IL NOVECENTO - Andora nel tempo

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IL NOVECENTO

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IL NOVECENTO
(Carlo Volpara)



Carlo Volpara nel suo “A STAMPINO C’ERA IL CONTE” così sintetizza: “Il primo quarto di secolo del ‘900 vede Andora e la sua valle uscire dal torpore e dall’immobilismo che l’avevano caratterizzata nel lungo periodo precedente e condurla incontro a profonde trasformazioni alcune delle quali la caratterizzano ancora attualmente. Dopo la costruzione della nuova stazione ferroviaria, arriva anche l’energia elettrica e quasi in contemporanea si spengono le fornaci per la fabbricazione dei mattoni lasciando come testimonianza le due tipiche “sotte” dalle quali veniva estratta l’argilla che, una alla Marina e l’altra appena a monte del ponte ferroviario, per molti anni ancora testimonieranno questo piccolo passato industriale.


"a sòtta" (odierna via Usodimare - via Caboto)

Ciò che risulta più evidente e colpisce maggiormente nel processo di cambiamento è proprio il paesaggio che si trasforma. Fino allora nella parte planiziale della bassa Val Merula non si trovava quasi costruzione alcuna poiché il Merula, non ancora arginato, con le sue periodiche disastrose piene, rovinava sistematicamente i campi del fondovalle rendendo vano ogni tentativo di coltura e alla stessa stregua era assolutamente sconsigliabile edificare abitazioni troppo vicino al letto del fiume. L’unica coltivazione che gli andoresi erano riusciti ad impiantarvi era stata quella dell’ulivo ed in una maniera talmente fitta che, come afferma un altro autore, Carlo Reynaudi ancora all’inizio del’900 …” dalla stazione di Andora, passando fra una vera foresta di ulivi… si arriva fino all’abitato di Molino Nuovo prima di uscirne”.
 
Per avere una vaga idea di quale aspetto dovesse avere e come dovesse presentarsi la nostra valle in tutta la parte planiziale medio-bassa fino all’inizio della Prima Guerra Mondiale, bisogna pensare che il paesaggio era uniforme a quello che si presenta ancora oggi solamente nella parte alta di Piangrande, unico punto dove è sopravvissuto qualche frammento della grande foresta di ulivi che fino ad allora e per secoli aveva contraddistinto il paesaggio.
 
Ma dopo la Grande Guerra quasi tutti gli uliveti sono scomparsi poiché lo stato paga molto bene la legna per usarla come combustibile per le locomotive oppure come traversine per la costruzione delle trincee. I terreni, ormai deprezzati, si sono trasformati in squallidi gerbidi che al massimo possono fungere da pascoli ed è a questo punto che si verifica la prima vera ondata immigratoria rappresentata principalmente da contadini liguri che provengono dal savonese e dintorni. Costoro comprano i terreni incolti dai proprietari locali a basso costo e nel corso di pochi anni a prezzo di tanta fatica e sudore li trasformano in rigogliosi frutteti.”



Vengono così piantati grandiosi frutteti là dove fino a pochi anni prima c’erano uliveti. Si tratta di peschi, albicocchi e peri, ma la produzione per eccellenza è quella delle pesche.



La frutta della piana andorese in breve tempo si fa conoscere ed apprezzare sia nel circondario che nelle grandi città. Andora, che fino allora mal sopportava il sarcastico detto: “Andora, chi la cerca non la trova”, riesce finalmente ad acquisire visibilità e ad essere riconosciuta oltre i meri confini liguri.
 
Schiere di donne alacri lavorano all’incestamento della frutta che viene ordinatamente sistemata nei “plateau” e “gaggette” prodotti dalle segherie locali “e sère”, seguendo un ambito di totale autonomia produttiva locale. Le cassette vengono poi spedite mediante autotreni o vagoni ferroviari tanto in Liguria quanto nelle grandi città del nord Italia. C’è anche qualcuno, come il Commendator Quaglia, che si permette il lusso di spedire le proprie pesche al mercato londinese di Covent Garden già prima della guerra!

Questa economia d’eccellenza durerà alcuni decenni, almeno fino a quando i mutati tempi ed il boom economico non imporranno forzatamente un altro mutamento paesaggistico nella piana andorese a causa della crescente richiesta di abitazioni al mare.



Si comincia in sordina già durante gli anni cinquanta con qualche modesta villetta sulle prime pendici collinari, ma la vera esplosione avviene all’inizio degli anni sessanta quando il nostro paese entra nelle mire dei grandi palazzinari venuti da fuori ed inizia l’edificazione dell’attuale Andora centro.
 
I frutteti e gli orti della Marina vengono progressivamente soppiantati da un altro genere di coltivazione, evidentemente molto più redditizio, quello dei palazzi. Dalla mattina alla sera sorgono e crescono in maniera spropositata condomini a cinque piani senza sosta e ciò che è più desolante è che si costruisce ovunque, anche a pochi metri dal mare con poco stile e poca estetica. Fortunatamente la stretta zona litoranea, immediatamente alle spalle della battigia, era già stata occupata durante gli anni trenta dalle colonie marine edificate per i figli dei lavoratori dipendenti delle città di Cuneo, Asti, Milano, Genova.  Questo contribuirà a salvaguardare in qualche modo i primi metri retrostanti la spiaggia, altrimenti anche Andora avrebbe fatto la fine di tanti comuni rivieraschi, divenuti esempi negativi di urbanizzazione selvaggia soprattutto a causa degli edifici costruiti in riva al mare, anche se purtroppo recentemente abbiamo avuto un esempio di tal genere anche nel nostro paese.  
 
Durante questo boom edilizio, le modeste casette coloniche a poco a poco vengono abbattute per far posto ai palazzoni a cinque piani ed alle vie squadrate. Anche l’antico e spettacolare acquedotto aereo del XVIII secolo, con le sue molteplici arcate che originava dalle sorgenti di Mezzacqua e portava i rifornimenti idrici fino alle proprietà del Marchese Maglioni di Villa Mazè, cade vittima delle speculazioni edilizie.
 
Come ho già riferito, questo acquedotto, si sviluppava su decine di arcate e caratterizzava in modo del tutto originale la piana agricola andorese, tanto da poter diventare una testimonianza significativa della nostra storia rurale ed economica, ma probabilmente intralciava troppo le mire speculative, tanto che oggi ne rimangono in piedi solo tre misere arcate.
 
Anche Palazzo Tagliaferro corre il severo rischio di essere immolato sull’altare della novella filosofia modernista a tal punto che viene paventato il suo abbattimento onde poter far arrivare Via Cavour direttamente al mare!  Alle Belle Arti qualcuno però conserva ancora un po’ di senno e gli insensati amministratori pubblici del tempo devono sottostare all’autorità specifica.
 
Di pari passo con lo sviluppo urbanistico, inizia a cambiare anche il modo di coltivare degli agricoltori locali. Non si coltiva più solamente all’aperto, ma si inizia a coltivare al chiuso, cioè inizia la costruzione delle serre, dapprima in legno e poi in metallo e le colture vengono differenziate. Negli spazi agricoli residui le coltivazioni da estensive si evolvono in intensive.
 
Inizia l’epoca dell’orticoltura in serra e della floricoltura.
 
Garofani, rose, anemoni vengono portati ogni mattina al mercato di Sanremo ed Andora entra a far parte della Riviera dei Fiori.
 
E’ proprio in quel periodo dai connotati altamente floricoli che una giovane ed inesperta floricultrice, Maria Luisa Manno, che un paio di anni prima aveva ereditato dal suocero, morto prematuramente, una serra di strelizie non ancora sufficientemente cresciute per dare rendita, giovane, ma non per ciò priva di ingegno, in attesa che nel frattempo le piante diventassero produttive, cerca di far rendere in maniera alternativa la serra. Ed ecco che prova a seminare, tra le ancora piccole e rade piante di strelizia, alcune strisce di …..di…. di basilico, sì proprio di basilico e così nel 1969 inizia la fortunata saga del basilico di Andora.
 
Il primo anno è puramente sperimentale, è l’anno zero, e serve per constatare quanto sia difficoltoso coltivarlo, infatti il guadagno ricavato è puramente simbolico: mille lire, ma il secondo ricava già trentamila lire. La floricultrice si rende conto che ci si può fare un buon guadagno. Per qualche anno ancora proseguirà nella coltura estendendola a tutta la serra, ma non potrà continuare ancora a lungo a coltivarlo perché ormai le strelizie stanno crescendo ed in breve non ci sarà più spazio per il basilico.
 
Ma ormai il ghiaccio è rotto e gli amici agricoltori vicini di podere hanno visto e capito la lezione: il basilico può essere più che un’opportunità!
 
In pochi anni la sua coltivazione si allarga a macchia d’olio ed oggi rappresenta un’altra eccellenza della Val Merula. Il basilico di Andora è conosciuto ovunque ed il suo profumo, riempiendo magnificamente le narici, è sinonimo di dieta mediterranea. Con il basilico D.O.P. continua anche al giorno d’oggi la saga dei prodotti d’eccellenza della nostra valle.
 
Ma c’è un’altra bella storia da raccontare, relativa ad una coltivazione locale più di nicchia, ed è quella relativa alla vicenda della Cipolla Belendina.
 
Circa un secolo fa e forse anche più, un navigante andorese, tal Settimio Denegri, di ritorno da uno dei suoi viaggi di lavoro nell’oriente, porta ad Andora i semi di una cipolla particolare, grande, dalla forma a fiasco, di sapore dolce e di un colorito granata che riempie il cuore.
 
La sua coltivazione si diffonde soprattutto nella zona di Mezzacqua e perdura fino agli anni ’60 quando gli orti della Marina devono mestamente lasciare il passo ai costruendi palazzi che caratterizzeranno e purtroppo caratterizzano ancora la moderna Andora. Un agricoltore in particolare, Trentino Bellenda, dopo averla coltivata per una vita, continua a conservarne la semenza, anche quando va in pensione. Forse rimane l’ultimo possessore della semenza. Ecco allora che arriva in suo soccorso un altro andorese più giovane, che decide di salvare questo splendido esempio di biodiversità e recuperarne la memoria storica oltre che il valore commerciale: si tratta di Marco Gagliolo, il quale decide di battezzarla col nome del suo ultimo possessore.







Ed è così che, dopo anni di strenuo impegno e pubblicizzazione nelle giuste sedi, la Cipolla Belendina ottiene l’elevazione a Presidio Slow Food.
 
Oggi la Cipolla Belendina è una produzione tipica di Andora ed il Presidio è il risultato della lungimiranza e del grande impegno di un grande andorese, Marco Gagliolo, che per anni ne ha promosso la tutela, la valorizzazione, ne ha ricostruito la storia e con il Comitato per la promozione della Cipolla Belendina, ha favorito la condizioni per l’ottenimento del Presidio.
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Sito Web ideato e realizzato da Mario Vassallo - Andora
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