LA PESCA DEL CORALLO - Andora nel tempo

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LA PESCA DEL CORALLO

LA PESCA DEL CORALLO
(Mario Vassallo)

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Sulle pendici di Capo Mele, sul versante di Laigueglia, sorge un santuario intitolato a Nostra Signora delle Penne: in passato era l’ultimo edificio salutato dai numerosi marinai che ad inizio primavera si imbarcavano per recarsi sui ricchi banchi coralliferi, fino alla Corsica, alla Sardegna ed alle coste del Nordafrica, spopolando le località rivierasche nel periodo di pesca.
I grandi occhi della Madonna affrescata sul lato che si affaccia verso il mare servivano a infondere coraggio alle ciurme che si apprestavano a compiere un viaggio di lavoro lungo (il rientro avveniva di solito a fine agosto), faticoso, nonché pericoloso, a causa soprattutto dei corsari barbareschi.




Foto Felice Schivo

I proventi della pesca del corallo erano soggetti a tassazione e furono sfruttati per costruire chiese, oratori (alcuni di questi edifici religiosi sono ancora oggi ornati con tele e rappresentazioni che ricordano scene della pesca del corallo), nonché sfruttati per le finanze pubbliche e servizi svolti sul e per il territorio.
A bordo dell’imbarcazione da pesca, la “corallina”, il patrone era affiancato dal poppiere: entrambi non toccavano mai i remi.
I marinai, se possibile giovani, venivano ingaggiati con “l’imprestito” o “mutuo”: davanti al notaio, il marinaio si impegnava ad “andare e servire” a bordo di una “corallina”, ricevendo una somma (indicativamente variabile di lire 40 – 45, comportante il pagamento di un interesse, il quale spesso sfociava in usura) che sarebbe stata detratta dalla quota a lui spettante alla fine della spedizione.
Se la pesca andava bene, si poteva estinguere il debito ed anche realizzare un utile, secondo la quota proporzionale spettante sui proventi derivanti dalla vendita del corallo.
Solitamente la pesca al corallo si effettuava “a barcarezzo”, cioè uno sciame di imbarcazioni sotto la guida di alcuni “capi di conserva” (galee armate che fungevano da scorta e difesa da possibili attacchi di corsari e pirati barbareschi, che infestavano i mari in cui veniva effettuata la pesca).
Tuttavia, non era escluso che qualcuno potesse effettuare una campagna di pesca più riservata e più pericolosa, al fine di non condividere informazioni sulla posizione di eventuali banchi coralliferi particolarmente ricchi, anche se una presenza più numerosa fosse utile (almeno due imbarcazioni), qualora si trattasse di disincagliare la rete o “l’ingegno”.
Alcune “coralline” partivano cariche di merci e tornavano ugualmente cariche, non solo di corallo, ma anche di vari beni, i quali erano rivenduti in o tenuti per se stessi (ogni cosa che entrava entro i confini statali doveva essere denunciata).
  
La pesca del corallo era praticata localmente su “coralline” attrezzate, dette “fregate”, che avevano uno scafo sottile e basso, armate di due vele latine, ma adatte alla propulsione a remi (da non confondere con gli omonimi velieri d’alto bordo); a poppa erano dotate un “ingegno”.



L’ingegno, detto anche croce di Sant’Andrea, probabilmente di invenzione araba, era composto da due assi di legno di uguale lunghezza e incrociate, munite di ramponi, sotto i quali era attaccata una rete dentro cui cadeva il corallo staccato; veniva  calato  con  delle  funi  di  canapa  ad  una  profondità  di 50-100 braccia e per  manovrare questo attrezzo, dalla coperta dell’imbarcazione, i marinai dovevano continuamente correggere il movimento della “corallina” e dell’argano a cui era legato l’ingegno stesso.

  
  
Le barche laiguegliesi partivano tutte insieme dopo l’ottava di Pasqua, restando per mare ad agosto.
Nel 1672, il Vescovo di Albenga concedette ai corallari laiguegliesi (dopo pressanti suppliche) di pescare nelle festività non solenni e di devolvere parte del ricavato della vendita del corallo all’Oratorio di Santa Maria Maddalena e non soltanto alla Chiesa di San Matteo a cui era già destinata la contribuzione di un giorno settimanale.
Tale concessione fu uno degli spunti della vertenza con cui gli Anziani di Andora accusano i patroni laiguegliesi di destinare tulle le offerte alla Chiesa di Laigueglia, senza nulla elargire alle povere parrocchie sparse nelle vallate di Andora.
  
Nel Settecento, le conseguenze di ripetute tempeste crearono la distruzione del fondale antistante i nostri tratti costieri e la scomparsa dei banchi di corallo.
Conseguentemente, la storica attività locale della pesca al corallo diminuì fortemente, fino a cessare del tutto e lasciando ricordi di avventure, sacrifici e ricchezze che hanno caratterizzato la vita socio-economica di tanti dei ostri nuclei abitati rivieraschi.
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Sito Web ideato e realizzato da Mario Vassallo - Andora
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