IL TESORO DELLA LIGURIA - Andora nel tempo

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IL TESORO DELLA LIGURIA

IL TESORO DELLA LIGURIA

(Antonello Degola)
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Per tutti la Liguria è mare, colline, oleandri, ginestre.
E ulivi, tanti ulivi. Arrampicati sulle fasce create in secoli di duro lavoro, gli alberi verdi e argentei presidiano l’entroterra, muovono il paesaggio colorato e assolato dell’estate, quello più freddo e ombroso dell’inverno.
E ovunque, nei paesini e nelle frazioni, nelle città e nei borghi storici, troviamo frantoi familiari e grandi stabilimenti, raffinati negozi ma anche botteghe e addirittura case private dove si vende la maggior ricchezza di questo suolo, l’olio d’oliva.
E ci sembra che sia stato sempre così, dagli inizi della storia: invece, la coltura e la produzione dell’olio sono relativamente recenti nella storia millenaria del pianeta Liguria.
In età preistorica, lo sappiamo, l’aspetto e la vegetazione della nostra regione erano assai diversi da quello attuale e tuttavia già allora si possono intuire le caratteristiche che la renderanno celebre e apprezzata: intendiamo la mitezza del clima e la qualità dei suoi prodotti agricoli, l’olio sopra tutti.
La brevità delle valli, l’altezza contenuta delle montagne, poste a nord, la vicinanza del mare, infatti, sono le cause del clima particolarmente dolce che nei secoli ha dato vita a una dimensione territoriale esclusivamente ed estesamente agricola, dell’ulivo principalmente, ma anche della vite, degli alberi da frutto, degli agrumi e degli ortaggi.
Nella numerosissima serie di piccoli nuclei abitati distribuiti sui versanti vallivi, spesso a mezza costa, nelle posizioni meglio esposte al sole e più confortevoli, notiamo la frequente presenza delle “caselle”, indicative di un’attività pastorale e di allevamento in particolare, e di un’attività agricola in generale.
Come sappiamo, l’ambiente naturale prima della costruzione della via Julia Augusta doveva essere ben diverso, ma il tracciato della grande strada consolare e la nascita della relativa e importante “mansio” di Lucus Bormani nella piana di Diano Marina diradarono la vasta e foltissima foresta che da millenni ricopriva tutta la zona e all’interno della quale si celebravano i riti e i commerci degli antichi liguri.
Lì si onorava il dio delle acque e delle sorgenti Borman, e la sua sposa Bormana, che i romani assimilarono ad Apollo e a Diana, alla quale intitolarono addirittura il sito: “Pagus Dianius”.
L’opera di disboscamento iniziata dai romani continuò nel Medioevo, prima per la produzione del carbone, poi per la costruzione delle navi per le quali era utilizzato l’ottimo rovere della foresta e, infine, per lasciar posto alla coltura dell’ulivo.
Sull’origine e sulla diffusione dell’ulivo in Liguria si dibatte fin dal XVIII secolo da parte di agronomi, storici e letterati; ancora recentemente la questione è stata definita centrale per la storia del paesaggio agrario della regione, proprio a causa della rilevanza che l’olivicoltura e il commercio dell’olio hanno avuto e hanno dal Medioevo ai giorni nostri.
Sono state avanzate diverse ipotesi su quando e da chi sia stato introdotto l’ulivo in Liguria e due sono tra le più accreditate.
Secondo studiosi come Bianchi, Navone, Bertolotti, Gallesio, l’ulivo sarebbe stato importato dai crociati di ritorno dalla Terrasanta.
Per altri come Riva, Giordano, Fornara, padre Perico e molti altri storici, soprattutto del Ponente ligure, la pianta sarebbe stata portata qui nel X secolo dai Benedettini esuli dal Nordafrica.
Del resto, ai monaci di san Benedetto vengono attribuite tutte le modifiche e le migliorie in campo agricolo: dai terrazzamenti (le fasce) alla coltura della vite e del castagno, dall’irrigazione alla costruzione dei frantoi.
E ancora: avrebbero creato fucine per la lavorazione del ferro, stabilimenti per la tessitura e per la fabbricazione della carta…
Come che sia, gli storiografi più antichi e i geografi classici come Strabone escludono che i liguri coltivassero l’ulivo prima, durante e dopo l’occupazione romana.
Nei cosiddetti “secoli bui” che seguirono il collasso dell’Impero, a causa dello spopolamento delle campagne, della contrazione demografica nelle città e nel contado, delle incursioni turco-barbaresche, della chiusura delle rotte mediterranee, si verificò una crisi che colpì gran parte dell’Europa e del Mediterraneo, coinvolgendo i mercati, i traffici marittimi e, di riflesso, anche le attività agricole compresa l’olivicoltura.
Soltanto a partire dal X secolo, e sempre su impulso delle comunità monastiche, si crearono condizioni sociopolitiche favorevoli alla ripresa dell’agricoltura in generale e di quella olivicola in particolare.
Nello studio dell’olivicoltura ha una notevole importanza Capo Mele, che non è soltanto il punto della costa ligure che maggiormente si prolunga nel mare, costituendo un riferimento imprescindibile per la navigazione, ma è anche un punto di divisione geografica-agronomica.
A occidente del Capo, infatti, viene coltivata la varietà “giuggiolina” detta anche “taggiasca”, che dà un olio fine, squisito, profumato e privo di acidità; a oriente si coltiva invece la “colombina” o “colombaia” che dà un olio meno fragrante e più greve.
Dal X secolo in poi la coltura dell’ulivo nel Dianese diventa di importanza primaria, tanto che nel XIV secolo troviamo esenzioni dai dazi per l’olio e negli “Statuti” di Diano del 1363 si citano i “curatores olii”.
All’inizio del XVI secolo il Giustiniani descrive la valle di Diano come celebre per la bontà e quantità del suo olio.
Tre secoli dopo l’olio rappresenta la coltura più importante a ponente di Capo Mele, con una produzione di 370.000 barili, dei quali 40.000 prodotti a Diano e 25.000 a testa a Cervo, Andora e Laigueglia.
L’ulivo e l’olio: il vero tesoro della Liguria, allora come oggi.
E, allora come oggi, un tesoro difficile da coltivare in un territorio “verticale” come il nostro, di scarsa estensione, di ardua manutenzione.
A coloro che questo tesoro hanno creato e tenuto in vita nei secoli dedichiamo queste appassionate parole di un grande ligure, il finalese Giovanni Boine, che le scrisse nel 1911:
Terreno avaro, terreno insufficiente su roccia a strapiombo, terreno che franerebbe a valle e che l’uomo tiene su con grand’opera di muraglie e terrazze.
Terrazze e muraglie fin su dove non cominci il bosco, milioni di metri quadri di muro per quindici, per venti chilometri dal mare alla montagna, milioni di metri quadri di muro a secco che chissà da quando, chissà per quanto i nostri padri, pietra per pietra hanno colle loro mani costruito.
Pietra su pietra, con le loro mani, le mani dei nostri padri per secoli e secoli, fin su alla montagna!
Non ci han lasciato palazzi i nostri padri, non hanno pensato alle chiese, non ci hanno lasciato la gloria delle architetture composte: hanno tenacemente, hanno faticosamente, hanno religiosamente costruito dei muri a secco come templi ciclopici… dal mare fin su alla montagna!
Muri e terrazze e sulle terrazze gli ulivi contorti, a testimoniare che han vissuto, che hanno voluto, che erano opulenti di volontà e di forza; i muri e le terrazze a testimoniare che han vinto contro la natura la loro battaglia ordinata; gli ulivi contorti a mostrarci la generosità e l’opulenza delle anime loro. Anime piene, anime pingui, anime vive nella loro forma conchiusa, vive di tutti noi che non eravamo ancora e di tutti i padri che già eran vissuti.
Perché gli ulivi!
Lentissimi a crescere, tardissimi a dare, solo i popoli ricchi li hanno coltivati; solo le generazioni cui altre generazioni han tramandato una ricchezza sicura; solo le razze sicure della sopravvivenza loro, piene della sopravvivenza loro, piene e sicure della perpetuità della loro vita.
E qui i padri han faticato per i figli e i nepoti, ogni generazione visse degli sforzi della generazione passata e lavorò per la generazione veniente […]
Ulivi, uliveti dappertutto. Il prato diventò uliveto, la vigna uliveto, il bosco… faticosamente, dolorosamente, tenacissimamente uliveto.
E l’opera trionfale della razza, di tutta la razza, fu compiuta […] Secoli di stenti, secoli di fede chiusa, colpi di bidente, pietre l’una sull’altra a fatica: pareva avidità di possesso ed era… la coscienza di una razza, la forza di una razza, la sicura religione della razza.
La nostra cattedrale! Gli uliveti folti, boscosi, d’argento per tutto! Avevamo fatto il nostro destino, il destino nostro era ora conchiuso; i padri finalmente avevano fissato il nostro destino.
E noi fummo fra gli ulivi come un popolo antico nella sua cattedrale: ogni speranza era lì, ogni nostra sicurezza era lì, negli ulivi.


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