CONCLUSIONE - Andora nel tempo

Andora nel tempo
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CONCLUSIONE

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CONCLUSIONE
(Carlo Volpara)

Durante questo breve volo pindarico attraverso i secoli e soprattutto trascorso nell’analisi del paesaggio della Val Merula degli ultimi duecento anni, abbiamo constatato che la nostra valle può essere grossolanamente divisa in due parti: da San Bartolomeo in su e da San Pietro in giù.
 
La parte superiore ha certamente ed inevitabilmente subito dei cambiamenti, ma dovuti soprattutto all’inevitabile evolversi dei tempi, però non è stata mutata più di tanto, mentre la parte più a mare, ed in particolare la fascia costiera, purtroppo è stata stravolta completamente.
 
La foresta di ulivi non esiste più da cent’anni ed al suo posto sono stati edificati caseggiati dal più che dubbio stile architettonico, purtroppo anche gli ultimissimi in ordine di tempo.  Anche i rigogliosi frutteti sono ormai un pallido ricordo e, laddove l’agricoltura è sopravvissuta, le coltivazioni in serra contendono il primato a quelle all’aria aperta.
 
Quella che era la “Valle degli Oleandri” ormai è diventata la valle dei condomini e dei supermercati e qualcuno può affermare a buon diritto che il progresso non si arresta e ciò è giusto, ma solo parzialmente. Perché parzialmente, semplicemente perché se è vero che il progresso è inevitabile che non si possa fermare, però è altrettanto vero che si può gestire, modulare, governare.
 
Ecco forse ciò che è mancato nella gestione del nostro territorio sono la preparazione professionale, la coscienza e la sensibilità ambientale e l’onestà intellettuale nel gestire al meglio ciò che Madre Natura ci ha così generosamente donato e non solo ed unicamente in mera funzione speculativa.
 
Oggi noi, per fortuna, non abbiamo più le perniciosissime paludi che così tanti problemi hanno creato ai nostri avi e sotto il profilo sanitario corporale siamo molto più tutelati e tranquilli, ma siamo altrettanto certi che il nostro benessere spirituale sia altrettanto migliorato rispetto a quello dei nostri bisnonni? La visione di questi invadentissimi casermoni, che hanno preso il loro posto, crea un sentimento di maggior benessere nei nostri animi rispetto a quelle che potrebbero essere delle più modeste villette di due piani al massimo e ci soddisfa dal punto di vista della socializzazione coi nostri vicini di casa? Il vivere barricati col terrore di essere derubati da chiunque e in qualsiasi momento, anche dagli stessi condomini, è meglio o peggio di quando in paese si conoscevano tutti e c’era una vera sincera mutua solidarietà? Riusciamo ancora a cogliere con gioia come un tempo le piccole cose che ci attestano l’alternanza delle stagioni e la loro ricchezza naturalistica?
 
Era meglio quando bastava uscire di casa pochi metri per cogliere un frutto dall’albero o una verdura nell’orto oppure è meglio oggi che dobbiamo andare a comprare prodotti ultratrattati al supermercato? Ne dubito fortemente, però possiamo fare ancora molto per difendere ciò che rimane dell’ambiente e di quello spirito.
 
La pianura ormai purtroppo è persa, ma per fortuna ci rimangono ancora le colline come questa dove ci troviamo ora. Per fortuna esistono ancora e si sono conservati quasi intatti dei piccoli gioielli come Rollo dove ci troviamo ora, più che un borgo arroccato sulla collina, addirittura un balcone a sbalzo sul mare dove, al netto del traffico automobilistico, il tempo sembra quasi essersi fermato e nelle fredde e terse giornate invernali sembra quasi di poter toccare con mano la Corsica dalla chioma candida di neve e si riconoscono le montagne una per una.
 
Ecco, noi dobbiamo ripartire da qui, da questi borghi come Rollo, e ce ne sono ancora altri per fortuna, per creare uno sviluppo più sostenibile e duraturo nel tempo. D’altronde le Cinque Terre insegnano; erano e sembravano derelitte e dimenticate da tutti perché il progresso, a causa della loro difficile raggiungibilità, non poteva imporsi facilmente: è stata la loro salvezza e fortuna! Oggi conoscono un movimento turistico internazionale senza pari e si pensa addirittura di porre dei limiti all’accesso. Dobbiamo ricordarci che la Liguria è sempre stata mare sì, ma anche montagna, dobbiamo ricominciare a voltarci indietro sia temporalmente che geograficamente ed iniziare a rivalutare e guardare con occhi nuovi la nostra antica anima contadina, portando considerazione e rispetto  per il  lavoro silente e certosino dei nostri avi, in primis i muretti a secco che tanta fatica e sacrificio costarono ai loro realizzatori: anche noi in Liguria abbiamo tante piccole Muraglie Cinesi e sono le migliaia di chilometri di muri a secco realizzati dai nostri antenati i “maxèi”, coi quali riuscirono a trasformare le montagne in tante piccole pianure. Dobbiamo amare e percepire come un nido le abitazioni in pietra a vista che sono la nostra vera ed unica caratteristica architettonica, le cui soglie sono adornate coi tipici acciottolati, i “rissò”. Dobbiamo difendere con le unghie e coi denti dagli indiscriminati attacchi del fine settimana le mulattiere lastricate, che schiere di motocrossisti fracassoni e prepotenti, il cui unico divertimento è far baccano e consumare inutilmente serbatoi di benzina, si divertono a massacrare coi loro insensati raid fini a sé stessi. Questo non è sport né tantomeno turismo, è semplicemente vandalismo. Tutto il paesaggio ligure è un immenso quadro naturale che merita solo rispetto, pertanto cerchiamo di non sfregiarlo ulteriormente. Tutto ciò fa parte della nostra storia e tradizione, in altre parole è cultura con la C maiuscola, perché la cultura non è solo una scultura, una bella poesia o un quadro d’autore, cultura è anche rispetto e difesa del nostro paesaggio e tramandazione nel tempo delle nostre tradizioni. Solo se sapremo veramente amarle e rivalutarle adeguatamente avremo la possibilità di avere un futuro, anche economicamente parlando, sennò saremo inevitabilmente destinati ad impoverirci sempre più sia finanziariamente che spiritualmente, con la perdita ultima della nostra identità ed anima più vera.
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