CURIOSITA' STORICHE 1 - Andora nel tempo

Andora nel tempo
Andora nel tempo
iniziativa ideata e realizzata da MARIO VASSALLO
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CURIOSITA' STORICHE 1

STORIA E DOCUMENTI > CURIOSITA' STORICHE
CURIOSITA' STORICHE
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ANTICO TERRITORIO
(Mario Vassallo)
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Estratto foto aerea - GoogleEarth
IL "FUGATICO"
(Roberto Risso - Mario Vassallo)
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La piana di Andora era, in buona parte, coltivata a oliveto mentre il mercato dell'olio (a basso prezzo) non garantiva un giusto guadagno; per contro i conduttori dei fondi erano tenuti e obbligati a pagare imposte e tasse “fugatico” (focatico o fuocatico) che era molto gravoso.
Gli stessi conduttori dei terreni hanno provveduto a sradicare gli alberi e a vendere la relativa legna a ditte interessate a tale commercio.
La legna, sezionata in misura commerciale veniva trasportata con carri a trazione animale, quindi, caricata in vagoni ferroviari, all'uopo dedicati presso la stazione ferroviaria di Andora.
Quale compenso per questo trasporto veniva proposto l'accatastamento dei terreni sui quali erano impiantati gli alberi, in capo ai “trasportatori carrettieri”; nessuno di questi ha accettato la proposta in quanto i terreni (resi gerbidi) comunque sarebbero stati gravati dal “fugatico”.
Non mi è dato sapere ancora come sia avvenuto il passaggio di proprietà (assegnazione in capo ai nuovi conduttori).
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Si trattava di una tassazione applicata in funzione dell'estensione terriera, gravante sulla conduzione del fondo stesso.
Ciò significa che "colpiva" non tanto il proprietario, ma principalmente l'utilizzatore materiale del terreno.
Col taglio della legna, i terreni erano diventati gerbidi, improduttivi, almeno fino alla loro successiva conversione in frutteti, seminativi, orti e conseguentemente i conduttori si sarebbero trovati "impegnati" con terreni privi di produttività, sebbene dovendo continuare a pagare la tassazione in quanto ugualmente conduttori.
A questo punto, i terreni sarebbero stati abbandonati dai conduttori, diventando di fatto soggetti alla sola appartenenza ai proprietari, i quali avrebbero dovuto accollarsi l'intera tassazione.
Per questo motivo i possidenti terrieri tentarono in qualche modo di svincolarsi cedendo e fino a "regalare" i loro appezzamenti a coloro che fino ad allora erano stati i conduttori, i quali però rinunciarono all'acquisizione, poichè ciò avrebbe significato diventare contemporaneamente proprietari e utilizzatori di terreni improduttivi, ma ugualmente tassati.
Non è dato sapere fino a quando fu applicata questa tassazione, di sicura derivazione napoleonica: infatti, non dobbiamo dimenticare che l'interesse di sfruttamento economico di Napoleone sui territori conquistati, portò alla "invenzione" del Catasto, che altro non era (e così è anche attualmente) che una classificazione in funzione della regolamentazione per l'applicazione di valori fiscali (in sostanza per l'applicazione di tasse e imposte).
Questo tipo di tassazione (fugatico), nel tempo cade in disuso (quando, con precisione non lo sappiamo), tramandandoci la sola forma di rapporto economico-fiscale tra proprietario e conduttore, manifestata per lungo tempo con i contratti agricoli di mezzadria e colonia parziaria (quest'ultima poco usata localmente): contratti che prevedevano la regolamentazione dei rapporti di "pagamento" tra proprietario/conduttore e conseguentemente le rispettive incidenze percentuali in quelle che saranno le applicazioni fiscali.
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Estratto dal Dipartimento delle Finanze:
"La legge n. 4513 del 26 luglio 1868 diede facoltà ai comuni di imporre, nei rispettivi territori, la tassa di famiglia o di focatico.
Il focatico era un'imposta applicata su ciascun focolare, vale a dire su ciascuna abitazione di un gruppo familiare, o su ciascun fumante, se l'abitazione comprendeva più gruppi familiari.
Erano soggette alla tassa "le famiglie tutte residenti nel comune in ragione delle loro rendite, prelevate le spese di produzione e sottratte le annualità passive, qualunque ne sia l'origine, il moto e il luogo donde provengono".
L'oggetto del tributo fu individuato nell'agiatezza, per cui la tassa famiglia non costituiva una tassa addizionale a quella sulla ricchezza mobile, né a quella sui fabbricati, né all'imposta prediale, ma si faceva esclusivamente riferimento a tutte quelle circostanze che contribuivano a maggiori o minori agi di una famiglia.
Erano pertanto indici di agiatezza il valore locativo dell'immobile, il lusso della casa, nonché la posizione sociale.
Soltanto un esiguo numero di comuni esentarono dal tributo le famiglie più povere.
La stragrande maggioranza adottò aliquote progressive.
Il Testo Unico di riforma della finanza locale, R.D. 14.09.1931, n.1175, entrato in vigore l'1 .1.1932, sostituì l'imposta di famiglia con un'addizionale all'imposta complementare di stato, applicandola però solo alle ultime tre classi demografiche comunali (per i comuni con popolazione inferiore ai 30 mila abitanti).
Gli altri comuni avevano invece la facoltà di istituire il tributo sul valore locativo."
Tale imposta fu abrogata definitivamente dalla riforma tributaria del 1974.

In realtà, il "fuocatico" fu inizialmente abolito con regio decreto legge del 30 dicembre 1923, ma le enormi difficoltà che i comuni incontrarono nel trovare risorse compensative, indussero il Governo a reintrodurre temporaneamente la tassazione con la denominazione di "imposta di famiglia" mediante il regio decreto legge del 23 maggio 1924.

Il fuocatico è presente come forma di tassazione applicata già in ambito europeo dall'epoca medievale e conosciuto sulla penisola italiana per l'adozione da parte degli angioini già nel XIII secolo.

Sostanzialmente il  ruolo  era  composto  da  tre  categorie:
  • il fuoco, cioè su ogni abitazione famigliare, conteggiati per capofamiglia;
  • la terra coltivata,  classificando i terreni coltivati misurati secondo l'unità di misura vigente nel Comune;
  • la classe di reddito nella quale era catalogata la famiglia; i contribuenti di condizioni economiche più limitate erano esenti da tale classificazione, la quale risultava una sovrattassa per i più abbienti, originando evasioni ed esenzioni concesse a favore delle famiglie "importanti" o aventi cariche  pubbliche  di  particolare  importanza ed il clero.
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ESPOSTO PER DANNI STRADA CASTELLO - LAIGUEGLIA
(Mario Vassallo)
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Illustrissimo signor Sindaco,

La strada di Castello la quale serve di comunicazione con Laigueglia ed Alassio agli Andoriani, ed a quelli della valle superiore del Cervo trovasi in più luoghi in cattivo stato, e specialmente nella regione del Borgo di Castello al così detto Pontetto, nella quale attesi gli scoli della sorgente della fontana nuova e principalmente dopo che li Signori Stefano e Domenico Badarò di Laigueglia acquistarono diverse terre in contiguità della stessa e pulirono non soltanto alcuni sbocchi nella medesima, ma eziandio ne praticarono dei nuovi e deviarono anche per mezzo di qualche così detto cordone di pietra il corso delle acque, riesce affatto impraticabile nell’invernale stagione non solamente per l’acqua che vi scorre ma viemaggiormente per il ghiaccio che nei tempi rigidi vi si forma in tutta la larghezza della strada.
Ricorrono pertanto i sottoscritti alla S.V.Il.ma onde voglia prendere quelle misure che crederà del caso e rendere la detta strada praticabile in ogni tempo, come era prima che i detti signori praticassero i lavori anzidetti.

Andora lì, 05 Gennaio 1860.Andora lì, 05 Gennaio 1860.
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I PUNTI TRIGONOMETRICI
(Mario Vassallo)
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GUIDA TURISTICA DEL 1959
(Mario Vassallo)
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Rimescolando tra la documentazione d'epoca, è stata ritrovata una guida turistica del 1959.
Considerato che appartiene al periodo di cui è stata effettuata la ricostruzione legata allo sviluppo edilizio-urbanistico ed alla trasformazione del territorio andorese, si è ritenuto curioso riportarla alla luce, per spolverare ricordi ormai lontani.
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ESERCIZI COMMERCIALI - 2000
(Mario Vassallo)
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Per gentile concessione del Comune di Andora, si riporta di seguito la mappatura degli esercizi commerciali esistenti nel febbraio 2000.
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L'ANTICO SARCOFAGO
(Mario Vassallo)
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Nel terreno denominato Binello, poi proprietà Ferrando, durante lavori di aratura negli anni ’30 fu ritrovato un sarcofago di pietra, risalente ad età paleocristiana ed oggi visibile presso il museo di Albenga.






Il terreno denominato Binello - Foto anni '90
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LO SCOGLIO DELLE VEDOVE
(Mario Vassallo)
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Lo "Scoglio delle vedove" era un tratto di mare tra Capo Mele e l'Isola Gallinara, con fondali coperti da banchi di corallo, dove perirono molti pescatori dediti alla pesca corallina.
Nel 1720 avvenne il naufragio di 30 barche coralline di Laigueglia ed Alassio, con pochi superstiti e dove trovarono la morte 200 marinai.
Le conseguenze di ripetute tempeste nello stesso periodo crearono la distruzione del fondale e la scomparsa dei banchi di corallo.
Tra i sopravvissuti del naufragio vi fu il patto di svelare mai il luogo della disgrazia, poichè si trattava del punto più ricco di corallo.
La leggenda tramanda che uno dei marinai sopravvissuti, dopo che fu fatto ubriacare, svelò la posizione del luogo e, forse anche per tale motivo, morì tra atroci sofferenze per le conseguenze di una piaga al ginocchio nell'indifferenza dei suoi concittadini.
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LA PIANTA GRASSA DELLA PIGNA
(Mario Vassallo)
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Nel 1989, con la motivazione ufficiale che ormai ammalata da tempo rischiava di poter cadere, viene rimossa la famosa pianta grassa storicamente simbolo della Pigna.
I ricordi delle persone anziane del luogo narrano che fosse stata portata da un navigante andorese in tempi immemori, posata a dimora nel luogo dove riuscì a crescere indisturbata sino alla fine dei suoi giorni.





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IL GEOFONO
(Mario Vassallo)
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Sul promontorio di Capo Mele, sotto il Sito di Sogno, al fondo di via Trinacria, fronte mare, sopravvivono i resti di un "Geofono".
Il "Geofono" era una struttura militare di controllo per il traffico aereo in tempo di guerra, che era costituito da una sorta di antenna a semiparabola, in movimento rotatorio su asse verticale, la quale permetteva di identificare movimenti aerei in avvicinamento: un'antica forma di "radar".
Ciò che resta è un tozzo basamento in muratura di pietra, in parte circolare, contenuto all'interno di un giardino privato.
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IL BORGO DEL CASTELLO NEL CINQUECENTO
(Mario Vassallo)
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Secondo le notizie riportate dal Giustiniani (*), nel suo "Castigatissimi annali" del 1537, il Borgo del Castello era cinto di mura ed al suo interno vi erano numerose cisterne per la raccolta dell'acqua piovana, due “Hostarie", medici, avvocati e notai, barbieri, tre botteghe, un piccolo "Hospitale" detto di Santa Maria Maddalena con tre stanze a quattro letti per i poveri (secondo le caratteristiche dell'epoca il termine "ospedale" descriverebbe una struttura non propriamente ad esclusiva funzione sanitaria come nell'attuale uso, ma una sorta di ricovero per soggetti bisognosi, cioè sia per malati che per poveri).
Tale "Hospitale" aveva un reddito di Lire 170, proveniente da fasce dei dintorni e godeva della “pigione” di due botteghe del Borgo.

(*) Agostino Giustiniani, ovvero Pantaleone Giustiniani (Genova, 1470 – Mare di Corsica, 1536), appartenente alla famiglia genovese dei De Banca molto legata alla Repubblica di Genova, entrò nell'Ordine dei Domenicani a 17 anni (nel 1487) e fu vescovo di Nebbio, nonché illustre studioso e insegnante di lingue straniere e tra i più importanti geografi per la sua descrizione accurata della Liguria.
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LA PARROCCHIA DI ANDORA
(Mario Vassallo)
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Nel secolo XIV si staccarono progressivamente dalla Parrocchia di Andora tutte le borgate (tranne San Pietro, Rollo e Laigueglia) e la maggior parte della popolazione si trasferì sulla destra del Merula, sicchè si fecero istanze per portarvi la sede Parrocchiale togliendola dal Castello.
Ciò diede luogo a contrasti e promosse un interdetto a seguito del quale fu inviato un Nunzio Pontificio per stabilire il sito della nuova chiesa.
Per avere sfavorito le genti del Castello, il Nunzio fu ucciso col pugnale da un Gaggino: ne seguì una scomunica e, secondo la leggenda, lo spopolamento istantaneo di Andora per un’invasione di formiche.
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LA LEGGENDA DI ANDALORA
(Mario Vassallo)
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Per gentile concessione, disegno di Maria Marchiano

Nel borgo affacciato sul mare, abitava una ragazza incantevole di nome Andalora (che significa landa d’oro), la quale viveva felice della sua vita quotidiana e dell’amore con il giovane Stefanello, suo promesso sposo.


Per gentile concessione, disegno di Maria Marchiano

L’incanto venne spezzato dall’arrivo improvviso di Al Kadir, uno spietato pirata barbaresco che decise rapire Andalora, legandola all’albero maestro della sua nave.


Per gentile concessione, disegno di Maria Marchiano

Stefanello nella notte si avvicinò all’imbarcazione per cercare di liberare l’amata, ma venne scoperto e fu ferito a morte.
Andalora si gettò sull’amato Stefanello e, in un abbraccio disperato, si lasciarono cadere in acqua e incontrarono la morte insieme, abbracciati tra le onde e protetti da quelle acque che li avevano visti nascere.
L’estremo gesto colpì il duro cuore barbaresco di Al Kadir che, commosso da tanta passione, si convertì al cristianesimo e chiamò i due borghi da lui conquistati, con il nome dei due giovani innamorati, in ricordo del loro eterno amore.


Per gentile concessione, disegno di Maria Marchiano

Così Andalora divenne Andora e Stefanello divenne Stellanello: due borghi inseparabili per l'eternità.
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LE ORIGINI DI ANDORA
(Mario Vassallo)
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Secondo fonti storiche antiche, l'originario nucleo di Andora sarebbe stato fondato intorno al 753 a.C. da una colonia di Focesi, popolo greco originario della Focide (Focea era una città ionica dell'Asia Minore, fondata, secondo la tradizione, da coloni ateniesi, focesi e peloponnesiaci, in territorio ceduto dall'eolica Cuma, coi due porti di Naustathmòs e di Lamptèr, ubicata sul sito della odierna città di Foça in Turchia, a circa 60 km a nord-ovest di Smirne), commercianti - navigatori, che l'avrebbero a lungo usata come approdo per il commercio del sale che estraevano dai giacimenti   della vicina Corsica.
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SANDRO PERTINI AD ANDORA
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Il 9 giugno 1976, non ancora Presidente della Repubblica Italiana, Sandro Pertini (*) presenzia ad Andora, presso la sede locale del Partito Socialista Italiano per consegnare un attestato “per i trenta anni di fedeltà all’ideale socialista” all’andorese Nicolò Massa (con la camicia bianca a destra nella foto).
Trascorre il suo soggiorno andorese ospite dell'Hotel Trieste, condotto da Ruggero Luisi con il quale erano conoscenti dai tempi del periodo partigiano.


Foto per gentile concessione Miriam Giordano e Mauro Sandrin


Foto per gentile concessione Miriam Giordano e Mauro Sandrin
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SANDRO PERTINI
(Maria Teresa Nasi)

Sandro Pertini, settimo Presidente della Repubblica Italiana, nacque a Stella San Giovanni (SV) nel 1896.
Dopo essersi laureato in giurisprudenza e scienze politiche, combatté nella prima guerra mondiale e, alla fine del conflitto, nel 1918, si iscrisse al Partito Socialista. Con l’avvento del fascismo, subì varie condanne e, nel 1926, fu costretto a espatriare in Francia. Rientrò l’anno dopo, fu arrestato e scontò 15 anni tra carcere e confino, venendo liberato nel 1943.  
Prese parte attiva alla Resistenza: combatté a Roma l’8 settembre 1943, a Firenze nel luglio 1944, fu tra gli organizzatori dell’insurrezione dell’aprile del 1945. Fu segretario del PSI dall’aprile al dicembre del 1943 e direttore dell’”Avanti” negli anni 1945/46 e 1950/52. Nel 1953 gli fu conferita la medaglia d’oro per la sua attività partigiana. Sulla sua attività antifascista scrisse “Sei condanne, due evasioni” (1970).
Eletto alla costituente, senatore di diritto nel 1948, fu sempre rieletto deputato nelle legislature successive e, dal 1968 al 1976, fu Presidente della Camera dei Deputati.  
Pertini tornò alla ribalta della scena politica nell’estate del 1978, dopo le dimissioni di Leone dalla Presidenza della Repubblica. Dopo lunghe e laboriose trattative per la scelta del successore, e numerose votazioni senza esito, la sua figura apparve la sola in grado di raccogliere il consenso di tutte le forze della maggioranza governativa. L’8 luglio 1978 venne eletto Presidente della Repubblica, con l’appoggio di tutti i partiti (tranne il Movimento Sociale e Democrazia Nazionale); ottenne 832 voti su 995, maggioranza fino ad allora mai raggiunta nelle lezioni presidenziali.   
Nel periodo della sua permanenza al Quirinale, Pertini contribuì a fare della figura del presidente della Repubblica l'emblema dell'unità del popolo italiano. La sua statura morale contribuì al riavvicinamento dei cittadini alle istituzioni, in un momento difficile e costellato di avvenimenti delittuosi come quello degli anni di piombo.
La sua costante presenza nei momenti cruciali della vita pubblica italiana, nelle situazioni piacevoli come nei momenti difficili, è stata probabilmente uno dei motivi della sua grande popolarità. Spesso è stato definito come il "presidente più amato dagli italiani" ricordato per l'amore verso l'Italia, per il suo carisma, per il suo modo di fare schietto e ironico, per l'onestà, per l'amore verso i bambini e per aver inaugurato un nuovo modo di rapportarsi con i cittadini, con uno stile diretto e amichevole.
Al termine del mandato presidenziale (1985) divenne, come previsto dalla Costituzione, senatore a vita di diritto.
Morì a Roma il 24 febbraio 1990.
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Il 17 gennaio 2012, la Giunta Comunale andorese intitola a Sandro Pertini l'omonima piazza, che in seguito sarà indicata come via Sandro Pertini, nelle vicinanze della sede della locale Croce Bianca.
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SANTA CATERINA DA SIENA E’ PASSATA DA ANDORA
(Antonello Degola)
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Nell’attuale piazza Santa Caterina si trova un mosaico attestante il passaggio di Santa Caterina da Siena durante il suo viaggio di ritorno da Avignone.
Il mosaico fu commissionato ai maestri fiorentini da un membro della famiglia Pio e collocato su un edificio della piazza dal Comune di Andora.
Nel mosaico si legge: “Santa Caterina da Siena - Patrona d’Italia (1347-1380) qui passò nell’anno 1376”.
L’episodio si iscrive in una fase cruciale della storia della Chiesa, quando la cosiddetta “cattività avignonese” aveva reso orfani del pontefice Roma e i cattolici italiani, lasciando libero campo alle mire del re di Francia.
Soltanto la fede, la tempra d’acciaio, l’abilità diplomatica e al contempo il fervore religioso di Caterina potevano riuscire nell’impresa di far tornare il papa a Roma.
Così, la mattina del 13 febbraio 1376, dopo settant’anni dall’inizio dell’esilio avignonese, Gregorio XI e la sua vasta corte lasciavano il sontuoso Palazzo dei Papi di Avignone e si imbarcavano a Marsiglia.
Nello stesso giorno la santa, “pellegrina di pace”, partiva anch’essa dalla città francese e, con la bisaccia a tracolla e il bordone in mano, si incamminava per la via di Tolone, accompagnata da pochi fedeli.
Il gruppo viaggiava sia per mare, su barche d’occasione, sia per terra.
Attraversata la costa francese, giungeva in Riviera percorrendo l’antica e tortuosa via Aurelia, all’epoca l’unica via di transito.
Due frati suoi compagni di viaggio testimoniano che, di paese in paese, giungono infine in Andora dove, stremati dalla fatica, si fermano nel luogo che oggi è piazza Santa Caterina.
Qui bevono l’acqua del pozzo, si rifocillano con un po’ di pane, si riposano e quindi riprendono il lungo e duro cammino per Siena.
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ANDORESI MARINAI AGRICOLTORI
(Antonello Degola)
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Veliero ex-voto di marinai andoresi, esposto nella Chiesa della Santissima Trinità di Rollo

Andora è stata da sempre fondamentalmente contadina e marinara.
Nel cuore e nella testa degli antichi Andoresi albergarono fortemente due realtà: la terra e il mare.
La terra e il mare non erano per essi solo fonti di sostentamento ma mete ideali di vita per uomini semplici, duri, temerari, quasi dei semidei!
Cosi descrive i marinai del Ponente ligure il Gio Bono Ferrari, grande conoscitore di navi e di uomini: “Sferzati dai venti, flagellati dalle bufere, arsi dal sole o cotti dai geli, questi uomini, semplici e duri, varcarono gli oceani portando nei più lontani continenti, fra le genti più remote, nei più aspri lidi, con ardua, tenace, silenziosa fatica le sacre insegne della Patria”.
Molti Andoresi si imbarcavano in gioventù sui grandi e piccoli velieri, viaggiando per i mari di tutto il mondo, ma quando sbarcavano e si accasavano diventavano alcuni, pochi, pescatori, e la maggior parte di essi contadini o “terraioli” come li definisce il capitano e scrittore Flavio Serafini nei suoi libri sulla marineria del Ponente ligure.
Questi ex marinai, ora contadini, si dedicavano alla cura dei campi e soprattutto alla olivicoltura.
Allora non vi erano malattie negli uliveti e i raccolti erano abbondanti, l’olio di Andora era rinomato e si vendeva bene: il migliore a 0,85 lire al litro.
Alla marina di Andora sulla destra del Merula, approdavano spesso dei “laut” di Sanremo e dei “layatti” francesi che ne acquistavano dei carichi interi.
Un capitano, nativo di Andora, fu Giulio Giacinto, che navigò tutta la vita sui velieri, trasportando merci e passeggeri in tutto il mondo.
Altro capitano andorese fu Agostino Pagliano, un comandante di ferro, che viaggiò soprattutto nel Pacifico.
Durante uno di quegli interminabili viaggi, due marinai di San Giovanni disertarono al Callao.
Dopo molti anni si seppe in paese che essi erano andati a lavorare nelle miniere d’argento dell’alto Perù e che avevano fatto fortuna.
Non ritornarono mai più in patria e non se ne seppe più nulla.
E non ritornò mai più anche un marinaio di Rollo, il cannoniere Giuseppe Garassino della RN “Ettore Fieramosca” che, trovandosi di stanza ad Assab, si offrì volontario per la spedizione del capitano Giulietti di Casteggio, completamente massacrata dai nativi in Dancalia nel maggio del 1881.
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IL COMMERCIO DELLE SANGUISUGHE
(Antonello Degola)
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Fin verso il 1850 Andora non godeva di buona fama per l’aria insalubre.
Il torrente Merula, non arginato, straripava durante le piene che seguivano alle piogge invernali, impaludando i campi adiacenti; i venti da Libeccio e da Maestrale, alla foce, impedivano alle acque del Merula di defluire liberamente in mare. Lo scolo difficile faceva sì che l’acqua stagnasse lungamente, producendo le emanazioni e i miasmi e favorendo la proliferazione delle zanzare, con grave pericolo per la salute degli abitanti, che soffrivano quasi tutti di malaria La popolazione era allora dedita alla pastorizia, specie all’allevamento di pecore, e arrotondava i magri introiti facendo commercio di sanguisughe usate nella insufficiente e improbabile medicina del tempo: quasi tutto allora veniva curato con salassi e purganti e la gente moriva più a causa delle cure che delle malattie vere e proprie…
Questo è il racconto sul “commercio” delle sanguisughe tratto dal libro di Gio Bono Ferrari.
L’epoca eroica della vela” stampato a Rapallo nel 1941: “Le donne andoresi, poverette, pur di guadagnare qualcosa anch’esse, scendevano all’alba dai casolari per immergere le gambe nude nell’acqua fredda, onde raccogliere così, a costo del loro povero sangue, le avide sanguisughe che popolavano gli stagni.
Pare che al mattino la caccia fosse più redditizia.
E pare anche che le sanguisughe di Andora fossero assai stimate dagli “speziali”, perché ve ne era sempre una forte domanda.
Certe barche di Alassio chiamate gondole, che facevano il servizio postale dei piccoli paesi sino a Sanremo, approdavano spesso alla Marina per l’incetta delle nere bestiole.
Il capobarca suonava a più riprese un grosso corno marino che era il segnale convenuto.
E le donne dei casolari scendevano a basso con l’arbarella di terra ove stavano a riposo le avide mignatte che si vendevano, anzi si barattavano, a dozzina.
Il capogondola dava alle donne, in cambio delle sanguisughe della tela “cicagnina”, del filo bianco, dei bottoni e anche del caffè.
Una piccola industria tutta muliebre e nella quale gli uomini non mettevano mai il becco.
Povere donne.
E’ facile immaginare le loro carni doloranti, tutte segnate dai piccoli morsi neri che esse curavano frizionando fortemente con acqua di mare.
Una industria casalinga ma che non spaventava le nostre buone donne di Rollo, di San Bartolomeo e di San Giovanni.
Vi si applicavano si potrebbe dire con amore.
Perché, da quella loro attività, ricavavano, senza così intaccare quei pochi marenghi nascosti nel trave del tetto, tutto l’occorrente per farci l’abito della Prima Comunione o della Cresima, che allora bisognava andare a prendere dal Vescovo di Albenga.
E molte delle nostre nere, ma belle fanciulle, perché Andora fu sempre fiera della bellezza delle sue donne, si facevano allora, a forza di sanguisughe, i corredi da sposa e le future madri potevano ordinare la bianca culla di abete per coloro che sarebbero poi venuti a benedire le piccole casette nascoste fra gli ulivi...”.
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LE CIARAVÖIE
(Antonello Degola)
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Un viaggiatore passato da Andora ricordava un episodio che lo aveva colpito profondamente.
Un vedovo attempato aveva sposato una giovane donna di un vicino villaggio.
I giovani del luogo, com’era costume in tutta la Riviera, vollero fare il “Chiaravoglio” o come altri dicono il “Charivari”.
Il matrimonio di un vecchio con una giovane o di un giovane con una vecchia, pare che ripugni assolutamente alla natura.
Ma siccome nessuno ha potuto né può vietare a chicchessia tali matrimoni, così la pubblica opinione se ne vendica con la “baia”, con gli scherni e sovente con l’ingiuria “Tosto che la notte aveva steso il suo tenebroso velo, una folla di giovani già stava pronta per schierarsi all’arrivo del corteo nuziale; all’apparizione degli sposi ecco destarsi improvvisamente un suono assordante di campanelli, di timpani, di mortai, di molle, di pentole e paioli, di trombe e tamburi. Per tutta la notte continuarono i rumori, gli schiamazzi, le urla che assordavano l’aria, fino a che, al mattino, tutti si calmarono e andarono alle loro case”.
(Mia mamma mi raccontava che questa usanza era in atto ancora fino a metà del secolo scorso).
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IL TESORO DELLA LIGURIA
(Antonello Degola)
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Per tutti la Liguria è mare, colline, oleandri, ginestre.
E ulivi, tanti ulivi. Arrampicati sulle fasce create in secoli di duro lavoro, gli alberi verdi e argentei presidiano l’entroterra, muovono il paesaggio colorato e assolato dell’estate, quello più freddo e ombroso dell’inverno.
E ovunque, nei paesini e nelle frazioni, nelle città e nei borghi storici, troviamo frantoi familiari e grandi stabilimenti, raffinati negozi ma anche botteghe e addirittura case private dove si vende la maggior ricchezza di questo suolo, l’olio d’oliva.
E ci sembra che sia stato sempre così, dagli inizi della storia: invece, la coltura e la produzione dell’olio sono relativamente recenti nella storia millenaria del pianeta Liguria.
In età preistorica, lo sappiamo, l’aspetto e la vegetazione della nostra regione erano assai diversi da quello attuale e tuttavia già allora si possono intuire le caratteristiche che la renderanno celebre e apprezzata: intendiamo la mitezza del clima e la qualità dei suoi prodotti agricoli, l’olio sopra tutti.
La brevità delle valli, l’altezza contenuta delle montagne, poste a nord, la vicinanza del mare, infatti, sono le cause del clima particolarmente dolce che nei secoli ha dato vita a una dimensione territoriale esclusivamente ed estesamente agricola, dell’ulivo principalmente, ma anche della vite, degli alberi da frutto, degli agrumi e degli ortaggi.
Nella numerosissima serie di piccoli nuclei abitati distribuiti sui versanti vallivi, spesso a mezza costa, nelle posizioni meglio esposte al sole e più confortevoli, notiamo la frequente presenza delle “caselle”, indicative di un’attività pastorale e di allevamento in particolare, e di un’attività agricola in generale.
Come sappiamo, l’ambiente naturale prima della costruzione della via Julia Augusta doveva essere ben diverso, ma il tracciato della grande strada consolare e la nascita della relativa e importante “mansio” di Lucus Bormani nella piana di Diano Marina diradarono la vasta e foltissima foresta che da millenni ricopriva tutta la zona e all’interno della quale si celebravano i riti e i commerci degli antichi liguri.
Lì si onorava il dio delle acque e delle sorgenti Borman, e la sua sposa Bormana, che i romani assimilarono ad Apollo e a Diana, alla quale intitolarono addirittura il sito: “Pagus Dianius”.
L’opera di disboscamento iniziata dai romani continuò nel Medioevo, prima per la produzione del carbone, poi per la costruzione delle navi per le quali era utilizzato l’ottimo rovere della foresta e, infine, per lasciar posto alla coltura dell’ulivo.
Sull’origine e sulla diffusione dell’ulivo in Liguria si dibatte fin dal XVIII secolo da parte di agronomi, storici e letterati; ancora recentemente la questione è stata definita centrale per la storia del paesaggio agrario della regione, proprio a causa della rilevanza che l’olivicoltura e il commercio dell’olio hanno avuto e hanno dal Medioevo ai giorni nostri.
Sono state avanzate diverse ipotesi su quando e da chi sia stato introdotto l’ulivo in Liguria e due sono tra le più accreditate.
Secondo studiosi come Bianchi, Navone, Bertolotti, Gallesio, l’ulivo sarebbe stato importato dai crociati di ritorno dalla Terrasanta.
Per altri come Riva, Giordano, Fornara, padre Perico e molti altri storici, soprattutto del Ponente ligure, la pianta sarebbe stata portata qui nel X secolo dai Benedettini esuli dal Nordafrica.
Del resto, ai monaci di San Benedetto vengono attribuite tutte le modifiche e le migliorie in campo agricolo: dai terrazzamenti (le fasce) alla coltura della vite e del castagno, dall’irrigazione alla costruzione dei frantoi.
E ancora: avrebbero creato fucine per la lavorazione del ferro, stabilimenti per la tessitura e per la fabbricazione della carta…
Come che sia, gli storiografi più antichi e i geografi classici come Strabone escludono che i liguri coltivassero l’ulivo prima, durante e dopo l’occupazione romana.
Nei cosiddetti “secoli bui” che seguirono il collasso dell’Impero, a causa dello spopolamento delle campagne, della contrazione demografica nelle città e nel contado, delle incursioni turco-barbaresche, della chiusura delle rotte mediterranee, si verificò una crisi che colpì gran parte dell’Europa e del Mediterraneo, coinvolgendo i mercati, i traffici marittimi e, di riflesso, anche le attività agricole compresa l’olivicoltura.
Soltanto a partire dal X secolo, e sempre su impulso delle comunità monastiche, si crearono condizioni sociopolitiche favorevoli alla ripresa dell’agricoltura in generale e di quella olivicola in particolare.
Nello studio dell’olivicoltura ha una notevole importanza Capo Mele, che non è soltanto il punto della costa ligure che maggiormente si prolunga nel mare, costituendo un riferimento imprescindibile per la navigazione, ma è anche un punto di divisione geografica-agronomica.
A occidente del Capo, infatti, viene coltivata la varietà “giuggiolina” detta anche “taggiasca”, che dà un olio fine, squisito, profumato e privo di acidità; a oriente si coltiva invece la “colombina” o “colombaia” che dà un olio meno fragrante e più greve.
Dal X secolo in poi la coltura dell’ulivo nel Dianese diventa di importanza primaria, tanto che nel XIV secolo troviamo esenzioni dai dazi per l’olio e negli “Statuti” di Diano del 1363 si citano i “curatores olii”.
All’inizio del XVI secolo il Giustiniani descrive la valle di Diano come celebre per la bontà e quantità del suo olio.
Tre secoli dopo l’olio rappresenta la coltura più importante a ponente di Capo Mele, con una produzione di 370.000 barili, dei quali 40.000 prodotti a Diano e 25.000 a testa a Cervo, Andora e Laigueglia.
L’ulivo e l’olio: il vero tesoro della Liguria, allora come oggi.
E, allora come oggi, un tesoro difficile da coltivare in un territorio “verticale” come il nostro, di scarsa estensione, di ardua manutenzione.
A coloro che questo tesoro hanno creato e tenuto in vita nei secoli dedichiamo queste appassionate parole di un grande ligure, il finalese Giovanni Boine, che le scrisse nel 1911:
Terreno avaro, terreno insufficiente su roccia a strapiombo, terreno che franerebbe a valle e che l’uomo tiene su con grand’opera di muraglie e terrazze.
Terrazze e muraglie fin su dove non cominci il bosco, milioni di metri quadri di muro per quindici, per venti chilometri dal mare alla montagna, milioni di metri quadri di muro a secco che chissà da quando, chissà per quanto i nostri padri, pietra per pietra hanno colle loro mani costruito.
Pietra su pietra, con le loro mani, le mani dei nostri padri per secoli e secoli, fin su alla montagna!
Non ci han lasciato palazzi i nostri padri, non hanno pensato alle chiese, non ci hanno lasciato la gloria delle architetture composte: hanno tenacemente, hanno faticosamente, hanno religiosamente costruito dei muri a secco come templi ciclopici… dal mare fin su alla montagna!
Muri e terrazze e sulle terrazze gli ulivi contorti, a testimoniare che han vissuto, che hanno voluto, che erano opulenti di volontà e di forza; i muri e le terrazze a testimoniare che han vinto contro la natura la loro battaglia ordinata; gli ulivi contorti a mostrarci la generosità e l’opulenza delle anime loro. Anime piene, anime pingui, anime vive nella loro forma conchiusa, vive di tutti noi che non eravamo ancora e di tutti i padri che già eran vissuti.
Perché gli ulivi!
Lentissimi a crescere, tardissimi a dare, solo i popoli ricchi li hanno coltivati; solo le generazioni cui altre generazioni han tramandato una ricchezza sicura; solo le razze sicure della sopravvivenza loro, piene della sopravvivenza loro, piene e sicure della perpetuità della loro vita.
E qui i padri han faticato per i figli e i nepoti, ogni generazione visse degli sforzi della generazione passata e lavorò per la generazione veniente […]
Ulivi, uliveti dappertutto. Il prato diventò uliveto, la vigna uliveto, il bosco… faticosamente, dolorosamente, tenacissimamente uliveto.
E l’opera trionfale della razza, di tutta la razza, fu compiuta […] Secoli di stenti, secoli di fede chiusa, colpi di bidente, pietre l’una sull’altra a fatica: pareva avidità di possesso ed era… la coscienza di una razza, la forza di una razza, la sicura religione della razza.
La nostra cattedrale! Gli uliveti folti, boscosi, d’argento per tutto! Avevamo fatto il nostro destino, il destino nostro era ora conchiuso; i padri finalmente avevano fissato il nostro destino.
E noi fummo fra gli ulivi come un popolo antico nella sua cattedrale: ogni speranza era lì, ogni nostra sicurezza era lì, negli ulivi.


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IL RELITTO DEL RAVENNA
(Antonello Degola)
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Era un mercantile costruito nei cantieri navali di Sestri Ponente nel 1901, lungo 110 metri, largo 13,28, alto 8,33, armato con due cannoni 76/40 Amstrong; aveva una stazza lorda di 4 250 tonnellate, netta di 2690 tonnellate, macchina motore a triplice espansione di 4000 cavalli, velocità di crociera di 13 nodi.
Il Ravenna veniva utilizzato come piroscafo postale lungo la rotta Genova-Buenos Aires.
Il 4 aprile del 1917 alle 9,30 del mattino, di ritorno dall’ennesimo viaggio in Sudamerica, mentre era in navigazione verso nord, vicino a Capo Mele, di fronte alla chiesetta della Madonna delle Penne, fu affondato da un siluro lanciato dal sottomarino tedesco U-52.
Colpito a poppa vicino alle stive, il piroscafo, invaso dall’acqua entrata dallo squarcio, si alzò verso il cielo e, raggiunta la posizione verticale, si inabissò velocemente.
Nonostante l’affondamento fosse rapidissimo, vi furono poche vittime, sia perché la costa era vicina, sia perché i pescatori di Andora, Laigueglia e Alassio portarono aiuto ai naufraghi: le vittime furono solo sei, cinque passeggeri e un marinaio.
Il relitto del Ravenna, visibile in condizioni meteo marine ottimali, si può vedere a occhio nudo dalle imbarcazioni; è alla profondità di 80 metri circa, leggermente inclinato sul fianco sinistro.
La parte centrale della nave, nonostante i quasi cento anni in balia delle correnti, è ancora in buono stato.
Immergendosi, si nota lo squarcio provocato dal siluro e, verso prua, i danni causati dalle mine elettriche usate dai palombari della So.Ri.Ma. della nave Rostro, che nel 1930 recuperarono i 60 000 quintali di lana greggia e i 31 000 quintali di sego, carbone e macchinari agricoli che costituivano il carico del Ravenna.
Qualche vecchio esperto pescatore di Andora e Laigueglia pare che riuscisse a calare le nasse per i gronghi e le aragoste addirittura dentro i boccaporti del relitto.
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IL NAUFRAGIO DELL'ANDORA II
(Antonello Degola)
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L'Andora II prima del varo nel cantiere navale andorese

Varata nel 1920, l’Andora II, con le sue 788 tonnellate, rappresentava l’estremo sforzo dell’armamento velico locale per sopravvivere alla ormai spietata concorrenza del vapore.  Armoniosa nelle sue linee e munita di motori ausiliari era un solido bastimento oceanico.
Apparteneva all’avvocato Massabò e al signor Quaglia.
Primo e unico Capitano fu Angelo Vassallo che avrebbe dovuto chiudere con quell’imbarco una lunga e prestigiosa carriera velica.
Secondo di bordo era il “patrone” Gerolamo Acquarone; l’equipaggio era formato da ventun persone, delle quali otto di Porto Maurizio.
L’Andora II terminò l’allestimento a Porto Maurizio da dove partì il 21 aprile 1921 per Santo Domingo con un carico di rotaie che sarebbero dovute servire al trasporto del mogano, legno pregiato che all’epoca ancora si trovava nei boschi dell’isola.
Il veliero vi giunse con una traversata di 59 giorni, avendo trovato tempi maneggevoli.
Ma il destino dell’ultimo grande veliero portorino era segnato.
A Santo Domingo, fra il taglio e il trasporto del legno, trascorsero ben quattro mesi. Durante quella permanenza, un ciclone investì l’isola e il veliero ancorato in un fiume finì su di un banco con le ancore sotto la chiglia, riportando gravissimi danni.
Il secondo con sei marinai, tra i quali Battista Massabò (“Scialotto”), che erano rimasti in rada a bordo di un pontone vennero salvati coraggiosamente dal capitano Vassallo che uscì con una draga a trarre a salvamento i pericolanti.
Tamponate alla meglio le falle e con solo metà del mogano previsto (non si riuscì a recuperare tutto il carico), il veliero ripartì per Londra, ma il viaggio fu tormentato dalla continua ed estenuante lotta alle vie d’acqua nello scafo.
Un turno di due marinai era sempre alle pompe; inoltre, l’Andora II venne investito dalla coda di un uragano che fece vivere al bastimento una notte di tregenda.
Ben venti persone cercarono di salvare il barile di trinchetto 1, mentre capitan Vassallo dirigeva la manovra al timone.
Il bastimento faticava ad avanzare per i venti contrari. Dopo tre mesi di navigazione i viveri erano quasi terminati, a eccezione di alcune casse di fagioli col “biccio” mentre l’acqua era scarsa.
Si poggiò a Plymouth per caricare provviste e da quel porto si raggiunse Londra a rimorchio. Le stive, caricate solo parzialmente, erano piene di acqua e parte del carico galleggiava. Solo la lunghezza dei tronchi aveva salvato la nave durante l’uragano. A Londra, provato da tante traversie, gran parte dell’equipaggio sbarcò.
Insomma, il viaggio si era rivelato un disastro anche per gli armatori, che a Londra vendettero il malconcio bastimento.
Dopo altri tre mesi di sosta, l’Andora II prese il mare con un carico di ferro, ma il 25 marzo 1922 si incendiò misteriosamente venti miglia a ponente di Gibilterra e fu abbandonata dall’equipaggio che la sera del 26 raggiunse la costa con le lance di salvataggio.
La lotta contro le fiamme era stata breve, nonostante il valoroso tentativo di domarle da parte dell’equipaggio e in particolar modo del nostromo Michele Martini (“Nasiccio”).
Il veliero affondò al largo dello Stretto, dopo essere andato alla deriva per qualche ora.
Davvero un tragico destino per una storia finita troppo presto!
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