LA SPIAGGIA DEL PORTO - Andora nel tempo

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LA SPIAGGIA DEL PORTO

LA SPIAGGIA DEL PORTO
(Mario Vassallo)

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Una semplice spiaggia libera, che si era formata dal nulla dopo la costruzione del porto, a causa di un naturale e costante insabbiamento, dovuto alle correnti marine, di un piccolo tratto costiero sotto una scarpata rocciosa della via Aurelia.
Un triangolo di arenile a fianco al molo all’imboccatura del porto, che permetteva di entrare in mare con un ampio tratto di acqua bassa, accompagnata dalle sottili dune sul fondo e da trasparenze, che potevano diventare teatro di cavalloni impetuosi.
Un triangolo di pace, la spiaggia libera più estesa di Andora e diversa da tutte le altre, nell’immaginario dei frequentatori un angolo di paradiso, incorniciato da un contorno di macchia cespugliosa mediterranea e dal suono di innumerevoli cicale che coprivano ogni altro rumore, compreso il traffico della soprastante Aurelia.
Vi si accedeva dal parcheggio sterrato e polveroso del porto, dopo avere superato la “sbarra” posizionata per evitare l’accesso con mezzi a motore; noi ragazzi, perseverando ad oltrepassarla con biciclette e motorini, avevamo sagomato la vegetazione verso la scarpata dell’Aurelia (dal lato del contrappeso dell’ostacolo), allargando il passaggio quanto bastava per transitarvi agevolmente anche con scooter e motorini.
Meta amata e gradita da andoresi e turisti, teatro di nuove amicizie, amori estivi, ricordi e aneddoti infiniti.
Dopo quasi un trentennio di esistenza, la sua scomparsa è legata ai lavori di ampliamento del porto iniziati nell’autunno del 1997; l’ampliamento del porto l’ha “replicata” in una nuova posizione, più spostata verso Levante, ma non è mai più stata la stessa cosa: “la spiaggia del porto” è stata una e sola.
A quel luogo appartengono indissolubilmente quindici anni della mia adolescenza e gioventù, bellissimi ricordi, cari amici, esperienze, l’amore della mia vita.
I frequentatori erano spesso così abituali che era come se ci fossero quasi i posti assegnati: le stesse persone nelle stesse posizioni, in una situazione che si ripeteva di anno in anno, assistendo a riti di attesa del proprio vicino di posto dell’anno precedente.
Non era insolito assistere a piste di sabbia per biglie che si snodavano tra le varie persone sdraiate al sole, come gli improvvisati campetti di palla-tennis (autentica attrazione occasionale), gruppi di giocatori di bocce impegnatissimi ed a volte oggetto di episodi di agonismo che suscitavano la curiosità divertita dei presenti, compagnie di ragazzi che si esibivano in acrobazie tra calcio e pallavolo, sferrando più di una pallonata ai malcapitati nei dintorni, appianando l’inconveniente con un semplice “scusi” (…. fino alla volta successiva!! Neanche troppo lontana!!), nel pomeriggio gruppi di adulti raccolti sotto agli ombrelloni a svolgere la sfida giornaliera a carte.
Rispetto agli ambienti spiaggiaioli odierni, un ambiente libero, rilassato, tollerante e spensierato.
Sicuramente ognuno di noi avrebbe qualcosa da raccontare e vorrei citare tre “curiosi” aneddoti personali, rimasti impressi tra i miei ricordi.






GAETANO SCIREA
Un tardo pomeriggio di fine luglio del 1981, quando ormai la spiaggia si stava svuotando, un gruppo di “giocatori di carte” si attardava a tentare di concludere una partita a “pinnacola” che non finiva mai, mentre un gruppo di ragazzi improvvisava una partita a calcio; nel gruppo ero il più piccolo di tutti (anche di parecchio), praticamente presente per fare numero!
In quel periodo, abitava ad Andora Gaetano Scirea, il quale frequentava la spiaggia Rocce di Pinamare.
Quel pomeriggio, al ritorno verso casa, passò dalla spiaggia del porto insieme a Antonello Cuccureddu (ex giocatore di Juventus, Fiorentina e nazionale) ed un antro ex giocatore del Torino di cui non ricordo il nome.
Uno di noi fermò il gioco, prese il pallone in mano, si avvicinò ai tre e “scioccamente” chiese l’autografo sul pallone; non essendoci penne, Scirea, con una spontaneità disarmante chiese se avesse potuto tirare due calci con noi, mentre i due suoi compagni proseguivano verso casa sorridendo.
Noi, tutti increduli e imbambolati (senza differenza d’età), credevamo di essere stati catapultati improvvisamente sulla luna: ci trovammo divisi in due squadre a giocare con o contro Gaetano Scirea!!
Continuammo a giocare per circa un’ora e Scirea giocò con noi in modo semplice (anche se ce lo trovavamo ovunque), come fanno un gruppo di amici da tanto tempo per divertirsi.
Vinse la sua squadra e alla fine ci salutò ognuno con una pacca sulla spalla ….. e, per alcuni di noi, arrivati a casa troppo tardi, fu difficile evitare una punizione da parte dei nostri genitori, facendo credere che avevamo giocato con Gaetano Scirea!!




L’ANZIANO TORINESE
Un anziano signore torinese, con un carattere tutt’altro che amichevole, arrivava ogni giorno con una vecchia bici “graziella”, tanto marcia persa di ruggine da rendere incredibile che non si fosse ancora sbriciolata su se stessa.
Nel cestino posteriore portava un catenaccio con maglie spessissime e parecchio lungo, con un grosso lucchetto.
Arrivato al fondo dello sterrato, dove cominciava la spiaggia ed a destra c’era il cancello che immetteva sul molo, “parcheggiava” la bici tra il muretto di recinzione ed un palo, spostando ed a volte scaraventando via le altre bici che qualcuno aveva osato posizionare dove doveva parcheggiare la sua.
Il palo era un esemplare che andava d’accordo con la sua bici, perché tra i due non si sapeva quale fosse il più malconcio e probabilmente era stato “miracolato”, perché non era chiaro per quale concetto fisico potesse ancora stare in piedi.
Ebbene, l’anziano signore arrivava, faceva spazio alla sua bici, la appoggiava al palo al quale la legava accuratamente con due giri del suo enorme catenaccio con lucchetto.
Un giorno gli chiedemmo per quale motivazione effettuasse ogni volta tutto questo impegnativo rituale e ci rispose, in modo parecchio sgarbato, che lo faceva per proteggersi da “delinquenti” come noi (da tenere presente che quasi tutte le altre bici, comprese le nostre, erano semplicemente appoggiate senza alcun lucchetto e non sono mai sparite ….. altri tempi!!).
Noi osservavamo “divertiti” la scena ogni volta, sghignazzando, fino al giorno in cui, improvvisamente decidemmo di agire.
Qualcuno si procurò gli attrezzi necessari, che a dire il vero non erano chissà che cosa, perché sarebbe bastata la forza di un pensiero intenso e venne segato il palo, lasciando la bici perfettamente legata al nulla, ma rigorosamente al proprio posto.
Quando l’anziano signore tornò e si accorse di quanto successo, cominciò ad inveire contro tutto e tutti, tra l’ilarità generale dei presenti che avevano già assistito divertiti alle “fasi di lavorazione”.
Non lo vedemmo più. Probabilmente aveva cercato e trovato un palo in qualche altra spiaggia.




IL VENDITORE MAROCCHINO
Questo aneddoto coinvolge due miei carissimi amici che non ci sono più, Dario e Giancarlo, che hanno rappresentato moltissimo nella mia infanzia/adolescenza e che si sono impegnati a farmi scoprire e vivere la spiaggia del porto.
Siamo nel 1984.
Era il periodo degli orologi digitali al quarzo, che spesso venivano ricercati dai venditori ambulanti, ragazzi provenienti dal Marocco, che passavano nelle spiagge o si posizionavano con discrezione nelle vicinanze, esponendo la loro mercanzia.
Era un’epoca in cui erano visti come una presenza caratteristica e quasi facente parte del folklore estivo, vendendo oggetti comuni ed a prezzi bassi e pur molto contrattabili.
Uno di loro, Omar Radi, un ragazzo marocchino (diceva di avere una ventina d’anni, ma ne dimostrava almeno il doppio), gentile ed educato, arrivava dove si parcheggiavano le biciclette, stendeva un telo a terra ed esponeva la sua mercanzia svuotando un enorme borsone nero: occhiali, collane, cappelli, teli mare, capi d’abbigliamento estivo, musicassette, radioline e soprattutto orologi.
I frequentatori della spiaggia ormai lo conoscevano, perché era una presenza gradita, con cui scambiare quattro chiacchiere tra un bagno e l’altro, magari contrattando qualcosa che vendeva e cercando, non solo scherzosamente, di farlo svendere per sfinimento.
Le famiglie dei miei due amici ed io passavamo parecchio tempo a parlare con lui, magari intervenendo in modo burlone nelle contrattazioni di alcuni clienti, cercando di fare in modo che evitassero di esagerare nell’opportunismo.
I nostri argomenti erano legati a conoscere il suo paese, la sua famiglia, a scambiarci informazioni dei nostri modi di vivere: una specie di confronto per conoscenza di due diverse realtà culturali.
Una mattina verso la fine di luglio, avevamo notato che nuovi arrivi in spiaggia lo avevano accostato con un’insistenza piuttosto fastidiosa e fu allora che i miei due amici ebbero l’idea.
In pochi minuti di agghindarono vestendosi ed adornandosi in modo “inguardabile” (indimenticabile gli sguardi di disagio e “vergogna” delle mogli!!) con tutto ciò che potessero indossare di quello che Omar vendeva.
Si “caricarono” tutta la mercanzia possibile e cominciarono a gironzolare tra gli ombrelloni della spiaggia, in modo a dir poco teatrale, coinvolgendo i presenti che, divertiti, acquistavano qualsiasi cosa gli venisse presentata, a fronte di apparenti sconti e associazioni di prodotti, che venivano accaparrati come nella partecipazione ad un gioco.
Gli articoli proposti vennero venduti in un batter d’occhio e furono proprio i “bagnanti” a spingersi a richiedere l’acquisto anche della mercanzia indossata dai due.
In tutto questo Omar era accanto a loro e ogni volta gli veniva chiesto se il prezzo andasse bene, senza lasciarlo rispondere e concludendo subito la vendita, come in una forsennata asta.
Tra il divertimento generale ci si trovò a vendere anche il borsone nero.
In meno di mezz’ora era stato venduto tutto!!
E le persone che prese dall’iniziativa inaspettata si confrontavano gli acquisti effettuati, ancora divertiti di cosa era stato messo in scena.
Il giorno dopo, all’arrivo in spiaggia dei miei due amici, molti dei presenti vennero incontro applaudendo e congratulandosi per quanto combinato il giorno prima.


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