MULINI E FRANTOI - Andora nel tempo

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MULINI E FRANTOI

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MULINI E FRANTOI
(Carlo Volpara)


Antico Frantoio Testa - 1908

Il fatto che si sia posto l’accento sulla produzione olearia non deve però far pensare che la produzione agricola della val Merula si limitasse a questa monocoltura. Altre colture erano storicamente ben radicate in valle e forse la più anticamente sviluppata era quella cerealicola. Nei numerosi rapporti letti abbiamo già potuto notare che vi era una forte produzione di grano e di orzo, oltre che di vino e legumi.
 
Il vino prodotto in valle, tanto ad Andora quanto a Stellanello, veniva molto apprezzato, ma al sorgere del XX secolo altre coltivazioni si sostituirono a quelle della vite, la quale, solo in tempi recenti sta tornando prepotentemente protagonista.
 
Per quanto riguarda la produzione di cereali, è vero che la produzione si ridusse durante il periodo di maggior espansione della coltivazione dell’olivo, ma rimase sempre fortemente radicata nella tradizione valligiana, tanto che ancora durante l’ultima guerra i contadini seminavano il grano per soddisfare i fabbisogni familiari ed a Stellanello, per tutto il tempo del conflitto, fu attivo il molino della famiglia Armato.
 
La notevole produzione di granaglie dei tempi passati è testimoniata ancor oggi dalla presenza sulle creste delle colline dei resti di numerosi mulini a vento, che rappresentarono la primitiva e più antica metodica di sfruttamento energetico per far girare le macine. Possiamo ancora riconoscerne uno sulla collina che delimita la sponda sinistra della valle del Duomo, un altro si trova invece sopra il Ristorante “La Crocetta”, mentre altri due sono sulla collina a nord dell’abitato di Colla Micheri ed ancora uno sul cocuzzolo della cresta appena a sud di Colla Micheri. La loro posizione sulle alture implicava però una notevole perdita di tempo per raggiungerli ed il fatto non trascurabile che le bestie da soma, sia in salita che in discesa lungo le ripide mulattiere, non potevano procedere a pieno carico.


Mulino a vento sulla cresta della Valle di Duomo


Mulino Tagliaferro - 2005


Mulino Tagliaferro - 1931


Mulini a vento 1931 - Molino di Spaleta


A destra nellaa foto due mulini a vento - anni '50 - Mulino di Spaleta
A destra, parzialmente coperto dalle alberature - Mulino di Pilato



Pertanto l’energia eolica fu progressivamente sostituita da quella idrica ed i mulini a vento lasciarono il passo a quelli costruiti lungo i rii o che venivano azionati dall’acqua captata dai ruscelli e poi veicolata mediante canali.
 
Un discorso particolare meritano i numerosi frantoi per la lavorazione delle olive. Anche in tempi antichi esistevano grossi frantoi commerciali ed altri di dimensioni più ridotte a livello familiare. In certe epoche quasi tutte le famiglie possedevano un proprio frantoio, chi maggiore e chi minore. Anticamente tutti venivano azionati con forza muscolare, cioè dalle bestie e qualcuno anche a braccia, ma poi anche per i frantoi si arrivò ad utilizzare la forza idrica.
 
Abbiamo visto che il Casalis afferma che il Merula faceva muovere ben dieci frantoi. La particolarità di questi era che, prima di tutto erano di grosse dimensioni e poi che venivano mossi dalla medesima acqua, ovvero l’acqua portata dalla cosiddetta “Bera”.
 
Come scrive la Prof. Alma Anfosso, nella sua quanto mai preziosa ed insostituibile opera “QUESTA NOSTRA ANDORA”, la “Bera” “era un solido canale sopraelevato mediante archi regolari e completi, costruito con grossi conci non perfettamente squadrati”.


Estratto foto aerea - GoogleEarth

Io correggo il tiro affermando che non sempre era sopraelevata e scoperta perché a volte scorreva anche sotterraneamente in condotti che resistono tuttora allo scorrere del tempo.
 
Sarebbe molto interessante ricostruire con precisione quale fosse il suo percorso dall’origine allo sbocco in mare, ma purtroppo la mancanza di tempo non mi ha ancora permesso di completare questo studio.
 
Per il momento posso solo affermare con sufficiente precisione che questo beodo, scorrendo sempre sul lato orografico destro della valle, si sviluppava grossolanamente in tre parti: la prima nasceva a Stellanello a livello del ponte sul Merula e faceva girare alcuni mulini e frantoi, tutti in territorio stellanellese, dopodiché moriva dopo poche centinaia di metri.
 
La seconda captava l’acqua a livello del guado di fronte al bivio per Tigorella e principalmente faceva girare solo l’enorme ruota, di ben sei metri di diametro, del frantoio Morro “Curumbàn”, andando a spegnersi di nuovo nel torrente alla confluenza col rio Moltedo. C’è da notare che la ruota di questo frantoio fino ad un lustro fa girava ancora grazie alla forza motrice apportata dalla Bera”, come testimoniato dai proprietari.


Frantoio Morro

Il terzo segmento, il più interessante, prendeva acqua da un piccolo sbarramento posto di fronte alla borgata Lanfredi e, costeggiando la collina, si dirigeva verso il basso Duomo azionando il frantoio Testa, già Anfosso, e poi a Molino Nuovo “u gumbu de Rafè”, che prima era stato dei Musso.


Antico frantoio vicino al ponte di Moltedo, davanti alla borgata Lanfredi


Ex frantoio Testa

Scorrendo attraverso i terreni perveniva poi al “Gumbassu”, in frazione San Giovanni, dove in realtà i gumbi erano due, quindi, sempre attraverso i campi raggiungeva la Marina passando dietro le attuali case a schiera di Via Carminati. Arrivava infine a Palazzo Tagliaferro dove azionava l’ultima macina prima di gettarsi in mare all’altezza dell’attuale Parco delle Farfalle.



Di questa antica “Bera”, che fu costruita nel XVII secolo, a tutt’oggi rimane ben visibile un tratto di poche decine di metri appena sopra l’antico caseggiato del “Gumbassu”. Si tratta di un tratto sopraelevato su una decina di archi ancora in discreto stato di conservazione, che nonostante le ingiurie del tempo riesce a trasmettere ancora appieno il fascino del tempo che fu con una nota romantica.  Sarebbe un vero peccato che l’incuria, la trascuratezza e l’oblio, sia da parte dei privati che delle istituzioni, facessero perdere entro pochi anni anche quest’ultimo pezzo di storia economica e produttiva andorese vecchio di centinaia e centinaia di anni.







Il beodo, riceveva lungo il suo percorso le acque dei principali rii e delle sorgenti più potenti del lato destro orografico della valle, che è indubbiamente il lato più umido dei due che la delimitano, e pertanto non rimaneva mai senz’acqua e permetteva ai locali di poter soddisfare le esigenze civili e lavorative anche in piena estate.
 
Nella valletta di Duomo esisteva ed esiste tuttora un beodo di dimensioni minori. Anch’esso provvedeva a soddisfare sia le esigenze motrici dei frantoi e mulini che si trovavano in quella valletta, che le esigenze di irrigazione dei campi che si trovano ai piedi della borgata del Duomo. E’ singolare il fatto che l’acqua fosse amministrata e suddivisa tra gli aventi diritto da un vero e proprio arbitro, una specie di Magistrato delle Acque, il quale, soprattutto nei periodi di siccità, orologio alla mano, controllava che la spartizione del prezioso liquido fosse effettuata seguendo le rigide regole codificate e tutto ciò fino a non più di quaranta anni fa.
 
La sponda sinistra orografica della Val Merula, al contrario, non è mai stata altrettanto ricca di acque, tanto che i nella zona di Castello erano tipiche le cisterne, proprio per ovviare alla cronica penuria di acqua. L’unica sorgente degna di rilievo al di sotto di San Pietro è la sorgente di “Mezzacqua”, sorgente talmente forte che in tempi non lontani, ovvero ancora all’inizio del XX secolo, serviva ad irrigare i possedimenti del Marchese Marco Maglioni a Villa Mazè.



Fino ai primi anni ’60 era infatti ammirabile lo spettacolare acquedotto aereo del XVIII sec. che captava l’acqua dalla sorgente di Mezzacqua per portarla nei terreni più a mare. Questo acquedotto si sviluppava su decine di arcate e caratterizzava in modo singolare il panorama della zona a levante di Andora Marina, conferendo al paesaggio una nota del tutto particolare. Purtroppo non è riuscito a sopravvivere al cieco furore edilizio degli anni sessanta ed oggi, a testimonianza del nostro passato, sono rimaste in piedi solo tre misere arcate.
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Sito Web ideato e realizzato da Mario Vassallo - Andora
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