RICORDI DI LUCIANO DABROI - Andora nel tempo

Andora nel tempo
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RICORDI DI LUCIANO DABROI

"RICORDI DI LUCIANO DABROI"
(Luciano Dabroi)
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GLI ULIVETI DI ROLLO
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Foto Collezione Privata Marino Vezzaro

La testimonianza tramandata da Luciano Dabroi.
“I terreni circostanti Rollo, dalla ferrovia al crinale della collina e dal passo del Castellareto al confine di Cervo sino a Conna, dove la superficie non era roccia affiorante, nel corso dei secoli erano stati sistemati a terrazzi e piantumati ad uliveto.
Dicevano i vecchi che nei tempi andati a Rollo si contassero oltre trenta frantoi; io ne ricordo quattro a Cà Bernei ed uno a Cà Survone che però non erano più in funzione.
…..
A quei tempi negli uliveti, oltre agli ulivi, si piantavano molte specie di alberi da frutto i cui prodotti costituivano una importante componente della alimentazione degli abitanti.
…..
Pur essendo già in decadenza, la coltivazione dell’ulivo negli anni trenta continuava alimentata dai vecchi che in gioventù avevano navigato e che da anziani, ritornati permanentemente a Rollo, cercavano per quanto possibile di ripristinare i muri a secco crollati, potare gli alberi troppo infoltiti ed applicare le vecchie tecniche di concimazione cioè le “sòtte” e i “furnélli”.
La “sòtta” consisteva in una fossa semicircolare larga circa un metro e profonda cinquanta centimetri scavata attorno al ceppo dell’ulivo, riempita con la sterpaglia falciata nelle fasce e ricoperta con la terra di scavo. Sulla sòtta si piantavano le fave.
I “furnélli” consistevano in trincee profonde quasi un metro e lunghe quanto la fascia, riempite con la minutaglia della potatura, perché il grosso si portava a casa per la stufa, e ricoperte con la terra di scavo lasciando libere le due estremità.
Accendendo la ramaglia ad una estremità si sviluppava un certo tiraggio che permetteva la combustione di tutto il materiale coperto; la terra soprastante veniva cotta assumendo un colore rossastro e con la cenere sottostante costituiva un ottimo fertilizzante”.


Foto Collezione Privata Marino Vezzaro
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LE "CUNFINE"
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Foto Collezione Privata Marino Vezzaro

Ancora una testimonianza tramandata da Luciano Dabroi.
“Gli uliveti liguri, nel corso dei secoli, avevano subito decine di frazionamenti tra eredi, praticamente ad ogni generazione; ciò aveva portato ad uno spezzettamento delle proprietà in micromappali alcuni all’assurdo di un unico albero di ulivo su di una proprietà inferiore ai dieci metri quadrati.
Questa situazione rendeva irrazionale ed antieconomica la coltivazione dato che un proprietario di diciamo diecimila metri di uliveti doveva spostarsi su dieci, quindici, a volte trenta “scìti” (appezzamenti) diversi a volte a notevole distanza tra loro.
Un aspetto poco conosciuto di questo stato di cose si verificava, quando, ed era così nella maggior parte dei casi, il confine correva lungo un muro di fascia.
Succedeva allora che la chioma degli alberi della proprietà superiore sporgesse di alcuni metri sulla proprietà inferiore coprendo od intrecciandosi con i rami delle piante sottostanti, generando confusione sulla appartenenza all’uno od all’altro proprietario del frutto caduto a terra.
Interveniva allora l’esperto detto “Stimaù” (estimatore) che tracciava sul terreno, ammucchiando terra foglie e sassi, una linea detta “cunfina” (confine di raccolta) che seguiva approssimativamente la verticale della chioma dell’albero soprastante o la mediana dell’intreccio dei rami, definendo così gli spazi di raccolta tra i proprietari.
Tale sistema non fu contestato per secoli sino a quando, per tutto un inverno a Rollo non sorsero discussioni sull’operato dello “stimaù” che chiaramente aveva sbagliato il tracciamento delle “cunfine” in molti uliveti”.


Foto Collezione Privata Marino Vezzaro
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AEREI IN TEMPO DI GUERRA
(Luciano Dabroi - Mario Vassallo)
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Foto Collezione Privata Marino Vezzaro

Una notte d’estate del ‘quaranta il cielo era illuminato dai lampi dei bombardamenti degli aerei francesi sul campo d’aviazione di Villanova d’Albenga.
In un istante, dalla collina della Madonna della Guardia spuntò un aereo in fiamme, colpito dalla contraerea, che dopo aver percorso la valle del Merula passò, perdendo quota, davanti a Rollo e si inabissò in mare ad un chilometro o due dalla costa (del pilota non si seppe se riuscì a salvarsi).
Quello fu uno dei tanti aerei che sorvolavano i cieli locali: talvolta squadriglie di bombardieri che colpivano obiettivi strategici locali (ad esempio quando, in tre ondate successive,  bombardarono il ponte ferroviario di Andora senza centrarlo) o dirette a bombardare l’Inghilterra, altre volte lenti aerei da ricognizione tedeschi chiamati “cicogne”, caccia inglesi, imponenti formazioni di fortezze volanti scortate da caccia che si diceva andassero a bombardare Torino e “Pippo”.



Non si sapeva chi fosse “Pippo”, se tedesco o alleato, se fosse stato in sola ricognizione o con missione di sganciare bombe.
Probabilmente si trattava di un bimotore inglese o americano (secondo alcune fonti un Mosquito o un bombardiere A20 o B25).
Si sapeva solo che nella notte, misterioso compariva e poteva colpire ovunque, lasciando cadere a caso grappoli di spezzoni incendiari e piccole bombe con delle curiose alette nella parte posteriore, come quelle dei proiettili da mortaio.

  
Foto Collezione Privata Marino Vezzaro
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CIVILTA' DEL RISPARMIO
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La testimonianza dai ricordi di Luciano Dabroi.
Tra le tradizioni di Rollo presenziava il detto “Regordite che a Madonna a l’è chinò da u se pe’ina grona de so” (legata alla favola della Madonna che, essendole caduto un grano di sale grosso, scese dal cielo e venne sulla terra a raccoglierlo).
“Tutto in quegli anni veniva usato e sfruttato sino all’impossibile e quando un oggetto o un indumento diventava completamente inutilizzabile i suoi resti trovavano un diverso uso sotto altra forma:
gli abiti venivano trasformati in stracci da cucina e questi ultimi, quando erano talmente sfilacciati da non poter più essere utilizzati, venivano mescolati al letame e sepolti negli uliveti;
l’olio fritto e rifritto e quello che, malauguratamente, fosse irrancidito, veniva usato nei lumi e per lubrificare gli attrezzi da campagna;
i vari giornali che, come “La domenica del corriere” venivano comprati due o tre volte l’anno e la carta dei pacchetti della spesa fatta con i tagliandi della tessera annonaria, venivano usati per accendere la stufa e come carta igienica;
i rocchetti in legno del filo ….. per la macchina da cucire venivano trasformati ….. in carri armati semoventi con l’aiuto di uno stecco e di un elastico e diventavano fantastici giocattoli …..;
le stecche degli ombrelli rotti diventavano archi con i quali giocare agli indiani;
le bottiglie, i fiaschi, le damigiane e le giare erano beni preziosi e venivano usati con la massima cura per non romperli e lasciarli alle generazioni successive; lo stesso criterio veniva applicato all’uso dei pochi mobili, delle posate, degli attrezzi per la campagna che, allora, costituivano tutto il patrimonio di una famiglia.
Persino le bucce delle patate venivano conservate ed usate come foraggio per le capre e per i conigli.
…... bucce ….. finissime, quasi trasparenti.
Il cuore del cavolo veniva consumato crudo in insalata con qualche acciuga sotto sale; le foglie più esterne servivano per il minestrone e quelle perimetrali, verdi e coriacee, venivano utilizzate per fasciare i “previ” specie di involtini di pan grattato, uova, farina, patate, un “ricordo” di mortadella ed un pizzico di maggiorana cotti nel sugo di pomodoro.
 Queste usanze avevano comunque un aspetto positivo: mai sentito parlare di rifiuti solidi urbani!”


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ILLUMINAZIONE QUOTIDIANA
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La descrizione di Luciano Dabroi:
“A cavallo degli anni trenta-quaranta la gente a Rollo si alzava al buio prima dell’alba ed andava a letto con le galline accendendo, per le poche ore necessarie, la “lümèa”, che era un lume ad olio costituito da un’asticella cilindrica in ottone su di una base a forma varia con un contenitore di olio a tre beccucci dai quali sporgevano gli stoppini e che scorreva, regolabile in altezza, lungo l’asta.
Nelle case dei ricchi la “lümèa” era corredata da un anello con tre o quattro catenine dalle quali pendevano le forbicine per regolare lo stoppino, le pinzette per estrarlo dal beccuccio, il cono per spegnerlo, un grosso filo in rame per pulire i beccucci.
Normalmente si usava come combustibile l’olio rancido o quello di frittura dopo che era stato usato almeno una dozzina di volte.
Negli anni successivi alcune famiglie di progressisti adottarono un nuovo sistema di illuminazione: l’acetilene a base di carburo, ma la maggior parte dei vecchi conservatori tradizionalisti ….. respinse l’innovazione.”
Tuttavia, quest’ultima innovazione venne sfruttata diabolicamente da alcuni altrettanto diabolici ragazzini locali “inventando una “bomba” costituita da una bottiglia a chiusura stagna che, sapientemente dosata, permetteva di raggiungere risultati migliori delle antiquate “bombe”, costituite da boccettini da inchiostro pieni di cenere.
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ESPLOSIVI
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Foto Collezione Privata Marino Vezzaro

“Nel quarantatre i tedeschi avevano costituito un deposito di materiale militare vicino ad un canneto ad Andora presso il ponte romano.
Tra gli esplosivi vi era, al bordo del canneto, una pila di centinaia di mine anticarro consistenti ognuna in una cassetta in legno con i manici di corda, contenente nove blocchi di tritolo fasciati in carta nera, con i quattro blocchi ai vertici già forati per l’innesto dei detonanti sia del tipo a miccia che di quelli a percussione”.
Da Rollo, passando per un sentiero chiamato “du Bevüu” che da Ca’ Bernei portava al passaggio a livello, gli affiatati ragazzi “soliti ignoti”, andavano al deposito e nascosti nel canneto aspettavano che le due sentinelle fossero all’estremità del perimetro, strisciavano sino all’esplosivo, afferravano due cassette e scappavano nel canneto.
In poche settimane avevano accumulato diversi quintali di esplosivo, “tanto da far saltare una brigata di carri armati”, che furono trasportati di nascosto e ad insaputa dei propri genitori in nascondigli quotidiani tra i più impensabili e ricavandone il solito “merito di riconoscimento” in una “unta” (carica di botte), una volta scoperti.
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RICORDI ..... DI MARE
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Foto Collezione Privata Marino Vezzaro

Nell’anno 1942 nella rada di Andora, in prossimità di Capo Mele, venne silurata una nave spagnola carica di arance.
Si venne poi a sapere, perché i palombari vennero a recuperarli lavorandoci alcuni mesi, che trasportava anche cinquecento motori per aerei da caccia.
Dopo qualche ora tutta la spiaggia dal torrente Merula a Capo Mele era cosparsa di arance che, libere o nelle casse, galleggiavano accostando a riva e tutta la gente accorse a raccoglierne a quintali mentre i pescatori con i “gussi” (“gozzo” tipica imbarcazione per la pesca) andavano a soccorrere i naufraghi che urlavano.
Il mattino dopo, vicino alla foce del Merula, fu trovato un grosso delfino moribondo forse per le esplosioni dei siluri del giorno prima, il quale venne sfruttato da alcuni per farne carne da cuocere e “musciàme” (specie di filetto di tonno essiccato) per il “cundiùn”.
Tale operazione attirò l’attenzione di parecchia gente che si radunò sul luogo, dove giunsero il Podestà con i fascisti della colonia, requisendo tutto per l’ammasso pubblico.
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L'INCENDIO
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Foto Collezione Privata Marino Vezzaro

La testimonianza storica nel ricordo di Luciano Dabroi:
“Dopo l’otto settembre quarantatrè quando i militari abbandonarono le caserme e prima che i nostri genitori bruciassero tutti gli esplosivi, nei locali della colonia dei poveri di Genova, ove attualmente sorge il condominio “Il Piccolo Parco” si trovava di tutto: dai caricatori di vari tipi di fucile, a quelli per la mitragliatrice Breda, dalle casse di bombe a mano Balilla, alle Sipe, ai razzi Bengala.
Qualcuno, sparando un Bengala, che era un razzo da segnalazione e da illuminazione notturna, si accorse che l’arnese, formato da un tubo di cartone spesso e lungo oltre un metro, dal quale sporgeva la funicella da tirare o una specie di fiammifero da strofinare, conteneva un cilindro di fosforo appeso ad un paracadute di seta.
Fu appunto per recuperare uno di questi paracadute che successe il guaio.
Ci trovammo un pomeriggio con un bengala del tipo ad accensione a strappo nel bosco di stupendi pini marittimi che circondava un’antica chiesetta detta “La Concezione”, ove sorge oggi l’omonima cappella lungo la comunale per Rollo.
Dopo alcuni tentativi a vuoto il razzo esplose solo che, a seguito dei vari strappi, la sua posizione non era più verticale ma quasi orizzontale e finì in un cespuglio di ginestra secca che si incendiò immediatamente.
Dopo un quarto d’ora la pineta bruciava in un inferno di fuoco.
La gente accorse per spegnere le fiamme non essendoci i pompieri ma tutto fu inutile: alla sera l’intero bosco di pini era ridotto in cenere.
Naturalmente gli autori del disastro furono scoperti e si rividero la settimana dopo, quando i lividi delle legnate si erano ormai trasformati in macchie giallastre”.


Foto Collezione Privata Marino Vezzaro
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U "CUNDIUN"
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Disegno di Silvia Audisio e Paola Tropea - Classe Terza Elementare - Anno scolastico 1978/79

Il “cundiùn” rappresenta per Andora un piatto tipico, spesso stravolto da modernizzazioni che nulla hanno da spartire con l’originalità propria, ma è stato anche un richiamo tradizionale che ha caratterizzato, soprattutto in passato, la sagra annuale estiva con svolgimento a Conna: un irresistibile evento che catalizzava l’attrazione turistica dei dintorni locali.
E come non dimenticare l’unicità del “cundiùn” portato in tavola a Rollo proprio da Luciano Dabroi ….. che riviviamo nelle sue parole.

I marinai di Rollo, dopo mesi di navigazione, tornavano a casa portando in regalo il “musciàme”.
“Si trattava, allora, di un tipico prodotto dei pescatori del mediterraneo e dei naviganti sui velieri ed era costituito da un filetto di delfino che veniva appeso ad essiccare ed ogni tanto veniva irrorato di acqua di mare e strofinato con sale.
Oggi, col delfino fortunatamente protetto, è sostituito con filetto di tonno con una preparazione molto più veloce e commerciale.
Quando arrivava in casa il musciàme si preparava il cundiùn che non era solo pranzo, ma una vera cerimonia già dalla preparazione.
Si trattava infatti di una complessa insalata a base di pomodori ma i cui ingredienti, da mantenere scrupolosamente identificati, dosati e non sostituibili, dovevano essere affettati in un certo ordine prestabilito.
Il cundiùn si mangiava con parenti, amici o vicini di casa su di un tavolo rustico sotto un uliveto in un unico recipiente di coccio chiamato “jatta”.
Per il cundiùn non esistevano posate, ma ognuno intingeva nella “bagnetta” (il sughetto derivante dai liquidi e dalla polpa dei vari ingredienti tra loro mescolati) una fetta di pane, portando in bocca, tra il pane e le dita, le fette di pomodoro, di sedano, di peperone, di cipolla, di cetriolo, di musciàme …..”.


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IL SALE
(Luciano Dabroi - Mario Vassallo)
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Foto Collezione Privata Marino Vezzaro

In tempo di guerra si faceva la borsa nera e oltre all’olio bisognava procurarsi il sale che, non esistendo negozi dove comprarlo, doveva essere “fabbricato”.
Fortunatamente c’era a disposizione un’infinità di materia prima: il mare.
Alcuni si erano procurati alcune grandi lamiere rettangolari, probabilmente rubandole nel cantiere navale; rialzandone a martellate i bordi si ottenevano delle rudimentali vasche piane di quasi due metri quadrati di superficie.
Trasportate in spiaggia poste su treppiedi in ferro sopra un fuoco di sterpi e legna, venivano riempite di acqua di mare.
Altri avevano costruito nei dintorni delle proprie abitazioni una specie di “vascone”, rialzato da terra e vuoto sotto, con al suo interno una lastra metallica formante una grande “conca”; in quest’ultimo caso, si partiva dalla propria casa per andare al mare a prendere acqua salmastra, trasportandola con carriole fonde (mediamente trasportavano un peso di circa 70 – 90 kg), dotate di ruota in legno o ferro; l’acqua veniva versata nel vascone.
Qualsiasi fosse il luogo o la natura della “vasca”, si accendeva sotto o nei pressi un forte fuoco, in modo da fare evaporare l’acqua e raschiarne i sedimenti che costituivano sale grezzo commestibile, il quale era raccolto in sacchettini di tela per poi essere utilizzato per gli scambi di “contrabbando” con i contadini che scendevano dalle montagne e dal Piemonte e veniva barattato, unitamente all’olio di oliva, con sacchi di cereali o farina
Il compito dei ragazzini era quello di riempire le vasche con acqua di mare e procurare la legna da ardere.


Foto Collezione Privata Marino Vezzaro
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LA VITA A ROLLO
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Disegno di Adriano Lunghi - per gentile concessione Sabrina Lunghi

Rollo nei ricordi di Luciano Dabroi:
“La vita degli abitanti di Rollo in quegli anni era, dalla nascita alla morte, un continuo sacrificio ed una continua fatica.
Si cominciava da bambini a portare gli animali al pascolo;  ad andare quotidianamente al pozzo a riempire i secchi d’acqua per il fabbisogno della cucina e per lavarsi, per quel poco che ci si lavava;  ad aiutare i grandi portando le ceste di scaglie quando ricostruivano i muri a secco crollati nelle campagne; a svuotare le giare che servivano da cessi ed a trasportare la latrina negli orti perché non contenendo detersivi, costituiva l’unico fertilizzante conosciuto assieme al letame delle vacche e delle capre.
Bisognava stare attenti a quello dei conigli e delle galline perché era troppo forte e, se si bruciava la verdura dell’orto, erano legnate sicure.
Il tutto condito dal freddo in inverno perchè non esisteva riscaldamento se non la stufa a legna in cucina ed il mattone riscaldato e fasciato in una vecchia calza di lana da portare a letto e ricondito dal caldo in estate, specie di notte perché i vecchi “paiassùi” di foglia di granoturco e i materassi di crine erano un inferno di calore e di insetti.
Il sogno di noi ragazzini era quello di poter diventare presto grandi per poter andare “a navigare” immaginando avventure come quelle dei pirati e dei bucanieri i “fratelli della costa” e senza comprendere le facce stanche e deluse dei nostri padri quando, dopo anni, ritornavano da quelle “avventure” e a quarant’anni sembravano averne il doppio.
I vecchi poi finivano di rovinarsi il fisico in “case” umide e fredde, senza luce, senza acqua, senza riscaldamento e senza servizi igienici, lavorando dall’alba al tramonto e mangiando quel che c’era quando ce n’era”.

  
Foto Collezione Privata Marino Vezzaro
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RICORDI DI CASA
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Ricordi di una quotidianità semplice, spontanea, testimonianza di una dignità contadina fatta di sacrifici, fatica ed in stretto legame con la propria terra.

Le parole di Luciano:
“Ca’ era profumo di legno d’ulivo che bruciava nella vecchia stufa; di mele a maturare sulle sporgenze della volta a vela di camera mia; di “menestrùn” che …., con due patate un cavolo e quattro fagioli, elaborava in una golosità profumata di boragine e basilico.
Ca’ era il canto del “picéttu” (pettirosso) in gabbia dietro la porta; il flauto di Pan tra le fessure dell’antica finestra con stucco screpolato dal vento e dal tempo; il ticchettio della “Singer” ….. che la sera rattoppava, cuciva e rammendava i pochi indumenti custoditi nel comò e nel guardavì.
Ca’ era il pavimento in leggera pendenza e la fessura lungo la linea di incontro con la parete in pietra; una o due volte l’anno “si” faceva bollire un pentolone d’acqua che “si” rovesciava sul pavimento e che colava, ancora bollente, dentro le fessure del muro sterminando le formiche argentine che vi si annidavano.
Ca’ era la cantina con la botte dove, scalzo, pestavo i pochi acini di “cancarùn” del vigneto di Ca’ Survòne, e con i grappoli di sòrbole appesi a maturare ai fili tesi da parete a parete; era la stalla ….. con la porta incastonata in un arco di pietra scolpita.
…..
Ca’ era … era Ca’!”

Foto Collezione Privata Marino Vezzaro
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