RICORDI DELLA GUERRA - Andora nel tempo

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RICORDI DELLA GUERRA

RICORDI DELLA GUERRA

(Berto e Mario Vassallo)
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La storia è scritta dai vincitori.
E i vincitori sono spesso ricordati, presentati ed eletti ad eroi, le cui gesta sono assunte al bene contro il male.
Ma, ovunque si parla di storia, esiste una controstoria, altrettanto vera, vissuta, che troppo spesso volutamente nasconde soprusi, angherie, umiliazioni imposte o subìte, infamia, soppressione della dignità nei gesti compiuti a danno dei luoghi e, soprattutto, su individui del genere umano.
Fatti in nome della guerra, in machiavellica giustificazione “il fine giustifica i mezzi”, perpetrati nell’eroico incedere della forza di un’arma imbracciata contro indifesi, oltraggiati ed umiliati innocenti.
Fatti attentamente taciuti, ma che emergono con decisione e pennellate indelebili dai racconti di chi li ha vissuti, subìti e testimoniati, con dovizia di particolari, lontano dalle pubblicazioni celebrative.

 
Una triste e brutale pagina della storia locale, taciuta con la forza di voler dimenticare.
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Durante la Seconda Guerra Mondiale, anche Andora e la Valle del Merula sono state teatro delle “manovre” e della lotta tra le forze di occupazione nazifasciste e i gruppi di Resistenza locale, organizzati e non.
La realtà dei fatti testimonia la presenza di alcuni individui che parteggiavano per la Resistenza ed in qualche modo ne facevano parte, pur per mero interesse personale, quasi a rappresentare uno stato di superiorità nei confronti di gente semplice ed impaurita.
Purtroppo, nella realtà locale, c’erano almeno e sicuramente due di questi individui (il cui nome verrà omesso per ovvie ragioni) i quali, appartenendo a famiglie del posto e considerati bonariamente ed in buonafede da vicini di casa e amici di famiglia, erano trattati amichevolmente con rispetto, forse in modo troppo credulone per il loro effettiva presenza.
Era, per loro abitudine, passare di casa in casa di chi conoscevano meglio e, raccontando fatti che potevano impaurire e/o vantando presunte ed inventate informazioni esclusive che potessero creare un vantaggio o una considerazione privilegiata, “scroccavano” favori con donazioni di generi alimentari, qualche bottiglione di vino che dava loro una maggiore carica e sicurezza nel vantarsi e mentire.
Chi gli elargiva questi “doni” lo faceva sentendosi apparentemente più sicuro e protetto, o magari semplicemente con la consapevolezza di evitare così dispetti e di essere “venduto” con falsità infamanti.
Il rischio di aiutare le forze partigiane avrebbe potuto essere un reato per le forze nazifasciste e, quindi, qualsiasi fosse la scelta adottata, si correvano dei rischi, ma si propendeva a fidarsi di chi si conosceva da sempre, magari con cui si era cresciuti insieme o erano cresciuti insieme componenti delle varie famiglie.
Giunse il periodo in cui le forze nazifasciste occuparono e crearono la propria sede operativa e di rappresentanza in specifici luoghi del posto: tra questi Villa Stampino, il Palazzo del Marchese Umberto Maglioni a Castello e Villa Laura.
Proprio in Villa Laura si insediò un drappello tedesco, comandato da un ufficiale educato e distinto, amante della musica e del ballo.
Per alcune sere, all’imbrunire, alcuni soldati tedeschi del drappello di stanza a Villa Laura, anche in borghese, si aggiravano cautamente tra alcune case dei dintorni, invitando gli abitanti al ballo presso la Villa stessa; le famiglie contadine garbatamente e terrorizzate denegavano l’invito, ancor più preoccupate delle scorribande improvvise dei due individui locali descritti in precedenza.
Costoro vennero a conoscenza della cosa, visitando i poveri “invitati” e minacciandoli di denuncia per tradimento e ritorsioni, che sarebbero state tenute riservate con l’aumento delle “donazioni” e, vista la mancanza di moneta, si arrivò a pretendere animali impiegati per la forza lavoro ed attrezzatura in cambio del silenzio.
Una sera, particolarmente ubriachi, minacciarono di scendere armati alla Villa per sparare al drappello tedesco; i malcapitati che se li trovarono in casa cercarono di calmarli, offrendo loro cena e quanto più si potessero permettere di dare loro.
Dopo essersi riempiti per bene, passarono alle minacce persuasive, invitando gli abitanti ad organizzarsi ed a mandare le proprie figlie ad accettare il ballo con i tedeschi, in modo da tenerli occupati e distrarli, permettendo così un assalto di sorpresa.
Gli abitanti ancor più terrorizzati non sapevano come fare e decisero nella disperazione di provare a parlarne con chi era seriamente impegnato nella Resistenza.
Non si sa se le brigate partigiane vennero a conoscenza del fatto, ma il risultato fu abbastanza immediato, perché i due individui furono “cartellati” per bene e tenuti a bada, in modo che non potessero tormentare ed infierire oltre sugli abitanti.
Passarono alcune settimane e il comandante tedesco di Villa Laura venne a sapere che in un paio di famiglie c’erano dei giovani che suonavano strumenti: si recò personalmente a casa di uno di questi, asserendo di essere cantante e musicista e avvisando che, dopo il coprifuoco, si sarebbe recato in questa casa per tenere un concerto con i due giovani andoresi e chiedendo di invitare vicini e amici ad assistere.
Ci fu una grande tensione per la restante parte del giorno e comunque si organizzò sperando che tutto filasse liscio.
All’ora fissata, si presentò nella casa il comandante tedesco con uno sparuto gruppo di militari armati, i quali, entrati nell’abitazione, lasciarono le armi all’ingresso e si accomodarono con cortesia insieme ai presenti.
Si tenne il concerto e filò liscio, con un invito a ripetere l’evento nei giorni successivi a Villa Laura.
Il modo in cui si erano svolti i fatti portò un leggero senso di distensione (almeno nei confronti dei tedeschi, ma temendo eventuali ritorsioni e scaramucce dei soliti balordi).
Nelle settimane successive venne ripetuto il concerto a Villa Laura e capitò che, per evitare scontri diplomatici con le forze tedesche ivi stanziate, si instaurassero rapporti di vicinato con i componenti di alcune famiglie: i tedeschi proponevano di acquistare prodotti locali da alcuni contadini, premiando con caramelle i bambini che li consegnavano ed invitando ripetutamente ad ascoltare musica e ballare in determinate occasioni.
Tra gli occasionali frequentatori della Villa Laura, c’erano dunque alcuni (bambini, fattori, giovani ragazzi e ragazze del luogo) che portavano i prodotti da vendere ai soldati e magari si intrattenevano per cordialità per qualche scampolo di tempo.
Finì la guerra.
Calarono i partigiani dai monti e le forze nazifasciste sgomberarono frettolosamente e disordinatamente.
Su indicazione di alcune “spie”, tra cui tornarono alla ribalta i due individui citati in precedenza, vennero individuati i nominativi delle ragazze ree di aver frequentato la Villa durante l’occupazione tedesca, le quali furono prelevate con la forza nelle proprie case; vennero loro rasati i capelli e furono caricate su carri per essere fatte sfilare tra ali di folla accorsa per umiliarle, schernirle ed infamarle per aver intrattenuto legami con i nemici.
Due famiglie, che avevano ancora qualche disponibilità “di pagamento”, furono avvicinate dai due individui, uno in particolare, e ricattate per evitare l’umiliazione pubblica alle proprie figlie: le due famiglie furono “depredate” di quasi tutto ciò che possedevano, salvando solo pochissimi dei propri beni, e solo perché riuscirono di nascosto e per tempo ad affidarli a vicini di casa, amici fidati.
I due loschi individui passarono a ricatti e minacce, fino a quando alcuni amici delle due famiglie li avvicinarono, armati, dando loro una vigorosa “unta” a cui seguì l’avvertimento che avrebbero ricevuto il resto che meritavano, qualora avessero ancora azzardato in futuro una minima pretesa o avessero ancora infastidito in qualsiasi modo.
Uno dei due individui sparì da Andora, mentre l’altro vi continuò a vivere fino alla fine dei propri giorni: sono sempre stati ritenuti degli “infami”, ma senza le conseguenze che avrebbero meritato e senza che i nomi fossero resi pubblici, anche se tramandati nei ricordi di chi ha subìto il loro comportamento.

Due ragazze andoresi, accusate di essere state di compagnia ai soldati tedeschi, salvarono la propria reputazione grazie al sacrificio delle proprie famiglie, che “ingrassarono” due “infami”, spacciati per eroi di guerra; le altre, le cui famiglie non avevano avuto la disponibilità materiale di sottostare al ricatto, furono svergognate ed umiliate pubblicamente.
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Sito Web ideato e realizzato da Mario Vassallo - Andora
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