L'OLIVICOLTURA - Andora nel tempo

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L'OLIVICOLTURA

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L’OLIVICOLTURA
(Carlo Volpara)



Abbiamo pertanto visto che, malgrado la pesante tiara delle malsane paludi della zona costiera, il binomio Val Merula-olivicoltura è un binomio pressoché indissolubile da quando i primi uomini decisero di insediarsi in questo luogo per farne la loro residenza fissa.
 
Se è vero che i colonizzatori nonché fondatori di Andora furono i focesi, è altrettanto vero che la coltura dell’ulivo inizia coi greci e continua coi romani, sebbene la   diffusione su larga scala della sua coltivazione sia da ascriversi ai monaci di San Colombano di Bobbio.
 
Ludovico Giordano nel suo “I BENEDETTINI NELLA LIGURIA OCCIDENTALE” riporta a tal proposito: “Alla diffusione del monachesimo bobbiese è poi attribuibile l’introduzione della coltivazione dell’ulivo nella Liguria marittima che, in alcune zone più occidentali, conserva ancora il nome di “colombaire” ad una determinata qualità di olive perché introdotte dai monaci di San Colombano”.
 
Comunque furono altri monaci, e per la precisione i Benedettini di Taggia che perfezionarono il lavoro già compiuto in precedenza sugli ulivi selvatici della macchia mediterranea, creando la notissima cultivar “taggiasca”, anche se recentemente sono stati indicati i monaci di San Colombano di Lerino, l’attuale isola di Lerins davanti a Cannes, come i precursori della cultivar taggiasca.
 
La tesi più accreditata è che i Benedettini tabiesi arrivarono alla realizzazione di questa nuova varietà incrociando e reincrociando più volte la pianta preesistente locale con quella tipica della zona di Cassino, luogo d’origine del loro ordine. Attraverso innesti selezionati i monaci riuscirono a creare una specie dalle indubbie dimensioni ridotte, ma altrettanto indubbiamente resistente ai parassiti ed alle intemperie e per di più dalla resa eccezionale e soprattutto di eccelsa qualità, producente un olio di notevole qualità aromatica, pressoché senza pari ancora al giorno d’oggi.
 
I documenti affermano che, quando nell’anno 891 il convento di Taggia venne distrutto durante un’incursione saracena, la diffusione della coltivazione della taggiasca andava già da Andora alla Francia. Lo sviluppo della sua diffusione proseguì nel tempo subendo due incrementi significativi in altrettanti periodi: il primo si verificò tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600 ed il secondo, periodo tra l’altro in cui la coltura dell’ulivo ebbe la sua massima diffusione, a cavallo tra l’ultimo trentennio del ‘700 e la prima metà dell’800.
 
L’ultima parte espansiva fu determinata dal forte aumento di domanda di olio d’oliva sia da parte del Nord Europa, sia dalle richieste provenienti dalla Francia dove l’olivicoltura era stata irrimediabilmente danneggiata dalla piccola glaciazione avvenuta nel ‘700. Gli ulivi, morti a causa del freddo, non erano più stati sostituiti, ma rimpiazzati dalla coltura della vite. Non da ultimo ci fu pure una grande richiesta da parte della industria del sapone marsigliese che si trovava in piena espansione.
 
A questi periodi di espansione colturale si lega anche la realizzazione dei particolari terrazzamenti, detti fasce, che aiutarono non poco nella coltivazione di queste piante e non solo. Furono sempre i Benedettini ad introdurre l’usanza di bonificare i terreni coltivabili liberandoli dalle pietre e di risistemarle sotto forma di muri e muretti a secco per meglio contenere la terra coltivabile. In questa maniera i terreni diventarono più produttivi ed anche meglio usufruibili. La realizzazione dei terrazzamenti proseguì nel tempo a ritmo costante ovunque, ma conobbe la sua massima espansione, seguendo di pari passo la coltivazione dell’ulivo, proprio tra fine settecento e la prima metà dell’ottocento, quando la redditività dell’olivicoltura conobbe il suo massimo storico e gli agricoltori arrivarono a bonificare i costoni delle colline fino alle creste proprio in conseguenza della notevole richiesta di olio d’oliva.


 
Al proposito è significativa la testimonianza di Marco Maglioni, già sindaco di Andora, il quale nei “CENNI STORICI SULLA VALLATA E IL CASTELLO DI ANDORA” editi nel 1895, così scrive  “… a seguito di un eccessivo disboscamento , effettuato con lo scopo di ampliare le colture fino alle vette delle colline circostanti, uno spaventoso temporale desolò la vallata e mutò il corso del torrente Meira, che dalla sinistra portò a destra il proprio letto…
 
Già allora si imputavano i danni, dovuti alle alluvioni, al concorso della mano colpevole dell’uomo!
 
Ciò che è interessante rilevare è che sino al XIX secolo il Merula veniva considerato il confine tra la diffusione di due tipiche cultivar liguri: la “taggiasca”, coltivata sulla sponda destra e la “colombara” su quella sinistra, quest’ultima considerata produttrice di un olio più grossolano e meno aromatico. In seguito la “taggiasca” prese nettamente il sopravvento ed attualmente possiamo affermare che ormai sono rimasti pochi i siti in cui compare ancora la “colombara”.


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