.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In aggiunta alla spiegazione sulla possibile origine etimologica ed alle possibili correlazioni saranno citati alcuni personaggi che hanno lasciato traccia nella storia, in questo caso preciso che sono stati presi in considerazione solo i soggetti il cui cognome corrisponde esattamente a quello esaminato, con riferimento al contesto geografico ligure e all’epoca storica antecedente il 1900.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Viene inoltre citato, il riferimento all’arme araldica, pur doverosamente ricordando che questa, tecnicamente, anche se non più giuridicamente, è personale e può intendersi famigliare entro certi limiti, ben definiti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Per le famiglie non propriamente appartenenti al patriziato genovese (per essere iscritti a questo era, ovviamente, necessario essere cittadini residenti a Genova) ci si è <u>scrupolosamente attenuti alla presenza o meno,</u> di arma riconducibile alla famiglia trattata, nella raccolta di stemmi, redatta da Giovanni Andrea Musso e intitolato <i>“Le Università delle insegne ligustiche”,</i> manoscritto risalente al 1680, conservato alla Biblioteca Berio di Genova<i>.</i></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Termino il (lungo) preambolo con alcune considerazioni circa gli Alberghi Genovesi, poiché più volte in seguito si farà riferimento a questi, pare opportuno precisare di cosa si trattasse.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Peculiarità quasi unica del patriziato genovese, (fatte salve limitate e sporadiche analogie con realtà diverse, si cita ad esempio Asti con le sue “<i>Casane</i>”) era che questo era organizzato in unioni di famiglie piuttosto che da singole famiglie.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Altrove si potevano avere più famiglie che si richiamavano ad unica ascendenza, man mano suddivisasi in più rami, sempre restava, però, il vincolo di sangue l’elemento identitario. In Genova così non era.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A Genova famiglie di diversa origine e disparata provenienza, non in sola ragione di legami di parentela, che eventualmente ed ovviamente potevano sopravvenire in seguito, ma, soprattutto per motivazioni economico/clientelari e di fazione politica, si univano per scelta in associazioni “istituzionali” denominate Alberghi. La preponderanza di vincoli diversi da quelli strettamente famigliari è testimoniata dal fatto che rami della stessa famiglia furono spesso iscritte in alberghi diversi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Questi raggruppamenti famigliari traevano origine dalle “<i>compagne</i>” e dalle “<i>maone</i>” medievali, una sorta, rispettivamente, di una società in accomandita semplice e di una società per azioni del tempo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il Comune stesso di Genova nacque in origine come “<i>compagna</i>” la “<i>Compagna Communis</i>”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si arrivò ad avere 74 Alberghi (forse più) nella città, poi ridotti a 28 nel 1528, in conseguenza alle riforme istituzionali volute da Andrea Doria.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Iscrivendosi ad un albergo, o meglio, essendo accettati/cooptati all’interno dello stesso, le famiglie ne adottavano il nome, che diventava il cognome principale, spesso di fatto tralasciando, volontariamente, completamente quello originale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Alcuni alberghi furono intitolati alla famiglia predominante, si vedano quelli dei Cibo, dei Doria, dei Grimaldi, dei Fieschi, degli Spinola ed altri.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In altri casi venne adottata una intestazione <i>ex novo</i>, del tutto arbitraria e derivante da ragioni disparate, che nulla aveva a che fare con quello delle Famiglie costituenti. Si veda il caso dei Cattaneo, dei Centurione, dei Gentile, dei Giustiniani, gli Imperiale, i Salvago, eccetera. Ad esempio i Cattaneo così si dissero perché inizialmente l’albergo fu formato da famiglie di comandanti marittimi (Cattaneo da <i>capitaneo</i>), gli Imperiali per privilegio concesso dall’Imperatore Bizantino e così via.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">* * * * * * *</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Fatto questo, a mio avviso necessario, preambolo, si viene ora alla trattazione, in ordine alfabetico, dei cognomi presenti nel documento del 1607, utilizzando la denominazione attuale</b>:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Agosti</b> - Probabilmente dal personale Agostino con l’apocope dell’ultima sillaba oppure direttamente da agosto (mese) o da Augusto. Si tratta di un cognome panitaliano (ovvero diffuso in vario modo in tutta Italia) con la presenza maggiore in Lombardia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Esponenti storici noti: mons. Ippolito Agosto (1838 – 1893) nato ad Andora, Vescovo di Nicopoli, in Bulgaria, dal 1883 sino alla morte.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">N.B. non si è reperita traccia dello stemma vescovile adottato.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Alberti</b> – Già presenti nel 1252 come Ariberti. Da Ariberto – Eriberto nome di derivazione germanica nel significato di “risaltante/splendente tra l’esercito”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In Genova presente Famiglia Alberti, peraltro indicata come proveniente dal levante e non dal ponente e, comunque, si avrebbe ragione di supporre che detta famiglia &nbsp;&nbsp;fosse collegata con gli Alberti, Conti in Toscana, come si evincerebbe dall’arma adottata. Considerato il relativamente tardo arrivo in Genova e la circostanza che la linea principale della famiglia genovese si estinse nella prima metà del 1400, si ritiene improbabile la connessione con gli Alberti del ponente ligure. Constatato inoltre che lo stemma rappresentato dal Musso coincide con quello di detta famiglia genovese, non lo riporto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Alemanno</b> – cognome raro, di evidente derivazione etnica, probabilmente derivante da un capostipite di origine germanica stabilitosi nei nostri territori. Potrebbe anche derivare dal termine <i>arimanno</i> indicante, nel periodo feudale, l’uomo libero coltivante la sua proprietà e tenuto, nei confronti del feudatario, al servizio militare in qualità di fante. Infine, nel medio evo era utilizzato il nome personale Alamanno.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Anfosso</b> – dal nome medievale Anfossus poi Alfonsus ed infine diventato Alfonso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Negli elenchi nobiliari genovesi è presente Famiglia Anfossi, tuttavia questa risulterebbe originaria di Voltaggio e non dal ponente. Fu iscritta nell’Albergo Interiano. E’ possibile che un ramo della famiglia, si sia trasferita a Taggia, dove tuttora è presente il nucleo più consistente, sia nella forma Anfosso che in quella Anfossi. Da tale cittadina, è plausibile che un ramo sia arrivato ad Andora, come è possibile che il ramo di Taggia sia ceppo indipendente, come ipotizzato, con una tesi, forse troppo ardita, dalla prof. Alma Anfosso che, pur non affermandolo esplicitamente, lascia spazio alla supposizione di una provenienza dai Conti di Ventimiglia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’Arma della Famiglia Anfossi (di Genova) è la seguente:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">“d’argento al mare fluttuoso, al destrocherio vestito di rosso movente dal fianco sinistro brandente un tridente in sbarra trafiggente un delfino al naturale, al capo d’oro caricato di tre fiamme di rosso”<sup>(2)</sup>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Inoltre nella raccolta di stemmi, redatto da Giovanni Andrea Musso, sono presenti due versioni parzialmente diverse dell’arme sopra descritta, una accreditata agli Anfossa/Anfossi e l’altra ai soli Anfossi. Infine si sottolinea che vi sono tracce della famiglia Anfossi in Sicilia, in Lazio, in Piemonte ed a Nizza. Le insegne adottate dalle due famiglie siciliane e quella laziale risultano sostanzialmente analoghe a quella descritta (differenziandosi solo per piccoli particolari) dando più che fondamento all’ipotesi che si tratti di rami della famiglia ligure, posto che era frequente che esponenti delle stesse acquisissero nobiltà al sud. Riguardo al ramo Piemontese, specificatamente quello originario dai dintorni di Novi Ligure, e quello di Nizza, pur avendo adottato insegne araldiche diverse, si tratta certamente della stessa famiglia genovese.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Ardoino</b> - Dal germanico <i>harduwin</i>, forte amico. Nome ben attestato nel medio evo, per tutti si ricorda Ardoino d’Ivrea nato nel 955 e morto nel 1015, Re d’Italia dal 1002 al 1014.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Esponenti storici noti: Nicola Ardoino (1804-1895) di Diano Marina, patriota e generale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nello stemmario del Musso presenti come Ardoina o Arduina con la seguente arma: “d’azzurro alla fenice sorgente dalle fiamme il tutto al naturale, coronata d’oro, sostenuta da colle di verde, al sole raggiante d’oro uscente dall’angolo destro del capo”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nello stesso presenti, pure, come Ardoini o Arduini con propria arma:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">“d’azzurro al ponte di legno al naturale posto in banda, al leone al naturale coronato d’oro, al capo di rosso, caricato di quattro nubi d’argento ordinate a croce di S. Andrea”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Berno/ Berneri</b> – possibile provenienza dal germanico <i>Werner</i> (da <i>waren </i>– difendere) per mutamento di W in B, tuttavia l’ipotesi più attendibile è che derivi da un capostipite di nome Bernardo ( sempre dal germanico <i>Bern</i> + <i>hard</i> con il significato di orso ardito o ancora più semplicemente da <i>Bern</i> – orso), attraverso semplificazione dialettale in Berno da cui “<i>I Bernai</i>” intesi come famiglia ed infine Bernero/Berneri, con aggiunta del suffisso <i>ero</i>, ad indicare provenienza per discendenza oppure, semplicemente attraverso italianizzazione o latinizzazione e poi ancora italianizzazione del precedente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel citato manoscritto del Musso citati come Berni e riportata la seguente arma:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">“D’azzurro al destrocherio vestito di rosso, movente dal fianco sinistro tenente una forcella d’oro, al crescente rivoltato d’argento in capo, alla stella d’oro ad otto raggi in punta”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Bianco</b> –dal germanico <i>blanch </i>(splendente, lucente) latinizzato in <i>Blancus</i>. Più che da nome dovrebbe rifarsi ad aggettivo qualificativo, ovvero dovrebbe originarsi da un soprannome indicante una caratteristica fisica, ad esempio un capostipite di capigliatura canuta (vedasi anche il soprannome dialettale “<i>u Giancu</i>”).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si tratta di cognome panitaliano relativamente diffuso, anche nelle varianti Bianchi, Biancheri, Bianchini eccetera.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A Genova presenti diverse famiglie, cognomizzate come Bianchi e Bianchi De Bracelli, tutti di diversa origine e provenienza. I primi furono iscritti nei Fieschi e negli Interiano, i secondi nei Lomellini.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nell’armoriale del Musso i Bianchi sono presenti con distinte arme, come diversi erano, appunto, le famiglie, ma tra queste, pur considerando che il ceppo dei Bianchi che ha dato origine ai Bianchi De Bracelli era originario di Taggia, a mio avviso per varie ragioni, nessuna riconducibile al cognome Bianco dell’andorese.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Borgno/ Borgna – </b>potrebbe derivare dal francese <i>borgne </i>(guercio, cieco) anche attraverso voce dialettale piemontese (in ligure si usa <i>sguersu</i>, <i>sbicciu</i>, <i>ciccu</i> ma non risulta, almeno localmente, l’utilizzo del termine <i>borgno</i>). Panitaliano, il ceppo più consistente in Piemonte, in particolare nella provincia di Cuneo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Calvo/Calvi</b> – anche in questo caso è plausibile una derivazione da un soprannome relativo a capofamiglia o a componenti della stessa contraddistinti da tale caratteristica (si cita ad esempio l’Imperatore Carlo il Calvo).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A Genova a partire dal 1174 era presente una famiglia Calvi, proveniente proprio dalla Riviera di ponente. I Calvi nel 1528 formarono il XIV° albergo a loro nome.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’Arma: scaccato di argento e nero.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Inoltre nel 1748 fu iscritta al patriziato genovese altra famiglia Calvi, proveniente da Oneglia e forse ramo della precedente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Arma di quest’ultima: “di rosso alla fascia d’argento accostata in capo di due teste umane calve al naturale, in punta tre gigli d’oro due a uno”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Cavallo</b> – da soprannome o semplicemente perché il capostipite /la famiglia possedeva un cavallo (cosa ai tempi abbastanza rimarchevole rispetto all’ordinarietà).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In Genova esisteva la famiglia Cavallo o Caballo, proveniente dalla Lombardia, iscritta nei Sauli.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Esponenti noti: Emanuele Cavallo. Avendo comandato nel 1512 l’assalto ed espugnato il forte della “Briglia” a Genova, tenuto dai francesi all’epoca dominanti la città, fu insignito del titolo di “Liberatore della Patria”</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Arma: “troncato in fascia d’argento e di verde, all’albero sul tutto terrazzato al naturale, un cavallo d’argento passante sul tronco”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Cavassa</b> – probabilmente originato da soprannome collegato ad attività relative ad una cava, o solo per avere abitazione vicina a questa dal latino <i>cavus</i> (cava, scavo). In alternativa dal termine francese “chevesne” (cavedano).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Improbabile la connessione del ceppo ligure con quello piemontese, quest’ultimo possibile derivazione dai Cavassa, vicari dei Marchesi di Saluzzo e vassalli degli stessi. Questi Cavassa facevano riferimento alla seconda origine etimologica, tanto da assumere il pesce cavedano come insegna.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A Genova era presente una famiglia cognomizzata Cavazza (occorre, peraltro, sottolineare che nella parlata ligure la Z si pronuncia come una consonante dal suono intermedio tra la Z e la S e, tra le due, il suono esatto è più rispondente alla S). E’possibile dunque che Cavazza sia meramente diversa trascrizione di Cavassa, come avvalorato dal Musso, il quale cita solo questi ultimi accreditandogli medesima arma.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I Cavazza originari da Bargagli furono iscritti nel X° albergo, quello dei Grimaldi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Arma: “bandato di rosso e d’oro, sul tutto torre di due piani d’argento sostenente aquila di nero”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Confredi </b>- dal nome di tradizione germanica Geffredo/Goffredo (Pace di Dio). Goffredi è cognome panitaliano assai più comune che Confredi. Tuttavia l’ipotesi di detta etimologia è confortata dalla circostanza che nell’indagine del 1252 è citata la famiglia Gonfreo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In Musso i Confredi sono citati con l’assegnazione della seguente arma: “d’argento alla quercia nudrida dal piano, il tutto di verde”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Costa</b> - si tratta di cognome panitaliano. Per quanto riguarda la derivazione della cognomizzazione del ceppo/ceppi liguri, questa dovrebbe derivare dai tantissimi toponimi <i>costa</i> presenti in regione, eventualmente tramite soprannome; (mi spiego con un esempio tutto “Connense”: <i>Luiggi da costa</i> per distinguerlo da <i>Luiggi du pozzu</i>).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In Genova erano presenti varie famiglie Costa, che, essendo di diversa origine, discendenza e provenienza, furono iscritti in vari alberghi, cioè in quello dei Cibo, dei Vivaldi, dei Fieschi, nei Gentile e negli Spinola.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Per, un’ipotesi meramente geografica, la famiglia andorese potrebbe derivare dai Costa, che provenienti da Genova, furono infeudati di Garlenda e di altri territori dell’albenganese.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Riporto pertanto la sola arme dei Costa di Garlenda: “Di rosso alla fascia d’argento”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Esponenti storici noti di cognome Costa:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Francesco Costa (Genova 1672-1740) Pittore di stile tardo barocco.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Giacomo Costa (Genova, circa 1760/70- morto circa nel 1835/36) Violinista, fù maestro di Paganini.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Marchesa Antonietta Costa (Genova,1777-1859) Vincenzo Monti le dedicò il “Sermone sulla mitologia”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Antonio Costa, compositore genovese, nel 1829 fondò con Filippo Granara il Conservatorio Paganini.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Giovanni Battista Costa (1825- 1892) con il fratello Giacomo (1836-1916) fondò la Compagnia di navigazione Costa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Divizia</b> (tratto di questi seppure non presenti nel rapporto del 1607, in ragione del fatto che hanno dato origine al toponimo Località Divizi)</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’origine etimologica del cognome più ovvia è nel termine letterario arcaico “divizia” (dovizia, abbondanza, ricchezza) dal latino <i>divitiae</i> (ricchezza), ipotesi supportata dalla scelta di adottare la cornucopia ad insegna, come si evince dalla blasonatura successivamente riportata. In alternativa potrebbe derivare dal termine “vico” (borgo, villaggio ma, pure, col significato di quartiere/strada secondaria) da questo Divico da intendersi come “proveninente dal borgo/quartiere/vicolo” infine declinato al plurale come Divici.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nell’armolario del Musso citata la sola famiglia Devisia o Dibizia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Considerata la trascrizione del cognome, come riportata dal Musso, non si può escludere derivazione dal termine “bigio” (grigio cenere) di etimologia incerta, probabilmente dal latino volgare <i>bicjus</i>, attraverso soprannome relativo a capostipite grigio di capelli, poi con l’aggiunta della preposizione “di” ad indicare provenienza/discendenza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tradizionalmente si fa risalire l’insediamento dei Divizia nei nostri territori, specificatamente a Stellanello, al 1462, quando tale Francesco, ricco esule da Perugia, vi si stabilì. Di certo vi è coerenza nel racconto di una sua fuga da Perugia, considerata l’allora situazione cittadina, funestata da lotte e disordini, derivanti dai contrasti tra i Baglioni, all’epoca Signori della città, legati politicamente ai Medici, e la famiglia rivale degli Oddi, di fazione papale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Meritevole di approfondimento di indagine sarebbe la motivazione che ha spinto il Divizia a rifugiarsi proprio a Stellanello, se effettivamente dotato di così ampie disponibilità finanziarie, invece che a Genova o comunque altre località potenzialmente più interessati dal punto di vista economico/finanziario e commerciale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Traccia storica di un Marco Ambrogio Divizia, capitano al servizio del Principe Andrea Doria.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Arma dei Devisia o Dibizia (come citati dal Musso): “di rosso al leone d’azzurro coronato d’oro, tenente una cornucopia in palo al naturale”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Ferrari</b> – dovrebbe derivare dall’attività svolta dalla famiglia o da località in cui tale attività era svolta. Nella relazione del 1252 viene citato tale “<i>Filius Rollandi de ferraira</i>”. A Genova furono presenti più famiglie Ferrari, tra cui una certamente proveniente da Andora.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tali famiglie, essendo di diversa origine, discendenza e provenienza, furono iscritte negli Alberghi Promontorio, Pinelli, Interiano e ancora nei Promontorio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Avendo ciascuno assunto propria arma, non è stato possibile risalire a quella specifica adottata dal ceppo famigliare proveniente da Andora, pertanto si tralascia la descrizione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Gaggino</b> – L’ipotesi più accreditata sia la provenienza dal personale di origine incerta <i>Acacio, </i>equivalente al latino<i> Innocentius – </i>Innocenzo, da cui molteplici derivati sia come cognomi che come toponimi (si veda Gazzola, Gazzelli, Gazzino, Gaggino Agaggio, Agassi, ecc). Altra possibilità sarebbe la derivazione dal vocabolo longobardo <i>gahagi/gahagg </i>(significante bosco sacro), riferito a persona/famiglia insediatesi nei pressi di questo; tale ipotesi può essere corroborata dalla considerazione della vicina localizzazione del <i>Locus Bormani</i>. In alternativa potrebbe derivare da soprannome collegato al dialettale <i>gaggia </i>(gabbia).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Esponenti storici noti: Giuseppe Gaggino – Genova 1791 – 1867 – scultore (Riportato anche se, forse, senza alcun collegamento con il ceppo ligure, in quanto la famiglia, trasferitasi in Genova nella seconda metà del 1600, proveniva da Gaggino in provincia di Como o da Bissone, in Svizzera.)</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Gagliolo</b> – l’ipotesi più attendibile è che possa riprendere il nome di derivazione germanica ed in uso nel medio evo “Gaglio” derivante dal germanico <i>geil </i>(vigoroso) ma non si può escludere la derivazione da caglio (da gaglio – Galium verum – pianta erbacea sostitutiva del caglio animale), attraverso un soprannome indicante persona particolarmente acida, in osservanza alla tradizione, ben presente nei soprannomi dialettali liguri, di appellativi ironici.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Galleano</b> – dal nomen latino Galienus o in alternativa, dal personale medievale Galianus/Galliano.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nella nobiltà genovese erano presenti, provenienti da Ventimiglia, i Galleana che vennero iscritti nei Doria. Da un ramo trasferitosi in Francia discendono i Galliani divisi nei rami dei Duchi di Gadagne e dei Marchesi di Salenes.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sempre a Genova, ma provenienti da Nizza, la famiglia Galliani (forse una diramazione del ramo francese, che fu iscritta nei Fieschi)</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Esponenti noti di cognome Galleano: Pietro Galleano (1687 – 1761) scultore allievo del Maragliano, Francesco Galleano fratello minore del precedente anch’egli scultore.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Arma dei Galleana: “sbarrato d’azzurro e d’oro, al capo di rosso al leone passante da destra a sinistra d’oro”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Arma dei Galliani (Genova): “d’argento alle due fasce aderenti d’azzurro e di rosso, in capo palo d’azzurro accostato alla fascia dello stesso, sostenuto da due leoni di rosso, in punta due galli affrontati al naturale”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Garassino</b> - dovrebbe indicare provenienza del capostipite da Garessio, oppure potrebbe derivare dal longobardo <i>garisind </i>(dalla radice <i>gar</i> – lancia- e <i>sind</i> – forte/grande, con il significato complessivo di forte lancia) poi latinizzato in <i>garisindus</i>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Garassino come identificativo famigliare è già saldamente presente in atti a partire dal 1200, in area piemontese.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel resoconto sulla consistenza del feudo andorese del 1252 non è presente, analogamente ai Guardone. Tuttavia in quello del 1607 entrambi i cognomi hanno una consistenza numerica più che consolidata. Ne consegue che l’arrivo in Andora delle famiglie (considero entrambe solo per non ripetere identico concetto trattando dei Guardone) dovrebbe risalire o a periodo immediatamente successivo all’indagine, oppure a data anteriore. In quest’ultimo caso, l’assenza può essere spiegata dalla supposizione che all’epoca le due famiglie non avessero proprietà terriere in Andora e svolgessero attività che non prevedessero tale necessità. In altri termini potevano essere pastori transumanti (si ricorda che fino al secondo dopoguerra esistevano pastori transumanti provenienti in riviera dalle Alpi Marittime, in particolare dal Brigasco) oppure che fossero al servizio dei Clavesana. (Si rammenta che i Marchesi di Clavesana, discendevano da Bonifacio Marchese del Vasto ma la linea diretta si era interrotta per mancanza di eredi ed erano diventati Marchesi di Clavesana, in seconda linea dinastica, un ramo dei Marchesi di Ceva, anche questi discendenti dal Del Vasto. Il Marchesato di Ceva comprendeva pure Garessio, per cui non è improbabile che al servizio dei Clavesana, ramo in ultimo proprietario del feudo, vi fosse personale di fiducia originario di Garessio).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Essendo acclarato che il ceppo originario ligure dei Garassino è da ricercarsi in Andora, specificatamente della località a loro intitolata, è indubitabile che fossero da molto tempo ivi insediati. Infatti dall’originale località Garassini, nel XVII°, la cognomizzazione è sparsa un poco in tutta la Liguria; non solo le vicine Laigueglia e Alassio, ma a Finale, Toirano, Genova eccetera. Questo è provato dal fatto che nel 1656 a Sanremo era attivo un Padrone Marittimo/Comandante, tale Gerolamo Garassino e in un documento catastale del Comune di La Spezia risalente a circa il 1680 è presente un Garassino “di Genova” intestatario di una proprietà.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Esponenti storici noti:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Vincenzo e Tomaso Garassino (XIX° sec.) intarsiatori artistici attivi a Savona. Giuseppe Garassino nato a Rollo di Andora, Cannoniere sulla R.N. “Ettore Fieramosca” si offrì volontario nella sfortunata spedizione del Cap. Giulietti che fu massacrata in Dancalia (Etiopia) nel 1881.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Basilio Garassino di Alassio, comandante e armatore, fu console in Marocco per conto del Regno d’Italia, Grecia e Belgio;</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nicolò Garassino sempre di Alassio. Armatore e comandante del brigantino “La Carolina” salvò nel 1862, a rischio di perdere il suo bastimento, l’equipaggio di una nave spagnola e premiato dal Re di Spagna con medaglia d’oro al valore. Successivamente diventato Console d’Italia in Marocco, in occasione della sollevazione delle Kabile del 1907, per il suo comportamento venne insignito con medaglia d’argento dal Governo Belga e di Croce di Cavaliere da quello Italiano.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel già citato manoscritto del Musso, sono attribuite ai Garassino (citati in conformità dell’epoca con particolare riferimento al “Censimento” del 1607 come “Garasina”, due arme distinte, probabilmente assegnate a due rami della famiglia:</span></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">la prima arma: “di rosso al Grifone d’oro sostenuto da rupe di verde movente dal fianco destro, accompagnato in capo da rosa d’argento”;</span></li><li><span class="fs14lh1-5">la seconda: “troncato in fascia, il primo d’oro all’aquila nera coronata, il secondo di verde alla rosa rossa”.</span></li></ul></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Giulla </b>– l’ipotesi più probabile è una corruzione del personale Giulio anche se non può escludersi una derivazione da soprannome dialettale, per esempio da <i>ciulla</i>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quello che è certo è che, verso la fine del XIV° secolo, tale Antonio fu Leonardo, nativo di Andora, detto appunto Giulia o Julla si trasferì a Genova. Da lui ebbe origine la Famiglia Julla o Giuli o De Giuli, che fu inscritta per un ramo nei De Franchi, per un altro nei Calvi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E’ possibile, dunque, che i Giulla di Andora discendano dalla componente familiare rimasta sul territorio, pur non potendosi escludere il “ritorno” di un ramo, in ragione d’interessi rimasti in loco.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Arma (ramo dei Calvi): “fasciato di tre d’azzurro e d’oro”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Arma (ramo dei De Franchi): “fasciato di tre d’azzurro e di rosso”</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Grana </b>– cognome panitaliano potrebbe derivare da un toponimo legato alla coltivazione del grano (si vedano i toponomi abbastanza ricorrenti presentanti tale radice ricordo <i>Castelgrana</i>, <i>Grana</i> – Comune e Torrente in Piemonte -, &nbsp;&nbsp;G<i>ranara </i>in Liguria<i>, granarolo</i> ecc.) oppure dal cognomen latino <i>granatu</i>s.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Guardone </b>– dal longobardo <i>wardon</i> /germanico <i>warden</i>, guardiano. Qualcuno, localmente, propende per la tesi che i Guardone siano di provenienza catalana come i Maglione. Questa ipotesi può essere confortata dalla considerazione che uno degli ultimi esponenti il ramo principale, Diego Maurizio Guardone, portasse il nome di Diego, di tradizione iberica, tenendo conto dell’usanza, tuttora non infrequente, di ereditare il nome dal nonno. Non è tuttavia da escludere, in ragione della ben attestata presenza in Andora nel 1607, che, come argomentato in precedenza trattando del cognome Garassino, i Guardone si siano stabiliti sul nostro territorio molto prima, al seguito dei Clavesana, nel loro caso come personale di guardia, scorta e presidio. In tal caso non vi sarebbe alcun collegamento con una possibile origine catalana.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Lanfredi </b>– dal nome di derivazione germanica Lanfredo (da <i>Lanz-Frid</i>, pace nelle lance oppure da <i>Land-Frid,</i> pace in terra/nel paese). Cognome a bassa diffusione ma panitaliano, il ceppo più consistente in Lombardia, in particolare nel bresciano.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Languasco </b>– dal termine geografico “langa” (rilievo collinare a profilo allungato) con, in aggiunta, il suffisso “asco”, abbastanza comune in Liguria, da intendersi come provenienza geografica, oppure da un microtoponimo locale (ad esempio nel Comune di Campomorone (GE) esiste la frazione Langasco. Si tratta di un cognome raro, con ceppo principale ad Imperia (oltre metà delle presenze totali in Italia).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In Musso citati come Langasca o Langasco con riportata la seguente arma; “d’argento al leone di rosso coronato d’oro sostenuto dalla rupe di verde movente dal fianco destro”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Maglione</b> – dovrebbe derivare da Maglio (grosso martello a due teste, mazza) a sua volta derivato dal latino <i>malleus</i> (martello). Questa ipotesi è sottolineata dagli stessi Marchesi Maglioni, posto che assunsero il martello come loro insegna. Tuttavia, sembrerebbe non si sia tenuto in dovuto conto la dichiarata origine catalana della casata. Considerato questa, il cognome potrebbe derivare, eventualmente tramite soprannome, dalla parola catalana “<i>maliona</i>” traducibile in “malizia”. Questo sarebbe coerente, pure, nella presenza in Andora, sempre nel rapporto del 1607, del cognome Malion/Maliono.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Inoltre mi corre l’obbligo di sollevare una questione. I marchesi Maglioni considerano loro capostipite Matteo Maglione detto il “Garo” giunto in Andora dalla Catalogna nel 1640. Questa è un’incongruenza. Nell’analisi del 1607 l’esistenza dei Maglione in Andora (o meglio nell’allora territorio di Andora comprendente Laigueglia) era più che attestata, come dimostrato non solo dalla presenza del cognome Magliona/Maglione ma da altri cognomi di medesima radice etimologica, cito nuovamente Malion, Maliono oltre a Maglio e Malio. E’possibile che il “Garo” (soprannome probabilmente derivante da <i>“garum”</i>, “salsa di pesce”, non incoerente con la professione svolta dallo stesso) sia effettivamente giunto nel 1640, in ricongiungimento ad altro ramo famigliare già presente, ma non si può escludere che quanto sostenuto dai marchesi, sia una ricostruzione arbitraria a fini agiografici, dettata dalla necessità di individuare un capostipite certo ed una adeguata linea di ascendenza, sufficientemente datata. &nbsp;</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Arma Maglioni: d’azzurro al leone d’oro tenente con la branca destra un martello d’argento.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Inoltre considerato che nel 1827 Marco Andrea Maglione sposa Camilla Carrega, tratto di questi:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I Carrega di Genova discendono da Pietro il “Carrega” notaio del Comune di Genova nel 1222. I Carrega furono iscritti in parte nei Sauli e in parte nei De Marini. Diedero 9 senatori alla Repubblica. Nel 1877 il ramo principale assunse il titolo di Principi di Lucedio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Arma dei Carrega: partito d’oro e di rosso al leone passante in fascia, del primo nel secondo, tenente un giglio verde.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Successivamente Stefano Maglioni si sposò in prime nozze con Maddalena Cazulini dei Signori d’Arnasco. Arma dei Cazulini o Cazzulini: “troncato di rosso e d’oro, al mestolo di legno al naturale disposto in palo sul tutto, il manico in capo e la coppa in punta”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In seconde nozze sposò Virginia Novaro</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Arma dei Novaro (nel Musso): “d’azzurro, al delfino di rosso nuotante in fascia nel mare fluttuoso d’argento, al leone al naturale nascente da detto mare, coronato all’antica d’oro, accompagnato da tre stelle di otto raggi dello stesso poste 1 a 2.”</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Marco si sposò con Lilla Cambiaso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I Cambiaso diedero 2 Dogi e otto senatori alla Repubblica</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Arma dei Cambiaso: “d’azzurro ad una scala in palo di sette pioli sostenuta da due levrieri controelevati, il tutto d’argento e movente dalla pianura di verde”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Giuseppe si sposò con Matilde Novaro (vedi arma sopra riportata)</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Marco ebbe una figlia Maria Ernestina, che si maritò con Paolano Mazè de la Roche.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Arma dei Mazè de la Roche: “palato d’argento e d’azzurro, al capo del secondo carico di due colombe con ramo d’ulivo nel becco al naturale”<sup>(3)</sup>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Manno</b> – cognome panitaliano, il ceppo più consistente in Sicilia. Potrebbe derivare dal latino <i>magnus</i>, tuttavia nel caso specifico del ceppo andorese, considerato che in Andora è presente la famiglia Alemanno, potrebbe trattarsi di aferesi di tale denominazione, derivante da errori di trascrizioni o da semplificazioni anche attraverso soprannomi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Mantello – </b>già presenti nel 1252<b>, </b>deriva palesemente dal latino <i>mantellum</i> (velo, poi nel medio evo assunto al significato attuale), forse collegato a capostipite/famiglia esercitante l’attività di confezionamento di tali capi di abbigliamento o più semplicemente da soggetto uso ad indossarlo. &nbsp;Cognome raro ma panitaliano.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Marchiano </b>– si presume una derivazione dal cognomen latino “marchianus”. In Andora esiste il toponimo “monte Marchiano” ma tale denominazione dovrebbe derivare dal fatto che in origine fosse di proprietà della famiglia e non viceversa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si esclude il collegamento del ceppo ligure con quello meridionale cognomizzato Marchianò, di diversa origine etimologica, in quanto quest’ultimo risulta correlato alla minoranza albanese (Arberesche) presente da secoli in diverse zone dell’Italia meridionale ed insulare.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Micheri</b> - dovrebbe rifarsi al nome di persona Michele probabilmente, come già ipotizzato per i Berneri, dal dialettale <i>Michè </i>per Michele, poi <i>Michei</i> ad indicare la famiglia ed infine Micheri per trascrizione in latino od italiano.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Moreno</b> – Potrebbe derivare dal latino <i>Maurus</i> ad indicare abitante della Mauritania poi inteso come scuro, da cui deriva il personale medievale Morenus. Non si esclude, però soprannome relativo a capostipite particolarmente scuro di carnagione con similitudine al cognome Negro trattato successivamente. In alternativa, dal pesce murena attraverso soprannome. Più improbabile, ma non esclusa, la derivazione da morra/mora analizzata al cognome successivo. Già presente in Andora in occasione del rapporto risalente al 1252.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nello stemmario del Musso presente arma assegnata ai Morena, così citati, come di seguito blasonata: “d’azzurro al mare fluttuoso, alla murena nuotante in fascia d’argento”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Morro</b> – come Moreno potrebbe derivare da <i>Maurus</i>, tuttavia appare più plausibile la derivazione del termine italiano arcaico (usato anche da Dante) mora o morra con significato di cumulo di pietre (da cui il termine geologico morena). Il cognome potrebbe pertanto derivare da microtoponimo (a Conna, per esempio, esiste località <i>ina Mura</i>). Cognome raro, tipico del savonese.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Esponenti storici noti: Francesco Morro pittore genovese del XVII° sec. – Giuseppe Morro (1806 -1873) fu Sindaco di Genova.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Negro</b> – dovrebbe derivare da qualche caratteristica personale del capostipite.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A Genova presente la famiglia Di Negro il cui capostipite fu Manfredo detto il “Negro” (appunto). Di questa famiglia un ramo fu iscritto nei Giustiniani mentre la restante parte nel 1528 formò il IV° albergo a proprio nome. Diedero un Doge e 15 senatori alla Repubblica.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Arma: d’argento a tre gigli d’azzurro due ad uno, il capo inchiavato di rosso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il Musso cita anche la Famiglia Negra o Negri con la seguente arma:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">“di nero al monte di tre cime di verde accompagnato in capo da tre rose d’argento ordinate 1 e 2”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Ordano</b> – si tratta di un cognome raro, sostanzialmente costituito da due ceppi, uno ligure, localizzato prevalentemente nel ponente savonese, in particolare proprio Andora, ed uno piemontese. Non dovrebbero esserci correlazioni tra i due ceppi ma questo non si è in grado di escluderlo. Riguardo l’origine etimologica, l’ipotesi più probabile è che derivi da Giordano, nome abbastanza comune nel medio evo, che ha dato origine a cognome panitaliano. Da Giordano, eventualmente tramite passaggio nella trascrizione Jordano/Jordanus ed infine, con aferesi dell’iniziale, Ordano.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Olivieri</b> - cognome in apparenza chiaramente derivato dall’attività svolta. Tuttavia, constatato che nel 1252 &nbsp;era presente famiglia Olivarius, considerata l’epoca, antecedente, di fatto, all’introduzione (o meglio reintroduzione) e della diffusione nel nostro territorio della coltivazione dell’olivo, da parte dei monaci benedettini dell’abbazia di Taggia, il cognome potrebbe, più plausibilmente derivare dal personale Oliviero (anche personaggio di poemi cavallereschi) originato dalla &nbsp;latinizzazione e sovrapposizione per assonanza, di forme germaniche e norrene ( come <i>alfher</i> da cui Alfiero e Olaf oppure da <i>Aliwart </i>da cui i francesi Aulivard e Olivard e &nbsp;gli spagnoli Alvaro/Alvarez).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A Genova era presente una famiglia, gli Oliverio, cittadini genovesi dal 1175. Un ramo fu iscritto nei Giustiniani ed uno nei De Franchi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Arma (ramo dei Giustiniani): “di porpora al capo d’azzurro caricato di leone d’oro passante e coronato”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Arma (ramo dei De Franchi): “d’argento a tre ulivi nudridi da tre monti di verde, quello più alto sostenente aquila coronata di nero, al sole d’oro uscente dall’angolo destro del capo”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Pagliano</b> – l’ipotesi più probabile è che derivi da soprannome connesso alla paglia o mestieri ad essi collegati. Possibile, pure, derivazione da microtoponimo. In Andora, in effetti esiste località Pagliano, pertanto è sia possibile che si tratti di cognome di derivazione prediale sia che, viceversa, la località abbia assunto la denominazione dai proprietari.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Perato</b> – Potrebbe derivare dal personale Piero, o da soprannome attraverso il fitonimo pero. Nella relazione del 1252 è presente l’identificativo Perolus, è pertanto possibile che questo si sia definito in cognome con l’aggiunta del suffisso <i>ato</i> a indicare tratto tipico distintivo o la somiglianza con il sostantivo di base.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Preve</b> – evidente derivazione da componente della famiglia ordinato sacerdote, tramite soprannome dialettale, ad esempio “<i>u nevu du preve</i>” – il nipote del prete.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Citati in Musso e assegnatari delle seguenti arme:</span></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">la prima: “troncato in fascia, d’azzurro e di verde, al leone al naturale sul tutto coronato d’oro, sostenuto da ramo tagliato e fogliato, alla stella d’oro di otto raggi in capo a destra”;</span></li><li><span class="fs14lh1-5">la seconda: “di rosso, al tricorno sacerdotale di nero ordinato in banda, accostato da due bande d’oro”.</span></li></ul></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Quartino</b> – l’ipotesi più probabile è derivazione da soprannome ironico ad indicare soggetto di bassa statura e di corporatura tozza, (dall’unità di misura “quarta”) oppure riferito a soggetto incline al bere.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Raimondo </b>– da nome personale di origine germanica Raimondo (senno /intelligenza + protezione /difesa con il significato complessivo di protetto/consigliato dagli dei).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A Genova presente famiglia Raimondo originaria, genericamente della Riviera di Ponente. Venne iscritta nel XX° albergo, quello dei Pinelli.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Usarono diverse arme, riporto la più ricorrente: scaccato d’argento e di rosso, al leone nero sul tutto coronato d’oro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Rebecco</b> – forse proviene dal personale, di origine ebraica, Rebecca (che una famiglia abbia cognome derivante da una donna non è affatto insolito, considerato che gli stessi Doria assunsero il cognome da Oria – Orietta - Della Volta madre di Anselmo, il capostipite della casata, detto appunto Anselmo d’Oria, cioè figlio di Oria).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In alternativa potrebbe derivare da microtoponimo, considerando che a Conna esiste località Rebecca. Tuttavia, come nel caso dei Marchiano il toponimo potrebbe derivare dalla possibilità che fosse di proprietà della Famiglia. In ultima ipotesi, possibile richiamo a ribeca/ribechino, anche ribecca/ribecchino, antico strumento musicale popolare.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Risso</b> – dal soprannome dialettale <i>risso</i>, riccio inteso sia come riccioluto sia come riccio spinoso ad esempio di castagna o di mare, sia, almeno localmente, come il simpatico animaletto (in genovese quest’ultimo sarebbe <i>riseu</i>, stranamente come il selciato…).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Presenti nell’armoriale del Musso come Rissa o Risso, l’arma di questi: “d’argento alla banda d’azzurro sostenente aquila di nero coronata d’oro, al riccio al naturale, in punta, sostenuto dal terreno di verde”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Rossi</b> – come noto si tratta della cognomizzazione più comune in Italia. Questo, paradossalmente complica di molto la ricerca e l’ipotesi dell’origine etimologica riferita allo specifico ceppo andorese. Nella relazione del 1252 si fa riferimento alla presenza di una famiglia Rossello. Probabilmente è a questa origine etimologia opportuno fare riferimento. Considerato che il nome personale Rosso non era infrequente nel medioevo (cito ad esempio Guglielmo Rosso Della Volta, Podestà genovese di Albenga nel 1228 e Rosso Della Turca, Ammiraglio genovese dell’epoca.) potrebbe derivare da nome di capostipite declinato in vezzeggiativo Rossello, poi stabilizzatosi in Rossi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nella Raccolta del Musso presenti tre arme accreditate ai Rossi, che riporto nonostante sia impossibile stabilire se una di queste possa essere ricondotta, effettivamente, ai Rossi di Andora:</span></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">la Prima: “d’oro al leone al naturale tenente con la branca destra una rosa rossa, sul tutto tre fasce di rosso”;</span></li><li><span class="fs14lh1-5">la seconda: “di rosso al leone al naturale coronato d’oro e tenente con la branca destra un giglio d’argento alla banda d’azzurro sul tutto”;</span></li><li><span class="fs14lh1-5">la terza: d’argento al monte di tre cime di rosso, uscente dal mare fluttuoso d’azzurro, sostenente tre rose rosse al naturale”.</span></li></ul></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Sibelli</b> – di provenienza etimologia incerta, potrebbe derivare dal nome personale medievale “<i>Gibellus</i>”, forse di derivazione germanica. In alternativa potrebbe derivare, con un’ipotesi ardita ma non illogica, da Eusebio, nome di diversi santi, con una corruzione radicale dell’originale, attraverso il toponimo Sant’Eusebio, dialettalmente sincopato in Sansebio da cui Sebio/ Zebio (questi ovviamente pure possibile derivazione diretta da Eusebio). Infine, tramite derivati come Zibello, Zibelli, Gibelli, Civelli, Sibelli. Ceppo consistente in provincia di Cuneo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Siffredi</b> – dal nome personale di tradizione germanica significante “pace nella vittoria/pace vittoriosa” attraverso la latinizzazione dello stesso in <i>Sigfridus</i>. A bassissima diffusione, il ceppo prevalente presente tra il ponente savonese e l’imperiese.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Stalla </b>– probabilmente originato da soprannome derivato da attività, o anche semplice proprietà, collegata ad una stalla. Cognome raro concentrato nel ponente savonese.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Tagliaferro</b> – probabilmente originato da soprannome – epiteto. Si escluderebbe collegamento, perlomeno per discendenza, con Bonifacio II° di Clavesana detto “Il Tagliaferro” per le sue imprese militari, che ereditò, con il fratello Odone, dal padre Bonifacio I° il feudo di Andora. Infatti il Tagliaferro morì senza eredi ed il feudo passò ai figli di Odone.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In Genova era presente una famiglia Tagliaferro, probabilmente ramo cadetto dei Marchesi di Saluzzo. Tale Famiglia ebbe la signoria di Tagliaferro, ora borgo nel Comune di Moncalieri.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’arma: di rosso a tre fasce di verde alla banda d’oro sul tutto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Inoltre nel Musso citati i <i>Tagia Ferro</i> o Tagliaferro con riportate due arme:</span></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">la prima: “d’azzurro alla banda d’argento accompagnata da tre stelle d’oro male ordinate, una in capo, due in punta”;</span></li><li><span class="fs14lh1-5">la seconda: “di rosso a tre fasce di verde alla banda d’argento sul tutto caricata di tre F di nero”.</span></li></ul></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Trevia</b> – dovrebbe originarsi dal latino <i>trivium</i> (trivio – incrocio di tre strade) forse per l’ubicazione dell’abitazione della famiglia. Si tratta di un cognome raro, concentrato nella riviera di ponente, in particolare proprio ad Andora.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Viale</b> – Potrebbe derivare sia dal personale Vitale con la perdita della consonante T, oppure attraverso soprannome dalla voce dialettale <i>biale</i> (condotta d’acqua artificiale si vedano i similari <i>bealera, bea</i> ecc) con riferimento ad attività connessa a tale condotta ad esempio un mulino, un frantoio ecc. (cito ad esempio il soprannome <i>Censin da bea</i>).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A Genova i Viale, originari da Bergagli o da Diano Marina (ovvero da entrambi i luoghi) furono iscritti in parte nei De Franchi e in parte nell’albergo dei Negrone.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Diedero a Genova due Dogi e una dozzina di senatori.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Arma: d’azzuro alla banda d’oro, due leoni coronati, d’oro, uno in capo ed uno in punta.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><b>Zerbone</b> – dalla voce dialettale <i>Zerbu </i>(gerbido, incolto, terreno abbandonato), attraverso soprannome. Nel rapporto del 1252 si fa riferimento alla famiglia Zerbino.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel Musso sono citati i Zerbina o Zerbino con la seguente arma: “d’azzurro alla corona all’antica e alla stella a otto raggi, ordinate in palo, il tutto d’oro”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><b class="fs14lh1-5">* * * * * * *</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><b class="fs14lh1-5">Concludo trattando di una famiglia che non compare, o meglio non è riconducibile a nessuna di quelle citate sia nel 1252 sia nel 1607, ovvero la Famiglia Andora (il Musso cita anche Andoria).</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Gli Andora si stabilirono a Genova nel 1300 circa, provenienti proprio da Andora.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Adottarono la seguente arma: “troncato in fascia di azzurro e di rosso alla banda su tutto d’oro”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Alias: “troncato in fascia d’azzurro e d’argento alla banda su tutto d’oro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In Musso gli Andoria, sono accreditati dell’arma così blasonata: “troncata inchiavata di cinque, il primo di rosso all’albero nascente dalla partizione, di verde, il secondo d’azzurro a tre gigli ordinati in fascia d’oro”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sono reperibili tracce araldiche della Famiglia Andora in Lazio e Francia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Successivamente cambiarono il nome da Andora in Sopranis e, con questo cognome, nel 1528 furono iscritti nei Cibo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Come <b>Sopranis</b> diedero otto senatori alla Repubblica.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Arma del Sopranis: d’azzurro al leone assiso con il capo in maestà, coronato, d’oro, sostenuto dalla pianura di verde.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"></div><div class="imTAJustify"><hr></div><div class="imTAJustify"><b><u><br></u></b></div><div class="imTAJustify"><b><u class="fs12lh1-5">NOTE</u></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><i>1) </i><i>Porchetto Striggiaporci della Famiglia Nepitelli-Striggiaporci.</i></span></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">La Famiglia Nepitelli-Striggiaporci insieme alla Famiglia Porco o Porcile formarono albergo con il nome SALVAGO. Diedero un Podestà e 9 senatori alla Repubblica.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Arma (Striggiaporci): di nero alla striglia d’argento in palo sostenuta da due porci al naturale.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Arma (Salvago): d’oro alla rotella di nero caricata di un leone d’argento.</i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><i>2) </i><i>La descrizione araldica (Blasone) è strettamente e puntualmente codificata. Ogni termine, la posizione dello stesso all’interno della didascalia, ha un preciso ed univoco significato per evitare ogni dubbio interpretativo. Per non tediare eccessivamente mi limiterò a ricordare che la descrizione avviene sempre dal punto di vista di chi porta l’insegna, come se il portatore la illustrasse all’osservatore. Pertanto destra e sinistra sono invertite.</i></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><i>3) </i><i>Esponente di spicco dei Mazè de la Roche fu il conte Gustavo (1824-1886) generale e politico. Partecipò al Corpo di Spedizione in Crimea. Fu attivo nel contrasto al brigantaggio, in particolare in provincia di Foggia, dove si distinse per metodi definibili, eufemisticamente, sbrigativi. Fu comandante dell’a XII^ divisione dell’esercito sabaudo nel contesto della presa di Roma nel 1870. (a tale proposito si rimanda al resoconto sull’episodio della breccia di Porta Pia scritto da Edmondo de Amicis, che era al seguito proprio della colonna comandata dal Mazè).</i></span></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">In seguito fu Senatore del Regno e Ministro della Guerra nel III° Governo Depretis nel 1878-1879.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Ho evitato accuratamente di aggiungere a Mazè de la Roche, la specifica altrove riportata, “di Alassio” in quanto questa è mera indicazione di frequentazione, dimora, domicilio e, forse, in qualche periodo, di residenza ma, in alcun modo, è da intendersi come derivazione da titolo “feudale”.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">La presenza in Alassio dei Mazè deriva, esclusivamente, dalla circostanza che il Conte Gustavo, sopra ricordato, sposò Bianca Ferrero dei Marchesi di Ormea.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5">Bianca aveva un fratello (o meglio, un fratellastro in quanto di secondo letto), Vincenzo, che sposò Onorina dei Marchesi Ferrero de Gubernatis, proprietari del bel palazzo nel centro di Alassio. Da qui la frequentazione.</i></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 15:32:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Assetto giuridico - amministrativo di Andora in età moderna]]></title>
			<author><![CDATA[Tamara Grossi]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002B"><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Assetto-giuridico-1.jpg"  width="839" height="1199" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTACenter"><div><span class="fs14lh1-5"><b>I. I QUARTIERI DELLA MAGNIFICA COMUNITA' DI ANDORA</b><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Risale al 1785 un documento in cui vengono elencati i cinque Quartieri in cui era ripartita la Magnifica Comunità di Andora. Il documento in questione fu dato alle stampe in occasione dell'annosa controversia sorta tra la M.ca Comunità di Andora e Laigueglia, uno dei cinque quartieri componenti la Comunità, che insieme alle altre ville formava “<i>una sola Comunità, un solo corpo e un solo Territorio e Giurisdizione</i>” (2).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nella stampa citata, dal titolo:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">“<i>Costituzioni di Governo ed estensione di territorio della M. Comunità di Andora esposte dal Signor Angelo Maria Anfosso deputato in Genova per li quattro quartieri della valle di Andora alla eccellentissima Giunta dei Confini dal Serenissimo Senato commissionata sulle pratiche di detta M. Comunità col quinto quartiere della sua villa di Laigueglia</i>”: si legge:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">"La M. Comunità è composta di sei Parrocchie, dalle quali si formano li cinque Quartieri in Comunità e dette Parrocchie sono le seguenti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">- la Propositura di S. Giambattista;</span></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">l'Arcipretura di S. Matteo;<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">la Rettoria di S. Pietro;<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">l'Arcipretura di S. Andrea;<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">la Rettoria di S. Bartolomeo;<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">la Rettoria della S.S. Trinità.<br></span></li></ul></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5"><br></i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">Li Quartieri poi; che compongono la M. Comunità, sono:</i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><ol><li><span class="fs14lh1-5"><i>Il <b>Quartiere di S. Giacomo</b>, che resta situato dalla parte di Levante della Fiumara intermedia la Valle di Andora, composto dalle Borgate di Castello, Borgo, Marino, Colla Micberi, Mezzacqua, e Marina, sottoposte alla detta Parrocchia di S. Giambattista, ai confini di sopra, e da un lato il Colle, ed il Promontorio della Merula, ora detto il Capo delle Mele, che dividono il detto Quartiere di S. Giacomo da quello di Laigueglia, di sotto la detta Fiumara di Andora, che si chiama Fiume Meira, da Plinio denominato Merula, ed il mare e dall’altro lato il Fossato del Baoso, che divide detto Quartiere di S. Giacomo da quello di S. Pietro […];</i><br></span></li><li><span class="fs14lh1-5"><i>Il <b>Quartiere di Laigueglia</b>, che resta situato dalla parte di Levante del fiume suddetto di là dal colle a’ piedi di esso verso il mare, composto dalla sola Borgata di Laigueglia Villa di Andora, sottoposta alla detta Parrocchia di S. Matteo, che si estende per quanto si estendono i diritti dell’'ius Parrocchiale del Rev. Arciprete di detta Villa Andoriana, ai confini di sopra, e da un lato il Colle, e Capo delle Mele, che dividono il detto Quartiere di Laigueglia da quello di S. Giacomo, ed in piccola parte al disopra cli quello di S. Pietro, disotto il mare, e dall'altro lato il Territorio di Alassio [...];</i><br></span></li><li><span class="fs14lh1-5"><i>Il <b>Quartiere di S. Pietro</b>, che resta situato alla parte di Levante del detto fiume, composto dalle Borgate dei Negri Galleani, Metta, e Pian Rosso, sottoposte alla detta Parrocchia di S. Pietro, e della Rosegbina, Costa d’Agosti), Lanfredi Sotterri, Siffredi, Divizi, Ca’ de’ Forti, e Tigorella, sottoposti alla detta Parrocchia di S. Bartolomeo, a’ confini disopra il Colle, che divide il detto quartiere di San Pietro dalli Territori di Garlenda, e d’Alassio, ed in piccola parte dal Quartiere di Laigueglia, di sotto la Fiumara, da un lato il fossato del Baoso, che divide detto Quartiere di San Pietro da quello di San Giacomo, e dall’altro lato il Territorio di Stellanello [...];</i><br></span></li><li><span class="fs14lh1-5"><i>Il <b>Quartiere di S. Andrea</b>, che resta situato alla parte di Ponente del detto fiume, composto dalle Borgate della Ferrara, sottoposta alla detta Parrocchia di San Giambattista, del Duomo, sottoposta alla detta Parrocchia di San Pietro, della Costa dei Garassini, Costa di mezzo, e Moltedo sottoposte alla detta Parrocchia di S. Andrea, e di Barrò sottoposta alla detta Parrocchia di S. Bartolomeo, a’ confini di sopra il Colle che divide il detto Quartiere di S. Andrea da quello di S. Giovanni, e dall'altro lato il Territorio di Stellanello [...];</i><br></span></li><li><span class="fs14lh1-5"><i>Il <b>Quartiere di S. Giovanni</b>, che resta situato alla parte di Ponente del detto fiume, composto da cinque Borgate, che formano l’intiero luogo di Rollo sottoposto alla detta Parrocchia della S.S. Trinità, e dalle Borgate dei Confrredi, e Canossi, sottoposte alla detta Parrocchia di S. Giambattista, a’ confini di sopra, e da un lato il Colle, e Costa del Capo, che dividono il detto Quartiere di S. Giovanni dal Territorio del Cervo, ed in piccola parte da quello di Diano, disotto la Fiumara, ed il mare, e dall’altro lato il fossato della Ferrara, che divide il detto Quartiere di S. Giovanni da quello di S. Andrea [...]” (3).</i><br></span></li></ol></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La Comunità conservò questa composizione fino a tutto il XVIII secolo, quando con sentenza 25 maggio 1794 il Serenissimo Senato della Repubblica accordò la tanto sospirata separazione della Villa di Laigueglia dalla sua matrice, con ciò mettendo fine ad un’unione che se pur travagliata, durava ormai da più di cinque secoli (4).</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">II. ANDORA E LA REPUBBLICA DI GENOVA</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A partire dal XIII secolo, le vicende storiche di Andora furono strettamente collegate con quelle della Serenissima.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel 1252, infatti, il Castello di Andora fu venduto dai marchesi di Clavesana alla Repubblica di Genova per la somma di lire 8.000 (5), con ciò sancendo, in modo definitivo, la fine del dominio clavesanico e il passaggio di questo importante centro nell’orbita genovese.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Da questa data, la M.ca Comunità di Andora, unitamente alle proprie dipendenze territoriali, entrò a far parte del Dominio di Terraferma della Serenissima Repubblica - tradizionalmente ripartito in tre zone geografiche:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">la Riviera di Ponente, la Riviera di Levante e lo Stato dell’Oltregiogo (ossia i luoghi posti a nord, oltre il crinale appenninico) - con il titolo di Pretura, o meglio di Podestaria.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Come si è visto nel documento precedente, al di sotto della circoscrizione civile esisteva una fitta rete di parrocchie matrici di altre chiese parrocchiali, preesistenti sul territorio in qualità di cappelle; le parrocchie, a loro volta, erano ordinate in diocesi e in vicariati.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’organizzazione comunitaria di Andora era subordinata alla giurisdizione ecclesiastica del Vescovo di Albenga e, in via intermedia, all’autorità giudiziaria del Capitano di Porto Maurizio, che, assistito da un Vicario, aveva giurisdizione su diverse comunità, quali i podestà di Cervo, Ceriana e i consoli di Bussana, S. Stefano e Terzorio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Siffatto assetto amministrativo rimase praticamente invariato per tutta l’Età Moderna e si protrasse fino all’avvento della Repubblica Democratica Ligure (1797).</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Assetto-giuridico-2.jpg"  width="848" height="1434" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">La sigla "Ab" indica l'appartenenza delle parrocchie alla giurisdizione ecclesiastica del Vescovo di Albenga</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">III. L’ORGANIZZAZIONE COMUNALE E LE COMPETENZE DELLE SINGOLE MAGISTRATURE</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Scorrendo le pagine del documento “Costituzioni di governo”, scopriamo che esso, tra le altre cose, contiene una sorta di moderno regolamento comunale, ivi definito come “<i>costantemente praticato ab immemorabili</i>”, strumento questo indispensabile per l’organizzazione ed il funzionamento dell’amministrazione cittadina, nel quale erano elencate le singole magistrature della comunità, le loro competenze e le modalità di elezione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dal regolamento comunale risulta che la M.ca Comunità di Andora era amministrata da:</span></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">un <b>Parlamento generale</b>, organo collegiale cui spettava la funzione legislativa, composto di 100 membri, estratti a sorte nell’ambito dei capi-casa e dei maggiori possidenti di beni stabili ed eletti dagli Anziani su base paritetica, in numero di 20 per quartiere;<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">un <b>Consiglio</b>, organo collegiale, composto di 28 persone, scelti dagli Anziani in carica secondo lo stesso criterio paritetico seguito per i parlamentari, vale a dire: 6 del quartiere di S. Giacomo, 4 del quartiere di Laigueglia, 6 del quartiere di San Pietro, 7 del quartiere di S. Andrea e 5 del quartiere di S. Giovanni.</span></li></ul></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In ogni caso, in forza del decreto primo marzo 1606, tra i quattro soggetti nominati del quartiere di Laigueglia dovevano essere sempre scelti un Anziano ed un Censore.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Una volta formata la lista dei ventotto nominativi, questi venivano sottoposti ai voti dei membri del Parlamento e al riguardo nel Regolamento si legge: “<i>...va sotto voti per primo, il primo nominato del primo quartiere di S. Giacomo; per il secondo, il primo nominato del secondo quartiere di Laigueglia; per il terzo, il primo nominato del terzo quartiere di S. Pietro; per il quarto, il primo nominato del quartiere di S. Andrea; e per il quinto, il primo nominato del quinto quartiere di S. Giovanni; per il sesto poi, il secondo nominato del primo quartiere; per il settimo, il secondo nominato del secondo quartiere […] e così di mano in mano si va successivamente operando gradatamente sempre coll’ordine suddetto [...] sino a che tutte le Nomine siano state sottoposte a’ voti de’ Parlamentari una alla volta, ed evacuati tutti li suddetti ventotto soggetti stati, come sopra, nominati da’ M. M. Anziani</i>”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il M.co Consiglio aveva funzioni che si possono definire di carattere misto, che venivano espletate, con distribuzione dei compiti a seconda della materia, dai vari membri eletti nel suo seno.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I primi 6, che riportavano il maggior numero di voti favorevoli tra i consiglieri, ricoprivano la carica di <b>Anziani</b>, dei quali il maggiore di età aveva il titolo di <b>Capo Anziano</b>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Erano gli Anziani che, di fatto, tenevano saldamente nelle loro mani il potere di governo e di reggimento politico della Comunità, che promuovevano l’iniziativa legislativa ed erano sempre loro che provvedevano alla nomina degli altri magistrati ed uffici.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I successivi 3 avevano il titolo di <b>Censori</b>, preposti al controllo dei prezzi, misure e pesi dei generi alimentari; gli altri 3 ancora successivi avevano il titolo di <b>Estimatori</b>, tecnici che venivano interpellati per stimare il valore delle proprietà e dei vari beni materiali, nonché per procedere ai pignoramenti, i restanti 16, invece, erano privi di cariche specifiche;</span></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">i <b>Revisori dei Conti</b>, in numero di 5, uno per ognuno dei cinque quartieri, scelti tra i più <i>probi e letterati</i>, il nominativo dei quali doveva ottenere i 2/3 dei voti preferenziali dei membri del Consiglio.</span></li></ul></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Gli uomini preposti a tale magistratura avevano l’incarico oltre che di verificare l’impiego delle somme poste nel pubblico distaglio (7), secondo le direttive del <i>Magistrato delle Comunità</i> (8), anche quello di vigilare sull’operato degli Anziani, e di redigere il rendiconto consuntivo del bilancio al termine del loro mandato;</span></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">i <b>Cassieri</b>, in numero di due, scelti tra i più cospicui possidenti dei quattro quartieri di Andora, una sorta di tesorieri, addetti alla direzione delle finanze della Comunità, con l’incarico di registrare ogni debito e credito nel Libro dell’Amministrazione;<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">i <b>Nunci</b>, che potremmo definire dei moderni messi comunali, in numero di due, incaricati di rendere pubbliche attraverso grida le ordinanze dell’autorità giudiziaria, nonché di convocare personalmente i parlamentari e i consiglieri per le adunanze;<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">il <b>Notaio</b> o <b>Cancelliere</b>, scelto in base ad un criterio di rotazione tra i notai di Andora e Laigueglia, che svolgeva contemporaneamente due attività: quella professionale come rogatario di documenti pubblici o privati e quella pubblica come impiegato nella verbalizzazione degli atti presso la Curia e le altre magistrature.</span></li></ul></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il notaio era, inoltre, depositario di tutti i Libri della Comunità, delle chiavi dell’Archivio Segreto e di una dell’Archivio Pubblico, rimanendo l’altra custodita presso l’Anziano del quartiere di Andora più vicino all’archivio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tutte le elezioni alle magistrature comunali si tenevano ogni anno nei mesi di aprile e maggio e dovevano avvenire alla presenza e col consenso del Podestà; le nomine venivano puntualmente registrate nel Libro delle Deliberazioni a cura del Notaio Cancelliere della Comunità.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ognuno degli eletti restava in carica solitamente un anno e al termine del mandato era soggetto al sindacato del proprio operato.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Va detto, peraltro, che le cariche pubbliche non erano rinunciabili, tanto meno remunerate.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le pubbliche adunanze del Parlamento e del Consiglio locali si tenevano nel <i>Paraxo</i>, l’edificio centrale del castello di Andora, al suono della campana maggiore (o campanone) del Castello ed erano presiedute dal Magnifico Podestà, che vigilava sulla regolarità delle sedute e delle votazioni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quattro erano le adunanze che si solevano fare durante l’anno: una in cui si riuniva solo il Parlamento, per la legittimità della quale il numero legale era fissato a 67; la seconda vedeva adunati il Parlamento ed il Consiglio insieme, nella quale dovevano essere presenti 86 persone; la terza riuniva i due Consigli Vecchio e Nuovo e fissava il numero legale a 38; infine, la quarta vedeva convocato il solo Consiglio (Nuovo), per la quale era necessaria la presenza di 19 persone.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-4" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Assetto-giuridico-3.jpg"  width="843" height="454" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">IV. IL MAGNIFICO PODESTA' E LA CURIA CRIMINALE</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Entro l’ambito territoriale locale, il segno politico più evidente della sovranità repubblicana era rappresentato dall’invio di un <i>giusdicente</i> locale, avente appunto il titolo di Podestà, il cui ruolo emblematico era la gestione della giustizia criminale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel caso di Andora, sede di un ufficio Periferico Minore subordinato a Porto Maurizio, il Podestà poteva anche non appartenere alla classe aristocratica ed era coadiuvato da un Notaio Cancelliere addetto per lo più alla verbalizzazione degli atti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Costui era l’intermediario per eccellenza col centro metropolitano, in quanto, eletto da Genova nella persona di un suo cittadino, di età non inferiore ai 30 anni, rappresentava il Serenissimo Governo della Repubblica in seno al Magnifico Parlamento della Comunità, gestiva l’indirizzo politico comunitario secondo le direttive del governo centrale e aveva pieni poteri giudiziari, sia civili sia penali.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il Podestà entrava in possesso delle sue mansioni ai primi di Maggio, ovvero all’inizio del nuovo governo, con atto pubblico rogato dal Notaio Cancelliere alla presenza dei Magnifici Anziani della Comunità e durava in carica solitamente un anno; al termine del mandato, come ogni altro giusdicente locale, era sottoposto ad un attento controllo del proprio operato da parte dei Sindacatori dei Magistrati del Dominio e poteva, inoltre, disporre di uno stipendio che ammontava a 200 lire: una somma, all’epoca, assai ragguardevole (9).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Alle dipendenze del Podestà vi era una Curia Criminale, la quale rappresentava l’istanza pubblica dominante del territorio, preposta alla regolamentazione della microconflittualità locale; si trattava, tuttavia, di una giustizia locale senza grande prestigio, soprattutto, perché la subalternità al Vicario di Porto Maurizio per i reati di sangue ne limitava significativamente l’area di intervento 10). Composta da vari funzionari la Curia, come tribunale penale, aveva sede nel <i>Paraxo</i>, che in passato era già stata la residenza dei signori feudali e dove, tra l’altro, si tenevano le pubbliche adunanze dei Magnifici Anziani e del Parlamento generale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Da un’indagine condotta sui processi criminali della M.ca Comunità di Andora della seconda metà del Seicento, risulta che il Podestà amministrava la giustizia in osservanza degli Statuti Criminali di Genova: era, dunque, questa la fonte primaria del diritto locale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Del resto, scorrendo le pagine di due volumi manoscritti contenenti i registri della Curia Criminale di Andora (11), non si trova alcun riferimento ad una ben che minima forma di legislazione municipale, se non appunto quello, estremamente chiaro, agli “<i>Statuta Criminalia Genuae</i>”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I tanto decantati statuti della Comunità non sarebbero, quindi, mai stati redatti, ed, infatti, ancora in documenti del 1785 se ne lamenta la mancanza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ciò è tanto più vero se si considera che in Liguria, la legislazione statutaria presenta elementi di una certa omogeneità, che attengono sia alla parte sostanziale e cioè al contenuto normativo, sia alla parte formale e cioè all’espressione verbale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Genova, infatti, nella sua politica di assoggettamento delle due Riviere, attraverso anche i magistrati che ivi destinava a disimpegnare le più gravi cariche ed amministrare la giustizia, partecipò direttamente o indirettamente alla formazione e revisione di gran parte degli statuti della Liguria, con ciò certamente influenzando lo <i>ius proprium</i> dei singoli comuni.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"> &nbsp;</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">V. I CAPITOLI CAMPESTRI LOCALI: NORME E PRATICHE</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I capitoli campestri sono una creazione locale e precisamente di sei Anziani del borgo, per i quali era prevista l’approvazione del Parlamento generale ed in ultima istanza quella del Serenissimo Senato.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quel che più è importante è che essi rappresentano l’unico esempio di <i>ius proprium</i> applicato alla comunità, dai quali è possibile trarre parecchie informazioni utili per definire le politiche economiche locali e le relazioni sociali.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si tratta fondamentalmente di una serie di norme penali dedicate al danno dato, dirette da una parte a disciplinare l’utilizzazione delle risorse del territorio e dei prodotti locali, dall’altra a punire per i danni arrecati, distinguendo, peraltro, se cagionati da persona o da animale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In un paese come Andora, la cui sussistenza si basava principalmente sull’agricoltura e l’allevamento del bestiame, erano, infatti, indispensabili norme che regolassero e tutelassero la proprietà privata ed il possesso di animali; in tal senso, queste norme esprimono la volontà di un piccolo gruppo di uomini di difendere i propri interessi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ecco qui di seguito trascritti i capitoli campestri nella versione del 1629 (12).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><i class="fs14lh1-5">“I. Delle pene per li danni contro le persone</i></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">1. Qualunque persona dell’uno, e l’altro sesso che piglierà, esporterà, devasterà e dannificherà in terra altrui uva, fichi, et altri frutti, o darà danno di qualsivoglia sorte niuno escluso o paghi di pena, di giorno lire tre di notte lire dodici, e riponendo la cosa colta in seno, scosale, cestino, cavagno, o in qualsivoglia altro modo cada in pena della doppia pena sopra dichiarata oltre l’emenda del danno se sarà stato estimato.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">2. Chi piglierà, devasterà o taglierà, o frutti di qualsivoglia sorte o darà qualunque altro danno niuno escluso in orto, e giardini altrui e dove fosse posta e piantata ortaglia di qualsivoglia sorte cada in pena di giorno di lire sei, e di notte venticinque e se li giardini saranno circondati di muraglia costrutta a malta, o calcina, di onesta altezza con sita porta chiusa cadano in pena di giorno lire dodici e di notte quaranta.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">3. Qualunque persona che coglierà, esporterà, o ruberà pome d’olive ad altrui in qualsivoglia modo cada alla pena di giorno lire venticinque, e di notte cinquanta.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">4. Qualunque persona che camperà, venderà, macinerà alcuna quantità di pome di olive rubate benché minime, cada alla pena di lire cinquanta di Genova applicata la metà al dannificato, il quarto all’accusatore.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">Et il restante alla Chiesa Parrocchiale del luogo dove sarà stato commesso il delitto e per infrigere e levare la malitia dei cattivi si dichiara che ciascuna persona non possa vendere, ne contrattare le sue pome di olive salvo, alla presenza di due testimoni del contratto che fa delle sue pome d’olive dichiarando però che ognuno possa cogliere le sue pome d’olive in terra d’altrui dove pendono senza poter essere accusati.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">5. Qualunque persona che taglierà, arrancarà o, romperà, esporterà albera, rami d’olive, viti, fichi, et altri alberi domestici, cada in pena per ogni albero, ramo, di giorno lire sette di notte quattordici.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">Dichiarando però, che se alcuno taglierà viti solamente per far maglioli, o branche di fichi per ripiantare cada in pena solamente per ogni volta di lire tre, con dichiarare ancora che chi arrancherà alberi domestici fra’ quali si intendono toppe d’olive per trapiantare di giorno cada in pena di lire dieci, e di notte venti, e se pure piccole rame di detti alberi cadano solamente nella metà delle suddette pene.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">6. Qualunque persona che taglierà, arrancherà, romperà, esporterà, e devasterà alberi selvatici, o rami d’essi in terre altrui tanto aggregate quanto zerbi boschili ovvero forzerà alla ripa della fiumara per riparo cada in pena per ogni albero; o ramo grosso; et essendo rame piccole per ogni fascio lire quattro di giorno, di notte dieci.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">7. Chi coglierà, esporterà, ghianda in terra altrui cada in pena di A.8.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">8. Chi ruscherà alberi di pino, o altri alberi salvatici cada in pena per ogni albero soldi venti.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">9. Chi romperà, taglierà, esporterà canna, carrozza, carrozzoni da firagna o viti nelle vigne, e terre altrui cada in pena di giorno lire dieci e di notte venti.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">10. Qualunque piglierà, esporterà, o romperà canne nei canneti cada la pena di giorno lire due, di notte quattro.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">11. Chi coglierà, esporterà erba, o foglia in detti canneti cada di giorno in lire una di notte due.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">12. Qualunque taglierà, esporterà legne, erbassi in terre aggregate cada in pena per ogni fascio di giorno lire due, di notte quattro, e se dette legne saranno d’alberi domestici cadano alla doppia pena.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">13. Chi piglierà legne, erbassi, foglie di castagne, rovere, o d’altri alberi selvatici, in terre zerbide, o boschili, cada alla pena per ogni fascio, sacco, lensolo, di giorno lire una, di notte due.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">14. Chi coglierà letame in terra altrui, domestiche, e pratili cada in pena di lire otto e nelle boschili, e zerbe di lire quattro.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">15. Chi passerà in terre aggregate d’ogni stagione, e nei prati del primo di marzo sino a tutto il mese di luglio cada in pena di giorno di lire una, di notte due, et in seminati, e calpestando pome d’olive lire quattro, di notte otto.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">16. Chi coglierà, esporterà erba nei seminati tanto di grano, quanto legumi, come nelle altre terre aggregate nel tempo di raccogliere e dove si faranno fieni cada in pena di giorno lire tre, di notte otto.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">17. Chi piglierà, esporterà, legherà fieno, rezzo, et erba nei prati e restobij cada alla pena di giorno lire tre di notte otto.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">18. Chi piglierà, coglierà, esporterà spicchi di grano, et altre sorte di legumi cada in pena di giorno lire sei, di notte dodici e se saranno posti/porri o bazzane cada nella doppia pena, e chi prenderà fasci interi di qualsivoglia delle suddette cose, cada per ogni fascio nella doppia pena.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">19. Chi romperà muri, o macere in terre aggregate cada alla pena per ogni macera di lire quattro) e nelle boschili di lire una.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">20. Chi anderà a caccia tanto con cani quanto senza passando in terra altrui, cada alla pena in terre aggregate, e seminate per ogni passeggiare dove passerà di lire una.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">21. Chi prenderà colombi o a quelli sparerà presso la colombaia cada in pena di lire una per volta.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">22. Chi piglierà, esporterà fichi, tanto freschi quanto secchi nei virsali posti in campagna sopra case, o terrazze che non si servino cada in pena di giorno lire dodici, di notte venticinque, e di più il padrone d’esse possa giurare il suo danno sino a dieci.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">23. Chi piglierà, esporterà fieno; paglia, stabbia, foglia dalli pagliari o virsali che non si semini cadano in pena per ogni volta di giorno lire quattro, di notte lire dieci.</i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> <br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><i class="fs14lh1-5">II. Le pene per le bestie</i></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">1. Qualunque bestia, boccina o da basto, che andarà in terra altrui aggregata mangiando viti, fichi, olive, biade, et altri alberi domestici, o dando altro danno dal primo di marzo sin a tutto settembre il padrone di essa paghi di pena per ogni bestia, per ogni volta di giorno lire quattro, di notte otto, e dal primo di ottobre sin a tutto febbraio di giorno paghi lire tre, di notte sei.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">2. Dette bestie grosse andando in orti, giardini si intendono dove sarà piantata qualsivoglia sorte di ortaglia, mangiando viti, fichi, olive, ortaglia, e altri alberi, o dando altro danno per ogni tempo dell’anno cadano in pena di giorno lire sei, di notte dodici, dichiarando che se dette bestie, tanto in terre aggregate quanto orti, e giardini caschino solamente alla metà delle suddette pene.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">3. Item suddette bestie grosse pascendo in terre pratili, e dove saranno restobij dal primo di marzo sino a tutto settembre cadano in pena di giorno di lire quattro, di notte lire dodici e dal primo di ottobre sino al primo di marzo, di giorno lire due· e di notte quattro.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">4. Dette bestie grosse, pascendo in terre zerbide, e boschili cadano in pena di giorno lire una, di notte lire due.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">5. Dette bestie grosse mangiando olive, o calpestando pome d’esse, o coltura cadano in pena, per ogni bestia di giorno lire quattro, di notte lire otto, o questo s’intenda delle olive poste negli zerbi e colture di esse, nelle aggregate poi cadano nella doppia pena.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">6. Item che li porci pascendo o facendo ogni sorta di danno in terre aggregate, orti, et altri luoghi altrui cadano in pena di giorno lire due, di notte quattro.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">7. Le galline mangiando uva, fichi, grano, ortaglia, e dando altro danno cadano in pena per ogni gallina di soldi otto.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">8. Item che le pecore, agnelli, pascendo in terre aggregate in ogni tempo dell’anno li padroni d’esse paghino di pena di giorno soldi venti, e di notte soldi quaranta per ogni testa, e le capre nella pena del doppio, dichiarando che se dal primo di ottobre sino a tutto febbraio non daranno altro danno nelle suddette terre aggregate, solo in mangiar erbe cadano nella metà solamente della suddetta pena, e se dette pecore ed agnelli, e capre saranno de forastieri paghino la sopraddetta pena il padrone della casa dove alloggeranno.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">9. Che se dette pecore, agnelli, e capre pascendo in terre zerbide e boschili in ogni tempo dell’anno li padroni di esse paghino di pena per ogni testa tanto di giorno quanto di notte di soldi quattro, dichiarando che se in dette terre vi fossero alberi domestici, e mangiando di detti alberi, o frutti di essi cadano in pena per ogni testa di soldi dieci.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">10. Item che alla stagione e raccolta dell’uva, dette pecore, e bestie lanose non possano, ne debbano uscire fuori di casa ne passare dove saranno alberi di olive sopra la strada, e passi sin ad un’ora di sole sotto pena per ogni sorte di lire otto.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">11. Li padroni e guardiani di dette bestie che faranno pascere nelle suddette terre aggregate cadano in pena di giorno lire tre, di notte sei.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">12. Item che se la fiumara menerà, o condurrà via legnami, o alberi di qualsivoglia sorte, canapa, lino, o altra roba niuna persona ardisca prenderla, eccetto il padrone di cui saranno sotto pena di lire due per volta, e la restituzione della cosa tolta, dichiarando però che passati tre giorni dopo che la fiumara mancherà, e non presi dal padrone ognuno possa prenderli senza alcuna pena.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">13. Quanto a persone forestiere, e bestie di qualsivoglia sorta d’esse che daranno li sopraddetti danni rispettivamente, et ogni altro danno niuno escluso cadano in pena per ognuno e per ogni testa de bestiami e per ogni volta nella sopraddetta pena rispettivamente, e nel terzo più d’esse causando essi in questa giurisdizione molti danni.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">14. Che sia lecito ad ognuno della giurisdizione che riceverà qualsivoglia danno da persone forestiere prendere di sua propria autorità le bestie e far prendere alle bestie, e riponerli appresso di persona terza con denunciarle poi fra ore ventiquattro dal giudice.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">15. Dichiarando ancora che le pena di sopra espresse e dichiarare s’intendano, e siano di monete di Genova corrente nel presente luogo d’Andora e s’intendano, e siano applicate tutte al dannificato, et anche li danni ... e li porti dalle bestie siano tenuti a pagarle come anche sempre il danno che si sarà estimato, escluso quelli sopraddetti.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">16. Item si dichiara anche che il padrone sia obbligato per la suo fameglio o famegli o altre persone, che tenesse in casa per li danni da essi dati mentre detto farmeglio, o famegli, et altre persone come sopra portasse la roba tolta in casa del padrone, e per dichiarare tal fatto possa il dannificato far dar giuramento al detto padrone e suo fameglio.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">17. Item perché seguono molti danni fatti da forastieri, e persone non abitanti nella giurisdizione ai quali non si possono dar comandi, si dichiara che si possano far citare alla difesa per pubblica grida da pubblicarsi in giorno di festa alla mattina nella piazza pubblica all’ora che sarà finita la messa, mentre vi sarà concorso di popolo, e con un comando in scritto tra il termine di giorni quindici a difendersi da affiggersi al pilastro comune, quale citazione servirà come se f asse data personalmente.</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs14lh1-5">18. Perché seguono molti danni insopportabili dati da persone, che nulla posseggono si dichiara che detti tali caschino in pena di due ore di berlina per ogni volta, e per ogni danno, che causeranno delle quali possano essi liberarsi pagando la pena o il danno al dannificato, come sopra viene dichiarato”.</i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">y</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Come si può constatare, reati e pene erano riferiti secondo una graduatoria diversificata, in base al momento della giornata in cui il danno era arrecato: di notte l'entità della pena era di solito pari al doppio di quella comminata di giorno.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tra i temi dominanti dei capitoli troviamo la regolamentazione delle risorse locali, che erano limitate, ma pur sempre necessarie per attivare circuiti di scambio e di reciprocità.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ad essere protette erano soprattutto le piante da frutto (viti e fichi), le colture agricole, ma anche altre specie vegetali utili, come le ghiande, destinate prevalentemente all’alimentazione dei maiali, le foglie (di castagno e di rovere) e non ultimo il legname, che si prestava agli usi più diversi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Oggetto di particolare tutela era la produzione olivicola, a testimonianza dell’importanza di questa risorsa per la vita del comune e non solo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Infatti, la Podestaria, come del resto ogni altra comunità interessata dall’olivicoltura, era tenuta ogni anno a consegnare un determinato quantitativo di prodotto alla Repubblica, in base al prezzo da questa fissato.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Un’altra pratica altrettanto diffusa consisteva nel limitare il carico del bestiame sulle terre e sulle risorse vegetali.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Lo scopo di tali normative era fondamentalmente quello di far sì che ogni allevatore custodisse con serietà i propri capi, nel rispetto della proprietà altrui.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Al riguardo, i capitoli andoresi distinguevano tra bestie di piccola e di grossa taglia e, in particolare, tra <i>bestie boccine, da basto e lanine</i>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Naturalmente, l’allevatore era soggetto ad un’ammenda diversa, a seconda della specie di animale sotto accusa e al tipo di coltura da esso devastata.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ma i capitoli campestri erano anche e soprattutto un modo per ottenere un risarcimento del danno o, comunque, per attestare il possesso esclusivo di una terra o di una risorsa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In questo senso, la caratteristica generale del danno dato era la speditezza esecutiva, assicurata da un rito sommario davanti al giudice e dall’obbligo di presentare la denuncia entro otto giorni, che decorrevano dal momento del verificarsi del danno.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ad Andora, in particolare, la legittimità ad accusare spettava a “<i>qualunque persona dell’uno o dell’altro sesso, li quali li maschi s’intendono d’anni quattordeci, e le femmine di dodeci, di buona voce, conditione ef ama, il che si presume d’ognuno, mentre non si provi il contrario ..</i>”; la quale, sotto giuramento, doveva indicare “<i>che accusa il tale, e tali bestie […] facendo il danno tale dichiarando il nome della terra, de’ confini di essa, e di che cosa sia aggregata, il giorno, et hora incirca, del danno seguito, e se è di giorno, o di notte</i>”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La pena, come si è già detto, consisteva nell’imposizione al privato di una prestazione di natura pecuniaria, che rappresentava, per l’appunto, la prevenzione e reazione dell’ordinamento a fronte della trasgressione delle norme.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’ammenda era espressa in “<i>monete genovesi correnti</i>” ed era solitamente divisa in tre parti: una parte all’accusatore, una parte al danneggiato, una parte al Podestà; in qualche caso una parte andava alla Parrocchia, ove si era verificato il danno.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">È interessante evidenziare, peraltro, come tutte le accuse, denunce ed ogni altra decisione in materia potessero farsi in qualunque tempo, tanto giuridico quanto no, a nulla ostando i periodi delle ferie e delle sospensioni, validi, invece, in sede giurisdizionale per le cause davanti alla Curia criminale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Restava, comunque, fermo il divieto di compiere qualunque attività in occasione delle ricorrenze dei Santi titolari delle Parrocchie della Comunità, nonché di quelle dei Patroni dei singoli oratori e cappelle.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ciò è significativo e fa comprendere come in una piccola realtà, semplice e modesta come quella andorese, ogni attività economica, politica, amministrativa, ma soprattutto agricola fosse segnata dal ritmo delle stagioni e sottolineata dai momenti significativi dell’anno liturgico.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"></div><div class="imTAJustify"><hr></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il presente contributo è tratto dalla Tesi di Laurea in Storia del diritto italiano dal titolo; “<i>Atti criminali della Curia di Andora in età moderna</i>” con il prof. Vito Piergiovanni, Università degli Studi di Genova, Facoltà di Giurisprudenza, anno accademico 2000-2001.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTAJustify"><hr></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">(2) La frase riportata nel testo è tratta dal documento recante il titolo: “<i>'Elenco dei giuri e pretensioni delli quattro quartieri della M. Valle e Comunità di Andora contro il quinto quartiere della sua villa di Laigueglia presentato all’eccellentissima Giunta dei Confini dal Signor Angelo Maria Anfosso, deputato in Genova per detti quattro quartieri di Andora</i>”, Genova, Eredi di Adamo Scionico, MDCCLXXXV (1785).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">(3) “<i>Costituzioni di Governo ed estensione di territorio della M. Comunità di Andora esposte dal Signor Angelo Maria Anfosso deputato in Genova per li quattro quartieri della valle di Andora alla eccellentissima Giunta dei Confini dal Serenissimo Senato commissionata sulle pratiche di detta M. Comunità col quinto quartiere della sua villa di Laigueglia</i>”, Genova, Eredi di Adamo Scionico, MDCCLXXXV(1785).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">(4) P. SCOTTI, <i>I toponimi di una carta della “Magnifica Comunità e Valle di Andora” (sec. XVIII), in Atti dell’Accademia di Scienze e Lettere</i>, X, Genova, 1954, p. 118.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">(5) S. DELLA CASA, <i>Libri Iurium della Repubblica di Genova</i>, vol. 1/4, in <i>Fonti per la storia della Liguria</i>, XI, Genova, 1998, pp. 100-102.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quest'ultimo fatto è, altresì, confermato da Matteo Vinzoni nel suo libro del 1773 intitolato “<i>Il dominio della Serenissima Repubblica di Genova in terraferma</i>”, ove, accanto alla pianta del borgo di Andora, si legge: “<i>'Nel 1252, per mezzo di Porchetto Strigliaporco, Genova acquistò da Emanuele, e Francesco Marchesi di Clavesana il Castello, Borgo, e Territorio di Andora per L. 8.000, come appare nel registro del Comune</i>”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">(6) G. FELLONI, <i>Le circoscrizioni territoriali civili ed ecclesiastiche nella Repubblica di Genova alla fine del secolo XVIII</i>, in <i>Atti della società ligure di storia patria</i>, Genova, 1998.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">(7) Il termine “<i>distaglio</i>” sta ad indicare la decisione politica comunitaria di quanto si intendeva annualmente esigere per ogni lira di avaria (proporzionale all’estimo dei beni immobili) al fine di coprire le spese pubbliche, incluse le tasse genovesi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">(8) “<i>L’Illustrissimo Magistrato della Comunità</i>”, creato nel 1623 con compiti di controllo sui conflitti tra le singole comunità e sulla finanza pubblica locale, era, per l’appunto, il giudice preposto al controllo dei conti di gestione, delle spese straordinarie e dell’indebitamento della comunità.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">(9) L’informazione qui riportata è tratta dal cd. “<i>Manoscritto 218</i>”, o “<i>Descrizione di luoghi e terre appartenenti alla Ser.ma Repubblica di Genova con dichiarazione degli introiti ed esiti spettanti alla medesima</i>”. Si tratta di un manoscritto cartaceo risalente ai primi decenni del XVII sec., conservato presso l’A.S. G., composto da 396 carte, delle quali 371 numerate e 25 (le ultime) senza numerazione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Esso contiene una serie di notizie, raccolte a scopo essenzialmente fiscale sul territorio della Repubblica di Genova.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Le prime 191 carte, in particolare, consistono in una sistematica rassegna di dati riferiti alle singole unità amministrative da Ventimiglia fino a Sarzana, ad ognuna delle quali è dedicata una sommaria descrizione d’insieme, seguita da una accurata indagine demografica.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">(M. P. Rota, <i>Una fonte per la geografia storica della Liguria. Il manoscritto 218 dell’Archivio di Stato di Genova</i>, Genova, 1991, p. 65).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">(10) Secondo le norme generali degli Statuti Civili di Genova, il Capitano di Porto Maurizio, in qualità di reggente di Ufficio Periferico Maggiore, aveva lo <i>ius sanguinis</i>, vale a dire il potere di comminare pene corporali relativamente ai reati di sangue.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">(11) I volumi in questione si trovano custoditi presso l’Archivio Storico del Comune di Andora e contengono, come già accennato, i verbali delle cause discusse di fronte alla Curia criminale locale negli anni giudiziari, rispettivamente, 1662-1663 e 1687-1688.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">(12) <i>Capitoli e forma per le accuse campestri</i>, 1629, in AS Genova, <i>Magistrato delle Comunità</i>, 520.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTAJustify"><hr></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs12lh1-5">BIBLIOGRAFIA</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> Archivio Storico del Comune di Andora:</span></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs12lh1-5">Criminalium anni 1662 in 1663.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">Criminalium anni 1687 in 1688.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">A.S.G. Magistrato delle Comunità, 520<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">Capitula Communitatis Andoriae, 1629.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">S. BADARO’, <i>Memorie su Laigueglia per un povero derelitto vecchio dello stesso paese</i>, Laigueglia, 1785.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5"><i>Li diritti della M. Comunità di Andora e la primazia del suo castello difesi dal M.Angelo Maria Anfosso deputato in Genova nanti al Serenissimo Senato dagli attentati del quartiere di Laigueglia altra delle Ville di detta M. Comunità di Andora</i>, Genova, Eredi di Adamo Scionico, MDCCLXXXV (1785).<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5"><i>Costituzioni di Governo ed estensione di territorio della M. Comunità di Andora esposte dal Signor Angelo Maria Anfosso deputato in Genova per li quattro quartieri. della valle di Andora alla eccellentissima Giunta dei Confini dal Serenissimo Senato commissionata sulle pratiche di detta M. Comunità col quinto quartiere della sua villa di Laigueglia</i>, Genova, Eredi di Adamo Scionico, MDCCLXXXV (1785).<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">AA.VV., <i>Legislazione e società nell'Italia Medievale per il VII centenario degli Statuti di Albenga (1288), in Atti del Contegno di Albenga, 18-21 Ottobre 1988</i>, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Museo Bicknell, Bordighera, 1990.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">S. DELLA CASA, <i>Libri Iurium della Repubblica di Genova</i>, vol. I/4, in <i>Fonti per la storia della Liguria</i>, XI, Genova, 1988.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">G. FELLONI, <i>Le circoscrizioni territoriali civili ed ecclesiastiche nella Repubblica di Genova alla fine del secolo XVIII</i>, in <i>Atti della società ligure di storia patria</i>, Genova, 1988.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">G. FORCHERI, <i>Doge governatori procuratori consigli e magistrati della Repubblica di Genova</i>, Genova, 1988.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">E. GRENDI, <i>Il Cervo e la Repubblica</i>, Torino, 1993.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">G. V. MELA, <i>Cenno topografico-statistico-storico della Magnifica Comunità della valle di Stellanello</i>, Genova, 1831.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">G. PESCE - G. FELLONI, <i>Le monete genovesi. Storia, arte ed economia nelle monete di Genova dal 1139 al 1814</i>, Cassa di Risparmio di Genova Imperia, Genova, 1975.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">V. PIERGIOVANNI, <i>Gli Statuti civili e criminali di Genova nel Medioevo. La tradizione manoscritta e le edizioni</i>, Genova, 1980.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">O. RAGGIO, <i>Norme e pratiche, gli statuti campestri come fonti per una storia local</i>e, Quaderni storici 88/a. XXX, n. 1, aprile 1995.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">M. P. ROTA, una fonte per la geografia storica della Liguria. Il Manoscritto 218 dell'Archivio di Stato di Genova, Genova, 1991.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">R. SAVELLI, Legislazione, istituzioni e ceti a Genova nel Cinquecento, Milano, 1981.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">P. SCOTTI, <i>I toponimi di una carta della “Magnifica Comunità e Valle di Andora” (sec. XVIII)</i>, in <i>Atti dell’Accademia di Scienze e Lettere</i>, X, Genova, 1954.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">M. VINZONI, <i>Il dominio della Serenissima Repubblica di Genova in terraferma</i>, Istituto Geografico de Agostini, Novara, 1955.</span><br></li></ul></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 24 Dec 2025 11:36:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Nascita del comune di Andora]]></title>
			<author><![CDATA[Marco Vignola]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002A"><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Nascita-Comune-Andora-1.jpg"  width="850" height="607" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">"</span><i><span class="fs12lh1-5">Veduta del paese e dello castello di Andora, dalla strada antica detta romana, fra detto paese e Laigueglia</span></i><span class="fs12lh1-5">" - Alfredo d'Andrade - 18 febbraio 1883</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Galleria di Arte Moderna di Torino - Collezione privata Marino Vezzaro</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><span class="imTAJustify">Se la collina del Castello, con la sua chiesa, la torre e la fontana ci raccontano la storia di una comunità già fiorente nello splendore del Duecento, è tuttavia vero che le vicende di Andora hanno radici ben più profonde e remote, purtroppo scarsamente conosciute e non ancora sufficientemente indagate.</span><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il ritrovamento negli anni ‘30 di un sarcofago contenente le spoglie di sei inumati, unito a quello di un centurionale (moneta) di Costanzo Gallo (IV sec.) e a numerosi frammenti di ossa e di tegole, indica piuttosto chiaramente come nella piana andorese dovesse esistere un insediamento già in epoca tardo antica, ipotesi peraltro avvalorata dagli scavi recentemente condotti nella zona del castello (1988-1994, in attesa di pubblicazione), che hanno posto in luce le strutture di una vasca per la raccolta dell’acqua, risalente al medesimo periodo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Se le tracce di una “Andora romana" sono ancora piuttosto labili ed incerte, i dati dei quali disponiamo per descrivere la situazione del suo territorio in età altomedievale, purtroppo, sono ancora più scarni: sempre dalle indagini archeologiche effettuate entro il recinto del <i>Paraxo</i> è comunque emersa una fornace per la fusione del bronzo (databile al IX-X sec.), traccia importante di una continuità insediativa mai interrotta nemmeno negli anni “oscuri” che precedono l’apparizione delle prime testimonianze d’archivio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sul palcoscenico della storia documentaria, infatti, Andora fa la sua comparsa piuttosto tardi in rapporto alla precocità delle attestazioni archeologiche, vale a dire nel 1170, in occasione di una convenzione stipulata tra i suoi signori, Guglielmo e Bonifacio di Clavesana ed il comune di Albenga.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In questo tratto leggiamo come i marchesi si impegnassero a distruggere cinque <i>castra nova</i>, tra i quali figurava quello di Andora, in cambio di una cifra complessiva di 400 lire che gli Ingauni avrebbero dovuto corrispondere in due rate, l’ultima delle quali in anticipo sulla effettiva smilitarizzazione del fortilizio andorese: contestualmente, a titolo di assicurazione i marchesi avrebbero concesso in pegno il loro feudo di Stellanello.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nell’ambito dei cinque castelli di cui si disponeva lo smantellamento, quello di Andora sarebbe stato l’'ultimo a subire una sorte tanto triste, forse perché nell’ambito dei possedimenti marchionali occupava una posizione particolarmente strategica o perché assolveva a funzioni residenziali, oltreché militari.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A quell’epoca, comunque, la comunità andorese doveva essere abbastanza prospera e ormai avviata sul cammino di una prima autonomia “comunale”, verso la quale i marchesi di Clavesana nutrivano forse una certa dose di sospetto e diffidenza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Da un testo di epoca posteriore, infatti, ci è giunta notizia di un accordo di natura fiscale intercorso nel 1186 tra Genova e gli <i>homines de Andoria</i>, indice piuttosto esplicito di come già alla fine del XII sec. gli Andoresi dovessero ormai possedere qualche principio di autogoverno e una personalità giuridica autonoma rispetto alla signoria dei feudatari.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Qualche altro indizio per cercare di capire fino a che punto gli uomini di Andora si fossero realmente spinti sulla strada di una maggiore autonomia, lo ritroviamo poi in una convenzione stipulata il 16 settembre 1233 tra Genova, da una parte, e Bonifacio Tagliaferro e Bonifacio figlio di Oddone, marchesi di Clavesana, dall’altra. In questo documento, ove i due Bonifaci promettevano di spendere 2000 lire in <i>collectis comunis Ianue</i> (2) e di prendere parte alle sue spedizioni militari, leggiamo come Genova si impegnasse, dal canto proprio, a garantire i possedimenti dei marchesi distruggendo quelle <i>rassas et iuras presentes et futuras </i>fossero state costituite dagli uomini delle località soggette alla loro giurisdizione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In aggiunta a questo riferimento generico alle associazioni giurate di cittadini, dette appunto <i>rasse</i>, troviamo un ulteriore richiamo ad un non meglio specificato <i>regimen quod faceret comunitas Andorie contra id quod concessisset alucui ex dominis suis per cartam</i> (3).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La frase è particolarmente interessante per i suoi sottintesi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il semplice fatto che al termine dell’accordo ci si riferisse in maniera così esplicita al caso andorese (unica tra tutte le località elencate in precedenza), indicherebbe come Bonifacio Tagliaferro e Bonifacio di Oddone considerassero assai probabile il rischio di una sedizione da parte degli uomini di quella comunità, forse per via di una particolare ostilità della popolazione locale al loro controllo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In secondo luogo, il riferimento a ciò che i Clavesana avevano concesso <i>per cartam</i> ai loro sottoposti (ovvero con un atto formale), suggerirebbe che gli Andoresi (o quantomeno alcuni tra i cittadini più in vista) avessero ormai raggiunto il riconoscimento per iscritto di alcune loro “consuetudini”, primo passo verso la costituzione di una forma di reggimento comunale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">È difficile indovinare se i marchesi si riferissero a diritti già concessi o se volessero solo contemplare una ipotesi fino ad allora non realizzata, ovvero se al momento della stesura del trattato del 1233 ad Andora esistessero davvero delle associazioni di cittadini ufficialmente riconosciute, in grado di esercitare un effettivo ruolo “politico” in dialettica o in opposizione al potere marchionale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dobbiamo tuttavia sottolineare come in altre località del Ponente ligure, quali Porto Maurizio e Diano, l’attestazione di consoli cittadini sia piuttosto precoce e si dati già al 1165.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Non parrebbe dunque illogico che anche ad Andora, dove la prima notizia sicura della costituzione di un comune dovrebbe risalire solo al 1252, si fosse in realtà giunti a tale passo ben prima, in un periodo forse precedente al trattato con Genova del 1186 e quindi non troppo distante dalla più antica menzione dei consoli della vicina Diano.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Potrebbe condurci in questa direzione la clausola sullo scioglimento delle <i>rasse</i> che ritroviamo piuttosto precocemente, nel 1192, in una convenzione stipulata tra il comune di Genova e Bonifacio di Clavesana, nella quale ambo le parti si impegnavano a non permettere la creazione di iura aut rassa conspiratione (4) tra gli abitanti della Marca (e specialmente gli <i>homines Albingane, Andorie, Servi, Diani, Portusmauricii, Casstellarii, Tabie et Dulcedi</i>) e qualsiasi altro abitante in un’area compresa tra Genova e Monaco.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dietro a una simile norma, è ovvio, si può scorgere una reazione signorile al “fermento” di tante piccole comunità in fase di affermazione e di progresso economico e politico, ancora sottoposte (e forse di controvoglia) alla giurisdizione dei Clavesana, ai quali dovevano pure la corresponsione del <i>fodro</i> marchionale (5).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’intervento di Genova, beninteso, non era disinteressato e non andava di certo nella direzione di un appoggio senza condizioni alle pretese dei marchesi: Genova, piuttosto, doveva mirare a mantenere nella zona della Marca un equilibrio di poteri che da una parte favorisse la sua penetrazione politico-economica e dall’altra tagliasse le gambe a località quali Albenga e Porto Maurizio, forti abbastanza da costituire una minaccia alla sua egemonia su buona parte del Ponente ligure.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Non può essere un caso che le già citate concessioni di natura fiscale fatte agli <i>homines</i> (uomini) di Andora nel dicembre 1186 seguissero di pochi mesi appena l’alleanza militare siglata nell’ottobre dello stesso anno da Savona, Albenga e Porto Maurizio (cui, in seguito, si sarebbe aggiunta anche Noli), dietro alla quale non era difficile intravedere un istinto anti-genovese, per quanto le clausole del trattato ne escludessero ufficialmente l’eventualità. Genova, evidentemente, attraverso la concessione di privilegi fiscali aveva pensato di ingraziarsi l’appoggio degli Andoresi per inserire una propria “testa di ponte” tra due comunità potenzialmente ostili, quali Albenga e Porto Maurizio, secondo uno schema assolutamente compatibile con quell’idea del <i>divide et impera</i> che avrebbe in molti casi indirizzato le sue mosse sul difficile e frammentato scacchiere ligure.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Anche il riconoscimento della giurisdizione di Bonifacio di Clavesana su tutta la Marca di Albenga (contenuto nel già citato accordo del 17 dicembre 1192) andava ovviamente in questa direzione; soffiando sul fuoco delle rivendicazioni del marchese, voleva forse essere uno spauracchio per gli Ingauni, animati da forti spinte autonomistiche.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quando tra il 1199 ed il 1202 Savona, Diano, Albenga, Porto Maurizio e Noli si sottomisero nuovamente, Genova non tardò tuttavia a riconoscere le rispettive giurisdizioni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La particolare instabilità dell’area della Marca, dove la centrifuga dei nascenti comuni si opponeva alla persistenza dei diritti feudali e dove Genova giocava un ruolo quantomeno ambiguo di interlocutrice ora di questa ora di quella fazione, l’instabilità della Marca, si diceva, sarebbe comunque apparsa in tutta la sua portata nel 1202, anno in cui si venne a formare una coalizione (detta <i>iura</i>) che raccoglieva gli uomini della Valle Arroscia e della Valle di Andora, di Oneglia, di Rezzo e di Nasino.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il riconoscimento da parte genovese di una simile associazione giurata, in netto contrasto con le clausole dei trattati fino ad allora stipulati con i marchesi di Clavesana, implicava una serie di concessioni agli aderenti alla <i>Iura</i> che ebbero un peso fondamentale sull’economia di queste vallate.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In primo luogo si permetteva loro di esportare merci da Genova, si tributava il diritto di ricorrere in giudizio alla Curia Genovese e, quel che più conta, si disponeva l’apertura di due mercati annuali; uno presso Andora, da tenersi il primo di agosto, ad Oneglia, il primo di novembre.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Questi mercati, giova sottolinearlo, avrebbero dovuto essere retti da ufficiali provenienti da Genova, incaricati di dirimere le controversie e di amministrare la giustizia, mentre per gli scambi commerciali si sarebbe imposto l’uso d’unità di peso e di misura genovesi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si trattava, in sostanza, di provvedimenti che di fatto emancipavano economicamente e giudiziariamente quegli uomini dai loro signori, danneggiavano fortemente i centri vicini (Albenga e Porto Maurizio, in primo luogo, i quali vedevano dirottate sui nuovi mercati molte delle merci provenienti dall’entroterra) e contestualmente rafforzavano la presenza di Genova nella zona, con l’adozione delle sue unità di misura ed il ricorso alla sua giustizia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il valore politico, oltreché prettamente economico, di collocare le due nuove fiere nei territori di Andora e di Oneglia era dunque indiscutibile ed andava ovviamente nella direzione di un indebolimento sia di Albenga che di Porto Maurizio, tradizionalmente ostili a Genova.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il fatto poi che si concedesse agli uomini della <i>Iura</i> di appellarsi al giudizio genovese qualora <i>aliquis de comitatu Vintimilii, de marchia Albingane et episcopatu Saone</i> avesse cercato di imporre loro qualcosa <i>contra ius</i>, rendeva di fatto queste comunità una sorta di “protettorato” genovese, a tutto danno dei comuni costieri non interessati dal patto e dei signori della Marca, i quali vedevano l’ombra minacciosa di Genova stagliarsi sulle loro rivendicazioni di natura feudale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Anche da un punto di vista prettamente militare, inoltre, la <i>Iura</i> aveva un peso non trascurabile.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In breve, infatti, scoppiò una guerra tra questa associazione giurata ed i centri costieri, nella quale i danni maggiori toccarono a Porto Maurizio e a Diano. L’andamento ed i movimenti della guerra non sono del tutto chiari, così come le ragioni stesse del riconoscimento della <i>Iura</i> da parte genovese.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Negli Annali, ci è giunta notizia di come già nel 1203 fossero scoppiati dei disordini tra gli Ingauni e gli uomini della Valle Arroscia, risolti grazie ad una mediazione di podestà di Genova e tramite l’imposizione di una <i>collecta</i> (tassa) di 50 lire ai valligiani.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quel che è certo, tuttavia, è che nel 1204 il comune di Genova faceva un passo indietro e interveniva pesantemente a favore dei centri costieri e a danno della medesima <i>Iura</i>, disfacendo in pratica quanto aveva costruito solo due anni prima, forse intimorito dai risvolti “bellicosi” assunti dall’associazione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il podestà Guifredoto Grassello, lo stesso del 1203, dopo un intervento dei <i>milites</i> (cavalieri) genovesi contro i “ribelli” della Valle Arroscia, il 17 agosto 1204 impose la pace e la remissione dei danni reciproci, ordinando al contempo che un gran numero di località costiere, tra le quali Andora ed Oneglia, si offrissero aiuto l’un l’altra in caso di guerra <i>mota … ab hominibus iure vallis Arrotie et vallis Unelie vel ab aliis de montaneis partibus</i> (6).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nei due anni intercorsi tra il 1202 e il 1204, dunque, Andora aveva già abbandonato la <i>Iura</i> cui aveva aderito nel 1202, all’epoca della concessione del diritto di fiera; non è comunque facile indovinare quale sia stato il suo ruolo nelle fasi del conflitto o in quale occasione sia avvenuta la “scissione” (se di scissione possiamo parlare) con le comunità dell’entroterra, per le quali il mercato andorese, così vicino alla via del mare, doveva essere uno sbocco commerciale privilegiato.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">È un dato che nel 1204 la comunità di Andora pareva ormai essersi allontanata dalle posizioni espresse dalla <i>Iura</i>, forse a seguito di liti interne alla associazione stessa, oppure in ossequio al volere marchionale, o ancora per non andare incontro allo sfavore di Genova, cui si doveva la recente concessione del diritto di fiera.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dopo essere stata una delle protagoniste di questo periodo tanto burrascoso e complicato, purtroppo, Andora scompare per circa un ventennio dalla storia documentaria.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel 1226-27 fu probabilmente coinvolta nel conflitto tra i marchesi di Clavesana e Genova, dal quale Oddone e Bonifacio Tagliaferro, successori di Bonifacio, deceduto nel 1221, uscirono sconfitti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A seguito di questo rovescio militare, i marchesi dovettero vendere al comune vincitore i <i>castra</i> e le <i>ville</i> di Diano, Portomaurizio, Castellaro, Taggia, San Giorgio e Dolcedo (con le relative vallate), in cambio di una rendita annua di 250 lire; nell’ambito dell’accordo, siglato il 1 giugno 1228, i feudi di Stellanello e di Andora venivano messi sul tavolo a titolo di garanzia, a salvaguardia degli impegni assunti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Per i marchesi si tratto forse di un sacrificio abbastanza limitato, visto come i loro diritti su località quali Portomaurizio e Diano dovessero essere in ogni modo osteggiati dalle popolazioni locali; a partire da questa data, comunque, la Marca cominciava effettivamente e disgregarsi sotto la spinta delle armi e della diplomazia genovese.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Se anche i Clavesana conservavano Andora e Stellanello, i marchesi dovevano comunque garantire a Genova il diritto di imporre l’<i>exercitum et cavalcatam </i>(7) sugli uomini delle due comunità ed inoltre rinunciare alla gabella del sale, i cui diritti venivano riservati al medesimo comune, insieme alla consueta esazione di 7 lire per la custodia del castello di Bonifacio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A parziale contropartita della perdita dei diritti su tale gabella, i Clavesana ottenevano lo scioglimento di tutti i giuramenti con i quali gli Andoresi si erano nel tempo legati al comune di Genova.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Se anche un simile accordo pareva rafforzare la presa di Oddone e Bonifacio sul loro feudo di Andora, gli eventi degli anni successivi, tuttavia, ci dimostrano fino a che punto il potere dei Clavesana su questo territorio fosse ormai consunto e ridotto alla trama.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il trattato del 1233 (quello in cui Genova si impegnava a sciogliere le rasse costituite dagli Andoresi, per intenderci) rafforza infatti il sospetto che l’impulso all’autodeterminazione della comunità di Andora non fosse affatto sopito; non si capirebbe, altrimenti, il bisogno di inserirvi ulteriori clausole a tutela dei diritti dei Clavesana, già ribaditi solo cinque anni prima nel trattato del 1228.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La situazione finanziaria dei marchesi, inoltre, andava facendosi sempre più critica, nonostante il lauto vitalizio ottenuto con la cessione di Portomaurizio, Diano e delle altre località incluse nella vendita del 1 giugno 1228. Ad aver gravato ulteriormente sulle loro casse, ormai esangui, doveva aver contribuito l’ennesima rivolta dei valligiani aderenti alla <i>Iura</i>, scoppiata nel 1233; di conseguenza, i Clavesana dovettero contrarre una serie di debiti con alcuni cittadini genovesi ed albenganesi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Susseguendosi intanto le cessioni e le ipoteche, i marchesi giunsero fino al punto di obbligare la rendita che il comune di Genova annualmente gli erogava Sempre più pressati dai debiti, l’8 giugno 1236 la contessa Mabilia (vedova di Oddone, morto prima del 16 settembre 1233) e suo figlio Bonifacio, dovettero piegarsi a concedere in garanzia metà del castello e della <i>villa</i> di Andora, con lo scopo di lucrare un mutuo di 330 lire da Enrico Cepolla: era il preludio della vendita.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il 3 luglio 1237, infatti, l’altra metà del feudo fu ceduta per 5000 lire da Bonifacio Tagliaferro ai fratelli Manuele e Lanfranco Doria.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Mabilia e Bonifacio, rimasti in possesso della loro parte, ma stretti sempre più alle corde, offrirono il loro appoggio alla fazione filo-imperiale nella guerra che in quegli anni contrapponeva Genova a Federico II di Svevia; si allearono dunque con Albenga e fortificarono il castello di Andora.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A questi anni possiamo forse far risalire il rafforzamento della poderosa Porta-torre, che venne senz’altro ad inglobare le strutture di un edificio più antico; parte dei debiti contratti dai Clavesana in quel periodo, infatti, potrebbero essere giustificati dalle spese incontrate in una simile ristrutturazione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Contro Mabilia e il giovane Bonifacio si mosse allora un corpo di spedizione genovese, il quale, sbarcato sulle coste di Andora il 25 agosto 1242, ne devastò il territorio, tagliando le vigne, i frutteti e dando il guasto alle coltivazioni. In quel periodo, alcune navi di Andoresi erano tirate in secca sull’arenile; anche queste furono impietosamente distrutte e bruciate.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Per la comunità fu senza dubbio un danno enorme, non compensato dall’esito della guerra, nella quale Genova ebbe la meglio sui ribelli delle Riviere e sulla parte imperiale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dopo anni di scontri, infine, il 17 febbraio 1251 fu stipulata la pace tra la Superba e i Clavesana.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le clausole stabilite dai vincitori, apparentemente miti, costringevano in realtà i marchesi alla rifusione dei debiti precedentemente contratti; la loro incapacità a far fronte a simili spese ebbe tuttavia il risultato piuttosto scontato di costringerli alla vendita di quanto ancora possedevano del feudo di Andora.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il 7 giugno 1252, per la cifra di 8000 lire, Manuele e Francesco, figli di Oddone di Clavesana e fratelli di Bonifacio, cedettero a Porchetto <i>Streiaporcus</i> il castello, la <i>villa</i>, il borgo e il distretto di Andora.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il giorno dopo, Porchetto trasferì tutti i diritti al comune di Genova, a nome del quale aveva effettuato l’acquisto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Con le 8000 lire spettanti ai marchesi vennero quindi saldati i debiti che costoro avevano lasciato in sospeso, mentre i creditori, ricevuto quanto gli spettava, rinunciavano ad ogni rivendicazione sul loro antico feudo andorese.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In questo modo, Genova acquisiva la totalità degli antichi possessi marchionali e per Andora si chiudeva “epoca feudale”; da lì a pochi anni, sotto l’egida dei Genovesi, sarebbe stata eretta la chiesa dei SS. Giacomo e Filippo, la più splendida tra le icone del nostro tardo-medioevo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"> </span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"></div><div class="imTAJustify"><hr><span class="fs10lh1-5"> </span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Questo contributo, volutamente privo dell’apparato critico per renderlo nei limiti del possibile più snello e meno “tecnico”, rappresenta una sintesi ed una anticipazione delle problematiche storiche esposte nel convegno “Andora, 800 anni di una storia più che millenaria”, tenutosi presso la chiesa dei Ss. Giacomo e Filippo il 15 settembre 2002.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ci scusiamo con i lettori per la difficoltà di alcuni passaggi, necessariamente complessi e difficoltosi, ma le tematiche toccate hanno richiesto una trattazione piuttosto “rigorosa”, aderente al testo dei documenti consultati. Il lavoro di ricostruzione e di ricomposizione delle fonti, inoltre, esige tra l’altro l’elaborazione di ipotesi e di collegamenti che inevitabilmente appesantiscono la lettura con molti nomi e molte date. Ciononostante, non ho voluto omettere le molteplici questioni inerenti la nascita del Comune, attraverso le quali, a mio avviso, si ricava uno spaccato molto vivace e colorato dell’ambiente politico nel quale gli <i>homines de Andoria</i> si trovarono a vivere ed operare in un’epoca tanto lontana quanto affascinante.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">2 Le <i>collecte</i> erano un genere di tassa imposta da Genova ai suoi feudatari.<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">3 L’espressione si può forse tradurre con “il reggimento (ovvero il governo) che facesse la comunità di Andora contro ciò che fosse stato concesso a qualcuno dei suoi maggiorenti con un atto scritto”.<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">4 Ovvero di qualsiasi associazione non riconosciuta a livello ufficiale.<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">5 Nell’Italia medievale il <i>fodro</i> era un donativo dovuto al re, in natura nell’XI secolo e poi in denaro. Dal sovrano questa tassa passò ai marchesi, conti, vescovi, abati, città e quindi a grandi e medi proprietari. Fu una delle principali ragioni di scontro tra Federico Barbarossa e le città lombarde.<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">6 “...condotta dagli uomini della Iura della Valle Arroscia, della Valle di Oneglia o da altri provenienti dalle zone montane”.<br></span></li><li><span class="fs14lh1-5">7 L’obbligo di <i>facere exercitum et cavalcatam</i> (letteralmente di “fare esercito e cavalcata”) implicava l’onere di fornire un aiuto militare concreto nelle guerre che fossero state combattute dai Genovesi.</span><br></li></ul></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"> </span><br><hr></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs10lh1-5"> </span><b class="imTACenter fs10lh1-5"><span class="fs12lh1-5 ff2">BIBLIOGRAFIA</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs12lh1-5">Andora: sarcofago di età tardo-romana, in, “Bollettino della Società Storico Archeologica Ingauna e Intemelia“ (RSL), anno I, n. 1-2, gennaio-giugno 1954, pp. 64-66.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">Annali Genovesi di Caffaro e de’ suoi continuatori, a cura di L.T. BELGRANO e C. IMPERIALE DI SANTANGELO, FSI, 5 voll., Roma, 1890-1929; vol. II, pp. 90, 95.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">F. BENENTE, La terza campagna di scavo nel Castello di Andora (SV), in “Notiziario del centro Ligure per la storia della ceramica", 15 (febbraio 1991), pp. 4-5.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">P. BENENTE, Quarta campagna archeologica nel Castello di Andora, in “Notiziario del centro Ligure per la storia della ceramica”, 16 (novembre 1991), pp. 5-4, 9.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">F. BIGA, Documenti d’archivio inediti relativi al cippo miliario augusteo di Chiappa (Valle di Cervo). La via romana e la fonte idrotermale nel Dianese, in “Rivista di Studi liguri”, XLIX, nn. 1-4 (gennaio-dicembre 1985), 1985, pp. 179-189.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">E.D. BONA et alii, I castelli della Liguria, vol. I, Genova, 1972, pp. 166-182.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">A.M. CASTELLI - G. DEFERRARI - P. RAMAGLI, La ceramica fine da mensa tardo medievale nel castello di Andora, in “Atti del XXIV Convegno Internazionale sulla Ceramica”, Albisola, 1991, pp. 109-121.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">G. DEFERRARI, Ricerche nel Castello di Andora (SV), in “NAM”, 59-60, novembre 1992, pp. 21-22.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">R. DE MAESTRI, Introduzione allo studio del Castello di Andora, in “Rivista Ingauna e Intemelia”, XVIII, 1965, pp. 74-81.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">S. GELICHI, S. NEPOTI (a cura di), Andora, castello (1989-90). (Schede 1990), in “Archeologia Medievale”, XVIII, 1991, pp. 668-669.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">I Libri Iuriurn della Repubblica di Genova, I/5, a cura di D. PUNCUH, Fonti per la Storia della Liguria, X, 1998; docc. nn. 461, 475, 474, 475, 477, 478, 479, 486, 487, 488.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">I Libri Iuriurn della Repubblica di Genova, I/4, a cura di S. DELLACASA, Pubblicazioni degli Archivi di Sta-to/Fonti, XXVIII, Roma, 1998; docc. nn. 705, 706, 707, 708, 709, 710, 711, 712, 715, 714.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">I Libri Iurium della Repubblica di Genova, I/5, a cura di E. MADIA, Fonti per la Storia della Liguria, XII, Genova, 1999; doc. n. 859.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">I Libri Iurium della Repubblica di Genova, I/6, a cura di M. BIBOLINI, Pubblicazioni degli Archivi di Stato/Fonti, XXXII, Roma, 2000; docc. nn. 996, 1015, 1015,1016.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">N. LAMBOGLIA, Il restauro della fontana medievale di Andora, in “Rivista Ingauna e Intemelia”, XVIII, 1965, pp. 116-ns.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">N. LAMBOGLIA, Restauri alla torre e chiesa del castello di Andora, in “Rivista Ingauna e Intemelia", XIX, 1964, pp. 82-85.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">N. LAMBOGLIA, Albenga romana e medioevale, Bordighera, 1976, pp. 188-189.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">M. MAGLIONI, Andora e il Castello dei Clavesana, Albenga, 1895.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">V. MORINI, Prima campagna di scavi archeologici nel castello di Andora (SV), in “Notiziario del centro Ligure per la storia della ceramica”, 7 (maggio 1989), pp.. 6-7.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">S. NEPOTI (a cura di), Andora, castello. (Schede 1991), in “Archeologia Medievale”, XIX, 1992, p. 590.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">R. PAVONI, Una signoria feudale nel Ponente- i marchesi di Clavesana, in Atti del Convegno “Legislazione e società nell’Italia medievale per il VII centenario degli statuti di Albenga”, 18-21 ottobre 1988, Collana Storico Archeologica della Liguria Occidentale, XXV, Bordighera, 1990.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">P. RAMAGLI, Andora, castello (Schede 1988), in “Archologia Medievale", XVI, 1989, pp. 642-642.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">C. VARALDO, Andora, castello. 1994. (Schede 1995-94), in “Archeologia Medievale”, XXI, 1994, p. 408.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">C. VARALDO, Scavi archeologici nel castello dei Clavesana ad Andora, in “Notiziario del centro Ligure per la storia della ceramica", 9 (ottobre 1989), pp. 5-6.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">V. V1TALE, Il Comune del podestà a Genova, Milano Napoli, 1951.</span><br></li></ul></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 24 Dec 2025 11:31:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Sviluppo demografico dal 1200 al 1600 - Cognomi e famiglie della Val Merula]]></title>
			<author><![CDATA[Sabrina Lunghi]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000029"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Sviluppo-demografico-1.jpg"  width="849" height="1202" /><span class="fs14lh1-5 ff1"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Sviluppo-demografico-2.jpg"  width="851" height="933" /><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Acquisita da Genova (12 giugno 1252), Andora e sottoposta ad una inchiesta sui redditi, svolta da Iacobo Bestagno, che la conclude e consegna il 7 novembre 1252.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dal documento (2) appare evidente la vitalità di questa comunità, le cui rendite provenivano da 66 gruppi familiari, 25 dei quali legati ad un manso, cioè un appezzamento di terreno coltivabile in un anno da una famiglia di coloni che possedeva una coppia di buoi (3). I cognomi, o meglio gli identificativi di questi nuclei familiari sono i seguenti: Aroxii, Ariberti, Aucellus, Aicardino, Arnardus, Avunda, Axetus, Aiasco, Ardenzo, Audini, Bezochi, Borrelli, Blancardus, Balathe, Buscaríni, Berni, Bonazora, Baltheo, Barrachus, Cotabea, Cigiano, Ciolinus, Forzani, Fugatii, Fame, Gorreo, Gorreto, Gonfreo, Girardo, Ginesta, Iuxolii, Lanzii, Libaldi, Libustrii, Morenus, Maza, Mantelli, Molinarii, Oliverius, Perolus, Pisanus, Piva, Puteo, Pettigrossi, Rata, Ravani, Rialdus, Rossello, Rubaldi, Sandali, Territio, Ubaldus, Vermilia, Zerbino.</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Alcuni possono riferirsi ad un luogo di provenienza (Aroxii = provenienti dalla Valle Arroscia, Pisanus = proveniente da Pisa), altri ad un mestiere svolto (Molinarii, Oliverius), altri ancora ad una caratteristica fisica (Rossello, Vermilia, Pettigrossi) o caratteriale (Axetus), altri sono quasi poetici (Gínesta, Aucellus), altri molto realistici (Fame). Ma i più interessanti sono quelli che ancora oggi esistono nella nostra vallata:</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">1. Aicardino richiama il cognome Aicardi, oggi molto diffuso a Stellanello;<br>2. Gonfreo, mutando la g iniziale in c, richiama la località Confredi, nella zona di S. Giovanni;<br>3. i Berni possono aver imposto il proprio nome alla località Case Berneri, nella frazione di Rollo;<br>4. Morenus è facilmente identificabile con il cognome moderno Moreno;<br>5. il nome proprio Durantis può essere accostato al cognome Durante, presente a Stellanello.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sono poi citati:</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">6. il <i>maixo de domo</i>, che si può forse collegare con la località Duomo sulla destra del Merula, in frazione Molino Nuovo;<br>7. il <i>maixo de costa</i>, piuttosto generico, che può richiamare la località Costa maggiore, ubicata nella frazione Conna, oppure il toponimo Costa dei Negri nella frazione di S. Pietro, oppure la località Costa d’Agosti nella frazione S. Bartolomeo;<br>8. <i>filius rollandi de ferraria</i>, quest’ultima riferita con ogni probabilità alla località attualmente detta Ferraia in frazione San Giovanni;<br>9. il toponimo <i>braia</i>, riferito a terreni coltivati a vite, che il Sacro e vago Giardinello cita all’interno della Parrocchia della SS. Trinità di Rollo. È possibile che esso derivi dal longobardo *braida, podere, che doveva significare in origine “pianura” (cfr. ted. Breit = ampio, spazioso, esteso) e passò ad indicare nei documenti notarili altomedievali il “podere” (4).<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ma di cosa vivevano questi uomini e queste donne?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Loro sicuramente si accontentavano di cibi frugali, ma erano in grado di produrre molto, sia da un punto di vista quantitativo che qualitativo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Non si spiegherebbe altrimenti la presenza di un mercato così importante, come quello concesso dai Genovesi il primo d’agosto d’ogni anno.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ma quali merci erano presenti sui suoi banchi?</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Innanzi tutto i prodotti dell’agricoltura: frumento, orzo, farro, ridotti a farina e impiegati per la produzione di pane; vino, pesci, formaggio e una grande varietà di carni: maiale, bue, montone, castrato, capra, capretto, agnello.</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Parti di questi prodotti venivano versati come tributi ai marchesi, che si aggiungevano quindi ad altre imposizioni di diversa natura, come la <i>conditio</i> (tributo), i <i>comparía</i> (tasse imposte sulla terra), i <i>banda</i> (ordine emesso solennemente in virtù d’un potere pubblico, prescrivente o interdicente un atto, determinato su pena d’una ammenda fissa), i <i>praecepta</i> (ordine) (5).</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’esistenza di un discreto mercato è confermata dalle voci riguardanti i pedaggi sugli animali che transitavano per la valle carichi di merce (muli, ronzini, maiali).</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Veniva poi applicato un diritto di fuoco, un diritto di attracco per le imbarcazioni che giungevano alla <i>ripa</i> (riva) del mare o del fiume. Anche l’uso del forno e del mulino era soggetto ad una tassa, entrambi infatti erano posseduti dai feudatari e costituivano quindi una delle loro principali fonti di reddito.</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Va poi sottolineata la presenza di una tassa particolare, la <i>cabella murte</i>, cioè del mirto, un’erba preziosa usata in conceria e in chiesa nelle principali solennità dell’anno (6).</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’importanza dell'inchiesta sui redditi del 1252 è data anche dalla sua unicità e dalla sua antichità. Infatti occorre attendere circa tre secoli per poterne consultare un’altra simile, quando cioè Genova impone un nuovo censimento di natura economica che prende il nome di <i>caratata</i>. Ma che cos’era una caratata? Volendo paragonarla a qualcosa di attuale, possiamo accostarla ad un registro catastale in cui venivano registrati i terreni privati e comunali.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ciascun terreno era una sorta di parcella, cioè la piccola parte di un territorio più vasto, che veniva chiamata carato.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dunque l’insieme delle parcelle, cioè di tutti i terreni, era la caratata.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le caratate riguardavano solo i comuni sotto il dominio diretto della Repubblica, come appunto Andora; essi erano soggetti ad una tassa annuale, stabilita in base al valore dei terreni dichiarato nella caratata.</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La creazione delle caratate quasi certamente deve risalire al XII secolo, quando cioè Genova aveva esteso il suo dominio da Capo Corvo a Monaco e oltre i Giovi e aveva completato anche la sua espansione coloniale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Occorreva quindi un censimento delle rendite dei vari comuni liguri, per avere una chiara idea delle nuove entrate nel comune a seguito delle recenti acquisizioni (7).</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La caratata dei 1531 (8) consta di quarantadue fogli, che misurano cm 30 x cm 22, sono scritti da ambo le parti e non sono numerati.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sulla prima facciata con frontespizio, si riporta l’indicazione che il registro costituisce una nuova caratata eseguita da due commissari speciali incaricati dalla Repubblica e da tre sindaci, scelti per rappresentare evidentemente gli interessi dei comuni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Riguarda, come si è già detto, i comuni di dominio diretto, mancano quindi quelli convenzionati o completamente esenti da contribuzioni.</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Essa non comprende neppure Genova, i cui abitanti furono sottoposti in quell’anno a censimento, ma con indirizzo diverso (9).</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il documento riporta una visione d’insieme, la popolazione infatti è considerata nella sua globalità, non essendo distinta nelle varie frazioni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Veniamo dunque a sapere che in quell’anno vivevano ad Andora 2500 persone, fra uomini, donne e fanciulli, suddivisi in 500 famiglie, dedite perlopiù all'agricoltura.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ciò non deve stupire, perché come osserva il Gorrini, <i>nelle zone marittime, gli uomini che esercitavano navigazione e pesca non erano più del 20%, a parte alcuni comuni con porti importanti quali Savona, Oneglia, di cui non si fa cenno nella caratata</i> (Savona e Oneglia non rientravano nella condizione di dominio diretto, e quindi non sono menzionate, in questa caratata)...</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><i>E questa limitata popolazione marinara esercitava il piccolo cabotaggio, cioè trasporto marittimo costiero e pesca</i> (10).</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La caratata accenna anche alla presenza di mercadanti o mercanti, cioè detentori di capitali nella veste di mediatori; infatti a molti comuni occorrevano importazioni di generi anche di prima necessità e i mercanti rispondevano appunto a tale fabbisogno (11).</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Viene poi citata una prigione di turchi e di mori, certamente un retaggio delle invasioni da parte dei pirati barbareschi.</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ancora qualche riflessione circa la produzione agricola e la pastorizia: la caratata testimonia una raccolta di frumento, di altri cereali non specificati (possiamo pensare all’orzo, al farro, cioè a quella produzione presente nel documento del 1252 succitato) e di fichi per quattro mesi all’anno; è citata una produzione di vino, e la presenza di venticinque bovini e cinquecento capi di bestiame di taglia minore.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Un quadro dunque piuttosto desolante, rispetto a quello ben più vitale e dettagliato riportato nel documento del 1252, nel quale si aveva la sensazione dell’'esistenza di un vivace mercato di scambio, che certo non risulta dalla caratata del 1531.</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Infine uno sguardo al bilancio; l’unica entrata qui annoverata è costituita dalla <i>cabella dei vini</i> per circa settanta lire genovesi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le uscite sono invece rappresentate da <i>l’avaria ordinaria</i> (800 lire), più le varie spese per il mantenimento del podestà, del guardiano di Capo Mele, degli scrivani, del maestro di scuola, del <i>sindico dello maleficio</i>, unitamente alla <i>cabella de embrixi</i> (tassa sulla fabbricazione di laterizi), per un totale di circa 560 lire.</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Anche a proposito dei tributi è possibile riscontrare rispetto al 1252 una semplificazione delle imposte, ma anche una modificazione del sistema contributivo, se è lecito denominare in tal modo un apparato fiscale ancora in embrione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sembra cioè che un nuovo spirito di comunità, intesa come nucleo con una propria identità, traspaia anche nella tipologia dei tributi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Infatti oltre all’<i>avaria ordinaria </i>corrisposta a Genova, la popolazione sosteneva anche una serie di spese per la retribuzione dei funzionari che svolgevano anche un servizio per la comunità: il podestà, il maestro di scuola, il <i>sindaco dello maleficio</i>, gli scrivani, la guardia di Capo Mele.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In tal modo, parte dei contributi andavano direttamente a beneficio dei contribuenti.</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Simile alla caratata del 1531 è un censimento di <i>fuochi</i> delle Due Riviere presente negli Annali della Repubblica di Genova di A. Giustiniani (12), che risalgono al biennio 1535-7.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I fuochi erano 517 (13), cioè un dato che si accorda a quello riportato nel manoscritto del 1531.</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Qui di seguito si riporta il numero dei fuochi suddiviso per località.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"></div><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Sviluppo-demografico-3.jpg"  width="600" height="633" /><br></div><div class="imTAJustify"></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Manca però nel censimento del 1535-37 il numero degli abitanti. Possiamo stimare tuttavia che vi fossero circa 2500/2600 persone, considerando che allora un nucleo familiare era composto da 4/5 elementi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le notizie sullo stato economico della valle di Andora sono scarsissime; l’autore si limita a dire che è <i>abbondante di vino, olio ed altri frutti</i>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In queste pagine viene dunque menzionato l’olio, per la prima volta: 300 anni prima (1252) non compariva affatto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Questo si spiega con la tarda comparsa dell’ulivo coltivato in forma intensiva, soprattutto nelle valli del Ponente, che a partire dal ‘500 diventeranno le principali esportatrici di olio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ciò non significa che nel Medioevo l’ulivo non fosse già presente nelle nostre valli, ma esso non era ancora stato sfruttato in maniera intensiva, come accadrà invece in seguito.</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Un’analisi demografica effettuata a circa 70 anni di distanza da quella riportata da Giustiniani è contenuta in un manoscritto del 1607 (14), e risponde ad una precisa richiesta d’indagine, inoltrata da Genova al podestà locale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il contenuto di questo documento ci permette di conoscere il numero dei fuochi (561) e degli abitanti (2391) di ogni località, ed inoltre - dato veramente eccezionale – il nome e cognome di ogni capofamiglia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In tal modo è possibile rintracciare i cognomi tipici di ogni frazione e fare confronti con la situazione odierna.</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La seguente tabella e esplicativa in tal senso.</span></div><br><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Sviluppo-demografico_a.jpg"  width="849" height="878" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div><span class="fs14lh1-5">Diciassette anni più tardi vengono compilate le pagine del <i>Sacro e vago Giardinello</i> (12), un <i>succinto riepilogo</i> - come recita il frontespizio dell’opera -, di dati riguardanti le chiese della diocesi albenganese, con qualche cenno al numero dei fuochi e degli abitanti di ciascuna parrocchia. In quell’anno facevano parte della comunità andorese 2550 abitanti, suddivisi in 556 fuochi.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Risale al 1629 un censimento (16) che ci dice che ad Andora vi erano 520 fuochi (17) per un totale di 2185 abitanti. Scarne sono le informazioni riguardanti la valle, che viene definita <i>abbondante di vino, olio, et altri frutti</i>.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">In compenso è riportato un elenco dettagliato delle tasse pagate allora dagli <i>Andoriani</i>, per un totale di circa 1800 lire genovesi.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">I documenti appena presi in considerazione, se messi a confronto fra loro, offrono un’analisi dell’andamento demografico della valle del Merula nell’arco di circa un secolo (l’indagine sui redditi del 1252 è stata tralasciata, perché non si presta ad essere inserita in tale raffronto).</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-8" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Sviluppo-demografico-4.jpg"  width="600" height="539" /><br></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-9" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Sviluppo-demografico-5.jpg"  width="600" height="545" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">I dati contenuti nella prima tabella apparentemente riflettono due situazioni non parallele; da una parte i fuochi appaiono in costante aumento dal 1531 al 1607, passando da 500 a 561, per poi diminuire fra il 1607 e il 1629, scendendo a quota 520.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Invece gli abitanti nel primo lasso di tempo (1531-1607) calano da 2500 a 2391, per poi salire bruscamente a 2550 nel 1624 e ridiscendere repentinamente a quota 2185 cinque anni più tardi (1629). Si vedano, per maggiore chiarezza, anche i due grafici allegati.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-10" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Sviluppo-demografico-6.jpg"  width="600" height="425" /><br></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-11" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Sviluppo-demografico-7.jpg"  width="600" height="487" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">I numeri, nel complesso, presentano in realtà un trend negativo: la popolazione infatti è in calo, anche se cresce il numero delle famiglie.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Le due cose non sono in contraddizione, perché queste ultime vedono ridotto il numero dei propri componenti da 5 a 4,2 nell’arco di circa un secolo.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">In pratica si mettevano al mondo meno figli o forse si moriva di più.<br></span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Le ragioni furono molteplici: le incursioni barbaresche, riprese a partire dalla metà del ‘500; alcune violente epidemie; i ricorrenti impaludamentii del Merula.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">A tale proposito si ricordi anche la testimonianza di M. Maglione (18), il quale riferisce che “uno spaventoso temporale desolò la vallata, mutò il corso del torrente Meira che dalla sinistra portò a destra il proprio letto e lasciò dove prima scorreva, stagni paludosi le cui acque produssero febbri intermittenti.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Fu allora che la gente del Castello, dei Previ, di Mezzacqua, della Marina, fuggi”.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Il fatto è confermato da una memoria rinvenuta nell’Archivio Comunale che narra: “verso il XV-XVI secolo non lasciò di disertare totalmente il Castello ove ogni minimo fiato di mare portava miasmi pestilenti e tuttavia li porta, in guisa che meno i pochi abitanti che vi. sono assueti del resto chiunque voglia là soggiornare al dì d’oggi va soggetto a febbri intermittenti”.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Tutte queste cause ridussero il numero degli <i>Andoriani</i> e li fecero migrare dal nucleo del Castello (ridotto ad una ventina di famiglie all’inizio del ‘500) a Laigueglia, Rollo, Conna, Duomo, S. Bartolomeo, solo per citare le frazioni più popolate.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">In pratica dove nel ‘200 vi erano solo pochi ed isolati mansi, nei tre secoli successivi sorse la nuova <i>Andoria</i>.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div><div><span class="fs10lh1-5"> </span></div><div></div><div><hr></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="imTACenter fs48lh1-5 ff2">y</span></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">Il presente testo è tratto dalla tesi di laurea “Insediamenti medievali nella Valle del Merula: esame tipologico" di Sabrina Lunghi - Anno Accademico 1995/1996, rel. Prof. C. Varaldo.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">2 Liber Iurium Reipublicae Genuensis, Historiae Patriae Monumenta, Torino 1854, VIII, 1, col. 1169, n. 849.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">3 N. Calvini, Nuovo Glossario Medievale Ligure, Genova 1984, sub voce MANSUS.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">4 Sacro e vago Giardinello, e succinto Repilogo Delle Raggioni delle Chiese e Diocesi d’A1benga; In tre tomi diviso, cominciato da Pier Francesco Costa vescovo d’Albenga nel 1624 del canonico Ambrogio Paneri, vol. II, Archivio dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri, sez. di Albenga, fotocopia da manoscritto, p. 372 e G. Pertracco Sicardi - R. CAPRINI, Toponomastica storica della Liguria, Genova 1981, p. 99.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">5 Confronta Ch. Du Canga, Glossarium Mediae et Infimae latinitatis, II, Bologna e ].F. NIERMEYER, Mediae Latinitatis Lexicon Minus, Leiden 1976.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">6 G. Fedozzi, La Valle Steria nei secoli, Imperia 1988, pp. 128 e 159.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">7 G. GORRINI, La popolazione dello stato ligure nel 1531 sotto l’aspetto statistico e sociale, Roma 1931, pp. 4-5.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">8 MS 797, in A.S.G., sez. Manoscritti.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">9 Gorrini 1931, p. 6_<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">10 Gorrini 1931, p. 15.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">11 Gorrini 1931, p. 17.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">12 A. GIUSTINIANI, Annali della Repubblica di Genova, I, Genova 1854, p. 767.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">15 A cui vanno aggiunti i 200 fuochi di Stellanello e i 25 fuochi di Testico.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">14 MS 600, A.S.G., Sala Senarega.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">15 Sacro e vago Giardinello... vol. II, A.1.1.S.1., sez. Albenga.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">16 MS 218, A.S.G., Sez. Manoscritti.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">17 Nel Censimento è inserita anche Testico con 29 fuochi e 108 abitanti.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">18 M. Maglione, Cenni Storici sulla vallata e sul castello di Andora, Albenga 1895, pp. 27-28.</span><br></li></ul></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div><div><span class="fs10lh1-5"> </span></div><div><br></div><div><hr></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs12lh1-5 ff3">BIBLIOGRAFIA</span></b></div><div><span class="fs10lh1-5"> </span></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">N. CALVINI, Nuovo Glossario Medievale Ligure, Genova 1984.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">Ch. DU CANGE, Glossarium. Mediae et Inﬁmae Latinitatis, II, Bologna.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">G. FEDOZZI, La Valle Steria nei secoli, Imperia 1988.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">SACRO E VAGO GIARDINELLO e succinto Repilogo Delle Raggioni delle Chiese e Diocesi d'Albenga In tre tomi diviso, cominciato da Pier Francesco costa vescovo di Albenga nel 1624 del canonico Ambrogio Paneri, vol. II, Archivio dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri, sez. di Albenga, fotocopia da manoscritto.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">A. GIUSTINIANI, Annali della Repubblica di Genova, I, Genova 1854.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">G. GORRINI, La popolazione dello stato ligure nel 1531 sotto l’aspetto statistico e sociale, Roma 1951.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">Liber Iurium Reipublicae Genuensis, Historiae Patriae Munumenta, VIII, 1-2, Torino 1854.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">M. MAGLIONE, Cenni storici sulla vallata e sul Castello di Andora, Albenga 1895.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">MS 218: ASG, Sala Senarega, n. 218.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">MS 600: ASG, Sala Senarega, Filza 600.<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5">J. E NIERMEYER, Mediae Latinitatis Lexicon Minus, Leiden 1976.</span><br></li></ul></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div><div></div><div><br></div><div><hr></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div><div><span class="fs14lh1-5">A proposito dei cognomi andoresi, c’è una pagina interessante, tratta dal manoscritto inedito di un anonimo laiguegliese (1875) che parla proprio di Andora e del Castello.<br></span></div><div><span class="fs14lh1-5">Trattasi delle <i>Memorie su Laigueglia per un povero derelitto vecchio dello stesso paese</i> (pp. 45 e segg):</span></div><div><span class="fs14lh1-5">«Terra antichissima fra le liguri è Andora. Il Serra nella sua “Storia” vuole ch’essa, assieme a diversi altri paesi dell’antica Liguria, tragga origini da un’antica colonia di Focesi, ivi venuti verso l’anno 735 avanti l’era volgare, cioè pochi anni dopo la fondazione di Roma.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Il paese chiamato Andora e che diede poscia il nome a tutta la valle, era in quella collina ove sorse in seguito il Castello feudale.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Fu terra considerevole sotto i Romani, come dimostrano gli avanzi di una bella fontana in pietre tagliate e l’antichissimo ponte sulla Merula.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Nel Medio Evo fu feudo dei marchesi di Clavesana, ma poi decadde e fu ridotta nel più miserrimo sito, anzi la rovinarono affatto.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Quindi si formarono le diverse Parrocchie, borgate e ville e di Andora parlarono molti storici genovesi e cronisti nostrani, come il Sig. G. Rossi di Ventimiglia.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Nel 1321 feroci guerre fra Guelfi e Ghibellini dilaniarono il paese e vi morì il Vescovo di Albenga Emmanuele Spinola che era caporione di parte ghibellina e che, dimentico del suo santo ministero, avea deposto le sacre infule ed il pastorale ed indossate le divise del soldato disperatamente pugnava contro il borgo di Castello che era dipartito guelfo.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Poi il luogo fu travagliato da orribili pestilenze e da fiere altre morie.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Quella del 1528 la desolo del tutto, ma anche prima, quella del 1348 (di cui parlano Boccaccio e Villani) e questa cosa mi veniva accertata da egregi soggetti, personaggi assai colti ed eruditi e nella scienza delle nostrali antichità assai versati e delle cose patrie assai dotti ed esperti, conoscitori, cioè del fu Sign. Giacomo Tagliaferro, del fu Sign. Notaio Paolo Cavassa e dal fu mio Padre medico Andrea Badarò.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Ci fu uno spopolamento.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Il volgo che vede grosso e strambo, che travede, travisa e travolge le cose, impressionato dalla truce morte del Vescovo (rimasto sotto il cavallo ferito, fu raggiunto e fatto a pezzi) fabbricò col tempo su quell’argomento uno strano romanzo, un’assurda stramberia, una goffa favola, creduta ancora ai dì nostri da qualche melenso, cioè che quello spopolamento degli Andoresi fu l’effetto di un anatema, scagliato dal Papa su quel paese.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Ma lo spopolamento seguì perché quello sventurato paese fu travagliato dalla guerra e dalla pestilenza.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Poi ci fu un terzo flagello: il fiume trascurato per le guerre ristagnò e formò paludi.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Le quali cose produssero perniciosi miasmi, deleterie esalazioni ed effluvii pestilenziali e vi introdussero la così detta malaria, che tanto affliggeva anticamente anche Albenga.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Segui una grande spopolazione e le persone che restarono furono come condannate ad un lento martirio.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Alcuni andarono a rifugiarsi nel non molto lontano Castello di Diano, ma i più valicarono l’intermedio colle e vennero ad unirsi ai pescatori ed ai Catalani e insieme fondarono Laigueglia.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Basterebbe a provarlo il vedere ivi molti cognomi che si trovavano anticamente in Andora, come Maglione, Gaggino, Galleano, Guardone, Garassino, Cavassa ecc.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">È pressoché certo che furono quelli emigranti di Andora che portarono quei cognomi in Laigueglia».</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 24 Dec 2025 11:18:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Clavesana]]></title>
			<author><![CDATA[Sabrina Lunghi]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000028"><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Stemmi-Clavesana.jpg"  width="600" height="328" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il famosissimo marchese Bonifacio, come lo designa il monaco Goffredo Malaterra alla fine dcll’XI sec. (46), è stato oggetto di studi piuttosto recenti, che hanno fatto luce in modo definitivo sulla sua origine; in modo particolare R. Bordone in un saggio del 1983 (47) ha individuato con chiarezza la sua genealogia, indicando in Anselmo, uno dei tre figli di Aleramo, un avo di Bonifacio.</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">….</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Forte del potere derivatogli dal padre e dalla madre, estese la sua signoria sia verso Torino che verso la Riviera. Come osserva R. Bordone: <i>Il territorio su cui domina Bonifacio non si identifica più con nessuna delle antiche marche e non ancora con i marchesati creati dai figli (48). Inoltre non accompagnò mai il titolo marchionale con specificazioni di carattere distrettuale o signorile (49)</i>. Solo dopo la sua morte i figli cominceranno ad usare l’indicazione <i>de Wasto</i> o <i>de Guasto</i>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tuttavia, spiega R. Bordone, <i>una marca del Vasto non è mai esistita (... ) come non è mai esistito nessun Bonifacio del Vasto, se non nella tradizione successiva</i> (50).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E' probabile che con <i>Vasto</i> si volesse intendere <i>la terra guasta e logi sterili come ly nomina la investitura di Otto imperatore</i> ossia, spiega R. Bordone, citando un passo di Gioffredo della Chiesa (51), l’area incolta e scarsamente popolata che si estendeva tra il Tanaro, l’Orba e il mare Ligure, già ricordata nel diploma di Ottone I del 967 con l’espressione <i>in desertis locis</i> (52).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Fedozzi osserva che la desolazione di questi luoghi va imputata anche alle scorrerie dei Saraceni, che come si è visto interessarono la costa ligure e anche l’immediato retroterra appenninico (53). Della stessa opinione è Pavoni, che oltre al flagello saraceno, fa menzione anche delle incursioni ungare che interessarono quelle zone (54).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dovendo dare una collocazione precisa a tale <i>terra guasta</i>, occorre delineare brevemente le mosse che portarono Bonifacio a conquistarla.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel 1080, morti i fratelli Manfredo e Anselmo, Bonifacio ne raccoglie l’eredità e con ogni probabilità sposa la vedova del fratello Anselmo, nonostante il veto posto da Gregorio VII (55).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dopo aver rafforzato il patrimonio appenninico, con la fondazione della canonica <i>di famiglia</i> di Ferrania, si dedicò all’espansione di quello stesso patrimonio verso i territori della marca di Torino, appartenenti alla zia materna Adelaide, defunta nel 1091. Attraversò il Belbo, probabile confine fra Arduinici e Aleramici, e spinse la propria influenza su Ceva, Monforte, Monchiero a Settentrione, mentre a Sud acquisì nella Riviera il Comitato di Albenga (e quindi Andora che si trovava compresa in esso). E ancora più a Nord, si spinse sino al territorio di Busca e di Saluzzo, sino a lambire le Alpi. Non è da escludere che le sue mire includessero la stessa Asti, con la quale giunse con ogni probabilità ad un accordo, dopo la morte di Umberto di Moriana, il principale contendente di Bonifacio (56).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Alla sua morte, avvenuta fra il 1125, anno del suo testamento, e il 1132, anno in cui in una carta relativa a Noli, i figli Manfredo e Guglielmo compaiono senza il padre, il suo patrimonio viene ereditato dai figli, che si spartiscono l’eredità patema solo dopo gli anni ‘40 del XII sec., dando vita a marchesati autonomi (57) (…..).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E' indubbio però che nel 1140 gli eredi mantenessero ancora indiviso il territorio conquistato da Bonifacio, almeno per quanto riguarda la zona rivierasca, che andava da Savona fino all’Armea. Infatti nel giugno di quell’anno i marchesi Manfredo, Ugo, Anselmo, Enrico e Ottone stipulano un trattato di alleanza con Genova contro il conte Oberto di Ventimiglia (58). Motivo della contesa erano i possessi che il conte Oberto aveva a oriente della Arnica, fuori dal Comitato di Ventimiglia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nella guerra di conquista, i marchesi misero a disposizione di Genova un contingente di mille fanti e cento cavalieri <i>sine Saonensibus, Nabolensibus et Albinganensibus</i>, provenienti cioè esclusivamente dai loro domini dell’entroterra, segno evidente dell’estensione e della potenza di questi ultimi (59).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Da Anselmo, uno dei contraenti del suddetto trattato, discese la dinastia dei Clavesana, il cui potere si consolidò nella Marca di Albenga, mentre la Marca di Savona andò a Enrico il Wert, fratello di Anselmo, anch' esso presente nel trattato del 1140.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dopo questa data avvenne dunque la spartizione del dominio di Bonifacio, e l’inizio della signoria dei Clavesana che interessò Andora per oltre un secolo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I due figli di Anselmo, Guglielmo e Bonifacio, compaiono in un documento del 13 febbraio 1170: un trattato stipulato col Comune di Albenga (60), col quale si poneva probabilmente fine ad una contesa fra i due contraenti (61). Ciò che qui interessa rilevare è che in tale occasione i marchesi si impegnavano a consegnare agli albenganesi Andora, perché procedessero alla demolizione del suo castello, previo pagamento da parte degli Albenganesi di 400 lire. Tale distruzione, unitamente a quella dei castelli di Maro, Lavina, Vellego, Prelà (e del <i>castrum Saxonis</i> di non chiara identificazione), fu concordata da entrambi le parti, in quanto tali castelli erano oggetto di contesa fra i marchesi e il conte di Ventimiglia, Ottone figlio di Oberto, che aveva mantenuto i propri possessi nella Marca di Albenga, nonostante le intenzioni espresse nel trattato del 1140, menzionato sopra (62).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dalla lettura del documento del 1170 appare chiara la importanza del Comune di Albenga, che però <i>non aveva ancora conseguito formalmente l’indipendenza dai suoi marchesi</i> (63). Tant’è vero che nel trattato del 17 dicembre 1192, Bonifacio (lo stesso che compare assieme al fratello Guglielmo nel trattato del 1170) si impegna a versare a Genova metà del <i>fodro</i> riscosso ad Albenga, cioè 200 lire. Nella stessa occasione viene menzionata Andora, la cui importanza era piuttosto relativa, dal momento che da essa proveniva una rendita di 40 lire da versarsi a Genova (64).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Genova, in pratica, riconosceva a Bonifacio la giurisdizione su tutta la Marca di Albenga: <i>a Petra videlicet usque aquam Armeani</i>, ma contemporaneamente tendeva ad emancipare le località della Riviera e delle valli interne, per indebolire, evidentemente il potere marchionale. Testimonianza di ciò è un trattato del 18 marzo 1202, stipulato fra il Comune di Genova e gli uomini delle Valli di Arroscia, di Andora, di Oneglia, di Prelà, di Rezzo e di Nasino (65).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In esso si sanciva la possibilità di uno scambio di merci fra le due parti: <i>Non faciemus (..) devetum grani, blave seu alicuius viande vel mercationis lanuensibus et hominibus districtus lanue quin libere possint ea lanuam deferre, nec aliunde delatam prohibebimus lanuam deferri ullo modo (...)</i>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Inoltre veniva sancito un patto di mutuo soccorso e difesa, e i Genovesi concedevano ai loro contraenti l’apertura di due mercati annuali, uno ad Andora, il primo Agosto, l’altro ad Oneglia, il primo Novembre: <i>Concedimus vobis et damus ad kalendas Augusti nundinam unam ad Andoriam, et alteram in festo omnium Sanctorum ad Unegiam, (.. )</i>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Genova, dal canto suo, garantiva il diritto a ricorrere alla Curia genovese <i>si aliquis de comitatu Victimilii, de Marchia Albingane et episcopati Saone vellet vos vel aliquem de prescrjptis vallibus et castris forciorare de aliquo contra ius</i>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tali concessioni, osserva R. Pavoni, ebbero probabilmente una portata rivoluzionaria, tale da determinare la nascita di una organizzazione comunale nelle valli interessate (66).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Di fatto, l’intervento di Genova favorì la costituzione di una lega di comuni, la <i>Iura</i> (67), che sappiamo dalle fonti contrapposta ai comuni della <i>Riveria</i>, e che fu riconosciuta politicamente da Genova, la quale si preoccupò di salvaguardare i diritti signorili a cui, comunque, rimanevano sottoposti i comuni della <i>Iura</i>: <i>salvis drictis et iusticiis nostrorum dominorum</i>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Forse neppure Genova si rese conto delle conseguenze che si sarebbero di lì a poco verificate, a seguito delle concessioni summenzionate: nel 1204 scoppiò una violenta contesa fra le località aderenti alla <i>Iura</i> e i restanti centri costieri, di cui abbiamo notizia in un documento del 7 Agosto 1204 (68). In esso il podestà di Genova Guifreoto Grassello intima <i>civitatibus locis et hominibus de riveria et illis de iura et valle arocie et valle unegie et valle andorie quod de cetero inter se fìrmam pacem teneant</i>, dopo essersi combattuti aspramente, come si rileva da quanto detto in seguito: <i>ordinamus fìnem et refutationem de omnibus malefìciis et gastis hominicidia et incendiis et domorum diruptione et percussionibus que inter eos evenerunt (..)</i>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sedata la rivolta, Genova si preoccupò di assicurare la restaurazione dell’ordine precedente, intimando alle parti il versamento di <i>redditus et prestationes et consuetudines</i> ai rispettivi signori, e cioè al vescovo e alla chiesa di Albenga, ad altre chiese, al marchese Bonifacio di Clavesana, al conte di Ventimiglia, a Bonifacio della Lengueglia, a nobili e ad altri cittadini di Albenga, ai signori di Prelà.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Non è da escludere una responsabilità diretta del marchese Bonifacio nei fatti suddetti, come osserva Fedozzi, il quale rileva che <i>il marchese Bonjfacio, avendo avuta parte attiva nei disordini, fu multato per la somma di 325 lire</i> (69).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Gli avvenimenti del 1204 non furono privi di conseguenze. Il moto di emancipazione che esplose violentemente in quell’anno, ebbe successive ripercussioni soprattutto in quelle località più ricche e desiderose di autonomia. Nel 1226-27 Albenga e Savona insorsero contro Genova (70) e trovarono nei marchesi Oddone e Bonifacio Tagliaferro, nipoti di quel Bonifacio citato nel documento del 7 Agosto 1204, degli alleati ansiosi di affrancarsi dal potere sempre più oppressivo di Genova.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ma il fallimento di tale iniziativa, a seguito della resa di Savona, costò ai marchesi pesanti perdite: dovettero cedere a Genova i loro diritti sui castelli e le ville di Diano, Porto Maurizio, Castellaro, Taggia, S. Giorgio e Dolcedo (71). Mantennero tuttavia la giurisdizione sui castelli e le ville di Andora e di Stellanello, a patto però che <i>dicti homines debeant ire in exercitum et cavalcatam in sevicio comunis ianue</i>, che fosse corrisposta a Genova la <i>cabellam salis</i>, oltre ad una <i>dacita di libras VII pro custodia bonifacii ipsi comuni</i> e fossero rispettati i <i>deveta comunis ianue facta per mare</i> (72).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ma una rivolta scoppiata nel 1233, ancora più violenta di quella del 1204, fra i rustici delle valli di Oneglia e di Arroscia, costrinse i marchesi Bonifacio Tagliaferro e il nipote Bonifacio Minore, figlio del defunto Oddone, a divenire cittadini genovesi e assumere precisi impegni nei confronti di Genova: partecipazione all’esercito e alla cavalcata genovesi da parte di uno dei due marchesi, o di una persona di loro fiducia (<i>et unus ex nobis marchionibus ibit et erit in eo exercitu vel cavalcata, et si ire non poterit mittet se idoneum cambium</i>), nonché dei loro uomini; un contributo di uomini sarebbe stato inviato nel caso di un <i>armameantum galearum</i> da parte del comune di Genova; il ricorso al foro genovese in caso di controversie con cittadini genovesi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Inoltre i <i>rectores omnium locorum predictorum</i> si sarebbero impegnati a giurare <i>annuatim deveta generalia comunis ianue et specialiter de facto salis</i>. Ed ancora Genova poteva <i>hominibus ipsorum locorum banna imponere et exigere</i>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In cambio il comune di Genova si impegnava a sedare <i>rassas et iuras presentes et futuras omnium ipsorum locorum</i>,</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Da questa ultima condizione, si può presumere che la situazione politica e sociale delle terre sottoposte ai marchesi non fosse delle migliori. Questi luoghi sono nominati nel documento suaccennato: il castello di Teco, metà del castello di Rocca Crovara, i castelli di Cartari, Castelbianco, Zuccarello, <i>Cocano</i>, Stellanello e Andora. Un dominio quindi che si estendeva soprattutto all’interno, probabilmente fiorente, ubicato in posizione strategica, ma insofferente nei confronti dei Clavesana, i quali dovettero reperire i censi signorili con sempre maggiore difficoltà. A ciò si aggiunga che Genova richiedeva, per i servizi di vigilanza suaccennati, una cospicua e puntuale ricompensa. La misura dei problemi economici dei marchesi la si può determinare valutando i numerosi debiti che essi contrassero a partire da quegli anni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Bonifacio Tagliaferro, il 3 Agosto 1234 stipulò un mutuo con <i>Merlone de castro</i> da restituirsi entro <i>anno novo proxime venturo usque ad annum unum</i> per 60 lire genovesi (74), che però sappiamo non restituite entro il termine convenuto, perché due anni più tardi (26 febbraio 1236) il marchese fu condannato a risarcire il proprio fideiussore Nicoloso de' Mari (75).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il 23 febbraio 1235 fu la contessa Mabilia, vedova di Oddone, col figlio Bonifacio a contrarre un mutuo di 137 lire e 12 denari con Enrico Cepolla di Albenga, garante il marchese Bonifacio (76).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Pochi giorni più tardi, alla stessa Mabilia e a Giacomo Casanova fu intimato di pagare entro quindici giorni i tributi dovuti al Comune (77). Ma evidentemente la contessa Mabilia non riuscì a sanare i suoi debiti, perché l’8 giugno 1236, ella e il figlio Bonifacio ipotecarono a Enrico Cepolla metà del Castello e della villa di Andora, per 330 lire (78). Invece l’altra metà del castello, della villa, della giurisdizione e del distretto di Andora e Stellanello fu venduta da Bonifacio Tagliaferro, cognato della contessa Mabilia, a Manuele e Lanfranco Doria il 3 luglio 1237. Nel contempo venivano ceduti tutti i privilegi goduti dal marchese su quel territorio: <i>angariis et perangariis bannis fodris albergarus conditionibus venationibus piscationibus pedagiis toloneis</i> (79).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ad aggravare la già precaria situazione esistente fra i Clavesana e Genova. intervenne un’alleanza fra Bonifacio e la madre Mabilia con Albenga, a discapito di Genova impegnata nella guerra con Federico II. In questa occasione venne fortificato il castello di Andora, sul cui territorio infierì la flotta genovese il 25 agosto 1242 (80).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il 17 febbraio 1251 fu stipulata la pace fra Genova e i marchesi di Clavesana, figli di Mabilia (81). Nonostante le condizioni piuttosto miti, i marchesi non furono comunque in grado di pagare i debiti contratti in precedenza col comune, e così l’anno successivo, vennero avviate le trattive per la cessione a Genova della parte di Andora ancora in mano ai marchesi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il 7 giugno 1252 il podestà di Genova Guiscardo di Pietrasanta, confermò la nomina di Guglielmo di Garessio a curatore di Manuele e Francesco, figli del defunto Oddone, per <i>castro villa. curia contili. segnoria fidelitatibus hominum et omni iurisdictione andore et totius posse et districtus</i> (82).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il giorno stesso i due fratelli, assistiti da Guglielmo di Garessio, vendettero per 8000 lire genovesi a Porchetto Streiaporco <i>castrum et villam andore. cum burgo tota curia contili segnoria et dominio et territorio et districtu atque iurisdictione</i> nonché <i>fidelitates hominum et hominia. ceteraque servitia realia et personalia angaria et perangaria hominum predicti castri. Ville burgi atque posse et territorii illius. item pedagia decimas spallas. panes. amasias. littora maris cabellam piscium sive introitum ipsius cabelle. item introitus beccarie et bestiarum qui est. Item introitus cuiuslibet foci andore qui est (...) banna (..) omnes domnicatas. prata et nemora (..) et specialiter braidam que est (..) molendinum (..) fumum (..) quicquid ad dominium et segnoriam atque regalia pertinent contili dicti castri. et pertinere debet. tam in rivis quam in fluminibus. rupis venationibus. piscacionibus. nemoribus pratis. operibus hominum dicti loci</i>. I marchesi inoltre aggiunsero <i>damus tibi licentiam intrandi et accipiendi corporalem eorum possessionem </i>e infine specificavano i motivi che lì avevano costretti a tale vendita: quod predicti manuel et francischus. non modico ere alieno gravati erant quod imminebat eisdem ex personis suorum predecessorum (83).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Porchetto Streiaporco agiva per conto del comune di Genova. Infatti il giorno seguente, l’8 giugno 1252, dichiarava a cinque degli otto nobili del comune (Guiscardo di Pietrasanta podestà di Genova, Guglielmo Guercio, Iacobo De Vinaldo, Guidone Spinula, Iacobo Bestagno) <i>quod emptionem quam feci a manuele et francisco marchionibus cravexanae de castro villa iurisdictione et territorio andore (..) illam feci de mandato vestro. pro comuni ianue michi facto seu mandato dicti comunis</i> e specificava omnia demum transferendo in ipsum comune. que michi acquisita sunt per ipsam emptionem, (84).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Entro la fine dello stesso mese di giugno, il comune di Genova si preoccupò di acquisire dai Doria e da Enrico Cepolla di Albenga i diritti che questi ancora mantenevano su Andora, a seguito dei debiti che con essi avevano contratto rispettivamente Bonifacio Tagliaferro e la contessa Mabilia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il 12 giugno 1252 Enrico Cepolla nomina quale suo <i>nuncium et procuratorem</i> Aicardo Cepolla <i>ad cedendam iura et actiones reales et personales que et quas habeo et michi competunt tam in sortem quam in penam et expensas contra bonifacium marchionem de cravexana et heredes quondam mabilie matris ipsius bonifacii</i>; i diritti acquisiti dal comune di Genova ammontavano a <i>librarum tricentarum triginta ianue</i> (85). Come si specifica meglio in un documento che riporta la stessa data: <i>ego henricus cepulla fàcio (...) te aicardum cepullam (..) meum certum nuncium et procuratorem (..) ad recipiendas securitates et obligationem in publico imstrumento pro me et meo nomine a comuni ianue sub aliquo alio pro comuni</i> (86).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La rinuncia definitiva, operata da Aicardo, procuratore di Enrico Cepolla, avvenne il 22 giugno 1252, col saldo del debito suddetto da parte del comune di Genova (87).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Lo stesso avvenne il 15 giugno 1252 quando Manuele e Lanfranchino Doria cedettero i diritti che rivendicavano sul territorio di Andora al comune di Genova pro libris mille centum ianue. quas accepisse confìtemur ex precio librarum octo millium ianue. pro quibus manuel et francischus marchiones cravexane fecerunt venditionem. porcheto streiaporco. de castro et villa et iurisdictione andore (88).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Da questo momento Andora diviene dominio del comune di Genova e la storia della prima sarà invariabilmente legata a quella della seconda.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Fra le poche notizie che è possibile reperire da questo momento in poi, va citato lo scontro fra guelfi e ghibellini. svoltosi ad Andora nel 1321. nel quale Emanuele Spinola, figlio di Rinaldo, vescovo di Albenga, perse la vita dopo aver attaccato i guelfi mandati da Genova (89). E' questo un episodio di una vera e propria guerra civile che conobbe fasi alterne.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">C. L. Forti, in una succinta esposizione dei fatti storici riguardanti il Castello di Andora, riferisce che <i>il castello fu preso d’assalto dai Ghibellini nel 1302, riconquistato dai Guelfi nel 1320, distrutto vent’anni dopo in ogni sua parte dal vicario imperiale</i> (90).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quest’ultimo fatto è confermato dalle parole dello Stella: <i>vicarius quidam pro dominio Ianue in Occidentale Riparia (..) omnique parte fortilicia Andoriae dirui fecit</i> (91).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel 1340, durante la guerra civile che vide contrapposti i Doria e il comune di Genova, il castello di Andora (e quello di Porto Maurizio) venne distrutto dalla Repubblica, temendo che le due fortificazioni potessero essere utili ai ribelli, dopo che questi avevano assalito il castello di Prelà, tenuto da Genova (92).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Circa a metà del XIV sec. (1348), anche Andora come tutti i paesi del Genovesato, conobbe i disastrosi effetti di una epidemia di peste che produsse un alto tasso di mortalità fra la popolazione (93). Nello stesso anno si verificò <i>un tremendo terremoto che colpì drasticamente l’estremo Ponente ligure: il sisma, dell’ottavo grado della scala MCS, ebbe epicentro nel nizzardo </i>(94).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Genova, pur avendo acquisito Andora nel 1252, forse non esercitava su di essa la piena autorità, dal momento che il 3 ottobre 1386, Giovanni di Saluzzo dei marchesi di Clavesana, cedendo al comune di Genova tutte le porzioni di feudi che gli erano pervenute per eredità materna, nomina anche Andora: <i>et eorum castelaniis</i> (95) <i>in valle andorie constitutis. que omnia et singula supradicta hodie tenetur per egregios dominos lazarinum karolum et ipsorum nepotes de carreto cum mero imperio omnimoda et totali iurisditione et qualibet potestate atque segnoria hominum dictorum locorum sive ibidem habitantium et habitatorum nec non cum omnibus et singulis villis burgis possessionibus fluminibus sive rivis molendinis aquariciis piscationibus venationibus aucupationibus fìdelitatibus et aliis rebus et iuribus quibuscumque spectantibus et pertinentibus ad dicta loca et superius vendita et concessa vel aliquem ipsorum sive ad personam dicti domini iohannis cum omnibus et singulis quomodocumque et qualitercumque coniunctis conexis coherentibus et dependentibus ab eisdem vel aliquo ipsorum</i> (96),</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sotto Genova, Andora diviene uno dei tanti luoghi soggetti ad essa, la cui storia si identifica con quella della sua dominatrice. Ma è proprio Genova che dal momento della sua acquisizione ci fornisce una serie di dati precisi sulla vita economica e sociale della valle di Andora, che ci permettono di comprendere in concreto quale era la vita condotta da essa a partire dalla metà del XIII sec.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><hr></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">46 PONTIERI 1928, p. 93</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">47 BORDONE 1983, pp. 587-602.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">48 BORDONE 1983, p. 588.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">49 BORDONE 1983, p. 588.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">50 BORDONE 1983, p. 589.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">51 MULETTI 1848, col. 858.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">52 M. G. H., doc. 339.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">53 FEDOZZI 1988, p. 68.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">54 PAVONI 1992, p. 182.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">55 CASPAR pp. 470-471.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">56 BORDONE 1983, pp. 596-599.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">57 BORDONE 1983, p. 601.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">58 IMPERIALE DI SANT'ANGELO 1936-42, I, pp. 126-127, n. 106.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">59 BORDONE 1983, p. 600 e PAVONI 1990, p. 319.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">60 Originale in Archivio di Stato di Genova, Archivio Segreto, materie politiche, trattati e negoziazioni, Mazzo l, n. 70.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">6l PAVONI 1990, p. 320.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">62 PAVONI 1990, pp. 321-323.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">63 PAVONI 1990, p. 314.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">64 IMPERIALE DI SANT’NGELO 1936-42, III, p. 83, n. 27.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">65 IMPERIALE DI SANT’ANGELO 1936-42, III, p. 203, n. 81.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">66 PAVONI 1990, p. 331.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">67 Appartenevano alla Iura gli abitanti del castello di Ortovero, Rivernate, Onzo, Aquila, Rocca Crovara, Verasseno, Teco, Pornassio, Lavina, Rezzo, Castelbianco, Cartari, Andora, Stellanello, Oneglia, Bestagno, Gazzelli, Monroso, Maro Conio, Triora. Cfr. Tav. VIII.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">68 LIBER IURIUM 1854, l, col. 514, n. CCCCLXXI.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">69 FEDOZZI 1988, p. 85.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">70 PAVONI 1990, p. 336.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">71 PAVONI 1990, p. 336.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">72 LIBER IURIUM 1854, l, col. 829, n. DCLXI.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">73 LIBER IURIUM 1854, l, col. 933, n. DCCXIII.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">74 LIBER IURIUM 1854, I, col. 942, n. DCCXIX.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">75 LIBER IURIUM 1854, I, n. DCCXXXVIII e PAVONI 1990, p. 339.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">76 LIBER IURIUM 1854, I, col. 959, n. DCCXXIX.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">77 LIBER IURIUM 1854, I, nn. DCCXXVIII-DCCXXX-DCCXXXI.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">78 LIBER IURIUM 1854, col. 971, n. DCCXLI.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">79 LIBER IURIUM 1854, I, col. 973, n. DCCXLII.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">L' <i>angaria</i> è propriamente un servizio di posta o trasporto, eseguito da privati come pubblico servizio, sia a cavallo, che a piedi o su nave. In senso più ampio, si intende per <i>a.</i> un servizio di qualsiasi tipo posto su una persona o una terra.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">Per <i>perangaria</i> si intende un servizio di trasporto che si aggiunge al precedente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">Il <i>bannus</i> è un ordine notificato solennemente da una pubblica autorità, prescrivente o interdicente un’azione determinata sotto la pena di un’ammenda.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">Il <i>fodrus</i> è una requisizione di foraggio per cavalli.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"><i>L’albergarium</i> è un diritto di alloggio e approvvigionamento.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">Il <i>toloneum</i> è una tassa sul trasporto e la vendita di mercanzie.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">(La traduzione dal latino è stata effettuata con la consultazione di NIERMEYER 1976).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">80 BELGRANO e IMPERIALE DI SANT’ANGELO 1890-1929, p. 133.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">81 LIBER IURIUM 1854, I, col. 1037, n. DCCCXXXVIII.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">82 LIBER IURIUM 1854, I, col. 1153, n. DCCCXXXII.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">83 LIBER IURIUM 1854, I col. 1154, n. DCCCXXXIII.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">84 LIBER IURIUM 1854, I, col. 1156, n. DCCCXXXIV.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">85 LIBER IURIUM 1854, I. col. 1157, n. DCCCXXXV.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">86 LIBER IURIUM 1854. I, col. 1158. n. DCCCXXXVI.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">87 LIBER IURIUM 1854, I col. 1162 n. DCCCXL.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">88 LIBER IURIUM 1854. I col 1160. n. DCCCXXXVIII.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">89 UGHELLI 1717-22, col. 931.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">90 FORTI 1981, p. 13.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">91 STELLA 1975, p. 1075.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">92 FEDOZZI 1988, p. 109.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">93 STELLA 1975, p. 1090.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">94 FEDOZZI 1988, p. 114,</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">95 <i>Castellania</i>: circoscrizione sotto l’autorità di un castellano, ma anche i diritti e i poteri connessi con la dignità di un castellano. Cfr. NIERMEYER</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">1976, <i>sub voce Castellania</i>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">96 LIBER IURIUM 1854, II, col. 1060, n. CCXCIII.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"></div><div class="imTAJustify"><hr></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Testo tratto dalla tesi di laurea “Insediamenti medievali nella Valle del Merula: esame tipologico" di Sabrina Lunghi - Anno Accademico 1995/1996, rel. Prof. C. Varaldo.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTAJustify"><div class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">IL TESTAMENTO DI BONIFACIO DI CLAVESANA</b></div><div class="imTACenter"><i class="fs14lh1-5">Castello di Andora &nbsp;- marzo 1221</i></div><div style="text-align: start;"></div><div><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs14lh1-5">Bonifacio di Clavesana, un venerdì nel marzo 1221, in una “<i>caminata</i>” (sala riscaldata da un camino, destinata alle assemblee e udienze) del Castello di Andora, in presenza del prete locale e di alcuni vassalli, dettò le sue ultime volontà, come riportato in una “<i>particula</i>” del suo testamento che si è conservata:</span></div><div style="text-align: start;"></div><div><i class="fs14lh1-5">“Anno Domini millesimo ducentesimo vigesimo primo, indictione nona, die Veneris sexta, exeunte Martio. In praesentia infrascriptorum testium, quorum nomina inferius scripta declarantur. Dominus Bonifacius Marchio Cravexanae in testamento, quod fecit in infirmitate sua judicavit Ecclesiae Sanctae Mariae de Casulis libras quinquaginta pro remedio animae suae et suorum. Quod testamentum factum fuit inter Caminatam Castelli Andoriae.</i></div><div><i class="fs14lh1-5">Interfuerunt testes: Presbyter Pignolus de Andoria, Dominus Bonifacius de <u>Vinguilia, </u>Jacobus de Casanova, Bartholomeus judex de Diano, Oddo de <u>Vinguilia</u>, Jacobus Carnaitolus, Wilielmus de <u>Cortandono</u>, Barberius Anselmo de Caymarana Notarius,</i></div><div><i class="fs14lh1-5">interfui, scripsi praedictum testamentum, de ipso testamento<span class="cf1">,</span><span class="cf1"> </span>prout ibi continebatur, in hoc testamento apposui.</i></div><div><span class="fs14lh1-5"><i>Anno Domini 1221”.</i><b></b></span></div><div><span class="fs14lh1-5"><b></b></span></div><div><b><i class="fs14lh1-5"><br></i></b></div><div><i class="fs14lh1-5">[“Nell’anno del Signore mille duecento venti uno, indizione nona, giorno Venerdì sei, mese di Marzo. In presenza dei sottoscritti testi, “quorum” elenco dei vassalli dichiaro. Signor Bonifacio marchese di Clavesana nel testamento, che fece per infermità sua assegnò alla Chiesa di Santa Maria di Casotto lire 50 per “remedio” della sua Anima e dei suoi. Questo testamento fù fatto nel locale riscaldato del Castello di Andora”.</i></div><div><i class="fs14lh1-5">Alla presenza dei testi: Presbitero Pignolo di Andora, Signore Bonifacio di Lingueglia (in tempi più recenti modificato in Tagliaferro), Giacomo di Casanova, Bartolomeo giudice di Diano, Oddone di Lingueglia (Tagliaferro), Jacopo Carnaitolo, Guglielmo di “Cortandono”, Notaio Barberio Anselmo di Camerana,</i></div><div><span class="fs14lh1-5"><i>essendo me presente, scrisse predetto testamento, di questo testamento, per quanto in quel momento conteneva, in questo testamento apposi.</i> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span></div><div><i class="fs14lh1-5">Anno Domini 1221”].</i></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 23 Dec 2025 13:36:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Paesaggio rurale del Merula dal 1800 a oggi]]></title>
			<author><![CDATA[Carlo Volpara]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia_e_territorio"><![CDATA[Storia e territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000027"><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-1.jpg"  width="851" height="1204" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Estratto foto aerea - GoogleEarth</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">INTRODUZIONE</b></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quello che vorrei proporre è semplicemente un piccolo viaggio a ritroso nel tempo per ripercorrere molto velocemente le trasformazioni paesaggistiche, agricole ed urbanistiche che hanno caratterizzato la Val Merula nel tempo e soprattutto negli ultimi duecento anni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">INQUADRAMENTO GEOGRAFICO GENERALE</b></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La valle del Merula è una valle relativamente breve, come d’altronde la maggior parte delle valli liguri. E’ lunga appena una quindicina di chilometri e si sviluppa da ovest verso est nella sua metà più montana, virando poi da nord a sud quando si allarga nel suo tratto più marittimo.</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tre sono i comuni interessati dal suo bacino imbrifero: partendo dall’alto e scendendo verso il mare sono in sequenza Testico, Stellanello ed Andora.</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Al centro della valle fluisce il fiume Merula, fiume a regime torrentizio, che scorrendo su terreni calcarei, scisti e conglomerati prende origine nel territorio di Testico, traendo le prime acque dal Monte Arosio e subito dopo dai ripidi pendii del Monte Torre o Pizzo d’Evigno, nella parte orografica destra nel territorio di Stellanello.</span></div><div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Già Plinio il Vecchio parla di un fiume “<i>Merula”</i> che si trovava in questa zona. Per lungo tempo si credette fosse il corso d’acqua che passava vicino Albenga, anche perché il Merula veniva chiamato “<i>Meira”</i>, ma poi ogni cosa fu riconosciuta per quello che era ed è tuttora: il Merula pliniano era ed è il fiume che bagna Stellanello ed Andora.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">1. IL MERULA</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><div><span class="fs14lh1-5">Fino al Medio Evo risultava un torrente come tanti altri fino all’altezza del cosiddetto “Ponte Romano” che si trova sotto l’antico borgo di Castello, dopodiché assumeva più l’aspetto di un canale navigabile che quello di un fiume, tant’è che sulla spalletta del ponte si possono ancora adesso osservare gli anelli ai quali attraccavano le barche che risalivano la parte bassa dell’alveo fino a San Giovanni per sbarcare ed imbarcare le merci che ivi venivano commerciate. Infatti sul Ponte Romano passava la principale via di comunicazione costiera dai tempi dei romani, la Via Julia Augusta.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Dopo il 1400, non si sa se per qualche violento moto alluvionale che deviò il corso dell’alveo sedimentando detriti alla foce o se a causa di violente mareggiate che accumularono detriti facendo diga dalla parte del mare, oppure per altri motivi ancora, la parte terminale del corso d’acqua diventa non più navigabile. Anzi si trasforma in uno stagno pantanoso e nauseabondo al punto che, oltre ai problemi di navigabilità, inizia a manifestarsi anche il ben più grave e costante problema malaria. Ciò provocherà problemi di salute non da poco alla popolazione locale, soprattutto agli abitanti di Castello, al punto che, complice anche una pestilenza, il borgo in pochi anni si spopolerà e vedrà crollare i propri abitanti da forse circa duecento che erano a poche decine.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">In una carta topografica del seicento, redatta dal genovese Vinzoni, la parte del Merula immediatamente precedente la foce viene catalogata come “lac”, cioè lago, il che è tutto dire. La situazione rimarrà in questo stato di fatto per molti e molti anni, più o meno fino ai primi dell’800 quando inizierà finalmente la bonifica.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Una valida testimonianza circa la situazione andorese di inizio ’800 ci viene offerta dall’indimenticato ed efficientissimo funzionario napoleonico Gilbert Joseph Gaspard Conte de Chabrol de Volvic, Prefetto del Dipartimento di Montenotte dal 31 Gennaio 1806 al 23 Dicembre 1812.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Quando Chabrol arrivò a Savona la città stava vivendo un triste periodo di decadenza, però sotto l’amministrazione di Chabrol riprese prosperità e vitalità.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">In ricordo di questa rinascita, nel centro storico della città è dedicata una piazza in sua memoria dove è apposta anche una targa, a cura di “Les amis de Napoleon” e dell’Associazione Napoleonica d’Italia, in cui si riconosce che fu l’artefice della Savona moderna.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Chabrol nelle sue “STATISTICHE DELLA PROVINCIA DI SAVONA ecc.” datate 1806, quando anche la Liguria divenne francese con annessi e connessi, parlando del Cantone di Alassio, di cui Andora faceva parte, annota attentamente che “<i>il suolo è abbastanza pietroso e sterile, eccetto la valle di Andora e una parte di quella di Stellanello. La coltura prevalente è quella dell’olivo. Le produzioni territoriali danno olio eccellente, vino, castagne e frutta. Il clima di Alassio è forse il più temperato di tutta la riviera occidentale in virtù del riparo che offrono le alte colline. Quello di Andora e Stellanello è più freddo e soggetto agli occasionali temporali a causa dei venti di nord-ovest; quello di Laigueglia è temperato, ma troppo soggetto alla siccità d’estate. L’aria è ovunque sana e viva eccetto che ad Andora dove la stagnazione delle acque causa febbri intermittenti” </i>(cioè malariche).</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">(OMISSIS)</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">E’ anche interessante leggere ciò che afferma molto sinteticamente riguardo le due comunità di Stellanello ed Andora.</span></div><div> </div><div></div><div> </div><div><i class="fs14lh1-5">-STELLANELLO-</i></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">“<i>Stellanello, a nord ovest di Andora, è situata in una valle e le montagne che la circondano sono elevate: le colline sono piantumate ad olivi, vigna e bosco ceduo. Il Merula attraversa il territorio di questo comune e serve all’irrigazione di queste campagne. Il suolo è assai fertile: le principali produzioni sono olio, legumi, frumento, vino e castagne. I pascoli sono abbondanti: gli oli sono eccellenti e scambiati in gran parte in cambio di derrate di prima necessità. </i>(OMISSIS)</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5"><i>La popolazione ammonta a 1.869 abitanti, la maggior parte agricoltori</i>.”</span></div><div> </div><div><i class="fs14lh1-5">-ANDORA-</i></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">“<i>Andora, situata nella vallata omonima, è bagnata dal torrente Merula. (OMISSIS) Il suolo è generalmente fertile sia in pianura che in collina. I pascoli sulle montagne sono sufficienti a nutrire più di quattromila pecore transumanti. L’aria è viziata dalla stagnazione delle acque della Meira o Merula alla sua foce. Le borgate di San Pietro e San Giovanni sono soggette a febbri intermittenti.</i></span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5"><i>La popolazione ammonta a 1.771 abitanti, la maggior parte agricoltori. Si crede che nel golfo, tra i capi Mellè e Cervo un tempo ci fosse un porto a un chilometro e mezzo dal mare sul Merula. Qui si vede un ponte di 40 metri di lunghezza che sembra essere antico. In mezzo alla valle, su una collinetta, ci sono ancora i resti di un antico castello, una chiesa di mediocre grandezza, d’architettura gotica. Le case rovinate che si trovano qua e là fanno credere che questo paese fosse anticamente più popolato. L’agricoltura è oggigiorno poco curata e tutto porta a credere che il paese sia stato abbandonato da una parte degli abitanti a causa dell’insalubrità del clima</i>.”</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Insomma ciò che risalta notevolmente come un ritornello dai rapporti di Chabrol de Volvic è soprattutto il problema delle febbri malariche che affliggono la bassa Val Merula. Inoltre anche lui conferma l’abbandono del borgo di Castello e la probabile esistenza nel passato di un porto canale.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Anche altri autori puntano il dito sul problema malaria, anzi, il problema.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Goffredo Casalis, abate e storico italiano, nel suo “DIZIONARIO GEOGRAFICO-STORICO-STATISTICO-COMMERCIALE degli STATI di S.M. il RE di SARDEGNA “, commissionatogli dal re Carlo Alberto, nel 1833 così relaziona: “<i>I due terzi della sommità della valle sono cosparsi di oliveti; il rimanente è pascolo incolto e in parte coperto di querce e pini marittimi. Questo pascolo serve alla nutrizione di quasi mille pecore nell’ inverno e nella primavera. (OMISSIS)</i></span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5"><i>Chiamansi golfo di Andora le acque salse che bagnano la spiaggia di esso e i vicini promontori del Meira e del Capoverde. In questo golfo si fa buona pesca e singolarmente di triglie nella stagione invernale. </i>(OMISSIS)</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5"><i>Il Merula, che ha origine nel luogo di Stellanello, innaffia il territorio di Andora, presso il quale si getta nel mare. Quivi è attraversato da un ponte di cotto a dieci archi situato rimpetto al castello, che credesi essere stato costrutto dai romani. Questo ponte è lontano mezzo miglio dalla strada littorale. Dalle acque del Merula sono posti in attività dieci frantoi da olive ed altrettanti lavatoi. Il suolo di Andora produce grano, orzo, legumi. Il principale prodotto è quello delle olive, che danno ogni biennio ottomila quintali metrici di olio. Gli abitanti ne fanno commercio con Alassio, Laigueglia, Cervo, Diano ed Oneglia</i>. (OMISSIS)</span></div><div> </div><div><i class="fs14lh1-5">La strada che traversa il comune corre da levante a ponente: da levante conduce a Laigueglia per la lunghezza di un miglio e mezzo; da ponente mette al comune di Cervo per la lunghezza di un miglio. Questa strada è carrozzabile e una delle più comode di tutta questa riviera occidentale.</i></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5"><i>Gli abitanti di Andora sono soggetti alle febbri intermittenti. Popolazione 1909. </i>(OMISSIS)</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5"><i>In una frazione del comune di Andora, per esempio, i terrazzani si mostrano lenti al lavoro, né punto scorgesi in essi quella cura solerte e quella economia del tempo che distingue il ligure contadino. Alla quale accidia e lentezza influiscono l’eccessivo calore, che ivi domina nella state, e l’aria malsana cagionata dai piccoli stagni che si formano lungo l’alveo e alla foce del torrente Meira, da cui il territorio è diviso. Le malattie a cui per lo passato essi andarono maggiormente soggetti, erano le febbri intermittenti, le quali quasi affatto scomparvero dopo il prosciugamento di varie paludi.</i> “</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Gli scritti dei due autori appena esaminati ci permettono di riflettere sulle seguenti curiosità.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Nella valle di Andora nel 1806 doveva essere molto fiorente la pastorizia poiché Chabrol parlava di ben 4.000 pecore, ma nel 1833 il numero dei capi sembra essere di molto diminuito come affermato dal Casalis che ne riporta solo 1.000.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Nel 1833, rispetto all’inizio del secolo la foce del Merula permane paludosa e malsana, ma la novità è rappresentata dall’ormai avvenuta costruzione della strada litoranea che il Casalis definisce &nbsp;….” In ottime condizioni e carrozzabile …..”</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Si deve ricordare che sotto il governo francese venne decretata la costruzione della innovativa panoramica strada rotabile della cornice, quella che sarebbe stata l’antesignana dell’attuale Via Aurelia.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Documenti riportano che il 26 Giugno 1814 navi inglesi spararono colpi di cannone sugli operai addetti alla costruzione di detta strada su Capo Mele. La costruzione di questa strada fu temporaneamente sospesa a causa della caduta di Napoleone e fu ripresa e completata molti anni dopo, solo nel 1832, sotto il regno di Carlo Felice.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Tornando al discorso paludi, nel 1834 Davide Bertolotti in “VIAGGIO NELLA LIGURIA MARITTIMA” con personalissimo estro scrive: “<i>Un’aria umida e soffocante, non rimutata e viziata dalle esalazioni del torrente stagnante, fa torpidi, squallidi, infingardi e quindi più miseri gli abitanti della valle andoriana.”, </i>osservando anche che nel suo tratto non paludoso <i>“…la fiumara di Andora va ogni anno rodendo qualche tratto della poca pianura…”</i></span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Il Bertolotti, dopo questa descrizione a dir poco fantozziana degli abitanti della bassa val Merula, va un po’ oltre la mera cronaca ambientale e ci descrive per primo la metodica di raccolta delle olive e la tecnica di spremitura del tempo.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">“<i>Le olive che cadono spontanee non fanno mai l’olio di primordine, prendendo facilmente il gusto della terra su cui giacciono. Nel metodo di fabbricar l’olio a fuoco quella pasta vien posta in una grande caldaia di rame sotto la quale arde il fuoco. Quivi si lascia riscaldar qualche tempo e si viene rivoltolandola con una pala. Altri bagnano i cestelli con acqua bollente. Da questo pernicioso metodo dalla qualità men buona della pianta, e dal pessimo uso di tener le olive lungamente ammucchiate prima di frangerle, deriva la grande inferiorità degli oli della Riviera Orientale</i>, <i>paragonati con quelli dell’Occidentale, ossia oltre occidentale, perché il confine degli oli eccellenti è</i> <i>la fiumara di Andora, almeno a un di presso. Ciò sia però detto in generale, perché i buoni georgici si trovano in ogni luogo.”</i></span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Al di là della solita solfa circa la malsanità della zona costiera, per la prima volta il Merula, anche se solo come confine geografico, assume una nota di positività poiché fa da spartiacque tra il territorio dove si produce un olio dozzinale, a levante, e quello dove l’olio è veramente un prodotto di alta qualità, cioè a ponente.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Questi concetti vengono ripresi e ribaditi circa un ventennio dopo dal giornalista Guglielmo Stefani il quale nel suo “DIZIONARIO COROGRAFICO DEGLI STATI SARDI DI TERRAFERMA” del 1854 così scrive.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">“<i>Andora è capoluogo di mandamento in provincia di Albenga da cui dista tre ore e mezzo e comprende anche Stellanello, Testico, Casanova e Vellego. La popolazione è di 1933 unità.</i></span></div><div> </div><div><i class="fs14lh1-5">(OMISSIS)</i></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5"><i>I frequenti straripamenti della Merula rendono l’aria malsana e sul mare si trova un pantano ricco di sanguisughe. La valle è sparsa di molte ville e di molti castelli; i colli che fiancheggiano sono ricoperti da oliveti e dove da pascoli. Ad oriente della fiumara di Andora si avanza lunghissimo sul mare il capo delle Mele, detto da Giustiniani, delle Meire, chiamandolo anche Meira o Merula. La Merula serve in qualche modo di separazione alla specie degli olivi ed ai metodi di far l’olio. Di fatti di là della Merula si coltiva la taggiasca, che produce gli oli squisiti (omissis)…di qua la colombara che dà un olio più grasso, migliore per le fabbriche, ma non piacevole al gusto. E di là estraesi l’olio con acqua fredda, di qua con acqua bollente. Onde risulta che col primo metodo l’olio conserva la soavità del frutto, ma rende meno; nel secondo succede tutto il contrario</i>.”</span></div><div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTACenter"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">2. L'OLIVICOLTURA</b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs14lh1-5 ff2"><br></span></b></div></div><div class="imTACenter"><img class="image-42" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-2.jpg"  width="800" height="603" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Abbiamo pertanto visto che, malgrado la pesante tiara delle malsane paludi della zona costiera, il binomio Val Merula-olivicoltura è un binomio pressoché indissolubile da quando i primi uomini decisero di insediarsi in questo luogo per farne la loro residenza fissa.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Se è vero che i colonizzatori nonché fondatori di Andora furono i focesi, è altrettanto vero che la coltura dell’ulivo inizia coi greci e continua coi romani, sebbene la &nbsp;&nbsp;diffusione su larga scala della sua coltivazione sia da ascriversi ai monaci di San Colombano di Bobbio.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Ludovico Giordano nel suo “I BENEDETTINI NELLA LIGURIA OCCIDENTALE” riporta a tal proposito: “<i>Alla diffusione del monachesimo bobbiese è poi attribuibile l’introduzione della coltivazione dell’ulivo nella Liguria marittima che, in alcune zone più occidentali, conserva ancora il nome di “colombaire” ad una determinata qualità di olive perché introdotte dai monaci di San Colombano”.</i></span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Comunque furono altri monaci, e per la precisione i Benedettini di Taggia che perfezionarono il lavoro già compiuto in precedenza sugli ulivi selvatici della macchia mediterranea, creando la notissima cultivar “taggiasca”, anche se recentemente sono stati indicati i monaci di San Colombano di Lerino, l’attuale isola di Lerins davanti a Cannes, come i precursori della cultivar taggiasca.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">La tesi più accreditata è che i Benedettini tabiesi arrivarono alla realizzazione di questa nuova varietà incrociando e reincrociando più volte la pianta preesistente locale con quella tipica della zona di Cassino, luogo d’origine del loro ordine. Attraverso innesti selezionati i monaci riuscirono a creare una specie dalle indubbie dimensioni ridotte, ma altrettanto indubbiamente resistente ai parassiti ed alle intemperie e per di più dalla resa eccezionale e soprattutto di eccelsa qualità, producente un olio di notevole qualità aromatica, pressoché senza pari ancora al giorno d’oggi.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">I documenti affermano che, quando nell’anno 891 il convento di Taggia venne distrutto durante un’incursione saracena, la diffusione della coltivazione della taggiasca andava già da Andora alla Francia. Lo sviluppo della sua diffusione proseguì nel tempo subendo due incrementi significativi in altrettanti periodi: il primo si verificò tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600 ed il secondo, periodo tra l’altro in cui la coltura dell’ulivo ebbe la sua massima diffusione, a cavallo tra l’ultimo trentennio del ‘700 e la prima metà dell’800.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">L’ultima parte espansiva fu determinata dal forte aumento di domanda di olio d’oliva sia da parte del Nord Europa, sia dalle richieste provenienti dalla Francia dove l’olivicoltura era stata irrimediabilmente danneggiata dalla piccola glaciazione avvenuta nel ‘700. Gli ulivi, morti a causa del freddo, non erano più stati sostituiti, ma rimpiazzati dalla coltura della vite. Non da ultimo ci fu pure una grande richiesta da parte della industria del sapone marsigliese che si trovava in piena espansione.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">A questi periodi di espansione colturale si lega anche la realizzazione dei particolari terrazzamenti, detti fasce, che aiutarono non poco nella coltivazione di queste piante e non solo. Furono sempre i Benedettini ad introdurre l’usanza di bonificare i terreni coltivabili liberandoli dalle pietre e di risistemarle sotto forma di muri e muretti a secco per meglio contenere la terra coltivabile. In questa maniera i terreni diventarono più produttivi ed anche meglio usufruibili. La realizzazione dei terrazzamenti proseguì nel tempo a ritmo costante ovunque, ma conobbe la sua massima espansione, seguendo di pari passo la coltivazione dell’ulivo, proprio tra fine settecento e la prima metà dell’ottocento, quando la redditività dell’olivicoltura conobbe il suo massimo storico e gli agricoltori arrivarono a bonificare i costoni delle colline fino alle creste proprio in conseguenza della notevole richiesta di olio d’oliva.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-43" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-3.jpg"  width="800" height="540" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div><span class="fs14lh1-5 ff3"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5">Al proposito è significativa la testimonianza di Marco Maglioni, già sindaco di Andora, il quale nei “CENNI STORICI SULLA VALLATA E IL CASTELLO DI ANDORA” editi nel 1895, così scrive &nbsp;“… <i>a seguito di un eccessivo disboscamento , effettuato con lo scopo di ampliare le colture fino alle vette delle colline circostanti, uno spaventoso temporale desolò la vallata e mutò il corso del torrente Meira, che dalla sinistra portò a destra il proprio letto…</i>”</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Già allora si imputavano i danni, dovuti alle alluvioni, al concorso della mano colpevole dell’uomo!</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Ciò che è interessante rilevare è che sino al XIX secolo il Merula veniva considerato il confine tra la diffusione di due tipiche cultivar liguri: la “taggiasca”, coltivata sulla sponda destra e la “colombara” su quella sinistra, quest’ultima considerata produttrice di un olio più grossolano e meno aromatico. In seguito la “taggiasca” prese nettamente il sopravvento ed attualmente possiamo affermare che ormai sono rimasti pochi i siti in cui compare ancora la “colombara”.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-44" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-4.jpg"  width="400" height="507" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div><div class="imTACenter"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">3. MULINI E FRANTOI</b></div></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-45" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-5.jpg"  width="799" height="509" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Antico Frantoio Testa - 1908</span></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Il fatto che si sia posto l’accento sulla produzione olearia non deve però far pensare che la produzione agricola della val Merula si limitasse a questa monocoltura. Altre colture erano storicamente ben radicate in valle e forse la più anticamente sviluppata era quella cerealicola. Nei numerosi rapporti letti abbiamo già potuto notare che vi era una forte produzione di grano e di orzo, oltre che di vino e legumi.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Il vino prodotto in valle, tanto ad Andora quanto a Stellanello, veniva molto apprezzato, ma al sorgere del XX secolo altre coltivazioni si sostituirono a quelle della vite, la quale, solo in tempi recenti sta tornando prepotentemente protagonista.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Per quanto riguarda la produzione di cereali, è vero che la produzione si ridusse durante il periodo di maggior espansione della coltivazione dell’olivo, ma rimase sempre fortemente radicata nella tradizione valligiana, tanto che ancora durante l’ultima guerra i contadini seminavano il grano per soddisfare i fabbisogni familiari ed a Stellanello, per tutto il tempo del conflitto, fu attivo il molino della famiglia Armato.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">La notevole produzione di granaglie dei tempi passati è testimoniata ancor oggi dalla presenza sulle creste delle colline dei resti di numerosi mulini a vento, che rappresentarono la primitiva e più antica metodica di sfruttamento energetico per far girare le macine. Possiamo ancora riconoscerne uno sulla collina che delimita la sponda sinistra della valle del Duomo, un altro si trova invece sopra il Ristorante “La Crocetta”, mentre altri due sono sulla collina a nord dell’abitato di Colla Micheri ed ancora uno sul cocuzzolo della cresta appena a sud di Colla Micheri. La loro posizione sulle alture implicava però una notevole perdita di tempo per raggiungerli ed il fatto non trascurabile che le bestie da soma, sia in salita che in discesa lungo le ripide mulattiere, non potevano procedere a pieno carico.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-46" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-6.jpg"  width="600" height="400" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Mulino a vento sulla cresta della Valle di Duomo</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-47" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-7.jpg"  width="600" height="450" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Mulino Tagliaferro - 2005</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-48" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-8.jpg"  width="851" height="567" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Mulino Tagliaferro - 1931</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-49" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-10.jpg"  width="849" height="566" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Mulini a vento 1931 - Molini di Spaleta</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Pertanto l’energia eolica fu progressivamente sostituita da quella idrica ed i mulini a vento lasciarono il passo a quelli costruiti lungo i rii o che venivano azionati dall’acqua captata dai ruscelli e poi veicolata mediante canali.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Un discorso particolare meritano i numerosi frantoi per la lavorazione delle olive. Anche in tempi antichi esistevano grossi frantoi commerciali ed altri di dimensioni più ridotte a livello familiare. In certe epoche quasi tutte le famiglie possedevano un proprio frantoio, chi maggiore e chi minore. Anticamente tutti venivano azionati con forza muscolare, cioè dalle bestie e qualcuno anche a braccia, ma poi anche per i frantoi si arrivò ad utilizzare la forza idrica.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Abbiamo visto che il Casalis afferma che il Merula faceva muovere ben dieci frantoi. La particolarità di questi era che, prima di tutto erano di grosse dimensioni e poi che venivano mossi dalla medesima acqua, ovvero l’acqua portata dalla cosiddetta “Bera”.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Come scrive la Prof. Alma Anfosso, nella sua quanto mai preziosa ed insostituibile opera “QUESTA NOSTRA ANDORA”, la “Bera” “<i>era un solido canale sopraelevato mediante archi regolari e completi, costruito con grossi conci non perfettamente squadrati”.</i></span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-50" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-11.jpg"  width="853" height="1207" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Estratto foto aerea - GoogleEarth</span></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Io correggo il tiro affermando che non sempre era sopraelevata e scoperta perché a volte scorreva anche sotterraneamente in condotti che resistono tuttora allo scorrere del tempo.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Sarebbe molto interessante ricostruire con precisione quale fosse il suo percorso dall’origine allo sbocco in mare, ma purtroppo la mancanza di tempo non mi ha ancora permesso di completare questo studio.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Per il momento posso solo affermare con sufficiente precisione che questo beodo, scorrendo sempre sul lato orografico destro della valle, si sviluppava grossolanamente in tre parti: la prima nasceva a Stellanello a livello del ponte sul Merula e faceva girare alcuni mulini e frantoi, tutti in territorio stellanellese, dopodiché moriva dopo poche centinaia di metri.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">La seconda captava l’acqua a livello del guado di fronte al bivio per Tigorella e principalmente faceva girare solo l’enorme ruota, di ben sei metri di diametro, del frantoio Morro “Curumbàn”, andando a spegnersi di nuovo nel torrente alla confluenza col rio Moltedo. C’è da notare che la ruota di questo frantoio fino ad un lustro fa girava ancora grazie alla forza motrice apportata dalla Bera”, come testimoniato dai proprietari.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-51" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-12.jpg"  width="600" height="400" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Frantoio Morro</span></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Il terzo segmento, il più interessante, prendeva acqua da un piccolo sbarramento posto di fronte alla borgata Lanfredi e, costeggiando la collina, si dirigeva verso il basso Duomo azionando il frantoio Testa, già Anfosso, e poi a Molino Nuovo “u gumbu de Rafè”, che prima era stato dei Musso.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-13.jpg"  width="608" height="406" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Antico frantoio vicino al ponte di Moltedo, davanti alla borgata Lanfredi</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-14.jpg"  width="600" height="400" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Ex frantoio Testa</span></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Scorrendo attraverso i terreni perveniva poi al “Gumbassu”, in frazione San Giovanni, dove in realtà i gumbi erano due, quindi, sempre attraverso i campi raggiungeva la Marina passando dietro le attuali case a schiera di Via Carminati. Arrivava infine a Palazzo Tagliaferro dove azionava l’ultima macina prima di gettarsi in mare all’altezza dell’attuale Parco delle Farfalle.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-15.jpg"  width="800" height="533" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Di questa antica “Bera”, che fu costruita nel XVII secolo, a tutt’oggi rimane ben visibile un tratto di poche decine di metri appena sopra l’antico caseggiato del “Gumbassu”. Si tratta di un tratto sopraelevato su una decina di archi ancora in discreto stato di conservazione, che nonostante le ingiurie del tempo riesce a trasmettere ancora appieno il fascino del tempo che fu con una nota romantica. &nbsp;Sarebbe un vero peccato che l’incuria, la trascuratezza e l’oblio, sia da parte dei privati che delle istituzioni, facessero perdere entro pochi anni anche quest’ultimo pezzo di storia economica e produttiva andorese vecchio di centinaia e centinaia di anni.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-4" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-16.jpg"  width="800" height="509" /><br></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-5" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-17.jpg"  width="600" height="390" /><br></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-6" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-18.jpg"  width="439" height="291" /><span class="fs10lh1-5"> </span><img class="image-7" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-19.jpg"  width="447" height="291" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Il beodo, riceveva lungo il suo percorso le acque dei principali rii e delle sorgenti più potenti del lato destro orografico della valle, che è indubbiamente il lato più umido dei due che la delimitano, e pertanto non rimaneva mai senz’acqua e permetteva ai locali di poter soddisfare le esigenze civili e lavorative anche in piena estate.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Nella valletta di Duomo esisteva ed esiste tuttora un beodo di dimensioni minori. Anch’esso provvedeva a soddisfare sia le esigenze motrici dei frantoi e mulini che si trovavano in quella valletta, che le esigenze di irrigazione dei campi che si trovano ai piedi della borgata del Duomo. E’ singolare il fatto che l’acqua fosse amministrata e suddivisa tra gli aventi diritto da un vero e proprio arbitro, una specie di Magistrato delle Acque, il quale, soprattutto nei periodi di siccità, orologio alla mano, controllava che la spartizione del prezioso liquido fosse effettuata seguendo le rigide regole codificate e tutto ciò fino a non più di quaranta anni fa.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">La sponda sinistra orografica della Val Merula, al contrario, non è mai stata altrettanto ricca di acque, tanto che i nella zona di Castello erano tipiche le cisterne, proprio per ovviare alla cronica penuria di acqua. L’unica sorgente degna di rilievo al di sotto di San Pietro è la sorgente di “Mezzacqua”, sorgente talmente forte che in tempi non lontani, ovvero ancora all’inizio del XX secolo, serviva ad irrigare i possedimenti del Marchese Marco Maglioni a Villa Mazè.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-8" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-20.jpg"  width="798" height="545" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Fino ai primi anni ’60 era infatti ammirabile lo spettacolare acquedotto aereo del XVIII sec. che captava l’acqua dalla sorgente di Mezzacqua per portarla nei terreni più a mare. Questo acquedotto si sviluppava su decine di arcate e caratterizzava in modo singolare il panorama della zona a levante di Andora Marina, conferendo al paesaggio una nota del tutto particolare. Purtroppo non è riuscito a sopravvivere al cieco furore edilizio degli anni sessanta ed oggi, a testimonianza del nostro passato, sono rimaste in piedi solo tre misere arcate.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTACenter"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">4. LA VALLE DEGLI OLEANDRI</b></div></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-10" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-21.jpg"  width="800" height="600" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Abbiamo quindi visto che il Merula, soprattutto per la sua parte terminale, cioè quella al di sotto del Ponte Romano, è stato il supremo condizionatore della vita socio economica andorese per secoli e secoli, almeno fino a quando non fu del tutto bonificato e ciò avvenne definitivamente solo nella seconda metà dell’800. Nella sua parte superiore, anche se era privo di paludi, doveva comunque avere un aspetto simile a quello di una fiumara calabrese, senza argini, dal letto variabile, facilmente soggetto a piene ricorrenti come tutti i torrenti, come ricorrenti erano le esondazioni che incidevano molto sulla scelta delle coltivazioni in pianura. Insomma rappresentava una variabile non facilmente calcolabile. Infatti i contadini nelle sue adiacenze si limitavano alla coltura dell’ulivo per non correre il rischio di perdere il raccolto a causa di una piena improvvisa. Insomma era il padre padrone del bassopiano ed i più anziani si ricordano ancora le due ultime piene terribili: quella degli anni trenta, quando gli impiegati del municipio, allora sito a Molino Nuovo, &nbsp;furono costretti ad evacuare lo stabile calandosi dalle finestre mediante scale a pioli esterne e l’ultima in assoluto, quella del 1948, quando, tra i tanti danni riscontrati, fu anche cancellato il campo di calcio della U. S. Valmerula, in località Molino Nuovo, né più né meno dove si trova attualmente il glorioso comunale dove ha sempre &nbsp;giocato l’Andora Calcio. Poi nella seconda metà degli anni ’50 fu finalmente arginato e da allora le periodiche alluvioni sono diventate fortunatamente solo un ricordo.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-11" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-22.jpg"  width="799" height="500" /><br></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-12" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-23.jpg"  width="799" height="500" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">L’arginamento è stato indubbiamente una grande cosa e noi oggi non potremmo nemmeno concepire il nostro torrente senza argini, poiché, considerando i sempre più frequenti e violenti fortunali, oramai c’è quasi da temere anche con l’arginamento. Le opere pubbliche sono importanti, talvolta addirittura fondamentali, ma spesso cancellano le bellezze della natura ed il loro romantico fascino cosicché noi oggi non siamo nemmeno in grado di immaginare lo spettacolo che il Merula, prima che fosse ammaestrato, dispensava ai valligiani ed ai pochi forestieri che arrivavano fin qua, quasi fosse un tributo risarcitorio per i tanti problemi che arrecava.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Non a caso il soprannome della Val Merula era “Valle degli Oleandri”, poiché questo arbusto, che nei mesi estivi è solito esplodere in uno sfavillio di colori sgargianti, aveva trovato il proprio ambiente ottimale proprio tra i sassi e le anse di questo torrente.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Il torrente si vestiva a festa e diventava un unico serpentone bianco-rosato che ornava la valle da cima a fondo ed il suo cromatismo era talmente accattivante che arrivavano addirittura gli inglesi da Alassio per ammirarlo, fotografarlo, oppure ritrarlo sulla tavolozza.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Uno di questi inglesi, in realtà un irlandese, tale Richard West, ci ha lasciato numerosi dipinti della valle, realizzati ad inizio XX secolo, che al di là dell’indubbio valore artistico, rappresentano &nbsp;&nbsp;una preziosa testimonianza dello stato della natura di allora.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">I suoi dipinti si possono ammirare nella Memorial Gallery Richard West di Alassio.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Un vero inglese, Edward Berry, in una guida storica e artistica della Riviera di Ponente del 1934, redatta per i numerosi inglesi residenti ad Alassio e in riviera, scrive che “<i>Una delle gite preferite partendo da Alassio è quella che conduce attraverso la valle di Andora e Stellanello con uno scenario molto bello, fra colline e campi ricchi di fiori selvatici e con oleandri nel letto del torrente. Questa vallata, percorsa dal torrente Merula, è sempre stata celebre per il fertile suolo e, quantunque frutteti di pesche abbiano di recente sostituito i magnifici boschi di ulivi per i quali era famosa, lo splendore dei fiori in primavera ed i frutti rigogliosi che riforniscono i mercati della riviera</i> <i>in estate testimoniano ancora la fecondità della zona.”.</i></span></div><div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTACenter"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">5. IL NOVECENTO</b></div></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-41" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-24.jpg"  width="800" height="501" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Carlo Volpara nel suo “A STAMPINO C’ERA IL CONTE” così sintetizza: “<i>Il primo quarto di secolo del ‘900 vede Andora e la sua valle uscire dal torpore e dall’immobilismo che l’avevano caratterizzata nel lungo periodo precedente e condurla incontro a profonde trasformazioni alcune delle quali la caratterizzano ancora attualmente. Dopo la costruzione della nuova stazione ferroviaria, arriva anche l’energia elettrica e quasi in contemporanea si spengono le fornaci per la fabbricazione dei mattoni lasciando come testimonianza le due tipiche “sotte” dalle quali veniva estratta l’argilla che, una alla Marina e l’altra appena a monte del ponte ferroviario, per molti anni ancora testimonieranno questo piccolo passato industriale.</i></span></div><div><i><br></i></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-52" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-25.jpg"  width="799" height="509" /><i><br></i></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">"a sòtta" (odierna via Usodimare - via Caboto)</span></div><div><br></div><div><i class="fs14lh1-5">Ciò che risulta più evidente e colpisce maggiormente nel processo di cambiamento è proprio il paesaggio che si trasforma. Fino allora nella parte planiziale della bassa Val Merula non si trovava quasi costruzione alcuna poiché il Merula, non ancora arginato, con le sue periodiche disastrose piene, rovinava sistematicamente i campi del fondovalle rendendo vano ogni tentativo di coltura e alla stessa stregua era assolutamente sconsigliabile edificare abitazioni troppo vicino al letto del fiume. L’unica coltivazione che gli andoresi erano riusciti ad impiantarvi era stata quella dell’ulivo ed in una maniera talmente fitta che, come afferma un altro autore, Carlo Reynaudi ancora all’inizio del’900 …” dalla stazione di Andora, passando fra una vera foresta di ulivi… si arriva fino all’abitato di Molino Nuovo prima di uscirne”.</i></div><div> </div><div><i class="fs14lh1-5">Per avere una vaga idea di quale aspetto dovesse avere e come dovesse presentarsi la nostra valle in tutta la parte planiziale medio-bassa fino all’inizio della Prima Guerra Mondiale, bisogna pensare che il paesaggio era uniforme a quello che si presenta ancora oggi solamente nella parte alta di Piangrande, unico punto dove è sopravvissuto qualche frammento della grande foresta di ulivi che fino ad allora e per secoli aveva contraddistinto il paesaggio.</i></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5"><i>Ma dopo la Grande Guerra quasi tutti gli uliveti sono scomparsi poiché lo stato paga molto bene la legna per usarla come combustibile per le locomotive oppure come traversine per la costruzione delle trincee. I terreni, ormai deprezzati, si sono trasformati in squallidi gerbidi che al massimo possono fungere da pascoli ed è a questo punto che si verifica la prima vera ondata immigratoria rappresentata principalmente da contadini liguri che provengono dal savonese e dintorni</i>. <i>Costoro comprano i terreni incolti dai proprietari locali a basso costo e nel corso di pochi anni a prezzo di tanta fatica e sudore li trasformano in rigogliosi frutteti.”</i></span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-53" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-26.jpg"  width="800" height="503" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Vengono così piantati grandiosi frutteti là dove fino a pochi anni prima c’erano uliveti. Si tratta di peschi, albicocchi e peri, ma la produzione per eccellenza è quella delle pesche.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-54" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-27.jpg"  width="798" height="558" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">La frutta della piana andorese in breve tempo si fa conoscere ed apprezzare sia nel circondario che nelle grandi città. Andora, che fino allora mal sopportava il sarcastico detto: “Andora, chi la cerca non la trova”, riesce finalmente ad acquisire visibilità e ad essere riconosciuta oltre i meri confini liguri.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Schiere di donne alacri lavorano all’incestamento della frutta che viene ordinatamente sistemata nei “plateau” <i>e “gaggette” </i>prodotti dalle segherie locali “<i>e sère”, </i>seguendo un ambito di totale autonomia produttiva locale. Le cassette vengono poi spedite mediante autotreni o vagoni ferroviari tanto in Liguria quanto nelle grandi città del nord Italia. C’è anche qualcuno, come il Commendator Quaglia, che si permette il lusso di spedire le proprie pesche al mercato londinese di Covent Garden già prima della guerra!</span></div><div><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs14lh1-5">Questa economia d’eccellenza durerà alcuni decenni, almeno fino a quando i mutati tempi ed il boom economico non imporranno forzatamente un altro mutamento paesaggistico nella piana andorese a causa della crescente richiesta di abitazioni al mare.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-55" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-28.jpg"  width="599" height="627" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Si comincia in sordina già durante gli anni cinquanta con qualche modesta villetta sulle prime pendici collinari, ma la vera esplosione avviene all’inizio degli anni sessanta quando il nostro paese entra nelle mire dei grandi palazzinari venuti da fuori ed inizia l’edificazione dell’attuale Andora centro.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">I frutteti e gli orti della Marina vengono progressivamente soppiantati da un altro genere di coltivazione, evidentemente molto più redditizio, quello dei palazzi. Dalla mattina alla sera sorgono e crescono in maniera spropositata condomini a cinque piani senza sosta e ciò che è più desolante è che si costruisce ovunque, anche a pochi metri dal mare con poco stile e poca estetica. Fortunatamente la stretta zona litoranea, immediatamente alle spalle della battigia, era già stata occupata durante gli anni trenta dalle colonie marine edificate per i figli dei lavoratori dipendenti delle città di Cuneo, Asti, Milano, Genova. &nbsp;Questo contribuirà a salvaguardare in qualche modo i primi metri retrostanti la spiaggia, altrimenti anche Andora avrebbe fatto la fine di tanti comuni rivieraschi, divenuti esempi negativi di urbanizzazione selvaggia soprattutto a causa degli edifici costruiti in riva al mare, anche se purtroppo recentemente abbiamo avuto un esempio di tal genere anche nel nostro paese. &nbsp;</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Durante questo boom edilizio, le modeste casette coloniche a poco a poco vengono abbattute per far posto ai palazzoni a cinque piani ed alle vie squadrate. Anche l’antico e spettacolare acquedotto aereo del XVIII secolo, con le sue molteplici arcate che originava dalle sorgenti di Mezzacqua e portava i rifornimenti idrici fino alle proprietà del Marchese Maglioni di Villa Mazè, cade vittima delle speculazioni edilizie.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Come ho già riferito, questo acquedotto, si sviluppava su decine di arcate e caratterizzava in modo del tutto originale la piana agricola andorese, tanto da poter diventare una testimonianza significativa della nostra storia rurale ed economica, ma probabilmente intralciava troppo le mire speculative, tanto che oggi ne rimangono in piedi solo tre misere arcate.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Anche Palazzo Tagliaferro corre il severo rischio di essere immolato sull’altare della novella filosofia modernista a tal punto che viene paventato il suo abbattimento onde poter far arrivare Via Cavour direttamente al mare! &nbsp;Alle Belle Arti qualcuno però conserva ancora un po’ di senno e gli insensati amministratori pubblici del tempo devono sottostare all’autorità specifica.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Di pari passo con lo sviluppo urbanistico, inizia a cambiare anche il modo di coltivare degli agricoltori locali. Non si coltiva più solamente all’aperto, ma si inizia a coltivare al chiuso, cioè inizia la costruzione delle serre, dapprima in legno e poi in metallo e le colture vengono differenziate. Negli spazi agricoli residui le coltivazioni da estensive si evolvono in intensive.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Inizia l’epoca dell’orticoltura in serra e della floricoltura.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Garofani, rose, anemoni vengono portati ogni mattina al mercato di Sanremo ed Andora entra a far parte della Riviera dei Fiori.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">E’ proprio in quel periodo dai connotati altamente floricoli che una giovane ed inesperta floricultrice, Maria Luisa Manno, che un paio di anni prima aveva ereditato dal suocero, morto prematuramente, una serra di strelizie non ancora sufficientemente cresciute per dare rendita, giovane, ma non per ciò priva di ingegno, in attesa che nel frattempo le piante diventassero produttive, cerca di far rendere in maniera alternativa la serra. Ed ecco che prova a seminare, tra le ancora piccole e rade piante di strelizia, alcune strisce di …..di…. di basilico, sì proprio di basilico e così nel 1969 inizia la fortunata saga del basilico di Andora.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Il primo anno è puramente sperimentale, è l’anno zero, e serve per constatare quanto sia difficoltoso coltivarlo, infatti il guadagno ricavato è puramente simbolico: mille lire, ma il secondo ricava già trentamila lire. La floricultrice si rende conto che ci si può fare un buon guadagno. Per qualche anno ancora proseguirà nella coltura estendendola a tutta la serra, ma non potrà continuare ancora a lungo a coltivarlo perché ormai le strelizie stanno crescendo ed in breve non ci sarà più spazio per il basilico.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Ma ormai il ghiaccio è rotto e gli amici agricoltori vicini di podere hanno visto e capito la lezione: il basilico può essere più che un’opportunità!</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">In pochi anni la sua coltivazione si allarga a macchia d’olio ed oggi rappresenta un’altra eccellenza della Val Merula. Il basilico di Andora è conosciuto ovunque ed il suo profumo, riempiendo magnificamente le narici, è sinonimo di dieta mediterranea. Con il basilico D.O.P. continua anche al giorno d’oggi la saga dei prodotti d’eccellenza della nostra valle.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Ma c’è un’altra bella storia da raccontare, relativa ad una coltivazione locale più di nicchia, ed è quella relativa alla vicenda della Cipolla Belendina.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Circa un secolo fa e forse anche più, un navigante andorese, tal Settimio Denegri, di ritorno da uno dei suoi viaggi di lavoro nell’oriente, porta ad Andora i semi di una cipolla particolare, grande, dalla forma a fiasco, di sapore dolce e di un colorito granata che riempie il cuore.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">La sua coltivazione si diffonde soprattutto nella zona di Mezzacqua e perdura fino agli anni ’60 quando gli orti della Marina devono mestamente lasciare il passo ai costruendi palazzi che caratterizzeranno e purtroppo caratterizzano ancora la moderna Andora. Un agricoltore in particolare, Trentino Bellenda, dopo averla coltivata per una vita, continua a conservarne la semenza, anche quando va in pensione. Forse rimane l’ultimo possessore della semenza. Ecco allora che arriva in suo soccorso un altro andorese più giovane, che decide di salvare questo splendido esempio di biodiversità e recuperarne la memoria storica oltre che il valore commerciale: si tratta di Marco Gagliolo, il quale decide di battezzarla col nome del suo ultimo possessore.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-56" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-29.jpg"  width="600" height="377" /><br></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-57" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-30.jpg"  width="800" height="533" /><br></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-58" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-31.jpg"  width="440" height="293" /><span class="fs14lh1-5 ff3"> </span><img class="image-59" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-32.jpg"  width="440" height="293" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Ed è così che, dopo anni di strenuo impegno e pubblicizzazione nelle giuste sedi, la Cipolla Belendina ottiene l’elevazione a Presidio Slow Food.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Oggi la Cipolla Belendina è una produzione tipica di Andora ed il Presidio è il risultato della lungimiranza e del grande impegno di un grande andorese, Marco Gagliolo, che per anni ne ha promosso la tutela, la valorizzazione, ne ha ricostruito la storia e con il Comitato per la promozione della Cipolla Belendina, ha favorito la condizioni per l’ottenimento del Presidio.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTACenter"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">6. COSTA E VIE COSTIERE</b></div></div><div class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">“<i>Tra Lerice e Turbia la piu’ diserta,</i></span></div><div class="imTACenter"> <i class="fs14lh1-5">la piu’ rotta ruina è una scala,</i></div><div class="imTACenter"> <i class="fs14lh1-5">verso di quella, agevole e aperta”</i></div><div style="text-align: start;"> </div><div style="text-align: start;"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div style="text-align: start;"> </div><div><span class="fs14lh1-5">Così il Sommo Poeta, con tre soli endecasillabi, fotografava la Liguria nel Canto III del Purgatorio e non si poteva certo dargli torto.</span></div><div style="text-align: start;"> </div><div><span class="fs14lh1-5">Il territorio ligure è stato ostico e disagevole, come la sua gente, ad essere percorso ed attraversato in ogni tempo. Anche i Romani, maestri costruttori e che non si spaventavano certo quando dovevano costruire opere pubbliche, e men che meno delle strade, trovarono notevoli difficoltà nel realizzare una via consolare che permettesse loro di attraversare la nostra regione per raggiungere via terra sia la Gallia, che l’Iberia. Le difficoltà si rivelarono tanto sul piano militare che tecnico.<br></span></div><div><span class="fs14lh1-5">I Liguri, popolazione bellicosissima, difesero strenuamente il proprio territorio sia da soli che tramite alleanza con i Cartaginesi ed in tal modo riuscirono a tenere in scacco le pur superiori legioni romane per decenni e decenni.</span></div><div><span class="fs14lh1-5"><b>Ma alla fine del secondo secolo A.C. </b>anch’essi dovettero definitivamente capitolare e sottomettersi all’Urbe.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">I Romani presero così possesso della stretta fascia costiera, che d'altronde era la sola cosa che a loro interessava, onde poter realizzare pratiche e rapide vie di comunicazione.</span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-60" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-33.jpg"  width="799" height="533" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Estratto della Tabula Peutingeriana</span></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Sul nostro territorio costiero era già presente la primitiva Ligure Costiera alla quale i Romani, in quel di Vado, raccordarono la via consolare Aurelia già presente nei territori da loro precedentemente occupati. Tale via si sviluppava da Roma fino a Pisa, passava per Lucca, percorreva la Garfagnana, entrava in Lunigiana scendendo fino a Luni dove terminava in direzione marittima, mentre all’interno proseguiva scavalcando gli Appennini al passo della Cisa, scendeva a Parma, si raccordava alla via Emilia, transitava per Piacenza, Tortona, Acqui ed infine ripassava gli Appennini al Cadibona per terminare a Vado. Insomma, per andare da Roma alla Provenza bisognava passare per la pianura padana e ciò la dice lunga sulle difficoltà tecniche di realizzazione stradale che l’orografia ligure rappresentava. Infatti molto spesso si preferiva risolvere radicalmente il problema viario, relativamente al tratto ligure, spostandosi via mare.</span></div><div style="text-align: start;"> </div><div><span class="fs14lh1-5"><b>Ovviamente alla Ligure Costiera i Romani apportarono delle migliorie, ma il salto di qualità si realizzò circa un secolo più tardi, nel 13 A.C.,</b> quando fu realizzata la Julia Augusta, che rappresentava la prosecuzione dell’Aurelia fino ad Arles. In taluni tratti si sovrapponeva alla precedente Ligure Costiera, mentre in altri rappresentava un’alternativa di percorso.</span></div><div style="text-align: start;"> </div><div><span class="fs14lh1-5">Sul nostro territorio comunale entrambe vi entravano dal passo di Colla Micheri e dopo pochi metri i loro percorsi si dividevano nettamente.</span></div><div style="text-align: start;"> </div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><span class="fs14lh1-5"><b>L’Aurelia - Ligure Costiera</b>, digradando dolcemente, scendeva al colletto della valle di Mezzacqua, passava dove ora c’è la cappella dei Santi Cosma e Damiano, raggiungeva la piana appena sotto l’attuale ferrovia, superava quindi il fiume Merula con un ponte in pietra i cui resti vennero alla luce durante i lavori di <b>arginamento degli anni ‘50</b> e di cui ancora oggi sono visibili alcune pietre affioranti appena a valle del Ponte Europa. Dopodiché si dirigeva verso sud ovest tagliando la pianura, allora non ancora paludosa, e quasi certamente il suo percorso di allora è sovrapponibile a quello dell’attuale stretta e curvilinea via Antica Romana. Evidentemente questo tratto di strada ligure-romana, sebbene in pianura, si è conservato nel tempo, come di generazione in generazione si è anche tramandata la sua denominazione. Sarebbe veramente interessante sapere se, scavando sotto i suoi sedimi, si possano ancora rinvenire gli “<i>strata</i>” di romanica memoria…</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Proseguiva quindi verso l’attuale via Aurelia, di nuovo sicuramente sovrapponendosi ad essa in più punti, finché all’altezza di Capo Mimosa l‘antico tracciato saliva decisamente più in alto.</span></div><div style="text-align: start;"> </div><div><span class="fs14lh1-5">Anche qui la prova migliore circa l’andamento del suo percorso è testimoniata dalla toponomastica contemporanea; nel Comune di Cervo vi è infatti una strada collinare, chiamata “Strada Romana di Levante”, il cui nome evidentemente fa riferimento all’antico tracciato dell’<b>Aurelia - Ligure Costiera.</b></span></div><div style="text-align: start;"> </div><div><span class="fs14lh1-5">Ed a conferma di ciò, lungo il suo percorso sono ancora visibili qua e là, ben vivi e vegeti, i diretti discendenti dei carrubi che l’amministrazione romana soleva piantumare con dovizia lungo le proprie strade imperiali allo scopo di non far mai mancare l’adeguato carburante ai quadrupedi, costituenti il motore dei trasporti dell’epoca.</span></div><div style="text-align: start;"> </div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><span class="fs14lh1-5"><b>La via Julia Augusta,</b> <b>entrando da Colla Micheri, seguiva invece immediatamente un diverso percorso</b>.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Scendeva dritta nella valletta dietro località Castello, risaliva il Colletto della Gabella, per poi ridiscendere nuovamente diritta puntando verso il Ponte Romano, ponte che di romano ha solamente conservato i piedritti, poichè le arcate sono di epoca medioevale. Indi risaliva sull’altro lato collinare passando dall’ attuale Chiesa di San Giovanni, transitava lungo l’attuale borgata Canossi e, anche in questo caso &nbsp;sovrapponendosi &nbsp;all’attuale sentiero collinare ben noto agli escursionisti ed ai cacciatori, si inerpicava fino al colle di Chiappa a ben 400 metri di altezza e di là scendeva in prossimità dell’abitato nell’omonima &nbsp;borgata, <b>dove è presente la famosa pietra miliare riportante il nome dell’ imperatore &nbsp;Cesare Augusto e la distanza di &nbsp;533 miglia da Roma.</b></span></div><div style="text-align: start;"> </div><div><span class="fs14lh1-5">Dell’antica via Julia Augusta si apprezzano ancora alcuni tratti discretamente conservati sotto Colla Micheri ed anche sotto Castello in prossimità dell’antica fontana mediovale, anche se gli acciottolati risalgono sicuramente ad epoche successive.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Purtroppo una notevole parte di essa venne cancellata in seguito alla costruzione dell’Autostrada dei Fiori negli anni ’60.</span></div><div style="text-align: start;"> </div><div><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs14lh1-5">Queste importanti vie consolari rappresentarono la spina dorsale della viabilità costiera per almeno due millenni, più o meno fino a quando Napoleone Bonaparte, annesse anche la Liguria al proprio Impero, e perseguendo il suo programma di modernizzazione, che comprendeva anche l’ammodernamento della viabilità dell’impero, concepì la realizzazione di una carrozzabile “bord de mer”, la cosiddetta <b>Panoramica Costiera.</b></span></div><div><span class="fs14lh1-5">Purtroppo la costruzione della strada, iniziata già nel 1812 durante il governo francese, venne sospesa nel 1815 a causa della caduta dell’imperatore e completata solamente nel 1832 sotto il regno sabaudo di Carlo Felice.</span></div><div style="text-align: start;"> </div><div><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs14lh1-5">Insomma, fino a tutto il terzo decennio del XIX secolo in buona parte della Liguria, e Andora non faceva eccezione, si viaggiava ancora sulle strade consolari romane.</span></div><div style="text-align: start;"> </div><div><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs14lh1-5">A testimonianza di ciò, fino a pochi decenni orsono, nei grandi anziani andoresi era ancora viva la memoria storica relativa al passaggio delle truppe napoleoniche attraverso la valle di Andora, truppe che secondo detta tradizione orale, scesero dal colle di Chiappa e risalirono verso Colla Micheri dopo aver attraversato il fiume Merula transitando sul Ponte Romano.</span></div><div style="text-align: start;"> </div><div><span class="fs14lh1-5">Sulla facciata della chiesa di San Sebastiano, in località Colla Micheri, c’è ancora una lapide che ricorda che, il 14 febbraio 1814, il Papa Pio VII di ritorno a Roma, dalla prigionia di Versailles, si fermò proprio lì con il suo seguito per una sosta rigenerante, sedendosi su una sedia che è tuttora conservata dentro la cappella stessa.</span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-61" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-34.jpg"  width="800" height="600" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">E’ insolito che il Papa non avesse viaggiato via mare, poiché i trasporti pesanti allora avvenivano sempre per barca <b>o per vascello</b> e le persone agiate molte volte preferivano non faticare a piedi oppure rischiare una inutile e pericolosa caduta dal mulo o dal cavallo. &nbsp;Che il Papa patisse il mal di mare? &nbsp;Ironia a parte, molto probabilmente l’intenzione era di mostrarsi alla gente che incontrava lungo il cammino verso Roma e far loro notare che era finalmente libero, e soprattutto rientrato in possesso di tutti i suoi poteri spirituali e temporali. Per la pura cronaca, la sera stessa del giorno in cui transitò sul suolo andorese, dopo la sosta alla cappella di Colla Micheri, il papa pernottò a Laigueglia in Palazzo Semeria.</span></div><div style="text-align: start;"> </div><div><span class="fs14lh1-5">Pertanto, Andora, alla pari di altri centri della Riviera, si apre ai collegamenti veloci solo a XIX secolo inoltrato ed a tal proposito un enorme salto qualitativo fu rappresentato dalla costruzione della <b>“Ferrovia delle Riviere Liguri”.</b></span></div><div><span class="fs14lh1-5">La<b> </b>linea ferroviaria costiera, iniziata nel marzo del 1857 e terminata nel 1872, quindi circa un decennio dopo l’unità d’Italia, rientrava nell’ambizioso progetto di sistema ferroviario che Camillo Benso Conte di Cavour considerava un fattore determinante per accelerare il processo di unificazione italiana e come ben sappiamo la <b>via ferrata sabauda</b> ha costituito l’ ossatura del sistema ferroviario ligure fino a pochi anni fa, quando finalmente la maggior parte di essa è stata finalmente raddoppiata, ma come ben sappiamo, non ancora completamente……</span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-62" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-35.jpg"  width="800" height="514" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Sopra e sotto: due vedute della Stazione agli inizi del Novecento</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-63" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-36.jpg"  width="799" height="527" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Sicuramente la montuosità della Liguria e la sua costa alta e dirupata ha condizionato per millenni i collegamenti sia interni che costieri, ma ad Andora anche la costa bassa della piana ha costituito un problema, poiché nella zona immediatamente retrostante la battigia per centinaia di anni sono state presenti le paludi. &nbsp;</span></div><div style="text-align: start;"> </div><div><span class="fs14lh1-5">Non è stato così da sempre; il Merula fino al termine del XIV secolo era stato navigabile dal mare fino al Ponte Romano, ma ad un certo punto per cause tuttora ignote (alluvioni, terremoti, violente mareggiate?) allagò i terreni circostanti rendendoli paludosi e malsani favorendo in tal modo l’insorgenza della malaria, che condizionò non poco la vita della gente che abitava nella bassa valle.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Molto esemplificative a tal proposito sono le relazioni degli amministratori e studiosi che nel XIX secolo parlano delle malsane paludi che affliggono Andora <b>(Chabrol de Volvic, Casalis, Bertolotti, ect.).</b></span></div><div style="text-align: start;"> </div><div><span class="fs14lh1-5">Solo dopo la loro bonifica, avvenuta nella seconda metà del XIX secolo, la pianura prospiciente al mare si poté sfruttare per usi agricoli ed allora si poté costruirvi le prime abitazioni.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">E’ proprio per questo motivo che Andora non possiede un centro storico sul mare e perché nemmeno fu borgo di pescatori.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Le uniche costruzioni di rilievo che furono erette sul mare furono la torre di avvistamento saracena, risalente al millecinquecento, tutt’ora esistente e, a destra del Merula, il maestoso Palazzo Tagliaferro che risale al milleseicento.</span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-64" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-37.jpg"  width="800" height="532" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Zona verso la foce del Merula ad inizio Novecento</span></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">La battigia rimase allo stato naturale fino a pochi decenni orsono tanto che ancora nelle fotografie dell’immediato dopoguerra si può notare che era caratterizzata da un litorale sassoso ed il mare presentava un fondale rapidamente digradante.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Questa caratteristica costiera è facilmente constatabile osservando soprattutto le foto riguardanti le colonie marine che furono edificate in riva al mare per i figli delle famiglie più disagiate. Infatti negli anni trenta la zona centrale, quella prospiciente le attuali via Roma, via Doria e via Caboto fu occupata dalle costruzioni della colonia marina di Asti e Cuneo.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Alla destra del Merula invece si insediò la colonia di Milano.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">La presenza di dette colonie marine, pochi decenni più tardi, si sarebbe rivelata quanto mai salvifica per il mantenimento dell’integrità ambientale della zona immediatamente a ridosso della battigia, in quanto avrebbe permesso di mantenerla immune dalle mire speculative edilizie che si sarebbero scatenate di lì a poco e che non pochi danni hanno provocato in molti centri della Liguria.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">E’ proprio grazie alla presenza a suo tempo di queste colonie che Andora può oggi vantarsi di possedere degli insoliti, per la Liguria turistica, prati in riva al mare, nonostante la speculazione edilizia ancor negli ultimissimi anni, con un ultimo colpo di coda, sia comunque riuscita a cancellarne una parte.</span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-65" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-38.jpg"  width="800" height="511" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Litorale ad inizio Novecento</span></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Il cambiamento arriverà solamente negli anni sessanta quando, complice la nascente industria balneare, inizia la costruzione di numerosi moli realizzati con macigni e pietroni che sono il materiale di risulta dalla escavazione delle gallerie della costruenda Autostrada dei Fiori.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Essi hanno il fine di favorire l’insabbiamento del litorale.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">I risultati sono confortanti già da subito, ma la svolta determinante si ha con la realizzazione del porto turistico, la cui diga di terra, penetrando in mare per centinaia di metri, non permetterà più alle correnti di levante di erodere sedimenti sabbiosi dal litorale.</span></div><div style="text-align: start;"> </div><div><span class="fs14lh1-5">Gli andoresi avanti negli ”anta” ricordano bene quando, prima della costruzione del porto, la via Aurelia, nel tratto di rettilineo &nbsp;compreso tra il Molo Heyerdahl ed il porto, al posto della Passeggiata Quaglia e delle palme che oggi &nbsp;la adornano, presentava un muro di contenimento della massicciata alto almeno tre metri che veniva normalmente bagnato dal mare, ma che, durante le violente mareggiate invernali, veniva sistematicamente superato dai marosi che invadevano la sede stradale spruzzando e talvolta letteralmente lavando i mezzi che transitavano in quel momento.</span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-66" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-39.jpg"  width="800" height="533" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Sopra: panorama del litorale costiero nella prima metà del Novecento</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-67" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-40.jpg"  width="600" height="399" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Sopra e sotto: resti interrati del muraglione della vecchia Aurelia in prossimità dello sbocco della Dia (incrocio con via Marco Polo)</span><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto per gentile concessione Alessandro Vitelli - Soc. Rivieracqua</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-68" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Paesaggio-rurale-41.jpg"  width="600" height="400" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Con la costruzione del porto ha così avuto inizio una fase di progressivo e pressoché inarrestabile insabbiamento della baia, fase che è tuttora attiva.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Il fondale non è più ripido come un tempo, ma digrada molto dolcemente e oggigiorno non sarebbe più possibile accogliere dei cantieri navali come quelli che erano presenti a lato della foce del Merula tra il 1920 e il 1949, che potevano varare la maggior parte dei battelli ivi realizzati, cioè quelli di più piccole dimensioni, liberamente senza dover creare canali dragati.</span></div><div style="text-align: start;"> </div><div><span class="fs14lh1-5">L’arenile andorese negli ultimi cinquant’anni ha pressoché decuplicato la sua profondità, soprattutto nella sua parte a levante del Merula, ma quel che è maggiormente positivo è il fatto che l’arenile, da pietroso che era, oggi è caratterizzato da un insabbiamento continuo tutto l’anno, <b>il che rende le spiagge di Andora tra le più gradevoli ed accoglienti di tutta la Liguria.</b></span></div><div style="text-align: start;"> </div><div><span class="fs14lh1-5">L’ultimo e definitivo atto che ha rotto la cronica difficoltà di collegamento di Andora e della Riviera con i territori adiacenti è stata la realizzazione dell’Autostrada dei Fiori.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Dopo circa un decennio di lavori notevoli, durati tutti gli anni sessanta, rappresentati per oltre il novanta per cento del percorso da gallerie, ponti, sbancamenti e terrapieni, nel 1970 anche l’autostrada apre al traffico. Sempre gli andoresi avanti negli “anta” si ricordano bene che, finchè non fu &nbsp;terminato il viadotto sul Merula, per diversi mesi &nbsp;le auto e gli autocarri che transitavano sull’Autofiori attraversavano la valle di Andora &nbsp;uscendo &nbsp;dalla galleria di Metta, scendevano in valle utilizzando il vecchio e stretto ponte “<i>cunettùn” </i>realizzato in epoca fascista, &nbsp;attraversavano il centro di Molino Nuovo ( ! ), &nbsp;indi arrivavano fino a San Giovanni dove risalivano la collina passando a lato della borgata Confredi per poi reimmettersi sull’Autofiori.</span></div><div style="text-align: start;"> </div><div><span class="fs14lh1-5">Ricordare oggi una simile situazione fa sorridere e tremare al tempo stesso se solo osiamo pensare a ciò che accadrebbe se si dovesse ripresentare una simile situazione.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">A distanza di cinquant’anni oramai ne servirebbe un’altra.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">7. CONCLUSIONE</b></div></div><div><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs14lh1-5">Durante questo breve volo pindarico attraverso i secoli e soprattutto trascorso nell’analisi del paesaggio della Val Merula degli ultimi duecento anni, abbiamo constatato che la nostra valle può essere grossolanamente divisa in due parti: da San Bartolomeo in su e da San Pietro in giù.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">La parte superiore ha certamente ed inevitabilmente subito dei cambiamenti, ma dovuti soprattutto all’inevitabile evolversi dei tempi, però non è stata mutata più di tanto, mentre la parte più a mare, ed in particolare la fascia costiera, purtroppo è stata stravolta completamente.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">La foresta di ulivi non esiste più da cent’anni ed al suo posto sono stati edificati caseggiati dal più che dubbio stile architettonico, purtroppo anche gli ultimissimi in ordine di tempo. &nbsp;Anche i rigogliosi frutteti sono ormai un pallido ricordo e, laddove l’agricoltura è sopravvissuta, le coltivazioni in serra contendono il primato a quelle all’aria aperta.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Quella che era la “Valle degli Oleandri” ormai è diventata la valle dei condomini e dei supermercati e qualcuno può affermare a buon diritto che il progresso non si arresta e ciò è giusto, ma solo parzialmente. Perché parzialmente, semplicemente perché se è vero che il progresso è inevitabile che non si possa fermare, però è altrettanto vero che si può gestire, modulare, governare.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Ecco forse ciò che è mancato nella gestione del nostro territorio sono la preparazione professionale, la coscienza e la sensibilità ambientale e l’onestà intellettuale nel gestire al meglio ciò che Madre Natura ci ha così generosamente donato e non solo ed unicamente in mera funzione speculativa.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Oggi noi, per fortuna, non abbiamo più le perniciosissime paludi che così tanti problemi hanno creato ai nostri avi e sotto il profilo sanitario corporale siamo molto più tutelati e tranquilli, ma siamo altrettanto certi che il nostro benessere spirituale sia altrettanto migliorato rispetto a quello dei nostri bisnonni? La visione di questi invadentissimi casermoni, che hanno preso il loro posto, crea un sentimento di maggior benessere nei nostri animi rispetto a quelle che potrebbero essere delle più modeste villette di due piani al massimo e ci soddisfa dal punto di vista della socializzazione coi nostri vicini di casa? Il vivere barricati col terrore di essere derubati da chiunque e in qualsiasi momento, anche dagli stessi condomini, è meglio o peggio di quando in paese si conoscevano tutti e c’era una vera sincera mutua solidarietà? Riusciamo ancora a cogliere con gioia come un tempo le piccole cose che ci attestano l’alternanza delle stagioni e la loro ricchezza naturalistica?</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Era meglio quando bastava uscire di casa pochi metri per cogliere un frutto dall’albero o una verdura nell’orto oppure è meglio oggi che dobbiamo andare a comprare prodotti ultratrattati al supermercato? Ne dubito fortemente, però possiamo fare ancora molto per difendere ciò che rimane dell’ambiente e di quello spirito.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">La pianura ormai purtroppo è persa, ma per fortuna ci rimangono ancora le colline come questa dove ci troviamo ora. Per fortuna esistono ancora e si sono conservati quasi intatti dei piccoli gioielli come Rollo dove ci troviamo ora, più che un borgo arroccato sulla collina, addirittura un balcone a sbalzo sul mare dove, al netto del traffico automobilistico, il tempo sembra quasi essersi fermato e nelle fredde e terse giornate invernali sembra quasi di poter toccare con mano la Corsica dalla chioma candida di neve e si riconoscono le montagne una per una.</span></div><div> </div><div><span class="fs14lh1-5">Ecco, noi dobbiamo ripartire da qui, da questi borghi come Rollo, e ce ne sono ancora altri per fortuna, per creare uno sviluppo più sostenibile e duraturo nel tempo. D’altronde le Cinque Terre insegnano; erano e sembravano derelitte e dimenticate da tutti perché il progresso, a causa della loro difficile raggiungibilità, non poteva imporsi facilmente: è stata la loro salvezza e fortuna! Oggi conoscono un movimento turistico internazionale senza pari e si pensa addirittura di porre dei limiti all’accesso. Dobbiamo ricordarci che la Liguria è sempre stata mare sì, ma anche montagna, dobbiamo ricominciare a voltarci indietro sia temporalmente che geograficamente ed iniziare a rivalutare e guardare con occhi nuovi la nostra antica anima contadina, portando considerazione e rispetto &nbsp;per il &nbsp;lavoro silente e certosino dei nostri avi, in primis i muretti a secco che tanta fatica e sacrificio costarono ai loro realizzatori: anche noi in Liguria abbiamo tante piccole Muraglie Cinesi e sono le migliaia di chilometri di muri a secco realizzati dai nostri antenati i “maxèi”, coi quali riuscirono a trasformare le montagne in tante piccole pianure. Dobbiamo amare e percepire come un nido le abitazioni in pietra a vista che sono la nostra vera ed unica caratteristica architettonica, le cui soglie sono adornate coi tipici acciottolati, i “rissò”. Dobbiamo difendere con le unghie e coi denti dagli indiscriminati attacchi del fine settimana le mulattiere lastricate, che schiere di motocrossisti fracassoni e prepotenti, il cui unico divertimento è far baccano e consumare inutilmente serbatoi di benzina, si divertono a massacrare coi loro insensati raid fini a sé stessi. Questo non è sport né tantomeno turismo, è semplicemente vandalismo. Tutto il paesaggio ligure è un immenso quadro naturale che merita solo rispetto, pertanto cerchiamo di non sfregiarlo ulteriormente. Tutto ciò fa parte della nostra storia e tradizione, in altre parole è cultura con la C maiuscola, perché la cultura non è solo una scultura, una bella poesia o un quadro d’autore, cultura è anche rispetto e difesa del nostro paesaggio e tramandazione nel tempo delle nostre tradizioni. Solo se sapremo veramente amarle e rivalutarle adeguatamente avremo la possibilità di avere un futuro, anche economicamente parlando, sennò saremo inevitabilmente destinati ad impoverirci sempre più sia finanziariamente che spiritualmente, con la perdita ultima della nostra identità ed anima più vera.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div></div><div><span class="fs10lh1-5"> </span></div><div></div><div><span class="fs10lh1-5"> </span></div></div></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"> </span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 23 Dec 2025 13:30:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Prima di tutto]]></title>
			<author><![CDATA[Sandro Garassino]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000026"><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Prima di tutto c’erano i LIGURI.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">L’antico popolo, la stirpe del cigno: valorosi guerrieri, famosi cantanti, intrepidi pionieri.</span><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Poco sappiamo di loro. Sì, abbiamo le loro tracce nei ritrovamenti archeologici, nelle incisioni rupestri, nei monumenti megalitici, nelle steli litiche. Ma i Liguri non avevano scrittura e conseguentemente neppure un ceto intellettuale che ne tramandasse l’epica.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Tuttavia possiamo ricercare le loro peculiarità nelle descrizioni riportate nella letteratura pervenutaci da altri popoli, con loro venuti a contatto, nello specifico i Greci ed i Romani.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff2">1) L’ANTICO POPOLO</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Lo scrittore greco Esiodo (che scriveva nel</span><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><st1:metricconverter productid="700 A" w:st="on"><span class="fs14lh1-5 ff1">700 A</span></st1:metricconverter><span class="fs14lh1-5 ff1">.C.) indicava quali popoli</span><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><b><span class="fs14lh1-5 ff1">autoctoni</span></b><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><span class="fs14lh1-5 ff1">degli allora tre continenti conosciuti, gli Sciti per l’Asia, gli Etiopi per l’Africa e i Liguri per l’Europa (evidentemente escludendo dal novero ciò che per lui era ovvio, ovvero i popoli del mediterraneo orientale e del vicino oriente – Greci, Egizi, Persiani ecc.).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Nella storiografia moderna sono due le tesi circa l’origine dei Liguri. Alcuni studiosi sostengono che si trattava di popolazioni pre – Indoeuropee, ovvero discendenti dai cacciatori – raccoglitori del neolitico provenienti dal sud, altri affermano che erano genti riconducibili alla prima ondata immigratoria Indoeuropea.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Qualsiasi sia la verità, è indiscutibile che parliamo di un’etnia tra le più antiche tra quelle presenti sul nostro continente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Circa la loro localizzazione, abbiamo tracce della loro presenza un po’ ovunque nell’Europa sud occidentale, potremmo parlare di Siculo, condottiero Ligure che conquistò la Sicilia, o della leggenda di Corsa, la donna Ligure che scoprì la Corsica, riportare tanti altri esempi e curiosità che meriterebbero un’analisi ben più approfondita di queste poche righe.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">All’epoca in cui Esiodo scriveva, le tribù liguri, a seguito delle pressioni celtiche, a nord e ad ovest, dei Veneti ad est, degli Umbri prima e degli Etruschi poi da sud, erano stanziati su tutto l’arco montano compreso tra le Alpi Apuane e la valle dell’Adige in Trentino, mentre riguardo la costa, da quella del nord della Toscana alla foce del Rodano la cui valle costituiva il confine ovest del territorio Ligure.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Tale situazione si era determinata a causa delle “infiltrazioni” proto-celtiche nell’età del bronzo (popolazioni della cultura dei Terramare) di quelle dell’età del ferro (Villanoviani) per finire con i Galli, la cui presenza era sostanzialmente circoscritta alle aree della pianura Padana (al tempo coperte da fitte foreste paludose e malsane). In particolare le aree ad est della direttrice della valle del Trebbia idealmente prolungata sino alle Alpi, dove i territori, segnatamente quelli a sud del Po, erano contesi tra le popolazioni celtiche e quelle etrusche, mentre ad ovest, seppure con qualche eccezione, il territorio era, sostanzialmente, saldamente Ligure.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Spesso si sente parlare di popolazioni celto-liguri o vengono ascritte ed accostate ai celti, tribù in realtà di ascendenza ligure. Questo non corrisponde a verità.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">I Liguri non facevano parte e mai hanno fatto parte, delle popolazioni celtiche.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Erano fisicamente e culturalmente diametralmente opposti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">I celti erano alti e massicci, i liguri esili. Addirittura, alcune fonti greche sostenevano che avessero una coppia di costole in meno (una per parte). Già Aristotele era scettico sulla questione. Eppure, a seguito del ritrovamento della “mummia del Similaun” dalle analisi di questa si è potuto constatare come “Oetzi” fosse portatore di tale anomalia genetica. (A questo proposito si rammenta che i Liguri Anauni erano stanziati in Trentino – Anauni da cui l’attuale denominazione di Val di Non).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Tornando alla questione genetica, con questa, a scanso di equivoci, non si intende assolutamente che i liguri appartenessero ad una specie diversa dal</span><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">“Homo Sapiens – Sapiens”</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">, come il Cro-Magnon o il Neanderthal, ma semplicemente spiegare come fosse possibile che fossero portatori di una mera variante genetica. Con un esempio assolutamente improprio ed ardito, che però si spera esaustivamente chiarificatore, il purosangue Arabo presenta rispetto agli altri cavalli la caratteristica di avere un paio di costole in meno, tuttavia è un cavallo anzi, forse,</span><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><b><span class="fs14lh1-5 ff1">il</span></b><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><span class="fs14lh1-5 ff1">cavallo, per antonomasia. &nbsp;</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Riguardo il profilo sociologico culturale, mentre i celti avevano una società fortemente gerarchizzata, suddivisa in distinte caste, schiavi, popolo, guerrieri, sacerdoti, nobili e re, i liguri, al contrario erano assolutamente egalitari, divisi in tribù, a loro volta suddivise in piccoli clan familiari. Le proprietà erano collettive all’interno del clan e, trattando di risorse come pascoli, foreste e sorgenti, comuni all’interno dell’ambito tribale. Non avevano capi, sacerdoti o re. Solamente in caso di guerra, tramite l’assemblea dei capifamiglia, eleggevano un condottiero.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Fa eccezione, forse, la sola vicenda di Cozio, che dal padre Donno, all’epoca di Giulio Cesare, attraverso il figlio Donno II ed il nipote Cozio II, per circa un secolo, fino all’epoca di Nerone, si ritagliarono uno stato semi-indipendente, ubicato in parte nell’attuale Piemonte ed in parte sulla corrispondente area francese, ove rivestivano la singolare doppia figura di condottieri della federazione di tribù liguri ivi stanziate e di Prefetti Romani. (Alpi Cozie = Alpi</span><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><span class="fs14lh1-5 ff1">di</span><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><span class="fs14lh1-5 ff1">Cozio). Alla morte di Cozio II, privo di eredi, la dinastia si estinse ed il territorio fu pienamente integrato nell’impero romano.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Non avendo i Liguri un ceto sacerdotale, il rapporto con le divinità era diretto, si potrebbe dire quasi paritario. In particolare santificavano le manifestazioni della natura, sacralizzando le alture ed i corsi d’acqua. Nella nostra zona, gli oronimi di Monte Bego (ora in territorio francese) e del Beigua derivano direttamente dalla denominazione del Dio Bego (il Dio supremo del pantheon ligure, assimilabile a Giove- Zeus). Nel levante abbiamo il Monte Sagro, la cui etimologia è evidente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Altro dio da ricordare è Bormo o Borvo o Borman, dio assimilabile ad Apollo (il nome deriva dalla radice linguistica Bor-Borm = caldo, nel caso del nome da assumere nel senso di “colui che dona calore”, radice linguistica analoga al celtico warm rimasta inalterata in alcune lingue nordiche, ad esempio nell’inglese (</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">to warm = scaldare</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">), il cui luogo di culto principale era il “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">Locus Bormani</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">” nel Dianese.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Infine i liguri, sempre praticarono, almeno sino alla cristianizzazione, il culto degli antenati, per loro estremamente importante.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">In conclusione, per le ragioni sopra sinteticamente esposte, è da ritenersi del tutto imprecisa, la definizione spesso riportate, anche da fonti autorevoli, di popolazioni celto-liguri.</span></div><div class="imTAJustify"><u><span class="fs14lh1-5 ff1">Le due etnie in questione non si sono mai fuse in unica entità culturale,</span></u><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><span class="fs14lh1-5 ff1">almeno sino al completo assorbimento di entrambe nella dominante cultura romana e solamente attraverso di questa e della successiva cristianizzazione, senza alcuna fase intermedia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">La definizione di cultura celto-ligure, può essere accettata solo qualora si sottintenda che i Liguri, venendo a contatto con una cultura socialmente, tecnologicamente, organizzativamente e linguisticamente più avanzata, acquisirono conoscenze, competenze ed influenze da questa, senza, tuttavia minimamente intaccare la loro profonda essenza identitaria.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Per essere estremamente chiari e ribadire ulteriormente il concetto, si utilizza un parallelo moderno: il fatto di “infarcire” il nostro lessico quotidiano con inglesismi, aver adottato la festività di Halloween, andare a mangiare un Hamburgher al McDonald, amare il Jazz, il Rock o il Rap non ci rende automaticamente tutti italoamericani.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs14lh1-5 ff2">2) LA STIRPE DEL CIGNO</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Il mito greco racconta dell’origine dei liguri con una narrazione che condensa, all’interno della stessa, le caratteristiche che i greci attribuivano, a loro giudizio, alle genti Liguri.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Fetonte, figlio del dio Elio&gt;Febo&gt;Apollo, convince il padre a lasciargli condurre il carro infuocato del Sole. Dopo un breve volo ne perde il controllo, avvicinandosi pericolosamente alla terra, rischiando di ridurla in cenere. Interviene Giove che, con un fulmine abbatte il carro solare che si schianta nel fiume Eridano (Po) e Fetonte muore.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Sul luogo dell’incidente accorrono i parenti, tra cui le sorelle di Fetonte, le Eliadi, ed un congiunto (meglio non speculare oltre sul tipo di legame, si tratta pur sempre di antichi Greci…) di nome Cycnus (cigno).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Affrante le sorelle si sciolgono in pianto, mentre Cycnus eleva un dolcissimo canto di commiato al defunto, così struggente che il suo cuore si arresta.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Gli dei, commossi dalla tragedia e dal suo epilogo, trasformano le Eliadi in pioppi, le lacrime versate nella preziosa ambra e trasmutano Cycnus in cigno elevandolo al cielo (costellazione del Cigno) ove, nella sua qualità di “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">cigno celeste, vola tra le stelle e naviga nel fiume della via lattea</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Cycnus era considerato il capostipite dei Liguri, per i quali il cigno era l’animale “totemico”, il loro emblema, (infatti usavano adornare i loro elmi di cimieri in forma di cigno).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Di questo abbiamo conferme sia archeologiche che letterarie.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Si veda ad esempio Virgilio, che nell’Eneide, trattando dei Liguri Cunaro e Cupavone, alleati di Enea nella guerra contro Turno, scrive:</span><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">“… Dal cui elmo svettano le penne di cigno, vostra colpa, amore, e insegna della bellezza paterna”</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Virgilio, da grande poeta par suo, riassume in tre parole tutto il mito di Cycnus, morto per la sola colpa di aver troppo amato Fetonte.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Il cigno era sacro ad Apollo, era presente alla nascita del dio, lo trasportava in volo, ne rappresentava il dono profetico.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">(Apollo era particolarmente venerato dalla mitica e fantomatica popolazione nordica degli</span><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">Iperborei</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">, nel cui territorio era in origine ubicato il Fiume Eridano, successivamente identificato con il Po, per cui abbiamo una sorta di curioso “corto circuito” che riconduce nuovamente ai Liguri).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Ancora, il cigno, simbolo solare e benefico, in quanto creatura a suo agio in aria, acqua e terra, tre dei quattro elementi fondamentali, rappresenta il dominio sugli stessi.</span><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff2">I temibili guerrieri</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Il cigno nonostante sia definito “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">Re fra gli uccelli d’acqua, porta il vessillo della bianca pace</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">”, è pure detto che “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">se attaccato combatte contro le aquile ed è da esse temuto”</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Le fonti, a proposito dei Liguri, sono concordi nel considerarli formidabili e valorosi guerrieri.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Ad esempio in Tito Livio:</span><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">“Ecco un nemico Ligure, cosa che non oserebbero gli ispani, i galli, i macedoni, i cartaginesi, si avvicina alle linee di difesa romane, prende l’iniziativa di circondarci e di assaltarci.”</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">E’ più volte sostenuto che un Ligure, seppure asciutto ma agile, forte e resistente, a confronto diretto con un Celta grande e grosso, quasi sicuramente avrebbe prevalso il Ligure.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">E’ ben noto il detto che tra i Liguri, gli uomini combattono come belve e le donne come uomini.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Al di là di queste descrizioni è possibile affrontare la questione da un altro punto di vista. Poiché tali affermazioni ci sono pervenute tramite popoli (i greci e romani) che spesso si erano trovati a confrontarsi militarmente con i Liguri, essi, soprattutto i Romani avevano interesse ad esaltare le doti combattive dei popoli sottomessi, al fine propagandistico di magnificare, per riflesso le proprie.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Tuttavia, nonostante la turbolenza del liguri, le loro rivolte, le azioni di disturbo, le immancabili partecipazioni ad alleanze anti Roma, (se si esclude la tragica vicenda della &nbsp;tribù Ligure degli Apuani, che dopo aver ripetutamente sconfitto i Romani, furono da essi alla fine sopraffatti, massacrati ed i pochi superstiti deportati in Campania, ed in parte quella dei Liguri Salassi della Val d’Aosta), i Romani che usualmente erano spietati e brutali contro i popoli che gli resistevano, non furono mai eccessivamente duri con i Liguri. Evidentemente avevano più di un tornaconto ad essere cauti. I Liguri oltre ad essere valorosi guerrieri erano maestri nelle tattiche di guerriglia, in quella che oggi si definirebbe guerra asimmetrica, ed i Romani avevano imparato a loro spese, nelle guerre contro gli Apuani, dalle quali erano usciti sì vincitori, ma a caro prezzo e con un impiego di risorse di gran lunga superiore al ricavo ottenuto, probabilmente ben si resero conto che un atteggiamento, fermo ma tutto sommato conciliatorio, era sicuramente conveniente, anche in funzione anti-celtica.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">In questo Plutarco è adamantinamente chiarificatore, laddove, trattando della vita di Lucio Emilio Paolo, il console romano che sconfisse i Liguri delle nostre zone ( alcuni storici sostengono che l’ultima battaglia degli Ingauni è stata combattuta proprio nella piana di Andora ed una delle ultimi roccaforti era sicuramente sul monte Tirasso dove ora c’è il Santuario della Madonna della Guardia), commentando le condizioni di resa particolarmente favorevoli concesse ai Liguri, osserva:</span><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">“Non era desiderio dei Romani estirpare completamente la nazione dei Liguri: essi costituivano una specie di barriera e baluardo contro i movimenti dei Galli, che incombevano sempre minacciosi sull’Italia.”</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff2">I famosi cantanti</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Dal mito di Cycno e del suo ultimo, melodioso e commovente canto, deriva la leggenda assai nota dell’ultimo canto del cigno, ma pure la caratteristica che i greci assegnavano ai Liguri, ovvero che fossero cantanti particolarmente dotati.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">L’appellativo stesso di Liguri (che non era il nome con cui essi stessi si riconoscevano, identificandosi piuttosto con quello delle tribù) è il nome dato dai Greci e deriva dal vocabolo greco</span><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">Liguos</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><span class="fs14lh1-5 ff1">con il significato di soave, armonioso, canoro, aggraziato associato, appunto, alla caratteristica di cantanti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">A questo proposito più fonti affermano che, anche in battaglia, solo una parte dell’esercito partecipasse direttamente allo scontro, mentre una parte vi assisteva cantando, adottando un comportamento che oggi si potrebbe definire di supporto ed incitamento tifoso.</span><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Gli intrepidi pionieri, esploratori, viaggiatori e navigatori</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Le fonti riportano che i Liguri costieri erano abili navigatori, che con le loro piccole, primitive e scarsamente attrezzate</span><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><b><span class="fs14lh1-5 ff1">barche</span><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span></b><span class="fs14lh1-5 ff1">(gli scrittori antichi parlano proprio di barche e non di navi) attraversavano regolarmente il mediterraneo sino a Cartagine ed oltre.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Come abbiamo visto nella prima parte, i Liguri avevano spaziato in mezza Europa, essendo anche avventurosi viaggiatori - esploratori.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Torniamo al mito greco di Fetonte. Abbiamo parlato di Cycno, lasciando il sospeso le Eliadi, trasformate in pioppi e le loro lacrime in ambra.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Per i Greci i Liguri erano associati all’ambra, che, sempre i Greci, credevano fosse estratta nel territorio Ligure. In realtà così non era. I Liguri si limitavano a commercializzare la preziosa resina che si procuravano nell’unico luogo dove, ora come allora, è reperibile, ovvero le coste baltiche.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Dalle coste del mar Ligure, dove erano i luoghi di interscambio, presso le colonie greche, i nostri antenati, seguendo, quelli stanziati nell’odierna Francia il corso del Rodano, per quelli delle nostre zone il corso del Ticino, attraverso i passi montani arrivavano alla valle del Reno, percorrendola fino al mare del nord per poi giungere presso la penisola dello Jutland ove erano stanziati i Germani Ambroni (appunto) presso i quali si rifornivano dell’ambra.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Emblematico di tale epopea è l’episodio avvenuto durante la battaglia di Aquae Sextiae (l’odierna Aix en Provence) avvenuta nel</span><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><st1:metricconverter productid="102 A" w:st="on"><span class="fs14lh1-5 ff1">102 A</span></st1:metricconverter><span class="fs14lh1-5 ff1">.C., (ovvero almeno 2 o 3 secoli dopo che tale commercio era cessato, a causa dell’apertura di nuove vie commerciali più agevoli). In tale occasione l’esercito Romano, comprensivo di un nutrito numero di alleati Liguri, per un totale di poco più di 30.000 effettivi, al comando del console Gaio Mario, si scontrò con le popolazioni dei Teutoni e degli Ambroni, con un esercito di tre volte superiore a quello romano, calati in massa dal nord.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Nel primo giorno della battaglia, venendo a diretto contatto gli Ambroni con i Liguri, riconosciutisi reciprocamente, dopo le provocazioni di rito, iniziarono, (in particolare i Liguri nonostante gli ordini contrari di Gaio Mario, che avrebbe preferito prima trincerarsi), una mischia, per così dire privata, una battaglia nella battaglia, creando non pochi equivoci, problemi, scompigli e confusioni nelle ordinate e disciplinate truppe romane.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Per inciso questa battaglia fu una delle battaglie decisive per i Romani, con l’intero sterminio degli invasori nordici, a fronte di un migliaio di Romani e Liguri. (anche i Liguri stravinsero la loro zuffa, salvo poi essere messi in difficoltà e respinti dalle donne degli Ambroni, quando tentarono di avvicinarsi all’accampamento).</span><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff2">3) IL LASCITO DEI LIGURI</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Sono trascorsi duemila anni, tuttavia, come un lieve aroma che persiste nell’aria, i Liguri sono ancora fra noi. Sono presenti nei toponimi (spesso ricorrenti), nei nostri cognomi, nel nostro dialetto, nel nostro DNA.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Le Alpi ed i termini ad esse collegate derivano dal ligure “alp” con significato di pascolo alto, di montagna.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">L’idronimo di Po deriva dal nome ligure del fiume: “Bodincus”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">In dialetto l’azione del pascolo (l’azione non il terreno) è resa da “scò”, ad esempio “u l’è a scò”, “u l’ha purtau e vacche a scò”, questo ci deriva direttamente ed immodificato dal ligure antico con l’allora significato di pascolo comune, ed è diventato un suffisso tipico della cognomizzazione, ma anche della toponomastica ligure. Si vedano ad esempio tra i cognomi Noberasco, Pregliasco, Bertonasco, Languasco, nei toponimi: Arnasco, Vegliasco, Lucinasco, Bogliasco.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">La radice CO è presumibilmente collegata al concetto di acqua. Si cita Conna, Conio, Cosio ecc.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Talvolta i due termini sono accostati nel probabile significato di pascolo vicino all’acqua o acquitrinoso (si veda Coasco, loc. Coasci a Conna ecc.)</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">La radice CAR è collegata al termine pietra. Ad essa rimanda il termine dialettale ben noto di Caruggiu - da intendersi nel senso di strada lastricata – (Al contrario, Crosa, di significato analogo di strada lastricata, è di influenza celtica come Bric per altura).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">CAR è presente pure in molti toponimi come per Carpasio, Cartari, Carbuta ma in particolare negli oronimi, per restare nel nostro territorio: Monte Carchera sopra Bossaneto, Monte Caro sopra Evigno, Poggio Carmo sopra Barò. (Si evidenzia come Carmo sia oronimo particolarmente diffuso).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Il toponimo “castellaro” è indicativo della presenza di un villaggio fortificato ligure.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Si potrebbe continuare con altri esempi.</span><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Infine un’ultima nota personale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Ricordo distintamente come i miei nonni, ma anche altri anziani del vicinato, in occasione del rimbombo di tuoni, a noi bambini, immancabilmente dicessero:</span><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">“U l’è Barabin cu litiga cun Barabanna, so muje”</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><span class="fs14lh1-5 ff1">o ancora, “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">urmai ti sei veggiu / u l’è veggiu cumme Taradan</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">” anche nella versione “</span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">veggiu cumme l’ase de Taradan</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">” per indicare sia qualcuno o qualcosa di sorpassato, obsoleto. &nbsp;</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Trovo curioso e stimolante l’utilizzo di tale terminologia. Vi è sì un’assonanza onomatopeica, ma anche una singolare rassomiglianza sia con Borman ma soprattutto con Tar-Adan&gt;Taranis dio celtico del tuono (da cui Thor). Dubito fortemente che gli allora anziani di Conna fossero a conoscenza del particolare. Mi piace pensare che sia un ricordo giunto sino a noi.</span><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff3">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 23 Dec 2025 13:14:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Storia di Andora]]></title>
			<author><![CDATA[Maria Teresa Nasi]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000025"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">Gli abitanti delle caverne</b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Una “passeggiata lontana lontana nel tempo” ci porta a immaginare dove potessero vivere i primi abitanti della nostra vallata.<br>Può venirci in aiuto la TOPONOMASTICA… Quando percorriamo l’autostrada da Andora verso levante attraversiamo una galleria che si chiama “Vallon d’Arme”. Che cosa c’entra questo riferimento?<br>Alma Anfosso, laureata con una tesi in toponomastica della valle del Merula, nel suo libro “Questa nostra Andora” (1994) asserisce che noi non possediamo in oggi reperti storici però abbiamo un prezioso fossile che è la voce pre-latina “arma”, che significa “caverna” (linguaggio ligure ponentino antico).<br>“Non mancano pubblicazioni pertinenti la vita delle caverne in relazione al Ponente Ligure incluso tra Finale e i Balzi Rossi… Nessun rinvenimento fortuito e nessuna esplorazione mirata ha avuto luogo nella Valle del Merula. Tuttavia nel nostro territorio sono presenti entità montuose con caratteristiche ragguardevoli, e inoltre è improbabile che l’uomo delle caverne del gruppo Finale/Toirano si sia localizzato al confine con la Francia senza stazionamenti intermedi…”<br>Come dice anche il geologo prof. G. Calandri, è molto problematico, però, rinvenire le aperture di grotte nel nostro territorio.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"><b>I Liguri</b></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Andora rientrava nel territorio dei LIGURI INGAUNI, stanziati tra Capo Noli e il Dianese e confinante a Nord con i Liguri Epanteri.<br>Questo antico popolo era raccolto in un gran numero di tribù, non aveva scrittura e un ceto intellettuale che ne tramandasse l’epica. Era venuto a contato con i Fenici, i Cartaginesi, gli Etruschi e i Celti, ma quel che sappiamo di loro ci è stato tramandato dai Greci e dai Romani.<br><br>Lo scrittore greco Esiodo (VIII sec. a.C.) è il primo che ci dà informazioni sui Liguri e sul loro territorio “ ma ben più remoto è il periodo in cui se ne possono fissare le origini, così come ben più ampio di quanto segnino gli odierni confini è lo spazio in cui si delineano i caratteri originali di un’identità ligure” (Primo volume della Collana “Storia della Liguria” (2008) della professoressa Gabriella Airaldi dell’Università di Genova).<br>Anche Ecateo di Mileto (negli ultimi anni del sec. VI a.C.) ed Erodoto (nel V secolo) ci parlano di una costa ligure e dei Liguri.<br>Diodoro Siculo (90 ca. – 20 ca. a.C.) ha offerto la descrizione più completa delle loro forme di vita<br>“Abitano una regione aspra e completamente sterile e vivono una vita gravosa e sfortunata per via delle fatiche e dei continui disagi che sopportano nel loro lavoro. Infatti, poiché la regione è assai boscosa, alcuni di loro tagliano alberi per tutto il giorno, armati di asce efficaci e pesanti, altri, che lavorano la terra, ne cavano soprattutto pietre, a causa della sua asprezza eccessiva. Con i loro attrezzi, infatti, non alzano una zolla di terra senza una pietra. Dato che incontrano tale disagio nello svolgere il loro lavoro, prevalgono sulla natura grazie alla loro perseveranza e, pur faticando molto, ricavano raccolti scarsi e stenti. A causa della continua attività fisica e per la mancanza del nutrimento, fisicamente sono magri e vigorosi. A collaborare con loro in queste fatiche hanno le loro donne, abituate a lavorare come gli uomini. Fanno continuamente battute di caccia in cui prendono molti animali selvatici, compensando così la povertà dei frutti della terra. Sicchè vivendo su montagne innevate e abituati ad attraversare luoghi incredibilmente aspri, diventano vigorosi e muscolosi. Vivono in baracche o capanne o cavità delle rocce e in grotte naturali che offrano sufficiente riparo. Fanno tutto il resto in conformità di queste abitudini, conservando un sistema di vita primitivo e rude. Generalmente in queste contrade le donne hanno il vigore e la gagliardia degli uomini e gli uomini quello degli animali selvaggi... Sono coraggiosi e nobili non solo in guerra, ma anche in quelle circostanze della vita che comportano terribili difficoltà. Commerciando, infatti, navigano per il mare Sardo e per quello Libico, affondando prontamente pericoli dai quali non esiste difesa”.<br>Secondo lo storico L. Giordano tra i reperti riferiti all’epoca preromana ricordiamo, nel nostro territorio, la VIA LIGURE COSTIERA e la VIA DEL SALE.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">Il Mito: il Cigno, il canto, l’ambra</b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Risale ancora una volta a Esiodo la più antica notizia di quello che abitualmente e con ragione si considera il MITO fondante del LIGURI.<br>Fetonte, figlio del Sole, preso dalla sua folle corsa sul campo solare, si era avvicinato troppo alla Terra rischiando di incendiarla. (FOTO) Per questo viene fulminato da Zeus e fatto precipitare nel fiume Eridano (il Po). CICNO, re della Liguria, parente di Fetonte e suo amico, si dispera a tal punto che gli dei, impietositi, lo trasformano in cigno, uccello che, secondo gli antichi dèi era assai sensibile alla musica e che, in punto di morte, emetteva un bellissimo canto. Le sorelle di Fetonte, le Elidi, vengono invece trasformate in pioppi e il loro pianto senza fine è mutato nella preziosissima ambra.<br>“È questo il mito più famoso della protostoria ligure, quello che, legando assieme il cigno e l’ambra, sembra fatto apposta per unire le vicende dei Liguri al mitico paese degli Iperborei; a quel mondo boreale, dove vive il cigno che canta e da dove, per vie fluviali e alpine, giunge la preziosa ambra, di cui esistono reperti antichissimi, anche in area mediterranea e ligure; l’ambra, un ornamento ricercato perché racchiude in sé virtù medicinali e magiche”. (Primo volume della Collana “Storia della Liguria” - 2008 - della professoressa Gabriella Airaldi dell’Università di Genova).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">Andora più antica di Roma</b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Gerolamo Serra (“Storia della Liguria antica e di Genova” - 1830) scrive che, secondo fonti storiche antiche, l'originario nucleo di Andora sarebbe stato fondato intorno, al 753 a.C., da una colonia di Focesi, popolo greco originario della Focide. Focea era una città ionica dell'Asia Minore, fondata, secondo la tradizione, da coloni ateniesi, focesi e peloponnesiaci, in territorio ceduto dall'eolica Cuma, coi due porti di Naustathmòs e di Lamptèr, ubicata sul sito della odierna città di Foça in Turchia, a circa 60 km a nord-ovest di Smirne.<br><br>I Focesi, commercianti - navigatori, avrebbero a lungo usato la località come approdo per il commercio del sale (definito da Erodoto più utile dell’oro), che estraevano dai giacimenti della vicina Corsica, un approdo di sicuro ancoraggio nella rada di Capo delle Mele.<br>Si trattò certamente di una piccola colonia di gente tranquilla che si dette alla pesca e ai piccoli commerci perché nella storia di quei tempi e degli immediati seguenti non se ne parla più.<br>Logicamente questa piccola Colonia Focese si sarà integrata, un po’ per volta, con i Liguri del luogo.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">La romanizzazione</b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Andora era inserita all’interno del territorio abitato dai Liguri Ingauni che furono assoggettati con grande difficoltà dai Romani.<br>Tito Livio e Strabone sono gli autori ai quali si deve la maggior parte delle notizie sulla prima età del confronto tra Liguri e Romani. Scrive Tito Livio che i Liguri sembravano nemici “nati apposta per mantenere viva la disciplina militare dei Romani”.<br>Catone il Censore, Nigidio Figulo, Virgilio, Crinagora di Mitilene, Ausonio si lasciano spesso andare a giudizi poco favorevoli sui Liguri.<br>La romanizzazione dei Liguri fu lenta, difficile e dolorosa. L’imperialismo dei Romani che aveva cancellato gli Etruschi e si scontrava ora con i Cartaginesi e i Galli, trovò davanti a sé una resistenza ostinata e, per vincerla, dovette spesso ricorrere all’uso di mezzi estremi.<br>La prima fase dell’espansione romana, rivolta al controllo delle strade e della costa tirrenica, fu agevolata dalla politica del “divide et impera” applicata alle popolazioni liguri. La seconda fase però, che si prefiggeva l’estensione del controllo romano sull’interno, fu assai più lunga e problematica.<br>Ma la mancanza di una cultura, di tradizioni radicate, di una identità, di un'unità politica e di una classe nobiliare con potere decisionale, furono motivo di debolezza non sufficientemente bilanciata dal vigoroso temperamento che caratterizzava i Liguri.<br>Dopo la spedizione vittoriosa di Lucio Emilio Paolo nel 180 a.C., gli Ingauni (e con essi Andora) si sottomisero ai Romani ma fu solo Ottaviano Augusto che piegò definitivamente le ultime resistenze.<br>I soldati romani che guerreggiarono contro gli Ingauni battevano non la Via Julia Augusta, non ancora esistente sul territorio, ma la Ligure Costiera, poi chiamata Aurelia.<br>Augusto divise l’interno della Penisola in “Regioni” e il territorio dell’attuale Liguria, e quindi di Andora, fu incluso nella “Regio Augustea Nona”.<br>Nei secoli posteriori vi furono nuove ristrutturazioni territoriali: nel 300 Andora fu inclusa nella “Liguria et Aemilia” facente capo a Milano, nel 500 nelle “Alpi Cottiae”.<br>Quando nel 395 Teodosio divise l’Impero tra i due figli Arcadio e Onorio, da tempo era in corso un lento ma costante processo di infiltrazione di gente d’oltre Reno e Danubio entro i confini dell’Impero che venne invaso da orde di Alani, Svevi, Vandali e Burgundi.<br>Siamo ormai alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente e all’inizio del Medioevo.<br>Nel 476 Odoacre, re egli Eruli, depose l’ultimo imperatore romano d’Occidente, Romolo Augustolo.<br><br>Poche, purtroppo, le testimonianze romane sul nostro territorio… Oltre al tracciato della Via Julia Augusta, un sarcofago paleocristiano (del V o VI secolo) contenente le spoglie di sei inumati, rinvenuto nel 1933 in località Binello, con accanto tegoloni romani, una moneta (centurionale) di Costanzo Gallo (IV secolo); questi reperti si trovano al Museo Ingauno di Albenga.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"><b>L'Alto Medioevo fino agli Aleramici</b></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, il territorio ingauno, e quindi Andora, fu invaso da popolazioni diverse: gli ERULI di Odoacre, l’incursione dei BURGUNDI (493) e, quindi, gli OSTROGOTI di Teodorico (493-526).<br>Successivamente governarono i BIZANTINI (dal 538 al 643) ma, pur nelle grandi ambizioni di controllo, rimasero sostanzialmente estranei a quest’ala estrema dell’Occidente europeo.<br>Invece, nel corso dei secoli VII e VIII, “…i Liguri avranno tre incontri determinanti, sui quali finiranno per costruire quella che sarà considerata la loro identità “ufficiale”, come d’altronde capita a tutti gli altri europei” (Secondo volume della Collana “Storia della Liguria” (2008) della professoressa Gabriella Airaldi dell’Università di Genova).<br>Gli "incontri" sono con i LONGOBARDI, i FRANCHI, i SARACENI.<br>I LONGOBARDI restarono due secoli nell’Italia Settentrionale e in Liguria dominarono per circa centotrenta anni. Ad essi subentrarono i FRANCHI e cominciò, così, l’Età Carolingia. Carlo Magno, come sappiamo, nell’800 fu incoronato Imperatore del Sacro Romano Impero da Papa Leone III.<br>I CAROLINGI si distinsero nella lotta contro i Saraceni. Intorno al 889 un gruppo di Saraceni spagnoli arrivò nel luogo detto Frassineto, nella baia di Saint-Tropez, vi si installò e organizzò una potente postazione muovendo dalla quale terrorizzò per oltre un secolo le coste vicine. I SARACENI raggiunsero l’Ingaunia, e quindi Andora, costringendo con ripetuti assalti gli abitanti: resti di fortificazioni sono sparsi lungo la costa e a questa categoria di avanzi appartiene molto probabilmente la torre quadrata emersa con gli scavi archeologici nel centro del Castello.<br>L’Impero Carolingio fu, poi, diviso in unità politiche indipendenti, tra queste il Regno Italico.<br>Primo re fu Berengario I, poi Berengario II che, per una più intensa organizzazione difensiva contro i Saraceni, divise la Liguria in tre Marche: Andora rientrò nella MARCA ALERAMICA. Essendo entrato in dissapori con Adelaide, da lui scelta come nuora, questa invocò l’aiuto di Ottone I di Germania, il quale discese in Italia, spodestò Berengario II, sposò Adelaide e cinse lui stesso la corona di Re d’Italia. Così, nel 962, dalla dinastia carolingia si passò alla dinastia sassone.<br>Elemento molto importante da ricordare è questo: alla “romanità” quale perno di coesione e centro propulsore subentrò l’organizzazione della CHIESA. Sovrani e imperatori medievali ruotavano attorno al trono di San Pietro.<br><br>Anche ad Andora fiorirono istituzioni ed opere benedettine delle quali permangono, toponomasticamente, intitolazioni a San Martino e a San Mauro. Poco prima del Mille si parla del Convento dei Benedettini di Andora (che era un’emanazione di quello della Gallinara).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">Gli Aleramici</b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Fra gli ultimi decenni del secolo X e i primi del XI si sviluppò il FEUDALESIMO.<br>Fu in quel tempo che si sviluppò il nostro CASTELLO, costruito nel secolo X, probabilmente, per ristrutturazione o sovrapposizione di opere precedenti.<br>“L’incastellamento di Andora è avvenuto nel X secolo, sicuramente in un luogo già interessato, in epoca romana, da un presidio militare forse con mansioni più di avvistamento che di vera difesa”. (Enrico de Ghetaldi - “Come in mare così in terra” - 2015)<br>All’interno del PARAXU (FOTO) la presenza di una torre quadrata, risalente forse ai sec. IX e X, ha fatto supporre che sia dell’epoca delle prime incursioni saracene, come luogo di difesa.<br>Durante gli scavi archeologici è stata rinvenuta anche una fornace per la lavorazione del bronzo (sec. X) e abbondantissimo pregiato vasellame bizantino, della Siria e della Mesopotamia, indice di un livello di vita molto elevato.<br><br>Nel 991 il Castello fu assoggettato ai Marchesi Del Vasto (Aleramici ) del Monferrato; anno in cui il marchese Teti o Teottone (= Ottone ?) condusse in isposa Elena di Ventimiglia. Fu poi dominio dei Marchesi Del Carretto e, infine, dei Clavesana.<br>Il professor Romeo Pavoni, dell’Università di Genova, precisa che le tre dinastie marchionali menzionate provenivano da un medesimo ceppo, quello del “celebre marchese Bonifacio del Vasto, figlio dell’Aleramico Anselmiano Ottone e dell’Arduinica Berta, sorella della contessa Adelaide”.<br>La storia degli ALERAMICI ruota tra leggenda e realtà, a cominciare dalla vicenda del suo capostipite ALERAMO, dalle sue possibili origini franche alle mitiche nozze con Adelasia, figlia di Ottone I (FOTO) e poi a quelle più concrete con Gerberga, figlia di Berengario II, da cui ottenne la marca.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"><b>La dinastia dei Clavesana</b></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il CASTELLO di Andora ha un impianto urbanistico di carattere fortificato che non ha riscontri nel savonese, mentre si ricollega, per lo stretto rapporto castello-borgo e per la posizione lievemente arretrata rispetto al mare, ma ugualmente dominante la costa, ai vicini Castelli, quasi totalmente scomparsi, di Diano Castello, Oneglia, Porto, Lingueglietta, Taggia.<br><br>Il nome del Castello è legato alla signoria dei Clavesana, una delle maggiori della Liguria, estesa nel secolo XII da Savona all’Armea, e cioè fino a Taggia.<br>La signoria fu fondata da Anselmo, figlio di Bonifacio del Vasto.<br>Anselmo generò Bonifacio I (detto “Vetulo”).<br>Bonifacio I non ebbe eredi, solo una figlia, Berta.<br>Alla morte del marchese Bonifacio I (1221), il marchesato passò a suo fratello Guglielmo , che poco dopo lo lasciò ai figli Oddone I e Bonifacio II detto “Tagliaferro” .<br>Oddone sposò Mabilia e le premorì.<br>I figli di Oddone e Mabilia furono: Bonifacio II, Manuele e Francesco.<br>Manuele generò Oddone e Francesco: con questi ultimi si raggiungono i primi decenni del secolo XIV, quando ormai sul territorio, la potenza della dinastia marchionale era, da tempo, tramontata.<br>La discendenza si estinse a metà del secolo XV.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"><b>I Tagliaferro</b></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Consultando la genealogia dei Marchesi di Clavesana, emerge che BONIFACIO TAGLIAFERRO (1233/1268) era un CLAVESANA. “Tagliaferro” era il soprannome che Bonifacio si era guadagnato, secondo la tradizione, per la sua capacità di spezzare con i denti il filo di ferro.<br>I Tagliaferro avevano scelto ROLLO come “rocca di comando”.<br>Lo storico R. Pavoni (“Una Signoria feudale nel Ponente: i Marchesi di Clavesana”) ci dice che questo stesso Bonifacio Tagliaferro, nel 1237, vendette metà di Andora ai Doria. Della sorte della rimanente parte di Andora parleremo nella “puntata” di domani.<br>Alma Anfosso, nel suo libro “Questa nostra Andora” (1994) riferisce testimonianze raccolte sia presso abitanti del luogo, sia consultando documenti. “Di giorno i nostri antichi lavoravano la terra per i marchesi e di notte facevano i muri di sostegno delle fasce di proprietà personale ricavate dai pendii, reggendo con i denti la lanterna” (signor Ferdinando Perato).<br>Questo antico ceppo era collegato, per ragioni di commercio, con quello degli Alamanni della Ferraia (di cui parleremo tra qualche giorno). Gli Alamanni erano dei mercanti e, in quanto tali, tenevano con molta cura i loro “Libri dei conti”. Nel “Libro dei conti”, riferito all’anno 1740, in corrispondenza della località Rollo, compare la dicitura: “Grano distribuito a diversi debitori d’ordine del M.co Luco Tagliaferro da me Francesco Allemanno di Gio Batta”.<br>Secondo la tradizione locale, verso la fine del XVIII secolo, i Tagliaferro scomparvero da Rollo, né se ne rinvengono le tombe nel cimitero. “Al passaggio dei Giacobini, se ne sono andati nell’isola di San Domingo”, commenta la signora Maddalena Pelle Casalino.<br>Nella zona denominata la “Pigna” i Tagliaferro costruirono, alla fine del XVIII secolo, una tipica dimora nobiliare su un probabile nucleo preesistente. Le notizie che abbiamo ci provengono dal Catasto Napoleonico: la tenuta era composta dal “palazzo”, dal “refettorio”, da fabbricati minori e da un’estesa pertinenza agricola. E’ il nostro prestigioso PALAZZO TAGLIAFERRO.<br>Il nome “Tagliaferro” ricorre anche collegato ad uno dei MULINI A VENTO che sono sulla collina verso Laigueglia.<br>Il cognome è ancora presente in Andora: due o tre persone di sesso femminile.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"><b>Andora diventa comune</b></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">E’ del 1170 la prima citazione documentaria del Castello di Andora in un trattato tra il comune di Albenga e i marchesi Guglielmo e Bonifacio di Clavesana (figli del defunto Anselmo) con il quale se ne disponeva la smilitarizzazione.<br>Nel 1186 gli “homines de Andoria" contrassero accordi di natura fiscale con la Repubblica di Genova; già in quell’anno, dunque, la comunità di Andora doveva disporre di una propria forma di reggimento che potremmo definire forse “proto-comunale”.<br>Il 18 marzo 1202 il Comune di Genova concedeva ad Andora un diritto di fiera.<br>Andora aderì alla IURA (lega costituita da molte località della valle Arroscia, valle di Andora, Oneglia, Prelà, Rezzo e Nasino) e ricevette dalla Repubblica di Genova la possibilità di esportare merci da Genova, il diritto di ricorrere in giudizio alla Curia Genovese, ma soprattutto la concessione del diritto di fiera (come Oneglia), potendo così disporre dell’apertura di un mercato annuale da svolgersi il primo di agosto di ogni anno (primo di novembre per Oneglia).<br>Il “messaggio” è importante non solo dal punto di vista economico ma, soprattutto, politico.<br>POSSIAMO CONSIDERARE IL 1202 LA DATA DI NASCITA DEL COMUNE DI ANDORA.<br>In quell’epoca ad Andora erano in atto figure e poteri comunali, espressi dal popolo, pure permanendovi contemporaneamente i Feudatari, nel nostro caso i Marchesi Clavesana, sempre più in declino.<br>Nel 1237 BONIFACIO II E SUA MADRE MABILIA, nell’estremo tentativo di salvare il proprio possesso, completarono la fortificazione del Castello di Andora: tali opere difensive consistevano nel rafforzamento del "Paraxo" e nella porta – torre emergente dalla cinta muraria.<br>Tuttavia, il 3 luglio dello stesso anno, Bonifacio Tagliaferro, marchese di Clavesana, vendette ai fratelli Manuele e Lanfranco Doria l’altra metà dei propri diritti sui castelli e sulle località di Andora e Stellanello al prezzo di 5000 lire.<br>In tale anno, su Andora, vantavano ancora diritti i Della Lengueglia.<br>Il 7 giugno 1252, PRESSATI DAI DEBITI, MANUELE E FRANCESCO I DI CLAVESANA, FIGLI DI MABILIA E FRATELLI DI BONIFACIO, VENDETTERO, PER 8000 LIRE, A PORCHETTO STREIAPORCUS IL CASTELLO, IL BORGO E IL TERRITORIO DI ANDORA; IL GIORNO SEGUENTE PORCHETTO STREIAPORCUS dichiarò pubblicamente di avere effettuato l’acquisto A NOME DEL COMUNE DI GENOVA, cui trasferì i relativi diritti e con la somma pagata vennero estinti tutti i debiti costituiti in precedenza a causa dei debiti.</span></div><br></div></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"><b>Andora e la Repubblica genovese</b></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">DAL 1252 FINÌ LA SIGNORIA DEI CLAVESANA E NEL "PARAXO", GIÀ SEDE DI UN VASSALLO CLAVESANICO, SI INSEDIÒ IL RAPPRESENTANTE GENOVESE.<br>Andora entrò definitivamente nell’orbita genovese e vi rimarrà per quasi cinque secoli e mezzo, sino al 1797.<br>Sotto Genova, Andora diviene uno dei tanti luoghi soggetti ad essa, la cui storia si identifica con quella della sua dominatrice. Ma è proprio Genova che, dal momento della sua acquisizione ci fornisce una serie di dati precisi sulla vita economica e sociale della valle di Andora, che ci permettono di comprendere in concreto quale era la vita condotta da essa a partire dalla metà del XIII sec.<br>Il 12 settembre del 1252, Anselmo di Lengueglia giurò fedeltà alla Repubblica e cedette i propri diritti sulle valli di Andora e di Stellanello, il castello di Teco e Zuccarello.<br>I Genovesi sancirono la definitiva sottomissione dei territori a suo tempo in rivolta potendo intervenire legalmente contro i ribelli.<br>Rimasero vigenti i patti di Andora e Stellanello così come stipulati nel 1228, secondo i quali i due Comuni dovevano provvedere all’esercito e relativi obblighi verso Genova, con facoltà di Andora di usufruire della gabella sul sale, già pagata ai feudatari, e per Stellanello di godere dei diritti di pascolo e coltivazione nelle terre possedute nel distretto di Diano.<br>Alla fine del 1252, Andora venne sottoposta da Genova ad una inchiesta sui redditi, svolta da Iacobo Bestagno, che recava la data del 7 novembre 1252.<br>Dal documento emergeva che:<br>- si coltivavano frumento, orzo, spelta (farro), vite;<br>- si allevavano suini, ovini, bovini e da questi ultimi due si ricavava il latte, con cui venivano prodotti formaggi;<br>- dal mulino ricavava farina per la produzione del pane, che veniva smerciato con vino e pesci;<br>- la macelleria forniva carni di maiale, bue, montone, castrato, capra, capretto, agnello;<br>- parte dei prodotti venivano versati come tributi;<br>- veniva applicato poi un diritto di fuoco, un diritto di attracco per le imbarcazioni che giungevano alla riva del mare o del fiume;<br>- l’uso del forno e del mulino era soggetto ad una tassa, in quanto posseduti dai feudatari, per i quali costituivano fonte di reddito;<br>- esisteva la gabella del mirto, poiché vegetale prezioso per la conceria e in chiesa nelle principali solennità.<br>In un documento del 1277 si fa menzione di un certo Pietro Barillarus, sindicus del Comune di Andora: testimonianza dell’ordinamento comunale sul territorio.<br>Andora era al servizio di Genova con le sue galee: nella battaglia della Meloria (1284) partecipò con 6 nocchieri, 80 soprassaglienti e balestrieri, 180 vogatori e nella battaglia contro i Pisani alla conquista di Cagliari (1290), partecipò con 30 uomini.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">Lotte nel XIV secolo</b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nei primi decenni del XIV secolo Andora fu dilaniata dalle feroci contese tra i GUELFI e i GHIBELLINI, che ne fecero un campo di battaglia.<br>Il Castello fu preso d’assalto dai Ghibellini nel 1302; successivamente, nel 1309, fu conquistato dalle truppe ghibelline di Opicino Spinola; nel 1320 passò in mano ai Guelfi.<br>Nel 1321 il vescovo di Albenga, Emanuele Spinola, ghibellino, dopo un duro assedio cominciato con scontri sulla spiaggia di Andora, perdette la vita in battaglia contro una fazione di Guelfi che erano asserragliati nel Castello.<br>Ora la storia si intreccia con la leggenda…Forse dalla sua morte nacque la voce popolare che, in seguito a quell’evento delittuoso, la Valle di Andora fosse scomunicata. Altre voci popolari collegano invece la scomunica con l’uccisone di un Nunzio Pontificio intervenuto in sede in un periodo posteriore, cioè all’atto della riedificazione della chiesa di San Giovanni.<br>Nel 1340-41 il Castello fu distrutto dal Vicario Imperiale, il quale fece radere al suolo l’antica torre centrale. Durante la guerra civile tra i Doria e il nuovo doge di Genova, Simon Boccanegra, Andora, ribelle alla capitale, venne sconfitta e smilitarizzata. È probabile che in tale periodo la porta-torre a fianco della Chiesa dei Santi Giacomo e Filippo sia stata trasformata in campanile.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">L'impaludamento del Merula</b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">A partire dal 1300 lo sviluppo del borgo di Andora fu troncato da PESTILENZE e, successivamente, dalla MALARIA, dovuta all’impaludamento del Merula.<br>Nel 1348 Andora fu colpita dalla famosa epidemia di peste che interessò l’intera Europa, ne seguirono altre nel 1493, nel 1524 e nel 1528.<br>Sempre nel 1348 si verificò un tremendo terremoto che colpì duramente l’estremo Ponente Ligure.<br>Il Badarò scrive: “Andora fu travagliata da orribili pestilenze l’ultima delle quali, nel 1528, la desolò siffattamente che restò rovinata del tutto. A quel flagello seguì un grande spopolamento del borgo e la gente così travagliata non poteva occuparsi delle culture di viti ed olivi e neppure dell’andamento del fiume che trascurò e, perciò, in molti punti ristagnò e formò paludi. Così anche il flagello della malaria sia aggiunse agli altri”.<br>I sopravissuti si rifugiarono verso monte, sulle colline, verso la marina. Non poche persone si stabilirono a Laigueglia, altre a Diano Castello. A questo periodo storico risale lo spopolamento globale del borgo del Castello e l’espansione e l’origine di molti nuclei nella valle.<br>Anche in questo caso assistiamo al nascere di leggende: lo spopolamento del Castello, l’invasione delle formiche, la ricostruzione della Chiesa di San Giovanni…</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">Andora secondo il Vinzoni e il Giustiniani</b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">“BORGO DALLE DUECENTO CASE” fu definita dal cartografo MATTEO VINZONI (nel 1773) l’Andora del Medioevo, arroccata attorno al Castello: “Castello che fu di duecento case, et ora non arriva a 16 circa…”<br><br>AGOSTINO GIUSTINIANI, vescovo di Nebbio (in Corsica), già nel 1535, annotava nel suo “Castigatissimi Annali”: “…villa pur nominata Andora posta su un poggio che fa case per ducento foghi, vero e che al presente per cagione della peste non arrivano gli habitatori a vinti foghi…”<br><br>Epidemie di peste e malaria, dovuta all’impaludamento della foce torrente Merula, con la formazione di un grande lago stagnante alle falde del Castello, avevano costretto gli abitanti ad allontanarsi dalla zona.<br>Secondo le notizie riportate dal Giustiniani il borgo era stato importante, popoloso e prospero.<br>Il Borgo del Castello era cinto di mura e al suo interno vi erano numerose cisterne per la raccolta dell’acqua piovana, due “Hostarie”, medici, avvocati, e notai, barbieri, tre botteghe, un piccolo “Hospitale” detto di Santa Maria Maddalena con tre stanze a quattro letti per i poveri. Secondo le caratteristiche dell’epoca il termine “ospedale” descriverebbe una struttura non propriamente ad esclusiva funzione sanitaria come nell’attuale uso, ma una sorta di ricovero per soggetti bisognosi, cioè sia per i malati che per i poveri. Tale “Hospitale” aveva un reddito di Lire 170, provenienti da fasce dei dintorni e godeva della “pigione” di due botteghe del Borgo.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"><b>Censimenti della popolazione andoriana</b></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Andora, nel 1531, fu oggetto di un censimento economico (caratata) da parte di Genova, seguito da un altro di carattere DEMOGRAFICO (1536 – 1537).<br>Ecco quello che scrive Agostino GIUSTINIANI, autore dei “Castigatissimi Annali”:<br>“ Si trova… sulla piagia la marina di Andora con tre o quatro case, et ascendendo alla montagna per spacio di un bon miglio si va alla prima villa pur nominata Andora posta su un poggio che fa case per ducento foghi, vero e che al presente per cagione della peste non arrivano gli habitatori a vinti foghi, e di verso ponente descende sotto Andora il fiume nominato Meira, dal quale e nominato il promontorio cavo delle meire in numero dei più, che piu correttamente si potria nominare cavo della meira, et questo credo che sia il fiume che gli antichi Cosmografi han nominato in latino Merula… et la valle per la quale descende il fiume e circa otto miglia, et vi sono più villette, et primo et primo di verso Ponente vicino al mare manco d’un miglio Pigna con quatro foghi, Rollo con ventidoi, Beneo con sette, San Giovani con vinticinque et piu in alto il Domo con quaranta, et in mezzo di San Giovani e del Domo Ferrera qual fa dodeci foghi, et poi Cona con settanta, et in ultimo della valle Morteo con vinti foghi, et descendendo dalla parte del Levante, in distantia dal mare circa cinque miglia San Barhtolomeo, qual fa diciotto foghi, et poi Roseghina, qual ne fa trentacinque, Piano Rosso diciotto, San Piero venti, Marin trentasei, et poco più a Levante tornando a scendere, si trova la villa Misaigua con diciotto foghi, et più su la colla con dodici…et procedendo dietro alla piaggia in spacio di doa miglia, vi e la villa della Laiguillia, in latino Aqulia, qual fa centoquaranta foghi”.<br>I “fuochi erano 517 (circa 2600 abitanti), un dato che concorda con quelli della caratata del 1531.<br>L’unità di misura in abitanti attribuita dagli storici al "FUOCO" sarebbe pari a circa 5 o 6 persone (un nucleo familiare).<br>A circa settant’anni di distanza (1607) Andora fu oggetto di un’altra indagine demografica: 531 “fuochi” corrispondenti a 2391 abitanti.<br>Nel “Sacro e Vago Giardinello” (manoscritto contenente il censimento degli edifici religiosi della Curia di Albenga cominciato nel 1624) (FOTO) si legge che gli abitanti erano 2550 suddivisi in 556 “fuochi”.<br>Nel 1629 un altro censimento ci dà queste indicazioni: 520 fuochi e 2185 abitanti.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">Incursioni piratesche</b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Alle calamità per parte di terra si aggiungevano spesso le calamità per parte di mare: le incursioni dei PIRATI BARBARESCHI, crudeli, audaci, spietati che si spingevano nell’entroterra e rubavano, saccheggiavano, massacravano.<br>Nel 1531, tra la fine del mese di maggio ed il mese di novembre, dopo avere effettuato scorrerie e saccheggi a Recco, Alassio ed altri centri rivieraschi, i CORSARI TURCHI colpirono Andora, imprigionando 130 ostaggi e distruggendo gli abitati del Castello e della Marina, che rimarrà disabitata per oltre venti anni.<br>Il 31 maggio 1545, una flotta di pirati intercettò alcune imbarcazioni nel tratto tra l’Isola Gallinara e Capo Mele, imprigionando una giovane donna e la madre; da terra, la sentinella di guardia presso la costa di Laigueglia, mancò di tempestività nel dare l’allarme, non segnalando il pericolo ed impossibilitando ogni intervento in aiuto ai malcapitati; il podestà di Andora, Geronimo di Montobio, punì la sentinella incarcerandola, come da lettera del 1° giugno 1546; tale evento è il preludio ad una imminente maggiore tragedia.<br>Il 25 luglio 1546, poco prima delle luci del giorno, quattordici vascelli corsari approdarono presso la spiaggia di Laigueglia, temporaneamente non sorvegliata a causa della sicurezza infusa il giorno precedente dal lento passaggio della flotta di Giannettino Doria. La flotta corsara era guidata da Dragut, lo Zoppo e Charo Mustafà, partiti da Algeri alla volta delle coste liguri; gli abitanti furono sorpresi nel sonno: 250 di essi furono catturati, comprese donne e bambini ed imbarcati prima dell’arrivo degli uomini armati di Alassio, corsi in soccorso appena venuti a conoscenza del fatto. Tra i cittadini catturati c’era anche il podestà di Andora, all’epoca residente a Laigueglia a causa del malsano clima nella valle del Merula: 14 i morti, diversi i feriti di cui uno con un braccio mozzato ed un altro colpito da due frecce; il paese fu saccheggiato e distrutto quasi totalmente.<br>In seguito alle tragedie dovute alle ripetute scorrerie di pirati e corsari, si provvide alla costruzione di strutture fortilizie e di avvistamento in prossimità della costa.<br>Nella primavera del 1564 la Comunità di Andora decise erigere un baluardo sulla spiaggia, a protezione dell’abitato ricostruito. Per l’incarico dei turni di guardia al BASTIONE DELLA MARINA c’erano continui litigi. Poiché gli abitanti di Moltedo e di Conna si rifiutavano di adempiere al loro dovere, fu necessario emanare un’ordinanza da parte del podestà del Castello che imponeva loro di fare la guardia al torrione per tutto l’anno, eccetto che nel periodo della raccolta delle olive.<br>Tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900, alla originaria costruzione, furono addossati i vari corpi di fabbrica giunti sino ad oggi.<br>Secondo la cartografia storica redatta da Matteo Vinzoni, lungo il tratto costiero “andoriano” si rileva la presenza di quattro posti di guardia. Il sistema di difesa era completato dal fortino di Rollo (munito agli angoli di guardiole pensili per i soldati).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">La Magnifica Comunità di Andora</b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La cartografia dell’insigne matematico originario di Cervo, il prete Ambrogio Multedo, ci tramanda una fedele descrizione di com’era la MAGNIFICA COMUNITÀ DI ANDORA sino al 1785.<br>Era formata da CINQUE QUARTIERI che comprendevano varie località e borghi edificati che, espandendosi, hanno dato origine alle attuali FRAZIONI: San Giacomo, Laigueglia, San Pietro, Sant’Andrea e San Giovanni.<br>I cinque quartieri erano caratterizzati dalla presenza delle CHIESE PARROCCHIALI:<br>la Propositura di San Giambattista (a cui erano sottoposte le borgate di Castello, Borgo, Marino, Colla Micheri, Mezzacqua, Marina, Ferrara, Confredi e Canossi);<br>l’Arcipretura di San Matteo (a cui era sottoposta Laigueglia);<br>la Rettoria di San Pietro (a cui erano sottoposte le borgate dei Negri, Galleani, Pian Rosso e Duomo);<br>l’Arcipretura di Sant’Andrea (a cui erano sottoposte le borgate di Costa dei Garassini, Costa di mezzo e Moltedo);<br>la Rettoria di San Bartolomeo (a cui erano sottoposte le borgate di Rosseghina - Piazza, Costa d’Agosti, Lanfredi Sottani, Siffredi, Divizi, Cà dé Forti, Tigorella e Barò);<br>la Rettoria della Santissima Trinità (a cui erano sottoposte le cinque borgate di Rollo).<br>La Magnifica Comunità di Andora era retta da un PODESTÀ, inviato da Genova, che durava in carica un anno. Aveva potere giurisdizionale, civile e penale. Presiedeva tutte le riunioni del PARLAMENTO e del CONSIGLIO che si tenevano nel Paraxo.<br>Il PARLAMENTO era composto da 100 membri, estratti a sorte tra i capi-famiglia più abbienti e in numero di 20 per Quartiere; il CONSIGLIO era formato da 28 persone (6 Anziani, 3 Censori, 3 Estimatori e 16 privi di cariche specifiche); altre magistrature erano: i Revisori dei Conti (5, uno per Quartiere), i Cassieri (2), i Nunci (2) e il Notaio o Cancelliere. Le cariche pubbliche non erano rinunciabili e non erano rimunerate.<br>Il QUARTIERE di Laigueglia e gli altri quattro della Valle di Andora costituivano “una sola comunità, un solo Corpo e un solo Territorio e Giurisdizione ma, dopo secolari diatribe, dovute a motivi diversi (di natura politica, economica e giudiziaria), nel 1794 Laigueglia ottenne di staccarsi dal resto della comunità.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"><b>Il periodo pre-napoleonico</b></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’Italia, divisa in piccoli Stati, fu teatro di sconvolgimenti, vicissitudini molteplici e bramosia da parte dei grandi Stati nazionali che si erano formati.<br>In questi secoli si assistette a continui passaggi di truppe straniere sul nostro territorio.<br>Nel 1500 si avvicendarono Francesi, Spagnoli, mercenari tedeschi al soldo degli Spagnoli; nel 1600 Spagnoli e Piemontesi; nel 1700 Francesi, Austriaci, Piemontesi.<br>“Nel 1672 i Piemontesi scesero nella riviera di ponente e dopo aspre battaglie e feroci combattimenti seguiti nelle regioni montuose di Diano, Stellanello, Andora, Laigueglia, Alassio, Albenga, lasciarono il popolo stremato” (Badarò).<br>Dal 1741 al 1748 ci fu la guerra di successione di Carlo VI alla quale Genova, come dice il Badarò, in forza di ineluttabili circostanze, dovette prendere parte e per cui specialmente la Riviera di Ponente ebbe a soffrire di gravi danni e disastri, indegnità degli Austriaci, ostilità delle truppe sarde e bombardamenti dal mare degli Inglesi.<br>Le truppe straniere di stanza o di passaggio, soldati e comandanti con i loro cavali, dovevano essere alloggiate (cappelle, oratori, case private, magazzini…) e nutrite; bisognava medicare i feriti, curare gli ammalati. Conseguirono gravi difficoltà di vettovagliamento, penuria, corruzione, malattie contagiose, epidemie.<br>Con il Trattato di Campoformio, del 1797, la Repubblica di Genova fu trasformata in “Repubblica Democratica Ligure”, asservita alla Francia.<br>Finì il dominio della “Serenissima Repubblica di Genova” e, per Andora, si chiuse un periodo durato quasi cinque secoli e mezzo.<br>ANDORA SEGUÌ LE VICENDE DI GENOVA E ASSISTETTE AL PASSAGGIO DELLE ARMATE RIVOLUZIONARIE FRANCESI.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"><b>Il periodo napoleonico</b></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Aveva 27 anni il generale Bonaparte quando il Governo Rivoluzionario francese gli affidò la Campagna d’Italia (1796-97). Nel 1800 vi fu la seconda Campagna napoleonica.<br>La Liguria fu ripartita prima in 31 Distretti e poi, dal 1798, in 20 Giurisdizioni. Andora rientrò nella Giurisdizione del “Capo delle Mele” che comprendeva i Cantoni di Alassio, Laigueglia, Andora, Cervo, Diano, Villa Faraldi. Furono istituite tre “Casse Pubbliche”: “Cantonale” (comunale), “Giurisdizionale” (provinciale) e “Nazionale” (statale).<br>Dopo che Napoleone fu incoronato Re d’Italia (1805), la Repubblica Democratica Ligure fu incorporata alla Francia e fu di nuovo ristrutturata territorialmente, in 3 Dipartimenti.<br>Nel lavoro di ricerca fatto dalle alunne e dagli alunni della mia scuola elementare di Andora Molino (“Andora nel tempo” - Anno scolastico 1979-80) si legge: “Nel 1805, nel dipartimento di Montenotte, del quale Andora faceva parte, fu innalzata la bandiera francese: molti cittadini sfoggiavano vestiti neri con i bottoni dorati, panciotti di seta e calzoni di panno alla francese, il duro cappello alla “girondina”; le donne avevano una veste di seta e di raso, il “casacchino e il ricco faudaro sposalesco”; il “pezzotto al capo e grosse collane con aurei pendenti dalla rosea pietra preziosa”.<br>Andora rientrò, dunque, nel DIPARTIMENTO DI MONTENOTTE, nel Circondario di Porto Maurizio, nel Cantone di Alassio. Ciascun Dipartimento era retto da un Prefetto. Alla figura del “Podestà” subentrò quella del “Maire”. Tutti gli atti pubblici erano redatti in francese.<br>“Napoleone intendeva rivitalizzare l’economia della regione, intera con la creazione di un catasto moderno e attendibile, con la realizzazione di una efficiente rete viaria, con interventi robusti sulle manifatture e sull’agricoltura, con le fondamentali riforme della scuola, della pubblica amministrazione, del diritto (il Codice Napoleonico, appunto). (A. Degola “Come eravamo” - 2014)<br>Furono emanate molte leggi: sullo stato civile, sul porto d’armi, sulle poste, sul bollo delle carte da gioco, sulla cassa invalidi della marina mercantile. Fu introdotto il monopolio sul tabacco e istituito, con intento fiscale, l’ufficio del registro. Gli inasprimenti fiscali erano dovuti alla necessità di far fronte alle spese per l’esercito e per gli armamenti. Ma la cosa più grave per la semplice e libera gente di Andora fu l‘istituzione del servizio di leva obbligatorio.<br>Ecco alcuni RICORDI tramandati dalla tradizione orale del passaggio di Napoleone ad Andora: percorse la Via Mandamentale, l’arteria stradale principale dell’epoca (lungo la quale, in Regione Garotta, si trova un abbeveratoio); soggiornò nel Castello degli Alemanni alla Ferraia; abbeverò i cavalli nella vasca annessa al pozzo azionato mediante la “cicogna”, a San Bartolomeo. Il 20 aprile 1814 l’Inghilterra dichiarò decaduto in Liguria il governo francese e si ripristinò la Repubblica (ma con governo provvisorio). Dopo il Congresso di Vienna (1815) Genova (e quindi Andora) passò sotto il Regno di Sardegna.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">I Casati locali</b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Andora seguì le vicissitudini del nostro Risorgimento, la lenta opera di unificazione di tutta una Nazione, dalle Alpi alla Sicilia.<br>“Nel riassetto generale, seguito al Congresso di Vienna, Andora fu costituita capoluogo di Mandamento, precisamente nel 1819; la sua giurisdizione territoriale comprendeva Stellanello, Testico, Casanova Lerrone e Vellego; sede della “Giudicatura”, succeduta alla Pretura, fu la località di “Domo”, e poi temporaneamente anche Rollo; molti tratti dell’antica Strada Mandamentale, già medioevale, sono ancora evidenti, alcuni anche percorribili” (Alma Anfossso “Questa nostra Andora” - 1994).<br>Durante il 1800 quasi tutto il territorio andorese della piana verso mare era di proprietà dei Marchesi Maglioni e di poche altre famiglie quali i Preve e i Musso. Queste famiglie (di origine laiguegliese) si erano arricchite enormemente con i traffici marittimi.<br>Fino a metà Ottocento ebbe un peso importante (dal punto di vista economico, politico e amministrativo) la casata Anfosso di Duomo: i possedimenti erano moltissimi e ampiamente dislocati soprattutto nella parte più interna di Andora.<br>A fine secolo si cominciarono a costruire le case nell’area a valle di “Domo borgata insigne”, lungo il corso del torrente Merula: ecco Molino Nuovo, per circa un secolo sede del Municipio (nella casa dove ora c’è l’ufficio postale).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">Le due Guerre Mondiali e la ripresa</b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La Prima Guerra Mondiale, se non coinvolse tutta la popolazione in una tragedia immane (come succederà nella Seconda Guerra), dette, però, i suoi uomini più giovani, forti e valorosi alla patria per completare quell’Unità d’Italia così auspicata.<br>Il difficile dopoguerra, l’epoca fascista, la Seconda Guerra Mondiale segnarono altri momenti drammatici per la popolazione andorese che sacrificò tante vite, anche di innocenti, e fu coinvolta nella guerra civile.<br>“Finita la guerra, iniziò la ripresa economica che ebbe il suo culmine con il boom edilizio degli anni Sessanta-Settanta e che portò Andora, per il passato paese eminentemente agricolo, a una prospera economia turistica. Nacquero il porto, alberghi, pensioni, bar, negozi, stabilimenti balneari, passeggiate, campeggi e giardini che hanno reso Andora uno dei paesi del Ponente ligure più proiettato verso il futuro di un turismo balneare estivo e climatico invernale che ha dato e dà lavoro e benessere alla maggior parte della popolazione (Antonello Degola “Come eravamo” – 2014).<br>Il secondo dopoguerra ebbe come motivo dominante l’urbanizzazione di Andora Marina che, da centro periferico dipendente da Molino, diventò una cittadina balneare ricca di palazzi, ville e larghe strade. Nacque, così, l’esigenza di spostare la sede del Comune da Molino che, nel 1979, fu trasferita nell’attuale palazzina di Via Cavour.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><br></div></div></div></div></div></div></div></div></div></div></div></div></div></div></div></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 23 Dec 2025 12:57:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Antichi torrioni di difesa]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia_e_territorio"><![CDATA[Storia e territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000024"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="imTAJustify fs14lh1-5">Secondo la cartografia storica redatta da Matteo Vinzoni, lungo il tratto costiero "andoriano" si rileva a presenza di quattro posti di guardia o baluardi:</span><br></div><div class="imTAJustify"><ol><li><span class="fs14lh1-5">Posto di guardia detto "del Pino", era costituito da una Casetta di materia al princjpio della Spiaggia di Andora a Ponente; in essa vigilavano quattro uomini scelti e milizie durante la notte, provenienti da S. Giovanni, Duomo, Conna, Moltedo. Ciascuno di questi luoghi aveva un proprio caporale.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">La "Torre della Marina", che era presieduta durante il giorno da due uomini, e durante la notte da altri quattro, provenienti da Tigorella, Forti, S. Bartolomeo, S. Pietro, Marino, Castello, Colla Micheri, Marina, Mezzacqua; anche per questo posto di guardia esisteva un caporale per ciascuno dei suddetti luoghi.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">Il "Coscione" al terminar della spiaggia sopra un erto di Scogli, costituito da una casetta a secco con quattro uomini di vedetta durante la notte.</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">Posto di guardia "del Cavo", ossia "della Mortola"; come il precedente era una casella a secco, con un presidio di due uomini durante il giorno e tre durante la notte.</span><br></li></ol></div><div class="imTAJustify"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">(*) Testo tratto dalla Tesi di Laurea di Sabrina Lunghi.</span></i></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-6" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Torrioni-1.jpg"  width="648" height="486" /><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel 1531 l'abitato della Marina e del Castello furono distrutti dai Corsari turchi e in Andora venne istituito un servizio di ronda, a controllo della costa, ma il podestà si lamenta con Genova perché gli uomini preferiscono pagare le esigue multe, piuttosto che fare la guardia, mancando tra l’altro polvere e munizioni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel Quartiere di Laigueglia vengono eretti il Torrione del Cavallo, a levante dell’abitato (ancora esistente) ed un altro torrione al centro del paese (non più esistente, sorgeva nell’attuale piazza Cavour).</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-7" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Torrioni-2.jpg"  width="456" height="304" /><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5"> &nbsp;</span><img class="image-8" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Torrioni-3.jpg"  width="456" height="303" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I laiguegliesi, anch’essi molto esposti alle invasioni predatorie dal mare, avevano dovuto rinunciare all’originaria idea di costruire una cinta di mura fortificate intorno al paese e all’edificazione di un forte sul poggio retrostante l’abitato, a causa degli elevati ed inaffrontabili costi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Come opera di ripiego, gli sforzi e l’attenzione furono dedicati alla realizzazione del torrione centrale, iniziato dopo molte liti amministrative ed economiche fra Laigueglia e gli altri Quartieri della Comunità di Andora, che venne ultimato piuttosto rapidamente, risultando una robustissima costruzione a base circolare, con scarpa esterna terminante con una cordonatura riempita fino all’altezza dell’accesso, alto alcuni metri rispetto al livello del suolo circostante &nbsp;e &nbsp;protetto &nbsp;da &nbsp;un &nbsp;ponte &nbsp;levatoio: base di diametro 11,20 metri, altezza 9,70 metri e muri spessi 1,75 metri, dotato di pezzo di artiglieria, inizialmente di ferro e sostituito in seguito da due pezzi di bronzo, con servizio continuo di un bombardiere pagato dalla Comunità.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel 1552, circa venti anni dopo l’avvenuta distruzione del borgo litoraneo, anche gli “andoriani” decisero di ricostruire l'abitato della Marina ed erigervi un torrione di difesa, dopo aver ottenuto il consenso della Repubblica di Genova, che invia un commissario ad organizzare e dirigere i lavori, pur di non impiegare denaro.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I lavori iniziati vennero presto sospesi per mancanza di denaro e anche per lo scoppio dei soliti dissidi con le Ville dell’alta Val Merula, che non intendevano partecipare a spese ritenute inutili.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L'abitato della Marina venne ricostruito con spese totalmente a carico di chi vi avrebbe risieduto e, nel 1561, fu chiesto senza riscontro a Genova un aiuto economico (che invece viene concesso a Laigueglia perché pressata dai debiti) per poter fortificare almeno il “Paraxo”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nella primavera del 1564, la Comunità di Andora decise di erigere un baluardo sulla spiaggia, a protezione dell'abitato ricostruito.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Per volontà del governo genovese vennero elette cinque persone che dovevano progettare l’opera, calcolare le spese, ripartirle fra gli abitanti e stabilire le modalità di esazione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sorsero nuovamente aspre controversie tra le varie Ville ed il Quartiere di Laigueglia, creando un blocco dei lavori, che ripresero soltanto l’anno seguente, con l’intervento del podestà di Alassio che esonerò Laigueglia dal contribuire alla spesa, ma mancando ancora molti denari, la Comunità chiese ancora a Genova che venisse concessa l’esenzione dall’avaria.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il torrione (Bastione della Marina) venne edificato a pianta circolare, con un diametro di base di poco più di 10 metri, alto quasi 9 metri, con i muri spessi alla base poco meno di 2 metri.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Fu utilizzato come carcere e da postazione antisbarco, con guardia ogni notte e dotato di un pezzo di artiglieria di bronzo lungo 2,5 mezzo, del peso di oltre di una tonnellata.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, alla originaria costruzione furono addossati i vari corpi di fabbrica giunti fino ad oggi.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Esisteva un altro torrione contro le incursioni barbaresche (oltre al Bastione della Marina), costruito nel 1725 su Capo Mele, a metà tra Andora e Laigueglia e detto “del Ciglione” (o anche “del Giuncheto” o “delle Pinete”), il quale fu completamente distrutto, probabilmente durante i lavori di epoca napoleonica di realizzazione della Strada della Cornice (oggi via Aurelia).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Questa torre era di dimensioni più piccole delle altre, con base di 6 metri di diametro, altezza di 7 metri ed era armata di uno smeriglio in ferro, avendo unico scopo di impedire alle navi nemiche di trovare riparo a ridosso di Capo Mele (era situata circa in prossimità di dove sorse la “Fonte del Faro”, odierna “La Suerte”).</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-9" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Torrioni-4.jpg"  width="849" height="566" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il sistema difensivo della Comunità era completato dal fortino di Rollo, una robusta costruzione del XV secolo, munita agli angoli di guardiole pensili per i soldati, successivamente adibita a Casa Canonica e dalla torre-porta del Castello, la quale aveva certamente funzione militare di vedetta e di difesa, prima di diventare la torre campanaria dell’adiacente Chiesa dei Santi Giacomo e Filippo.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-10" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Torrioni-5.jpg"  width="564" height="395" /><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5"> &nbsp;</span><img class="image-11" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Torrioni-6.jpg"  width="325" height="395" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Anche a causa delle ripetute invasioni e scorrerie barbaresche, gli abitanti della Valle del Merula furono indotti e costretti ad edificare le loro case non sul mare e nella piana (posizioni più comode), ma sui versanti collinari, in posizione dominante da dove potevano controllare ed avvistare meglio i movimenti nemici, organizzando la difesa delle borgate.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le case venivano costruite concentrate in nuclei, spesso raccolti intorno ad una chiesetta, unite tra loro da passaggi coperti o ponticelli e arcate, che offrivano maggiori probabilità di fuga in caso di assalto, con finestre ridotte a piccole aperture, sia per motivi climatici che per costituire un miglior riparo dalle armi nemiche.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ogni nucleo edificato aveva una o più cisterne per la raccolta dell’acqua piovana, in modo da poter resistere ad un eventuale assedio.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 22 Dec 2025 00:15:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Partigiani a cui sono dedicate le vie andoresi]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000023"><div class="imTACenter"><span class="imTAJustify fs14lh1-5">In onore di alcuni Partigiani caduti, nel tempo sono state loro dedicate le denominazioni di alcune strade andoresi:</span><br></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">Vaghi Luigi “Luis”: nato ad Andora il 16 aprile 1926, fu catturato sulle alture di Diano S. Pietro, mentre lavorava alla costruzione di un rifugio. Venne ucciso il 4 febbraio 1945, e portato a Chiusavecchia;</span><br></li></ul></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-7" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Partigiani-vie-1.jpg"  width="440" height="534" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Luigi Vaghi</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">Carminati Alessandro “Gino”: nato ad Andora il 30 gennaio 1924, apparteneva al distaccamento «volante››. A seguito di una delazione, venne sorpreso, torturato ed ucciso il 10 giugno 1944, nel comune di San Bartolomeo, in regione “Molino del fico”;</span><br></li></ul></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-8" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Partigiani-vie-2.jpg"  width="440" height="577" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Alessandro Carminati</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">Molineri Giovanni “Barbisio”: nato a Beinette il 9 maggio 1916, apparteneva alla 1“brigaia «Silvano Belgrano». Venne ucciso a Degna, fraz. di Casanova Lerrone, il 15 settembre 1944 da uomini della divisione “San Marco”;</span><br></li></ul></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-9" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Partigiani-vie-3.jpg"  width="440" height="536" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Giovanni Molineri</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">Divizia Alberto: “Stella Rossa”: nato ad Andora il 7 giugno 1922, morì ad Imperia il 17 maggio 1945 per il colpo partito accidentalmente da una mitragliatrice che i partigiani stavano consegnando alle truppe di occupazione americana, comandato dal Generale Alexander;</span><br></li></ul></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-10" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Partigiani-vie-4.jpg"  width="440" height="575" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Alberto Divizia</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">Rattalino Giovanni “Rattalin”: nato a Villaviani il 9 aprile 1926, divenne appartenente alla prima brigata partigiana "Silvano Belgrano", fu catturato al Colle San Bartolomeo mentre scortava un commissario e lo stesso giorno fu ucciso al posto di blocco di Cesio;</span><br></li></ul></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-11" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Partigiani-vie-5.jpg"  width="440" height="578" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-12" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Partigiani-vie-6.jpg"  width="646" height="408" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">San Giovanni 31 luglio 1944 - funerale di Giovanni Rattalino</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><div><ul><li><span class="fs14lh1-5">Guinzoni Angelo: nato a Milano il 10 febbraio 1924, figlio di Arnaldo e Maria Sibroglia, appartenente alla Divisione Italia - Brigata Cesare Battisti, fu fucilato dai soldati tedeschi all'Alpe di Biogna il 1 giugno 1944.</span></li></ul></div></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 22 Dec 2025 00:10:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Monumenti ai Caduti]]></title>
			<author><![CDATA[Maria Teresa Nasi e Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia_e_territorio"><![CDATA[Storia e territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000022"><div class="imTACenter"><img class="image-13" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Monumenti-Caduti-1.jpg"  width="800" height="529" /><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nei giardini pubblici tra le vie San Damiano – Clavesana – San Lazzaro, localmente chiamati i “Giardini della Statua della Libertà”, fu inaugurato l'11 Aprile 1976 un Monumento ai Caduti, dove si celebra ogni anno una commemorazione il 25 Aprile.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-14" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Monumenti-Caduti-2.jpg"  width="600" height="400" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Monumento ai Caduti dove si celebra la ricorrenza del XXV Aprile</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-15" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Monumenti-Caduti-3.jpg"  width="800" height="600" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Lapide ai Caduti</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Una statua bianca rappresenta un soldato ferito, nello strenuo gesto di lanciare una bomba, unitamente ad una lapide commemorativa che ricorda alcuni dei Caduti della Seconda Guerra Mondiale: Giovanni Barale, Giacomo Bianchi, Casimiro Briozzo, Alessandro Carminati, Alberto Divizia, Filippo Ferrari, Giovanni Molineri, Giovanni Rattalino, Franco Vaccani, Luigi Vaghi.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel 2024, in occasione della celebrazione annuale dedicata alla ricorrenza del 25 aprile – Anniversario della Liberazione – avviene la cerimonia di intitolazione dei "Giardini della Pace" per l’area pubblica localmente conosciuta come “Giardini della Statua della Liberta'”, tra via Clavesana, via San Lazzaro e via San Damiano.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E' presente, alla sua ultima partecipazione pubblica, il partigiano andorese Leopoldo Fassio, nome di battaglia "Leo", che verrà a mancare il 14 giugno.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-16" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Monumenti-Caduti-4.jpg"  width="397" height="600" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Leopoldo Fassio "Leo", con la valigetta di Felice Cascione, che ha custodito per tanti anni.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In via Carminati, di fronte alla vecchia</span><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">Stazione ferroviaria</span><span class="fs14lh1-5">, si trova una lapide commemorativa in memoria id un gruppo di Partigiani caduti durante la Resistenza della Seconda Guerra Mondiale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tale lapide, originariamente eretta nella “Piazza della Stazione”, fu successivamente spostata nella posizione attuale per fare spazio alla costruzione de una palazzina.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-17" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Monumenti-Caduti-5.jpg"  width="783" height="500" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Inaugurazione della lapide nella Piazza della Stazione</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-18" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Monumenti-Caduti-6.jpg"  width="600" height="715" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Lapide attuale.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Porta i nomi di: Alessandro Carminati, Giovanni Rattalino, Casimiro Briozzo, Filippo Ferrari, Giovanni Molineri, Franco Vaccani, Giacomo Bianchi, Giovanni Barale, Luigi Vaghi, Alberto Divizia.</span></div><div class="imTACenter"><div><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In località</span><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">Molino Nuovo</span><span class="fs14lh1-5">, a ponente del Merula e limitrofo al ponte che collega la borgata di Molino Nuovo con la Strada Provinciale n° 13 “Valmerula”, si trova il Monumento ai Caduti, dove si celebra ogni anno la ricorrenza del 4 Novembre.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dagli anni ’20 del secolo scorso, in tale luogo, donato al Comune dall’andorese Giacomo Trevia in memoria del figlio Filippo, deceduto in guerra nel 1917, sorgeva il vecchio monumento che a seguito di una piena del Merula diventò pericolante, tanto da doverne prevedere la completa demolizione.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div><img class="image-19" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Monumenti-Caduti-7.jpg"  width="800" height="600" /><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Lapide commemorativa che ricorda la donazione del terreno.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div><img class="image-20" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Monumenti-Caduti-8.jpg"  width="600" height="386" /><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Commemorazione del IV Novembre presso il vecchio Monumento ai Caduti.</span></div><div><br></div><div><img class="image-21" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Monumenti-Caduti-9.jpg"  width="599" height="372" /><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Vecchio Monumento ai Caduti.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Fu demolito nel 1960 e il 1° novembre 1961 fu inaugurato il Monumento attuale, senza che al luogo fosse data una precisa denominazione toponomastica, sebbene gli fosse attribuito il nome di Parco della Rimembranza.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div><img class="image-22" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Monumenti-Caduti-10.jpg"  width="599" height="408" /><br></div><div><span class="fs12lh1-5">1 novembre 1961 - Inaugurazione del nuovo Monumento ai Caduti.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Su iniziativa della Dott.ssa Maria Teresa Nasi, Assessore alla Cultura e Servizi Demografici del Comune di Andora, il 16 febbraio 2019 è avvenuta l’intitolazione di tale area e Monumento quale Largo Caduti Andoresi della Grande Guerra.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In onore e ricordo dei Caduti di Andora della Prima Guerra Mondiale: Giovani Battista Casa, Dario Musso, Edoardo Confredi, Giuseppe Siffredi, Bernardo Anselmo, Giuseppe Guardone, Pietro Garassino, Angelo Stalla, Giuseppe Garello, Eugenio Anfosso, Lorenzo Anfosso, Pietro Giovanni Negro, Giovanni Ordano, Giovanni Battista Codino, Giuseppe Garassino, Giovanni Pietro Moreno, Eugenio Negro, Raffaele Morro, Angelo Garassino, Emilio Lanfredi, Giacomo Agnese, Natale Garassino, Filippo Trevia, Angelo Anselmo.</span></div><div class="imTAJustify"></div><div class="imTAJustify"></div><div class="imTAJustify"><br></div><div><img class="image-23" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Monumenti-Caduti-11.jpg"  width="600" height="450" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div><img class="image-24" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Monumenti-Caduti-12.jpg"  width="800" height="600" /><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Nuovo Monumento ai Caduti.</span></div><div><br></div><div><img class="image-25" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Monumenti-Caduti-13.jpg"  width="450" height="600" /><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Lapide riportante i nomi dei Caduti.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 22 Dec 2025 00:00:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Molino Nuovo - La nascita]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Territorio"><![CDATA[Territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000021"><div class="imTACenter"><img class="image-7" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Molino-Nuovo-1.jpg"  width="851" height="602" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Ricostruzione effettuata per sovrapposizione tra Mappa Catasto Napoleonico e foto aerea GoogleEarth</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">Molino Nuovo è tra le antiche borgate quella di origine più recente, essendosi formata a partire dalla fine della seconda metà dell’Ottocento.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">Sino a tale periodo, infatti, la borgata Duomo comprendeva un po’ tutta l’area territoriale fino all’alveo del torrente Merula; le case che costituiscono oggi Molino Nuovo non esistevano e anzi, la sponda dell’alveo stesso del torrente coincideva circa con l’attuale strada via Molineri ed in prossimità dell’incrocio con “u Besàgnu” era presente un isolotto fluviale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">Alla fine del 1700 Angelo Maria Anfosso costruisce un mulino da grano che Gio Batta Anfosso in procura del padre Angelo Maria affida in affitto a Giuseppe Siccardi nel 1798.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">Nell’atto stipulato dal Notaio Guardone, si fa riferimento a “un suo molino da grano denominato il molino nuovo situato nel distretto di questa Borgata del Domo in vicinanza della fiumara sotto suoi notorii confini”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">L’accordo contrattuale prevede anche che Anfosso si impegna a dotare il molino di un ulteriore piano da destinare in parte all’abitazione del Siccardi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">La famiglia Anfosso, un tempo proprietaria del mulino a vento ormai in disuso (considerato il “mulino vecchio”), posizionato sul Poggio Ciazza costruisce, quindi, un “mulino nuovo” e tale evento segna probabilmente l’indicazione dei nomi in modo talmente marcato che il luogo stesso prende una nuova denominazione di riferimento nell’uso popolare diventando il “molinovo” (“u muŗinövu”).</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">Il “molino nuovo” sorge direttamente all'interno del greto del torrente Merula, non lontano dalla Villa Musso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">All'inizio dell’Ottocento, avviene un evento calamitoso di enorme entità che crea piogge torrenziali, smottamenti, frane e deviazione di alcuni tratti del torrente, il quale con i suoi straripamenti porta via interi edifici e modifica l'andamento e la posizione dell'alveo del torrente Merula.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">In particolare, distrugge accentuatamente il “molino nuovo” degli Anfosso, gestito dalla famiglia Siccardi, il quale viene rapidamente ricostruito ed ampliato, mantenendo la precedente gestione.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">E’ tale evento che genera la delimitazione delle nuove “linee arginali” del torrente Merula, che vengono cartografate nelle mappe del “Catasto Napoleonico”, con indicazione degli isolotti fluviali all’interno dell’alveo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">A seguito delle modifiche territoriali dettate dai ripetuti straripamenti torrentizi, quando vengono effettuate le mappe napoleoniche nel 1811, si riscontra uno di questi isolotti in particolare, che in quegli anni passa di proprietà alla famiglia Siccardi.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">In tale periodo, come rappresentato sulle mappe catastali napoleoniche, compare già quello che sarà il “gumbo di Rafè”, una recente costruzione della proprietà della famiglia Musso, mulino ad acqua servito dalla “beŗa”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">I Siccardi, nel giro di pochi anni, edificheranno un nuovo “gumbo”, un nuovo “molino nuovo” sulla loro proprietà, in prossimità di uno slargo che veniva utilizzato per la lavatura delle materie prime, diversificando stabilmente il proprio operato con l’attività di “bottegai” a partire dal 1822 (attività alternativa e provvisoria che era stata intrapresa parallelamente per attenuare la pesante perdita dovuta al danneggiamento dell’originario “mulino nuovo” degli Anfosso).</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">Il nuovo “gumbo” soffre periodicamente i capricci del torrente Merula, il quale talvolta straripa “isolandolo” in mezzo al corso d’acqua e rendendolo raggiungibile mediante una tipica “sĉcianca” (cioè una sorta di pontile/passerella in legno), che nei periodi “di normalità” viene utilizzata come semplice rampa di manovra per le operazioni di movimentazione dei carichi (soluzione parzialmente presente anche nel non lontano “gumbo di Zanzi” - ex "gumbo Anfosso" un tempo gestito dai Siccardi).</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’attività di frantoiano è quella commerciale prevalente nell’entroterra, dove si sfruttano le risorse idriche rappresentate dall’alveo del torrente Merula e dei fossati laterali che scendono dalle varie vallette.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il Merula condiziona la vita agricola, perché spesso straripa, inondando i terreni coltivati: i proprietari ed utilizzatori hanno imparato a convivere e sfruttare le periodiche esondazioni, come anticamente avevano fatto altri popoli, traendo giovamento ed utilità da fenomeni periodici che sarebbero stati diversamente solo dannosi per la sopravvivenza in luoghi pianeggianti lungo i corsi d’acqua.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’abbondanza di “prese” idrauliche favorisce il proliferare dei “gumbi”, che in queste zone possono alternare, e talvolta sostituire, la forza motrice animale con quella garantita dei flussi idrici.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nascono così vari frantoi, tra loro anche piuttosto vicini, e nella zona ai piedi della borgata Duomo si verifica un incontro di situazioni che agevolano l’opera di tali attività: il torrente Merula, la “beŗa”, ovvero la canalizzazione proveniente da Stellanello che alimenta tutti i “gumbi” sulla riva a ponente del Merula stesso, il rio Duomo con la “piccola beŗa” che scende dalla valletta di Duomo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Senza dimenticare il non lontano rio Negri e la canalizzazione che da esso diparte, che pure alimenta almeno un paio di “gumbi” nella zona di fronte alla borgata Duomo, sul versante opposto al torrente, tra le borgate Negri, Costa dei Galleani e Metta, nelle vicinanze della Chiesa Parrocchiale di San Pietro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In questo modo, oltre a “gumbi” famigliari, di ridotte dimensioni, nascono e lavorano il frantoio dei Musso (ex “gumbo di Rafè”) poco lontano dal “molino nuovo” dei Siccardi, il “molino di Zanzi” (ex “gumbo di Testa”) ed un altro mulino, poco entro la valletta di Duomo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il frantoio dei Musso è alimentato dalla “beŗa”, il “molino nuovo” degli Anfosso e poi Siccardi è alimentato direttamente dal Torrente Merula, quello “di Zanzi” è alimentato direttamente dal torrente Merula, dalla “beŗa” e dalla “piccola bea” che scende parallelamente al Rio Duomo, la quale alimenta anche il mulino immediatamente più a monte.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Intorno a questa rete di frantoi, si sviluppano gli insediamenti abitativi, spesso strettamente legati alle conduzioni delle attività svolte: la borgata Duomo si estende fino a “u Besàgnu”, con l’edificio che ripercorre Villa Musso e le case che determineranno “u Giardìn” (ex Caserma dei Carabinieri).</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-8" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Molino-Nuovo-2.jpg"  width="848" height="582" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Caserma dei Carabinieri nella zona chiamata "u Giardìn"</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ma non esiste ancora Molino Nuovo e siamo già alla prima metà dell’Ottocento.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La famiglia Siccardi è numerosa, un po’ come tutte le famiglie dell’epoca ed al proprio interno ha due “ramificazioni”: una più “commerciale” ed una più “contadina”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il “ramo commerciale” risiede tra Duomo e Costa dei Galleani (che nella prima metà dell’Ottocento è la Borgata edificata più grande della zona dopo Duomo), mentre il “ramo contadino” si stanzia tra “Murteu” (Moltedo) e “Ciàn rùssu” (Pian Rosso), salvo emigrare successivamente dal territorio andorese.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nella conduzione del “molino nuovo”, affidata dagli Anfosso ai Siccardi, a Giuseppe Siccardi succede il figlio Francesco (che sarà indicato sull’atto di morte quale “gabellotto” proprio in virtù dell’occupazione lavorativa esercitata).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dopo l'avvenuta parziale distruzione e successiva ricostruzione ed ampliamento del "mulino nuovo" degli Anfosso, con la remunerazione di tale attività il ramo della famiglia Siccardi (già abitante nei dintorni), ricostruisce il "molino nuovo" e vi si stabilisce in modo fisso e, con Angelo (figlio di Francesco), nel 1822 diventano stabilmente “bottegai” e successivamente “tabaccai”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’attività di frantoiani sarà cessata dalla famiglia Siccardi intorno al 1845 per dedicarsi esclusivamente a quella di bottegai, e con i proventi delle due attività viene portata avanti l'ampliamento e la trasformazione (iniziata circa nel 1835) del "mulino nuovo" in quello che diventerà il "Palazzo Siccardi", sul podere di proprietà che intanto diventa stabilmente parte della “terraferma” a causa di altre modifiche territoriali conseguenti a ripetuti eventi alluvionali.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sarà completato nel 1870, dando il via alla nascita dell’edificazione che porterà alla formazione della borgata di Molino Nuovo, giungendo pressochè intatto fino ai giorni nostri con la sede dell’Ufficio Postale per un periodo, e la storica rivendita di alimentari-tabacchi-pasticceria di Angioletto "u Ciŗinèu".</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-9" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Molino-Nuovo-3.jpg"  width="852" height="578" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il “molino nuovo” finisce di operare dopo breve vita, complici anche delle variazioni naturali sostanziali al corso del torrente Merula, che sposta il proprio alveo, caratterizzando una alterazione dei luoghi.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nella seconda metà dell’Ottocento, infatti, si succedono una serie di eventi che apportano danni e conseguenti modificazioni dell’equilibrio territoriale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Un paio di importanti alluvioni danneggiano, oltre al "molino nuovo", alcuni dei “gumbi” nelle vicinanze dell’alveo del Merula:</span></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">il “gumbo di Zanzi” (ex "molino nuovo"" degli Anfosso e gestito dalla famiglia Siccardi), che sarà in parte ricostruito con minore estensione;</span></li></ul></div><div class="imTAJustify"></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-10" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Molino-Nuovo-4.jpg"  width="850" height="543" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">"Gumbo di Testa" ex "Molino nuovo" Anfosso, ex "Molino di Zanzi".</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">il “mulino di Frassada”, cioè l’antico mulino che sorgeva nel fabbricato a monte dell’attuale ponte per Barò – Moltedo, vicino alla ex Cappella della Famiglia Barbera ed a lungo chiamato localmente “a cà bruxià dai tedeschi” a causa di un incendio appiccato al tempo della Seconda Guerra Mondiale.</span><br></li></ul></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-11" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Molino-Nuovo-5.jpg"  width="800" height="533" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Resti del "mulino di Frassada"</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In questo periodo di fine Ottocento, viene creata una strada carrozzabile davanti al Palazzo Siccardi, che di fatto diventa il primo edificio di quelli che in pochi anni formeranno la borgata Molino Nuovo, con indipendenza denominativa dalla vicina e storica borgata Domo o Duomo.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-12" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Molino-Nuovo-6.jpg"  width="848" height="532" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Molino Nuovo agli inizi del Novecento</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Successivamente nasceranno anche il fabbricato di fronte che ospiterà il Municipio, la Trattoria Galleano, e gradualmente Molino Nuovo diventerà per un lungo periodo il centro amministrativo comunale.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-13" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Molino-Nuovo-7.jpg"  width="800" height="544" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Il Municipio di Molino Nuovo</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><div style="text-align: start;"><img class="image-0" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Molino-Nuovo-e-Duomo---Copia_m87q8y93.jpg"  width="852" height="628" /><span class="fs12lh1-5 ff2"><br></span></div><div style="text-align: start;"><span class="imUl fs12lh1-5"><b>LEGENDA:</b></span></div><div style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5">1. &nbsp;&nbsp;Ponte “du Cunettùn”<br></span></div><div style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5">2. &nbsp;&nbsp;Beŗa</span><br></div><div style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5">3. &nbsp;&nbsp;Mulino ex Anfosso – Musso – Testa (nel 1922 Musso vende a Testa)</span><br></div><div style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5">4. &nbsp;&nbsp;Cappella di San Sebastiano</span><br></div><div style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5">5. &nbsp;&nbsp;Ex Casa Comunale</span><br></div><div style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5">6. &nbsp;&nbsp;Trattoria “Manìn” (ex Cà de Sanìn)</span><br></div><div style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5">7. &nbsp;&nbsp;“Cà de Dedè” (ex Frantoio e segheria)</span><br></div><div style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5">8. &nbsp;&nbsp;Fabbro “Culìn du Cicciu” (ex deposito concimi Guardone e ditta Siniscalchi)</span><br></div><div style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5">9. &nbsp;&nbsp;Monumento ai Caduti (Parco della Rimembranza)</span><br></div><div style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5">10. Ex Caserma dei Carabinieri (ex proprietà Maglione di Laigueglia)</span><br></div><div style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5">11. “u Giardìn”</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5"> &nbsp;</span><br></div><div style="text-align: start;"><div><span class="fs12lh1-5">12. Casa Testa</span></div><div><span class="fs12lh1-5">13. Locanda del Molino Nuovo<br>14. “Cà du Grillu” (ex mulino da grano)<br>15. Casa Siccardi<br>16. Casa e negozio Marchiano<br>17. “Cà de Davidìn” (Casa Trevia – ex deposito ceste, negozio alimentari e scuola elementare)<br>18. “Cà de Linda” (Casa Trevia – ex officina dello “Stagnìn” e bottega del “caŗegò” Ireneo)<br>19. Villa Musso<br>20. Cappella “a Bambina” (Natività di Nostra Signora delle Grazie)<br>21. “Cà de Burlìn”</span></div><div><div><span class="fs12lh1-5">22. “Cà de Ireneo u caŗegò” &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span></div><div><span class="fs12lh1-5">23. Palazzo Anfosso</span></div><div><span class="fs12lh1-5">24. “Cà di pastùi”</span></div><div><span class="fs12lh1-5">25. “Cà de Radescu”<br>26. “Cà de Belòmmu”<br>27. “Cà de Gigiòttu”<br>28. “Vòta de Gigiòttu”<br>29. “Vòta de Belòmmu”<br>30. “Cà de Bertè”<br>31. “Cà di Fransèsi”<br>32. “Cà de Franseschìn du Scöggiu” (ex Pretura)<br>33. “Na Burca”<br>34. “Cà de Ravèa” (ex Musso)<br>35. “u Besàgnu”<br>36. “Fusàu du Dòmmu”<br>37. Mulattiera per mulino a vento – Poggio Ciazza (ex proprietà Anfosso)</span></div></div><div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 21 Dec 2025 22:46:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Antica Stazione ferroviaria]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo e Marino Vezzaro]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia_e_territorio"><![CDATA[Storia e territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000020"><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Vecchia-Stazione-1.jpg"  width="799" height="525" /><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La linea Savona-Ventimiglia di Km 114 700 fu inaugurata il 25 gennaio 1872 e aperta al pubblico il 10 febbraio 1872.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’elettrificazione avvenne tra il 1928 e il 1939 e i ponti in ferro, vennero costruiti dalla ditta Tardy-Benech</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La “vecchia stazione” fu inaugurata nel 1872 e fu chiusa alle ore 2:00 del 2 novembre 2016.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il fabbricato principale era costituito da tre piani di cui il piano terra offriva i vari servizi per i viaggiatori e l’ufficio del capostazione, mentre i due piani superiori erano destinati ad abitazione privata.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dei due piccoli fabbricati, simili tra loro, posizionati ai lati di quello principale, uno ospitava i servizi igienici e l'altro la cabina elettrica.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il piazzale presentava tre binari serviti da banchine (di cui il binario 1 dotato di pensilina) collegate fra loro da attraversamenti asfaltati a livello dei binari e dotate di panchine.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div></div><a href="https://www.andoraneltempo.it/files/La vecchia ferrovia - Versione ridotta.mp4">https://www.andoraneltempo.it/files/La vecchia ferrovia - Versione ridotta.mp4</a>]]></description>
			<pubDate>Sun, 21 Dec 2025 22:34:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Luogo dell'Apparizione Mariana]]></title>
			<author><![CDATA[Maria Teresa Nasi]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia_e_territorio"><![CDATA[Storia e territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001F"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Luogo-Apparizione-1.jpg"  width="849" height="637" /><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">Sopra le ultime case di Rollo parte un sentiero sterrato dove, a un certo punto, appare una pieve diroccata, luogo dove vi fu un’Apparizione Mariana.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">Si tratta del luogo chiamato Ormea, sulla riva di ponente del fossato delle Razze, affluente del Rio Rinnovo che sfocia nel Merula in adiacenza al Seminario di Santa Matilde.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">Lì la Vergine Maria apparve il 18 aprile 1671 a Giacinto Perato, un contadino intento a pascolare la sua somara.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">Egli, quindici giorni prima, era stato colpito da un ictus ed era rimasto con il braccio destro completamente paralizza</span><span class="fs14lh1-5 cf1">to.</span><br><span class="fs14lh1-5 cf1">Dietro invito della Vergine, il giorno dopo si recò al Santuario di Nostra Signora della Rovere a San Bartolomeo al Mare.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">Durante la messa, al momento della comunione, cadde a terra svenuto. Quando dopo circa tre quarti d’ora riprese i sensi e aiutato dalla moglie si rialzò, si accorse che il braccio colpito era tornato perfettamente normale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">Su questo fatto hanno deposto con giuramento ben sette persone, tra cui un medico, un notaio e sei sacerdoti e gli atti sono conservati nell’archivio della Curia vescovile di Albenga.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">Il 10 maggio 1671 la Madonna riapparve al contadino guarito e gli chiese che fosse costruita una cappella nel luogo dove era apparsa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">La costruzione di un edificio votivo cominciò, ma stando ad alcune fonti storiche, non fu mai completata a causa di contenzioso tra gli abitanti di Rollo e quelli della Madonna della Rovere di San Bartolomeo al Mare, i quali contestavano la titolarità della loro figura mariana, provocando anche violente dispute che sarebbero state appianate dall’intervento del Vescovo, il quale sembrerebbe aver fatto sospendere i lavori.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">In conseguenza dell’edificio, incompiuto e nello stato di rudere, rimangono la facciata principale con due finestre rivolte a Levante verso la valle ed i tronconi delle due pareti perimetrali laterali in parte assorbite nel terreno boschivo circostante, visibili sopra a via del Poggio, guardando in alto la collina a destra di Rollo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">Nel Santuario della Madonna della Rovere di San Bartolomeo al Mare, sulla volta, è visibile l’affresco dedicato all’evento di questa guarigione mariana.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Luogo-Apparizione-2.jpg"  width="842" height="632" /><span class="fs14lh1-5 cf1"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 21 Dec 2025 22:23:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Madonna du scoggiu]]></title>
			<author><![CDATA[Maria Teresa Nasi]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Territorio"><![CDATA[Territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001E"><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Madonna-du-Scoggiu-1.jpg"  width="340" height="510" /><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">La “MADONNA DU SCOGGIU” è una pregevole statua dello scultore Franco Pegonzi e si trova nel Porto di Andora, a protezione dei naviganti che la salutano all’ingresso e all’uscita dall’approdo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">Venne inaugurata il 18 giugno 1988, in occasione del venticinquesimo anniversario della fondazione del Circolo Nautico, alla presenza delle massime autorità, tra queste il Vescovo di Albenga Mons. Alessandro Piazza e il Sindaco di Andora, Avv. Francesco Bruno.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1">Secondo la tradizione, ogni anno, a giugno, viene celebrata una Santa Messa, alle ore 21, nel piazzale del molo di sottoflutto a cui segue la Processione con le barche nel golfo di Andora per la benedizione degli stabilimenti balneari e delle spiagge ed il lancio in mare della tradizionale corona di fiori in ricordo dei caduti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Madonna-du-scoggiu-2_yv9zn41v.jpg"  width="844" height="609" /><span class="fs14lh1-5 cf1"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">La benedizione durante l'inaugurazione.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 21 Dec 2025 22:19:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Spiaggia del porto]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Territorio"><![CDATA[Territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001D"><div class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Spiaggia-del-Porto-1.jpg"  width="765" height="536" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Una semplice spiaggia libera, che si era formata dal nulla dopo la costruzione del porto, a causa di un naturale e costante insabbiamento, dovuto alle correnti marine, di un piccolo tratto costiero sotto una scarpata rocciosa della via Aurelia.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Un triangolo di arenile a fianco al molo all’imboccatura del porto, che permetteva di entrare in mare con un ampio tratto di acqua bassa, accompagnata dalle sottili dune sul fondo e da trasparenze, che potevano diventare teatro di cavalloni impetuosi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Un triangolo di pace, la spiaggia libera più estesa di Andora e diversa da tutte le altre, nell’immaginario dei frequentatori un angolo di paradiso, incorniciato da un contorno di macchia cespugliosa mediterranea e dal suono di innumerevoli cicale che coprivano ogni altro rumore, compreso il traffico della soprastante Aurelia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Vi si accedeva dal parcheggio sterrato e polveroso del porto, dopo avere superato la “sbarra” posizionata per evitare l’accesso con mezzi a motore; noi ragazzi, perseverando ad oltrepassarla con biciclette e motorini, avevamo sagomato la vegetazione verso la scarpata dell’Aurelia (dal lato del contrappeso dell’ostacolo), allargando il passaggio quanto bastava per transitarvi agevolmente anche con scooter e motorini.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Meta amata e gradita da andoresi e turisti, teatro di nuove amicizie, amori estivi, ricordi e aneddoti infiniti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dopo quasi un trentennio di esistenza, la sua scomparsa è legata ai lavori di ampliamento del porto iniziati nell’autunno del 1997; l’ampliamento del porto l’ha “replicata” in una nuova posizione, più spostata verso Levante, ma non è mai più stata la stessa cosa: “la spiaggia del porto” è stata una e sola.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A quel luogo appartengono indissolubilmente quindici anni della mia adolescenza e gioventù, bellissimi ricordi, cari amici, esperienze, l’amore della mia vita.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I frequentatori erano spesso così abituali che era come se ci fossero quasi i posti assegnati: le stesse persone nelle stesse posizioni, in una situazione che si ripeteva di anno in anno, assistendo a riti di attesa del proprio vicino di posto dell’anno precedente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Non era insolito assistere a piste di sabbia per biglie che si snodavano tra le varie persone sdraiate al sole, come gli improvvisati campetti di palla-tennis (autentica attrazione occasionale), gruppi di giocatori di bocce impegnatissimi ed a volte oggetto di episodi di agonismo che suscitavano la curiosità divertita dei presenti, compagnie di ragazzi che si esibivano in acrobazie tra calcio e pallavolo, sferrando più di una pallonata ai malcapitati nei dintorni, appianando l’inconveniente con un semplice “scusi” (…. fino alla volta successiva!! Neanche troppo lontana!!), nel pomeriggio gruppi di adulti raccolti sotto agli ombrelloni a svolgere la sfida giornaliera a carte.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Rispetto agli ambienti spiaggiaioli odierni, un ambiente libero, rilassato, tollerante e spensierato.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sicuramente ognuno di noi avrebbe qualcosa da raccontare e vorrei citare tre “curiosi” aneddoti personali, rimasti impressi tra i miei ricordi.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Spiaggia-del-Porto-2.jpg"  width="845" height="568" /><br></div><div class="imTAJustify"></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div><a href="https://www.andoraneltempo.it/files/Spiaggia porto - Versione ridotta.mp4">https://www.andoraneltempo.it/files/Spiaggia porto - Versione ridotta.mp4</a>]]></description>
			<pubDate>Sun, 21 Dec 2025 22:16:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Gumbi e frantoi]]></title>
			<author><![CDATA[Carlo Volpara]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia_e_territorio"><![CDATA[Storia e territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001C"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="imTAJustify fs14lh1-5">Il binomio Val Merula – olivicoltura si è rivelato un binomio pressoché indissolubile da quando i primi uomini decisero di insediarsi in questo luogo per farne la loro residenza fissa.</span><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La coltura dell’olivo non solo ha cambiato profondamente il paesaggio, accostandosi alla tipica macchia mediterranea e prendendone il posto, ma ha anche caratterizzato profondamente le tradizioni, l’alimentazione, le abitazioni, il linguaggio e l’attività lavorativa degli andoresi.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-18" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Gumbi-1.jpg"  width="600" height="400" /><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Numerose sono ancora le testimonianze dei frantoi, i cosiddetti “</span><i><span class="fs14lh1-5">gumbi</span></i><span class="fs14lh1-5">” che nel corso di secoli di vita agreste sono stati importanti punti di riferimento per le nostre comunità locali.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nella nostra valle esistevano grossi frantoi commerciali ed altri di dimensioni più’ ridotte a livello familiare, tanto è vero che in certe epoche quasi tutti i</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">“fuochi</span></i><span class="fs14lh1-5">” ne possedevano un proprio, chi maggiore, chi minore.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La pigiatura delle olive era ottenuta mediante utilizzo di macine in pietra che roteavano lungo vasche entro le quali venivano poste le olive da macinare.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-19" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Gumbi-2.jpg"  width="800" height="558" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Alcune macine venivano azionate mediante la forza muscolare delle bestie, preferibilmente un asino oppure un mulo che aggiogati ad una sbarra collegata alla macina, giravano intorno ad essa, facendola rotolare lentamente lungo la vasca di pigiatura.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nelle realtà più piccole, le macine venivano azionate anche dalle braccia degli uomini.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Erano i cosiddetti frantoi che giravano</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">“a sangue</span></i><span class="fs14lh1-5">”.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-20" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Gumbi-3.jpg"  width="600" height="427" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Altri invece sfruttavano la forza idrica applicando lo stesso meccanismo di trasmissione della forza dei &nbsp;&nbsp;mulini per granaglie, utilizzando canali, detti beodi, che permettevano il convogliamento dell’acqua destinata a muovere macine più o meno grandi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sul nostro territorio ne esistevano almeno tre.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il beodo maggiore e più conosciuto era la famosa “Bera”che da sola provvedeva a far girare molti dei principali frantoi presenti nella Valle del Merula.</span></div><div class="imTAJustify"><div><br><span class="fs14lh1-5">Essa traeva l‘acqua alla confluenza del Rio Moltedo con il Merula, poi, mediante una condotta, talora interrata e talora a cielo aperto, scendeva la valle lungo il limite pedemontano della piana, portando l’acqua all‘antico frantoio Anfosso, poi diventato Testa, dove faceva girare le prime macine.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-21" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Gumbi-4.jpg"  width="799" height="509" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Mulino Testa, ex frantoio Anfosso.</span></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Dopodiché svoltava decisamente a sinistra verso Molino Nuovo dove azionava il frantoio Morro, ovvero “u Gumbu de Rafè”, che prima era stato dei Musso.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Scorrendo attraverso i campi perveniva quindi in regione San Giovanni al principe dei frantoi della vallata “u Gumbassu”, il grande frantoio per eccellenza, come dice la parola, dover si trovavano ben due frantoi. Sempre attraverso i terreni coltivati raggiungeva la Marina, passando dietro le attuali case a schiera di Via Carminati, arrivando infine a Palazzo Tagliaferro dove azionava l’ultima macina prima di gettarsi in mare all’altezza dell‘attuale Parco delle Farfalle.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-22" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Gumbi-5.jpg"  width="800" height="509" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Gumbassu</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs10lh1-5"> </span></div><div class="imTACenter"><img class="image-23" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Gumbi-6.jpg"  width="800" height="533" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Tratto della "Bera" prima di Palazzo Tagliaferro</span></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Un secondo beodo di notevoli dimensioni, ma più corto in lunghezza, scorreva più a monte e precisamente da frazione Bossaneto a frazione San Bartolomeo.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Traeva l‘acqua all’altezza del guado di fronte alla strada che conduce alla borgata Tigorella, scorrendo anch’esso sul lato destro della valle, dopo circa un chilometro faceva muovere la grande ruota del frantoio della famiglia Divizia, poi diventato Morro.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-24" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Gumbi-7.jpg"  width="799" height="556" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Da qui proseguiva per circa un altro chilometro raggiungendo un altro frantoio, posto all’interno di un’antica casa signorile appartenente ad una delle tante famiglie Siffredi, “u Gumbu de Matè”, prima di rigettarsi nel Merula.</span></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Ancora, un terzo beodo di lunghezza e dimensioni minori era ed è tuttora presente nella valletta di Duomo.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Esso provvedeva a soddisfare le esigenze motrici dei piccoli frantoi e molini che si trovavano in quella valletta ed anche le esigenze di irrigazione dei campi che si trovavano ai piedi della borgata Duomo.</span></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Un’ultima annotazione sull’argomento la merita la valletta di Moltedo; anche in questa zona, precisamente sotto le case di Barò, era attivo anticamente un frantoio di proprietà della famiglia Manno, che veniva azionato dall’acqua del rio Moltedo,</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">“u Giaìn</span></i><span class="fs14lh1-5">”, mediante l’ausilio di una chiusa.</span></div><div><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5">Una nota di cronaca interessante è sapere che durante l‘ultima guerra, quando era ancora attivo, non solo accolse la famiglia Rossi sfollata da San Giovanni a causa dei pericolosi bombardamenti aerei sulla ferrovia, ma, considerata la sua ubicazione estremamente reconda, spesso funzionava di nascosto durante la notte per servire i contadini di Moltedo e di Conna che non intendevano conferire tutti i loro prodotti all’ammasso statale.</span></div><div><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5">I beodi caratterizzavano quindi profondamente la nostra valle, tanto da rimanere ben impressi nei ricordi dei nostri vecchi che &nbsp;raccontano come talora li usassero, percorrendoli a piedi, anche come vie di comunicazione per gli spostamenti lungo la valle e senza dubbio rappresentavano la principale forza motrice dei mulini commerciali come dimostra il beodo che azionava la grande ruota del frantoio dei Morro, utilizzato ancora fino a pochi anni fa, per poi essere abbandonato non per motivi di inefficienza, ma per motivi burocratici.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-25" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Gumbi-8.jpg"  width="599" height="901" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Ma un tempo come avveniva il processo di produzione olearia? Cosa è rimasto del sistema tradizionale e che cosa invece è profondamente cambiato?</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Oggigiorno è relativamente facile fare l’olio: è sufficiente avere le olive, versarle nell’apposita tramoggia, poi il frantoiano deve solo controllare che le macchine facciano il lavoro nella giusta misura ed alla fine dei processi lavorativi recuperare il prodotto pronto al consumo.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Praticamente il frantoiano, da operaio di fatica che era, oggi si è trasformato in un tecnico specializzato, però manualità ed esperienza, seppur con il contributo delle macchine, risultano ancora fondamentali per ottenere un prodotto di qualità.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-26" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Gumbi-9.jpg"  width="440" height="297" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Anche il processo di raccolta si è di molto evoluto nel corso del tempo in quanto oggi possediamo reti, sbattitori, macchine operatrici varie, ma fino agli anni ’60 la raccolta delle olive avveniva invece pressappoco come centinaia di anni prima.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Al massimo veniva usato qualche telone ricavato con pezzi di tela di recupero per raccoglierle meglio e di solito i compiti lavorativi erano rigidamente suddivisi tra maschi e femmine nei seguenti termini. &nbsp;</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Le olive venivano bacchiate dagli uomini con i cosiddetti “</span><i><span class="fs14lh1-5">trappelott</span></i><span class="fs14lh1-5">i”, cioè lunghi, sottili e resistenti bastoni di legno, realizzati con castagno o nocciolo, e fatte scendere in terra dove poi le donne, le cosiddette “</span><i><span class="fs14lh1-5">scurattere”</span></i><span class="fs14lh1-5">, le raccoglievano una ad una azionando le dita ad una velocità e con una agilità pari a quelle di un pianista.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Gli uomini si arrampicavano sugli alberi a sprezzo del pericolo come dei veri ginnasti fino ad altezze pari al terzo piano di un palazzo in quanto gli alberi non venivano potati come l’usanza odierna volta a mantenerli ad altezze limitate.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Nei mesi invernali, durante la stagione della raccolta, venivano ingaggiate le famose e mitiche “Sasselline”, ragazze che provenivano per lo più dalla zona di Sassello e dintorni e che poi a volte, soprattutto le più avvenenti ed intraprendenti da dipendenti si trasformavano in mogli sposandosi con i figli dei datori di lavoro.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-27" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Gumbi-10.jpg"  width="600" height="377" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">"Sasselline" all'opera - Foto Collezione Marino Vezzaro - Andora</span></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Le olive venivano sommariamente pulite dalle impurità, rametti, terra, sassolini, con una cernita a mano e poi lanciando il raccolto in aria con delle sassole onde sfruttare il vento in maniera che separasse il frutto dalle foglie, in seguito con attrezzature rudimentali come la “chitarra” e men che meno venivano lavate come avviene invece oggigiorno.</span></div><div><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5">Sia che venissero conferite ad un frantoio di professione oppure che venissero frante in famiglia, venivano misurate.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">La misura ufficiale era “</span><i><span class="fs14lh1-5">a quorta</span></i><span class="fs14lh1-5">” (la quarta o misura) ovvero un recipiente cilindrico, corrispondente ad un doppio decalitro, aperto in alto dove si trova una maniglia passante lungo il diametro.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Equivale a circa 12,5 chili di olive. &nbsp;</span></div><div><span class="fs14lh1-5">I frantoi più piccoli lavoravano una decina di misure alla volta, mentre quelli più grandi anche una ventina.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Qualcuno addirittura sfiorava le trenta misure, ma i gumbi familiari di solito non andavano oltre la decina, la cosiddetta “</span><i><span class="fs14lh1-5">sumò</span></i><span class="fs14lh1-5">”, cioè la quantità di misure che una bestia poteva portare in groppa fino al frantoio, cioè circa 120/ 130 chili. &nbsp;</span></div><div><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5">Le macine erano per lo più fatte di colombino, una pietra proveniente dalla Valle Argentina e pesavano circa 10/ 12 quintali.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Avevano però un difetto: dopo un po’ di tempo si consumavano e si appiattivano, non riuscendo più a lavorare, perciò a fine stagione bisognava scalpellarle per riconferire loro l’adeguata rugosità e professionisti ad hoc giravano da un frantoio all’altro esercitando proprio questo lavoro.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-28" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Gumbi-11.jpg"  width="800" height="533" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Perciò nel dopoguerra furono introdotte altre macine costituite da granito provenienti dalla zona di Verbania che avevano il pregio di consumarsi omogeneamente conservando il giusto grado di rugosità.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Anche la vasca dove girava la macina ed erano poste le olive era fatta di pietra dura, ma la qualità di quest’ultima non era fondamentale.</span></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Le olive macinate formavano una pasta. La pasta ricavata veniva trasferita con una zappa su un carrello impermeabile detto</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">“baàstru”</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">e da qui trasportata verso la pressa dove era messa nei cosiddetti “</span><i><span class="fs14lh1-5">spurtìn</span></i><span class="fs14lh1-5">”, cioè piccole sporte, vale a dire dischi rotondi, realizzati con giunchi oppure juta, fatti a sacca, che venivano farciti con questa pasta ed impilati sotto una pressa.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">In alternativa agli</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">spurtìn</span><span class="fs14lh1-5"> </span></i><span class="fs14lh1-5">venivano usati i “fiscoli”, che erano sempre rotondi come i precedenti ma senza tasca.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">All’atto della pressatura si vedeva finalmente il frutto di tanta fatica: l’olio cominciava a sgocciolare come il vino all’atto della torchiatura del mosto.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Questo rappresentava l’olio di prima spremitura ovvero il migliore e più pregiato.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-29" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Gumbi-12.jpg"  width="440" height="389" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Da ultimo, la parte solida che rimaneva negli “</span><i><span class="fs14lh1-5">spurtìn</span></i><span class="fs14lh1-5">” veniva ulteriormente lavata con acqua fredda per ricavarne l’ultima parte di olio.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Alcuni lavavano gli sportini con acqua calda ma ciò influiva negativamente sulla qualità del prodotto.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Il liquido ricavato dalla dilavatura si raccoglieva in un recipiente dove l’acqua, notoriamente più pesante si depositava sul fondo, mentre l’olio essendo più leggero rimaneva in superficie.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Onde raccogliere solo la componente oleosa superficiale, che era quello che interessava, veniva usato uno strumento particolare in lamina di rame e dalla forma concava denominato “</span><i><span class="fs14lh1-5">lecca</span></i><span class="fs14lh1-5">”.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Dopo un primo olio se ne poteva ricavare un secondo dalla pasta di olive residua detto</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">”sanzo”</span></i><span class="fs14lh1-5">, mediante lo stesso procedimento del primo.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Alcuni addirittura, aggiungendo acqua fresca, macinavano ancora una volta le olive e ricavavano un terzo olio (!) detto di</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">“risanzo”.</span></i></div><div><span class="fs14lh1-5">Chi voleva invece ottenere un olio più fine ed aromatico nella macinazione aggiungeva foglie di olive e corteccia di arancio o limone.</span></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Comunque fosse andata, alla fine tutto il prezioso liquido ricavato, frutto di tanto lavoro e fatica, veniva travasato e di solito conservato in botti oppure giare di terracotta smaltate.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-30" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Gumbi-13.jpg"  width="293" height="439" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">L’olio veniva portato ai mercati dentro botticelle oppure otri realizzati con pelli di capra.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Allo scopo le capre venivano scuoiate con estrema accuratezza curando di non danneggiare assolutamente la pelle che era conciata con il sale ed accuratamente depilata.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Quindi l’otre veniva chiuso legando la pelle per le zampe. Ogni otre poteva contenere circa 100 litri di olio ed il prezioso liquido era contenuto nel lato esterno della pelle. &nbsp;&nbsp;</span></div><div><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5">Oggigiorno ad Andora i frantoi sopravvissuti al mutare dei tempi e soprattutto al proliferare delle disposizioni di legge sono molto pochi.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">A parte qualche sparuto frantoio ad uso familiare, l’unico gumbo sul nostro territorio comunale che lavori ancora a livello commerciale è quello della famiglia Morro</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">(Curumbàn)</span><span class="fs14lh1-5"> </span></i><span class="fs14lh1-5">a San Bartolomeo.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-31" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Gumbi-14.jpg"  width="800" height="354" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Disegno di Adriano Lunghi</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-34" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Gumbi-15.jpg"  width="800" height="532" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Situato ai piedi della collina sul lato destro del Merula a metà tra San Bartolomeo e Bossaneto, si tratta di un antico edificio risalente al XVII secolo.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Era stato di proprietà dei frati che allora si trovavano alla cosiddetta Cà di Lucchi nella Borgata dei Giancardi che si trova proprio di fronte al frantoio al di là del Merula.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Il gumbo macinava sia olive che granaglie e lavorava ad acqua ed a sangue nei periodi di siccità.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Infatti possedeva due macine una per le granaglie ed una per le olive.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Quando i frati se ne andarono intorno al 1840 circa il frantoio venne acquistato da un certo Andrea Divizia, il quale lo passò al proprio figlio Giobatta, il quale lo trasmise a propria volta alla figlia Caterina, la quale andò in sposa a Giobatta Morro padre di Mario ed Ottavio che, dopo la scomparsa di Mario, lo conduce assieme all’attivissima moglie Renata e agli intraprendenti figli Fabio e Manuela.</span></div><div><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5">L’ambiente unico, largo e spazioso coi muri in pietra a vista, contraddistinto dall’enorme pilastro centrale dal quale si dipartono gli archi a sesto ribassato che sostengono il soffitto, conferisce al visitatore il pieno senso della realtà in cui ci si trova.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Le pietre dei muri sembrano parlare da sole della millenaria civiltà dell’olio, elemento imprescindibile della dieta mediterranea, e di tutto ciò che ha rappresentato fino ad oggi per il nostro territorio, facendo rimanere il visitatore come sospeso in una bolla spazio temporale senza confini precisi.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-33" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Gumbi-16.jpg"  width="600" height="399" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Come se ciò non bastasse, girando sul retro dell’edificio, si può ammirare la stupenda enorme ruota di sei metri di diametro che fino a pochissimi anni fa per ben tre secoli ha dato il movimento alle macine del gumbo con un salto d’acqua di altrettanti metri.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-35" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Gumbi-17.jpg"  width="800" height="600" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">E’ un vero peccato che la ruota ora sia dormiente, questa ruota ferma rattrista ed immalinconisce.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Certe realtà andrebbero difese e valorizzate, invece, purtroppo, ancora una volta la nostra storia lavorativa e le nostre tradizioni sono mortificate dai problemi burocratici.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Questa ruota con la sua immobilità sembra quasi lanciare un grido di dolore, infatti sul muro del casale concrezioni calcaree, che si sono depositate nel corso dei secoli, hanno come disegnato un volto dai lineamenti grotteschi, simile a quelli delle maschere del teatro greco, con due occhi ed una bocca che sembra urlare il proprio disperato disappunto, proprio come l’arcifamoso "Urlo" di Munch.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-36" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Gumbi-18.jpg"  width="800" height="600" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Durante circa tremila anni di storia agricola andorese, sul nostro territorio si sono alternate le più varie tipologie di coltivazione: cereali, vite, frutta, verdura, fiori, ma quella che è stata la capostipite, costituisce ancora e tuttora un punto fermo ed inalienabile di identità per il nostro territorio.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">La coltivazione dell’olivo, introdotta dai Greci nel VIII sec. A. C., gode ancora di ottima salute e non si intravvede minimamente il tempo del suo pensionamento, anzi l’olio extravergine da olive, più ancora che un alimento od un condimento, continua a rappresentare l’essenza della cultura ligure ed il perno delle nostre tradizioni culinarie.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div></div><a href="https://www.andoraneltempo.it/files/Gumbi - Versione ridotta.mp4">https://www.andoraneltempo.it/files/Gumbi - Versione ridotta.mp4</a>]]></description>
			<pubDate>Sun, 21 Dec 2025 21:57:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Noceto]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Territorio"><![CDATA[Territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001B"><div class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Noceto-1.jpg"  width="851" height="567" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Noceto è stata a lungo una denominazione che ha caratterizzato un'ampia zona della piana andorese più verso mare, circa tra il ponte ferroviario e l'antica strada Comunale di Mezzacqua (misto odierno tra via C. Colombo e via Rattalino), nella parte più addossata alla zona collinare verso Levante.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il nome di Noceto era anche attribuito all’attuale via San Lazzaro, nel tratto tra via Colombo e lo stesso ponte ferroviario, ma con una anomala estensione anche nella parte di via San Damiano ai piedi del Villaggio Ca' Bianca (fino agli anni '60).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L'origine era riconosciuta con le "Case Noceto", più nota come la "torretta", antico edificio già presente in epoca napoleonica e indicato sulle mappe del Catasto Napoleonico con caratteristiche che farebbero pensare ad un frantoio, essendo lo stesso collegato ad una antica rete idrica molto articolata, equiparabile alle strutture tipiche dei frantoi/gumbi presenti nell'entroterra andorese.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-4" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Noceto-2.jpg"  width="847" height="565" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto sopra: la "Torretta" alla fine del Novecento</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-5" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Noceto-3.jpg"  width="852" height="550" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">La "Torretta" oggi</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 21 Dec 2025 18:22:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Municipio]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia_e_territorio"><![CDATA[Storia e territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001A"><div class="imTACenter"><img class="image-8" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Municipio-1.jpg"  width="828" height="552" /><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il Municipio, la Casa Comunale, o ancor prima il luogo dove effettuare le pubbliche adunanze ed esercitare la funzione amministrativa del territorio andorese, hanno subito spostamenti e diverse allocazioni nelle varie epoche.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La Magnifica Comunità di Andora, a cui apparteneva ancora Laigueglia, esercitava le adunanze pubbliche presso il Paraxo, nella borgata di Castello, ripetendo e tramandando quella che era la storica usanza locale dai fasti del periodo medievale e del marchesato clavesanico.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Gradualmente, la decadenza del luogo, dell’edificio e l’insalubrità della piana a causa del progressivo impaludamento del Merula portò a dover definire altre localizzazioni di quella che noi riconosciamo come la figura del “municipio”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La scissione con il “quartiere” di Laigueglia il 25 maggio 1794 porta inevitabilmente ad aggiungere ulteriori tasselli che inducono ad uno spostamento della “Casa Comunale”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, la sede del Comune viene dunque spostata e raggiunge per un periodo transitorio e breve la borgata di Duomo, dove è allocata anche, sempre in via transitoria, la Pretura, quest’ultima proveniente dalla fortezza di Rollo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Terminata la veloce transizione, tutto si sposta nella borgata di Metta, dove Municipio, Pretura e le carceri vanno a costituire una sorta di polo giuridico – amministrativo del territorio comunale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La “sede comunale” resta a Metta per buona parte dell’Ottocento, mentre si assiste, dal 1870, alla rapida creazione ed evoluzione di una nuova borgata, Molino Nuovo, che sorge ai piedi della borgata del Duomo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Questo nuovo insediamento edificato assume presto una marcata rilevanza, un po’ per la novità, ma anche dal punto di vista logistico e gestionale del territorio, in quanto di trova in posizione centrale rispetto all’area dell’intero Comune.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Con Regio Decreto del 20 novembre 1878, il Re d’Italia Umberto I, facendo seguito alla Delibera di Consiglio Comunale del 14 ottobre 1877 ed alla deliberazione del Consiglio Provinciale di Genova del 13 agosto 1878, autorizza lo spostamento della sede municipale dalla borgata di Metta a quella di Molino Nuovo, dove si instaura nell’edificio di recentissima costruzione proprio di fronte al Palazzo Siccardi, quest’ultimo il primo fabbricato ad essere stato costruito nella nuova borgata.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-10" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Municipio-3.jpg"  width="513" height="737" /></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-11" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Municipio-2.jpg"  width="513" height="741" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Per gentile concessione Alberto e Aventino BARUTTI</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-12" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Municipio-4.jpg"  width="716" height="476" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il Municipio resterà a Molino Nuovo per circa un secolo, nello stesso edificio che oggi ospita l’Ufficio Postale.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-13" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Municipio-5.jpg"  width="556" height="388" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Il vecchio Municipio di Molino Nuovo</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dopo l’avvento dello sviluppo edilizio del secondo dopoguerra, il cuore cittadino diventa rapidamente l’espansione della Marina di Andora e sorge la necessità di creare un ufficio decentrato rispetto alla sede municipale, dove appoggiare almeno alcuni servizi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Viene così destinato ad assolvere a tale compito uno dei fabbricati a suo tempo facente parte della struttura della Colonia di Milano.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-14" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Municipio-6.jpg"  width="845" height="563" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Il fabbricato ex lavanderia della Colonia di Milano, diventato recapito comunale</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Gli uffici decentrati sono insediati in quella che era stata la “lavanderia” della colonia e ci rimarranno per alcuni anni, fino a quando i locali interessati saranno destinati ad aule per alcune classi delle scuole medie.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-15" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Municipio-7.jpg"  width="799" height="512" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Il vecchio Municipio di Molino Nuovo, ormai dismesso</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Intanto, sulla fine degli anni ’60, in ambiente amministrativo, si comincia a sollevare il problema di realizzare una nuova sede, alla Marina ormai centro cittadino, sollevando fazioni legate a spirito di campanilismo.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In questo periodo sotto l’amministrazione comunale guidata dal Sindaco Momigliano, a contorno di interventi di edificazione di complessi immobiliari residenziali, con progettazione dell'Arch. Sergio J. Hutter, venne proposta ed in parte approvata la sistemazione generale dell'area comprendente anche Largo Milano ed i relativi edifici storicamente presenti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Secondo la progettazione effettuata, del complesso "storico" edificato sarebbe stata salvata la sola Villa Tagliaferro (odierno Palazzo Tagliaferro).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tutti gli altri preesistenti fabbricati di contorno (compresa la ex Chiesa dei Canonici Regolari e dell'Immacolata - odierna Biblioteca Comunale) sarebbero stati sacrificati per la creazione di un nuovo complesso insediativo articolato in forma circolare, al cui centro mantenuta Villa Tagliaferro, integrato con la viabilità stradale costituita da via Cavour e dalla Statale Aurelia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La soluzione realizzativa ideata avrebbe dovuto creare un collegamento diretto tra l'Aurelia ed il livello sottostante il Cavalcavia, mediante l'inserimento di scalinate (per il superamento e collegamento dei diversi livelli altimetrici) ed un piano negozi porticato al piano primo dei fabbricati circostanti Villa Tagliaferro, direttamente accessibile dal piano viario della via Aurelia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tale progetto venne attuato solo per i corpi di fabbricato a monte dell'intervento "circolare", che rimarranno comunque incompiuti rispetto alla complessa previsione progettuale originaria.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Negli anni immediatamente successivi (primissimi anni '70), da parte di alcuni membri dell'Amministrazione Comunale fu avanzata e sostenuta la proposta di proseguire la via Cavour con l'eliminazione di Villa Tagliaferro (!), spostando la sede comunale (Municipio) presso l’ex Pensione Mondovì/Albergo Milano (odierna Caserma dei Carabinieri), realizzando un parcheggio al posto dell'allora Parco I.N.A.M. (attuale Parco delle Farfalle).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Grazie ad opposizioni civiche e politiche interne ed esterne agli ambienti amministrativi, si verrà a comporre una vera e propria “sfiducia” politica e gestionale locale, con la quale detta proposta sarà evitata, permettendo il mantenimento di edifici storici che rappresentano un odierno importante punto di riferimento andorese.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Scongiurata questa “devastante” trasformazione urbanistica, la volontà di spostamento del Municipio da Molino Nuovo alla Marina viene dirottata su scelte ed impegni realizzativi da realizzarsi in tempi brevi, partendo dall’identificazione del nuovo sito dove andrà a realizzarsi la nuova struttura.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La localizzazione viene scelta su un lotto di terreni nella a ridosso della zona chiamata Siberia, non lontana dal passaggio a livello della linea ferroviaria e poco distante anche dal corso del torrente Merula.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Viene costruito un nuovo edificio dalle architetture semplici, costituito da un piano interrato e due fuori terra, di cui il primo in posizione rialzata rispetto al terreno circostante, con concezione protettiva lungimirante (almeno in parte) qualora si possano verificare esondazioni da parte del vicino torrente Merula.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-16" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Municipio-8.jpg"  width="844" height="570" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">La nuova Casa Comunale il giorno dell'inaugurazione</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’inaugurazione ufficiale avviene il 18/02/1979 e nella stessa occasione dell’edificio scolastico nella stessa via Cavour.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La sede comunale sarà successivamente ampliata e sopraelevata di un ulteriore piano, fino alla consistenza attuale.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 21 Dec 2025 18:17:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Mercato settimanale]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia_e_territorio"><![CDATA[Storia e territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000019"><div class="imTACenter"><img class="image-5" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Mercato-settimanale-1.jpg"  width="850" height="638" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Piazza Caduti di Nassiriya - ex Piazza del Mercato - attuale sede del Mercato settimanale</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La sede del “mercato settimanale”, che attualmente si svolge da decenni ogni lunedì in Piazza Caduti di Nassiriya (ex Piazza del Mercato e ancora oggi così comunemente chiamata), ha subito nel tempo vari allocazioni:</span></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">con delibera di Consiglio Comunale del 03/07/1951 fu approvato l'esproprio di aree da destinare ad ampliamento di occupazione per il "mercato settimanale" in Regione Stazione;</span><br></li></ul></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><img class="image-6" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Mercato-settimanale-2.jpg"  width="775" height="471" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">con delibera di Consiglio Comunale del 23/07/1961 fu approvato lo spostamento del mercato settimanale dalla sede di via della Stazione/Carminati a via Fontana e via Sardegna;</span><br></li></ul></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-7" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Mercato-settimanale-3.jpg"  width="662" height="441" /></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5"> </span><img class="image-8" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Mercato-settimanale-4.jpg"  width="661" height="466" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><img class="image-9" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Mercato-settimanale-5.jpg"  width="849" height="581" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">con delibera di Consiglio Comunale del 10/08/1964 fu approvato lo spostamento del mercato settimanale dalla sede di via Fontana e via Sardegna a via Vaghi e la parte asfaltata di via Cavour;</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">s</span><span class="fs14lh1-5">uccessivamente la sede traslò su via Cavour e l'adiacente Piazza del Mercato, per la quale venne completata l'opera di piantumazione tra il 1976 e il 1977.</span></li></ul></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 21 Dec 2025 18:13:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Grotta dei colombi]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia_e_territorio"><![CDATA[Storia e territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000018"><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Grotta-dei-colombi-1.jpg"  width="843" height="588" /><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Fino agli anni '60 del secolo scorso, in prossimità del confine tra Cervo ed Andora, al livello del mare esisteva una cavità naturale chiamata la “Grotta dei Colombi”, la quale scomparve a causa di una frana.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A breve distanza dalla riva, in pieno mare, si trovava una polla d'acqua dolce che ribolliva in mezzo all'acqua salata circostante ed era punto di sosta e ristoro per i vari pescatori che frequentavano quel tratto marino.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Secondo i ricordi di alcuni vecchi abitanti andoresi, appoggiando l'orecchio a terra in alcuni punti della collina di</span><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">Rollo</span><span class="fs14lh1-5">, si poteva udire lo scorrimento di un corso d'acqua sotterraneo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Con i lavori di trivellazione delle gallerie autostradali e successiva costruzione del viadotto dell'</span><span class="fs14lh1-5">Autostrada dei Fiori</span><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">Genova-Ventimiglia, fu rinvenuto un corso d'acqua che rallentò per un lungo periodo i lavori, durante i quali tale presenza idrica fu deviata senza incanalarla.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Come diretta conseguenza, sparì la polla di acqua dolce che sfociava in pieno mare, nel luogo davanti a quella che era stata la “Grotta dei Colombi.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 21 Dec 2025 18:10:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Fornace]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia_e_territorio"><![CDATA[Storia e territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000017"><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Fornace-1.jpg"  width="740" height="493" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Al centro della foto, la "sotta", antica cava di argilla poco lontana dalla sponda del Torrente Merula</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">A Levante del corso del Torrente Merula, circa a metà nel tratto tra il ponte "dei Prevètti" e quello sulla Strada Nazionale Aurelia, ancora negli anni '60 del Novecento si ricorda la presenza di una zona paludosa, comunemente denominata "a sotta".</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">La "sotta" era la testimonianza di ciò che restava di una depressione creatasi a seguito dello sfruttamento quale cava di argilla, utilizzata per la fabbricazione di laterizi da parte di almeno una delle "fornaci" che hanno trovato sviluppo all'interno del territorio andorese.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Questo tipo di "industrie", utili a fornire un materiale da costruzione, appunto il laterizio, di derivazione naturale e locale che andava ad aggiungersi agli altri materiali tipici del posto quali il legname e la pietra.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Sul suolo andorese, in base ai ricordi ed ai toponimi presenti, risulterebbero essere state attive almeno due "fornaci": una, documentata, avrebbe avuto ubicazione nella zona della Marina, mentre per l'altra (o forse due diverse?), le scarne informazioni tramandate ne farebbero ipotizzare la posizione probabilmente nei dintorni tra Stampino e Molino Nuovo, ma anche in zona San Bartolomeo, nella località Divizi, seppure senza alcun riscontro preciso formale.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">La "fornace" della Marina ha costituito, sebbene per un breve periodo, un riferimento economico produttivo di rilievo per l'epoca.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Giovanni Soleri, di Taggia, padrino del Marchese Marco Maglioni, aveva già un figlio da un precedente matrimonio quando giunge ad Andora a fine '800 e sposa una Tagliaferro; dal matrimonio nascono almeno 6 figli e in Andora acquista dei terreni dal Marchese Maglioni.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Uno dei figli, Marco, sarà soprannominato "il burrasca" a causa del carattere rissoso che lo portava a girare per il paese armato di doppietta, che diventerà elettricista.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Soleri apre la "fornace" alla fine dell'800, in prossimità dell'odierno Condominio "Cinzia", tra le attuali vie Rattalino - Dante Alighieri - Amerigo Vespucci.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">L'insediamento produttivo utilizzerà l'estrazione della materia prima prelevata dalla zona della "sotta" e cesserà la propria attività nei primissimi decenni del Novecento.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 21 Dec 2025 18:08:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Cimiteri andoresi]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Territorio"><![CDATA[Territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000016"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le mappe del catasto napoleonico, riferite all’inizio dell’Ottocento, testimoniano che sul territorio comunale non esistevano ancora i cimiteri.</span><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le sepolture avvenivano nelle cripte o sotterranei degli edifici religiosi, ma verosimilmente anche in aree – campi, in tutto simili al concetto di cimitero e probabilmente corrispondenti a quelli che saranno i futuri “camposanti”, solitamente nelle vicinanze degli edifici religiosi principali, ovvero delle Chiese Parrocchiali.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nei ricordi delle generazioni passate, si tramandavano dei detti collegati ai luoghi di sepoltura, che riprendevano antiche denominazioni locali dimenticate nel tempo: per indicare il luogo da raggiungere alla fine della propria esistenza terrena, a San Giovanni si usava dire “andò in tu Ciàn de l’ursu” (Piano dell’orso, che è il luogo dove sorge l’attuale cimitero di San Giovanni), mentre a Rollo il luogo era denominato “Varè” (anche in questo caso la posizione corrisponde a quella dell’attuale cimitero di Rollo).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Con Decreto dell’Eccellentissimo Real Senato di Genova datato 25 febbraio 1833, si definisce l’obbligo di costruire un cimitero per ogni Chiesa Parrocchiale.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Prendono così ufficialmente forma i cimiteri che oggi conosciamo, ampliati nel tempo secondo le esigenze legate all’incremento demografico della popolazione residente e non, localizzati nelle cinque ubicazioni di Rollo, San Giovanni, San Pietro, Conna, San Bartolomeo.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff2">CIMITERO DI ROLLO</span></b></div><div class="imTACenter"><b><br></b></div><div class="imTACenter"><img class="image-10" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cimiteri-1.jpg"  width="851" height="601" /><b><br></b></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">In blu, la sagoma del cimitero originario; in rosso, la sagoma del cimitero attuale</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Estratto foto aerea da GoogleEarth in sovrapposizione con mappa catastale d'impianto</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-11" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cimiteri-2.jpg"  width="600" height="399" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff2">CIMITERO DI SAN GIOVANNI</span></b></div><div class="imTACenter"><b><br></b></div><div class="imTACenter"><img class="image-12" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cimiteri-3.jpg"  width="849" height="600" /><b><br></b></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">In blu, la sagoma del cimitero originario; in rosso, la sagoma del cimitero attuale</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Estratto foto aerea da GoogleEarth in sovrapposizione con mappa catastale d'impianto</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-13" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cimiteri-4.jpg"  width="600" height="400" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff2">CIMITERO DI SAN PIETRO</span></b></div><div class="imTACenter"><b><br></b></div><div class="imTACenter"><img class="image-14" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cimiteri-5.jpg"  width="849" height="600" /><b><br></b></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">In blu, la sagoma del cimitero originario; in rosso, la sagoma del cimitero attuale</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Estratto foto aerea da GoogleEarth in sovrapposizione con mappa catastale d'impianto</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-15" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cimiteri-6.jpg"  width="600" height="400" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff2">CIMITERO DI CONNA</span></b></div><div class="imTACenter"><b><br></b></div><div class="imTACenter"><img class="image-16" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cimiteri-7.jpg"  width="849" height="600" /><b><br></b></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">In blu, la sagoma del cimitero originario; in rosso, la sagoma del cimitero attuale</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Estratto foto aerea da GoogleEarth in sovrapposizione con mappa catastale d'impianto</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-17" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cimiteri-8.jpg"  width="600" height="400" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff2">CIMITERO DI SAN BARTOLOMEO</span></b></div><div class="imTACenter"><b><br></b></div><div class="imTACenter"><img class="image-18" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cimiteri-9.jpg"  width="850" height="601" /><b><br></b></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">In blu, la sagoma del cimitero originario; in rosso, la sagoma del cimitero attuale</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Estratto foto aerea da GoogleEarth in sovrapposizione con mappa catastale d'impianto</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-20" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cimiteri-10.jpg"  width="600" height="400" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 21 Dec 2025 18:03:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Caserma della Guardia di Finanza]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia_e_territorio"><![CDATA[Storia e territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000015"><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Caserma-Guardia-di-Finanza-1.jpg"  width="565" height="377" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Intorno agli anni '30 del Novecento, la Caserma della Guardia di Finanza aveva sede nel fabbricato sulla Strada Nazionale Aurelia, localmente conosciuto come "a cà rùssa" (la casa rossa, circa in corrispondenza dell'attuale Hotel Moresco).</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Caserma-Guardia-di-Finanza-2.jpg"  width="843" height="251" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto del 1957</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><div class="imTAJustify"><br><span class="fs14lh1-5">Nel 1957 la sede viene spostata presso il Palazzo Ciccione in prossimità della piazza della Stazione (odierna via Carminati, intitolazione che all'epoca non è stata ancora attribuita e lo sarà nel 1961; per gli andoresi è la via della Stazione), nello stesso edificio dove si trova anche il Commercialista Roberto Risso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E in via Carminati sarà ubicata anche per un periodo nei locali, al primo piano, sopra la negozio di scarpe di Risso "Gè" Angelo.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div><img class="image-1" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Caserma-Guardia-di-Finanza-3.jpg"  width="580" height="386" /><br></div><div><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel periodo seguente la sede della Caserma della Guardia di Finanza sarà spostata per breve tempo in via Aurelia, nel fabbricato che sarà successivamente sede degli uffici del Notaio Savastano.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Un ulteriore spostamento la porterà in un edificio di via del Poggio, dove resterà fino alla chiusura definitiva negli anni '90 del Novecento.</span><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 21 Dec 2025 17:57:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Caserma dei Carabinieri]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia_e_territorio"><![CDATA[Storia e territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000014"><div class="imTACenter"><img class="image-6" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Caserma-Carabinieri-1_09561zzj.jpg"  width="851" height="584" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Caserma di Molino Nuovo - Fine anni '20 del Novecento</span><br><span class="fs12lh1-5">Foto Collezione Marino Vezzaro - Andora</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nella foto di gruppo realizzata davanti alla vecchia Caserma di Molino Nuovo alla fine degli anni '20 del secolo scorso, è presente in prima fila (la terza persona seduta da sinistra) Angelo Tessitore, papà di Amelia (moglie di Angioletto Siccardi).</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La caserma dei Carabinieri era anticamente ubicata ai piedi della Borgata Duono, nella Borgata ni Molino Nuovo di recente formazione, in prossimità della strada chiamata "u Besàgnu" o ""Viàssa", nella zona localmente nota come "u Giardìn".</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L'edificio, una volta spostata la Caserma in altra sede, diventerà proprietà di un Maglione di Laigueglia.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-7" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Caserma-Carabinieri-2.jpg"  width="737" height="491" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">L'antica Caserma dei Carabinieri è sopra indicata con il numero 10</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Da Molino Nuovo la sede viene spostata, alla fine degli anni '30 del Novencento, in via Carminati, nell'edificio di recente costruzione a fianco alla rivendita Trevia.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-8" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Caserma-Carabinieri-3.jpg"  width="846" height="564" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto del 1941: in centro la Caserma dei Carabinieri e a destra (con le tende) la rivendita Trevia.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-9" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Caserma-Carabinieri-4.jpg"  width="405" height="600" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Caserma Carabinieri - Anno 1943</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In epoca recente, negli ultimi decenni del Novecento, la sede viene ulteriormente spostata nell'attuale posizione, nel fabbricato in via Fontana che fu Pensione Mondovì, Albergo Torino, Albergo Milano e parte della Colonia I.N.A.M.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-10" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Caserma-Carabinieri-5.jpg"  width="600" height="400" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Fabbricato attuale sede della Caserma dei Carabinieri all'epoca in cui era Albergo Milano nella prima metà del Novecento.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span><br></div><div class="imTAJustify"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 21 Dec 2025 17:53:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Carcere circondariale]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia_e_territorio"><![CDATA[Storia e territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000013"><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Come detto in occasione della Caserma dei Carabinieri, Angelo Tessitore era carabiniere presso la Caserma di Molino Nuovo e curiosamente i Tessitore erano anche proprietari dell'edificio nella Borgata di Metta, dove in passato ci fu la sede dell'antico Carcere Circondariale.</span><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ad inizio degli anni '90 del secolo scorso, tali ruderi furono acquistati da Angelo Tezel, costruttore edile di Laigueglia che li trasformò, unitamente ad altri ruderi limitrofi, in un condominio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le operazioni progettuali furono affidate al geometra Giacomo Ratto di Andora ed il sottoscritto si occupò sia dei rilievi dei ruderi che della restituzione grafica degli stessi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Durante il mio primo sopralluogo per effettuare i rilievi erano presenti una delle proprietarie - Amelia Tessitore e la Dott.ssa Alma Anfosso che, armata di macchina fotografica, era a caccia di informazioni per la stesura del suo libro "Questa nostra Andora".</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La Dott.ssa Anfosso, vedendomi entrare all'interno nei ruderi pericolanti, si soffermò a lungo, un po' per curiosità ed un po' intimorita dal fatto che percepiva piccoli crolli al mio accesso a quello che restava dei vari ambienti interni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nella mia esplorazione avevo con me anche la macchina fotografica della Dott'ssa Anfosso, che mi aveva chiesto gentilmente di scattarle alcune foto dei luoghi (la foto riportata poi a pagina 305 del suo libro, fu da me ripresa quel giorno e poi ceduta insieme ad altre che erano servite alle operazioni di rilievo e restituzione grafica dei luoghi).</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Prigioni-1.jpg"  width="800" height="531" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In uno dei locali interni, di cui era crollato completamente il solaio e che si presentava occupato dalle macerie proveniente dal caduta dei piani soprastanti, fui colpito dalle pareti coperte di scritte di prigionieri del passato, da un anello infisso su una muratura del vano, poco sopra quello che avrebbe dovuto essere il pavimento della cella, con ancora attaccato un breve frammento una catena di prigionia e con evidenti segni di graffi e/o tentativo di incisione intorno alla staffa di ancoraggio dell'anello stesso, come in uno strenuo tentativo di liberazione dal vincolo di reclusione.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La sopresa di ciò che mi trovavo davanti mi fece soffermare nel vano porta del locale, da dove osservai a lungo le varie scritte ancora visibili e gli abbozzi di disegni sulle porzioni di intonaco rimaste: testimonianze di almeno un secolo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Mi rimase impressa una scritta in particolare, proprio vicino all'anello con la catena (che fotografai), di colore brunastro come tante altre e tratto insicuro:</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><i><span class="fs14lh1-5">"Dite ala amata mia son inocente</span></i></div><div class="imTACenter"><i><span class="fs14lh1-5">cuì o finito il mio sangue</span></i></div><div class="imTACenter"><i><span class="fs14lh1-5">F.P. 1....."</span></i></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La probabile data era incompleta a causa del distacco di un'ampia porzione di intonaco e mi restò la sensazione di dubbio, se quelle scritte fossero veramente state realizzate con il sangue da un condannato e se quella ultima frase fosse la disperazione di una condanna, o l'ultimo gesto di chi aveva deciso di farla finita, testimoniando il suo amore con il proprio sangue ..... Chissà se questa sua disperata e accorata invocazione raggiunse mai l'amata a cui era dedicata .....</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L'edificio fu completamente raso al suolo e ricostruito da zero, non lasciando alcuna testimonianza del sofferto passato.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 21 Dec 2025 17:48:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Distributori di carburanti]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia_e_territorio"><![CDATA[Storia e territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000012"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’avvento dei mezzi a motore ha portato all’installazione sul territorio andorese di diversi punti di distribuzione dei carburanti, alcuni dei quali hanno resistito ai cambiamenti ed allo scorrere del tempo, giungendo fino ai giorni nostri; altri hanno rappresentato punti di riferimento del territorio in epoche passate e poi hanno ceduto il passo ai cambiamenti, restando solo un lontano ricordo.</span><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tutti i distributori sono sorti ed hanno operato sulle arterie viarie principali: via Aurelia, via Fontana, via Merula (Strada Provinciale n° 13 “Valmerula”), via Molineri (Strada Provinciale n° 13 “Valmerula”), via santa Caterina.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Partiamo da Ponente e nel tempo, sulla via Fontana.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sono stati presenti due distributori, o meglio per l’epoca si trattava semplicemente di singole pompe di benzina:</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">la prima era presso l’Albergo della Posta, in quella che è l’odierna piazza Santa Caterina; si è trattato di una evoluzione in adattamento ai tempi, in quanto in origine l’albergo era punto di ristoro per viaggiatori, ma anche per gli animali che trainavano i mezzi di trasporto; con l’avvento dei mezzi a motore, la forza animale è stata sostituita e il ristoro del mezzo di trasporto consisteva nel fare il pieno di carburante: così sono comparsi i primi distributori. Questo impianto non esiste più da circa la Seconda Guerra Mondiale, così come l’intero edificio che lo accompagnò è stato eliminato oltre mezzo secolo fa.</span><br></li></ul></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-17" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Distributore-01.jpg"  width="469" height="300" /><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5"> </span><img class="image-18" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Distributore-02.jpg"  width="200" height="300" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5"> &nbsp;</span><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">un’altra semplice pompa di benzina era installata su strada, davanti alla Pensione Mondovì, presso l’odierna Caserma dei Carabinieri; quando la struttura ricettiva cambiò gestione e diventò Albergo Milano, venne dotata anche di un moderno garage, oltre all’immancabile pompa di benzina. Anche in questo caso l’impianto non esiste più, circa come quello precedente, in quanto eliminato prima della conversione dell’edificio in struttura appartenente al complesso della Colonia I.N.A.M..</span><br></li></ul></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-19" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Distributore-03.jpg"  width="483" height="300" /><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5"> </span><img class="image-20" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Distributore-04.jpg"  width="200" height="300" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Pensione Mondovì</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-21" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Distributore-05.jpg"  width="472" height="299" /><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5"> </span><img class="image-22" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Distributore-06.jpg"  width="200" height="299" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Pensione/Albergo Milano</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Arriviamo in via Aurelia, percorrendo il litorale sempre verso Ponente.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">Il complesso Ariston, nato dall’investimento di Carlo Pallavicino, era dotato di vari servizi e tra questi non poteva mancare un distributore di carburanti immediatamente a lato della via Aurelia, inizialmente con marchio “AQUILA” e successivamente “TOTAL”, ebbe tra i gestori Martinez, Giacomo Ceresi e Gino Durante. Questo impianto cessò la propria attività verso la fine degli anni ’70.</span><br></li></ul></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-23" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Distributore-07.jpg"  width="600" height="419" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Complesso "Ariston" - Distributore "AQUILA"</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-24" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Distributore-08.jpg"  width="600" height="420" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Complesso "Ariston" - Distributore "TOTAL" e il gestore Giacomo Ceresi</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto per gentile concessione Luca Ceresi</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">“u Noru”, inizialmente una semplice pompa di carburante e successivamente un completo distributore – stazione di servizio, adiacente all’attività famigliare della “Trattoria Cacciatori” di Onorio Marchiano, immediatamente a lato monte sulla via Aurelia. Nel tempo a papà “Noru” succede nella gestione il figlio Giuseppe (“Giuseppe du Noru”), diventando una sorta di istituzione andorese del settore, agevolato anche dalla posizione che diventa centralissima quando si sviluppa il centro cittadino e viene creata piazza Andrea Doria. Il marchio storico “SHELL” sarà sostituito prima in “IP” e poi in “AGIP” e successivamente, dopo essere anche passato in gestione di Luca Trincia, nell’attuale ENI.</span></li></ul><div><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Noru-1950a---Copia.jpg"  width="487" height="298" /> &nbsp;&nbsp;<img class="image-6" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Noru-02a---Copia.jpg"  width="429" height="297" /></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Noru-1985a---Copia.jpg"  width="583" height="560" /><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div><br></div><div class="imTAJustify fs14lh1-5"><ul><li><span class="fs14lh1-5">Il Ristorante “Lido” della famiglia Alberigo, posizionato a lato della via Aurelia sul lato mare della stessa, in una posizione che verrà a trovarsi proprio davanti all’imbocco di viale Roma, era dotato di distributore di carburanti con marchio “AGIP”. La cessazione dell’impianto è stata legata alla chiusura del “Lido”, demolito nel 2010.</span><br></li></ul></div><div class="imTAJustify fs14lh1-5"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter fs14lh1-5"><img class="image-8" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Lido--1-_cn5pobxx.jpg"  width="461" height="307" /><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><span class="fs14lh1-5 ff1"> &nbsp;</span><img class="image-9" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Lido--3-_vqgafplt.jpg"  width="461" height="307" /><br></div><div class="fs14lh1-5"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter fs14lh1-5"><img class="image-10" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Lido--2-.jpg"  width="600" height="411" /><br></div><div class="fs14lh1-5"><br></div><div class="imTAJustify fs14lh1-5"><ul><li><span class="fs14lh1-5">Il Ristorante Sant’Ambrogio, sul lato a monte della via Aurelia, ad angolo sull’omonima via, realizzato e gestito per lungo tempo dalla famiglia Sirtori, era dotato di un distributore di carburanti con marchio “ESSO”, nel quale si sono succeduti vari gestori tra cui Tarquinio Garattini. L’impianto fu eliminato a seguito della ristrutturazione del complesso Sant’Ambrogio con creazione di appartamenti residenziali.</span></li></ul><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Sant_Ambrogio--1-.jpg"  width="462" height="316" /> <img class="image-4" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Sant_Ambrogio--5-.jpg"  width="474" height="316" /><br></div><div><br></div><div><div><ul><li><span class="fs14lh1-5">Appena passato il complesso Sant’Ambrogio, dallo stesso lato a monte della via Aurelia, poco prima dell’ingresso al porto, in uno spiazzo che un tempo fece parte delle aree occupate dal campeggio “Meerblick”, sorse il distributore di carburanti a marchio “AGIP”, installato da Antonio Massabò e gestito da Diego Zola. L’impianto è stato eliminato negli anni ’90 con la creazione di un parcheggio.</span><br></li></ul></div><div><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-11" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Agip.jpg"  width="600" height="399" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Rivolgendosi verso l’entroterra andorese incontriamo nel tempo altri tre distributori di carburanti.</span></div><div><ul><li><span class="fs14lh1-5">Su via Merula, prima dell’incrocio con via Santa Caterina, in uno spiazzo verso Ponente, troviamo il distributore a marchio “ESSO”, stazione di servizio instaurata da Vittorio e Lina Marchiano, in cui si sono succeduti vari gestori tra cui Gino Durante, Mauro Sandrin e Mariano Ghiozzi, che famigliarmente porta avanti l’attività.</span><br></li></ul></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-12" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Esso---San-Giovanni--1-_5bid7dw8.jpg"  width="441" height="294" /><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5"> &nbsp;</span><img class="image-13" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Esso---San-Giovanni--2-_7xezrmx9.jpg"  width="441" height="294" /><br></div><div><br></div><div><ul><li><span class="fs14lh1-5">In via Santa Caterina, poco lontano dallo svincolo autostradale, troviamo la stazione di servizio più grande per estensione, presente da circa mezzo secolo e già attiva quando i vicini ponti di attraverso al Torrente Merula erano ancora due: quello più antico, a quota più bassa e più verso mare, demolito nella prima metà degli anni ’70, e quello “nuovo” costruito nel 1962. Questa stazione di servizio ha supportato la successione dei marchi "FINA", “TOTAL”, “Q8” e “REPSOL”, portata avanti da diversi gestori ed infine acquisita nel 1993 dalla famiglia Beltrame ed attualmente condotta da Daniela Beltrame e Stefano Mander.</span></li></ul><div><br></div></div></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-5" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Beltrame--3-.jpg"  width="636" height="424" /><br></div><div><br></div><div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">Ultimo distributore di carburanti, non poteva mancare nella “vecchia” Molino Nuovo. Sulla via Molineri, a Ponente rispetto al sedime viario della Strada Provinciale n° 13 “Valmerula”, poco prima del Monumento ai Caduti e del ponte su Torrente Merula, Andrea Morro "Dedè" gestì un distributore con marchio “SHELL” (in umn periodo anche con prodotti "MOBIL"), il quale cessò l’attività negli anni ’90 e successivamente venne eliminato con l’intensivo sviluppo edificatorio che ha caratterizzato la decisa trasformazione di Molino Nuovo a cavallo del cambio di millennio.</span><br></li></ul></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-14" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Dede---Molino-Nuovo--1-.jpg"  width="600" height="401" /><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-15" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Dede---Molino-Nuovo--2-.jpg"  width="390" height="260" /><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5"> &nbsp;</span><img class="image-16" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Dede---Molino-Nuovo--3-.jpg"  width="390" height="260" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 21 Dec 2025 17:02:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Asilo Suore di Sant'Eusebio]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo e Marino Vezzaro]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia_e_territorio"><![CDATA[Storia e territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000011"><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Asilo-2.jpg"  width="821" height="530" /><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel 1932 alcune suore figlie di San Eusebio, si trasferiscono, dalla casa madre di Vercelli, ad Andora, chiamate dai Padri Lateranensi, per prestare la loro opera nel seminario di</span><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">Santa Matilde</span><span class="fs14lh1-5">.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel 1934, su invito dell’Amministrazione Comunale di allora, la madre fondatrice, Suor Eusebia Arrigoni, acquista una piccola casa ai piedi della collina del Poggio, circondata da molto terreno, e apre una scuola materna per i bambini bisognosi del Paese.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Negli anni sessanta la casa venne demolita e fu costruito il moderno edificio che poteva ospitare un grande numero di bambini, disponendo anche di 54 posti letto per persone anziane.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Asilo-1_risultato.jpg"  width="784" height="547" /><span class="fs14lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 21 Dec 2025 16:56:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Cavalcavia della via Aurelia]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo e Marino Vezzaro]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia_e_territorio"><![CDATA[Storia e territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000010"><div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.andoraneltempo.it/images/DSCN2204.jpg"  width="676" height="507" /><br></div><div><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il progetto di variante a monte per l’eliminazione del passaggio a livello di</span><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">Marina di Andora</span><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">fu autorizzato dall'Azienda Autonoma Statale della Strada, sezione viabilità.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Prevedeva la realizzazione di un viadotto di 14 archi, 13 di mt. 6,90, e 1 di mt 13 di luce e fu redatto dall’Ing. V. Baruscotto ed approvato dall'Ing. Dirigente D. Mergoni il 29 dicembre 1940.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cavalcavia-0_h00a1f34.jpg"  width="255" height="360" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cavalcavia-1.jpg"  width="846" height="168" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cavalcavia-2_wvdmqpf9.jpg"  width="439" height="294" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-4" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cavalcavia-3.jpg"  width="440" height="293" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-5" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Cavalcavia-5.jpg"  width="852" height="276" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Con una variante, che risulterà poi quella definitiva, i lavori iniziarono il 25 luglio 1942 e vennero costruiti tutti i piloni esclusi gli ultimi due, quelli inerenti alla strada provinciale ed alla ferrovia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Finita la Seconda Guerra Mondiale, ripresero i lavori che terminarono nel 1953.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il progetto originale, che prevedeva anche l’allargamento del ponte sul torrente Merula, iniziava dalla progressiva 632+630 della strada Statale Aurelia e terminava alla progressiva 633+330.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel capitolato l'importo dei lavori ammontava presuntivamente a L. 3.300.000 ed il progetto era finanziato dal Ministero della Guerra.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Infatti, nelle fondazioni di tutti i piloni doveva essere inserito un tubo in cemento e amianto, idoneo a contenere una carica esplosiva, e quindi, in caso di necessità belliche, a farla brillare per distruggere il viadotto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I lavori furono eseguiti dalla ditta Siniscalchi di Roma.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 20 Dec 2025 23:43:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Autostrada dei Fiori]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Territorio"><![CDATA[Territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000F"><div class="imTACenter"><img class="image-4" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Autostrada-dei-Fiori-1.jpg"  width="600" height="400" /><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Riporto la descrizione dell’opera secondo un opuscolo informativo realizzato dall’Autostrada dei Fiori a metà anni ’70 del secolo scorso, edito in collaborazione tra Autostrada dei Fiori e Casse di Risparmio di Imperia e Savona, distribuito gratuitamente agli alunni delle scuole elementari su interessamento dell’ex Vice Questore di Genova – Dott. Arrigo Molinari:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">“La società per l'Autostrada dei Fiori fu costituita nel 1960 e cinque anni dopo si iniziarono i lavori. La varia e movimentata orografia della costa pose enormi difficoltà tecniche, brillantemente risolte,</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">sia pure con costi notevolissimi di costruzione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il primo tratto venne inaugurato nel 1969 e nel 1971 si giunse all'attivazione completa dell'autostrada, che si sviluppa per 113,3 chilometri, ventotto dei quali costituiti da viadotti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Complessivamente 31,5 chilometri sono coperti da sessantasette coppie di gallerie; di queste,</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">cinquantasette, dalla lunghezza superiore ai 150 metri, hanno un'illuminazione differenziale con rinforzi agli imbocchi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le otto gallerie lunghe oltre un chilometro sono dotate di ventilazione elettromeccanica longitudinale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La pendenza massima è del 4% all’aperto e del 2,5% in galleria; tra Ventimiglia e il Confine di Stato, dove per due chilometri la pendenza raggiunge eccezionalmente il 5%, vi è una terza corsia in salita”.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I cantieri iniziarono con la cerimonia della posa della prima pietra, il 12 febbraio 1965 a Ventimiglia, con la presenza del Ministro Paolo Emilio Taviani.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L'intera autostrada venne aperta definitivamente il 6 Novembre 1973, costando 271 miliardi di Lire rispetto ai 118 preventivati inizialmente.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sul territorio andorese l’arrivo dell’autostrada viene recepito con sentimenti ed ideologie contrastanti: da una parte c’è chi sostiene che sarà una grande opportunità per lo sviluppo della cittadina; dall’altra emerge la preoccupazione per l’impatto territoriale e visivo che potranno avere i viadotti, oltre agli effetti dei procedimenti espropriativi che prevedono l’eliminazione di antiche dimore di famiglie contadine.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In nome dello sviluppo prevale la prima ideologia e nel 1961 giungono in Consiglio Comunale i primi dibattimenti in merito alle delibere da adottare, che terranno occupati per oltre un decennio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Non si tratterà solo di accettare e definire adattamenti di un’opera epocale, ma anche di prevedere tutte le opere accessorie per “inserirla” nel territorio andorese, o forse adattare il territorio andorese alla presenza/arrivo dell’autostrada.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ci sarà da occuparsi di raccordi stradali, servizi, infrastrutture, raccordo dei manufatti con il territorio e procedimenti espropriativi di terreni e fabbricati locali.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Verso la fine degli anni ’60 del secolo scorso, il cantiere autostradale arriva ad Andora, con la realizzazione dei piloni e delle gallerie, portando in evidenza personaggi che entreranno a fare parte della vita cittadina per decenni: il Geom. Malvestuto ed il Geom. Pietro Panaino.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Inizialmente Andora non avrebbe dovuto avere lo svincolo autostradale (previsto invece in galleria ad Alassio, che rifiutò) ed essere solo un territorio di passaggio, ma i lavori di costruzione della “galleria di Marino” andarono per le lunghe a causa di piogge invernali che ne ritardarono il compimento, arrivando a fine primavera - inizio estate in ritardo sulla tabella di marcia del cantiere.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dovendo prevedere una sospensione estiva dei lavori, in accordo con l’Amministrazione Comunale andorese guidata dal Sindaco Walter Momigliano, anziché lasciare il tratto incompiuto transennato, si realizzò una rampa provvisoria di uscita, al termine della galleria "Bric Arpicella" nei pressi della borgata Metta, che anticipò quella che sarà una variante sostanziale per il territorio locale, ovvero il preludio di un provvisorio ed “imprevisto” casello andorese: una delle tante modifiche e variabili dettate gradualmente dall’avanzamento dei lavori (come il casello di San Bartolomeo al Mare), i quali subivano spesso delle sostanziali modifiche in corso d’opera per adattarsi alle esigenze specifiche incontrate in un difficile andamento territoriale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Per l’estate, quindi, Andora per la prima volta usufruiva dei servizi di collegamento portati dall’autostrada ed arrivarono turisti a frotte; molti anche solo per caso, incuriositi dalla nuova opportunità di “traffico veloce”, ma costituendo di fatto una svolta per l’economia e per le consuetudini andoresi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Visti i risultati, l’Amministrazione Comunale dell’epoca, intuendo le potenzialità economiche, si interessò per il mantenimento dello svincolo provvisorio, riuscendo nell’intento.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ciò comportò alcune modifiche anche nel tratto autostradale successivo, sia per le nuove pendenze di raccordo con il mantenimento di un’uscita in precedenza non prevista, sia per il traforo nella collina di ponente ed anche nella realizzazione dello svincolo di San Bartolomeo al Mare (in origine non previsto, in quanto tra Albenga ed Imperia non avrebbero dovuto esserci caselli intermedi tranne quello di Alassio).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il completamento della Galleria Marino (inaugurata con la presenza del Ministro Paolo Emilio Taviani), comportò lo spostamento dello svincolo provvisorio in prossimità della fine della stessa, in attesa del completamento del "Viadotto Merula", aprendo un secondo svincolo in prossimità dell'attuale area di servizio Rinovo Nord al fine di aggirare il cantiere e proseguire il tragitto sul sedime autostradale già realizzato.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Vie-di-comunicazione-2.jpg"  width="800" height="563" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Viadotto Merula in costruzione - Foto per gentile concessione Giovanni Maccaboni</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Durante il completamento del viadotto il Comune di Andora fece pressione affinché lo svincolo diventasse permanente, ottenendo l'approvazione da parte della società Autostrada dei Fiori S.p.A.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 20 Dec 2025 23:37:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Vecchia ferrovia]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia_e_territorio"><![CDATA[Storia e territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000E"><div class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Vecchia-ferrovia-1.jpg"  width="694" height="462" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La linea ferroviaria Savona-Ventimiglia di Km 114 700 fu inaugurata il 25 gennaio 1872 e aperta al pubblico il 10 febbraio 1872.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’elettrificazione avvenne tra il 1928 e il 1939 e i ponti in ferro, vennero costruiti dalla ditta Tardy-Benech</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La “vecchia stazione” di Andora fu inaugurata nel 1872 e fu chiusa alle ore 2:00 del 2 novembre 2016.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Alcuni dati relativi alla realizzazione del tratto ferroviario:</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">Superficie complessiva dei terreni espropriati per la costruzione della ferrovia: mq 5.000.595</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">Superficie terreni non utilizzati (che non ebbero destinazione e che cessano la loro utilità al termine dell'opera, parte dei quali vengono consegnati al Demanio per essere rivenduti e parte a disposizione per esigenze future): mq 430.000</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">Comuni interessati: 87</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">Superficie occupata da fabbricati: mq 17.679</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">Costo complessivo degli espropri: L. 13.921.121 (L. 12.626.472 per i terreni e L. 1.294.649 per i fabbricati)</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">Prezzi medi pagati per l’esproprio dei terreni: da L. 0.03 a L. 54.83 al mq (da L. 0.03 a L. 0.80 per le rocce e gerbidi – da L. 0.60 a L. 3.00 per oliveti, vigne e seminativi – da L. 2.00 a L. 6.00 per gli orti e agrumeti)</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">998 muri così suddivisi:</span><br></li><ul><li><span class="fs14lh1-5">542 per una lunghezza di metri 49.120 (muri per il rivestimento e consolidamento delle trincee e per difendere la ferrovia dalla caduta massi)</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">229 per una lunghezza di metri 27.979 (muri di sostegno della sede a monte della ferrovia o in località non esposte al mare)</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">227 per una lunghezza di metri 34.315 (muri che difendono la ferrovia dal mare)</span><br></li></ul><li><span class="fs14lh1-5">Tronco da Albenga a Oneglia: lunghezza metri 25.927</span><br></li><ul><li><span class="fs14lh1-5">11 gallerie per una lunghezza totale di metri 6.111, 119</span></li><li><span class="fs14lh1-5">sviluppo complessivo muri: metri 14.301</span></li><li><span class="fs14lh1-5">manufatti n° 182 per un totale di metri 690</span></li></ul><li><span class="fs14lh1-5">- ponte sul torrente Merula: tre arcate di metri 15 ognuna</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">- galleria 20a - Capo Mele: metri 1.323,29 (con un pozzo verticale di metri 52)</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">- galleria 21a - Capo Rollo: metri 184,20</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">- stazioni e distanze: Laigueglia (fermata semplice) – Andora (di 4a classe): metri 3.858</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">- stazioni e distanze: Andora (di 4a classe) – Cervo (fermata semplice): metri 4.345</span><br></li></ul></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Vecchia-ferrovia-2.jpg"  width="843" height="623" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter">Il primo "orario dei treni" del 1872.</div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div><a href="https://www.andoraneltempo.it/files/Vecchia Ferrovia - Versione ridotta.mp4">https://www.andoraneltempo.it/files/Vecchia Ferrovia - Versione ridotta.mp4</a>]]></description>
			<pubDate>Sat, 20 Dec 2025 23:29:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Vie di comunicazione]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Territorio"><![CDATA[Territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000D"><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Lo sviluppo urbanistico di un luogo dipende in parte sostanziale dalle vie di percorrenza, dalla facilità di accesso al luogo stesso ma anche di comunicazione con i luoghi limitrofi.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il territorio andorese, per lungo tempo dotato di una viabilità molto essenziale e ridotta, rappresentata da strade di comunicazione intervallive spesso ricalcanti antichi tracciati romani o medievali, viene trasformato sostanzialmente nella seconda metà dell’Ottocento e, curiosamente, in modo ulteriore un secolo dopo.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel 1872, viene costruita la Ferrovia nel tratto Savona – Ventimiglia e la Stazione Ferroviaria stanziata sul territorio andorese ne determina importanti trasformazioni antropiche e territoriali.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Infatti, un importante nuovo insediamento di una struttura dedicata alla viabilità, diventa il punto trainante ed il riferimento sul luogo per la nascita di via Carminati.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’economia locale conosce alcuni importanti cambiamenti, per i quali la possibilità di trasporti agevolati verso mercati limitrofi, ma anche in regioni lontane, spingono alla trasformazione del suolo, con impianto di coltivazioni orto-frutticole che non sono più dedicate alla sola economia autoctona, ma anche ad una forma di commercio, seppure accennato e spesso delocalizzato alle produzioni in eccedenza da usi famigliari e locali, ma pur sempre una nuova potenzialità nella visione dello sviluppo commerciale andorese.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La Ferrovia permette approvvigionamenti di materiali per cantieri navali e molte merci viaggiano su rotaie.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La presenza ed edificazione della Stazione Ferroviaria localizza la crescita dell’estensione di un nuovo nucleo edificato in linea, che darà origine alla Strada della Stazione, che diventerà via Carminati, ponendo la crescita di abitazioni e l’accentramento delle attività commerciali e di vendita, non ultima e per un certo periodo la sede del mercato settimanale.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I prodotti ortofrutticoli trasportati su carri trainati da animali da tiro, ma anche con basti da soma, sono trasportati alla Stazione Ferroviaria, dove sono caricati sui vagoni merci ferroviari e quindi inviate alle varie destinazioni limitrofe, italiane ed estere.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Gli stessi anni di impianto della Ferrovia, oltre alla formazione di quella che sarà via Carminati, coincidono con la nascita del nucleo edificato di Molino Nuovo, che diventa rapidamente un riferimento amministrativo cittadino, con la presenza del Municipio, ponendosi in mezzo alla vallata andorese, circa a metà tra il confine a monte con Stellanello ed il mare.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La nascita e crescita di Molino Nuovo determina la necessità della presenza di una arteria stradale principale intercomunale valliva che consenta un comodo spostamento verso l’interno della Valle del Merula e ciò determina una fonte di potenziamento e sviluppo per la parte territoriale più lontana dalla fascia costiera, che va ad incentivare lo sfruttamento dei terreni per coltivazioni in via di potenziamento ed ottimizzazione produttivi.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Circa 100 anni dopo lo stanziamento sul territorio della Ferrovia, nel 1969/70 arriva l’Autostrada dei Fiori.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’Autostrada deve essere un’arteria carrabile, una via di percorrenza intensa e veloce che “accorcia” le distanze, agevolando il raggiungimento delle località costiere.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I cantieri iniziarono con la cerimonia della posa della prima pietra, il 12 febbraio 1965 a Ventimiglia, con la presenza del Ministro Paolo Emilio Taviani.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L'intera autostrada venne aperta definitivamente il 6 Novembre 1973, costando 271 miliardi di Lire rispetto ai 118 preventivati inizialmente.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Inizialmente Andora non avrebbe dovuto avere lo svincolo autostradale (previsto invece in galleria ad Alassio, che rifiutò) ed essere solo un territorio di passaggio, ma i lavori di costruzione della “galleria di Marino” andarono per le lunghe a causa di piogge invernali che ne ritardarono il compimento, arrivando a fine primavera - inizio estate in ritardo sulla tabella di marcia del cantiere.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dovendo prevedere una sospensione estiva dei lavori, in accordo con l’Amministrazione Comunale andorese guidata dal Sindaco Walter Momigliano, anziché lasciare il tratto incompiuto transennato, si realizzò una rampa provvisoria di uscita, al termine della galleria "Bric Arpicella" nei pressi della borgata Metta, che anticipò quella che sarà una variante sostanziale per il territorio locale, ovvero il preludio di un provvisorio ed “imprevisto” casello andorese: una delle tante modifiche e variabili dettate gradualmente dall’avanzamento dei lavori (come il casello di San Bartolomeo al Mare), i quali subivano spesso delle sostanziali modifiche in corso d’opera per adattarsi alle esigenze specifiche incontrate in un difficile andamento territoriale.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Per l’estate, quindi, Andora per la prima volta usufruiva dei servizi di collegamento portati dall’autostrada ed arrivarono turisti a frotte; molti anche solo per caso, incuriositi dalla nuova opportunità di “traffico veloce”, ma costituendo di fatto una svolta per l’economia e per le consuetudini andoresi.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Visti i risultati, l’Amministrazione Comunale dell’epoca, intuendo le potenzialità economiche, si interessò per il mantenimento dello svincolo provvisorio, riuscendo nell’intento.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ciò comportò alcune modifiche anche nel tratto autostradale successivo, sia per le nuove pendenze di raccordo con il mantenimento di un’uscita in precedenza non prevista, sia per il traforo nella collina di ponente ed anche nella realizzazione dello svincolo di San Bartolomeo al Mare (in origine non previsto, in quanto tra Albenga ed Imperia non avrebbero dovuto esserci caselli intermedi tranne quello di Alassio).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il completamento della Galleria Marino (inaugurata con la presenza del Ministro Paolo Emilio Taviani), comportò lo spostamento dello svincolo provvisorio in prossimità della fine della stessa, in attesa del completamento del "Viadotto Merula", aprendo un secondo svincolo in prossimità dell'attuale area di servizio Rinovo Nord al fine di aggirare il cantiere e proseguire il tragitto sul sedime autostradale già realizzato.</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Vie-di-comunicazione-2.jpg"  width="800" height="563" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Viadotto Merula in costruzione - Foto per gentile concessione Giovanni Maccaboni</span><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Durante il completamento del viadotto il Comune di Andora fece pressione affinché lo svincolo diventasse permanente, ottenendo l'approvazione da parte della società Autostrada dei Fiori S.p.A.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’Autostrada cambia gradualmente alcune impostazioni ed abitudini locali, incrementando ed agevolando gli spostamenti verso Comuni non strettamente confinanti, indirizzando interessi e contatti ed usi economici verso Albenga e Imperia, maggiori centri limitrofi.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Mentre il facile raggiungimento da parte di chi arriva da Lombardia e Piemonte porta ad una “colonizzazione” del territorio, travolgendo e stravolgendo lo sviluppo ed andamento economico succedutesi fico a quel momento, virando l’economia locale sullo sfruttamento del territorio in funzione della trasformazione dello stesso in tessuto edificato dedicato a case di vacanza, limitando la produttività tipica locale e lo sviluppo di importanti attività economiche di tipo commerciale diverse dalle classiche botteghe di quartiere e successivi futuri piccoli maggiori insediamenti commerciali, spesso di vita breve.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nelle abitudini di spostamento il mezzo privato viene sempre maggiormente preferito alla disponibilità di più limitata affluenza sui mezzi pubblici, essendo la popolazione residente non altamente esposta a fenomeni di pendolarismo lavorativo e principalmente occupata sul territorio comunale.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Maggiore incidenza di spostamento con mezzi pubblici è determinata dalle esigenze di istruzione scolastica, prevalentemente nei cicli di studio superiore, dove la maggiore via di comunicazione utilizzata è rappresentata dalla Statale via Aurelia, con i servizi autobus su linee intercomunali, mentre il trasporto ferroviario per destinazione scolastica è prevalentemente indicato per le frequentazioni delle sedi universitarie.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 20 Dec 2025 23:25:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Antiche unità di misura]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000C"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="imTAJustify fs14lh1-5 ff1">Nel periodo storico tra Settecento e Ottocento, nelle fonti documentali di riferimento, si rilevano indicazioni relative agli antichi sistemi di misura applicati in funzione a quelli derivanti dall’uso presso la Repubblica di Genova.</span><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">E ciò dando per scontato e/o assimilando il fatto che, appartenendo Andora alla Repubblica di Genova, automaticamente così fosse.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">In realtà, la situazione è molto diversa, perché i sistemi di misura variavano, e spesso non poco, da zona a zona: troviamo così diversi sistemi/unità di misura in uso nei vari Mandamenti e variabili tra le varie località (senza allontanarci troppo) di Finalborgo, Calizzano – Massimino – Bardineto, Pietra Ligure, Loano, Albenga, Alassio, Andora.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Curiosando tra i documenti dell’Archivio Storico Comunale e con riferimento a specifici studi sulle varie differenziazioni locali, diamo uno sguardo agli antichi sistemi di misura utilizzati nell’Andora della seconda metà dell’Ottocento.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"></div><div class="imTAJustify"><ul><li><u><span class="fs14lh1-5 ff1">LUNGHEZZA</span></u><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><span class="fs14lh1-5 ff1">si usava: la “canna” (ml 3.00), valutata 4 “passi” (ml 0,75); ogni “passo” era 3 “palmi” (ml 0,25); ogni “palmo” era diviso in 12 “once” (ognuna poco più di cm 2).</span><br></li><li><u><span class="fs14lh1-5 ff1">SUPERFICIE</span></u><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><span class="fs14lh1-5 ff1">si usava: la “giornata” (mq 900,00), suddivisa in 1600 “passi quadrati” (mq 0,5625); il passo quadrato si suddivideva in 9 “palmi quadrati” (mq 0,0625) e ogni “palmo quadrato” in 12 “once di palmo quadrato” – La “giornata” corrispondeva ad un quadrato di 10 “canne” di lato, cioè 40 “passi”.</span><br></li><li><u><span class="fs14lh1-5 ff1">VOLUME</span></u><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><span class="fs14lh1-5 ff1">si usava: la “canna cuba” (litri 27000,00), suddivisa in 1728 “palmi cubi” (litri 15,625), ognuno suddiviso in 1728 “once cube”; la “oncia cuba” era costituita da 1728 “punti cubi” – I muri venivano misurati con la “cannella”, pari alla sesta parte della “cannella cuba”, costituita da 288 “palmi cubi” e cioè pari a mc 4,5.</span><br></li><li><u><span class="fs14lh1-5 ff1">CEREALI</span></u><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><span class="fs14lh1-5 ff1">si usava: la “emina” (litri 121,92 sebbene fosse semplificativamente considerata litri 120), suddivisa in 6 “eminette” (litri 20,32, in conseguenza considerati litri 20).</span><br></li><li><u><span class="fs14lh1-5 ff1">OLIVE</span></u><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><span class="fs14lh1-5 ff1">si usava: la “quarta” o “quartara” (litri 36), composta da 18 “motulari”; tuttavia, esisteva anche una “quarta” composta da 7 “motulari”.</span><br></li><li><u><span class="fs14lh1-5 ff1">VINO</span></u><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><span class="fs14lh1-5 ff1">si usava: il “barile (da vino)” (litri 40), suddiviso in 40 “amole” corrispondenti al litro; ogni “amola” era suddivisa in 2 “mezze amole”.</span><br></li><li><u><span class="fs14lh1-5 ff1">OLIO</span></u><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><span class="fs14lh1-5 ff1">si usava: il “barile (da olio)” (litri 65,48), suddiviso in 120 “quarteroni” (anticamente in 20 “lire”) o in 64 “pinte”; tuttavia, si prediligeva la vendita dell’olio a peso.</span><br></li><li><u><span class="fs14lh1-5 ff1">PESO</span></u><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span><span class="fs14lh1-5 ff1">si usava: il “cantaro” (kg 47,50 successivamente semplificato a kg 48), formato da 6 “rubbi” (kg 7,92 successivamente semplificato a kg 8); ogni “rubbo” era suddiviso in 25 “libbre” (grammi 316,75); la “libbra” era costituite da 12 “once”; la “oncia” era formata da 8 “ottavi” o “drammi”; ogni “ottavo” o “dramma” era costituito da 3 “denari” o “scrupoli” e questi ultimi suddivisi ognuno in 24 “grani”; il “cantaro” poteva essere suddiviso in 100 “rotoli” e ogni “rotolo” era corrispondente a 1,5 “libbre”.</span><br></li></ul></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 20 Dec 2025 22:29:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Partecipazione civica]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000B"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Le grandi opere, quelle che oggi chiamiamo "opere pubbliche", come ad esempio i ponti, le strade, i cimiteri, alcune delle quali giunte a noi, ancora esistenti seppure ammodernate, con quali finanziamenti venivano realizzate nell'Ottocento e nell'inizio del Novecento?</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Qualora si rendesse necessario fare un intervento importante, l'autorità amministrativa convocava una o più adunanze pubbliche a cui erano invitati tutti i cittadini e, spesso, tali incontri avvenivano in sedi diverse, tipo nelle piazzette delle varie borgate, in modo che tutti potessero essere al corrente delle iniziative e avessero maggiore facilità a parteciparvi.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il Comune stilava degli elenchi di tutti i cittadini abitanti o presenti nel territorio andorese (una sorta di elenco anagrafico ovvero censimento apposito) e ad ognuno veniva assegnato un compito attivo secondo le singole disponibilità, l'età, la composizione famigliare e il proprio stato economico.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Conseguentemente, la realizzazione dell'opera pubblica veniva effettuata con la diretta ed attiva partecipazione pro quota di ogni membro della comunità.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L'amministrazione comunale calcolava e suddivideva le varie mansioni tra tutti i partecipanti, attribuendo ad ognuno il proprio impegno specifico, secondo una tabella che veniva appositamente compilata quale registro d'opera: gli individui maschili nel pieno delle proprie forze lavorative svolgevano il grosso della manodopera, gli anziani si dedicavano alla preparazione dei materiali ed alla movimentazione dei mezzi trainati da forza animale, mentre le donne si occupavano del sostentamento alimentare provvedendo a cucinare per gli "operai".</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Chi era in grado di contribuire con la fornitura delle aree terriere di proprietà privata di sedime dell'opera (cessioni "volontarie" a titolo gratuito per il pubblico uso), delle provviste e dei materiali, conseguiva una sorta di conguaglio/scomputo con la quantità di forza lavoro dovuta.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Gli individui che non potevano intervenire a causa di menomazioni fisiche e/o stati di salute cagionevoli erano esentati, ma talvolta la loro quota spettante veniva suddivisa tra gli altri membri della famiglia.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Se qualcuno si defilava dai propri doveri senza giustificato motivo, veniva perseguito in base alle leggi vigenti, che potevano prevedere applicazione di sanzioni, riscossioni coatte (entrambi tali provvedimenti avrebbero potuto in alcuni casi essere estesi al nucleo famigliare) e nei casi peggiori anche pene detentive (in questo caso solo a carico del singolo individuo interessato).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L'amministrazione comunale si curava dell'organizzazione, delle fasi coordinative e direzionali dell'esecuzione dell'opera e della fornitura di materiali e mezzi necessari.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 20 Dec 2025 22:27:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Modificazioni della costa]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Territorio"><![CDATA[Territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000A"><div class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Modificazioni-della-Costa-1.jpg"  width="756" height="964" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Topografia delle valli sommerse</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Alcuni dei capisaldi quotati nel 1888, verificati nel 1955, dimostravano che il livello del terreno aveva subìto delle variazioni in altezza, abbassandosi di quasi 10 cm.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In particolare:</span><br><ul><li><span class="fs14lh1-5">ad Andora, un caposaldo siglato GF/ 58°, posto sulla facciata verso i binari della ex stazione ferroviaria, a sinistra della porta, da metri 0011,7137 s.l.m. si è abbassato a metri 0011,6249, ovvero di cm 8,88;</span></li></ul><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-4" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Modificazioni-della-Costa-2.jpg"  width="399" height="391" /><br></div><div class="imTAJustify"><br><ul><li><span class="fs14lh1-5">a Capo Mele, un altro caposaldo siglato GF /55° e segnato a destra sul terzo gradino della porta principale del Faro, da metri 0073,4586 s.l.m. si è abbassato a metri 0073,3639, ovvero di cm. 9,47.</span></li></ul><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-5" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Modificazioni-della-Costa-3.jpg"  width="400" height="388" /><br></div><div class="imTAJustify"><br><span class="fs14lh1-5">Ad Andora, la torre del XVI secolo, che ancora esisteva nel 1700 alla foce del Merula, nel 1870 era già stata ingoiata dal mare.</span><br><span class="fs14lh1-5">Davanti alla località Pigna, all’inizio del 1900 esisteva un cantiere navale di proprietà del Conte Quaglia, con circa 50 metri di spiaggia davanti; nel 1937 questa spiaggia non esisteva più.</span><br><span class="fs14lh1-5">In seguito si riparò la zona con riempimenti, usufruendo quale “discarica” del materiale detritico proveniente dal cantiere dell’Autostrada dei Fiori in costruzione.</span><br><span class="fs14lh1-5">Davanti alla Colonia Marina “Salus”, verso la metà del 1800, esisteva un cascinale con uno spiazzo di circa 70 metri di spiaggia; nel 1938 il cascinale non esisteva più.</span><br><span class="fs14lh1-5">Secondo il “</span><i><span class="fs14lh1-5">Regolamento per la estrazione delle arene sulla spiaggia di Andora, Genova, 4.1.1897, (ARGCS)”,</span><span class="fs14lh1-5"> </span></i><span class="fs14lh1-5">nel 1896, alcune case, già demolite nel 1934 e successivamente scomparse, verso il mare possedevano terreni olivati e 20 metri di arenile.</span><br><span class="fs14lh1-5">In considerazione di tali dati documentali e dei relativi planimetrici con i luoghi descritti, emergerebbe che, sotto l’effetto del bradisismo positivo e di altre cause, le spiagge e la linea costiera si sarebbero ritirate mediamente di circa 40 metri nel tempo di poco più di un secolo e mezzo.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 20 Dec 2025 22:24:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Pesca]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia_e_territorio"><![CDATA[Storia e territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000009"><div class="imTACenter"><b class="fs10lh1-5"><span class="fs14lh1-5 ff1">L’ANTICA ATTIVITA’ DI PESCA</span></b><br></div><div class="imTACenter"><b class="fs10lh1-5"><span class="fs14lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div class="imTACenter"><div><span class="fs10lh1-5"> </span></div><div><img class="image-19" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Pesca-1.jpg"  width="600" height="400" /><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Foto per gentile concessione Maddalena Todiere</span></div><div><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Anticamente, a partire dalla fine del Seicento, l’attività di pesca veniva spesso esercitata in forma complementare ad altre mansioni economiche primarie, tipo l’agricoltura, come testimonia un documento del 1684 in occasione della compilazione di un ruolo delle persone abili alla navigazione, nel quale si riporta che i marinai presenti nella giurisdizione di Andora sono “tutti zappatori”.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> &nbsp;</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La pesca ligure era esercitata prevalentemente senza distinzioni specialistiche preferenziali a tipi di pesci e sommariamente in ogni località litoranea.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Pertanto, la cattura dei pesci stanziali lungo le coste (triglie, naselli, sardine, gamberi) si integrava con quella periodica delle specie in transito (maggio - giugno, per acciughe da salatura, sgombri e cefali).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> &nbsp;</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La “pesca specialistica”, dedicata al tonno ed al corallo, richiede impiego di attrezzature costose ed armamento di flotte ed equipaggi adeguati.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Quella al corallo spinge stagionalmente alle coste della Sardegna, della Corsica ed anche tunisine nella continua ricerca e sfruttamento dei banchi corallini più pescosi e pregiati, mentre quella al tonno rimane similmente mirata alle coste sarde.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> &nbsp;</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I censimenti della Repubblica di Genova, finalizzati all’individuazione del numero di uomini in grado di prestare servizio sulla flotta militare evidenziano come nell’80-85% dei casi, nel periodo da aprile ad agosto, si recano “</span><i><span class="fs14lh1-5">a guadagnarsi il pane in Sardegna, chi per negotii, chi per corallare e chi alle tonnare</span></i><span class="fs14lh1-5">”.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Secondo le fonti documentali conservate presso l’Archivio di Stato di Genova – Archivio Segreto, nel 1684 Andora sarebbe rappresentata da 210 individui, mentre Laigueglia da 198 e Cervo da 387.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Invece, in base a fonti documentali conservate presso l’Archivio di Stato di Savona – Dipartimento di Montenotte, agli inizi del XIX secolo:</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">Andora presenterebbe una (1) sola imbarcazione commercialmente destinata alla pesca di tutte le tipologie di pesci, con 14 pescatori impegnati e con valore del pescato (espresso in franchi) di 16.000 (con la precisazione “</span><i><span class="fs14lh1-5">che la pesca nelle acque di Andora è esercitata da forestieri e gli abitanti sono in prevalenza agricoltori</span></i><span class="fs14lh1-5">”);</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">Laigueglia presenterebbe dieci (10) imbarcazioni commercialmente destinate alla pesca di tutte le tipologie di pesci, con 200 pescatori impegnati e con valore del pescato (espresso in franchi) di 45.000; &nbsp;&nbsp;</span></li></ul></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">Cervo presenterebbe una (1) sola imbarcazione commercialmente destinata alla pesca di tutte le tipologie di pesci, con 6 pescatori impegnati e con valore del pescato (espresso in franchi) di 800.</span></li></ul></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In totale sono censite 213 imbarcazioni e 2.125 pescatori, pari all’8% circa della popolazione maschile in età da lavoro ed il valore del prodotto supera i 532.000 franchi francesi.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La pesca viene spesso praticata in forma associata, attraverso forme contrattuali tra i proprietari della barca e delle attrezzature e chi apporta la propria prestazione manuale d’opera (come già in epoca medievale), nelle quali i lavoratori hanno limitato potere negoziale rispetto ed a vantaggio degli investitori.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> &nbsp;</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La “società della sciabica” è una delle forme associative più diffusa nel Ponente in Età Moderna e prevede apparenti equi principi relativi alla spartizione dei proventi della pesca, che tuttavia vengono spesso e regolarmente disattesi dai proprietari delle attrezzature impiegate, in favore di accordi con i mercanti che gestiscono la commercializzazione e conservazione del pescato (“frizedori”), a fronte di una promessa di cessione del pesce a prezzo inferiore in cambio della garanzia di collocare l’intero prodotto, conseguentemente danneggiando i pescatori.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Talvolta, i mercanti fungono da investitori, anticipando capitali, speculando sugli utili della società ed acquisendo il controllo dell’intera attività di pesca.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> &nbsp;</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Parte del prodotto fresco viene destinato sul luogo e nelle zone limitrofe per mezzo dell’opera dei “cavagnari”, mentre altra parte viene commercializzata trasportandola in entroterra e basso Piemonte (prevalentemente tonno, sardine ed acciughe).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La manovalanza nel settore si estende a donne, ragazzi ed anziani, occupando anche interi nuclei famigliari, occupandosi di vari compiti, come tirare le reti sulla spiaggia, preparare funi e attrezzature, partecipare alla lavorazione del pescato destinato alla conservazione (salatura delle acciughe, bollitura/frittura e successiva messa sott’olio, soffrittura con aglio e cipolla e successiva sistemazione sotto aceto in recipienti di terracotta).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Questo fenomeno comporta migrazioni stagionali di lavoratori dall’entroterra verso i centri costieri, pur sempre mantenendo la predominante dipendenza dall’attività legata alle coltivazioni agricole.</span></div><div><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div><div><br></div><div><hr><br></div><div><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><i>Secondo stime dell’epoca, effettuate dal Conte Chabrol de Volvic – prefetto napoleonico del Dipartimento di Montenotte, un “patrono” poteva arrivare a percepire un compenso medio mensile di circa 36 franchi (equivalente a quello di un manovale edile), un componente dell'equipaggio circa 26 - 28 franchi, un anziano aiutante a terra circa 14 - 15, circa 10 a donne e ragazzi; tali compensi, in caso di annata poco fortunata, potevano diminuire per più di un terzo.</i></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><i>Una buona stagione di pesca assicurava un utile netto (dedotti ammortamento e spese di manutenzione) fino al 16 - 17% del capitale investito per il proprietario delle attrezzature e appena sufficiente a coprire in costi in caso negativo.</i></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><i>L'acquisto di un gozzo e relative reti comporta un investimento di circa 1.500 franchi, equivalenti a tre anni e mezzo di lavoro per un “patrono” ed a quattro e mezzo per un componente dell’equipaggio.</i></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"><i>Un’imbarcazione di maggiori dimensioni, per la pesca al largo ed adeguata attrezzatura comportava un investimento triplicato, di circa 4.600 franchi, corrispondente a quasi undici anni di lavoro di un “patrono” e oltre quattordici di un componente dell’equipaggio.</i></span></div><div class="imTAJustify"><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1">LA PESCA DEL CORALLO</span></b></div><div><b><br></b></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-20" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Pesca-2.jpg"  width="512" height="384" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Sulle pendici di Capo Mele, sul versante di Laigueglia, sorge un santuario intitolato a Nostra Signora delle Penne: in passato era l’ultimo edificio salutato dai numerosi marinai che ad inizio primavera si imbarcavano per recarsi sui ricchi banchi coralliferi, fino alla Corsica, alla Sardegna ed alle coste del Nordafrica, spopolando le località rivierasche nel periodo di pesca.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">I grandi occhi della Madonna affrescata sul lato che si affaccia verso il mare servivano a infondere coraggio alle ciurme che si apprestavano a compiere un viaggio di lavoro lungo (il rientro avveniva di solito a fine agosto), faticoso, nonché pericoloso, a causa soprattutto dei corsari barbareschi.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-21" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Pesca-3.jpg"  width="600" height="391" /><br></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-22" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Pesca-4.jpg"  width="400" height="292" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto Felice Schivo</span></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">I proventi della pesca del corallo erano soggetti a tassazione e furono sfruttati per costruire chiese, oratori (alcuni di questi edifici religiosi sono ancora oggi ornati con tele e rappresentazioni che ricordano scene della pesca del corallo), nonché sfruttati per le finanze pubbliche e servizi svolti sul e per il territorio.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">A bordo dell’imbarcazione da pesca, la “corallina”, il patrone era affiancato dal poppiere: entrambi non toccavano mai i remi.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">I marinai, se possibile giovani, venivano ingaggiati con “l’imprestito” o “mutuo”: davanti al notaio, il marinaio si impegnava ad “andare e servire” a bordo di una “corallina”, ricevendo una somma (indicativamente variabile di lire 40 – 45, comportante il pagamento di un interesse, il quale spesso sfociava in usura) che sarebbe stata detratta dalla quota a lui spettante alla fine della spedizione.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Se la pesca andava bene, si poteva estinguere il debito ed anche realizzare un utile, secondo la quota proporzionale spettante sui proventi derivanti dalla vendita del corallo.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Solitamente la pesca al corallo si effettuava “a barcarezzo”, cioè uno sciame di imbarcazioni sotto la guida di alcuni “capi di conserva” (galee armate che fungevano da scorta e difesa da possibili attacchi di corsari e pirati barbareschi, che infestavano i mari in cui veniva effettuata la pesca).</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Tuttavia, non era escluso che qualcuno potesse effettuare una campagna di pesca più riservata e più pericolosa, al fine di non condividere informazioni sulla posizione di eventuali banchi coralliferi particolarmente ricchi, anche se una presenza più numerosa fosse utile (almeno due imbarcazioni), qualora si trattasse di disincagliare la rete o “l’ingegno”.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Alcune “coralline” partivano cariche di merci e tornavano ugualmente cariche, non solo di corallo, ma anche di vari beni, i quali erano rivenduti in o tenuti per se stessi (ogni cosa che entrava entro i confini statali doveva essere denunciata).</span></div><div><span class="fs14lh1-5"> &nbsp;</span></div><div><span class="fs14lh1-5">La pesca del corallo era praticata localmente su “coralline” attrezzate, dette “fregate”, che avevano uno scafo sottile e basso, armate di due vele latine, ma adatte alla propulsione a remi (da non confondere con gli omonimi velieri d’alto bordo); a poppa erano dotate un “ingegno”.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div><span class="fs14lh1-5">L’ingegno, detto anche croce di Sant’Andrea, probabilmente di invenzione araba, era composto da due assi di legno di uguale lunghezza e incrociate, munite di ramponi, sotto i quali era attaccata una rete dentro cui cadeva il corallo staccato; veniva &nbsp;calato &nbsp;con &nbsp;delle &nbsp;funi &nbsp;di &nbsp;canapa &nbsp;ad &nbsp;una &nbsp;profondità &nbsp;di 50-100 braccia e per &nbsp;manovrare questo attrezzo, dalla coperta dell’imbarcazione, i marinai dovevano continuamente correggere il movimento della “corallina” e dell’argano a cui era legato l’ingegno stesso.</span></div><div><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-24" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Pesca-6.jpg"  width="260" height="300" /><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5"> &nbsp;</span><img class="image-25" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Pesca-7.jpg"  width="416" height="300" /><br></div><div><span class="fs14lh1-5"> &nbsp;</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Le barche laiguegliesi partivano tutte insieme dopo l’ottava di Pasqua, restando per mare ad agosto.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Nel 1672, il Vescovo di Albenga concedette ai corallari laiguegliesi (dopo pressanti suppliche) di pescare nelle festività non solenni e di devolvere parte del ricavato della vendita del corallo all’Oratorio di Santa Maria Maddalena e non soltanto alla Chiesa di San Matteo a cui era già destinata la contribuzione di un giorno settimanale.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Tale concessione fu uno degli spunti della vertenza con cui gli Anziani di Andora accusano i patroni laiguegliesi di destinare tulle le offerte alla Chiesa di Laigueglia, senza nulla elargire alle povere parrocchie sparse nelle vallate di Andora.</span></div><div><span class="fs14lh1-5"> &nbsp;</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Nel Settecento, le conseguenze di ripetute tempeste crearono la distruzione del fondale antistante i nostri tratti costieri e la scomparsa dei banchi di corallo.</span></div><div><span class="fs14lh1-5">Conseguentemente, la storica attività locale della pesca al corallo diminuì fortemente, fino a cessare del tutto e lasciando ricordi di avventure, sacrifici e ricchezze che hanno caratterizzato la vita socio-economica di tanti dei ostri nuclei abitati rivieraschi.</span></div><div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1">LE BARCHE DA PESCA</span></b></div><div class="imTACenter"><span class="fs10lh1-5"> </span></div><div class="imTACenter"><img class="image-26" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Pesca-8.jpg"  width="600" height="450" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Leudo - Foto di Tangopaso</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Fotografia autoprodotta, Pubblico dominio, httpscommons.wikimedia.orgwindex.phpcurid=50442508</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><b><span class="fs14lh1-5">Leudo o liuto:</span></b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">due nomi diversi utilizzati per definire la stessa imbarcazione, anticamente utilizzata comunemente in Liguria fino alla metà del Novecento quale imbarcazione da trasporto e più raramente per la pesca.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Era caratterizzato da un albero corto e molto inclinato in avanti, una lunga antenna dotata di vela latina ed un bompresso, retraibile a bordo, su cui erano murati uno o due fiocchi.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Notevoli dimensioni e robustezza ne consentivano una prolungata vita a bordo, oltre al basso pescaggio, grazie al quale poteva approdare a coste con acque poco profonde, potendo essere facilmente tirato in secco.</span></div><div class="imTACenter"><b><br></b></div><div class="imTACenter"><img class="image-27" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Pesca-5.jpg"  width="400" height="380" /><b><br></b></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Tartana</span></div><div class="imTACenter"><b><br></b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><b><span class="fs14lh1-5">Tartana da pesca:</span><span class="fs14lh1-5"> </span></b><span class="fs14lh1-5">tipica barca da pesca molto diffusa ed utilizzata dal Seicento sino all’inizio del Novecento come battello da carico, lunga 15/20 metri.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><b><br></b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><b><span class="fs14lh1-5">Paranza:</span></b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">barca di ragguardevoli dimensioni, utilizzata tradizionalmente per la pesca a strascico (attività da cui prende il nome), dotata di ponte con vela latina ed un bompresso fisso su cui era murato un fiocco.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><b><br></b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><b><span class="fs14lh1-5">Bilancella (o paranzella):</span></b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">battello da pesca e da carico più piccolo della Tartana (di cui manteneva forte somiglianza), dotata di vela latina senza fiocco, priva di ponte e timone sporgente dalla chiglia che funzionava anche da deriva.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La caratteristica particolare era determinata dall’albero, il quale poteva essere rimosso per facilitare la calata delle reti.</span></div><div class="imTACenter"><b><br></b></div><div class="imTACenter"><img class="image-28" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Pesca-10.jpg"  width="600" height="450" /><b><br></b></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Gozzi - Foto Di KevinKwxwx - eigene Quelle</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">CC BY-SA 3.0, httpscommons.wikimedia.orgwindex.phpcurid=12647532</span></div><div class="imTACenter"><b><br></b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><b><span class="fs14lh1-5">Gozzo:</span></b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">è una barca da pesca estremamente diffusa, introdotta dagli arabi e copiata fino a distinguersi nelle varie varianti locali dello scafo (Liguria, Toscana, Campania, Sicilia, Puglia, Sardegna), dove assume forme e dimensioni talvolta parzialmente diverse e caratteristiche, così come i nomi con cui viene chiamata.</span></div></div><div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1">IL GOZZO</span></b></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-29" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Pesca-11.jpg"  width="600" height="400" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto per gentile concessione Maddalena Todiere</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sulle spiagge di ogni paese della costa ligure, fino a pochi anni fa, potevano osservarsi i tipici gozzi, le piccole e caratteristiche imbarcazioni colorate dei pescatori locali: tirati in secca in attesa dell’uscita a pesca.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> &nbsp;</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il gozzo veniva movimentato a terra con i pali (“parati”), tavole spesse di legno, a sezione trapezoidale, ingrassati con grasso animale bollito e posti trasversalmente alla spiaggia per farvi scorrere l’imbarcazione.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il gozzo ligure è più piccolo del leudo (da una lunghezza di metri 3 – 4 a 10) ed un tempo utilizzato prevalentemente per la pesca, con propulsione che originariamente era a remi o a vela latina e più recentemente a motore (l’uso a motore trovò maggiore applicazione in ottica di utilizzo per altri scopi in ottica di maggiori guadagni, come il trasporto di turisti e più ampiamente per perseguire maggiore velocità di spostamento).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Una particolarità dei tempi passati era misurare la lunghezza dei gozzi in palmi genovesi, dove un palmo equivale a circa 25 centimetri ed un normale gozzo da pesca era lungo da 22 palmi (5,5 mt.) a 26 palmi (6.5 mt.).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Questa imbarcazione veniva realizzata da un maestro d'ascia che conosceva a mente tutti i segreti costruttivi e, senza ricorrere a disegni, la costruiva ad occhio (posizionata la chiglia già completa di dritti sullo scalo, si partiva dall'ordinata maestra e con una serie di righelli verso prua e verso poppa venivano gradualmente sagomate le varie ordinate) o con l'uso di “garbi” (modelli di ordinata di legno dell'ossatura a grandezza naturale che, con le dovute correzioni era in grado di dare, partendo dall'ordinata maestra, una buona parte delle ordinate di prua e di poppa), trasmessi gelosamente di padre in figlio.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L'elemento caratteristico di un gozzo ligure è la "pernaccia", il prolungamento di cm 20 – 30 del dritto di prora dal bordo, un elemento più decorativo che funzionale, anche se serve a legare (con un rapido nodo parlato) la cima dell’ancora o la cima di ormeggio.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il gozzo era originariamente costruito completamente in legno, ma l’evoluzione dettata anche dall’installazione a bordo di un motore, che ha permesso di poter raggiungere velocità di 30 – 35 nodi, ha agevolato anche dalla sostituzione dell’originario materiale legno con la vetroresina per la realizzazione della carena.</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-30" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Pesca-12.jpg"  width="400" height="300" /><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5"> </span><img class="image-31" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Pesca-13.jpg"  width="400" height="300" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">"Rollo", imbarcazione abbandonata che fu di Napoleone "Leo" Gazzini, l'ultimo navigante andorese</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La struttura portante del gozzo è una solida chiglia (di rovere,</span><span class="fs14lh1-5 cf1"> </span><span class="fs14lh1-5">come i dritti di prua e di poppa che però potevano essere in alternativa di frassino), con sviluppo da poppa a prora, a cui sono attaccate una serie di costole (in rovere, frassino, olmo o acacia, ricavate da uno o più pezzi di legno a fibra curva naturale “i curvami”) che compongono l'ossatura dell'imbarcazione, formando una sorta di gabbia toracica, alla quale viene appoggiate le tavole lignee di fasciame (in genere di pino ligure, senza nodi, mentre le “cinte” cioè le tavole sotto il bordo, spesso impregnate e verniciate con prodotti trasparenti se di rovere o mogano, oppure lasciate a vista senza trattamenti se di teak), disposte longitudinalmente, installando la prima tavola dell'orlo ed il torello e seguite da tutte le restanti.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I masconi, la prua e la poppa sono molto tozzi e la chiglia ha funzione sia di struttura dorsale che da deriva, sporgendo sotto allo scafo e terminando a poppa all'altezza del timone, sorreggendo le femminelle, ed a prora con “pernaccia”.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’ossatura principale é costituita dai “madieri” sul fondo della chiglia, che si raccordano alle costole mediante gli “staminali” nel punto, detto ginocchio, in cui i fianchi dello scafo si collegano al fondo: dal centro barca verso prua, lo “staminale” si sovrappone al “madiere” verso prora, mentre la sovrapposizione avviene al contrario dal centro barca verso poppa.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il piano di calpestio è costituito da un assito in legno, avente funzione di potervici camminare, ma senza avere un ponte continuo e stagno (trattandosi di una barca relativamente di piccole dimensioni), con alcune traverse (“banchi” con notevole “bolzone”, cioè molto incurvati verso l’alto, di teak o mogano, privi di braccioli verticali e puntelli a sostegno) sfruttabili da sedile per i passeggeri, e coperture all'estrema poppa ed all'estrema prora, sotto le quali vengono ricavati due gavoni (“gavone di poppa” e “gavone di prora”), delimitati da due paratie, usati per riporre attrezzatura nautica.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il bordo può essere di frassino, rovere, mogano, e viene incastrato sulle teste delle costole e sulla cinta.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sulla falchetta si possono trovare due o tre paia di scalmi (di bronzo o di acciaio con gli stroppi di cuoio, o in fibra), a caviglia, sui quali poter fissare i remi (dotati di contrappeso, detto “girone”, per diminuire la fatica durante la vogata e renderli più equilibrati).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I remi (solitamente di faggio, pesanti e con la pala lunga) sono bloccati sugli scalmi attraverso una legatura, detta “stroppo” (di cuoio).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nei casi di gozzo a motore, quest’ultimo è di tipo diesel entrobordo (all'interno dello scafo), in un apposito spazio verso il centro nave, in modo da agevolare la tenuta al mare e l'efficienza dello scafo, collegato all'elica (posizionata all'estrema poppa dello scafo), attraverso un asse ed un pressatrecce o premistoppa a baderna, mentre il timone è incernierato a poppa, manovrabile con barra o con ruota, secondo le dimensioni dell'imbarcazione.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Alcuni gozzi montano un motore fuoribordo (esterno alla barca), collegato da una piastra in legno impiantata a poppa al posto del timone, unendo il sistema di propulsione al governo dell’imbarcazione, potendo ruotare attorno ad un asse verticale.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Altri hanno propulsione a vela latina montata su un unico albero a centro dell’imbarcazione ed issata mediante un'antenna.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I gozzi di maggiori dimensioni, se "cabinati" (cioè dotati di una struttura che ricopre e protegge il timone - in questo caso di tipo</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">a ruota e</span><span class="fs14lh1-5"> </span></i><span class="fs14lh1-5">non</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">a barra -</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">che può ospitare cuccette di fortuna, estendendosi verso prua), prendono il nome di</span><span class="fs14lh1-5"> </span><i><span class="fs14lh1-5">pilotina</span></i><span class="fs14lh1-5">.</span></div></div><div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1">TIPI DI PESCA</span></b></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-32" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Pesca-14.jpg"  width="600" height="400" /><br></div><div class="imTACenter"><b></b></div><div class="imTACenter"><span class="fs10lh1-5"> </span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1">LE RETI</span></b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Anticamente le reti erano realizzate in filo di canapa (macerata e asciugata dal sole), grazie alla accurata opera delle donne, le quali le tessevano in funzione del tipo di pesca che si dovesse praticare, contribuendo alla continua manutenzione e conservazione con ripulitura e periodica “tannatura” (bollitura con polvere di corteccia di pino).</span></div><div class="imTACenter"></div><div class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5 ff3"> </span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1">RETI DA POSTA FISSE</span></b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il “</span><b><span class="fs14lh1-5">tramaglio</span></b><span class="fs14lh1-5">” è una rete di sbarramento, ancorata al fondo mediante una zavorra e segnalata in superficie con un “pedagno”, calata nel tardo pomeriggio e lasciata fino alle prime ore del mattino.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5 ff3"> </span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1">RETI DA POSTA ALLA DERIVA</span></b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A differenza del tramaglio, non ancorate al fondo ma lasciate libere nella corrente.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tra le più comuni vi erano la “</span><b><span class="fs14lh1-5">menaide</span></b><span class="fs14lh1-5">”e la “</span><b><span class="fs14lh1-5">sardara</span></b><span class="fs14lh1-5">”, usate abitualmente per la pesca di sardine e acciughe; venivano lasciate libere alla corrente, non dovendo toccare il fondo e per questo dotate inferiormente di pochi piombi e di molti sugheri superiormente.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5 ff3"> &nbsp;</span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1">RETI A CIRCUIZIONE</span></b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Utilizzate similmente alle precedenti, per circondare branchi di pesce (acciughe, sgombri, cefali), i quali erano sospinti verso la rete con azioni di disturbo (utilizzo delle lampare o con creazione di rumori in superficie); le due estremità della rete venivano chiuse a sacco.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><ul><li><b><span class="imUl fs14lh1-5 ff1">Lampara</span></b></li></ul></div></div></div></div><blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTACenter"><div class="imTAJustify"><div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il termine prende il nome dall’imbarcazione che era dotata di una intensa fonte luminosa ed insieme ad altre due barche, tradizionalmente effettuavano questo tipo di pesca</span></div></div></div></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTACenter"><div class="imTAJustify"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La fonte luminosa era anticamente ottenuta con una brace di tronchetti resinosi su un su una piastra a prua e successivamente sostituita da una lampada a carburo di calcio.</span></div></div></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTACenter"><div class="imTAJustify"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La rete utilizzata, il “cianciolo”, era una sorta di grande sacco con due ali laterali, dotato superiormente di molti sugheri ed inferiormente di piombi sufficienti a consentire che non affiorasse in superficie; veniva calato in modo da perimetrare uno specchio d'acqua, all’interno del quale si muoveva la “lampara, mentre le altre due imbarcazioni attendevano all’estremità laterali, pronte per chiudere il sacco, tirando le corde delle ali e del fondo (pescando prevalentemente sardine ed acciughe).</span></div></div></div></blockquote></blockquote></blockquote><div class="imTACenter"><div class="imTAJustify"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><ul><li><b><span class="imUl fs14lh1-5 ff1">Cannata</span></b></li></ul></div></div></div><blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTACenter"><div class="imTAJustify"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sistema simile al precedente, utilizzato sia in diurna che in notturna, ma meno abituale, sebbene si potesse attuare con minori risorse, in quanto erano sufficienti solo due gozzi: una barca calava una rete a semicerchio, mentre la seconda tendeva un’altra rete che non affondava perché sostenuta dalle canne; si spaventava il pesce (solitamente cefali), battendo sul fasciame con oggetti di legno, oppure lanciando ripetutamente in acqua una pietra legata ad una corda, inducendolo ad impigliarsi nella rete.</span></div></div></div></blockquote></blockquote></blockquote><div class="imTACenter"><div class="imTAJustify"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><ul><li><b><span class="imUl fs14lh1-5 ff1">Rezzaglio</span></b></li></ul></div></div></div><blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTACenter"><div class="imTAJustify"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E’ una rete circolare, lanciata dal pescatore, di diametro fino a 28 metri, con cime impiombate per consentire la rapida discesa sul fondale.</span></div></div></div></blockquote></blockquote></blockquote><div class="imTACenter"><div class="imTAJustify"><div class="imTACenter"><b></b></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-33" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Pesca-15.jpg"  width="850" height="567" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto per gentile concessione Maddalena Todiere</span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1">RETI A STRASCICO</span></b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sistema di pesca altamente dannoso per l’habitat marino, che subì restrizioni normative già nel Settecento: due barche accoppiate, per mezzo di due lunghi cavi, trainavano un sacco e due ali, che strisciando sul fondo marino, catturavano i pesci.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><ul><li><b><span class="imUl fs14lh1-5 ff1">Paranza</span></b></li></ul></div></div></div><blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTACenter"><div class="imTAJustify"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Due barche affiancate (solitamente due paranze) trainavano una grossa rete a strascico che formava un sacco conico, il quale presentava ai lati due lunghe ali che terminavano ciascuna con una stazza di legno, destinata a tenere distesa l’ala a cui era collegata, in modo da tenere aperta la bocca del sacco.</span></div></div></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTACenter"><div class="imTAJustify"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ad ogni stazza era unito un sistema di corde convergenti ad un grosso cavo di canapa, con il quale la rete era rimorchiata.</span></div></div></div></blockquote></blockquote></blockquote><div class="imTACenter"><div class="imTAJustify"><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-34" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Pesca-16.jpg"  width="600" height="418" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Pesca a "sciabica" sulle coste andoresi di Ponente, nelle vicinanze del "scöggiu quadràtu"</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><ul><li><b><span class="imUl fs14lh1-5 ff1">Sciabica</span></b></li></ul></div></div></div><blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTACenter"><div class="imTAJustify"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Era il più antico "mestiere" locale, una rete composta da un sacco e da due ali (simile alla paranza), lunga fino ad un centinaio di metri ed usata in acque poco profonde vicino alla costa: trainata da una coppia di barche, ma poteva anche essere azionata da terra, dove fissata un'estremità, si distendeva circolarmente con una barca, portando a terra l'altra estremità e recuperandola.</span></div></div></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTACenter"><div class="imTAJustify"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nell’impiego da terra si impegnavano una quindicina una quindicina di persone, prevalentemente donne, bambini ed anziani.</span></div></div></div></blockquote></blockquote></blockquote><div class="imTACenter"><div class="imTAJustify"><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-35" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Pesca-17.jpg"  width="600" height="400" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto per gentile concessione Maddalena Todiere</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><ul><li><b><span class="imUl fs14lh1-5 ff1">Nassa</span></b></li></ul></div></div></div><blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTACenter"><div class="imTAJustify"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Realizzata con giunchi, di forma a barile con una strozzatura in basso, attraeva il pesce per mezzo di un’esca all’interno, imprigionandolo.</span></div></div></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTACenter"><div class="imTAJustify"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Veniva calata la sera e ritirate al mattino e rappresentavano una tecnica di pesca povera, spesso praticata da anziani che non prendevano più il mare aperto.</span></div></div></div></blockquote></blockquote></blockquote><div class="imTACenter"><div class="imTAJustify"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff3"> &nbsp;</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><ul><li><b><span class="imUl fs14lh1-5 ff1">Palamito</span></b></li></ul></div></div></div><blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTACenter"><div class="imTAJustify"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Attrezzo costituito da un cavo principale molto lungo, detto "trave", al quale erano fissate delle diramazioni, i "braccioli", che portavano gli ami di forma e dimensione diverse (dipendentemente dalle specie da catturare).</span></div></div></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTACenter"><div class="imTAJustify"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">I palamiti venivano ancorati al fondo con pesi e segnalati in superficie con “pedagni”.</span></div></div></div></blockquote></blockquote></blockquote><div class="imTACenter"><div class="imTAJustify"><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-36" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Pesca-18.jpg"  width="600" height="400" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto per gentile concessione Maddalena Todiere</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff2">y</span></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 20 Dec 2025 22:14:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Andora nel 1967]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Territorio"><![CDATA[Territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000008"><div class="imTACenter"><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Una descrizione schematica, ricavata da dati riportati in pubblicazioni turistiche dell'epoca, che illustrano in modo dettagliato come era l'Andora di fine anni '60 del secolo scorso.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Altitudine:</span></b><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">Capoluogo m. 27</span></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Territorio:</span></b><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">massimo m. 691</span></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Superficie:</span></b><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">ha. 3161</span></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Popolazione residente:</span></b><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">3328 abitanti (15/10/1961)</span></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Temperatura media dell’aria:</span></b></div><div><ul><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Gennaio 9,2</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Febbraio 10,6</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Marzo 12,2</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Aprile 14,4</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Maggio 18,9</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Giugno 22</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Luglio 24,8</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Agosto 25</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Settembre 22,2</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Ottobre 18,3</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Novembre 15,1</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Dicembre 10,3</span></li></ul></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Temperatura media del mare:</span></b></div><div><ul><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Gennaio 10,9</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Febbraio 12,3</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Marzo 13,9</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Aprile 15,4</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Maggio 19,2</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Giugno 22,1</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Luglio 25,6</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Agosto 27,3</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Settembre 2212</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Ottobre 19</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Novembre 15,1</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Dicembre 9,2</span></li></ul></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Autoservizi di linea:</span></b><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">Sati, Lazzi, Aofea</span></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Festa Patronale:</span></b><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">29 giugno – San Pietro</span></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Fiere e mercati:</span></b></div><div><ul><li><span class="fs14lh1-5 ff2">4 aprile – Fiera di San Isidoro (bestiame e merci varie) in frazione San Pietro;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">18 ottobre – Fiera di San Luca (bestiame e merci varie) nel Capoluogo;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Mercato settimanale – Lunedì (merci varie) in via Fontana.</span></li></ul></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Specialità gastronomiche:</span></b><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">zuppa di pesce; ciupin; bianchetti lessati con olio, limone e pepe; frittelle di bianchetti; risotto con sugo di arselle; spaghetti con sugo di muscoli; minestrone di lenticchie col pesto; trenette o lasagne al pesto; vino Chiaretto di Andora (11° – 12°).</span></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Pro Loco:</span></b><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">via Carminati 22</span></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Imposta di soggiorno (quote individuali giornaliere):</span></b></div><div><ul><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Alberghi di lusso lire 200</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Alberghi di I categoria lire 120</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Alberghi di II categoria lire 80</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Alberghi di III categoria lire 50</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Alberghi di IV categoria lire 20</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Pensioni di I categoria lire 80</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Pensioni di II categoria lire 50</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Pensioni di III categoria lire 20</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Locande lire 10</span></li></ul></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Touring Club Italiano (Ufficio succursale):</span></b><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">Viaggi OTA – via Aurelia 73</span></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Uffici viaggio:</span></b></div><div><ul><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Agenzia Aurelia – via Cavalcavia (casa Torrengo)</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Agenzia Viaggi e Turismo OTA – via Aurelia 73</span></li></ul></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Agenzie prenotazione appartamenti e camere:</span></b></div><div><ul><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Agenzia Affari “Data” – via Aurelia 160</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Agenzia Affari “L’Immobiliare” – via Aurelia (palazzo Rivamare)</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Agenzia Affari “Merula” – via A. Fontana 21</span></li></ul></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Ufficio Postale:</span></b></div><div><ul><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Marina di Andora – via Fontana 9</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Andora Molino</span></li></ul></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Telegrafo:</span></b><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">Marina di Andora – via Fontana 9</span></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Telefono - Posto telefonico pubblico:</span></b></div><div><ul><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Marina di Andora – via Aurelia 180</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Andora Molino – via Roma</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Conna</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">San Bartolomeo</span></li></ul></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Carabinieri:</span></b><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">via A. Carminati 80</span></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Guardia di Finanza:</span></b><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">via A. Carminati 104</span></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Croce Rossa:</span></b><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">corso A. Diaz 12 – Alassio</span></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Croce Bianca:</span></b><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">via L. Da Vinci – Alassio</span></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Medico Condotto:</span></b><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">Dott. Armando Ficcarelli – piazza Doria</span></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Ostetrica Condotta:</span></b><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">Lidia Rossi</span></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Veterinario Consorziale:</span></b><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">Dott. Marco Ambrosio – via S. Ambrogio 1</span></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Farmacia:</span></b><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">Farmacia Lausetti – piazza Doria</span></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Banche e Uffici Cambio:</span></b></div><div><ul><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Banco d’Imperia – via A. Carminati 94</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Agenzia OTA – via Aurelia 73</span></li></ul></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Taxi:</span></b></div><div><ul><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Garattini – via Aurelia 114</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Galleano – via Fontana 18</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Perazzi – via A. Carminati 104</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Porcella – via S. Ambrogio 7</span></li></ul></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Concessionari auto:</span></b><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">Fiat – Michele Giusta – via Aurelia 188</span><br></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Officine auto:</span></b><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">Officina Meccanica Autoriparazioni – via Antica Romana 1/b</span></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Elettrauto:</span></b><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">Mauro Lanfredi – via A. Doria</span></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Biblioteca:</span></b><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">Biblioteca Civica – via Caprera 11</span></div><div><br></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Alberghi:</span></b></div><div><ul><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Aldebaran – frazione Capo Mele – via Aurelia 13 – 25 camere, 26 bagni, 12 cabine, TV;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Ariston – via Aurelia 73 – 23 camere, 6 bagni;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Ariston (Dipendenza) – via Aurelia 73 – 22 camere, 9 bagni;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Bellevue – località Pinamare – via delle Catene – 12 camere, 8 bagni;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Galleano – via Fontana 18 – 49 camere, 30 bagni, 11 cabine, spiaggia, parcheggio;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Liliana – via del Poggio 21 – 28 camere, 27 bagni;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">S. Francisco – via Cavour 22 – 28 camere, 11 bagni;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Sito di Sogno – località Capo Mele – via Aurelia 19 – 9 camere, 7 bagni, spiaggia;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Trieste – via Aurelia 87 – 28 camere, 4 bagni, 20 cabine.</span></li></ul></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Pensioni:</span></b></div><div><ul><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Casa Serena – via A. Doria 32 – 20 camere, 4 bagni;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Garden – via Aurelia 92 – 13 camere, 4 bagni;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Holiday – via S. Ambrogio 12 – 18 camere, 4 bagni, 2 cabine;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">La Pigna – via del Poggio 1 – 20 camere, 16 bagni, parcheggio;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">La Rondinella – via dei Mille 29 – 17 camere, 4 bagni;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Nello – via S. Damiano 10 – 21 camere, 6 bagni;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">S. Ambrogio – via Aurelia 106 – 18 camere, 9 bagni, spiaggia, TV;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Villa Gemma – località Capo Mele – via Aurelia 44 – 10 camere, 2 bagni, parcheggio.</span></li></ul></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Locande:</span></b></div><div><ul><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Cacciatori – frazione Marina – via Aurelia 166 – 12 camere, 1 bagno;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Cecilia – frazione Pigna – via A. Carminati 50 – 12 camere, 3 bagni;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Degli Amici – via Aurelia 146 – 18 camere, 2 bagni, TV;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Della Stazione – via A. Carminati 114 – 10 camere, 1 bagno, TV;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Keiser – via Aurelia 202/a – 7 camere, 2 bagni;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Il Giardino delle Rose – via A. Carminati 164-9 – 20 camere, 4 bagni;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">La Campagnola – frazione S. Giovanni – via Merula 8 – 18 camere, 3 bagni, TV, parcheggio;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">La Pineta – via Pineta 10 – 9 camere, 1 bagno, TV;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Lido – via Aurelia 51 – 10 camere, 3 bagni, TV;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Lungomare – via Sardegna 1 – 17 camere, 7 bagni, parcheggio;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Mare e Sole – via Fontana 73 – 18 camere, 18 bagni, parcheggio;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Marilena – via A. Carminati 62 – 7 camere, 2 bagni;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Marinella – via Concezione 1 – 5 camere, 1 bagno;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Martini – via del Poggio – 12 camere, 2 bagni;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Molino Nuovo – via G. Molineri 4 – 9 camere, 2 bagni, TV, parcheggio;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Monteverdi – via Aurelia 42 – 9 camere, 4 bagni;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Paradiso Pinamare – via delle Catene – 36 camere;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">S. Giovanni – via Merula – 6 camere, 1 bagno;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">San Giorgio – via Aurelia 206 – 10 camere, 3 bagni;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">San Marco – via Aurelia 200 – 5 camere, 2 bagni;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Secondina – via A. Carminati 166/b – 10 camere, 4 bagni;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Soggiorno degli Ulivi – via Rollo 30 – 6 camere, 2 bagni, TV;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Villa Bambi – via Trinacria 14 – 10 camere, 1 bagno.</span></li></ul></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Ristoranti e Trattorie:</span></b></div><div><ul><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Aldebaran – via Aurelia 13 (Capo Mele)</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Ariston – via Aurelia 75</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Bellevue – via delle Catene</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Cacciatori – via Aurelia 166</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Campagnola – via Merula 8</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Conna – frazione Conna</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Degli Amici – via Aurelia 146</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Galleano – via Fontana 18</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Galleano – via G. Molineri</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Lido – via Aurelia 53</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Liliana – via del Poggio 21</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Marilena – via A. Carminati 62</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Molino Nuovo – via G. Molineri 4</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Negro Luigi – via G. Molineri 22</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Orezza – località Rollo</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Paradiso Pinamare – via delle Catene</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Rocce di Pinamare – via Aurelia</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">S. Ambrogio – via Aurelia 106</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">S. Francisco – via Cavour 22</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">S. Giovanni – via Merula</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">S. Marco – via Aurelia 200</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Sito di Sogno – via Aurelia 19 (Capo Mele)</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Soggiorno degli Ulivi – località Rollo</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Stazione – via A. Carminati 114</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Stella – località S. Bartolomeo</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Trieste – via Aurelia 86</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Villa Gemma – via Aurelia 44</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Zanin – Molino Nuovo</span></li></ul></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Bar:</span></b></div><div><ul><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Ariston – via Aurelia 75</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Doria (pasticceria) – via A. Doria 1</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Edy – via Aurelia – palazzo Rivamare</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Paradiso Pinamare – via Paradiso</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Pinin – via A. Carminati 146</span></li></ul></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Villaggio Turistico:</span></b><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">Paradiso Pinamare – 18 villette, 15 docce, piscina (in collina, posizione isolata)</span></div><div><br></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Parchi di Campeggio:</span></b></div><div><ul><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Conca Verde – via Aurelia 111 – con bungalow</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Domenico – via Marco Polo 3 – a monte via Aurelia</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Mare e Sole – via Aurelia 69 – alla foce del torrente Merula</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Meerblick – via Aurelia 94 – a nord della via Aurelia</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">S. Giovanni – via Aurelia 11 – a 700 metri dall’abitato, con bungalow</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Sandstrand – via fontana 13</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Sommernachsraum – vicolo delle Vignette – via Caprera 11</span></li></ul></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Ostelli della Gioventù:</span></b><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">Ostello “Costa Azzurra” – via Aurelia al km 632,700 – 70 posti letto (35 per maschi, 35 per femmine), servizio di auto-cucina, servizio di mensa.</span></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Spiaggia:</span></b><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">a declivio dolce, sabbiosa e sassosa, lunga 1000 metri, larga da 10 a 50 metri, zona alberata nelle vicinanze; costo delle cabine circa Lire 20.000 mensili; reparti organizzati per sabbiature.</span></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Stabilimenti balneari:</span></b></div><div><ul><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Bagni Aurora – 16 cabine</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Bagni Colombina – 50 cabine</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Bagni Colombo – 80 cabine</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Bagni Fata Morgana – 23 cabine</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Bagni Galleano – 15 cabine</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Bagni Italia – 38 cabine</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Bagni Lido – 10 cabine</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Bagni Lino – 20 cabine</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Bagni Milano – 16 cabine</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Bagni Pinamare – 37 cabine</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Bagni Pineta – 40 cabine</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Bagni Serenella – 23 cabine</span></li></ul></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Cinematografi e Teatri:</span></b></div><div><ul><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Cinema Ariston – via Aurelia 75 (all’aperto)</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Cinema Teatro Rossini – via Aurelia 75</span></li></ul></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Dancing – Night Club:</span></b></div><div><ul><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Le Rocce di Pinamare – regione Pinamare</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Sito di Sogno – Night Club – via Aurelia 19 (località Capo Mele)</span></li></ul></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Sport:</span></b></div><div><ul><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Tennis</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Campo sportivo (calcio)</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Bocciodromi – Soc. Bocciofila Val Merula – via Molino Nuovo</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Vela – Club Nautico</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Sci nautico</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Motociclismo – Moto Club Raffaele Perato</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Minigolf</span></li></ul></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Pesca di fiume:</span></b><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">zona San Pietro, nel torrente Merula – trote, barbi, anguille e, in scarsa quantità, carpe e gamberi di fiume.</span></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Caccia:</span></b></div><div><ul><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Zona di Stellanello, lungo i valloni e gole, passaggio dal 28-9 al 15-11 e dal 15-1 al 31-3: starne, quaglie, allodole, lugherini, verdoni, sie, scibì, friscioni, gazze, passeri, beccacce, fringuelli, storni, collaiti, tordi, grive, colli verdi, colombi, fagiani. Caccia con cane da ferma: fagiani, beccacce, starne, quaglie, lepri, scoiattoli, merli;</span></li><li><span class="fs14lh1-5 ff2">Zona Capo Cervo - Diano Marina, lungo i valloni sulla costa e nelle gole, passaggio dal 28-9 al 15-11 e dal 15-1 al 31-3: starne, quaglie, allodole, cardellini, lugherini, verdoni, sie, scìbì, friscioni, gazze, passeri, beccacce, fringuelli, storni, collaiti, tordi, grive, colli verdi, colombi, fagiani. Caccia con cane da ferma: fagiani, starne, beccacce, quaglie, lepre, scoiattoli, merli.</span></li></ul></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Pesca:</span></b></div><div><ul><li><span class="imUl fs14lh1-5 ff2">Lungo la spiaggia e le scogliere, tra Capo Mele e Marina di Andora:</span></li></ul></div><blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs14lh1-5 ff2">gallinette, anguille, cefali, pagari, saraghi, orate, morene, calamari, seppie polipi, gamberi, aragoste, longobardi, ombrine, gronghi, pesce da zuppa, molluschi (cornetti, cagoli), scorfani, capponi, straccini, branzini e, su tratti sabbiosi, mormore, triglie, sogliole.</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs14lh1-5 ff2">In febbraio-marzo passaggio di: sardine, boghe e acciughe.</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs14lh1-5 ff2">In luglio-agosto passaggio di: agoni.</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs14lh1-5 ff2">In settembre-ottobre passaggio di: delfini, pescicani, pescispada (al largo).</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="imUl fs14lh1-5 ff2">Pesca diurna con canna lancio:</span><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">cefali, pagari, saraghi, orate, triglie, sogliole, scorfani, capponi, straccini.</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="imUl fs14lh1-5 ff2">Pesca notturna con canna lancio:</span><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">anguille, pagari, gallinette, saraghi, orate, morene, mormore, sogliole, ombrine, gronghi, scorfani, capponi, straccini.</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="imUl fs14lh1-5 ff2">Pesca subacquea:</span><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">anguille, gallinette, cefali, pagari, saraghi, orate, morene, mormore, triglie, sogliole, calamari, totani, seppie, polipi, ombrine, gronghi, scorfani, capponi, straccini, branzini.</span></div></blockquote></blockquote></blockquote><div><ul><li><span class="imUl fs14lh1-5 ff2">Zona di Capo Cervo – Diano Marina:</span></li></ul></div><blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs14lh1-5 ff2">gallinette, anguille, cefali, pagari, saraghi, orate, morene, calamari, seppie, totani, polipi, gamberi, aragoste, longobardi, ombrine, gronghi, pesce da zuppa, molluschi (cornetti, cagoli), scorfani, straccini, branzini e, su tratti sabbiosi, mormore, triglie, sogliole.</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs14lh1-5 ff2">In febbraio-marzo passaggio di: bianchetti e, al largo, tonni, dentici, naselli.</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs14lh1-5 ff2">In primavera passaggio di: sardine, boghe e acciughe.</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs14lh1-5 ff2">In luglio-agosto passaggio di: agoni.</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs14lh1-5 ff2">In settembre-ottobre passaggio di: delfini, pescicani, pescispada (al largo).</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="imUl fs14lh1-5 ff2">Pesca diurna con canna lancio:</span><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">cefali, pagari, saraghi, orate, triglie, sogliole, scorfani, capponi, straccini.</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="imUl fs14lh1-5 ff2">Pesca notturna con canna lancio:</span><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">anguille, pagari, gallinette, saraghi, orate, morene, mormore, sogliole, ombrine, gronghi, scorfani, capponi, straccini.</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="imUl fs14lh1-5 ff2">Pesca subacquea:</span><span class="fs14lh1-5 ff2"> </span><span class="fs14lh1-5 ff2">anguille, gallinette, cefali, pagari, saraghi, orate, morene, mormore, triglie, sogliole, calamari, totani, seppie, polipi, ombrine, gronghi, scorfani, capponi, straccini, branzini.</span></div></blockquote></blockquote></blockquote><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Turismo nautico:</span></b></div><div><span class="fs14lh1-5 ff2">l'arco di spiaggia, al centro del quale è situata Marina di Andora, è delimitato dal roccioso e scosceso Capo Cervo e dal Capo Mele sul quale sorge un faro, sistemato su una torre bianca ottagonale addossata ad un caseggiato rosso a tre piani.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff2">Le correnti, dinanzi al Capo, sono sensibili e normalmente dirette a Sud-Ovest.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff2">Ancoraggio: fondo sabbioso e buon tenitore. Si e ridossati dai venti del 1° e 4° quadrante.</span></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff2">Fari:</span></b></div><div><span class="fs14lh1-5 ff2">Capo delle Mele (aeromarittimo) - lat. N. 43,57, long. E. 8,10 - Caratteristiche: Grp. 3,</span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff2">lamp, b. - periodo 15s - altezza della luce sul livello di riferimento m. 94 - portata luminosa 32 miglia – Torre ottagonale bianca addossata a fabbricato rosso a 3 piani m. 25 - Fasi: luce 0s, 2, eccl. 2s, 8; luce 0s, 2, eccl. 2s, 8; luce 0s, 2, eccl. 8s, 8. Visibile da 196° a 56° (220°).</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 20 Dec 2025 21:44:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Via Andrea Doria e la nascita del centro cittadino]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia_e_territorio"><![CDATA[Storia e territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000007"><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-16" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Via-Doria-1.jpg"  width="847" height="333" /><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il "Palazzo del Sole" - Condominio Riviera è in costruzione e sullo sfondo, a destra nella foto, si vede l'Hotel Garden anch'esso in fase costruttiva</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Terminata la Seconda Guerra Mondiale, che per fortuna ha solo “sfiorato” il territorio andorese litoraneo, fallita l’opera bellica in uscita dall’occupazione militare tedesca che prevedeva di far brillare intere aree minate sulle vie di collegamento principali in corrispondenza dei Capi Mele e Cervo, Andora si trova ad affrontare la tappa iniziale del proprio sviluppo urbanistico che la porterà sorprendentemente a sviluppare un indirizzo principalmente dedito all’attività e frequentazione turistiche.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’economia di parecchie famiglie locali è stata mantenuta viva da impieghi nella cantieristica navale litoranea che, nonostante l’occupazione gestionale tedesca, è proseguita in modo piuttosto attivo per tutta la durata del conflitto mondiale, ma “furbescamente” portando a compimento gli scafi in costruzione fino ad un 80% della loro realizzazione per poi lasciarli incompiuti adducendo la scusa di mancanza delle provviste di materiali necessari.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ma finita la guerra si deve trovare una svolta e imboccare una direzione per nuovi programmi di sviluppo del territorio e delle condizioni economiche degli abitanti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Un abbozzo di pianificazione urbanistica prevede l’identificazione di zone territoriali che consentono la costruzione di edifici per scopi residenziali, per accrescere i numeri demografici locali ed offrire l’accoglienza di presenze turistiche.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nascono così i “Villaggi” Pineta e Orizzonte, insiemi di casette sparse, dalle linee architettoniche essenziali, pressochè avvicinate le une alle altre, meta di “case di vacanza”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sperimentato questo tipo di insediamenti estensivo, si spinge sull’acceleratore per realizzare interventi edificatori più intensivi, mirando alla costruzione di edifici multipiano e di grandi dimensioni che stravolgeranno radicalmente e drasticamente l’aspetto ed il territorio andorese.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sul tratto litoraneo costiero, tra la borgata Marina e lo sparuto gruppo di case chiamate con la denominazione “Dal Castellante”, ci sono solo campi coltivati a monte della Strada Statale Aurelia e le strutture edificate sulla spiaggia, appartenenti alla Colonia di Asti e già sede in passato anche delle attività cantieristiche navali locali.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-17" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Via-Doria-2.jpg"  width="800" height="525" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">La campagna andorese verso Levante, fotografata da uno dei primi balconi di via A. Doria</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto per gentile concessione Laura Curino</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-18" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Via-Doria-3.jpg"  width="800" height="525" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">La campagna andorese verso Ponente, fotografata da uno dei primi balconi di via A. Doria</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto per gentile concessione Laura Curino</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A metà di questo tratto, a monte della Strada Statale Aurelia vengono gettate le fondazioni del primo palazzo andorese, che si ergerà rapidamente fino al completamento nell’anno 1959: il Condominio “Riviera”, localmente e inizialmente noto come il “Palazzo del Sole”, a causa si una sorta di raffigurazione “scultorea” realizzata su una delle facciate principali dello stesso.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-19" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Via-Doria-4.jpg"  width="847" height="314" /><span class="fs12lh1-5">Nasce via Andrea Doria</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-20" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Via-Doria-5.jpg"  width="845" height="365" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Gli inizi di via Andrea Doria</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Ai suoi piedi, a Ponente, viene ideata, abbozzata e tracciata una strada perpendicolare all’Aurelia, lunga un centinaio di metri: quella che diventerà via Andrea Doria, posizionata pressochè a metà del “rettilineo” costiero andorese, una posizione strategica.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-21" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Via-Doria-6.jpg"  width="800" height="555" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Il tracciamento di via Andrea Doria verso monte, in una foto scattata da uno dei primissimi palazzi costruiti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nella foto si vede come il nuovo tracciato lambisca le Case Denegri, subito dietro alla casa di Lalìn Anselmo e sull'estrema destra della foto si scorge parte di Villa Rosetta.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Questa nuova arteria stradale va a dirigersi non lontana da quella che è la nuova Chiesa del Cuore Immacolato che è in costruzione dalla metà degli anni ’50 ed ormai prossima al suo primo completamento.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">A fianco, tra il nuovo edificio e le case “Dal Castellante” è presente la Trattoria “Cacciatori” (da “u Noru”), dotata di annessa pompa di benzina, vero fulcro economico e punto di riferimento del luogo, destinato a rimanere inserito in un grande spiazzo che originerà Largo Doria fino a stabilizzarsi in pochi anni in Piazza Andrea Doria.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-22" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Via-Doria-7.jpg"  width="848" height="568" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Sta per essere ultimato il palazzo (Condominio Italia 61" che delimita piazza Andrea Doria e manca ancora lo storico "Caffè Doria".</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L’ambiente contadino circostante e la zona panoramica rurale dei dintorni assistono alla mutazione del panorama, alla creazione degli inizi di una schermatura visiva che limiterà la veduta del mare dai dintorni della zona pianeggiante.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Una schermatura crescente e progressiva che continuerà fino alla completa saturazione degli spazi disponibili, durante i vari decenni che si susseguiranno.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Dopo il primo palazzo ne seguono in rapida successione e l’estensione rurale circostante assiste alla rapida crescita di quello che diventerà in breve tempo il centro cittadino di Andora.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Inizialmente l’edificazione di concentra in linea sulla definizione di quella che sta diventando via Andrea Doria, ma a breve si allargherà, amplificandosi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Al Condominio “Riviera” in completamento segue il Condominio “Marino” (famoso punto di riferimento nei decenni per avere ospitato lo storico bar-latteria di Fernando e il tabacchino di “Gè”) e quindi il Condominio “Italia 61” (che ospiterà la farmacia dopo lo spostamento da via Carminati), così chiamato in celebrazione del centenario dell’Unità d’Italia, come l’omonimo e ancora distante nuovo ponte che andrà a sostituire il più antico ponte “di prèvi” o “di prevètti” (così chiamato perché vicino al Seminario di Santa Matilde, appunto noto come Seminario “di prevètti”).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il geometra e impresario Giuseppe Bagnasco è molto attivo e via Andrea Doria prende sempre più forma verso monte, prolungandosi dal suo tracciamento iniziale.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-23" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Via-Doria-8.jpg"  width="845" height="563" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Via Andrea Doria ancora sterrata, fotografata da monte in prossimità dell'accesso a Piazza dell'Incontro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Una curiosità: la mamma di Anna Maria Saracco affacciata ad un balcone del terzo piano del fabbricato Condominio "G" - ex Pensione "Casa Serena".</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Si aggiungono in rapida sequenza, nel giro di un paio di anni, il Condominio “Andrea Doria”, terminato nel 1963 e nell’estate dello stesso anno nasce lo storico “Caffè Doria” (affacciato sulla neo-piazza Andrea Doria).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il Condominio “G” (dove ci sarà la pensione “Casa Serena”, successivamente trasformata in alloggi), verrà ultimato nei primi mesi del 1964.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-24" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Via-Doria-9.jpg"  width="800" height="550" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-25" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Via-Doria-10.jpg"  width="800" height="546" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In seguito sarà costruito il Condominio “Orchidea”, facendo un passo indietro verso il mare, determinando l’abbozzo di quella che sarà via Clavesana.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-26" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Via-Doria-11.jpg"  width="717" height="294" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-27" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Via-Doria-12.jpg"  width="843" height="244" /><span class="fs12lh1-5">Via Andrea Doria ha praticamente raggiunto via dei Mille.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Irrompe sulla scena un costruttore locale, il perito agrario Umberto Rossi (per tutti "geometra"), che si “attacca” su via Andrea Doria con il Condominio “Venere”, determinando un incrocio stradale che va a formare una parallela alla Strada Aurelia, via dei Mille, dove nascono in rapida sequenza il Condominio “Arianna”, il “Minerva”, il “Diana” e il “Selene”.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-28" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Via-Doria-13.jpg"  width="845" height="249" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Si sta formando via dei Mille.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">E con questo nuovo incrocio si va a collegare dal retro la nuova Chiesa centrale, lambendo e costeggiando due importanti testimonianze rurali andoresi: le “case Denegri” - “cà du bagnàu” (proprio all’angolo tra via Andrea Doria e via dei Mille) e “Villa Rosetta”, in passato tenuta rurale dei Musso e uno dei più antichi insediamenti della piana verso mare, già esistente ad inizio Ottocento.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Intanto, parallelamente a Levante nasce viale Roma, con altrettanta rapidità, alla quale si integra tutto attorno la crescita di quello che diventerà il centro cittadino andorese.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-29" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Via-Doria-14.jpg"  width="746" height="329" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Il primo nucleo del nuovo centro cittadino intorno a via Andrea Doria.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le costruzioni dei fabbricati vanno veloci, mentre il completamento di quelli che sono i servizi un po’ meno, tanto che i sedimi stradali restano ancora per lungo tempo sterrati e polverosi fino alla fine degli anni ’60 del Novecento, quando in rapida successione saranno sottoposti all’asfaltatura che determina il consolidamento dell’Andora moderna.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-30" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Via-Doria-15.jpg"  width="800" height="530" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Nelle due foto in sequenza, in bianco e nero la nascita di via Andrea Doria e a colori la stessa inquadratura oggi.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-31" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Via-Doria-16.jpg"  width="749" height="496" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 20 Dec 2025 21:35:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Modifiche alla via Aurelia - La "curva delle patelle"]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia_e_territorio"><![CDATA[Storia e territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000006"><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-7" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Curva-delle-Patelle-1.jpg"  width="800" height="565" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Sovrapposizione effettuata tra Mappa Catastale d'impianto e foto aerea GoogleEarth</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel tratto di percorso della via Aurelia in prossimità dell'odierno Ristorante "Rocce di Pinamare", tra la corrispondenza del parcheggio sul Porto dello stesso e l'incrocio con Strada delle Patelle (dal porto in direzione Capo Mele), sono state effettuate nel tempo delle modifiche del sedime stradale, in modo da eliminare due insidiose serie di curve ravvicinate, al fine di agevolare uno scorrimento di traffico più sicuro ed uniformare le perimetrazioni delle proprietà limitrofe.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Il tratto oggi rappresentato da un rettilineo (dove negli anni scorsi fu installato un semaforo per la riduzione della velocità), davanti al complesso residenziale "Residenza di Costamarina", fino ai primi anni '70 presentava un assetto curvoso che rientrava nel versante collinare a monte dell'attuale tracciato della via Aurelia.</span><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tale "curvone" fu completamente eliminato, inglobandolo nel lotto pertinenziale di un complesso residenziale, come strada di accesso e parte della percorrenza interna allo stesso, andando a realizzare un tratto più regolare del tracciato viario.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-8" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Curva-delle-Patelle-2.jpg"  width="600" height="399" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Particolare stralcio foto aerea Regione Liguria</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La curva "delle Patelle" era una denominazione di riferimento, che nella conoscenza popolare ha una dubbia provenienza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Sebbene il versante a monte sia identificato con il toponimo di "fosso patelle", secondo una versione dipenderebbe dal fatto che la scarpata sotto la via Aurelia (anticamente Strada della Cornice) fosse a strapiombo sul mare, con costoni rocciosi, sui quali abbondassero colonie di "patelle", tipici molluschi di scoglio che popolano i nostri tratti costieri.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Secondo un'altra versione, invece, il nome dipenderebbe dal fatto che, giunti i tempi moderni ed il crescente ricorso all'uso degli autoveicoli, il curvone "delle Patelle" rappresentasse un'insidia per coloro che lo percorrevano, diventando un luogo di incidenti stradali, dove spesso i mezzi a motore finivano a lato della strada "parcheggiati" nel cunettone laterale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Stessa sorte spettava a chi, munito di bicicletta, si lanciava nella discesa da Capo Mele e giunto in prossimità del curvone si trovava un tratto repentino e spesso con presenza di ghiaietto sul sedime stradale, il quale provocava inevitabili cadute.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Da questo susseguirsi di ripetuti "incidenti" si sarebbe creata la denominazione adottata: andando fuori strada o a sbattere, nel gergo locale "si prendeva una patella" (cioè un colpo o una caduta) e da qui "la curva delle patelle".</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nonostante l'eliminazione del tratto sulla via Aurelia, la denominazione fu comunque mantenuta dalla vicina tortuosa via che si inerpica con alcuni tornanti sulle pendici di Capo Mele: Strada delle Patelle.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-9" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Curva-delle-Patelle-3.jpg"  width="849" height="566" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-10" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Curva-delle-Patelle-4.jpg"  width="849" height="566" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto per gentile concessione Caterina Ferrando</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-11" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Curva-delle-Patelle-5.jpg"  width="611" height="420" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Poco più verso il Porto, invece, esisteva una situazione analoga, ma accentuata dalla concomitante presenza di un incrocio laterale con Strada delle Catene, proprio in corrispondenza dell'accesso al parcheggio del Ristrorante "Rocce di Pinamare".</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-12" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Curva-delle-Patelle-6.jpg"  width="800" height="566" /><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Foto per gentile concessione Roberto Bertulazzi</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">Aa destra, il vecchio "curvone a gomito" eliminato e sotto i veicoli, a sinistra, il pontino</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In tale tratto si era in presenza di un vero e proprio "gomito" stradale, con curvatura piuttosto stretta, a metà della quale si innestava Strada delle Catene.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La modifica attuata ha permesso di eliminare tale tratto stradale, pur dovendo realizzare ugualmente una curva, ma di raggio maggiore e percorrenza decisamente più agevole, soprastante ad un pontino arcato, sotto cui scorre il ruscello proveniente dalla valletta di Pinamare e che confluisce al mare, dopo avere creato una cascatella nel giardino del ristorante.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-13" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Curva-delle-Patelle-7.jpg"  width="600" height="400" /></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="imTAJustify fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Nella foto si nota l'intelaiatura in legno realizzata per lo studio progettuale dell'inserimento ambientale dell'intervento edificatorio che ha portato alla costruzione del complesso delle "Rocce di Pinamare" e conseguentemente alla nascita di Pinamare stessa.</span><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 20 Dec 2025 21:22:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Strada della Cornice]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia_e_territorio"><![CDATA[Storia e territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000005"><div class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Strada-della-Cornice-1.jpg"  width="827" height="523" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5"><i>Una curiosità legata alla foto sopra: su questo gruppetto di persone, secondo alcune fonti si narra che la donna con l’ombrello bianco fosse Matilde Novaro (moglie del Marchese Giuseppe Maglioni) che tiene per mano la figlia Stefania; una curiosità è che esiste una foto d’epoca (vedi foto sotto) praticamente identica dove però sono state incomprensibilmente aggiunte una finestra all’Albergo dei Poveri di Genova ed una donna con ombrello completamente diverso, in primo piano a coprire completamente la figura della Marchesa (testimonianza che i fotomontaggi non sono una invenzione dei nostri tempi!!).</i></span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-4" src="https://www.andoraneltempo.it/images/Strada-della-Cornice-2.jpg"  width="827" height="527" /><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">L'Aurelia per come la conosciamo noi, o meglio un tracciato simile e più volte modificato ed ampliato (chiamata anche "Aurelia moderna"), fu in parte iniziato in epoca napoleonica e poi inaugurato da Carlo Felice nel 1832; sembrerebbe attribuibile al Regno dei Savoia la denominazione (non ufficiale) di "Strada della Cornice" per il tratto da Capo Mele a Capo Cervo (oggi noto come Capo Mimosa), dopo la costruzione del ponte alla foce del Merula (quello che esiste ancora oggi).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tuttavia, le denominazioni "Aurelia" e "Strada della Cornice" si rincorrono, ma non ci sono documentazioni locali ufficiali in merito; tant'è vero che nei Registri delle Strade del Comune di Andora del 1825 e del 1840 la strada "Aurelia" non compare nè nelle strade comunali, ne' nelle strade vicinali e tale fatto è probabilmente riconducibile &nbsp;alla considerazione che, ancora in tale periodo, fosse accomunata la strada "Aurelia" al percorso della vecchia strada romana Julia Augusta (anche se alcune fonti la assimilano e forse confondono con la Ligure Costiera, principalmente perchè la seconda sarebbe più litoranea rispetto alla prima).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Nel Registro delle Strade del 1939, compare la Strada Nazionale Aurelia, ma gli atti amministrativi comunali la spezzettano, ripetutamente e in modo più volte diverso, facendola diventare via Fontana - nel tratto compreso tra Villa Martinetto e l'attuale Hotel Trieste - (salvo poi ritornare successivamente all'originaria denominazione Aurelia in occasione della costruzione del cavalcavia).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">La Strada della Cornice in prossimità della Base Aeronautica, invece, ha una propria genesi completamente diversa.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Tanto per cominciare, è una delle poche strade andoresi che non sono mai state istituite con atti amministrativi, avendo assunto la denominazione in base all'intervenuto uso abituale del nome.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Infatti, nel 1961 fu istituita la Strada Cornice di Pinamare che avrebbe dovuto collegare la Strada del Lampin con Strada delle Catene; due anni dopo, nel 1963, fu istituita la Strada del Bianco, anch'essa collegante Strada del Lampin con Strada delle Catene, ma in un tratto più breve e posizione diversi rispetto alla precedente Strada Cornice di Pinamare.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Con l'espansione dell'edificazione nella zona collinare di Levante (Pinamare e collina di Capo Mele) sono venute a formarsi via Cornice del Capo e Strada della Cornice, probabilmente richiamando la posizione molto panoramica sul crinale collinare e la caratteristica forma ad anello (la prima) ed intersecante (la seconda).</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">In precedenza ed anticamente tale zona era servita da un tracciato stradale che collegava la borgata Mezzacqua con la borgata Colla Micheri, costituito dalla strada vicinale del Capo Meira, già presente nei Registri delle Strade del 1825 -1840 e successivamente scomparsa.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 20 Dec 2025 21:12:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Antichi "quartieri"]]></title>
			<author><![CDATA[Tamara Grossi]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000004"><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div><span class="fs10lh1-5"> </span></div><div><span class="fs14lh1-5">La “Magnifica Comunità di Andora” era formata da cinque quartieri e questi comprendevano le varie località o borghi edificati che, espandendosi, hanno dato origine alle attuali frazioni.</span></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">Il solo quartiere di Laigueglia ottenne di distaccarsi dal resto della “Comunità”, costituendo di fatto la propria indipendenza amministrativa.</span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><div><img class="image-0" src="https://www.andoraneltempo.it/images/DSCF0077a.jpg"  width="800" height="534" /></div></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5">I cinque Quartieri della "Magnifica Comunità di Andora" erano caratterizzati dalla presenza delle Chiese Parrocchiali:</span></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">la</span><b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">Propositura di S. Giambattista</span></b><span class="fs14lh1-5">;</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">l’</span><b><span class="fs14lh1-5">Arcipretura di S. Matteo</span></b><span class="fs14lh1-5">;</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">la</span><b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">Rettoria di S. Pietro</span></b><span class="fs14lh1-5">;</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">l’</span><b><span class="fs14lh1-5">Arcipretura di S. Andrea</span></b><span class="fs14lh1-5">;</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">la</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b><span class="fs14lh1-5">Rettoria di S. Bartolomeo</span></b><span class="fs14lh1-5">;</span><br></li><li><span class="fs14lh1-5">la</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b><span class="fs14lh1-5">Rettoria della S. S. Trinità</span></b><span class="fs14lh1-5">.</span><br></li></ul></div><div><span class="fs14lh1-5">e si identificavano come segue:</span></div><div class="imTAJustify"><ul><li><i><span class="fs14lh1-5">Il</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b><span class="fs14lh1-5">Quartiere di S. Giacomo,</span></b></i><b><span class="fs14lh1-5"> </span></b><i><span class="fs14lh1-5">che resta situato dalla parte di Levante della Fiumara intermedia la Valle di Andora, composto dalle Borgate di Castello, Borgo, Marino, Colla Micheri, Mezzacqua, e Marina, sottoposte alla detta Parrocchia di S. Giambatista, ai confini di sopra, e da un lato il Colle, ed il Promontorio della Merula, ora detto il Capo delle Mele, che dividono il detto Quartiere di S. Giacomo da quello di Laigueglia, di sotto la detta Fiumara di Andora, che si chiama Fiume Meira, da Plinio denominato Merula, ed il Mare, e dall’altro lato il Fossato del Baoso, che divide detto Quartiere di S. Giacomo da quello di S. Pietro</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">[...];</span></li></ul><ul><li><i><span class="fs14lh1-5">Il</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b><span class="fs14lh1-5">Quartiere di S. Pietro,</span></b></i><b><span class="fs14lh1-5"> </span></b><i><span class="fs14lh1-5">che resta situato alla parte di Levante del detto fiume, composto dalle Borgate dei Negri Galleani, Metta, e Pian Rosso, sottoposte alla detta Parrocchia di S. Pietro, e della Roseghina, Costa d’Agosti, Lanfredi Sotterri, Siffredi, Divizi, Ca’ de’ Forti, e Tigorella, sottoposti alla detta Parrocchia di S. Bartolomeo, a’ confini disopra il Colle, che divide il detto quartiere di San Pietro dalli Territori di Garlenda, e d’Alassio, ed in piccola parte dal Quartiere di Laigueglia, di sotto la Fiumara, da un lato il fossato del Baoso, che divide detto Quartiere di San Pietro da quello di San Giacomo, e dall’altro lato il Territorio di Stellanello</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">[...];</span><br></li><li><i><span class="fs14lh1-5">Il</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b><span class="fs14lh1-5">Quartiere di S. Andrea,</span></b></i><b><span class="fs14lh1-5"> </span></b><i><span class="fs14lh1-5">che resta situato alla parte di Ponente del detto fiume, composto dalle Borgate della Ferrara, sottoposta alla detta Parrocchia di San Giambattista, del Domo, sottoposta alla detta Parrocchia di San Pietro, della Costa dei Garassini, Costa di mezzo, e Moltedo sottoposte alla detta Parrocchia di S. Andrea, e di Barrò sottoposta alla detta Parrocchia di S. Bartolomeo, a’ confini di sopra il Colle che divide il detto Quartiere di S. Andrea da quello di S. Giovanni, e dall’altro lato il Territorio di Stellanello</span><span class="fs14lh1-5"> </span></i><span class="fs14lh1-5">[...];</span><br></li><li><i><span class="fs14lh1-5">Il</span><span class="fs14lh1-5"> </span><b><span class="fs14lh1-5">Quartiere di S. Giovanni,</span><span class="fs14lh1-5"> </span></b><span class="fs14lh1-5">che resta situato alla parte di Ponente del detto fiume, composto da cinque Borgate, che formano l’intiero luogo di Rollo sottoposto alla detta Parrocchia della S. S. Trinità, e dalle Borgate dei Confredi, e Canossi, sottoposte alla detta Parrocchia di S. Giambattista, a’ confini di sopra, e da un lato il Colle, e Costa del Capo, che dividono il detto Quartiere di S. Giovanni dal Territorio del Cervo, ed in piccola parte da quello di Diano, disotto la Fiumara, ed il mare, e dall’altro lato il fossato della Ferrara, che divide il detto Quartiere di S. Giovanni da quello di S. Andrea</span><span class="fs14lh1-5"> </span></i><span class="fs14lh1-5">[...]”;</span><br></li><li><i><span class="fs14lh1-5">Il</span><b><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">Quartiere di Laigueglia,</span><span class="fs14lh1-5"> </span></b><span class="fs14lh1-5">che resta situato alla parte di Levante del fiume suddetto di là dal colle a’ piedi di esso verso il mare, composto dalla sola Borgata di Laigueglia Villa di Andora, sottoposta alla detta Parrocchia di S. Matteo, che si estende per quanto si estendono i diritti dell’ius Parrocchiale del Rev. Arciprete di detta Villa Andoriana, ai confini di sopra, e da un lato il Colle, e Capo delle Mele, che dividono il detto Quartiere di Laigueglia da quello di S. Giacomo, ed in piccola parte al disopra da quello di S, Pietro, disotto il mare, e dall’altro lato il Territorio di Alassio</span></i><span class="fs14lh1-5"> </span><span class="fs14lh1-5">[...].</span><br></li></ul></div><div><span class="fs10lh1-5"> &nbsp;&nbsp;</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTACenter"><hr></div><div class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Testo tratto dalla Tesi di Laurea in Storia del diritto italiano dal titolo; “</span><i><span class="fs14lh1-5">Atti criminali della Curia di Andora in età moderna</span></i><span class="fs14lh1-5">” con il prof. Vito Piergiovanni, Università degli Studi di Genova, Facoltà di Giurisprudenza, anno accademico 2000-2001.</span><br></div><div class="imTACenter"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 20 Dec 2025 12:15:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Caserma dei Carabinieri, prigioni, Pretura e Municipio]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Storia"><![CDATA[Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000003"><div class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2">Spesso, nelle narrazioni di fatti tramandati in base a testimonianze, talvolta presunte e/o per come ricordate o interpretate, si incontrano “posizionamenti” temporali e territoriali approssimativi di alcune istituzioni che hanno fatto parte dell’assetto e gestione amministrativa e giudiziaria andorese nei secoli passati.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2">Alcuni testi pubblicati riportano incongruenze che provo a chiarire.</span><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2">Occorre fare una premessa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2">Indipendentemente dai sostenuti campanilismi che spesso si affacciano nelle interpretazioni soggettive, poi inculcate su più ampia scala, Andora era formata da borgate edificate, sparse e di estensione variamente ridotta.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2">Dal punto di vista dei poteri amministrativi, quella di Castello era la più determinante dai conosciuti tempi medievali, essendo la sede di residenza della Famiglia Clavesana, ovvero la dinastia marchionale locale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2">Molte altre borgate antiche sono testimoniabili nel periodo Quattrocento – Cinquecento, mentre alcune appaiono come “meteore”, nate e scomparse/abbandonate nel giro di meno di un secolo e principalmente nell’Ottocento.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2">A metà del Cinquecento si assiste alla distruzione del borgo della Marina da parte degli attacchi pirateschi dal mare, a cui segue la ricostruzione dell’edificato da parte degli abitanti locali; tale borgata resta per secoli l’indiscusso unico insediamento litoraneo costiero.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2">Intorno al 1870, con l’arrivo della ferrovia, si va ad originare e progressivamente ad estendere la Pigna, lungo lo sviluppo stradale della Strada della Cornice (che diventerà la Strada Nazionale Aurelia) e di un neonato sentiero che darà origine alla Strada della Stazione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2">Nello stesso identico periodo, con il completamento del Palazzo Siccardi, nel giro di pochi anni prende forma Molino Nuovo, la borgata antica più giovane di Andora, che diventerà rapidamente una sorta di nuovo centro cittadino da tale periodo fino al secondo Dopoguerra (metà del Novecento).</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs16lh1-5 ff3">MUNICIPIO</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2">La funzione amministrativa, paragonabile a come odiernamente consideriamo la gestione comunale/municipale, viene attuata nel Paraxo, nella borgata di Castello fino circa al periodo di scissione con il quartiere di Laigueglia, nella fine del Settecento (scissione avvenuta nel 1794).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2">Da qui si sposta transitoriamente nella borgata di Duomo, per raggiungere stabilmente la sede nella borgata Metta ad inizio Ottocento.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2">Nel 1878, con Regio Decreto del Re Umberto I, il Municipio viene trasferito nella borgata di Molino Nuovo, nell’edificio di recente edificazione (attuale sede dell’Ufficio Postale) di fronte al Palazzo Siccardi, dove rimarrà fino al 1979, quando sarà inaugurata la nuova e odierna sede in via Cavour, soppiantando così alche il “Recapito Comunale” insediato nel 1956 nella palazzina ex lavanderia della Colonia di Milano in Largo Milano (abbattuta nel 2016).</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs16lh1-5 ff3">PRETURA</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2">La giustizia viene amministrata, unitamente alla “municipalità”, sempre nel Paraxo fino a poco prima della scissione con il quartiere di Laigueglia, periodo in cui alcune funzioni dell’attività di giustizio vengono decentrate nella “fortezza” della borgata Rollo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2">Seguendo il “municipio”, la Pretura raggiunge transitoriamente la borgata Duomo (nel rione “Na Burca”), per poi insediarsi stabilmente nella borgata Metta, dove resterà sino all’ultimo decennio dell’Ottocento.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2">Quindi, a distanza di pochi anni dal trasferimento del Municipio nella nuova borgata Molino Nuovo, seguirà la stessa strada e le funzioni di giustizia saranno esercitate nella Sala delle Adunanze Comunali, condividendo lo stesso ambiente municipale dei Consigli Comunali.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2">Nel 1923 la Pretura andorese sarà definitivamente chiusa, demandando ogni forma di giustizia alla sede di Albenga, non senza alcune vivaci contestazione mosse in un animato Consiglio Comunale andorese, durante il quale sarà redatto un verbale che pone in evidenza le grandi difficoltà che tale soppressione della sede locale rappresenti un grande danno e disagio per la popolazione, soprattutto quella contadina e meno abbiente dell’entroterra e dei vicini centri abitati di Stellanello, Testico e Ginestro.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs16lh1-5 ff3">PRIGIONI</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2">Le carceri sono ricavate in ambienti angusti del Paraxo, nella borgata di Castello, come conseguenza dell’insediamento in epoca medievale e almeno sino alla fine del Seicento, quando vengono trasferite nel Bastione della Marina, dove l’attività di guardia per gli attacchi dal mare si integra vantaggiosamente con la sorveglianza dei carcerati.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2">I locali utilizzati del torrione sono quelli verso il retro – ponente, dove resteranno alcuni anelli in ferro successivamente utilizzati per i ricoveri in stalla di bestiame da lavoro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2">Le carceri seguono in via transitoria la Pretura e il Municipio nella borgata Duomo a cavallo tra la fine del Settecento e i primi anni dell’Ottocento per finire stanziate in un edificio della borgata Metta (ex proprietà Tessitore).</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2">Nel 1878, dalla borgata Metta viene trasferito il Municipio della nuova borgata di Molino Nuovo, successivamente viene spostata anche la Pretura, mentre le carceri restano ancora per alcuni anni sempre nella stessa sede, fino all’inizio del Novecento, quando vengono chiuse completamente e l’edificio, in parte convertito ad un uso residenziale, nel corso di pochi decenni degrada nello stato di rudere (sarà totalmente ristrutturato e stravolto della sua originaria consistenza negli anni ’90 del Novecento.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b><span class="fs16lh1-5 ff3">CASERMA DEI CARABINIERI</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2">La caserma dei Carabinieri era anticamente ubicata ai piedi della borgata Duomo, nella borgata Molino Nuovo di recente formazione, in prossimità della strada chiamata "u Besàgnu" o ""Viàssa", nella zona localmente nota come "u Giardìn".</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2">Da Molino Nuovo la sede viene spostata, alla fine degli anni '30 del Novecento, nella Strada della Stazione, nell'edificio di recente costruzione a fianco alla rivendita Trevia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff2">In epoca recente, negli ultimi decenni del Novecento, la sede viene ulteriormente spostata nell'attuale posizione, nel fabbricato in via Fontana che fu Pensione Mondovì, Albergo Milano e parte della Colonia I.N.A.M.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 19 Dec 2025 23:26:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Spiagge]]></title>
			<author><![CDATA[Mario Vassallo]]></author>
			<category domain="https://www.andoraneltempo.it/blog/index.php?category=Territorio"><![CDATA[Territorio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000005F"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><ul><li><span class="imTAJustify fs14lh1-5">SPIAGGE DI LEVANTE: litorale costiero dalla zona del Faro di Capo Mele al Molo Heyerdahl;</span></li></ul></div><div class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Spiaggia libera di via Trinacria</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Bagni &nbsp;&nbsp;Rocce di Pinamare</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Bagni Porto</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Bagni Europa</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Bagni Sant'Ambrogio</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Sciabecco</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Bagni Pineta</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Bagni Holiday</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Bagni Garden</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs14lh1-5">SPIAGGE DEL CENTRO: litorale costiero dal Molo Heyerdahl al Torrente Merula;</span></li></ul></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Bagni Tortuga</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Bagni Tortuga Beach</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Bagni Aeronautica Militare</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Bagni Franco</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Bagni Regina</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Campo solare</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Bagni Aurora</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Bagni Amici</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Nostromo</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Bagni Fata Morgana</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Bagni Lido</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">A.M.A.</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Bagni Mare e Sole</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">SPIAGGE DI PONENTE: dal Torrente Merula al confine con Cervo:</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Istituto Sacra Famiglia</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Bagni Domingo</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Bagni Pepito</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Casa Vacanze di Milano</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Settore Servizi Educativi</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Bagni Italia</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Bagni Galleano</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Bagni Sirenella</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Bagni Colombo</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Bagni Colombina</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Spiaggia libera</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Bagni Costa d'oro</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Bagni La Scogliera</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Bagni Ultima spiaggia</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Spiaggia surfisti</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Lega Navale</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Spiaggia libera</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5">Conca Verde</span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs48lh1-5 ff1">y</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 03 Jan 2023 18:11:00 GMT</pubDate>
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