I BAGNANTI E GLI ANNI 70 - 80 - Andora nel tempo

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I BAGNANTI E GLI ANNI 70 - 80

I "BAGNANTI" E GLI ANNI '70 E '80
(Mario Vassallo)
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Ho sempre osservato, tanto e attentamente, tutto ciò che mi circonda e le persone incontrate o più semplicemente che mi trovavo attorno, cercando di memorizzare quanto più possibile dei loro comportamenti, le abitudini nei vari periodi.
Ho provato a ricordare i tempi passati, quelli di un’epoca più recente, sfruttando il mio oltre mezzo secolo d’età: più di 50 anni in cui, da quando ero bambino, ho sempre prestato attenzione a ciò che mi succedeva intorno, osservando le persone, i loro comportamenti, i cambiamenti che sono avvenuti e ciò e come le persone hanno contribuito agli stessi.
Nella maggioranza dei casi si tratta di osservazioni legate a particolari che si ricordano con un sorriso, magari un po’ malinconico; altri, invece, sono considerazioni più realistiche e proprio per questo tendenzialmente più dure da accettare, ma che comunque fanno parte di ciò che è successo, indipendentemente dalla sfaccettatura di lettura che gli si voglia attribuire.
Molto ci sarebbe da dire e da ricordare, ma da buon ligure che non si smentisce mai, ritengo di presentare alcune osservazioni su ciò che ha caratterizzato la figura tipica dei “bagnanti” che frequentavano i nostri luoghi, assolutamente senza alcuna intenzione di offendere o discriminare qualcuno e/o di creare polemica, ma semplicemente disegnando con i ricordi di quando ero bambino le persone con le quali sono armoniosamente cresciuto, molti amici cari e sinceri, di cui alcuni non ci sono più, lasciando profondi ricordi ricchi di affetto da parte della loro consapevole e spesso divertita figura di “foresti”, che hanno calcato l’Andora del passato, contribuendo attivamente al contesto ed agli sviluppi economici e sociali locali di quei tempi passati.
Egoisticamente, richiamando gli immortali ricordi, un malinconico sospiro accompagnato dalla tipica nostra accorata esclamazione: “belìn che tempi!!”.

Con il pieno augurio che il falso, forzato ed irritante perbenismo odierno non impedisca di recepire serenamente il significato affettuoso di quanto raccontato.
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QUEL PERIODO ANDORESE

Il dopoguerra degli anni ’50 del secolo scorso ha segnato il cambiamento andorese con l’avvento dello sviluppo urbanistico che ha stravolto l’assetto locale.
I cambiamenti economici del periodo hanno modificato in modo radicale le abitudini della gente, portando verso un turismo di massa, ampiamente diffuso e sempre più crescente.
Gli anni ’50 del Novecento determinano la creazione dei cosiddetti “villaggi” della “Pineta” e “Giardino dell’Orizzonte”: insediamenti di tipo residenziale con villini isolati, ma ravvicinati tra loro e di caratteristiche architettoniche lineari e principalmente anonime.
Il decennio successivo sposta l’attenzione all’espansionismo costiero ed alla formazione del centro cittadino, con un incolonnamento litoraneo di alti edifici che stravolgono l’aspetto costiero andorese, costituendo di fatto una muraglia di fabbricati.
Il 1959 è l’anno del primo “palazzo”, il Condominio Riviera o “Palazzo del Sole”, con il quale si avvia la formazione di via Andrea Doria, quella che sarà un po’ riconosciuta come il centro cittadino dell’Andora moderna.
Al Condominio Riviera succederanno in rapida sequenza altri alti e grandi edifici, tra loro allineati, incolonnati e fronteggianti che porteranno rapidamente all’identificazione di via Andrea Doria, piazza Andrea Doria, via dei Mille e viale Roma.
Una inesorabile rincorsa alla scomparsa di campi coltivati, con la cementificazione di un nucleo residenziale molto estesi, inutile nei numeri per la popolazione residente, mirato a pura speculazione edificatoria che creerà una enormità di seconde case, sbilanciando senza ritorno l’equilibrio economico del paese verso un nuovo sfruttamento delle risorse del luogo, determinando in modo unidirezionale l’adozione di un’economia stagionale sbilanciata nei confronti delle risorse territoriali.


Solchi "tirati" a mano con la "sappa larga" e la guida di una "lenza", in uno dei tanti campi coltivati scomparsi all'inizio degli anni '70.
Foto Collezione Privata - Mario Vassallo

I numeri scorreranno inesorabili, anche se ripetutamente ignorati, conducendo a quelli attuali che ci testimoniano il 78% delle abitazioni presenti, quali seconde case, ed una potenzialità ricettiva di strutture del settore pari a solo il 3% delle effettive presenze turistiche stagionali di massima affluenza: numeri noti, eppure conoscibili e disponibili, puntualmente ignorati e travisati in ogni forma di progettazione territoriale e gestionale del territorio e delle sue risorse: una sorta di collasso in continua espansione, nel nome dello snaturamento della fruibilità di Andora.
Ma in tutta questa evoluzione nel nome “turistica”, nei fatti “speculativa”, c’è stato un periodo in cui il turismo e Andora erano spensierati, divertimento semplice nella spontanea convivenza di un periodo storico che ha segnato un’epoca: gli anni ’70 e ‘80 del Novecento.

Gli anni ’60, quelli che hanno fatto conoscere il benessere economico in crescita esponenziale dopo i due eventi bellici che avevano portato ristrettezza e distruzione, i periodi della contestazione e della “rivoluzione giovanile”, hanno condotto al decennio degli anni ’70.
Quest’ultimo, per Andora, ha apportato uno stravolgimento epocale che ha cambiato tanto, forse quasi tutto: l’autostrada.
La costruzione del tratto autostradale, attualmente e da anni nodo critico dell’intera Liguria, arriva ad Andora in prossimità dell’inizio della stagione estiva.
E’ un’opera incompiuta che si interrompe proprio dopo l’uscita di una galleria nel territorio andorese, in attesa di essere ripresa e proseguita alla fine della stagione estiva e l’allora amministrazione comunale ne percepisce profeticamente la potenzialità inaspettata, ottenendo una rampa di raccordo che permette di accedere, seppure in forma provvisoria nella piana andorese.
Andora in quegli anni ha parecchie strutture ricettive, alcune già storiche, e comunque tutte bene avviate e adatte a “ricevere” il turismo; un turismo che ha ancora limitate pretese, spesso condizionate ad un’esplosione gioiosa di vivere una vacanza non organizzata, che si vedrà vivendola cosa sarà in grado di regalare.
Anche i campeggi forniscono una disponibilità di posti, spazi e servizi che permettono il soggiorno a numeri importanti di persone.
Gli abitanti del posto trasformano in “alloggi”, in modo non poco improvvisato per l’occasione, alcuni ambienti poco sfruttati e spesso derivanti da quelli che erano la vita e gli usi rurali ormai in abbandono, talvolta con servizi igienici approssimativi e condivisi con la famiglia proprietaria, cedendo in affitto veri e propri “buchi”, che però vengono recepiti dai vacanzieri come una sorta di rifugio affettuosamente condiviso e che permette di trascorrere la tanto desiderata vacanza.
I turisti sono identificati localmente come i “bagnanti”, perché arrivano da ogni dove per gettarsi nel mare e riversarsi sulle spiagge del litorale, concentrando a tali destinazioni ogni loro energia e minuto disponibile del periodo in cui soggiorneranno sui luoghi andoresi.
L’autostrada è un rapido modo che collega Piemonte e Lombardia con la Liguria, un cordone che unisce e agevola gli spostamenti, creando un fenomeno processionario, un moto ondoso di ripetuta andata e ritorno di genti, che replicano il moto del mare, meta della tanto attesa vacanza.
I “bagnanti” degli anni Settanta si distinguono per caratteristiche che li categorizzano quasi come una sorta di affettuosi e ormai lontani stereotipi dei “foresti”, che hanno segnato un’epoca e lasciato ricordi indelebili nelle coscienze.
Da quegli anni, soprattutto dalle persone di quegli anni, oggi si ricordano particolari differenze che riportano e riflessioni su come si viveva, come ci si relazionava, semplicemente come erano vissute le possibilità di svago, il modo di trascorrere il proprio tempo ed i legami che si instauravano con i rapporti interpersonali.
A distanza di tanti anni, appare quasi da sognatore ricordare quell’epoca e soprattutto alcuni caratteri e comportamenti distintivi che ne hanno determinato e colorato il periodo.
Scavando nella memoria, sembra quasi di immergersi in un ambiente teatralizzato, cosparso di personaggi ed interpreti caricaturizzati, quasi a voler cogliere e sollecitare un malinconico sorriso, ma strettamente appartenenti alle esperienze vissute della quotidianità di cui abbiano fatto parte e da cui tanto ci siamo allontanati, quasi volendo rifuggire e rinnegare trascorsi così diversi dalla frenesia odierna.
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L'ESTATE

L’arrivo dell’estate coincideva con la tanto aspettata possibilità di incontrare nuovamente e riabbracciare amici conosciuti nelle stagioni precedenti, con i quali si erano tenuti vivi i contatti per mezzo di qualche cartolina spedita nei mesi appena passati, nelle occasioni di Natale e della Pasqua e, se il legame affettivo era abbastanza consolidato, anche qualcuna in periodi intermedi, per “sentirsi” scrivendo le solite frasi di circostanza, ma spesso veramente animate dai sentimenti provati.
Non tutti avevano il telefono e non era abitudine farne uso, tanto che chi lo possedeva e riceveva l’insolito squillo, abitualmente ore pasti, subito correva con trepidazione a rispondere, aspettandosi la sorpresa di sentire la voce amica e gradita di chi fosse il chiamante; non c’era possibilità di sapere anticipatamente chi chiamasse e faceva piacere rispondere al telefono, quando la chiamata diventava un sacro momento di sosta dalle attività quotidiane ed un momento per rinsaldare legami affettivi a distanza.
Non come oggi, che l’uso incontrollato e spasmodico dei telefonini, infonde diffusamente un’angoscia quasi inconsapevole, facendoci appartenere ad un ambiente globalizzato anche nei sistemi di disturbo continuo, determinati anche dalla telefonia e tutto ciò che gli è complementare in forma di contatti e messaggistica.
Ebbene, l‘arrivo dei “bagnanti”, spesso amici cari e non meno visi in qualche modo diffusamente conosciuti, segnava l’inizio dell’estate, una stagione in cui le frequentazioni vacanziere, o almeno una buona parte di queste, erano caratterizzate da una durata che poteva protrarsi da giugno a settembre; infatti, non era raro che la famiglia “bagnante” giungesse per una lunga vacanza, durante la quale si fermavano mamma e figli, con magari anche l’appoggio dei nonni, ed il papà faceva il “pendolare” per continuare a lavorare durante la settimana e poi riunirsi nuovamente per il sabato e domenica; un sofferto avanti e indietro che finalmente trovava serenità nel mese di agosto, quando fabbriche ed uffici sospendevano l’attività lavorativa, tutti, e le famiglie si riunivano godendo della tanto attesa vacanza insieme.
Osservare oggi con gli occhi di ieri, porta a ricordare particolari e comportamenti che possono sembrarci quasi ridicoli e divertenti, se confrontati con l’attualità, ma che testimoniano un’esistenza coinvolgente, dove forse si assaporava e godeva maggiormente di sacrifici portati avanti per tutto l’anno al fine di poter usufruire di un “guadagnato” riposo nell’estate successiva.
Mi soffermo a “schematizzare” sinteticamente alcuni aspetti di cosa faceva parte della quotidianità di allora e, soprattutto, cosa non c’era rispetto ad oggi, eventuali differenze, e per farlo distinguerò chiamando per semplicità “noi” la gente del posto, gli autoctoni e “bagnanti” i turisti, gli ospiti e coloro che sono diventati i proprietari delle “seconde case”.
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IL “TORINESE”

Il “Torinese” arrivava da un’ampia area geografica, che non comprendeva la sola Torino, ma anche tutti i paesi/città nei dintorni, in sostanza l’intera provincia e non solo.
Interpellato, il turista “piemontese” di auto-definiva “di Torino” o “dei dintorni di Torino”, rimarcando il fatto con uno spiccato accento e possibilmente in forma dialettale, evitando di dare maggiori ragguagli geografici, poiché l’interlocutore ligure avrebbe fatto una smorfia aggrottando il “muso” davanti ad un nome di località a lui sconosciuta.
Arrotondare a “Torino” o “Torino e dintorni” evitava al turista di scendere in spiegazioni di luoghi e posizionamenti geografici sconosciuti all’interlocutore, ma anche una forma di rispetto per non mettere in difficoltà la mancata conoscenza del ligure.
Il discorso proseguiva sovente nei rispettivi dialetti, assumendo un buon grado di comprensibilità ed un atteggiamento più naturale in quanto ognuno si esprimeva in tono e modo più confidenziale e meno formale.
Però non c’era solo il “Torinese”, ma anche chi veniva da zone meno cittadine e così il ligure acquisiva informazioni di altre aree territoriali come le Langhe, il Cuneese, l’Alessandrino, l’Astigiano, ecc. sulle quali interveniva egocentricamente con arroganti imprese di caccia, periodicamente perpetrate in gruppo di amici in trasferta, durante le quali forti del diritto di imbracciare un fucile, invadevano, e troppo spesso senza forme di dovuto riguardo, le campagne piemontesi, sparando anche a terra incuranti dei danni che un rosone di pallini potesse arrecare alle piantagioni.
Questo era quasi un momento di confessione del reciproco disagio al subire una più o meno mal tollerata invasione dei propri spazi in periodi diversi dell’anno.
Ma alla fine, per l’andorese chi arrivava dal Piemonte era sostanzialmente e semplificativamente un “Torinese”.
Il “Torinese” si manifestava spesso come un impiegato (o dipendente) di “mamma Fiat”, quasi come se la casa automobilistica fosse l’esclusività del luogo di provenienza e in taluni casi c’era la variante di dipendere da una ditta che, guarda a caso, lavorava principalmente per la Fiat; le origini di molti individui erano legate al mondo contadino ed artigiano che si era adattato ed inserito nella modernizzazione dell’assetto territoriale edificato ed industrializzato.
Non era raro che si descrivesse dicendo “lavoro in reparto”, un modo alternativo di dire “operaio” e dare un riferimento quasi più attinente ad una provenienza cittadina più importante.
L’arrivo avveniva principalmente con automobile, rigorosamente utilitaria Fiat, che seguiva negli spostamenti il capofamiglia, pendolarizzando nei fine settimana ed assolvendo al proprio compito di mezzo di trasporto essenziale per l’operatività lavorativa infrasettinanale.
L’auto era dotata di portapacchi sul tettuccio, sul quale veniva caricato di tutto, con scatoloni o più spesso a sacco con un grande telone fissato con elastici a gancio o corde e più raramente cinghie da trasporto: ci voleva una giornata a caricare ed altrettanto a scaricare, con una metodicità estremamente professionale, che portava a trasferire il più incredibile contenuto domestico, lasciando a casa solo i muri ed il mobilio.
Quando l’auto era parcheggiata nel luogo di villeggiatura, questa si trasformava in una sorta di fantasma, venendo coperta da teli, solitamente lenzuola cucite tra loro, legate saldamente ai paraurti, con i pneumatici coperti da cartoni “su misura” che venivano immediatamente ricercati in un alimentari all’arrivo o, in alcuni casi più attenti e provvidenziali, portati direttamente da casa appoggiati sul fondo del portapacchi ed abilmente già sagomati di misura.
L’auto parcheggiata si trovava così a godere, o meglio subire, la vacanza in uno scafo di protezione dalla pericolosissima esposizione solare, che nel giro di pochi giorni l’avrebbe resa riconoscibile solo per il numero di targa e non per il colore della carrozzeria che, evidentemente, il sole vacanziero si sarebbe dilettato a scolorire o addirittura a sverniciare beffardamente.
Per verificare l’impotenza degli effetti solari al cospetto di tanto protezionismo organizzato, ogni sabato pomeriggio o domenica mattina l’autoveicolo veniva repentinamente scoperto e, dopo una accurata verifica del proprio mantenimento era sottoposto ad un massaggio purificante e rinfrescante con tanto di spugna e shampoo, asciugato con pelle di daino e nuovamente imbardato per la completa tutela.
Subito dopo, inforcare le tipiche “grazielle” e via al mare, con una pratica dotazione di stuoie, teli mare (che si chiamavano ancora asciugamani grandi), costume di ricambio, un tunicone, degno per somiglianza agli accessori utilizzati da maghi illusionisti per la sparizione della propria aiutante, il cui unico foro era per la testa e che serviva per cambiarsi il costume da bagno; magari anche un antenato delle borse frigo, una sacca riempita con bottiglie raffreddate in frigorifero o qualche formina di ghiaccio che si scioglieva nel tragitto da casa alla spiaggia,  con qualche alimento per rifocillarsi dalla lunga ed assolata giornata spiaggiaiola.
Un rito altamente professionale era lo scavo di una precisa ed apposita buca nella sabbia, all’interno della quale era calata la borsa con bevande e alimenti, per essere tenuta più in fresco possibile e erroneamente aiutata dalla copertura in superficie con un telo ripiegato più volte e inzuppato in acqua di mare.
L’abbigliamento leggero maschile era costituito dall’immancabile canottiera bianca, dentro alla cinta di pantaloncini poco sopra il ginocchio, orologio da polso con cinturino prevalentemente in pelle e le fidate ciabatte incrociate di plastica, da sostituirsi con la calzata di un sandalo traforato nei casi di spostamenti più impegnativi, successivamente sostituiti dalle “espadrillas” di tela e suola di corda gommata (gomma che durava poco perché rimaneva attaccata all’asfalto le prime volte che lo si calpestava ad alte temperature e conseguentemente restava la corda che a contatto con la superficie calda trasmetteva il calore al piede, rendendo snervante camminare con simili calzature nelle ore centrali delle giornate estive) e “La Stampa” sempre a portata di mano, ripiegata con ineccepibile abilità; il “torinese” più campagnolo non poteva dimenticare il fido e insostituibile “cappello di paglia”, preferito a qualsiasi altro copricapo dotato di visiera.
La donna vestiva solitamente abiti pratici tipo “vestaglia”, calzature tra la ciabatta ed il sandalo, che diventavano ciabatte incrociate di plastica di un colore diverso da quelle maschili per poterle riconoscere velocemente senza dover fare troppa attenzione alla misura, concedendosi un trucco veloce, un paio di orecchini non eccessivamente vistosi e l’anello (di solito nuziale).
Un vezzo ricorrente in un certo periodo era l’acconciatura femminile dei capelli con la permanente, spacciata da una praticità nel tempo di asciugatura dopo il bagno, aiutandoli con in mantenimento dell’arricciatura utilizzando una forchetta da cucina in veste di pettine.
Paradossalmente in determinati periodi si aveva una prevalenza di frequentazioni piemontesi a luglio e lombarde ad agosto.
Nel mese di luglio venivano ricercati i pomodori per imitare il “cundiùn” locale, ma che spesso era trasformato in un “minestrone” di insalata misto e freddo con aggiunta di ingredienti a piacimento, degni di un quiz che premiasse la capacità di rilevarne il gusto dei componenti, ma del tutto distaccato dalla tradizionalità locale.
Non c’erano eventi ed intrattenimento tutti i giorni, perché la gente si intratteneva semplicemente giocando e parlando insieme, incontrandosi e l’evento più sentito era la “Sagra del Cundiùn” di Conna, immancabile, attesissimo e molto apprezzato per la sua tipicità.
E altra ansiosa ricerca era dedicata a:
  • i prodotti locali, principalmente frutta (le ultime albicocche e le prime pesche) per effettuare delle sciroppature e conserve da donare e vantare al ritorno a casa per gli amici;
  • le acciughe, che venivano trattate e messe sotto sale, dopo aver fatto vere e proprie campagne esplorative e di ricerca tra i ciottoli del litorale, al fine di trovare il sasso giusto che potesse entrare, con le dovute proporzioni, dentro al contenitore di vetro in cui si sostituivano con precisione svizzera i cicli di salamoia;
  • i funghi (sembra strano, ma era così!), cercati con soste durante il viaggio di andata e ritorno nei tratti intorno a Garessio, sulla strada che collegava Piemonte e Liguria e che era preferita all’autostrada perché più ombreggiata, meno trafficata, senza pedaggio.
L’inizio del mese sviluppava euforia nel “bagnante” che cominciava a fare la spesa, acquistando generi di prima necessità, non i costumi, perché in città costavano meno nei mercatini rionali, i prodotti per la protezione solare, che puntualmente non riuscivano ad impedire la frittura di gamberoni nei primi giorni, la quale veniva “curata” dai suggerimenti campagnoli del posto secondo cui le scottature venivano lenite ed assorbite semplicemente appoggiando sopra alla pelle colpita delle fette di patata cruda (provare per credere!).
Nella prima settimana e fino a metà mese, l’euforia economica dei soldini raggranellati e messi da parte induceva alla “vita vacanziera” fatta di escursioni, viaggi nei centri limitrofi e qualche uscita a cena nei ristoranti.
Passata la metà del mese e sfogato l’impeto iniziale delle ferie, la conduzione delle giornate era più compassata, dedita la riposo come se si dovesse e volesse fare ampia scorta di quelle energie che avrebbero dovuto essere sufficienti e condurre fino alla vacanza dell’anno successivo, con il ritorno a frequentare il tanto amato mare e tuffarsi nuovamente nell’avventura delle giornate spiaggiaiole, rincontrando vecchi amici, consolidare amicizie rimaste a distanza per lunghi mesi dall’anno precedente e magari farne di nuove grazie alla serenità che la vacanza portava con se’.

A sinistra e destra della foto, Dario e Giancarlo, due carissimi e indimenticabili amici che non ci sono più, "bagnanti torinesi" di quegli anni, in uno dei tanti loro estemporanei e improvvisi "numeri".
Foto per gentile concessione Carla Caire.
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IL “MILANESE”

Il “Milanese” era tendenzialmente più intellettuale e distaccato, almeno nell’atteggiamento.
Arrivava da un’ampia area geografica, che non comprendeva la sola Milano, ma anche tutti i paesi/città nei dintorni, un’ampia distesa urbana di intensa edificazione, pure industriale, del territorio brianzolo.
Interpellato, il turista “lombardo” di auto-definiva “di Milano” senza scendere più di tanto nei dintorni, perché tanto per l’interlocutore non sarebbe stato importante o comunque non avrebbe capito e si sarebbe dovuto cadere in ulteriori spiegazioni e lungaggini.
Qualora al ligure fosse scappata un’abituale espressione o frase dialettale, avrebbe incontrato un severo sorriso compassionevole di circostanza, mantenendo un “garbato” distacco.
Però non c’era solo il “Milanese”, ma anche chi veniva da zone meno cittadine e così il ligure acquisiva informazioni di altre aree territoriali come il Bergamasco, il Comasco, il Pavese, sui quali si soffermava la curiosità, perché luoghi genericamente non conosciuti direttamente e probabilmente mai frequentati, le cui informazioni suonavano simili ad una lezione integrativa di geografia.
Ma alla fine, per l’andorese chi arrivava dalla Lombardia era sostanzialmente e semplificativamente un “Milanese”.

Il “Milanese” si manifestava spesso come un impiegato di ditte, industrie, uffici, proprietario o titolare, dirigente o rappresentante di una “fabbrichetta” o di un’attività commerciale “importante” e diffusa, a testimonianza di una appartenenza più cittadina – industriale e piuttosto distaccata dall’ambiente rurale.
Non era raro che si descrivesse con funzioni dirigenziali e manageriali, sfoggiando spesso appellativi e titoli, quasi a sostenere un livello sociale superiore all’ex contadinotto locale.
L’arrivo avveniva principalmente attraverso l’autostrada con l’automobile, non strettamente utilitaria e spesso di grossa cilindrata e marche straniere anche prestigiose, che seguiva negli spostamenti il capofamiglia, pendolarizzando nei fine settimana, senza per forza assolvere ad un compito specifico di mezzo di trasporto essenziale per l’operatività lavorativa infrasettinanale.
L’auto solitamente non era dotata di portapacchi sul tettuccio, ritenuto poco gradevole dal punto di vista estetico, ed il carico era stipato principalmente nel bagagliaio con borsoni dentro all’abitacolo, artisticamente incastrati in un tutt’uno con i passeggeri.
Quando l’auto era parcheggiata nel luogo di villeggiatura, spesso veniva utilizzata per spostamenti che conducevano a visitare i centri limitrofi alla ricerca della conoscenza dei luoghi e di attrazioni locali anche a lungo raggio, una continua esplorazione, non ultime ricorrenti frequentazioni di ristoranti.
L’attrezzatura spiaggiaiola era ricca di dotazioni, ma non in eccesso, soprattutto relativamente ad approvvigionamenti alimentari, in quanto veniva preferito il ricorso a bar e tavole calde.
L’abbigliamento leggero maschile era costituito da maglietta tipo polo non raramente firmata o di ditta famosa, alternata a camicia a maniche corte, sbottonata almeno fino a metà torace da cui emergeva una visibile collana d’oro con crocifisso, sicuramente impossibile da non notare, che gli andoresi etichettavano con il termine “suàstro”, che faceva il paio con un orologio da polso con cinturino metallico e magari d’oro (o spacciato per tale).
Completava la vestizione un pantaloncino corto tipo da tennis (moda in voga in quegli anni), con zoccoli dalla suola in legno, cinturino in cuoio colorato e fibbia metallica, alternati e sostituiti con la calzata di un mocassino tipo vela in cuoio nei casi di spostamenti più impegnativi e il “Corriere della Sera”, o “Il Giorno” sempre a portata di mano (più raramente altre testate), sfogliati, letti e ripiegati con grande attenzione ed arricchiti da testate settimanali (quelle che oggi definiremmo di pettegolezzi, che hanno sempre fatto cultura spicciola da spiaggia) e per terminare la “Settimana Enigmistica” utilizzata e svolta con grande slancio intellettuale.
A differenza dei piemontesi, i lombardi erano più interessati alla ricerca dei prodotti alimentari locali per consumo diretto sul momento e non per “confezionamento” in proprio, che veniva surrogato dall’acquisto di prodotti già trasformati.
Una differenza era rappresentata anche dal passatempo con i giochi di carte: mentre il piemontese giocava universalmente a “scala quaranta” e “pinnacola”, il lombardo giocava a “scala quaranta” e “ramino” se di appartenenza cittadina, sconfinando in “scopa d’assi” e “briscola” se di appartenenza più rurale o di piccoli centri abitati ancora immersi nella campagna, dove i ritrovi nel bar in piazza del paese diventavano vere e proprie sale da gioco in cui gli animi si scaldavano non poco.


Non ho avuto la fortuna di conoscere nemmeno uno dei miei due nonni e questo anziano "ragazzo del '99" della campagna pavese è stato per tanti anni il mio "Nonno Felice".
Foto Collezione Privata - Mario Vassallo
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ANNI '70 - '80 RISPETTO A OGGI

Cosa mancava negli anni ’70 e ‘80 rispetto a oggi? O cosa è drasticamente cambiato tra allora e oggi?
I telefonini cellulari, per fortuna, non c’erano ancora e la gente manteneva e sviluppava il pessimo vizio di parlare gli uni con gli altri, socializzare fuori dai social, con rapporti personali nei quali metteva animo, faccia e partecipazione senza nascondersi in un mondo virtuale di apparenza, si accontentava di ciò che si trovava, non voleva cambiare il posto in cui soggiornava per tentarne una trasformazione in fotocopia al proprio luogo di provenienza, adattandosi alle tradizioni ed abitudini del luogo da cui aveva deciso di ricevere ospitalità.
Inizialmente, erano pressochè non presenti gli occhiali da sole, soprattutto quelli con le lenti a specchio, permettendo a reciproci interlocutori di poter fissare direttamente i propri sguardi, occhi negli occhi, anziché ricevere l’impressione di partecipare ad una conversazione con la percezione di un distaccato disinteresse.
Non c’erano i SUV parcheggiati ovunque, anche perché c’erano meno autoveicoli e persone, ma comunque non c’era ugualmente l’ingombro, diciamo “visivo”, di queste grandi sagome in corrispondenza di passaggi pedonali e soprattutto incroci.
C’erano mamme e nonne che insegnavano, con il premio di un gelato, ai bimbi a raccogliere mozziconi, stecchi di ghiacciolo e cannucce dalla sabbia della spiaggia, anche non le proprie, solo per mantenere pulito il luogo che è di tutti.
Non c’erano i caschi per moto e in tale settore veicolare la facevano da padroni Ciao, qualche raro Si e Bravo, alcuni Garelli e Vespa in abbondanza, nelle più svariate versioni.
Non c’erano bancomat e carte di credito, praticamente solo contante, rigorosamente contato con le dita leccate per sfogliare le banconote.
Non potevano mancare pallone, bocce e soprattutto carte da gioco per l’imperdibile partita a scala quaranta, a pinnacola, a scopa d’assi o a briscola, che costituivano passatempo e aggregazione durante la giornata in spiaggia tra un bagno in mare e l’altro e la sera dopo cena o dopo il rientro dal giro serale per il gelato.
C'erano i "cappelli di paglia", usatissimi nelle varianti maschili con tesa aapuntita sul davanti e femminili di forma tonda con tesa a visiera allargata, impreziositi da un nastro con fiocco e spesso anche code svolazzanti; si trattava di accessori indossati che distinguevano non tanto una "moda mare", ma un pratico utilizzo rinfrescante che tanto derivava da una provenienza dagli ambienti di lavoro rurale, dove lo stesso era un adatto complemento leggero di riparo dal caldo e dall'insolazione diretta, fornendo e garantendo una maggiore ventilazione alle teste rispetto a quasiasi altra forma di copricapo.
C’erano le forchette e le posate in generale, che all’ora di pranzo e cena, indistintamente tra “noi” e “bagnanti” suonavano all’unisono sui piatti, con i loro tintinnii quasi sincronizzati, nella sacralità del pasto consumato in famiglia.
C’era il silenzio “tombale” del dopo pranzo, che era un breve momento di riposo per chi doveva riprendere la giornata lavorativa nell’orario pomeridiano, ma considerato come irrinunciabile momento di tranquillità anche da chi era venuto in vacanza per riposarsi; qualche sparuto gruppetto di ragazzini ogni tanto sfuggiva a tali “programmazioni” e puntualmente era ripreso, anche in modo colorito, dal puntualissimo cazziatone di una mamma o nonna “bagnante”, decisamente meno tolleranti della trasgressione subita.
Era in voga il tennis, aveva pressochè soppiantato i calci al pallone, e in ogni cortile, per le strade, ad ogni ora si incontravano almeno due amici che palleggiavano ripetutamente; in questo periodo proliferavano i campi da tennis a tempo, ricercatissimi a tutte le ore del giorno, in cui si assisteva a diatribe per ritardi di cambio turno anche solo per un paio di minuti oltre l’orario prefissato, utile a terminare una partita: tolleranza zero!
Si giocava dal mattino intorno alle ore 10, fino alla sera in notturna, dove c’erano i lampioni, e nelle ore più calde e di pranzo si assisteva all’arrivo degli improvvisati atleti più accaniti, con al seguito “raccattapalle”, attrezzatura da invidiare ai professionisti della disciplina sportiva.

Una distinzione sostanziale, che oggi può fare sorridere, si presentava nelle abitudini igieniche quotidiane, soprattutto nei primi anni Settanta, rapidamente mutate e superate in pochi anni, tanto da essere ricordate oggi come una realtà molto lontana.
Prima dell'utilizzo dei comuni boiler, quasi tutti gli "alloggi" erano ancora privi di acqua calda, con i caratteristici rubinetti dotati di unica manopola, in un periodo in cui erano sconosciuti i successivi miscelatori.
L'acqua calda si otteneva scaldandola dentro una pentola e miscelandola dentro ad una baccinella, magari la stessa usata per fare il bucato, con l'unica acqua fredda che usciva dai rubinetti.
Sempre una baccinella, ma in questo caso di dimensioni più piccole e meno profonda, appoggiata sul "gabinetto" (il w.c.), era il surrogato dei bidet, un sanitario ancora pressochè sconosciuto e talvolta costituito da un "impianto autonomo" formato da un cavalletto metallico portante una vaschetta.
Lo sciacquone del "gabinetto" era demandato alla caduta di acqua da una vaschetta esterna rispetto al paramento murario, aperta superiormente e posizionata in alto sopra al sanitario medesimo, azionata da una catenella; era installata abbastanza in alto, in modo che potesse garantire una maggiore pressione per caduta, ma allo stesso tempo ad un'altezza tale che fosse agevolmente consentito di manovrare il galleggiante interno alla stessa, quando si inceppava, semplicemente salendo in piedi sui bordi del "gabinetto" (non tutti erano ancora dotati di coperchio) e senza dover ricorrere a scale o sedie.
L'altezza ed il meccanismo producevano un rumore piuttosto forte ad ogni scarico, facilmente udibile dai dintorni, e la discesa del flusso idrico poteva essere piuttosto impetuosa: da qui il modo di dire rivolto a noi bambini "tira piano l'acqua, altrimenti di porta via!".
La doccia non era ancora diffusissima e comunque limitata ad un soffione rudimentale, a volte una pigna da irrigazione incastrata all'estremità di un tubo esterno staffato al muro, rigorosamente con sola acqua fredda; l'alternativa rurale locale alla doccia era di sciacquarsi con una classica manichetta da irrigazione orientata sopra la testa e su tutto il corpo.
Lavarsi le mani era un'operazione quotidiana sbrigativa e talvolta occasionale, non maniacale come oggi, eseguita non più di 3 - 4 volte al giorno (erano anche troppe!), in prossimità dei pasti, effettuata sempre nel lavello della cucina, non essendo ancora un'abitudine consolidata di effettuarla nel lavabo dei servizi igienici.
Lo stesso lavello, "per comodità", rappresentava anche l'attrezzatura per lavare via di fino la sabbia/terra dai piedi, inizialmente sgrossata con un passaggio sotto la manichetta, se a disposizione.
E sempre dal rubinetto del lavello spesso si sorseggiava occasionalmente durante la giornata, evitando di "sporcare" inutilmente i bicchieri.
Tutto questo partendo dal presupposto, da non dare per scontato, che dai rubinetti uscisse acqua.
Precisazione d'obbligo perchè Andora ha subito spesso la carenza idrica e la scarsa qualità dell'acqua che sgorgava dai rubinetti: acqua ancora non clorata, di cui oggi è impensabile compararne o immaginarne una effettiva potabilità, che in estate usciva terrosa e piena di lamelle di ruggine e non solo di colore tutt'altro che tipicamente trasparente, salata e non di rado non usciva proprio, perchè la quantità e la pressione dell'acquedotto non erano in grado di soddisfare ed assolvere all'incremento di adduzione richiesta dalle numerose presenze turistiche del periodo estivo.
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Riguardo a questo argomento voglio riportare un aneddoto.
La mia famiglia ha sempre abitato in un'antica casa contadina ai piedi di quello ce venne chiamato "Villaggio Cà Bianca", il quale fu per un lungo periodo servito da un acquedotto privato, portato avanti per circa un trentennio ed infine inglobato nella rete idrica comunale solo negli anni Novanta.
In un terreno di proprietà di Umberto Rossi, a lato della “strada di Noceto” (attuale autolavaggio di via San Lazzaro), era stato realizzato, in tempi precedenti, un pozzo necessario all’irrigazione dei terreni famigliari coltivati, il quale aveva una portata idrica notevole e in tutti i periodi dell’anno.
Sopra al pozzo era stato realizzato un “casottino”, una piccola costruzione in unico locale di poco meno di 3 metri di lato, all’interno del quale erano state alloggiate 2 pompe idrauliche a motore elettrico, azionate ognuna da 4 pistoni collegati a pulegge; normalmente ne funzionava una, mentre la seconda era di riserva e/o utilizzata in alternanza alla prima, salvo sfruttarle contemporaneamente entrambe nei periodi di maggior richiesta idrica (ad esempio nel periodo estivo).
L’acqua “pescata” dal sottosuolo, tramite una tubazione in ferro per lunghi tratti esterna al suolo ed anche sospesa, veniva spinta in una vasca di accumulo edificata in sommità al poggio di San Damiano, in altro terreno della stessa proprietà e distante dal pozzo circa 400 metri in linea d’aria.
Questo serbatoio era stato costruito nel 1964 da Umberto insieme a Renato Gagliolo (per tanti anni soci nell’attività edile) ed era costituito da una vasca circolare in cemento armato, sospesa alcuni metri da terra per appoggio su pilastri; nella parte sommitale, a cui si accedeva da una scaletta esterna a pioli in ferro, era posizionato uno sportello metallico sotto cui si trovava un grosso galleggiante, che “comandava” l’accumulo e la “chiamata” alle pompe dal pozzo e poteva essere facilmente azionato manualmente, calandosi all’interno della vasca stessa.
Da tale serbatoio, per caduta, venivano alimentate continuativamente oltre 200 utenze domestiche (ognuna dotata di proprio contatore), dislocate tra il “Villaggio Ca bianca” (fino a via Colombo) e la zona della “Bura” e di “Mezzacqua”.
Tutta la manutenzione dell’intero impianto, tubazioni, pompe, letture contatori, consegna delle bollette, ecc. era effettuata da un solo operaio, mio papà, il quale era lo stesso che, da solo, gestiva e si occupava anche le coltivazioni sui terreni dell’intera proprietà, mentre della parte contabile ed amministrativa se ne occupava prima la moglie Carla Preve e successivamente la segretaria Piera Laureri, in seguito sostituita da Rinangela Bologna.
Tale acquedotto privato era in grado di soddisfare tutte le utenze, anche nei periodi di problematiche idriche che caratterizzarono il periodo degli anni ’70 – ’80, in cui il Comune dovette intervenire con autobotti e cisterne dislocate su varie parti del territorio comunale a causa della carenza idrica della propria rete idrica.
Questo acquedotto effettuava periodicamente prelievi ed asami delle acque estratte e distribuite, al fine di determinarne la potabilità, logicamente basata su ben altre definizioni rispetto ai canoni odierni e puntualmente in estate risentiva sensibilmente dei ricorrenti problemi andoresi di scarsità d'acqua e acqua salata.
Tuttavia, in alcuni periodi di particolare carico, la pressione si riduceva, così come la qualità gustativa dell'acqua distribuita e nelle case ubicate ai piedi dei versanti collinari serviti, non essendo presenti i moderni accorgimenti di filtrazione, poteva accadere (e accadeva!!) che l'acqua uscisse dai rubinetti con veri e propri sassolini, piccole chiocciole e corpi di insetti e lucertole.
Tra la fine degli anni ’80 ed inizio anni ’90, l’acquedotto privato cessò l’attività e la proprietà mantenne il pozzo e le tubazioni sui propri terreni, cedendo vasca e restante impianto al Comune, il quale le inglobò “ad anello” all’interno del sistema di condutture comunali.

Eppure, anche nei periodi più difficili, veniva considerata comunque una ricchezza il poter usufruire, in un modo o nell'altro, almeno di una fonte idrica, sebbene problematica: sempre meglio di restare assolutamente all'asciutto.
Con le presenze turistiche non si superavano le 25.000 - 30.000 persone presenti sul territorio e almeno pioveva ogni tanto e anche per discreti periodi.

Il fenomeno della carenza idrica e dell'acqua salata, per alcuni anni non si è più manifestato, o almeno non in forma così accentuata e siamo arrivati a vedere il Torrente Merula con un esiguo rigagnolo d'acqua, intermittente lungo il proprio corso, anche in periodo estivo e di punta delle presenze turistiche.
La mancanza prolungata di piogge oggi, nel 2022, ci ha portato ad avere mesi e mesi senza precipitazioni atmosferiche e un'utenza da soddisfare di oltre 52.000 persone, con i risultati che abbiamo conosciuto e sperimentato, ma tutto sommato, pur essendo un fenomeno sicuramente importante e grave da dover affrontare e con cui ci scontriamo, essendo cresciuto nei lunghi periodi in cui l'acqua non c'era proprio, mi permetto di pensare che sia ancora un relativa positività avere in qualche modo dell'acqua dai propri rubinetti.

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C’erano gli interventi correttivi educativi, variabili secondo la necessità, a partire da qualche ceffone o calcio nel sedere ben assestati per rettificare comportamenti e raddrizzare i modi di espressione verbale o i toni poco rispettosi di una gerarchia generazionale oggi ormai scomparsa.

….. e le pentole d’acqua!

Queste ultime avevano un utilizzo principalmente notturno o tardo serale, e fungevano come sorta di controllo della quiete pubblica e dell’attenuazione dei rumori; erano subordinate alla precisione di lancio e dedicate a sopire o rimostrare disappunto e disagio nei confronti di schiamazzatori e disturbatori della quiete personale, che una volta a tiro venivano investiti, anche senza preavviso, di una lavata dall’alto che riscuoteva due effetti complementari:
- il lavato escandesceva inizialmente in imprecazioni che venivano attutite dall’avvertimento che alla bagnata sarebbe seguita l’unta (o la scaldata);
- il lavante, rientrava tronfio in casa, soddisfatto dalla sua eroica e riuscita azione di controllo e tutela dell’ordine pubblico.
Nel complesso sociale, c’erano le famiglie, intese come componenti in piena compartecipazione su propri interessi e necessità comuni e non solo individualità distaccate da mille problemi, impegni e distrazioni.

Contadini ed operai, lavoratori in genere, con grandi sacrifici, magari aiutati ancora dai genitori anziani, hanno fatto importanti investimenti per assicurarsi e garantirsi un posto tutto loro nel luogo di cui si erano innamorati, per avere un riferimento sicuro, un loro tetto in cui potersi sentire a casa, la loro seconda casa.
Tutto questo in un periodo dove non c’era e non si sentiva il bisogno di dovere sempre cambiare, in cui si riusciva a sognare e raggiungere un punto di realizzazione con la famiglia unita.
In alcuni decenni, la frenesia e l’incompletezza del nostro appagamento, ha stravolto queste basi e questi valori, complice la complicazione esistenziale dovuta a tassazioni, invecchiamento degli immobili e gli avvicendamenti generazionali, portando ad una dinamicità per tratti forsennata, a dover cambiare, sostituire, modificare ….. in parte fuggire e sfuggire da tutto e da noi stessi.
E’ così che il sogno del “bagnante”, i sacrifici di intere famiglie, sono diventati numeri, interessi economici e di investimento, perenne scontento, contestazioni, frustrazioni, per una forzata ricerca di sempre qualcosa di più, di diverso che, anche se raggiungibile, diverrebbe sempre ed immediatamente già superato per un nuovo scatto, una nuova rincorsa verso un appagamento superiore e successivo, irrealisticamente intangibile.
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“NOI” E I “BAGNANTI”

Ho passato i 50, ho avuto la fortuna di vivere gli anni ’70 e ’80.
Senza voler peccare di immodestia, credo fermamente che la mia generazione sia stata fortunata perché è nata tra i sacrifici delle nostre famiglie, ma ha attraversato gli anni più spensierati, che forse si sono rovinati a partire dalla fine del millennio, dove troppe repentine modernizzazioni hanno stravolto e cambiato per sempre i rapporti tra le persone, i modi di vivere, il rispetto, hanno limitato e azzerato valori importanti come la famiglia, la capacità di aiutarsi a vicenda senza chiedere ed aspettarsi contropartite o vantaggi.
Ci siamo trasformati tanto e oggi si notano con prevalenza i prepotenti, gli opportunisti, gli arrivisti, i leccaculi, gli arroganti, i maleducati, i disonesti, i perbenisti oppressivi e ossessivi: tutti insieme credono di determinare sapientemente e saccentemente l’esistenza e l’insegnamento di tutto e per tutti.
Per fortuna ci sono ancora alcuni che sono rimasti “gli altri”, quelli che non si notano perché non hanno bisogno di farsi notare e non sentono la spinta a doversi mettere in mostra, ma per buona sorte esistono ancora, ci sono!
Si dice che la Liguria abbia la forma di un sorriso rovesciato non a caso, che i liguri sono molto poco disponibili verso i “foresti”.
La tolleranza è una strada a doppio senso e troppo spesso ci sono invasioni di corsia da entrambe le direzioni: da un lato “noi” ci sentiamo invasi dal “bagnante” e molti di questi ultimi, in deciso sovrannumero sproporzionato rispetto ai primi, con eccessiva frequenza tendono a volersi imporre prepotentemente, pretendendo la loro “integrazione” o “appartenenza” solo con il loro punto di vista basato su rivalse economiche che nulla hanno da spartire con il rispetto del luogo.
E così l’eterna diatriba fatta di incomprensioni prosegue, in mano ai prepotenti ad ai frustrati che si assurgono a giudici supremi di cosa sia giusto e cosa sbagliato, di chi sia il buono e chi il cattivo …. effettivamente suscitando tanta pena!
Da quando eravamo bambini, abbiamo avuto la fortuna di crescere a strettissimo contatto con generazioni di “bagnanti”, con i quali siamo diventati amici di famiglia, un’amicizia vera completamente slegata dai rapporti di diffidenza o commerciali che si verificano tra ospiti e ospitanti.
Per tanti di noi negli anni si sono anche invertite le posizioni e a maggior ragione in quei momenti è risaltato il legame profondo di fratellanza che ci univa e che per fortuna ci unisce ancora in tanti casi.
Grazie anche a loro siamo cresciuti con belle frequentazioni, misurandoci con realtà famigliari e sociali completamente diverse da quelle locali in cui eravamo nati.
Grazie agli amici “Torinesi” e Milanesi”, già dalla prima infanzia, abbiamo trascorso insieme tanti bei momenti, intere stagioni, parte delle nostre vite, in piena armonia ed imparando gli uni dagli altri, nella piena e completa integrazione delle nostre diverse realtà e mentalità di provenienza.
E tutto questo perché eravamo a stretto contatto, come una grande famiglia.
Ci si scambiava quasi tutto, con una mano sempre tesa l’uno verso l’altro; ci si misurava scherzosamente a provare i rispettivi dialetti (all’epoca ancora molto usati), il più delle volte per suscitare qualche sonora risata e presa in giro per gli strafalcioni espressi; ma tutto era in complicità e allegria, uno dei tanti punti di incontro per conoscersi e trascorrere del tempo insieme, senza fretta o forzature.
Gli stupidi non mancano mai, nessun gruppo o compagine ne è priva, e qualcuno di “noi andoresi”, che per stupidità scintillava dal profondo, si spingeva ad apostrofarci, mettendoci ignorantemente in guardia da un possibile “nostro imbastardimento” a famigliarizzare con i “foresti”; ma la verità è che non ci siamo “imbastarditi”, anzi! Siamo solo riusciti ad avere la naturalezza di crescere come persone, fuori dalla nostra limitata nicchia, confrontandoci e sviluppando la reciproca conoscenza con culture e modi di pensare un po’ diversi dal “nostro”; abbiamo cercato di farne tesoro e credo che molti ci siano riusciti.
Da queste esperienze, da queste frequentazioni e da tante altre, dalle nostre storie di vita quotidiana esce la figura “mitologica” del “bagnante”, giocosamente simbolica secondo l’origine della sua provenienza; non è uno sfottò o una catalogazione distintiva, si tratta solo di ricordare dei tratti che hanno fatto parte di un periodo e di come alcune persone lo caratterizzavano; un periodo che appartiene alla storia ed alle vite di tanti di noi, illustrato come se lo disegnasse un bambino nel ricordare ciò che è passato sotto i suoi occhi durante la propria infanzia e con le trasformazioni rapide a partire dal proprio periodo adolescenziale.
Oggi fa eufemisticamente “sorridere” il perbenismo fasullo di cui si riempiono la bocca in tanti; per quanto mi riguarda nutro un profondo rispetto per gli ospiti che ci raggiungono, ma solo per quelli che rispettano Andora e gli andoresi ed al pari non sopporto, sinceramente, quegli andoresi che altro non sono che l’equivalente locale a parti invertite.
Ritengo che l’unica distinzione applicabile possa essere di mettere davanti a tutto l’educazione, il rispetto, la disponibilità, la collaborazione, la costruttività; non dovrebbe esserci limitazione in modo alcuno su questo, ma da andorese mi aspetto di ricevere gli stessi valori che metto a disposizione di chiunque altro.

  
"Bagnanti" arrivati per caso, amici rimasti per sempre.
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I “PIEDI DOLCI”

Era un’espressione locale che indicava la sensibilità accentuata della pianta del piede nel calpestare superfici irregolari, con elementi appuntiti, o la scarsa attitudine ad affrontare superfici scagliate o con pietrisco.
“Noi” eravamo spesso abituati a camminare scalzi e, pertanto, avvezzi ad affrontare superfici accidentate, calde o fredde secondo i periodi dell’anno e addirittura correre su scogli e pietrisco anche appuntito.
L’esaltazione avveniva nelle compagnie di bambini e ragazzi, dove la presunzione di abilità, lanciata per gioco dai “noi”, assumeva toni dimostrativi di una presunta superiorità adattiva.
Spesso ci si atteggiava in segno di sfida, fingendo di non provare minima sollecitazione molesta o dolorosa, quando in realtà ci si concentrava a fingere una impassibilità sorridente che faceva scricchiolare i denti dalle numerose imprecazioni silenziate, dovute alla solita pietra aguzza che con noncuranza si impuntava inesorabilmente al centro del tallone, o contro cui sbatteva frontalmente l’alluce, provocando scintillii e barlumi agli occhi, erroneamente interpretati come sorrisi.
Ma resisteva la forza di volontà e l’eccesso di dignità nel mostrarsi duri, intoccabili ed avvezzi alla dura vita del suolo ligure.
Il “bagnante” non ce la faceva proprio!
Tolti i mocassini, le ciabatte o qualsiasi altro calzare, diventava vulnerabile al suolo, ad ogni contatto calpestato che non fosse una superficie liscia, lasciando dubbi sul fatto che mai prima in vita propria avesse incontrato e conosciuto pietre e sassolini.
Assumeva andature ridicole e scoordinate, quasi delle danze sgraziate e contorsioni in natura inspiegabili, manifestando in modo visivamente accentuato il proprio disagio ad ogni passo, suscitando l’ilarità di “noi” presenti.
Inconfondibile nel suo aspetto marcato da una mancata abbronzatura che ne connotava una tinta lattea “riflettente” dei primi giorni di soggiorno, il “bagnante” era in grado di fornire le migliori prestazioni sulle distese di scogli, che superava abbracciando uno ad uno, con un avanzamento bradipesco.

Lo sfoggio culturale era demandato alla risoluzione di schemi di parole crociate, dove ci si aggregava, sperando in componenti di vario interesse culturale, in modo da avere una maggiore complementarità conoscitiva, creando dibattiti dietro alle immancabili risposte date a caso solo perché la lunghezza della parola, pressochè “inventata”, corrispondeva al numero di lettere, mettendo in dubbio le altre già scritte e corrette, solo perché gli incroci non combaciavano.
Un modo alternativo e sicuramente più partecipativo dell’odierno eterno sfregamento dell’onnisciente Internet, che tutto sa ed ogni informazione, di qualsiasi tipo, dispensa.
Le generazioni femminili di mezza età e oltre, non disdegnavano una formazione informativa più legata allo sfoglio delle riviste settimanali di pettegolezzo e di riempimento dello spazio stampabile.
Tuttavia, in ogni caso, il rapporto interpersonale, che oggi definiremmo “social”, era comunque improntato e curato sulla presenza e partecipazione diretta, istantanea, reale e non ad una interattività distaccata, distanziata e differita nei tempi e nei contatti.
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LE PISTE DA BIGLIE

Non solo castelli e formine di sabbia e il classico bagno in mare.
La pista da biglie era l’evento giornaliero, la creazione progettuale che manteneva attiva l’occupazione e la compartecipazione dei bambini, ragazzi e qualche papà o nonno, i quali sfogavano la loro vena artistica a disposizione del gruppo, con la creazione di curvoni parabolici, gallerie, ponti e fossati degni di paragone con le elaborate opere delle sculture di sabbia, sebbene in forma semplificata.
Si cominciava con il tracciamento, durante il quale un partecipante, solitamente uno tra i più piccoli, si sedeva sulla sabbia, veniva preso per le gambine e trascinato in un vorticoso percorso che solcava l’arenile, impostando la forma della pista.
Questo solco subiva le prolungate ed elaborate cure, dipendenti dalla capacità creativa e dalla passione dei partecipanti, che lo trasformavano in un vero e proprio circuito agonistico, con aggiunte estetiche e tecniche che avrebbero costituito le difficoltà e la bellezza del gioco attuato.
Le biglie, di platica, mezze colorate e mezze trasparenti, riportavano al loro interno le foto dei ciclisti professionisti, successivamente sostituite con meno fortuna dalle auto di Formula 1 e dalle moto da gara.
Era così che i bambini si avvicinavano alla conoscenza degli eroi del ciclismo, ambendo ad accaparrarsi quelle raffiguranti i grandi campioni, come se ciò avesse potuto contribuire e distinguere un maggiore blasone di partecipazione alla gara spiaggiaiola e aumentare le loro possibilità di vittoria finale.
I percorsi spesso si snodavano tra le postazioni delle persone presenti sdraiate, che assistevano quali spettatori, tifando indifferentemente per ognuno dei gareggianti.
Talvolta, per agevolare il tracciamento della pista, nelle spiagge libere, capitava che qualcuno si “stringesse”, spostando stuoie, teli mare ed anche ombrelloni, permettendo spontaneamente a bambini e ragazzi di giocare, a differenza dell’intolleranza infastidita odierna, sempre crescente e supponente.
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LE STRADE E L'ABBIGLIAMENTO

Gli anni ’70 segnano anche l’avvento dei saldi e quelli operati nel settore dell’abbigliamento estivo creano file interminabili di attesa all’ingresso nei punti vendita, dove in effetti si trovano vere e proprie occasioni, magari su modelli di capi d’abbigliamento degli anni precedenti, ma a prezzi davvero stracciati e non solo “accomodati”.
Il brulichio di persone in giro per le strade è segnato da portamenti che muteranno sostanzialmente e curiosamente nelle epoche successive: stuoie e ombrelloni sono trasportati in spalla, come a replicare un precedente uso rurale dedicato alle zappe ed attrezzi da lavoro; con il passare degli anni, il posizionamento corporeo di tali trasporti muterà con una tenuta sotto braccio.
La frequentazione turistica modifica anche l’aria, in quanto i profumi di creme ed abbronzanti si spandono nell’aria, che permette di respirare il tipico aroma di estate, tanto atteso da residenti e villeggianti.
E proprio nel campo delle abbronzature si notano i caratteri distintivi del “bagnante”, il quale arriva “scolorito”, si butta a capofitto in esposizioni solari giornaliere di ore ed ore per garantirsi la più intensa abbronzatura da sfoggiare fieramente al ritorno lavorativo, finendo per grigliarsi nei primi giorni di vacanza, con vistose colorazioni da gamberone che sfogano di lì a poco in estese squamature maculate, alleviate dal trattamento lenitivo con applicazione di fette di patate crude, generosamente consigliate da chi del luogo sotto il sole ci lavora con esposizione estesa a tutto l’anno.
Alcuni “bagnanti” si autoproducono gli abbronzanti, assaltando e fiondandosi dagli ortolani in cerca di carote, le quali vengono finemente tritate con una grattugia o una mezzaluna ed applicate grezzamente su porzioni di pelle, occasionalmente aiutate da spalmature di birra, creando zebrature di totalità che si omogeneizzeranno solo verso la fine della vacanza, contribuendo ancora di più all’arrostimento cutaneo.
E poi, di tanto in tanto, si affiancano gli avambracci con quelli degli amici, per vedere chi si è abbronzato di più!
Un’altra storpiatura indotta si riferisce niente di meno che al mare.
Capita che sia mosso, magari anche parecchio e le mareggiate diventano per il “bagnante” i “cavalloni”, controllati argutamente dalla presenza di bandiere rosse e gialle in bella mostra negli stabilimenti balneari, come se non bastasse percepirne la consistenza dalla abbondante spuma sulle creste ondose.
Al bagno non si rinuncia e non manca qualche “bevutina” accidentale.
Non tutti sanno nuotare, a dire la verità sono percentualmente in pochi rispetto al nutrito numero di frequentatori delle spiagge e spesso il “saper nuotare” è limitato all’essere in grado di stare a galla; non si assiste ancora ad una presenza di olimpionici del nuoto come da alcuni anni e nei periodi più recenti e c’è assoluta maggiore attenzione per le boe, le quali sono considerate universalmente non una meta di vanto, ma una semplice indicazione di rispetto.
Non è raro vedere persone, di tutte le età, che entrano in acqua timorose, simulano movimenti nuotatori. restando con i piedi ben piazzati sul fondale ed in acqua bassa, magari pure accovacciati, mentre alcuni temerari si “allargano” verso profondità maggiori, dove comunque si tocca appena, non raramente aiutati o protetti da salvagenti, braccioli e rudimentali camere d’aria di pneumatici da autocarri, cuscini gonfiabili (tipo ormai quasi totalmente estinto) ed i caratteristici materassini, che permettono l’ebbrezza di una sorta di improvvisata e coraggiosa navigazione e, magari, anche un rapido sonnellino cullati dalle onde nelle giornate di mare calmo.
Di questi materassini gonfiabili ne esisteva un tipo piuttosto comune, diventato famoso per essere stato lanciato come premio con una “preistorica” raccolta punti di una ditta di latticini; si trattava di un modello che aveva al posto del cuscino una sorta di finestrella trasparente in plastica spessa, la quale a contatto con l’acqua permetteva di osservare in profondità e il fondale, replicando l’effetto di una maschera subacquea.
Più frequentemente nei fine settimana, ogni tanto qulcuno, che si sente tanto un "lupo di mare", perchè al mare c'è già stato più volte, lo ha visto tante volte, viene improvvisamente risucchiato al largo tra grandi onde, cadendo presto nel panico dovuto all'impossibilità a riavvicinnarsi alla riva; scatta così l'azione dei temerari, spesso individui del posto, che lo vanno a riprendere con lo spirito combattivo di "volerlo annegare" per dargli una sonora lezione, qualora lo svavento da solo non fosse bastato, condendo l'intervento con scariche di bestemmie ed improperi verso il malcapitato, sperando che dalla disavventura, per fortuna sempre senza disgraziate conseguenze, possa avere imparato qualcosa, soprattutto a rispettare il mare, ancora di più quando si crede solo di conoscerlo.
Un’altra tradizione “della domenica” è quella del canotto, un evento famigliare del fine settimana, quando il capofamiglia raggiunge il parentado dopo i lunghi e duri giorni lavorativi passati lontano dai propri cari già sul luogo di vacanza.
Si assiste così all’invasione dei canotti gonfiabili, che vengono approntati direttamente sulla spiaggia, alternandosi alla pompa tra mille fischi della stessa, oppure trasportati a mano già pronti all’uso dal luogo di soggiorno, camminando appaiati in mezzo alla strada, senza causare particolari disagi, perché i veicoli non sono ancora così numerosi ed il traffico non ne risente più di tanto; questo trasporto a mano, tipicamente vacanziero, costituisce anzi un evento folkloristico a cui si assiste curiosi e divertiti.
Gli spostamenti spiaggiaioli comportano un dispendio di energie da non sottovalutare, perché la mercanzia al seguito è sempre piuttosto elaborata e non mancano individui che si avventurano con trasporti chilometrici di sdraio (solitamente due), alternate in varie posizioni corporee, non ultima quella classica sopra la testa.
Insomma, anche la vacanza al mare diventa una serie di movimentazioni complesse, che nell’euforia tanto attesa per i lunghi mesi di lavoro nel resto dell’anno, viene attuata con non poche fatiche, ripagate dalle ore di divertimento e rilassamento, anche solo trascorse nel “dolce far niente”.
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LA PRIMA VOLTA AL MARE

Oggi siamo un po’ tutti vacanzieri, giriamo in lungo e in largo.
Molti rimangono magari più “confinati” a frequentare i soliti luoghi, ripetutamente, ma comunque ci si sposta più agevolmente.
Sono decenni che non sento più persone che dicono “è la prima volta che vado (o vengo) al mare” e tra l’altro, se qualcuno si esprimesse così a voce alta, probabilmente sarebbe subito inquadrato come un “troglodita” da parte del saccente “giudizio sociale” sempre in agguato.
Ma in quegli anni capitava spesso che si incontrassero persone, che vantavano il loro misto di stupore e contentezza per essere arrivati per la prima volta al mare: quasi un sogno tanto atteso e realizzato.
Si trattava generalmente di persone anziane, provenienti da zone rurali o da situazioni meno abbienti.
In entrambi i casi c’erano a monte fatica e sacrifici e, nel caso delle origini rurali, le motivazioni erano anche legate all’impossibilità di allontanamento dai luoghi di provenienza, prevalentemente per l’occupazione dedicata alla cura del bestiame, il quale non poteva essere lasciato a se stesso senza le dovute cure giornaliere e all’impossibilità di trovare qualcuno che lo potesse accudire nei giorni di assenza per una eventuale vacanza.
Erano persone con le mani segnate dal lavoro e dalla fatica, il viso disegnato dalle rughe del tempo e degli sforzi di una vita, con gli sguardi fieri di una dignità antica e felici e soddisfatte di qualsiasi cosa avessero potuto trovare.
Ricordo un caso in particolare accaduto alla vecchia spiaggia libera del Porto, intorno alla metà degli anni ’80, una domenica di fine agosto.
Nel tardo pomeriggio, una signora anziana, novantasettenne, pienamente arzilla a dimostrare trent’anni di meno, dopo aver passato tutto il pomeriggio nella preparazione accurata della cena per le famiglie di figli e nipoti, era stata accompagnata per la prima volta in vita sua in riva al mare.
Era arrivata con il suo tipico vestito da contadina di altri tempi, con tanto di grembiule legato in vita e con fare incredulo aveva camminato scalza per alcuni passi sulla sabbia, accompagnata da due figlie fino in riva al mare, continuando a guardare attentamente tutto intorno.
Il mare era calmo e le onde quasi inesistenti.
L’anziana signora si era avvicinata alla battigia e le figlie erano rimaste volutamente un paio di passi indietro, per osservare la tenera reazione della mamma, la quale, tenendo sollevato di un palmo l’orlo della vestaglia indossata, provava lentamente e ripetutamente a tastare l’arrivo dell’acqua con un piede, all’infrangersi delle quasi inesistenti onde, ripetendo a voce alta alle figlie come fosse possibile quell’acqua tutta insieme e di non averne mai vista così tanta, neanche nelle alluvioni che avevano colpito le sue zone di origine tanti anni prima.
Mi trovavo nei dintorni, mi soffermai incuriosito ad osservare con discrezione e alla fine fui coinvolto in una chiacchierata, in quanto due nipoti facevano parte della mia compagnia spiaggiaiola.
Venuta a sapere di questo e che ero del posto, l’anziana signora mi raccontò delle alluvioni a cui faceva riferimento, degli straripamenti del fiume Po che avevano allagato intere campagne del Pavese, arrivando a danneggiare alcune case contadine, di come si erano aiutate le famiglie, delle campane del campanile della chiesa del paese che erano diventate la voce che avvisava degli eventuali pericoli.
Con i suoi racconti mi sembrava di rivedere scene campestri lette nei libri di Giovannino Guareschi, e riuscii a fare tardi e a beccarmi una sonora sgridata al mio ritorno a casa.
Ma è stata una di quelle volte che ne era valsa la pena!
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SALUTI E INFORMAZIONI

Un aspetto, per così dire epocale e sociale, che ha distinto tanto il periodo in questione e che presenta notevolissime differenze con i comportamenti odierni, è l’approccio e la considerazione del saluto e della richiesta di informazioni.
Oggi il saluto, così come ringraziare o scusarsi, è diventato un atteggiamento raro, quasi derisi come segno di debolezza nella prepotenza ed indifferenza collettive, tanto da notarli quando ancora si manifestano, mentre la richiesta di informazioni è riservata ad un dispositivo elettronico, e guai a non disporre del wi-fi, senza al quale sembra quasi di mancare nella percezione delle basilari ed istintive operazioni di respirazione autonoma.
Ma non era così, anzi era completamente tutta un’altra cosa, non soltanto sul momento, bensì negli effetti conseguenti.
Il “bagnante” arrivava, e non è importante o determinante da quale provenienza geografica o sociale.
Arrivava e basta per la tanto attesa e desiderata vacanza.
Automobili senza alzacristalli elettrici e servosterzo ma con la ruota di scorta, in cui era sconosciuta l’aria condizionata, inizialmente prive di cinture di sicurezza e seggiolini, con bambini sui sedili posteriori, incastrati tra i bagagli ed inginocchiati a salutare i veicoli e le persone che seguivano, magari non senza qualche innocente sberleffo, ricambiato da qualche strombazzata paziente e divertita.
I mega stereo tuonanti erano ancora fantascienza e chi se lo poteva permettere montava una autoradio, che successivamente sarà integrata da un mangianastri (o mangiacassette e comunque destinato alla riproduzione delle famose musicassette).
Le radio a bordo erano testimoniate da lunghe antenne applicate sulle carrozzerie esterne e vezzosamente lasciate libere di ondeggiare in verticale, fino a quando un inavvertito ramo le spezzava accidentalmente e maledettamente, oppure per qualche goliardico vandalismo che ne prevedeva il furto.
Alcuni modelli più signorili di veicoli montavano le prime antenne telescopiche, che si riducevano fino a scomparire nella carrozzeria.

Il “bagnante” arrivava, chiedeva informazioni al primo che incontrava e lo faceva perché aveva effettivo bisogno dell’informazione, senza alcuna supponenza, come si suole dire “attaccando bottone”, intavolando una amichevole chiacchierata dove venivano inserite proprie confidenzialità, che suscitavano apparentemente l’indifferenza di “noi”, ma in realtà contribuivano immediatamente a percepirlo come un ospite gradito, e la “simpatia” suscitata portava “noi” a dilungarci in “dritte” e suggerimenti che dipingevano grossolanamente il luogo e la gente del posto, fornendo una serie di dettagli che facevano conoscere la natura diretta del territorio, permettendo di carpirne immediatamente alcune sfumature per trovarsi a proprio agio.
Una veloce chiacchierata con uno scorbutico di “noi” diventava così, molto spesso, l’inizio di un’amicizia che si sarebbe tramutata non di rado in un solido e duraturo legame.
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IL RAPPORTO DI SOCIALIZZAZIONE

L’ospite gradiva e si poneva per essere gradito all’ospitalità che la vacanza gli forniva, dispensando sempre senza fatica un sorriso, un saluto, una buona parola, magari un aneddoto che contrapponeva le diverse culture di provenienza, fornendo spunti di confronto e conoscenza reciproca con “noi”, grezzi e “distaccati”.
Ma la differenza sostanziale e la peculiarità del rapporto personale era che un semplice, ripetuto e sempre pronto saluto, una parola, un incontro fugace e casuale erano l’occasione giusta per accendere una relazione basata sul rispetto e l’educazione, senza per forza voler pretendere di imporre la propria presenza, calpestare la semplicità e gelosia di appartenenza da parte “nostra”.
Si poneva come ospite e non si imponeva come padrone solo se possedeva una proprietà: era felice di fare parte della comunità locale, con i pro e i contro della proverbiale “ospitalità ligure”, che non si manifestava accanita e ostile più di tanto, in quanto “noi” non ci sentivamo messi in discussione e soprattutto aggrediti a prescindere per pretestuosità di supremazia.
Oggi tutto questo non succede più, perché il proprietario di seconda casa, in quanto in sovrannumero rispetto ai residenti effettivi, pretende che tutto sia dovuto in funzione al suo punto di vista, perdendo il concetto semplice di ospite e di ospitalità.
Il ligure, per natura, non accetta chi intende insegnargli a vivere e non ha minimamente bisogno di imparare a farlo da chi suppone di impuntarglisi ed imporglisi contro.
Qualsiasi sguardo che si incrociasse, anche il più sconosciuto, provocava uno spontaneo scambio di saluto e così si imparava a conoscersi, a legare, seppure minimamente, creando rapporti di conoscenza e amicizia che superavano la scarna primordiale tolleranza, proseguendo ed approfondendosi negli anni.
Non deve essere fatto di tutta l’erba un fascio, ma la persona civile, corretta, educata, rispettosa, proprio perché ha tali qualità e valori non ha bisogno di mettersi in mostra, di distinguersi: convive inserita nei vari contesti, senza sottomissione ma con adattamento, senza il bisogno di sentirsi di dover sopraffare ciò che gli sta intorno, persone incluse.
Ma questo tipo di persone resta in ombra, nascosto dall’arroganza e prepotenza di chi invece si pone con pretesa superiorità, disponendo sempre di contestazioni perché il luogo e la gente che lo ospita non è e non vuole diventare o trasformarsi secondo le sue irritanti pretese.
E riparte così l’eterno ed inevitabile scontro, che purtroppo coinvolge una distinzione per provenienza e non per comportamento e rispetto, logorando sempre più ciò che le generazioni precedenti, avevano contribuito a costruire con sacrifici da entrambe le parti.
Non si vuole trovare colpe o colpevoli, ma le semplici riflessioni coerenti portano a rendersi conto che, indipendentemente dallo sbandierato sviluppo economico e territoriale, della modernizzazione, della successione di eventi ed epoche generazionali che implicano il cambiamento radicale di comportamenti, legami interpersonali, abbandono ed inconsapevolezza delle tradizioni, mettere un numero troppo elevato e sbilanciato di persone su un territorio malamente sfruttato, inflaziona il luogo, le persone, i rapporti e la vivibilità.
Si continua a costruire, non tutti (purtroppo tanti) hanno più le finanze necessarie per mantenere immobili doppi, tripli o di più, le normative e le imposte applicate sono un salasso economico, così come i progressivi e ripetuti interventi manutentivi o di adeguamento necessari sugli immobili ormai datati e tutto insieme crea disagi e impedimenti, allontana la serenità ed infonde il malcontento, la difficoltà a mantenere uno stile di vita che tende a superare e razionare le proprie disponibilità ed inesorabilmente tutto sfocia in conflitto tra le fazioni dei “bravi” e dei “cattivi” confusi nella reciprocità di posizione.
Un territorio principalmente votato al turismo, che ha poco meno di 15.000 abitazioni, di cui solo circa poco più di 3000 utilizzate da effettivi residenti e, quindi, circa l’80% di seconde case, patrimonio non utilizzato prevalentemente per 11 mesi all’anno (a volte anche più), è sbilanciato irreparabilmente; e nonostante tutto si continua a costruire inflazionando quanto già esistente.
L’alto numero di persone in piena stagione turistica sale così tanto che le spiagge necessarie per accogliere tutti dovrebbero essere 4,5 volte quelle che Andora può mettere a disposizione
Fare due calcoli, ormai credo sia superfluo e inutile, ma rifletterci e ragionarci su non sarebbe mai troppo tardi!
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"BAGNANTE" CONTADINO

Questo è un risvolto curioso e rimasto impresso nella memoria degli andoresi, perché era un comportamento che trasmetteva allegria e creava dei momenti trascorsi insieme tra “bagnanti” e “noi”, che costituiva e viene ricordato come una quasi occasione di festa, vissuta con grande partecipazione e coinvolgimento reciproco.
Nei mesi estivi, il territorio locale ancora estesamente rurale di alcune zone, apparteneva a quegli orti contadini che non solo erano fonte di approvvigionamento di frutta e verdura alle botteghe alimentari presenti, ma anche veri e propri punti vendita contadini, gestiti direttamente dalla famiglia locale proprietaria, che sospendeva per qualche manciata di minuti la vendita al dettaglio per recarsi fugacemente nei vicini campi a raccogliere in tempo reale ciò che il cliente chiedeva di acquistare.
E qui nasce la particolarità: più spesso di quanto si possa credere, il cliente, prevalentemente occorre dire in tutta sincerità “bagnante torinese”, si offriva di imbracciare zappa o attrezzo di raccolta per seguire o andare direttamente sul campo per “partecipare attivamente” alla raccolta di ciò che avrebbe acquistato e consumato.
Partiva così per andare a raccogliere pomodori, porri, carote, melanzane e peperoni, frutta in genere, armato di canestro al braccio, dove riporre quanto raccolto direttamente.
Al ritorno spesso riceveva uno sconto (strano da dire e da credere perché stiamo parlando di venditori liguri!!), ma anche delle aggiunte di vari generi vegetali offerti gratuitamente perché del giorno prima o magari non proprio di belle fattezze.
E capitava, quasi come un’attrazione turistica aggiuntiva, che il “bagnante” chiedesse gli orari di raccolta di frutta e verdura, per poter essere presente e cimentarsi a partecipare, con impegno e faticando anche mezze giornate, per e con il piacere di essere d’aiuto ed intervenire fattivamente all’attività del luogo in cui era ospitato.
Non solo, partecipava magari anche tutta la famiglia, come in un grande gioco di festa.
Alla fine dell’opera, nonostante il confronto con il ligure scontroso, riceveva in regalo di tutto e di più, da poter tranquillamente consumare nei giorni successivi, capitalizzando qualche ora di vacanza sottratta alla frequentazione di spiaggia e mare.
Oggi? Impossibile e fantascientifico! E sicuramente non solo per la mancanza di opportunità cosi diffuse come, invece, in allora.


Giulia (la prima a sinistra) partecipa, "dando una mano", all'attività quotidiana di piantagione del porro.
Foto Collezione privata - Mario Vassallo.
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I PINOLI

Il territorio “cittadino” andorese derivava da estensioni agricole coltivate.
Nell’Ottocento gli uliveti la facevano da padroni, ma il susseguirsi abbastanza ravvicinato delle due Guerre Mondiali aveva portato a speculare sul patrimonio legnoso e così le foreste di ulivi erano state rase progressivamente al suolo, venendo nel tempo sostituite da distese ortive e frutteti.
Non c’era tempo e spazio da dedicare a piantumazioni alberate che sfuggissero al criterio di pura necessità e pertanto l’alternanza alle coltivazioni era lasciata a quanto di arbustivo poteva crescere spontaneamente, dalle distese di oleandri, alla vegetazione tipica delle sponde e dell’alveo torrentizio, nonché piuttosto estesi canneti che assolvevano compiti di grande utilità nella gestione delle pratiche agrarie attuate, per l’ausilio prestato dalle “canne”, le quali contribuivano ad agevolare l’imbastimento delle strutture di supporto per non poche colture.
Gli unici vezzi arborei erano singole palme da dattero, che si ergevano superbe a distinguere le residenze coloniche padronali delle vecchie famiglie del posto: una sola ed esclusiva palma davanti al fabbricato di residenza, quasi a testimoniare la disponibilità economica di potersi permettere e concedersi in modo distintivo uno spazio di corte che dovesse non sottostare all’impiego delle coltivazioni.
I pini non facevano parte dell’area che conosciamo come centro cittadino ed inizialmente nemmeno delle pendici collinari.
Erano presenti solo in forma di “ciuffi”, delocalizzati, sparsi in ampie distese che derivavano da antichi usi e sfruttamenti quali pascoli, dove il bestiame dettava l’obbligo alla vegetazione spontanea di non potersi innalzare più di tanto dal suolo e selezionandone le specie che potessero sopravvivere.
L’abbandono dell’attività di allevamento portò inevitabilmente all’invasione vegetazionale, all’interno della quale il pino, albero a crescita piuttosto veloce rispetto ad altre essenze spontanee, con la sua ampia chioma ad ombrello, ha rapidamente colonizzato, trovando un ambiente idoneo alle sue caratteristiche vitali.
Si sono formate così le pinete, ma solo sui crinali collinari, mentre nella parte pianeggiante la presenza operativa agricola dell’uomo teneva l’albero controllato e lontano.
A partire dal secondo dopoguerra, l’espansione edilizia avrebbe aggredito le pinete, dapprima diradandole e poi progressivamente devastandole, riducendole sempre più di superficie e di numero di esemplari arborei, con la giustificazione che le radici a lungo andare avrebbero danneggiato le costruzioni e poi le chiome avrebbero sporcato con la caduta di aghi e polline.
Disboscamento in funzione della realizzazione di iniziali “termitai”, che hanno rosicchiato il territorio, cementificando ogni passo del “progresso”.
Gli urbanisti dell’epoca, oggi spesso non valutati positivamente per le proprie scelte attuate, nonostante tutto previdero di piantumare giardini pubblici e privati, aiuole, parchi (che un tempo contenevano giochi per bimbi, divertenti, ma poi improvvisamente diventati insicuri, pericolosi e assolutamente banditi, tanto da farci chiedere in più occasioni come possiamo aver fatto a sopravvivergli eroicamente per generazioni), marciapiedi lungo le strade con pini ad ombreggiare: quasi una monocultura alberata.
Tante scelte discutibili e ripetute, che comunque, hanno permesso la crescita ed il mantenimento di una cittadina nel verde per mezzo secolo, dopo il quale la concentrazione e la presenza alberata è stata e continua ad essere solo e sempre ridotta (non solo per i pini, ma per tutte le alberature di alto fusto in generale).
Un elevato numero di alberi ci ha dato ombra e ristoro per mezzo secolo e poi improvvisamente è diventato pericoloso, per la viabilità, per la sicurezza, per l’incolumità, nonostante le amorevoli cure con cui erano stati trattati negli ultimi anni, essendo sottoposti a ricorrenti premurose potature di alleggerimento che non solo gli sfoltivano i rami, ma gli amputavano anche sistematicamente le parti terminali degli stessi, come fossero alberi da frutto e permettergli di fare meno fatica a supportare il proprio peso e la resistenza alle ventate.
I pini non hanno compreso l’aiuto che gli veniva offerto tramite questi “scalpi” e hanno ceduto insieme.
E così, dal diffuso verde dei decenni precedenti, la Liguria, partendo dagli esempi delle cittadine di alto rango, si è indirizzata all’ombreggiatura garantita dai lampioni imbalsamati e senza foglie, con inibizione vegetativa e privi di prospettive di crescita, ma per un ambiente più pulito e sicuro; tanti paesi dei ciclamini e delle begonie, con irrigatori accidentalmente orientati a rinfrescare i marciapiedi: un modo alternativo per abbassare la temperatura di passaggio, evitando il disagio di inciamparsi in aghetti e foglie.
Proprio i pini, questi inconsapevoli malcapitati esemplari, nel pieno del loro vigore, lasciavano cadere i pinoli (fortunosamente non impallinavano senza lasciare scampo chi si trovasse a passarvi sotto), i quali rappresentavano una lontana fonte di passatempo e quasi sfida per i bambini degli anni Settanta, senza trascurarne la ghiottoneria.
Al mattino era una corsa a fare il giro delle aiuole, con il capo chino e con accucciate repentine, per carpire il maggior numero di pinoli possibili, per poi accomodarsi seduti su un muretto o un gradino, con una casuale pietra a romperne i gusci e rimpinzarsi.
I bambini del posto li raccoglievano quasi per concorrere a portarli via agli occasionali avversari e spesso finivano per diventare pesto insieme al basilico, oppure nella pentola domenicale del coniglio.
Io ero un abile cercatore, anche perché in quegli anni ero stato colpito da seri problemi di salute che mi impedivano di fare pressochè qualsiasi attività normale che facessero abitualmente i miei coetanei e così mi dedicavo alle quattro cose che mi erano permesse: una di queste era stare all’ombra, non sudare e raccogliere i pinoli, di cui non ne assaggiavo nemmeno uno, perché non era un alimento di cui potessi cibarmi.
Li raccoglievo in grandi quantità per “Struzzo”, un lucherino che ha vissuto con me, ingozzandosi letteralmente di pinoli, per circa quindici anni, in gabbia per sua scelta dopo un brutto incidente a cui era sopravvissuto miracolosamente con le mie empiriche e scombinate cure; in pratica in gabbia ci dormiva solamente di notte, perché tutto il giorno la porticina veniva aperta e svolazzava ovunque andassi e qualsiasi cosa facessi, compreso il tempo in casa a fare i compiti, dove lui, entrando dalla finestra della cucina, si accomodava sul tavolo a fianco ai pastelli, che passava a becchettare per tutto il tempo.
Tornando ai pinoli, tra bambini diventava un gioco, che dopo qualche giorno si trasformava in un’azione di gruppo, organizzata, una delle tante occupazioni nate dal niente che facevano abbandonare ogni rivalità, stringendo amicizie e pianificando vere e proprie battute di caccia ai pinoli, dalle quali si sviluppavano altre forme di intrattenimento in compagnia, in alternativa alla “solita” frequentazione spiaggiaiola e divenendo veri e propri appuntamenti fissi.
Si era sempre tra maschietti, perché le bimbe non percepivano alcun interesse a svolgere così accurate ricerche; al limite, talvolta, potevano prestare un minimo di attenzione al momento in cui c’era da assaggiare a fine raccolta.
Un’attività che sfociava in “competenze più tecniche” quando dalla semplice raccolta a terra si incontravano le pigne cadute, quasi sempre impestate di fuoriuscite resinose che inavvertitamente si appiccicavano alle dita e subito dopo impiastricciavano i vestiti, per la pronta e rinomata “suonata” con qualche “pattùn” (“sberlone”) da parte delle mamme: le nonne erano più bonarie e compassate, si limitavano a qualche improvvisata e nemmeno troppo credibile sgridata che seguiva un pronto intervento riparatorio appena tornati a casa, magari mezzoretta prima per “punizione”, tempo che era necessario a rimettere le cose a posto prima che rincasassero da lavoro mamma e papà, con una complicità affettuosa tra nonna e nipotino/a.
C’erano un elevato numero di pini che dai giardini privati si sporgevano su zone di passaggio pubblico, ancora di più erano quelli nei giardini pubblici e per le strade: giganteschi ombrelli che avevano la mia età, erano il cruccio che spaventava mamme e nonne lungo i tragitti con i piccoli di casa, perché il percorso si trasformava in una penitenza di continue soste per accurate ricerche, rendendo biblici i tempi di ogni esasperante spostamento.
Oggi finalmente i pini non creano più pericolo per il bene pubblico (o comunque sono sottoposti ad un’attenta “tutela” che li rende progressivamente inoffensivi) e nemmeno accidentali rallentamenti, tanto i pinoli non li raccoglierebbe più nessuno, essendo diventati tutti noi altamente igienizzati nella pulizia e ordine che regnano sovrani.
Ci riflettiamo ancora su occasionalmente per qualche istante, con un pensiero critico per coloro che si erano adoperati per impiantarli, per le loro scelte sbagliate e orgogliosi delle nostre, invece giuste, maturate dall’attenzione rivolta agli errori commessi nel passato e sicuri di garantire per il futuro un po’ di ombra a qualche sparuta “sgrigua” (lucertola).
Forse!!


Questa foto mi ritrae con il mio papà Berto e il mio inseparabile orsetto (primo regalo di Natale da me ricevuto) in viale Piemonte nel 1973.
Sulla destra si nota il filare ininterrotto di "pinetti", praticamente miei coetanei, recentemente eliminati negli anni scorsi.
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PER LE STRADE

Via San Damiano, via Andrea Doria, via dei Mille, erano tutte a doppio senso di marcia, mentre viale Roma si distingueva da tutte le altre strade andoresi perché era costituita da due corsie a senso unico, separate in mezzeria da una lunga e stretta aiuola semiabbandonata.
Le autovetture erano molto meno numerose, di dimensioni più ridotte, soprattutto in larghezza, e ogni strada era in grado si assolvere in pieno alla circolazione garantendo una fila laterale di parcheggi, senza per forza caratterizzare strozzature del tratto viario.
I dossi artificiali non erano ancora stati “inventati”, ma c’erano quelli naturali, garantiti dai rattoppi asfaltici per le numerose riparazioni di un acquedotto che, curioso a dirsi, “faceva già acqua da tutte le parti”, distribuendo in piena stagione acqua salata, alla quale si sopperiva con l’installazione di botti riempite giornalmente con acqua presuntivamente potabile e dispensata bollita nella temperatura a causa della lunga esposizione solare a cui era sottoposta (mai che una botte fosse posizionata all’ombre, privilegiando luoghi di facile afflusso).
Alcune di esse erano sistemate in prossimità di alcune delle tante cabine telefoniche SIP, inizialmente funzionanti con i mitici gettoni telefonici e successivamente adattate alle 200 lire di nuovo conio.
Queste, al proprio interno erano dotate dagli immancabili elenchi telefonici cartacei, limitati alle province locali, spesso sfogliati con grande utilità e mantenuti periodicamente aggiornati, i quali diventavano oggetto dei primi atti vandalici di stagione, durante i quali erano pressochè annientati, con le pagine strappate che svolazzavano tutto attorno al passaggio delle automobili: primi segni di inciviltà moderna che porterà a non metterli più a disposizione pubblica per le strade.
Le cabine telefoniche, verrebbe da dire, erano “gettonatissime” perché l’assenza di telefoni portatili e la mancanza di utenze domestiche fisse ancora in tante case, creava una sorta di silenzioso pellegrinaggio ai punti telefonici pubblici, soprattutto in determinate ore del giorno e prevalentemente la sera, anche qui con lunghissime code ed attese snervanti, spesso consolate da appuntamenti in colonna, per alleggerire l’attesa del proprio turno con quattro chiacchiere non a pagamento.
Il bello arrivava al momento della telefonata, quando il caldo afoso rendeva insostenibile restare privatizzati all’interno della cabina con la chiusura delle porte a molla e, quindi, si optava per posizionarsi a metà sulle stesse tenendole aperte ed “allietando” tutto il vicinato con i propri dialoghi che avrebbero dovuto essere e restare privati.
Le interurbane creavano un’ansia da sudori freddi, dovuta alla caduta dei gettoni in rapida sequenza, dei quali si perdeva il numero di quelli già “scesi”, inserendone a raffica e continuativamente di nuovi, per la paura che cadesse la linea non riuscendo a terminare l’agognata conversazione.
Un moto distrattivo che induceva a perdere il filo del discorso, ripetendo come un disco rotto cose già dette, per la contentezza degli utenti successivi in attesa, spinti da intenti incendiari.
La ciliegina sulla torta era il piacere igienico di maneggiare una cornetta unta e sudata, in cui tante persone avevano sputato in precedenza durante le loro conversazioni.
E comunque, la concomitante presenza di cabine telefoniche e botti con l’acqua potabile era una fonte inesauribile ed allettante per creare diversivi sfocianti in solenni litigate, con le quali i soliti “furbi” di turno tentavano di giustificare la loro gerarchia negli incolonnamenti, al fine di passare davanti agli altri; animate discussioni che giungevano talvolta a virili scrollate, successive ad articolate serie di improperi vari e dimostrazione delle sanguigne proprietà e conoscenze lessicali più irriguardose.
Lunghe file di persone con bottiglie e bottiglioni di vetro (le bottiglie di plastica erano pressochè ancora sconosciute, almeno per l’acqua) e taniche di ogni foggia, incolonnate sotto il sole cocente dell’estate, in trepidante attesa di riuscire ad accaparrarsi qualche litro di liquido più gradevole al gusto dell’acqua salata e terra che uscivano dai rubinetti di casa (quando uscivano!!), con la sorpresa beffarda di vedere inevitabilmente scemare l’uscita di acqua dalla botte proprio mentre era giunto il proprio sospirato turno.
I marciapiedi non erano numerosi come adesso, molte strade ne erano sprovviste e almeno in questo può trovarsi la giustificazione dell’abitudinario riversamento di mandrie sul sedime stradale, prepotentemente disinteressate a creare ostacolo al traffico veicolare.
Non mancavano gli artistici parcheggi a cavallo dei marciapiedi, con un’azione che a lungo ripetuta portava ad affossamenti di tratti degli stessi, appianando il dislivello tra la superficie pedonale ed il sedime stradale, costituendo meccanicamente il fenomeno adattivo che oggi chiameremmo “abbattimento delle barriere architettoniche”.
Tutto questo tradizionale e quotidiano svolgimento sociale avveniva ai bordi di un traffico stradale che offriva maggiore visibilità dei dintorni per le sagome più ridotte dei veicoli che transitavano a fianco, ancora privi di SUV, assurdi monopattini da corsa, ma arricchito da qualche moto, motorini e Vespa fregiati da chiome al vento, in un periodo in cui ancora si poteva percepire il vento tra i capelli in assenza dei caschi di protezione che sarebbero stati imposti di lì a poco.
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GLI USI ALIMENTARI

Il confronto culturale tra lo stretto mondo contadino locale e l’apertura della città e di altre realtà che ricevevano un maggiore influsso da parte di abitudini meno provinciali, portava anche ad una integrazione dal punto di vista alimentare.
Un ambiente più rurale basava molto dell’alimentazione sull’autoproduzione e, limitandoci alle abitudini dei bimbi, per “noi” una merenda o uno spuntino erano costituiti dall’assemblare in modo veloce qualcosa da mettere sotto i denti, in base a ciò che capitava sotto mano, o magari era avanzato da tavola.
I “bagnanti” erano invece già più avvezzi ai consigli pubblicitari dei “caroselli” televisivi e delle inserzioni sui settimanali, utilizzando abitualmente alimenti che proliferavano nei negozi locali in grande quantità solo durante il periodo estivo.
Un esempio banale su tutti, la mozzarella.
Ma torniamo al confronto.

Il “nostri bimbi” erano abituatio al panino, con le variabili farcitura spicce: il sugo (che non mancava mai), una fetta di frittata, il salame o la mortadella (preferiti a prosciutti perché più economici ed a tanti altri salumi spesso quasi sconosciuti), olio e sale (magari con qualche goccia d’aceto), burro e una spolverata di zucchero o cacao o tutti e due.
Inizialmente in modo raro e col passare del tempo sempre più diffusamente, quasi in occasione di festa, krafen, focaccia e ogni tanto pizza (perché sporcava di più) e le patatine (preferibilmente le Pai, che contenevano giocattoli-sorpresa a differenza delle San Carlo che erano solo da mangiare).
Chi veniva dalla città era più improntato alla classica brioche confezionata, più pratica e pronta all’uso, panini preferibilmente al prosciutto (perché ritenuto meno grasso e più salutare rispetto al salame o mortadella), la cui farcitura veniva richiesta direttamente al banco del negozio di alimentari al momento dell’acquisto del pane, creando inevitabilmente lunghe code di attesa ad essere serviti.
Per il “bagnante” era molto diffuso l’uso dello yogurt (localmente pressochè inutilizzato) e budini a lunga conservazione.
Questi ultimi di ditte quasi monopolizzatrici del settore (Galbani, Parmalat), erano una via di mezzo tra creme e gelatine, in vaschette di plastica spesso addirittura scolorite e deformate dall’esposizione al calore del trasporto, aromatizzate a gusti prevalentemente di frutti, che denotavano già che forse i frutti non li avevano mai incontrati.
Spesso si ricorreva allo scambio di merende, scoprendo nuovi sapori e testando ciò che sarebbe mutato a breve, variando le abitudini condivise oltre ai giochi svolti insieme.
Anche sulla tavola, per i pasti principali, c’erano differenze sostanziali: il “bagnante” insegnava l’esistenza del prosciutto e melone, consumati in quantità industriale, mentre “noi” insistevamo con pomodori ripieni freschi e zucchine – melanzane – cipolle ripiene al forno, preparate dalla “massaia” di casa, talvolta la sera prima, dopo aver terminato la giornata lavorativa, e messe “a freddare”.
Non mancavano scatolette di carne in scatola, principalmente Simmenthal con la caratteristica apertura a chiavetta per arrotolarne la linguetta di sigillo: operazione che tanto era un traguardo per sentirsi diventati grandi nel momento in cui era consentito di poterlo fare, tra mille raccomandazioni di fare attenzione a non tagliarsi.
E poi, i vari tonni, che subiranno uno scalzamento nelle preferenze con gli Spuntì, delle sorte di patè spalmabili a base di carne o pesce, la Manzottin, ciclicamente sconsigliata, nelle confidenze scambiate, a causa di presunte impurità produttive, ecc.

E che dire dei dadi?
I dadi erano degli insaporitori per eccellenza, quando l’avvento dei cibi in busta surgelata era ancora da realizzarsi.
Ebbene, un dado, talvolta centellinato e utilizzato in più dosi frazionate, era sempre nel sacchetto, o meglio nella retina della spesa (perché oltre ai sacchetti classici esistevano delle borse fatte a retina, riutilizzabili per anni), le quali diventavano un pericolo nei trasporti in bicicletta, perché le lunghe maniglie le portavano ad infilarsi tra i raggi delle ruote, facendo rischiare improvvise cadute.
A farla da padrone era il dado Star, grazie anche ai sui punti su uno dei fianchi lunghi della scatoletta, che venivano raccolti su schede assimilabili ad un giornaletto, per mirare ad ottenere “ricchi premi”, illustrati su un apposito catalogo consultabile in unica copia presso il punto vendita.
In estate, con gli arrivi turistici, sullo scaffale dei dadi si intensificava la presenza di altre marche, Knorr e Liebig, che creavano a “noi” la tentazione di provarli, salvo poi tornare alla tradizionalità precedente.

Il settore dei latticini, per “noi” era basato sulla scaglia di formaggio, quello “da grattare” (ossia grattugiare), molto comune perché poteva essere utilizzato un po’ per tutto e la varietà non era sicuramente ricercata, così come era pressochè sconosciuta la differenza tra Padano e Reggiano: l’importante era che fosse buono (mai capito un metro di valutazione effettivo relativo al gusto, ma assolutamente più concepibile l’apprezzamento rispetto al prezzo più conveniente!!), senza tante “belinate” di palato.
Ogni tanto ci si poteva togliere qualche sfizio con gruviera, ricotta, stracchino, gorgonzola (questa, spalmata, aiutava qualche veloce variante di panino) e poi tutti gli altri formaggi erano catalogati bonariamente con il termine cumulativo e accomunante di “formaggetta”, così si faceva prima!
Non mancavano i formaggini, tendenzialmente acquistati per i bambini, ma in effetti capriccio anche per i grandi, che nascondevano così il ricorrere ad un utilizzo di alimenti più risparmiosi.
Quali formaggini?
Susanna, scatoletta rotonda piatta, che conteneva formaggini di forma a spicchio confezionati singolarmente in stagnola e con sopra etichetta triangolare in carta; acquisto ricercato perché consentiva di raccogliere i punti che avrebbero permesso di raggiungere il regalo della “Mucca Carolina” gonfiabile.
Mio, scatoletta di cartone appiattita classica, contenente tre formaggini quasi quadrati, confezionati singolarmente in stagnola, con la sorpresa costituita da sagomine gommate di personaggi (in genere si rifacevano ai fumetti, o ai cartoni animati, che erano i supereroi dell’epoca).
Bel Paese, scatoletta cilindrica di plastica, forata su coperchio e fondo, contenente due formaggini a disco, più grandi per quantità rispetto a tutti gli altri, confezionati singolarmente in stagnola, con sopra etichetta circolare in carta; i “nostri bambini” li gradivano il modo particolare nel mese di giugno e inizio luglio, perché la scatoletta serviva a effettuare la caccia alle lucciole e alle coccinelle, che venivano catturate la sera e liberate al mattino, se non fossero riuscite a scappare già nella notte attraverso i buchetti della scatoletta; il fatto che il piccolo contenitore fosse di plastica rigida ed in due pezzi completamente staccati, permetteva una più agevole cattura degli insetti, in quanto era possibile tranciare la foglia o il rametto su cui la preda era posata, aumentando il raggio d’azione di cattura e limitando che potesse volare istantaneamente via.
Il formaggino, o veniva spalmato sul panino, o finiva ad “ingrassare” la minestrina di dado, che non raramente era aromatizzata maggiormente con l’aggiunta di un giovane getto di maggiorana, aromatica presente in quasi tutte le pietanze estive locali, magari alternata o mischiata con origano, prezzemolo e basilico, dando quel profumo e sapore tipici di estate ligure.

Poi il pane.
Al mattino, corsa a fare la fila da panetterie e botteghe di alimentari, per accaparrarsi uno spuntino per prima di pranzo.
Nacque così l’intollerata e tormentante incapacità di adattamento e comprensione da parte del “bagnante” nei confronti di riferimenti tipici e tradizionali usi locali, i quali prevedevano da sempre una semplicissima distinzione tra focaccia e pizza, che improvvisamente e disgraziatamente venivano richieste con le infastidenti definizioni di “pizza bianca” e “pizza rossa”, come se esistesse un’incapacità genetica e mentale ad assimilare con rispetto terminologie locali, tipiche del luogo che ospita.

Da sempre oggetto di diatriba sociale e culturale, con vanto di superiorità linguistica, chissà come sarebbe stata recepita a parti invertite definendo “brodaglia d’aglio” una “bagna cauda” o “fetta di carne girata in pan grattato” una “cotoletta alla milanese”!?
Resta il fatto che l’alternativa era un pratico panino imbottito con qualche fetta di salumi, sbrigativamente economici, e poi via verso la meta giornaliera di spiaggia e mare, con la classica ripetuta processione a passo svelto per occupare i posti migliori sull’arenile o quello assegnato negli stabilimenti balneari a pagamento, come una sorta di transumanza celebrata fuori dai marciapiedi, nell’ostentazione di una padronanza del luogo.
Il “bagnante” effettuava l’acquisto a numero di panini o ad etti, tra i vari sondaggi di quali fossero le peculiarità di ogni variante esposta, condendo l’acquisto con qualche pezzo di quelle che definiva odiosamente e maledettamente “pizza bianca” e “pizza rossa”, e ricorrendo ad uno stuzzichino mattutino con una manciata di grissini.
L’acquisto effettuato a peso, qualche volta dava il via ad un “teatrino”, sottilizzando sull’accidentale superamento del peso una volta messo sulla bilancia, richiedendo ripetuti tentativi di sostituzione di alcuni panini con altri per rientrare per pignoleria nel peso richiesto inizialmente
Per “noi” la questione era più sistematica e ripetitiva, perché il tipo di pane era sempre lo stesso e, secondo il giorno della settimana, variava solo la quantità che era espressa a peso e valutata in termini di quarti di chilo, senza badare se la pesata eccedesse o variasse dalla richiesta iniziale; i grissini venivano spesso snobbati, perché più cari a parità di peso (liguri non per caso!!).

… e la carne.
Per “noi” era un acquisto quasi occasionale e assolutamente saltuario, prediligendo polli interi (le interiora erano ancora considerate una leccornia) che venivano poi trattati a casa, secondo le proprie necessità ed abitudini nei modi più articolati, qualche pezzo ridotto a spezzatino, o trita, o da bollire (in realtà destinata al sugo e richiesta da bollire, perché così si riconduceva ad un pezzo poco pregiato e più economico), oppure salsiccia (utilizzata per insaporire il sugo e poi rosolata nuovamente per essere consumata a parte).
Tutto il resto erano “fettine” indipendentemente e senza distinzione di taglio, con la sola eventuale eccezione della “bistecca co-o mànego” (la costata, da mangiarsi un paio di volte nella vita per fare contento qualcuno in famiglia, disperandosi del prezzo pagato e facendo continuo paragone con quanto altro si sarebbe potuto comprare e mangiare con pari spesa!!).
Per il “bagnante”, e qui c’era solo da osservare e imparare, magicamente ogni pezzo, ogni nome, ogni taglio, avevano un significato, delle caratteristiche specifiche, degli usi dedicati e preferibili: una vera e propria arte conoscitiva che lasciava un po’ sorpresi e quasi sgomenti di come un semplice pezzo di carne potesse avere ed assumere un’identità così tanto distintiva da renderlo unico e diverso dagli altri che aveva adagiati a fianco, in bella vista, nella vetrinetta del bancone nella macelleria.

E finiamo con le “leccaìe”, ovvero le “golosità”.
Le caramelle, una stecca di Charms in vari gusti o di Tic Tac, erano sempre presenti nella borsa della spiaggia, insieme ai costumi di ricambio.
La borsa veniva accuratamente appesa all’ombra alle stecche dell’ombrellone, oppure sistemata accuratamente sotto strati di vestiti, con la “sorpresa” che il calore della giornata scioglieva le caramelle, tanto che quando si andavano a prendere non restava che succhiare un impiastro appiccicoso tra le veline del pacchetto.
Dopo l’inconveniente capitato, si optava saggiamente per i “cicles”, perché si chiamavano ancora comunemente in questo modo le gomme da masticare, sputate ed appiccicate ovunque, tanto amate quando accidentalmente spalmate sotto la suola delle scarpe!!
I o le “cicles”, il genere maschile o femminile derivava arbitrariamente da come si volessero considerare e chiamare, cioè le gomme da masticare, erano delle più disparate dimensioni, gusti e forme, ma la parte del leone erano le Brooklyn “la gomma del ponte” come recitava lo slogan sparato a mille, un tavoletta sottile, con i suoi innumerevoli gusti, dal sapore che svaniva dopo poche masticate, per le quali occorreva non poca tecnica per realizzare un “palloncino”, gestita a lungo nell’ostentata perseveranza a “ruminare”.
Presto arriveranno nell’uso comune le Big Babol, con la variante alla fragola, più consistenti, grosse e gommose, con sapore e profumo più persistenti e duraturi, che permetteranno di fare palloncini giganti, spesso oggetto di scherzi mirati a farli esplodere improvvisamente, impiastricciando interi visi e capigliature dei malcapitati artisti, non senza qualche accidentale e forzato taglio di capelli per eliminare i residui dell’esplosione.
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OSPITI E PADRONI

Chiudo questa carrellata di ricordi e confronti con una riflessione, forse quella più amara, ma che purtroppo esiste, perchè illustra un apsetto delicato e doloroso dell'evoluzione di Andora e di tanti altri paesi che hanno subito la trasformazione turistica degli ultimi decenni.

La crescita di Andora, lo sviluppo a cui è stata sottoposta, sono partiti dall’ideale di dotarla di servizi, farla diventare un’attrattiva per il turismo, sfruttando quelle che potevano essere le peculiarità enormi garantite e messe a disposizione dalle caratteristiche del territorio.
L’iniziale ricettività turistica, a dire il vero impreparata ed ampiamente improvvisata, rendeva possibile un’attrattiva ricercata ed apprezzata solo perché le pretese e aspettative erano minori, si usciva da un periodo duro, intravvedendo sviluppo e benessere e già solo questo costituiva motivo di gioia e divertimento.
Poi le esigenze sono state sempre crescenti, esponenzialmente crescenti, e l’offerta non è stata in grado di percepire il cambiamento e di adattarsi in modo avveduto al cambiamento rapido che si stava attuando, perdendone l’allineamento con i tempi.
Troppo a lungo e ancora oggi, si è proceduto a sfruttare le risorse territoriali, portandole all’esaurimento ed inflazionando quanto di preesistente, puntando all’espansione, quando invece sarebbe stato più coerente conservare e investire per migliorare.
Ma la storia non ci ha insegnato niente: aumentano le costruzioni, si riducono gli spazi, il verde, i parcheggi (perché aumenta la popolazione), i posti sulle spiagge, c’è carenza di servizi primari (acqua su tutti).
Un errore di fondo, già dalle origini dello sviluppo edilizio, ha portato gli investimenti a diventare speculazione.
Elevati indici edificatori sono stati attribuiti a lotti, creando interessi di investimento, che hanno portato alcune famiglie locali a considerale la svendita delle proprie estensioni terriere per il facile guadagno immediato, apparentemente ricevendo l’opportunità di un benessere che aiutava ad uscire o sopperire grandi e sofferte fatiche vissute da generazioni nella dura vita contadina.
Un apparente facile guadagno piovuto dal cielo che ha fatto trapassare dalla condizione di proprietario a quella di occupato in altro settore.
Un processo che a lungo andare ha impoverito il territorio, ma anche tolto stabilità a piazzate famiglie locali.
L’euforia di quattro spiccioli tintinnanti nelle tasche ha radicalmente trasformato la situazione iniziale in cui i proprietari locali, gli andoresi, ospitavano orde turistiche, gestendo un’attività stagionale che consentiva di arrotondare ed ingrassare il normale bilancio economico personale.
La speculazione, l’ininterrotta costruzione e svendita di territorio, “per quattro soldi maledetti e subito”, ha trasformato radicalmente le cose, secondo cui i proprietari locali hanno ceduto le proprietà, non ospitano più il turista, il quale è diventato proprietario o pluriproprietario a sua volta e, quindi, non più ospite, ma molto spesso ospitante.
L’economia turistica, intesa come economia che resta collegata al territorio, si è trovata altamente sbilanciata, perché gli investimenti sono sul territorio, ma non appartengono al territorio e non ci restano.
Andora non appartiene più agli andoresi, il cui numero è troppo sbilanciato in riduzione, rispetto alla gestione patrimoniale immobiliare locale, rispetto a quanto appartiene al mondo delle seconde case e dell’antico ospite diventato, invece, proprietario.
Per avere un’idea delle proporzioni sbilanciate che sono state create e che continuano ad accentuarsi, per ogni abitazione di un andorese effettivamente residente ci sono cinque seconde case, e per ogni abitante andorese effettivamente residente ci sono tredici individui non residenti.
Non c’è bisogno di grandi spiegazioni, perché i numeri sono molto eloquenti, per illustrare la situazione che si è venuta a creare, dove un territorio è sotto scacco a causa di scelte sbilanciate a cui, nonostante tutto, non si è posto e non si pone rimedio.
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