CURIOSITA' STORICHE 2 - Andora nel tempo

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CURIOSITA' STORICHE 2

STORIA E DOCUMENTI > CURIOSITA' STORICHE
LA CHIESA PARROCCHIALE DI SAN MATTEO A LAIGUEGLIA
(Mario Vassallo - Felice Schivo)
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Foto per gentile concessione Felice Schivo

Si dice che sul sito della attuale chiesa ne sorgesse una molto antica dal IV secolo, dedicata a San Matteo.
Nel 1531 San Matteo, grazie a papa Clemente VII, divenne parrocchia, staccandosi dalla Chiesa matrice di San Giovanni Battista in Andora.


Nella la prima metà del Seicento l'edificio si presentava con un’aula a tre navate, sorrette da colonne in pietra nera, orientato parallelamente al borgo sviluppatosi lungo il litorale.
Il coro era a levante e in facciata figurava un portale in pietra nera, con l'immagine di San Matteo, con incisa la data 1616 (presumibilmente riferita ad uno degli interventi di modifica e restauro subìti nel tempo).


Foto per gentile concessione Felice Schivo

Una iscrizione in controfacciata, datata 1565, riportata dal canonico Ambrogio Paneri nel “Giardinello”, pone qualche dubbio sulla effettiva datazione.
Di questa costruzione originaria rimangono solo alcuni elementi di arredo marmoreo.



Nel 1585, il visitatore apostolico Mons. Nicolo Mascardi, ordinò che il campanile fosse costruito in posizione diversa da quella che occupava, ma non si conosce se tale indicazione sia stata attuata e la veduta secentesca di Laigueglia che compare in calce alla tela inserita nella volta dell'oratorio, presenta a lato della parrocchiale, un campanile a cuspide, come da stile tardo-medioevale.
Alla fine del XVI secolo la chiesa comprendeva l’altare maggiore ed altri tre dedicati a: Compagnia del Rosario (esistente dal 1576), Compagnia del Carmine (esistente dal 1607), Compagnia del Sacramento (esistente dal 1609).
Successivamente, grazie anche alle buone condizioni economiche locali derivanti dai proventi della pesca del corallo, si aggiunsero quelli dedicati a: Crocifisso (1630), Sant’Ireneo martire (1637 - quest’ultimo a seguito dell'arrivo a Roma delle reliquie del santo, trasferite da Gio Francesco Maglione che le donò alla chiesa) e Sant’ Erasmo (patrono della gente di mare).
Dal 1715 al 1723 si procede ad una completa ricostruzione dell’edificio parrocchiale in forme barocche: sul sedime di quello antico, sorse un’aula che si allargava al centro con uno spazio ottagonale coperto da volta a cupola, unitamente ad una serie di cappelle aperte nei muri perimetrali.
I lavori iniziarono nel 1715 e terminarono nel 1723.



L’architetto, sconosciuto, si ritiene possa essere Antonio Maria Ricca, originario di Lavina (entroterra di Albenga), anche in funzione del fatto che furono due suoi collaboratori, il savonese Girolamo Veneziano detto “il Fontanetta” e Giacomo Filippo Marvaldi da Candeasco, ad effettuare la perizia del nuovo edificio.
Nella nuova chiesa, con accesso da est, furono trasferiti gli altari marmorei di San Giacinto e delle Anime del Purgatorio, collocati nelle cappelle del corpo ottagonale.
Dal 1754 al 1781 furono realizzati un nuovo presbiterio e un ampio atrio, orientati perpendicolarmente alla chiesa preesistente.
Il progetto fu affidato a Gio Domenico Pitto, detto “Baguti”, residente a Genova e suo nipote Giacomo sovrintese al proseguimento dei lavori.



La facciata fiancheggiata dalle due torri campanarie rivolte verso il mare era l’ultima costruzione del paese che i marinai laiguegliesi vedevano quando prendevano il largo e la prima quando ritornavano a casa: un prospetto, a triplo ordine, con due cornicioni orizzontali aggettanti, ornato dagli stucchi neoclassici.

    
Foto per gentile concessione Felice Schivo

La planimetria di Laigueglia del cartografo Matteo Vinzoni (Il Dominio della Serenissima Repubblica di Genova in terraferma), datata 1773, documenta che il cantiere aveva preso avvio dal presbiterio.



Per la realizzazione di tali opere furono effettuati sbancamenti della collina retrostante si intervenne su atrio, prospetto tra due campanili con coronamento a bulbo disposti a 45 gradi.
Atrio e presbiterio sono coperti da una volta a cupola, con stucchi di fine ‘700.
L’altare marmoreo delle Anime del Purgatorio (1784 – 1791) è stato realizzato su progetto dell’architetto Giacomo Pellegrini.
Nel 1804 la Compagnia di Laigueglia comprò quattro altari di marmo secenteschi (oltre a quattro tele), provenienti dalla chiusura al culto (1798). per decreto della Repubblica Democratica Ligure. della chiesa di San Domenico di Genova.
La chiesa venne consacrata nel 1807.


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OPERE E ARREDI



  • facciata decorata con stucchi di Andrea Adami (1846);
  • intonacatura dei campanili (1848 – 1849);
  • manutenzione e restauro facciata, campanili e consolidamento statico della parte posteriore della chiesa per uno smottamento del terreno (a cura della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici di Genova, 1988 – 1993);

   
Foto per gentile concessione Felice Schivo

  • restauro dei dipinti conservati all’interno della chiesa e nei locali adiacenti;
  • statue nelle nicchie ai lati del portale “La Temperanza” (a sinistra), “La Fortezza” (a destra), e sul fastigio (da sinistra verso destra), “La Giustizia”, “La Fede”, “La Speranza” e “La Sapienza” e sulla sommità l’immagine di San Matteo (Andrea Adami - 1846);
  • stemma in marmi policromi della Comunità di Laigueglia (sopra l’architrave del portale - seconda metà XVIII sec.);
  • aula decorata con motivi rococò, su lesene e capitelli, di forma composita, con fogliami di acanto e teste di Cherubini;
  • statue in stucco dei Padri della Chiesa (nicchie angolari – 1780);
  • acquasantiera in marmo bianco scolpito (1561);
  • busto commemorativo di Stefano Musso (Giovanni Battista Origone – 1847);
  • fonte battesimale in marmo scolpito con medaglione scolpito ad altorilievo con il Battesimo di Cristo (XVI - XVII sec.);
  • busti ottocenteschi di Giacomo Chiappa e Domenico Preve;
  • medaglione mistilineo, affrescato con la Gloria di San Matteo (Tommaso Carrega da Porto Maurizio - XVIII sec.);
  • cappella di San Giuseppe, con altare in marmi policromi (1736) e tela raffigurante la Morte di San Giuseppe (XVIII sec.);
  • cappella di Sant’Antonio da Padova, con altare marmoreo secentesco proveniente da San Domenico di Genova e tela col Crocifisso dei Santi Girolamo e Antonio da Padova (XVII sec.);
  • altare delle Anime del Purgatorio, di stile neoclassico in marmi policromi, realizzato a Genova (scultore Andrea Casaregi, 1784 – 1791 – su disegno architetto Giacomo Pellegrini);
  • -pala raffigurante Sant’Anna e la Vergine che intercedono per le Anime Purganti (Giuseppe Paganelli – 1794);
  • ex voto a forma di veliero;



  • cappella di San Giovanni Battista, con altare marmoreo secentesco proveniente da San Domenico di Genova e tela raffigurante il Battesimo di Cristo;
  • statua marmorea settecentesca di Santo Vescovo;
  • cappella della Madonna, con altare in marmi policromi, con scolpiti sulla cimasa l’immagine del Padre Eterno e angeli, e le Anime del Purgatorio sul paliotto (XVII secolo);
  • altare maggiore nel presbiterio, marmoreo (bottega di Domenico Bocciardo – 1793), con crocifisso ligneo policromo (XVIII sec.);
  • organo (ditta Vegezzi Bossi di Centallo – 1932);
  • ciborio in marmo (proveniente dalla cappella di San Sebastiano);
  • stucco bianco in rilievo, raffigurante la Pentecoste (XVIII sec.);
  • coro ligneo (XVIII – XIX sec.);
  • pulpito in marmi policromi (XVIII secolo);
  • cappella di Sant’Erasmo, con altare in marmi policromi (XVIII sec.), con sulla cimasa immagini scolpite della Fede, Speranza e Carità;
  • tela con Sant’Erasmo (XVII sec.);
  • cappella dello Spirito Santo, con altare secentesco, proveniente da San Domenico di Genova;
  • tela con la Pentecoste (Castellino Castello – 1623);



  • cappella del Rosario (era il presbiterio della chiesa nel 1723), con l’altare maggiore originario (XVIII sec.) e l’ancona a timpano spezzato, addossata al muro (XVII sec.);
  • statua della Madonna del Rosario (in marmo, XVII – XVIII sec.);
  • serie dei Misteri del Rosario (XVIII sec.);
  • Samaritana al pozzo (Benedetto Musso, [Laigueglia, 1835 – 1883] - 1864);
  • Cristo e l’adultera (Giuseppe Musso, 1809 – 1866, padre di Benedetto);
  • cappella dell’Assunta, con altare secentesco proveniente dalla cappella Centurione in San Domenico di Genova; pala con l’Assunta e il Santo Raimondo di Peñafort (Bernardo Strozzi detto “il Cappuccino” - Venezia, 1639 – 1642);
  • cappella di San Giacinto, con altare in marmi policromi (XVII sec.) e tela con San Giacinto davanti alla Vergine (seicentesca e di modesta qualità);
  • in sacrestia, lavabo marmoreo (in sacrestia, XVII sec.), un Crocifisso ligneo quattrocentesco e una Natività (XVIII sec.);
  • statua in argento fuso raffigurante San Matteo e l’angelo (1708 – 1713), dono di Gio Domenico Musso e ammirabile il 21 settembre in occasione della festa patronale.





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ORATORIO DI SANTA MARIA MADDALENA

Sul fianco destro della chiesa parrocchiale, allineato sull’asse degli attuali bracci dell’edificio si trova l’oratorio di Santa Maria Maddalena, dove opera ancora l’omonima confraternita.
L’edificio fu costruito tra il 1616 e il 1634, con dimensioni considerevoli rispetto alla parrocchiale originaria, come il Sacro e vago Giardinello riporta “più proportionato à chiesa che ad oratorio”.
Si tratta di un’aula rettangolare coperta da volta a botte lunettata, con finestre secentesche in sommità dei muri perimetrali, a cui ne vennero aggiunte altre mistilinee, di forma allungata (XVIII sec.).
Vi si accede dal fianco sud ed il perimetro è caratterizzato dagli stalli lignei, utilizzati dai confratelli.
Il settore più antico è costituito dalla panca addossata alla controfacciata, dove sedevano i priori, con intaglio del secondo Settecento.
L’oratorio conserva gli elementi del corredo processionale, i lampioni ottocenteschi e un paio di crocifissi, uno dei quali, recentemente restaurato, sembra databile al XVII secolo.
Sulla volta la tela con la Gloria di Santa Maria Maddalena risulta interessante per una veduta secentesca di Laigueglia.
Il legame tra Confraternita e l’attività della pesca del corallo è testimoniato da due tele, che raffigurano rispettivamente La partenza e L’arrivo della flottiglia delle barche coralline.
Nel presbiterio sorge un altare marmoreo a colonne tortili (Dionisio Corte – 1671), con pala raffigurante Santa Maria Maddalena penitente (Domenico Piola – 1676).
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L'ECCIDIO DI GINESTRO
(fonte provvisoria Wikipedia)
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La storia è scritta dai vincitori.
E i vincitori sono spesso ricordati, presentati ed eletti ad eroi, le cui gesta sono assunte al bene contro il male.
Ma ovunque si parla di storia, esiste una controstoria, altrettanto vera, vissuta, che troppo spesso volutamente nasconde soprusi, angherie, umiliazioni imposte, infamia, soppressione della dignità nei gesti compiuti a danno dei luoghi e soprattutto su individui del genere umano.
Fatti in nome della guerra, in machiavellica giustificazione “il fine giustifica i mezzi”, perpetrati nell’eroico incedere della forza di un’arma imbracciata contro indifesi, oltraggiati ed umiliati innocenti.
Fatti attentamente taciuti, ma che emergono con decisione e pennellate indelebili dai racconti di chi li ha vissuti, subìti e testimoniati, con dovizia e riscontro documentale, lontano dalle pubblicazioni celebrative.
La guerra è anche questo; la storia è anche questo: la ricerca della dignità di voler ricordare e conoscere.
Alcuni fatti, contrariamente ad eroismi decantati e sbandierati, racchiudono e ricordano terribili e sconvolgenti orrori, commessi nella brutalità indignante della forza “eroica” infusa dall’imbracciare un’arma.
In questi anni di studi ed approfondimenti storici ho sempre attentamente evitato la storia della Resistenza, perché ho sempre ritenuto di non volerla affrontare non conoscendola a sufficienza, o forse meglio conoscendone anche risvolti da controstoria, spesso taciuti.
Il bene e il male, che inevitabilmente si mischiano ed a volte si invertono, oppure semplicemente mantengono la loro posizione rivelando punti di vista diversi in base alla prospettiva con cui sono osservati.
Restano i fatti, o almeno alcuni, indissolubili, tragici; un orrore senza tempo, che si può leggere istantaneamente negli occhi di chi ne è stato toccato, chi lo ha vissuto e subìto direttamente.
Nel nostro territorio locale sono tanti i fatti raccontabili, ma uno su tutti resta da esempio ripotato indissolubilmente nel tempo: “l’eccidio di Ginestro”.
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(fonte provvisoria - Wikipedia)


I FATTI
Nella domenica del 15 aprile 1945 avvenne un fatto che è tra i più significativi della storia recente della comunità di Testico. Durante il periodo dell'invasione tedesca, la collettività si mostrò molto mite, senza che nessuno mostrasse idee politiche e senza che ci fossero partigiani conosciuti appartenenti alla comunità: nel territorio testicese non risultano soldati tedeschi catturati né uccisi.
Alla mattina presto una pattuglia di tedeschi - guidata dal Maresciallo, soprannominato "Maryling" - partì dalla vicina Cesio; erano le 6 di mattina quando altre due colonne si misero in movimento da Vellego e da Cesio.
Alle 7 la frazione di Ginestro era circondata ed avvenne un rastrellamento casa per casa: la ventina di residenti vennero raccolti e trasportati al capoluogo di Testico; i civili arrestati, vennero immediatamente legati con corde da basto prese dai soldati nelle stalle.
Costantino Vairo, un giovane di 14 anni che stava pascolando gli animali, vide da distante la colonna, e si mise a correre verso il paese, ma non riuscì ad arrivare in tempo e nemmeno venne ascoltato dai pochi che incontrò: venne catturato.
Durante il tragitto i tedeschi uccisero Bruno Angelo che era sul ciglio della strada con una scarica di mitra, mentre i mezzi erano in movimento; questa morte - senza motivo - è giustificabile con la probabile paura che egli potesse avvertire gli altri o potesse fuggire.
Secondo un'altra testimonianza, che rimase latente tra la gente di Torria (frazione di Chiusanico), soprattutto tra le donne d'allora, mai ufficialmente rivelata né trascritta, si disse che la causa del feroce comportamento della pattuglia tedesca e della sua relativa rappresaglia contro la gente inerme, fu un colpo di moschetto sparato da un gruppetto di "pseudo-partigiani", ossia semplici renitenti alla leva senza occupazione, che vivevano alla macchia e d'espedienti, presenti in quel momento in località "Rocca d'u Crovu", piccolo dirupo boschivo sopra Testico.
Questa scellerata azione non fece altro che inferocire ulteriormente i militari tedeschi, già ampiamente arrabbiati e frustrati, poiché si sentivano prossimi alla resa.
Ovviamente dopo questo gesto avventato gli pseudo-partigiani (quelli veri, nobilissimi, fecero ben altro, rischiando la loro pelle in primis e salvando molte altre persone), scapparono e, non contenti, attraverso il passo di San Giacomo, si diressero a Torria, obbligando le donne, in male maniere ed armi in pugno, a rimpinzare i loro zaini e borracce di cibi e vino.
Tra le donne che ricevettero visita c'erano Giuditta Bertolotto in Garabello moglie di Pietro e loro primogenita di nove figli Eugenia, sposata con Sèttimo Pellegrino ed a sua volta madre di 6 bambini. I torriaschi, Pietro Garabello, Settimo Pellegrino ed Antonio Sciandrini erano stati appena catturati nell'osteria di Testico mentre barattavano con altri avventori il loro olio con della farina di frumento e trucidati dai militari tedeschi, insieme ad altre 27 persone, mentre quella banda di scappati di casa (non è mai stato rivelato da dove arrivassero. anche se più d'una persona lo sapeva bene), si rifocillava con roba altrui.
Eugenia Garabello ricordò che fu costretta a dar loro delle uova e una mezza pagnotta: le sole cose che aveva in casa immediatamente consumabili, visto che, vivendo già in misere condizioni, non disponeva certo di cibarie più appetibili (formaggi, salumi od altro).
Particolare non da poco, all'eccidio scamparono miracolosamente, tra gli altri, altri due torriaschi: Realdo Garabello, di 29 anni, ed Armando Pellegrino, di appena 14, ossia zio e nipote, rispettivamente figlio di Pietro (il primo) e di Settimo (il secondo), spinti a gettarsi in un roveto dai loro genitori, in un tratto dove il sentiero che conduceva a "Costa Binella", dove poi si consumò l'eccidio, non permetteva la completa visibilità dell'intera colonna dei prigionieri, né alle sentinelle tedesche in testa, né a quelle in coda ad essa.
Il fatto dello sparo provocatorio, che si sarebbe rivelato il vero detonatore della strage, fu confermato, giusto qualche anno fa, dalla sconcertante confessione, fatta sul suo giaciglio del trapasso, da uno di coloro che avevano partecipato a quella scellerata bravata - forse lo sparatore stesso (ovviamente anonimo) - a chi l'assisteva al capezzale.
Questa persona disse che da troppi anni si portava dietro quell'ignobile segreto, che gli aveva provocato, un rimorso irriducibile, seppur egli l'avesse già confidato, anni addietro, in confessione, a un sacerdote, per il fatto di non averlo potuto rivelare ai suoi cari, per paura di reazioni violente o minacciose di matrice politica, da parte di suoi ex compagni.
Tornando al tragico fatto saliente, mentre si stava celebrando la santa messa domenicale, la chiesa parrocchiale di Testico venne circondata, i due chierichetti riuscirono ad essere messi in salvo dal prete tra il tetto e la falsa volta in canniccio.
Gli abitanti, uniti a quelli già arrestati a Ginestro, vennero raggruppati su un muro esterno alla chiesa, sotto la sorveglianza di un militare armato di mitra. Gli altri erano in giro per il paese proseguendo il rastrellamento casa per casa.
Alcuni abitanti riuscirono a nascondersi, altri a fuggire ed avvertire i partigiani nascosti sui monti attorno alla località.
Alle 9:00 di mattina alcuni spari vennero fatti in direzione dei soldati tedeschi.
Il soldato della Wehrmacht che col suo mitra sorvegliava gli abitanti fuori dalla chiesa fu costretto a ripararsi all'interno del vicino oratorio di Sant'Antonio Eremita e l'occasione fu opportuna per il giovane Costantino Vairo che riuscì a scappare, assieme ad altri due, e a cui i militari provarono a sparare ma senza successo.
I partigiani provarono a liberare i prigionieri, ma i tedeschi usarono i civili come scudi umani.
Nell'osteria del paese arrestarono tre uomini più il titolare.
Un militare chiese da mangiare e da bere all'oste che, una volta serviti, ne approfittò per scappare dalla finestra aperta dileguandosi in una vigna: il militare concentrato sul panino non reagì. In questa occasione avvenne un fatto particolare, degno di nota: lo stesso soldato uscendo dall'osteria incontrò un uomo che si era nascosto nella cantina sottostante all'osteria.
All'uomo che non si mosse atterrito dalla paura, il soldato disse: "Via, via presto. Questa sera kaput!", frase che annunciò ciò che successe in seguito.
Alla popolazione riunita nella piazza della chiesa, vennero aggiunti gli abitanti della frazione di Poggio Bottaro. Si misero in marcia e passarono vicino alla frazione di Zerbini, dove vennero rastrellate altre persone. Tornarono davanti alla chiesa della frazione di Ginestro, dove tra i militari tedeschi scoppiò un alterco.
La colonna di militari e prigionieri procedette verso Cesio, fermandosi al poggio di "Costa Binella", dove i prigionieri vennero fatti sedere.
Tre giovani vengono liberati e fatti allontanare, mentre quattro donne e altre quattro ragazze furono mandate al carcere di Imperia per essere successivamente sottoposte ad interrogatorio.
Vennero legati i polsi formando delle coppie, schiena contro schiena, uomini con uomini, donne con donne.
Gli uomini messi sulla destra vennero fucilati da una distanza ravvicinata, mentre le donne vennero prima violentate, seviziate ed infine uccise con la baionetta, che venne brandita anche per finire i pochi uomini che, dopo Ia fucilazione, mostravano ancora un alito di vita.
I tedeschi tornarono per la strada di Cesio andandosene di fretta.
I civili nascosti lasciarono passare diverse ore prima di uscire, ed andare a cercare i propri compaesani.
Di fronte al tragico eccidio, con dei carri trainati da buoi, portarono i corpi esamini nell'oratorio; qui vennero distesi sulla paglia e coperti.
Furono istanti di particolare terrore e dolore, i cadaveri erano irriconoscibili, con i volti ed i corpi tumefatti. Alcuni riuscirono a conoscere i familiari solo dagli indumenti.
Venne scavata una fossa, dove trovarono momentaneo riposo alcuni corpi.
Vennero trucidate 29 persone in tutto: 25 di Testico e delle sue frazioni, 3 di Torria (frazione di Chiusanico) e 1 d'Alassio: Oliveri Pietro Giovanni Battista.
Bisogna altresì considerare che il paese contava all'epoca meno di 300 abitanti. Di questa tragedia nessun colpevole mai pagò, i tribunali non riuscirono a risalire a colui che diede e decise tale crimine.
 
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LE MOTIVAZIONI
Non si conosce una verità storica riguardo alle motivazioni che portarono i tedeschi a compiere l'eccidio.
Ma i testimoni parlano di una guida, una spia che era stata prima con i partigiani, e questa persona fa riferimento a due figuri.
Uno potrebbe essere austriaco, "Carlo", fuggito ai partigiani dopo essere stato con loro per qualche tempo come infermiere, per questo soprannominato "U Mêgu", che in dialetto ligure vuol dire medico, ma che è stata la spia e la guida dei militari tedeschi.
Secondo altri era un soldato tedesco, conosciuto a Testico col nome di "Franz", che era stato coi partigiani dopo aver finto la diserzione dai tedeschi.
Venne accolto tra le file dei partigiani sotto la guida di Massimo Gismondi, detto "U Mancén".
Il comportamento dei soldati tedeschi, fu presumibilmente una feroce e sproporzionata reazione allo sparo, diretto contro il plotone invasore in marcia, proveniente dai monti soprastanti, già narrato sopra, in un frangente in cui essi sentivano già la frustrazione per la disfatta imminente.
Secondo ricostruzioni, i partigiani trovarono rifugio nel paese, ed assieme ad alcuni abitanti avviarono la costruzione di un bunker che sarebbe servito come postazione radiotrasmittente e rifugio militare per gli alleati comandati dal capitano Bentley.
 
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IL RICORDO
Venne eretto un monumento a imperituro ricordo, ed ogni anno, in occasione della strage viene celebrata una messa.
Il Consiglio Comunale di Testico, l'11 giugno 2003, rivolse la richiesta a Carlo Azeglio Ciampi, allora Presidente della Repubblica Italiana, richiedendo il riconoscimento della medaglia d'argento al Merito Civile, per il gonfalone di Testico perché le generazioni che verranno non dimentichino.
Domenica 17 aprile 2005, in occasione del sessantesimo anniversario dell'eccidio, venne conferita la medaglia al valore al gonfalone comunale da parte del Prefetto, Nicoletta Frediano.
La motivazione è stata la seguente:
Piccolo paese dell’entroterra ligure di appena duecento abitanti fu oggetto di un efferato episodio di guerra: ventisette suoi concittadini furono presi in ostaggio e barbaramente trucidati per rappresaglia dalle truppe naziste. Due donne presenti nel gruppo vennero prima violentate e poi sventrate con i moschetti d’ordinanza. Nobile esempio di spirito di sacrificio e di elette virtù civiche. 15 aprile 1945 - Testico (Savona)”.
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LE VITTIME
Come dal monumento a ricordo dell'eccidio, l'elenco delle vittime è il seguente:
 
Aicardi Elena, fu Eutimio, di anni 48
Ascheri Giuseppe, fu Giovanni, di anni 51
Bruno Angelo, fu Giovanni, di anni 72
Bruno Giovanni, di Valente, di anni 38
Danio Giovanni, di Costantino, di anni 44
Ferrari Giovanni, Fu Carlo, di anni 40
Ferrua Giacinto, di Giovanni, di anni 36
Gaibizio Bernardo, fu Venanzio, di anni 74
Merello Pietro, di Benedetto, di anni 42
Moreno Angelo, fu Vittorio, di anni 42
Pace Francesco, fu Pietro, di anni 57
Regesta G. Batta, Fu Nicola, di anni 58
Tirteo Anacleto, fu Lino, di anni 46
Vairo Americe, fu Luigi, di anni 60
Vairo Marcello, fu Marcello, di anni 36
Zerbone Filiberto, fu G.B., di anni 53
Zerbone Francesco, di Vincenzo, di anni 33
Zerbone Lindo, di Carmelo, di anni 35
Zerbone Mario, fu Luigi, di anni 45
Zerbone Teresa, di Giovanni, di anni 31
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ESERCITAZIONI MILITARI
(Marino Vezzaro)
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Per le prove dello sbarco in Libia del 1911 era stato scelto l'arenile di Alassio.
Con l'instabilità politica che caratterizzava il periodo post-bellico della Prima Guerra Mondiale ed i fermenti che avrebbero inevitabilmente portato al secondo conflitto, le alte sfere politico - militari organizzavano ricorrenti esercitazioni militari.
Per una di queste, verso la metà degli anni '30 del Novecento, fu scelto il litorale andorese per installare una "scuola militare di tiro", al fine di effettuare ripetute esercitazioni di tiro terra - mare, con la soddisfazione dei funzionari locali del P.N.F.
Venne sospesa l'attività cantieristica navale andorese e, nel tratto tra la Dia (attuale confrontanza con viale Roma) e la spiaggia dell'Albergo dei Poveri di Genova, furono installati una serie interminabile di cannoni ed il campo di addestramento militare.
Le esercitazioni consistevano nello sparare e centrare grosse sagome di legno ancorate al largo, le quali riproducevano idealmente le sagome di imbarcazioni e venivano approntate dalle attrezzature e maestranze appartenenti alle strutture cantieristiche locali.
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Di seguito sono riportate le indicazioni informative che regolamentavano l'esecuzione delle esercitazioni di tiro.
I GUMBI
(Roberto Risso)
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Il mio amico geometra Vassallo Mario, con la complicità di mia figlia Monica, e tenendo presente la mia anzianità e il mio luogo di nascita e di permanente residenza in questo Comune di Andora, mi hanno convinto a fare appello ai miei ricordi ed esperienze del passato per illustrare e descrivere come avveniva materialmente l'estrazione dell'olio dalle olive e quale era l'attività e la funzione dei “gumbi”.


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Premetto che le olive, nel corso della stagione di maturazione, cioè dalla fine di novembre fino alla fine di marzo (a volte anche aprile), cadono spontaneamente dall'albero direttamente sul nudo terreno, e quindi raccolte periodicamente, a mano, in particolare dalle donne del luogo con l’aiuto delle “sciascelline”.


Le sciascelline

Sono chiamate “sciascelline” le donne, generalmente piuttosto giovani, provenienti, in prevalenza, da località del basso Piemonte - Calizzano, Murialdo, Battifollo, Priola, ecc. ,...- il cui lavoro viene compensato con: vitto e alloggio, denaro e olio da portare a casa propria. Molte “sciascelline” si sono sposate felicemente con giovani del luogo.
La raccolta veniva effettuata usando cestini / canestri detti “cavagni”, quindi versati in sacchi di iuta che, caricati sulle spalle o sui muli/asini, venivano trasportati a casa e ivi versati in un apposito locale: quando si era formato un bel mucchio, passava il “sensale” - persona della zona che conosce i siti delle coltivazioni e le caratteristiche delle piante (taggiasca, mortina, pizzuta, colombara, leccino, etc.), esamina  le olive  tenendo presente la qualità e la possibile resa in olio - il terreno di provenienza (domestico, selvatico), l'anzianità del raccolto, la conservazione (muffari-scaldamento-umidità) infine ne stabilisce il prezzo alla misura “quarta”.
Definito il prezzo, passava il frantoiano (acquirente o chi per esso) per provvedere alla misura e all’insaccamento delle olive al fine di trasferirle al proprio frantoio “gumbo”.
L’estrazione dell’olio dall’oliva avviene in un opificio all'uopo predisposto e attrezzato che, ancora oggi, viene chiamato “gumbo”, è posizionato lungo l'argine di un corso d'acqua, con flusso continuo e abbondante, almeno per il periodo in cui il gumbo deve operare, è sistemato in posizione leggermente rialzata rispetto al greto del corso d'acqua medesimo, il gunbo è operativo esclusivamente con energia prodotta mediante caduta di acqua.
La “presa” dell'acqua avveniva a monte del gumbo e incanalata nella “bea” per alimentare, per caduta, la grande ruota detta “ruassa” strutturata, nella superficie esterna della circonferenza, con contenitori aperti che si svuotano spontaneamente con il moto rotatorio; la stessa “ruassa” tramite albero di trasmissione posto al suo centro e ingranaggi di ferro e/o di legno collegati, trasmettono il moto ai macchinari/attrezzature/impianti operativi del “gumbo”.
Dette dotazioni, in via principale, consistono e sono formate da:
  1. Gramola - Vasca con macina per frantumazione: la frantumazione deve essere particolarmente assistita e controllata dall’addetto “frantoiano” e/o “gumbaiò” il quale deve valutare, in particolare, la velocità dei giri della macina, lo stato di molitura, il surriscaldamento, la mancanza di umidità: tutte circostanze che, se non monitorate, compromettono la resa e la qualità del prodotto “olio”.
  2. Torchio (Pressa) - [vedi foto] - predisposto per vite di legno o di ferro, azionabile  a mano mediante ruota dentellata munita di pioli con possibilità, per ottenere una maggiore pressione, di fare leva con un palo orizzontale “stanga” lungo circa 2-3 mt, inserito in apposito alloggio della ruota dentellata; a sua volta collegato, tramite corda, a un girello con pioli, fissato a terra e al soffitto, azionando il quale si imprimere maggiore pressione al torchio. Ultimata l'operazione di gramolatura, l'amalgama viene trasferita, in maniera omogenea in appositi contenitori, fiscoli “spurtìn” (filtranti di iuta), sovrapposti l’uno sull’altro in modo da ottenere un perfetto cilindro, che non si deformi durante la pressione, detto “drisso” e quindi pressati. Da questa operazione si ottiene un prodotto liquido di un colore scuro indefinibile che viene raccolto per caduta in apposito contenitore. Quivi, come per incanto, naturalmente il detto liquido si separa in due parti: una parte (acqua, morchia, residui) rimane in basso mentre l'altra parte “olio” rimane sopra: l'olio viene prelevato e conservato in appositi recipienti, mentre l'altra parte viene smaltita in qualche maniera o incanalata nelle vasche di decantazione.
  3. Fullo o Frullo” - Vasca con macina leggera per una seconda breve macinazione. Dopo aver ultimato le operazioni di estrazione dell'olio di prima spremitura, mediante torchio/pressa, il prodotto residuo contenuto nei fiscoli, viene trasferito nella vasca “fullo”, con l'aggiunta di un po' di acqua, rimacinato per pochi minuti allo scopo di sfoltirlo e “rianimarlo”, quindi il tutto viene traferito nella terza vasca per il “lavaggio”.
  4. Lavaggio” - Vasca con rastrelliera, per separare la sansa dalle pelli e morchie con un foro alla base chiudibile mediante uno sportello. Il passaggio dell'amalgama dalla vasca di sfoltimento “fullo” a quella contigua di “lavaggio” avviene manualmente con una comune pala è una “raschietta”. La vasca è a tenuta stagna e dispone di una rastrelliera a pettine che ruota rimescolando il contenuto; un flusso continuo di acqua riempie la vasca: la medesima acqua, che si è intorpidita con la morchia e con le pelli galleggianti, esce da una apertura superiore e convogliata verso le vasche di decantazione (descritte al successivo paragrafo 5). Nel mentre al fondo della vasca si sono depositati gli ossi frantumati “sansa” puliti/bianchi (perché più pesanti della morchia e delle pelli); a questo punto viene aperto lo sportello al fondo della vasca e il flusso d'acqua in uscita trascina con sé la sansa trasportandola nell'apposita fossa di raccolta con drenaggio.
  5. Vasche di decantazione”: tre vasche in muratura a tenuta stagna con tetto posticcio rialzato, comunicanti tra di loro (sfalsata a gradini) con modalità dei vasi comunicanti, ciò al fine di recuperare le pelli delle olive “pellette”. Infine una fossa detta “della bratta”, drenante al naturale, ricavata sul terreno attiguo al corso d'acqua, ove vengono convogliate le morchie di risulta. Periodicamente il contenuto delle vasche di decantazione, per favorire la funzione di galleggiamento delle pelli, viene movimentato con verghe e/o bastoni. Quindi sempre periodicamente vengono raccolte le pelli galleggianti e depositate in appositi contenitori per essere nuovamente pressate nel torchio ed estrarre l'olio che le stesse pelli contengono ancora: da questa lavorazione uscirà l'olio cosiddetto “olio lavato” che venie usato in parte per alimentare “lumi e lanterne”, in parte viene venduto alle raffinerie per adattarlo ad usi diversi.
  6. Accessori: sono considerati accessori, ma indispensabili per l'attività del “gumbo” i sotto elencati elementi e operazioni:
  • a) fuoco sempre acceso per garantire una temperatura ambientale non inferiore ai 23°;
  • b) avere a disposizione rilevanti quantitativi di acqua molto calda per facilitare la discesa dell'olio dai fiscoli nel corso della pressatura e per la pulizia degli impianti e attrezzature;
  • c) secchi e contenitori per il deposito, anche provvisorio, dei prodotti lavorati (fusti, damigiane, giare) nonchè carriole, carrelli per movimentare le merci e per smaltire i materiali di risulta;
  • d) la “quarta” con la “randa”: la quarta recipiente cilindrico atto a contenere circa 12/13 kg di olive; la randa è un bastoncino perfettamente diritto che viene passato, strisciandolo sulla parte superiore della “quarta” per eliminare il “troppo pieno”; la “quarta” e non può essere movimentata prima del passaggio della “randa”: ciò per evitare l'assestamento delle olive ivi contenute.
  • e) “lecca” attrezzo in ferro ben levigato, rotondo, leggermente concavo, con diametro di 25-30 cm con maniglia innestata nella circonferenza. Serve per raccogliere le piccole quantità di olio rimaste nella superficie dei residui della lavorazione dopo la spremitura del torchio: passando la lecca a striscio in superfice l'olio rimane attaccato alla superfice esterna e interna della lecca, quindi inclinandola, l'olio scivola ai bordi della stessa gocciolando nell'apposito contenitore.
  • f) una fetta di pane, ricavata da una pagnotta integrale, tagliata con un coltello a forma di uncino “puea”, guarnita con “l’olio nuovo" una goccia di aceto e un pizzico di sale … che buona! offerta a chi frequenta il “il Gumbo".


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LA MADONNA DELLE PENNE
(Mario Vassallo)
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1930 - Foto per gentile concessione Collezione Privata Marino Vezzaro - Andora


Questo Santuario mariano è posto sulla sommità di Capo Mele, all’interno del territorio del Comune di Laigueglia.
Gli emigranti catalani, pescatori di corallo che si trasferirono nelle locali zone costiere presumibilmente nella seconda metà del ‘600 portarono una statua della Madonna su cui era scritto “Mado de pene”, trafugata negli anni '70 del secolo scorso.
Nel 1773 nella cartografia della Repubblica di Genova redatta da Matteo Vinzoni compare come Santa Maria della Penna e nel corso del tempo il nome sarà adattato nel dialetto locale in Madonna delle Penne.
Nel Sacro e Vago Giardinello del ‘600 essa non compare relativamente alla Parrocchia di Laigueglia, sebbene esista riferimento in altro contesto legato alla presenza di una cappella presente su Capo Mele in devozione alla Madonna della Neve.
In questo periodo vengono ampliati la parrocchiale di San Matteo ed altri edifici di culto nel territorio laiguegliese e, secondo fonti storiche, i catalani erigerebbero chiesetta sulla preesistente cappella della Madonna della Neve, mantenendosi nel tempo la ricorrenza al 5 agosto, festività della Madonna della Neve.
La chiesa attualmente si presenta come un'unica aula rettangolare a cui in un secondo tempo fu aggiunta una loggia di ricovero per i viandanti, che presentava tre ampie aperture ad arco, le quali per motivi statici sono state molto ridimensionate sino a due piccole porticine di cui una verso monte chiusa e sono state chiuse le due nicchie ed una finestra sulla facciata principale (mantenendone l’indicazione disegnata), nonché quattro piccole finestre in alto sulla facciata a monte.
Nel 2011, limitrofo alla costruzione, è stato posizionato un busto di San Giovanni Bosco.
La facciata laterale verso mare è caratterizzata dall’affresco della Madonna dai Grandi Occhi, l’ultima immagine che i marinai vedevano prendendo il largo.
 Ai piedi della Madonna è rappresentato il villaggio di Laigueglia del 1600 dove si notano il bastione del Cavallo, la chiesa di San Matteo (i cui due campanili, sarebbero stati aggiunti circa 150 anni dopo l'affresco originale), il bastione centrale ed il bastione del “Giunchetto” ai piedi di Capo Mele.


1953 - Foto per gentile concessione Collezione Privata Marino Vezzaro - Andora

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L'ORIGINE DEL NOME DI ROLLO
(Laura Carletti)
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DA DOVE VIENE IL TOPONIMO “ROLLO”?
L’origine del toponimo Rollo ha sempre costituito un mistero. Nella nostra zona Rollo non è un toponimo diffuso e il solo esempio a noi noto è la denominazione di una regione della piana di Albenga, non lontano da Campochiesa.
La Dottoressa Petracco Siccardi dell’Università di Genova affermava che il toponimo potrebbe aver avuto origine dagli esiti del termine latino rota (ruota o nella fattispecie mulino) e al diminutivo rotula/o. Il nome dal latino si è evoluto successivamente in italiano in rodolo > rodlo > rollo.
Questa interpretazione potrebbe trovare ulteriore conferma nell’esistenza di un mulino “Rollo” a Biancavilla, in Sicilia.
E’ quindi probabile che anticamente Rollo fosse conosciuta per la presenza di un mulino, anche se ci riesce difficile pensare che vi fosse all’epoca nella zona un rivo di portata sufficiente a far funzionare il mulino..
Da questa ricerca iniziale è nata l’idea di tentare altre strade, ad esempio la navigazione su Internet. All’inizio i risultati furono scarsi (o meglio suggestivi ma improbabili: un re Vichingo, molti cognomi nell’Italia meridionale e rotoli di vario tipo). Poi ci siamo addentrati in una serie di siti agricolo/enologici nei quali abbiamo appreso dell’esistenza di un vitigno di nome Rollo, che a quanto pare in alcune zone della Liguria gode ancora di ottima salute mentre invece pare del tutto scomparso dalle nostre parti.
Qui di seguito cercheremo di farvi seguire la strada da noi percorsa per giungere alla nostra interpretazione, che ha integrato notizie storiche, ricordi personali, pagine web e altro ancora.  E’ stata una caccia divertente e affascinante, durante la quale abbiamo scoperto molte notizie interessanti.
Dall’elenco dei vitigni liguri, stilato dalla regione Liguria, abbiamo appreso dell’esistenza di un vitigno Rollo, citato nelle sue varianti linguistiche: Poterco, Rôle, Rolla, Rollé, Rolle Blanc, Rollo bianco, Rollo genovese, Rollu.
Alcuni termini erano palesemente di origine francese, così abbiamo tentato di indirizzare la ricerca anche in quest’ambito.
Et voilà! Diverse fonti agricolo/enologiche francesi riportavano la definizione del Rolle come sinonimo del vitigno (cépage) Vermentino e ne indicavano la provenienza da Corsica, Provenza, Italia, Liguria.
Traduciamo una citazione: “Il Vermentino, vino dall’aroma fruttato, è diffuso in Liguria, in Corsica, in Sardegna e nel sud della Francia. E’ un vino nervoso, d’una notevole freschezza, la cui originalità viene da uno dei più antichi vitigni del mondo, alcuni dei quali sono stati importati all’epoca dei Focesi (600 a.C.).”
Tra questi vitigni c’è naturalmente il Rolle.
I francesi, narrando la storia dei loro vigneti, affermano che “la fondazione di Marsiglia da parte dei Focesi fa fortemente credere alla partecipazione attiva di questi ultimi nella creazione e nella coltivazione dei vigneti. Essi hanno lasciato d’altra parte un vocabolario relativo ai lavori nella vigna e a loro dobbiamo la potatura dei ceppi di vite, tappa indispensabile per il miglioramento delle uve. Abili commercianti, i Focesi si servirono dei porti marsigliesi per l’esportazione delle anfore, destinate alla conservazione del vino. All’inizio concentrate nei dintorni di Marsiglia, le vigne si estesero verso Cavillon e Avignone” ....e, aggiungiamo noi, Nizza.
Tra le zone elettive di coltivazione del Rolle c’è infatti la collina sopra Nizza (Cimiez), per la precisione il vigneto di Bellet: uno dei testi riporta che il vigneto di Bellet è stato piantato proprio dai Focesi nel IV secolo a.C.. Evidentemente siamo sulla strada giusta!
Riassumo rapidamente le storia dell’avventura dei Focesi, Greci della Ionia, tra i più intraprendenti navigatori e commercianti di tutto il Mediterraneo, nel nostro territorio.
Nel VIII secolo a.C. i greci cominciarono a spingersi nel mediterraneo occidentale con la volontà di fondare colonie ed espandersi; nel fare ciò furono costretti a confrontarsi con i popoli che già lo occupavano, tra cui i Liguri.
Tra il V ed il IV secolo a.C. gli scambi commerciali si intensificarono. I Focesi divennero gli interlocutori privilegiati delle popolazioni autoctone e nel 600 a.C. venne fondata Marsiglia (Massalia), ove i greci insegnarono alle popolazioni locali le tecniche di coltivazione dell’ulivo e della vite. [1]
I Focesi si posero come intermediari tra popolazioni anelleniche, per cui le loro iniziative (la creazione di spazi istituzionalizzati per il commercio, gli empori) furono all'acme dell'attività commerciale mediterranea greca arcaica. [2]

Tra il 599 a.C. e il 564 a.C.
I Focesi si espansero ulteriormente e fondarono due nuove basi commerciali presso le attuali Nizza e Antibes (allora nella zona vivevano – da Ovest a Est - i Liguri Segobrigi, Vedianzi, Intemeli e Ingauni, quelli della nostra zona).  I Focesi si spinsero poi verso le attuali coste italiane.

564 a.C.
Una nuova spedizione di Focesi, spinta dall'avanzata dell’esercito di Ciro il Grande che stava conquistando la Grecia, abbandonò la patria e dopo varie vicissitudini approdò in Corsica e si attestò ad Alaia (Aléria, sulla costa sud orientale).
Tornando a noi, non dimentichiamo che la fondazione della vicina Andora viene fatta risalire anch’essa agli amici Focesi. Cito pubblicazioni locali: “Andora fu fondata infatti intorno all’anno 753 a.C. da commercianti/naviganti che crearono nella rada a ridosso di Capo Mele sino alla foce del Meira (attuale Merula) un approdo di sicuro ancoraggio per lo sbarco del sale proveniente dai giacimenti della Corsica.” e altrove “Pare siano stati i Focesi, nel VII-VIII sec. a.C. a fondare Andora....”  In realtà la valle di Andora era già abitata da una tribù di liguri transalpini, che vi conducevano vita pastorale, finchè non vennero a contatto con i Focesi di Marsiglia.[3]
In realtà i liguri, come testimonia Strabone, producevano già il loro vino, che però Strabone stesso definisce “scarso, resinoso ed aspro”.  E’ quasi certo che il contatto con le colonie greche focesi di Marsiglia e Nizza abbia migliorato la capacità di coltivazione della vite. Le prove: ancora oggi, il palo di sostegno della vigna in Liguria si dice carassa, termine derivato dal greco di Marsiglia Karax, cioè “palo da vigna”.
A questo punto, cosa ci vieta di pensare che i Focesi non abbiano introdotto la coltivazione del Rollo, oltre che nel sud della Francia, anche nel nostro territorio?
Da un documento sui vini liguri leggiamo: “Leggenda vuole che siano i Focesi già fondatori di Marsiglia nel VII secolo a.C., a impiantare sulle colline liguri la vite e dando così inizio ad un'appassionante storia enologica ponentina e levantina. Già nelle cronache romane del periodo imperiale i migliori vini liguri trovano spazio e citazioni.”
Dal momento che il vitigno Rollo è vivo e vegeto in Italia, abbiamo svolto qualche ricerca per stabilire la zona di attuale coltivazione e abbiamo scoperto che Rollo è nome sia dialettale che italiano e si riferisce a una “Cultivar” specifica che può essere acquistata nella zona di Genova e precisamente nella Val Polcevera.


[1] Luigi Colli, Ricerche storiche: Liguri, antichi abitanti d’Europa, Associazione Culturale Ligys, Varazze
[2] Luigi Caliò, “Le vie, i luoghi, i mezzi di scambio e di contatto. Mondo greco, etrusco-italico e romano” in Il Mondo dell'Archeologia, 2002
[3] Giuseppe Maria Pira, Storia della città e principato di Oneglia dagli indigeni abitanti sino al 1834, Ferrando, Genova, 1847
 
 

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Il Rollo è un vitigno che compare nella composizione di diversi vini Liguri molto noti, tra i quali Albarola, Coronata, Passito del Golfo del Tigullio, Bianco della Val Polcevera e Vermentino.
In conclusione, se non è questa l’origine del nome Rollo credo che possiamo parlare di stretta parentela: molti ci sembrano infatti gli elementi che potrebbero ricondurne la nascita alla coltivazione in loco di questo vitigno. Tanto più che la zona di Rollo, così ben esposta al sole, ben si presterebbe alla coltivazione della vite.
A quell’epoca il fiume Merula si spingeva per un lungo percorso nell’entroterra ed era navigabile fino quasi alla collina di Castello: agli esperti navigatori Focesi sarà sembrato il luogo ideale per situare il punto di appoggio dei loro traffici marittimi che allora si spingevano fino alla Spagna.
Siamo quasi soddisfatti: la nostra ricerca ha dato frutti interessanti e informazioni inedite sulla storia e la cultura locale, utili per ulteriori approfondimenti.
Un possibile progetto futuro potrebbe riguardare la ricerca e acquisizione di alcuni esemplari del vitigno Rollo in modo tale da poterlo mettere a dimora in qualche terreno del nostro borgo per provare a far rivivere una tradizione sepolta da secoli.
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I ROLLESI EMIGRATI IN CANADA
(Laura Carletti)
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I ROLLESI EMIGRATI IN CANADA [1]
Giacomo Bonaventura Stalla (in seguito L’Etoile) nasce nel in 17 Novembre 1718 a Rollo, nella diocesi di Albenga, allora sotto il dominio della repubblica di Genova.
Non sappiamo con esattezza la data del suo arrivo in Canada, ma probabilmente nel 1746-1747. . Nonostante le laboriose ricerche intraprese, nessuno è riuscito a scoprire quando e su quale nave l’antenato fosse giunto in Canada.
Il nome Stalla venne trascritto nel registro dell’immigrazione come L’Etoile. Nella documentazione dell’immigrazione canadese sono presenti anche Luis Bernier nato nel 1726 e Jacques Bonaventure Bernier, nato nel 1756.
Nel registro parrocchiale di Notre-Dame de Québec Giacomo è iscritto come « cattolico, figlio di Angelo Maria Stalla e Angelica Maria Berneri [2]. Si sposerà nella basilica di Notre-Dame de Québec il 22 aprile 1748 con Marie-Josephe Amiot, figlia di Charles Amiot e Angélique Métivier.
La coppia si stabilirà a Québec, verosimilmente ai piedi del Cap-Diamant, dove nasceranno 6 dei loro 15 figli. Giacomo svolgeva, a quel tempo, il mestiere di navigatore.
Il suo luogo d’origine e molto probabilmente la sua conoscenza della lingua italiana gli valsero il soprannome di « l’Italien ». Molte linee di discendenza hanno conservato questo cognome.  
Tra il 1758 e il 1761, la famiglia di Giacomo Bonaventura Stalla deve traslocare sulla riva sud di Québec, a causa della guerra della Conquista da parte degli Inglesi. Ritroviamo la famiglia del nostro antenato successivamente a Saint-Charles-de-Bellechasse, Saint-Étienne-de-Beaumont, Saint-Pierre-de-la-Rivière-du-Sud e a Saint-Roch-des-Aulnaies per finire a Sainte-Anne-de-la-Pocatière nel 1765. Giacomo Bonaventura Stalla fu dapprima navigatore, poi albergatore e agricoltore e morì il 30 gennaio 1777, all’età di 59 anni.  
Quattro tra i suoi figli hanno una discendenza nota, ma per gli uomini solo Louis, Bonaventura e Germain sono gli antenati di tutti i L’Etoile, De L’Etoile, L’Italien, Litalien e altre varianti ortografiche del cognome, che vivono in America. La maggioranza di essi sono attualmente stabiliti nella provincia del Québec; tuttavia alcuni di loro vivono in altre province canadesi e molti negli Stati Uniti.

L’ASSOCIAZIONE L’ETOILE ET L’ITALIEN
L’associazione delle famiglie L’Etoile et L’Italien è stata fondata il 5 aprile 1997 ed è il prodotto delle ricerche condotte da Daniel De L’Etoile dal 1993. Uno degli obiettivi dell’associazione è di riunire tutte le famiglie De L’Etoile, L’Etoile, L’Italien, Litalien e altre varianti dello stesso cognome che discendono dal comune antenato Giacomo Bonaventura Stalla.
 
 


Stemma dell'Associazione
Fonte: sito web dell’Association des Familles L’Etoile et l’Italien, ora non più disponibile online

L’associazione si riuniva annualmente e adottò un suo stemma araldico che recava il motto "Apprends, Comprends, Répand sagement".
Nel 1998 si riunirono per festeggiare il 250° anniversario del matrimonio di Giacomo Bonaventura Stalla e Marie Amiot.

Foto di gruppo - Incontro del 2001
Fonte: sito web dell’Association des Familles L’Etoile et l’Italien, ora non più disponibile online

Nel 1999 durante l’annuale incontro è stata benedetta una croce nel luogo scelto come sede dell’associazione, che reca una lapide commemorativa.
Negli anni successivi l’associazione ha organizzato incontri, come quello del 2002 nel quale è stato ricordato il centenario della morte di Joseph de L’Etoile, primo studioso della genealogia delle famiglie che effettuò ricerche sugli antenati in Europa.


Incontro del 2002
Fonte: sito web dell’Association des Familles L’Etoile et l’Italien, ora non più disponibile online

L’associazione risulta ora chiusa nel 2011. Segretario dell’associazione era Daniel de l’Etoile, che ha curato nel 2002 la pubblicazione di un libro "Rollo, Québec, et la suite -- !" ed. Hagiel, nel quale ha raccolto il risultato delle sue ricerche (purtroppo questo libro è disponibile soltanto  in Canada).

 


[1] I contenuti sono in gran parte tratti dal sito web dell’Association des Familles L’Etoile et l’Italien, ora non più disponibile online.
[2] Angelo Maria Stalla (nato il 23 Dicembre 1684) e Angelica Maria Berneri (nata nel 1686), sposati a Rollo (Parrocchia di S.Trinità) il 25/02/1706.
Le immagini sono prese dal sito web dell’Association des Familles L’Etoile et l’Italien, ora non più disponibile online,
 
 
LA PIANA DEL TORRENTE MERULA
(Roberto Risso)
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La piana del Torrente Merula, chiamata Val Merula, più propriamente conosciuta come Valle degli Oleandri: questo appellativo perchè l'alveo del torrente Merula, lungo tutto il suo percorso, era un vivaio interminabile di oleandri, che fioriti da maggio a ottobre con vivaci colori (rossi, bianchi, gialli, rosa, rosa pallido, rosso fuoco) formavano un interminabile curvilineo tappeto variopinto che si si stagliava in modo continuo fino a Stellanello.
l torrente era fiancheggiato dalla strada provinciale non ancora asfaltata, percorrendo la quale si godeva di uno spettacolo naturale irripetibile, “unico al mondo”; il tutto è stato completamente distrutto durante la costruzione degli argini e con seguente pulizia del greto.
Questa particolare circostanza è stata vissuta da chi scrive e da persone anziane ancora viventi che la possono testimoniare e ricordare con nostalgia, versando anche qualche lacrima.
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LA SOCIETA' AGRICOLA
(Mario Vassallo)
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Nel 1912 venne fondata la Società Agricola, che nei decenni raccoglierà l'adesione e la reciproca tutela dei vari "contadini" andoresi, ampliandosi al punto di essere formata da più gruppi distinti per quartiere/parrocchia.


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PRESIDENTE SOCIETA' AGRICOLA
GUIDO SIFFREDI
SEGRETARIO SOCIETA' AGRICOLA
GIUSEPPE VATTERONE
STATUTO COSTITUTIVO DELLA SOCIETA' AGRICOLA
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FESTA E BENEDIZIONE ANNUALE DEI MEZZI AGRICOLI
LA STRADA ROMANA
(Laura Carletti)
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LA STRADA ROMANA
Il sistema litoraneo dovuto al censore Emilio Scauro (109 d.c.) fu ulteriormente migliorato da Augusto e prolungato da Vado a Ventimiglia e ad Arles con la via Julia Augusta, allo scopo di assicurare la continuità delle comunicazioni tra Italia e Gallia.  Il percorso della strada romana attraversava anticamente l'abitato di Rollo: solo pochi anni fa, prima che fosse asfaltata la strada che sale a Rollo costeggiando il cimitero in località Varé, era ancora visibile un bel tratto dell'antico percorso.


 
ATTRAVERSAMENTO DELLA VALLE DI ALBENGA
La via Julia Augusta è ancora ben visibile in alcuni tratti: ad Albenga, dove attraversava il fiume Centa sul ponte a 10 arcate (il Ponte Lungo), che è un esempio tipico della tecnica costruttiva degli ingegneri di Augusto. Un rettilineo (l’attuale viale Pontelungo) congiunge il ponte con la porta nord-orientale della città, fiancheggiato un tempo da tombe e sepolcreti. La via romana entrava in città dalla porta posta all’estremità del Cardo maximus (via Vittorio Emanuele - vicino alla medioevale Porta Molino) e, attraversato il foro, all’incrocio del Cardo col Decumanus (via Roma - via d’Aste), usciva per la Porta d’Arroscia, avviandosi dritta verso il colle S. Martino.
A ponente, sulle colline, esistono ruderi databili con certezza ai primi secoli dell’impero: la romanizzazione nella riviera di ponente determinò lo spostamento dei centri abitati nelle pianure, senza che quelli sulle colline venissero del tutto abbandonati.
Sul colle di S. Martino sorgeva l’oppidum Ligure, ben difeso dai Liguri dell’entroterra e dalle incursioni dal mare. A Vadino, nell’insenatura non ancora colmata dal terreno alluvionale, c’era il vadum, la spiaggia per il riparo delle navi.
La via romana sale accanto all’abbazia di S. Martino, nei pressi del Pilone (anticamente un faro o un monumento funebre), mentre il muro romano circolare che affiora per un breve tratto sotto l’abbazia forse apparteneva alla cinta esterna di un teatro.
Presso S. Martino la via Julia Augusta si biforca: una parte prosegue salendo dolcemente verso capo S. Croce, l’altra sale più in alto lungo i crinali posti a semicerchio attorno alla rada di Alassio, verso Capo Mele.
 
DA ALBENGA A COLLA MICHERI: LA LITORANEA
La litoranea che da Albenga prosegue verso occidente è rimasta in uso nel medioevo sino alla costruzione della via napoleonica. Lungo di essa sono infatti orientati i ruderi romani.
Nel territorio alassino la strada seguiva un percorso del tutto indipendente dalle esigenze dell’abitato, e questo ne conferma le origini romane. Ad Alassio la via passava dietro il convento di S. Chiara, poi scendeva nella pianura dietro ai Salesiani, poi andava dritta verso ponente lungo l’attuale linea ferroviaria prima a sud (odierna via Mameli) poi a monte (verso il campo sportivo): lì si divide in due tronchi, uno a monte presso la casa Brea, molto ripido, e l’altro che seguiva la costa.
A Laigueglia in età romana doveva esserci un centro abitato. Un muro romano esisteva infatti presso la cappella della Madonna del Carmine a lato della via (probabilmente un avanzo di villa patrizia).  A Laigueglia la via passava accanto alla chiesa di S. Matteo e saliva al valico di Colla Micheri, che immette nella valle di Andora.
 
DA ALBENGA A COLLA MICHERI: LA VIA DEI MONTI
La via montana, salendo da S. Martino, giungeva alla Casa Bianca, piegava a mezza costa lungo il versante meridionale del monte Bignone e, valicato il promontorio di S.Croce in regione Pini a 350 metri sul mare, attraversava per lungo tratto con andamento quasi pianeggiante la regione dell’ampio avvallamento naturale detto Cavia.
In seguito si perdono le sue tracce, ma si ipotizza che salisse alla vetta del Tirasso, ove era presumibilmente un turraculum, posto di guardia romano con una guarnigione stanziale, sul quale fu costruito il castrum Tiraculi medioevale.
Dopo la cappelletta-ospizio di S. Bernardo, della quale rimangono solo ruderi, al quadrivio formato dalle due vie Tirasso-Colla Micheri e Alassio-Andora S. Pietro, il percorso della via romana riappare con sicurezza sino a Colla Micheri.
 
ATTRAVERSAMENTO DELLA VALLE DI ANDORA:
VERSO DIANO - VIA PASSO CHIAPPA O VIA ROLLO-CERVO



Il valico era collegato col ponte di S. Giovanni di Andora, ma qui la strada si biforca ancora: una via prosegue verso Chiappa, l’altra si dirige a sud, verso l’antichissima cappella (oggi scomparsa) di SS. Nazaro e Celso verso Rollo e Cervo: questa via probabilmente preesisteva in epoca ligure. "Gli ingegneri di Augusto dovettero abbandonarla soprattutto perchè, prospettandosi l’opportunità di costruire il ponte a S. Giovanni alquanto discosto dal mare, al di là di quello parve più breve affrontare direttamente la salita alla Chiappa, anzichè riguadagnare subito il lido. Così facendo però essi non avevano calcolato che la salita alla Chiappa risultava assai più scabrosa ed impervia che quella al passo di Colla Micheri; e fu certo questo il principale motivo per cui la litoranea non cadde mai in disuso e, opportunamente collegata col ponte di S. Giovanni, ridiventò, col crescente sviluppo delle comunicazioni rotabili, l’arteria di gran lunga più comoda e più frequentata."
La via inizia la salita sulla falda di capo Rollo ad una distanza di circa 50 mt dalla stazione ferroviaria di Andora.
 
LA VAL MERULA: IL CASTELLO E IL PONTE



Il centro del Castello di Andora sorse prima del mille su una preesistente villa romana. In età medioevale nello stesso luogo si localizza il priorato benedettino di S. Martino di Andora, filiazione dell’Abbazia della Gallinara.
La pieve di S. Giovanni Battista è documentata solo nel sec XIII ma è sicuramente di molto anteriore (fu la prima chiesa cristiana della valle, "sovrappostasi ad un pagus romano i cui confini naturali sono segnati dai limiti della Val Merula, aggiuntovi il territorio Laiguegliese, della cui parrocchia S. Giovanni d’Andora è matrice").
"Ad Andora doveva sorgere una mutatio, una stazione per il cambio dei cavalli la sosta dei viaggiatori" anche se la fontana medioevale presso la quale passa la strada romana è di origine più tarda. Dalla fontana si scende direttamente al ponte sul Merula. ("Il nome Merula è naturalmente collegato a quello di codesta località (Andora) in tempi lontani irta di meli selvatici, pianta originaria della Liguria." (da qui anche il toponimo Capo Mele)). "E’ tradizione che la fiumana di Andora, al pari di altri torrenti liguri, avesse alla sua foce un porto canale" che si spingeva nell’entroterra (sono stati ritrovati nei pressi del poggio del castello degli antichi anelli per l’ormeggio delle imbarcazioni).
Il ponte sul Merula consta di dieci arcate: sette di struttura omogenea, mentre altre tre sono di stile medioevale, più alte, a schiena d’asino. Né le prime né le seconde sono di costruzione romana, sebbene le prime appaiano più antiche. Tracce romane sono da ravvisare nei piedritti che affondano nel letto del fiume con un doppio sperone. Il ponte doveva in origine essere largo un paio di metri, e somiglia in dimensioni e struttura a quello di Albenga, anche nella particolarità dei piedritti estremi ripiegato verso nord.
"Al di là del ponte di Andora, oltrepassata la parrocchia di S. Giovanni, ha inizio la ripida ascesa al passo della Chiappa, raggiungendo una quota di m. 384; questo percorso può essere fatto in 40 minuti. Delle due vie che parallelamente procedono, occorre scegliere quella a settentrione, rivelandosi l’altra di origine più recente e formata allo scopo di collegare con la Chiappa non S. Giovanni, ma la frazione Confredi alquanto più a sud di questa." La via era larga due-tre metri, e nonostante il pendio ripidissimo è rettilinea, dato caratteristico della costruzione Augustea.




N.B. Le informazioni sono tratte da articoli di Nino Lamboglia e Tomaso Calsamiglia, reperiti presso la biblioteca dell'Istituto di Studi Liguri di Albenga.
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