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RICORDI DI LUCIANO DABROI - Andora nel tempo

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di MARIO VASSALLO
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RICORDI DI LUCIANO DABROI

I RICORDI DI LUCIANO DABROI
(Per gentile concessione Liliana Petrucco e Anna Maria Dabroi)
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Luciano è stato uno dei miei "grandi maestri", di vita e nella professione.
Abbiamo trascorso parecchio tempo insieme e, un giorno, mi regalò in un dischetto i suoi racconti, quelli che mi presentava come una serie di "nesciàie" da leggere se non avessi avuto niente da fare.
Anni dopo sono stati pubblicati inizialmente in parte e poi in raccolta grazie al libro realizzato dalla Digigrafic di Barbara e Cristian Raso.
La versione contenuta nel dischetto differiva in alcuni punti, comprendendo racconti non presenti nell'edizione stampata e anche uno dei titoli era diverso.
A distanza di tempo, grazie alla gentilissima disponibilità di Anna Dabroi e di Liliana Petrucco, che ha condiviso ulteriori foto inedite di Luciano, ho trascritto e ricomposto i vari testi, mantenendoli fedeli all'originale donatomi quel giorno da Luciano e completando il tutto con le parti aggiunte in seguito e riportate sull'edizione realizzata della Famiglia Raso, a cui dedico il più sentito ringraziamento e la sincera gratitudine per avere permesso di conoscere e preservare i ricordi del caro Luciano.
M.V.
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Tempi da Luvi
Rollo:  anni 30-40




Luciano Dabroi

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Presentazione:  Corrado Camandone.
Cartoline e fotografie: collezione Vezzaro Marino.
Disegni: Adriano Lunghi.
Commento: Angela Biedermann.
Edizione stampata edita da Digigrafic di Barbara e Cristian Raso - Andora - 2008
con l'impegno determinante del Sindaco e dell'Amministrazione Comunale di Andora.


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A   PINUCCIA   E   GIUMIN
                                                         
Per i quali non sono certamente stato un figlio esemplare.
Almeno da bambino!
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Panorama della frazione di  Rollo nel 1935.
Si distinguono le sette borgate della frazione:
a sinistra “Bande de Là”; in alto “ Ca’ Survòne” e “ Ca’ Bernei”; a scendere “Ca’ Stalla”, “Ca' Peai”, la canonica, "Ca' Taiaferi”, la chiesa, “Ca' Suttàe”
La piccola macchia chiara in alto a sinistra è la “Ca’ de Baciccia”
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TEMPI DA LUVI
Rollo: anni 30-40

Memorie di Luciano Dabroi

E’ un documento prezioso da conservare e divulgare. E’ vera storia, secondo il nuovo concetto che propone la documentazione e la conoscenza non solo dei grandi avvenimenti, legati a pochi personaggi della politica, dell’arte, della scienza e ad avvenimenti di risonanza mondiale, ma anche di ciò che riguarda la grande maggioranza della gente, la loro situazione concreta, la qualità della loro vita.
Tempi da luvi è la precisa fotografia del livello di civiltà, di cultura, usi, costumi e linguaggi di forse tutta la Liguria, negli anni a cui si riferisce.
E’ una raccolta, una specie di esposizione di quadretti vivi, tracciati con mano esperta, linguaggio chiaro, scorrevole, creatore di immagini. Il contenuto è attraente e divertente. Le avventure del protagonista, che con generosa indulgenza possiamo definire vivace, spiccano sullo sfondo che documenta con precisione il livello di una civiltà. Fame, freddo, fatica, continuo contatto con la natura, avara fonte di vita e unico divertimento, metodi educativi, pericoli di ogni genere, rassegnazione. Tutto questo si scopre con chiarezza essendo quasi spettatori delle avventure di questo ragazzo pieno di fantasia, di iniziative, di coraggio, di incoscienza, di vivacità incontrollabile, vivo per miracolo in mezzo a tanti esplosivi.
Certamente il protagonista delle scappatelle, una specie di Pinocchio nostrano, non può essere preso a modello dai nostri ragazzi, ma la conoscenza del mondo in cui si muove è di estremo interesse.
Senza storia non c’è cultura e la storia è conoscenza del passato, per capire il presente e progettare il futuro. I frutti del progresso di cui godiamo non sono realtà naturali come le nuvole in cielo o le onde del mare, ma il risultato di impegno umano, compito necessario di tutte le generazioni, secondo l’intuizione del filosofo Ortega, esposta nella sua magistrale opera “La ribellione delle masse”.
L’opera di Luciano Dabroi, nata di getto sotto la pressione dei vivi ricordi, ci costringe a prendere coscienza di tutto ciò che oggi abbiamo più di ieri, e nello stesso tempo ci lascia capire come sia invincibile la nostalgia per una vita più semplice e più vicina alla natura.
E’ un granello di sale per la vita insipida dei troppi che conoscono il prezzo di tutte le cose e il valore di nessuna.

Andora, 25 luglio 2001
Corrado Camandone

Le prime che ricordo sono le “scialle”* di mia madre Pinuccia.

A tre o quattro anni, non avendo altro con cui giocare, avevo preso l’abitudine di salire sul muro di una fascia di ulivi che correva parallelo alla corda sulla quale mia madre stendeva il bucato; sporgendomi prendevo un fazzoletto, lo infilzavo al centro su uno stecco o su una canna secca e lo facevo volteggiare, immaginandomi non bandiere, che non sapevo cosa fossero, ma ali di uccelli e farfalle fantastiche.

I fazzoletti di lino, orlati e con le iniziali delle mamme o delle nonne ricamate a punto croce, erano però preziosi e si usavano per generazioni rammendandoli con cura e conservandoli nel comò con i fiori di lavanda secchi.

Ogni giorno di bucato quindi erano botte.

Poiché, malgrado le scialle proseguivo nel gioco, questa fase durò per un anno o due sino a quando trovai la molla di una vecchia sveglia che, infilata su un pezzo di legno a mò di manubrio, mi faceva percorrere in motocicletta, come la Guzzi dello zio Giggiu, i sentieri attorno a Rollo e costituì per l’anno successivo il divertimento sostitutivo ai buchi nei fazzoletti.

Giunse poi la passione per i nidi di uccelli che sino al quarantacinque allietò le mie primavere e riempì le casseruole di Pinuccia e l’amore per le bisce che mordevano appena facendo il solletico, non come i “langoi”** che piantavano i denti facendo uscire il sangue.

Arrivai a conoscere le uova, il sistema e i luoghi di nidificazione, il periodo di cova ed il tempo medio di sviluppo di ogni specie che nidificava nella zona, oltre naturalmente ad ogni albero, cespuglio e rudere nei dintorni di Rollo ed ogni tipo di biscia della zona.




* sculacciate
** ramarri

Gialì accompagnò la mia infanzia dai primi ricordi sino al millenovecentoquarantacinque, quando andammo ad abitare ad Alassio.

Semmai un animale verrà beatificato questa capra sarà senz’altro la prescelta, perché in quegli anni ha sopportato con pazienza e sottomissione ogni sorta di soprusi, angherie, botte, insulti e trascuratezze, compresi furti di latte che bevevo, sdraiato in terra, schizzandolo in bocca direttamente dalle sue mammelle. Poco perché altrimenti Pinuccia, mungendola, se ne accorgeva.

Però fu anche causa di legnate toccate a me.

Un pomeriggio, dovendo andare in un uliveto chiamato “U Mea” a controllare se i nidiacei di cardellini e di merlo da scoglio avessero già messo le piume, legai Gialì in un uliveto detto “dalla Madonna” perché lei era lenta e voleva pascolare.

Al tramonto ritornai a prenderla ma il nodo si era sciolto e Gialì non c’era più; dopo averla cercata un po’ tornai a casa per cena.

Giumìn, mio padre, prima di farmi entrare mi chiese “dund’a l’è a crova ?”* e, alla mia risposta, che “era scappata” riaccostò la porta e mi intimò di non presentarmi se non trovavo la capra.

Avevo circa nove anni ed era buio, ma la paura delle botte di mio padre era più forte di ogni altra così percorsi tutti gli antichi sentieri che da Rollo portavano verso Conna.

Trovai Gialì sopra Stampino dopo San Giovanni verso mezzanotte perché, avendo un nodo all’estremità della corda che aveva al collo, era rimasta incastrata fra due pietre sporgenti dell’acciottolato e la sentivo belare dalla costa degli “Orti della Chiappa”. Ritornai a casa, legai Gialì nella stalla ed andai a letto senza cena per non svegliare Giumìn.




* dov’è la capra ?

Nel trentanove quando avevo sei anni morì il vecchio prete, che ricordo vagamente per la sua grossa pancia, e venne a Rollo un giovane pretino entusiasta che chiese a Pinuccia se mi poteva insegnare a servire Messa e diventare così chierichetto della parrocchia.

Pinuccia acconsentì ed io ero trepidante per il nuovo infinito orizzonte di esperienze che mi si prospettava.

Iniziai ad impratichirmi dell’ambiente bevendo il vino delle ampolline, bruciando tutto l’incenso del turibolo, salendo sul campanile per individuare eventuali nidi di passero ed inseguendo topi in sagrestia e nel coro dietro l’altare.

Don Dell’Erba e sua sorella Chiara mi accolsero in canonica e cominciarono ad istruirmi sui compiti di un chierichetto e ad insegnarmi a servire Messa, sicchè dopo un mese già “esercitavo” ed iniziai con la messa dei giorni feriali che allora si celebrava alle sei del mattino.

Pinuccia mi svegliava alle cinque e mezzo; scendevo a Rollo da Ca’ Bernei e servivo messa inginocchiato sui freddi gradini dell’altare, rispondendo al Kyrie, al Credo, al Gloria, al Sanctus, all’Ite come un ragazzo perbene e devoto.

Alla Messa, durante la settimana, partecipavano solitamente poche donne: Teejola, Maina, Camilìn, Teejin, Fiuìna, la moglie di Nanòlu che non ricordo come si chiamasse e Ninìn.

Ninìn era la madre della Maestra, moglie del Podestà.

Quando entrava Ninìn, anche se voltavo le spalle alla porta ed ero lontano dai banchi, me ne accorgevo subito perché quella povera vecchia, piegata ad angolo retto dall’artrosi, si faceva pipì addosso ed inoltre “presava” inalando polvere di tabacco dal naso come tutte le vecchie di Rollo solo che, avendo le mani deformate e semiparalizzate, non riusciva a pulirsi i moccoli marrone che le colavano dal naso.

Ninìn aveva un piccolo cagnolino bianco e nero e cieco che con l’olfatto la seguiva anche in chiesa e che il prete tollerava perché dormiva sempre e non abbaiava.

L'interno della Chiesa

Nell’estate del quaranta una notte stavo dormendo avendo finito di leggere, quando Giumìn mi svegliò, mi prese in braccio e mi portò sul terrazzo di Ca’ Bernei per vedere i lampi dei bombardamenti degli aerei francesi sul campo d’aviazione di Villanova d’ Albenga.

Proprio mentre stavamo guardando, dalla collina della Madonna della Guardia spuntò un aereo in fiamme, colpito dalla contraerea, che dopo aver percorso la valle del Merula passò, perdendo quota, davanti a Rollo e si inabissò in mare ad un chilometro o due dalla costa.

Quello fu il primo aereo che vidi; negli anni successivi divennero quotidiani i passaggi, prima dei nostri antiquati bombardieri in squadriglie di tre che andavano a bombardare l’Inghilterra, poi dei lenti aerei da ricognizione tedeschi chiamati cicogne, poi dei caccia inglesi, poi di Pippo ed infine di imponenti formazioni di fortezze volanti, scortate dai caccia, che si diceva andassero a bombardare Torino.

Una volta, in tre ondate successive, bombardarono il ponte ferroviario di Andora fortunatamente senza centrarlo; Gialì si nascose tremando in un ceppo di un grosso ulivo e non voleva più uscire; con Adriano contammo una novantina di crateri e raccogliemmo centinaia di schegge metalliche.

A Rollo quando per due giorni non si udiva il rombo di un aereo si pensava che fosse finita la guerra.

Non ho mai saputo se il pilota dell’aereo francese si sia salvato o sia ancora sepolto in mare di fronte Rollo.

Anna la moglie di Angiulìn, ogni tanto organizzava una cena per i parenti o per i cacciatori amici del marito e siccome a Rollo negli anni quaranta non esisteva luce elettrica, mi chiedeva di portarle la cera che recuperavo dalla pulizia dei candelieri dell’altare.

Facendo fondere la cera e versandola in una sezione di canna precedentemente spaccata per inserirvi uno stoppino di spago e poi riaccostando e legando le due metà e lasciando raffreddare la cera, si otteneva una rudimentale candela.

Un giorno Anna mi disse di portarle molta cera perché Angiulìn aveva una riunione con gli amici; io andai in chiesa per ripulire i candelieri ma questi non contenevano che pochissima cera; mi ricordai allora che in un cassettone nella parte bassa del mobile della sacrestia avevo visto una enorme candela istoriata e dipinta che veniva esposta e brevemente accesa prima di Pasqua.

Trovarla, pestarla sino a ridurla in frammenti, riempire mezzo sacco da concime e portarlo ad Anna fu questione di un’ora.

Anna mi diede venti centesimi in rame di quelli con l’ape in rilievo.

Passarono i mesi; venne il periodo della Quaresima; il prete cercò la candela . . .

Ricordo quella Pasqua perché le presi dal prete, da sua sorella Chiara che faceva la perpetua, da Giumìn e persino da Battistìn de Fiuìna che faceva il sagrestano e che di solito mi proteggeva.

Verso i primi di giugno, pochi giorni prima della fine della scuola, non ricordo se frequentavo la seconda o la terza elementare, stavo ritornando a Rollo dopo mezzogiorno per una scorciatoia detta “Baraccu”, che dall’attuale albergo Trieste portava alla sommità della “Muntò da Cruje”, quando vidi due grosse bisce uccellaie in amore che avevano formato, attorcigliandosi, una grossa palla che quasi non mi entrava nella cartella.

Riuscii comunque a prenderle e corsi a casa gridando trafelato: “Mamma, mamma, guarda cosa ti ho portato !” e tirai fuori le bisce che soffiando spaventate presero a strisciare sul pavimento e sotto il tavolo.

Le urla di Pinuccia schizzata al piano di sopra con gli occhi fuori dalle orbite fecero accorrere Giumìn.

Non so che fine abbiano fatto le mie bisce; io ricevetti la solita dose di “testaiùi”* e saltai pranzo e cena.

Un mese dopo in un nido di “caviùrne” che nidificano negli incavi del tronco degli ulivi trovai una bellissima biscia uccellaia di oltre un metro; memore di quanto era successo non la portai a casa ma cercai di farla giocare con Gialì.

Anche la capra però ebbe la stessa reazione di Pinuccia e dovetti rincorrerla sino quasi a Chiappa dall’altro versante della montagna. Dopo quest’ultimo esperimento decisi che con le bisce avrei giocato solo io e non le avrei più portate a nessuno.

Neanche a scuola !





* scappellotti o sberle tra orecchio e nuca

“Regordite che a Madonna a l’è chinò da u se pe’ina grona de so”.

Pinuccia, come tutte le donne di Rollo, aveva nei cromosomi il senso del risparmio e l’orrore per lo spreco e me lo trasmetteva con l’esempio e raccontandomi la favola della Madonna che, essendole caduto un grano di sale grosso, scese dal cielo e venne sulla terra a raccoglierlo.

Tutto in quegli anni veniva usato e sfruttato sino all’impossibile e quando un oggetto o un indumento diventava completamente inutilizzabile i suoi resti trovavano un diverso uso sotto altra forma:

gli abiti venivano trasformati in stracci da cucina e questi ultimi, quando erano talmente sfilacciati da non poter più essere utilizzati, venivano mescolati al letame e sepolti negli uliveti;

l’olio fritto e rifritto e quello che, malauguratamente, fosse irrancidito, veniva usato nei lumi e per lubrificare gli attrezzi da campagna;

i vari giornali che, come “La domenica del corriere” venivano comprati due o tre volte l’anno e la carta dei pacchetti della spesa fatta con i tagliandi della tessera annonaria, venivano usati per accendere la stufa e come carta igienica;

i rocchetti in legno del filo che Pinuccia usava per la macchina da cucire venivano trasformati da Giumìn in carri armati semoventi con l’aiuto di uno stecco e di un elastico e diventavano fantastici giocattoli per me ed Adriano;

le stecche degli ombrelli rotti diventavano archi con i quali giocare agli indiani;

le bottiglie, i fiaschi, le damigiane e le giare erano beni preziosi e venivano usati con la massima cura per non romperli e lasciarli alle generazioni successive; lo stesso criterio veniva applicato all’uso dei pochi mobili, delle posate, degli attrezzi per la campagna che, allora, costituivano tutto il patrimonio di una famiglia.

Persino le bucce delle patate venivano conservate ed usate come foraggio per le capre e per i conigli.

Sono le uniche bucce che ricordo non avendo mai pelato altro, né frutta né verdura e perché Pinuccia voleva che fossero finissime, quasi trasparenti.

Il cuore del cavolo veniva consumato crudo in insalata con qualche acciuga sotto sale; le foglie più esterne servivano per il minestrone e quelle perimetrali, verdi e coriacee, venivano utilizzate per fasciare i “previ” specie di involtini di pan grattato, uova, farina, patate, un “ricordo” di mortadella ed un pizzico di maggiorana cotti nel sugo di pomodoro.

Queste usanze avevano comunque un aspetto positivo: mai sentito parlare di rifiuti solidi urbani!

Andora 1939: personale della Colonia d’Asti.
Pinuccia, la prima seduta a sinistra.

Natale, allora, arrivava solo una volta all’anno ed era preceduto da una novena in cui, alla sera, in chiesa a Rollo si cantava il “Regem Venturum Dominum” ed io mettevo la cotta pulita che Pinuccia mi aveva lavato con la “liscia”*.

Poi, alla messa di mezzanotte, si faceva nascere il Bambino e tutti lo baciavano e il mattino dopo c’era l’albero di Natale.

L’albero di Natale lo aspettavo da un anno all’altro perché era una pianta di ginepro infilata in una giara piena di pietre perché non si rovesciasse e, appesi ai rami del ginepro c’erano una dozzina di arance e mandarini ed una decina di caramelle che si chiamavano Elac.

Nelle “annàe” in quegli inverni cioè in cui il raccolto delle ulive era andato particolarmente bene, dall’albero pendevano anche due o tre torroncini minuscoli fasciati in una carta dorata con i margini frastagliati che si conservava per fare le figurine con le forbici.

Il collo della giara poi era coperto con qualche manciata di mandorle, noci e nocciole, ma parecchie erano rinsecchite.

La festa grande proseguiva poi a mezzogiorno perché Pinuccia preparava i “Tajaìn cu u tuccu”** e la cima con le uova sode dentro; alla fine c’era il panettone che Giumìn diceva che era genovese perché c’erano i canditi e lo zibibbo.

Un anno Giumìn tagliò una zucca secca e ci mise dentro una candela così che, di notte, sembrava uno che rideva sempre.

Chiara la sorella del prete Grillo Nero, così soprannominato da Adriano, da un famoso personaggio del corriere dei piccoli, aveva la passione degli animali ed oltre a tenere nel pollaio sottostante la canonica una dozzina di galline e di conigli, curava con amore un paio di canarini in due gabbiette sotto il portico di ingresso alla canonica.

Dopo pranzo prendeva due croste di pane avanzato apposta per loro, lo inzuppava d’acqua e lo premeva contro le sbarrette delle gabbie lasciandovelo in modo che i canarini, beccandolo, potessero sfamarsi e dissetarsi contemporaneamente non esistendo allora mangime per gli uccelli.

Siccome neppure per me esisteva mangime sufficiente malgrado gli sforzi di Pinuccia, quando Chiara e Grillo Nero si allontanavano, mi avvicinavo alle gabbie e con aria indifferente afferravo le croste ormai asciutte e me le mangiavo con gusto.

Mai nessuno si accorse della cosa ed i canarini sopravvissero comunque, evitandomi così le solite botte ed il rimorso di aver abbreviato la loro già breve vita.

La parrocchia, cioè il prete, possedeva anche un uliveto in cui era cresciuto un enorme fico d’india; un’estate, resomi conto del fatto, andai a rubare i fichi d’india solo che, non conoscendoli, me li misi in seno tra la pelle e la canottiera.

Forse quella fu la punizione per aver rubato il pane ai canarini.

La Canonica.
A piano terra l’ingresso all’oratorio dove visse Babolu;
al primo piano il terrazzo coperto con le gabbie dei canarini.

Nei primi anni di guerra era obbligatorio frequentare la casa del fascio durante il sabato fascista ed a noi ragazzini venivano impartite lezioni di combattimento simulato.

Un sabato ci condussero sulla scogliera ove attualmente sorge il ristorante “Rocce di Pinamare” esattamente lungo la liscia parete di roccia che costituisce il lato est della sala.

Dovevamo arrampicarci, strisciando con il “passo del giaguaro” sino all’Aurelia; la parete era tagliata longitudinalmente da grosse fessure che, essendosi col tempo riempite di terriccio e pietrame, avevano permesso lo sviluppo di un po’ di vegetazione e ci permettevano di riposare per qualche istante.

Stavo appunto sdraiato in una di queste fessure quando sentii Adriano* urlare come un pazzo e lo vidi precipitarsi giù dalla scarpata sino in mare: era finito in un nido di vespe ricevendo una mezza dozzina di punture!

Intervennero subito le crocerossine che erano le “piccole abissine” della colonia di Milano.

Dopo qualche mese ci diedero la divisa da “Balilla” con tanto di bandoliere e di fez col fiocco nero nonché un piccolo moschetto con baionetta incorporata.

Questa baionetta era una robusta asticella di ferro a sezione triangolare che veniva innestata con una torsione del polso e sporgeva di circa venti centimetri dall’estremità della canna.

Un pomeriggio l’avanguardista mi mise di piantone ad un vertice del perimetro che circondava l’area delle esercitazioni, sulla spiaggia di fronte all’attuale colonia di Milano, con l’ordine di “non far passare nessuno”.

Mi misi a percorrere col passo dell’oca e col moschetto a spallarm il tratto assegnatomi quando giunse un ragazzotto di tredici o quattordici anni, tale Chilé, che voleva entrare.

Passo, non passi, passo, non passi … quando mise piede nel perimetro gli diedi una baionettata nella coscia infilandogli tre centimetri di ferro nella carne.

Venne portato dal dottor Caviglia ed io venni promosso sul campo e ricevetti doppia razione di pastasciutta al rancio serale.




* Geometra Adriano Lunghi, stimato professionista ed ottima persona.

A cavallo degli anni trenta-quaranta la gente a Rollo si alzava al buio prima dell’alba ed andava a letto con le galline accendendo, per le poche ore necessarie, la “lümèa” che era un lume ad olio costituito da un’asticella cilindrica in ottone su di una base a forma varia con un contenitore di olio a tre beccucci dai quali sporgevano gli stoppini e che scorreva, regolabile in altezza, lungo l’asta.

Nelle case dei ricchi la “lümèa” era corredata da un anello con tre o quattro catenine dalle quali pendevano le forbicine per regolare lo stoppino, le pinzette per estrarlo dal beccuccio, il cono per spegnerlo, un grosso filo in rame per pulire i beccucci.

Normalmente si usava come combustibile l’olio rancido o quello di frittura dopo che era stato usato almeno una dozzina di volte.

Quando imparai a leggere divenni subito Salgari-dipendente tale da conoscere a memoria le avventure dei pescatori di Trepang, di Sandokan, Yanez, Kammamuri, del Corsaro Nero e dei suoi fratelli, nonché innumerevoli racconti di orchi, maghi, streghe, coboldi, fate e compagnia.

Riuscivo anche a leggere, prelevandoli dal cassetto del comò di Giumìn, i romanzi proibiti di Pitigrilli.

Non avendo abbastanza tempo durante il giorno aspettavo che Giumìn e Pinuccia andassero a dormire poi scendevo a riempire d’olio la lümèa nella giara della cucina, e questo anche tre volte per notte, leggendo a volte sino a quando sentivo cantare i galli.

I prelievi si ripeterono per molti mesi sino a quando Pinuccia si accorse che il livello dell’olio nella giara calava in maniera sospetta così, dopo qualche controllo, mi fecero dire la verità.

Al solito ricevetti una robusta dose di “testaiùi” nonché il divieto di prelevare olio dalla giara pena una non ben specificata ma consistente quantità di legnate.

Negli anni successivi alcune famiglie di progressisti adottarono un nuovo sistema di illuminazione: l’acetilene a base di carburo, ma la maggior parte dei vecchi conservatori tradizionalisti, sostenuti dal parere del saggio Chicottu, secondo il quale “sta lüje a l’è troppu forte e a fa mò ai öggi”* respinse l’innovazione.

Naturalmente Adriano ed io adottammo subito il sistema inventando una bomba costituita da una bottiglia a chiusura stagna di quelle col tappo ed il dischetto di gomma riempita con qualche pezzetto di carburo, poche gocce d’acqua e subito chiusa.

Dopo pochi secondi la pressione faceva esplodere la bottiglia e spargeva schegge di vetro nel raggio di dieci metri come una vera bomba ed il nuovo sistema sostituì le antiquate bombe, costituite da boccettini da inchiostro pieni di cenere, che Adriano ed io avevamo in dotazione.

La novità venne sperimentata nella canna fumaria del Bainòttu che immediatamente, come da istruzioni ricevute, andò a riferire a Giumìn che gli avevamo rovinato cucina e minestrone.

Il finale fu quello già collaudato con in più il dover portare al Bainòttu la mia cena.


* questa luce è troppo forte e fà male agli occhi.

Nell’anno millenovecentoquarantadue nella rada di Andora in prossimità di Capo Mele venne silurata una nave spagnola carica di arance.

Si venne poi a sapere, perché i palombari vennero a recuperarli lavorandoci alcuni mesi, che trasportava anche cinquecento motori per aerei da caccia.

Dopo qualche ora tutta la spiaggia dal torrente Merula a Capo Mele era cosparsa di arance che, libere o nelle casse, galleggiavano accostando a riva e tutta la gente accorse a raccoglierne a quintali mentre i pescatori con i “gussi”* andavano a soccorrere i naufraghi che urlavano.

Il mattino dopo, invece di andare a scuola, rifeci il giro trovando vicino alla foce del Merula un grosso delfino moribondo forse per le esplosioni dei siluri del giorno prima.

Dimenticai di aver marinato la scuola ed andai a chiamare Giumìn che immediatamente iniziò a macellarlo per farne carne da cuocere e “musciàme”** per il “cundiùn” che è una complessa insalata a base di pomodori:

Intanto si era radunata gente e mentre Giumìn terminava il lavoro giunse il Podestà con i fascisti della colonia che requisirono il tutto per l’ammasso pubblico.

Riuscii a nascondere solo due grossi filetti per il “musciàme” tra le budella da buttare.

Giumìn, quando li recuperai, dopo che tutti erano andati via, sbavava ancora dalla rabbia ma non me le suonò anche se non ero andato a scuola.

Babòlu, in lingua italiana scarafaggio, era un cane spinone senza padrone che viveva a Rollo e mangiava da chi gliene dava e che i cacciatori utilizzavano per la caccia alla lepre.

Lo ricordo bene perché con Gialì al pascolo a volte lo incontravo sulle colline e mi seguiva per un po’ giocando con la capra.

Una notte Angeòttu, forse scambiandolo per la lepre gli sparò una fucilata in testa. Lo portarono dal dottor Caviglia che riuscì a salvargli la vita ma ne uscì completamente cieco; rimase a vivere qualche anno in piazza a Rollo dormendo nell’oratorio sotto la canonica dove oggi c’è il presepe, poi sparì.

Nel quarantacinque andammo ad abitare ad Alassio in via Solva ed iniziai a frequentare le medie dai Salesiani; un giorno, tornando a casa lungo l’Aurelia vicino al municipio vidi un cane che assomigliava a Babòlu.

Mi avvicinai e lo chiamai “Babòlu!”. Immediatamente si irrigidì, inizio a tremare ed a perdere pipì.

Con pazienza mi feci seguire sino a casa.

Babòlu visse i suoi ultimi anni vicino a casa nostra, mangiando felice e scodinzolando ogni volta che mi sentiva vicino.

Lùensu* era un vecchio alto e magrissimo che abitava in un rudere di Cae Suttàe senza vetri alle finestre, dopo la casa di Nanòlu.

Dicevano che era venuto chissà da dove a lavorare per la ferrovia quando era in costruzione alla fine dell’ottocento e poi si era fermato a Rollo.

Possedeva un logoro paio di pantaloni, un vecchio cappotto sdruscito che metteva in inverno ed una camicia che era tutta un rappezzo e che lui continuava a rammendare facendosi prestare ago, filo e uovo di legno da Pinuccia finchè Giumìn gli regalò una sua vecchia camicia che al paragone pareva un Trussardi.

Luènsu possedeva anche una bibbia e tre conigli che vivevano in casa con lui e un “beriùn” che era un attrezzo formato da cinque o sei grossi bastoni di legno collegati da corde e che serviva per avvolgere erba o fieno in un grosso fascio per trasportarlo dagli uliveti alle stalle.

Quando lo incontravo col suo beriùn di fieno per i conigli, mentre andavo a pascolare Gialì sulle colline attorno a Rollo, accostava la schiena ad un muro, appoggiando il fieno sulla fascia soprastante e mi raccontava di aver sognato che era morto e che era andato all’inferno per i suoi peccati ma che una signora con un vestito celeste lo chiamava “LUENSU …”.
E lo prendeva per mano portandolo in paradiso.

Io lo ascoltavo attonito e gli chiedevo sempre dove abitava la Signora perché “non si sa mai” come diceva Giumìn, ma Luènsu non me lo ha mai detto.

Chissà se la Signora lo ha poi chiamato e se va ancora a fare l’erba per i suoi conigli.




* Lorenzo

In basso a destra il rudere in cui visse Luènsu.

Nel quarantatre i tedeschi avevano costituito un deposito di materiale militare vicino ad un canneto ad Andora presso il ponte romano.

Tra gli esplosivi vi era, al bordo del canneto, una pila di centinaia di mine anticarro consistenti ognuna in una cassetta in legno con i manici di corda, contenente nove blocchi di tritolo fasciati in carta nera, con i quattro blocchi ai vertici già forati per l’innesto dei detonanti sia del tipo a miccia che di quelli a percussione.

Da Rollo, passando per un sentiero chiamato “du Bevüu” che da Ca’ Bernei portava al passaggio a livello, dove oggi sorge l’attuale consorzio agrario, mi incontravo con Adriano e con Giovanni; andavamo al deposito e nascosti nel canneto aspettavamo che le due sentinelle fossero all’estremità del perimetro, strisciavamo sino alle mine, afferravamo due cassette e via nel canneto.

In poche settimane avevamo accumulato diversi quintali di esplosivo, tanto da far saltare una brigata di carri armati.

Siccome Adriano e Giovanni abitavano ad Andora e quindi più vicini al malloppo, avevo paura che mi rubassero la mia parte di mine, perciò facendo una dozzina di viaggi, le trasportai a Rollo e, non sapendo dove nasconderle dato il volume, impilai tutto il tritolo sotto il mio lettino.

Eravamo in inverno e quella sera Giumìn passando in camera mia mi rimboccò le coperte, vide le mine, impallidì e … quando riuscii a scappare, pesto e sanguinante, mi rifugiai in una casella di pietra sopra Bande de Là, vicino alla strada della Colla e vi dormii per alcune notti.

Pinuccia, di nascosto quando Giumìn era al lavoro, mi portava un poco di minestra ed un pezzo di pane; ritornai a casa la settimana successiva per intercessione del prete, ma non ho mai chiesto a Giumìn dove avesse messo il mio tritolo.

Neanche da grande.

U Bainòttu era figlio del Baìn e della Baìna. Non ricodo il Baìn e vagamente intravvedo la figura della Baìna che, per una paresi, era immobilizzata su di una sedia che il Bainòttu portava tutti i giorni fuori casa su un poggioletto in pietra e che, legata alla sedia per non cadere biascicava: “Mangiò … mangiò … cramentu Maria”*.

Il Bainòttu vivendo solo dopo la morte della Baìna, in una vecchia casa tra i ruderi di Ca’ Bernei, era diventato un po’ strano e passava le sere infilando scaglie di pietra nelle fessure dei muri dei ruderi circostanti.

Adriano ed io ci divertivamo a disfare il suo lavoro togliendo le scaglie e tirandole con la fionda finchè un giorno il Bainòttu andò da mio padre a raccontargli le nostre imprese.

Giumìn non stava a considerare questo e quello e le conseguenze psicologiche e, come si diceva allora “mi unse come un cuoio”!

E lo stesso fece il padre di Adriano.

Il Bainòttu usava come cesso due giare interrate sotto un “autìn” che era un pergolato di viti posto nell’angolo tra la facciata di casa sua e quella di un rudere in pietra alto tre piani ed allora scoperchiato.

Siccome non esisteva il telefono azzurro al quale chiedere consiglio, anzi non esisteva neppure il telefono, Adriano ed io decidemmo il da farsi: due cubetti di tritolo con i detonanti a miccia, uno per giara, aprirono due enormi buche nel terreno sotto il pergolato, intonacando di fogna le facciate delle case sino al secondo piano.

Anche quella volta, dopo l’epica reazione di Giumìn, le presi da molta gente compreso il Bainòttu che era un tipo mite e compassato avendo fatto il militare.




* “Mangiare … mangiare … sacramento, Maria”.

I terreni circostanti Rollo, dalla ferrovia al crinale della collina e dal passo del Castellareto al confine di Cervo sino a Conna, dove la superficie non era roccia affiorante, nel corso dei secoli erano stati sistemati a terrazzi e piantumati ad uliveto.

Dicevano i vecchi che nei tempi andati a Rollo si contassero oltre trenta frantoi; io ne ricordo quattro a Ca’ Bernei ed uno a Ca’ Survone che però non erano più in funzione. Dicevano inoltre che nel settecento si contassero a Rollo oltre cento fuochi cioè cento famiglie per cui si può stimare la popolazione che allora viveva in paese sulle quattrocento persone.

A quei tempi negli uliveti, oltre agli ulivi, si piantavano molte specie di alberi da frutto i cui prodotti costituivano una importante componente della alimentazione degli abitanti.

Ricordo le razzie di nespole gialle e nespole marroni o giapponesi, di fichi neri e bianchi o brigiasssòtte*, di prugne viola e gialle, amarene, sorbole, giuggiole, mandorle sciaccaélle*, carrube e piccole pesche dolcissime che si spaccavano lasciando un nocciolo rosso pulito; e i corbezzoli che erano un lassativo tremendo.

Pur essendo già in decadenza, la coltivazione dell’ulivo negli anni trenta continuava alimentata dai vecchi che in gioventù avevano navigato e che da anziani, ritornati permanentemente a Rollo, cercavano per quanto possibile di ripristinare i muri a secco crollati, potare gli alberi troppo infoltiti ed applicare le vecchie tecniche di concimazione cioè le “sòtte” e i “furnélli”.

La “sòtta” consisteva in una fossa semicircolare larga circa un metro e profonda cinquanta centimetri scavata attorno al ceppo dell’ulivo, riempita con la sterpaglia falciata nelle fasce e ricoperta con la terra di scavo. Sulla sòtta si piantavano le fave.

I “furnélli” consistevano in trincee profonde quasi un metro e lunghe quanto la fascia, riempite con la minutaglia della potatura, perché il grosso si portava a casa per la stufa, e ricoperte con la terra di scavo lasciando libere le due estremità.


Accendendo la ramaglia ad una estremità si sviluppava un certo tiraggio che permetteva la combustione di tutto il materiale coperto; la terra soprastante veniva cotta assumendo un colore rossastro e con la cenere sottostante costituiva un ottimo fertilizzante.

Ricordo un vecchio, mi pare U Gin da Gramuò ma non sono sicuro, che lavorava in giornata e si era fatto fare dal fabbro una zappa speciale a quattro becchi che rivoltava zolle enormi.

La sera ritornava a casa, mangiava qualcosa e poi di notte andava nei suoi uliveti e, con un lumino ad olio in bocca per avere le mani libere, lavorava per rifare i muri a secco crollati.

Quando si sentì morire si cucì all’interno di un sacco e lo trovarono alcuni mesi dopo.

Per la frutta rubata non ho mai preso botte salvo che da Gigéttu perché gli fregavo le amarene con le quali sua madre Maìna faceva le marmellate.




* intraducibile

Gigéttu era figlio di Maìna e di Pipìn de l’òa e fratello di Angiulìn e Giuseppina madre di Adriano ed Elio.

Gigéttu ed Angiulìn con Giumìn, Angeòttu e Giacumìn figlio di Chicòttu erano degli incancreniti cacciatori che sfidavano il coprifuoco dei tedeschi e dei San Marco per andare di notte alla posta alla lepre.

Alla sera si riunivano in casa nostra per caricare le cartucce con una macchinetta per l’orlo ed il bilancino per dosare la polvere ed i pallini.

La difficoltà stava nel reperire il piombo per i pallini.

In quegli anni i militari usavano come poligono di tiro la costa di “Mangiapàn” sparando ai bersagli lungo un muro sotto il “Fussàu de razze”; io andavo spesso tra i militari che mi avevano insegnato a smontare l’otturatore dei fucili e qualche volta il tenente mi faceva sparare ai bersagli con il moschetto.

Dopo i tiri andavo a cercare le pallottole spiaccicate contro il muro dietro i bersagli e le vendevo a Gigéttu.

Lui le faceva fondere in una padella separando il piombo liquido dai residui deformati delle pallottole in acciaio o in rame poi bucherellava con un chiodo una cartolina, si metteva sopra una pentola d’acqua fredda e piano piano versava il piombo fuso sulla cartolina; le gocce che dai fori cadevano nell’acqua fredda solidificavano formando i pallini per caricare le cartucce da lepre.

Terminate le esercitazioni dei militari un giorno sentii dire da qualcuno che le canne dell’organo della chiesa erano in lega di piombo.

Detto fatto, ogni volta che Gigéttu aveva bisogno di piombo prelevavo una canna dell’organo del seicento, la piegavo, la martellavo sino a ridurla ad un blocchetto compatto e lo vendevo a Gigéttu.

Fortunatamente in quegli anni nessuno suonava l’organo perché Grillo Nero aveva comprato un piccolo armonium che si suonava in coro e quindi nessuno si accorse che mancavano alcune canne dell’organo e, almeno per quel fatto, non le ho mai prese.

Rollo 1939: la Cresima.
a sinistra: Grillo Nero
a destra: la più alta è Pinuccia;
il cresimando con i pantaloni lunghi è l’autore.

Durante i primi anni delle elementari era diventato di moda ingozzare i bambini con l’olio di fegato di merluzzo che allora non era raffinato ed assomigliava sorprendentemente all’olio del motore di un’auto cambiato dal meccanico al controllo dei ventimila chilometri.

Ma il lato più raccapricciante della cosa non era l’aspetto bensì l’odore che ricordava una miscela di pesce marcio e pipì di gatto.

Ogni mattina bisognava ingoiarne un cucchiaio ed era un trauma che nel sonno mi procurava sudori freddi e conati di vomito.

Fortunatamente, negli ultimi tempi, l’orrenda pozione mi veniva servita da Pinuccia in una specie di ostia precedentemente ammollata in acqua; rimaneva pur sempre schifosa, ma sopportabile se l’ostia non si rompeva nel trangugiarla.

Quello però era solo un aspetto della medicina medioevale in uso a Rollo in quegli anni.

Il mal di pancia veniva curato con l’olio di ricino che, pur non raggiungendo l’orrore di quello di fegato, era pur sempre una atrocità da ingerire ed inoltre provocava improvvisi sconvolgimenti intestinali il che, col cesso in una giara a cinquanta metri da casa, diventava un problema logistico non indifferente.

Gli ematomi venivano curati con “impiastri” cioè pappine di semi di lino bolliti ed applicati bollenti sui lividi.

Il mal di denti con foglie di malva masticate crude e tenute in bocca per tutta la notte.

Il mal di testa con fette di patata poste sulla fronte e sulle tempie tenutevi con un fazzoletto legato al capo.

Il mal di stomaco con decotti di “gambarussa” o parietaria.

I vermi masticando ed ingerendo aglio crudo.


Il catarro con applicazioni sulla pelle di un cotone infernale detto Termogen e che aveva lo stesso effetto di carboni ardenti.

Uno dei metodi più praticati per curare il mal di schiena, il torcicollo ed altri malanni simili erano le “ventose”.

Il sistema consisteva nel fasciare una moneta con uno straccetto, legando con filo i quattro vertici sopra una faccia della moneta a modo di stoppino si inzuppava lo stoppino con olio, si accendeva e si posava la moneta sulla zona dolorante e si copriva con un bicchiere capovolto.

La fiammella consumava l’ossigeno sino a spegnersi creando una depressione e la carne sottostante si gonfiava creando una semisfera violacea che riempiva mezzo bicchiere bloccandolo.

Dopo qualche minuto la superficie della bolla si copriva di goccioline di liquido e piano piano la depressione spariva lasciando libero il bicchiere; pare che questa pratica riducesse considerevolmente il dolore.

Fu comunque in quegli anni che imparai l’arte di tacere e non lamentarmi mai per un dolore, avendo imparato che in ogni caso il rimedio era più doloroso del male.

Carmelina era una vecchietta magra che abitava a Ca’ Tiaferi, vicino a Bacicìn de Lasagna ed era soprannominata “U Gaggiùn”*. Io chiedevo sempre ai vecchi perché la chiamavano così, ma quelli ridevano e non volevano spiegarmelo.

Finalmente Nanìn de Milia un giorno mi disse che era perché da giovane prendeva tutti gli uccelli che le passavano vicino e, alla mia richiesta di sapere come faceva, mi spiegò che metteva ad ogni uccello un pizzico di sale sulla coda e quello si fermava.

Andai subito a casa e siccome quell’estate avevo allevato tre cardellini, rubai un po’ di sale a Pinuccia, tirai fuori il primo cardellino, gli misi un pizzico di sale sulla coda, lo lasciai e quello volò via.

Pensando di aver sbagliato la dose, tirai fuori il secondo e lo copersi di sale, ma anche quello volò via.

Al terzo tentativo capii che Nanìn de Milia mi aveva fregato.

Per vendicarmi mi procurai un po’ di cacca di cane e con l’aiuto di uno stecco, gli riempii il buco della serratura del portone di casa.



* Il Gabbione.

Dopo l’otto settembre quarantatrè quando i militari abbandonarono le caserme e prima che i nostri genitori bruciassero tutti gli esplosivi, nei locali della colonia dei poveri di Genova, ove attualmente sorge il condominio “Il Piccolo Parco” si trovava di tutto: dai caricatori di vari tipi di fucile, a quelli per la mitragliatrice Breda, dalle casse di bombe a mano Balilla, alle Sipe, ai razzi Bengala.

Naturalmente Adriano, Bruno, Totò il figlio della Sardegnola, Giuvanni du Bagnau ed io ci precipitammo a recuperare esplosivi perché dovevamo minare il tombino della “Muntò da Cruje”* per farlo saltare in caso di invasione.

Qualcuno, sparando un Bengala, che era un razzo da segnalazione e da illuminazione notturna, si accorse che l’arnese, formato da un tubo di cartone spesso e lungo oltre un metro, dal quale sporgeva la funicella da tirare o una specie di fiammifero da strofinare, conteneva un cilindro di fosforo appeso ad un paracadute di seta.

Fu appunto per recuperare uno di questi paracadute che successe il guaio.

Ci trovammo un pomeriggio con un bengala del tipo ad accensione a strappo nel bosco di stupendi pini marittimi che circondava un’antica chiesetta detta “La Concezione”, ove sorge oggi l’omonima cappella lungo la comunale per Rollo.

Essendo uno dei primi razzi che sparavamo, avevamo un certo timore, quindi al primo spago legammo altre cordicelle per una lunghezza di un paio di metri poi lo fissammo ad un albero cercando di metterlo verticale e cominciammo a dare strappi.

Dopo alcuni tentativi a vuoto il razzo esplose solo che, a seguito dei vari strappi, la sua posizione non era più verticale ma quasi orizzontale e finì in un cespuglio di ginestra secca che si incendiò immediatamente.
Dopo un quarto d’ora la pineta bruciava in un inferno di fuoco.

La gente accorse per spegnere le fiamme non essendoci i pompieri ma tutto fu inutile: alla sera l’intero bosco di pini era ridotto in cenere.
Naturalmente gli autori del disastro furono scoperti e si rividero la settimana dopo, quando i lividi delle legnate si erano ormai trasformati in macchie giallastre.



* tratto della mulattiera Rollo-Andora: Salita della Croce.

Andora 1930
Oratorio della Concezione.
A sinistra la pineta.

A volte Giumìn, di ritorno dopo mesi di navigazione o, come si diceva a Rollo, dopo essere stato “imbarcàu” per alcuni mesi, portava a casa tra i regali per Pinuccia e per me, il “musciàme”.

Si trattava, allora, di un tipico prodotto dei pescatori del mediterraneo e dei naviganti sui velieri ed era costituito da un filetto di delfino che veniva appeso ad essiccare ed ogni tanto veniva irrorato di acqua di mare e strofinato con sale.

Oggi, col delfino fortunatamente protetto, è sostituito con filetto di tonno con una preparazione molto più veloce e commerciale.

Quando arrivava in casa il musciàme si preparava il cundiùn che non era solo pranzo, ma una vera cerimonia già dalla preparazione.

Si trattava infatti di una complessa insalata a base di pomodori ma i cui ingredienti, da mantenere scrupolosamente identificati, dosati e non sostituibili, dovevano essere affettati in un certo ordine prestabilito.

Il cundiùn si mangiava con parenti, amici o vicini di casa su di un tavolo rustico sotto un uliveto in un unico recipiente di coccio chiamato “jatta”.

Per il cundiùn non esistevano posate, ma ognuno intingeva nella “bagnetta”* una fetta di pane, portando in bocca, tra il pane e le dita, le fette di pomodoro, di sedano, di peperone, di cipolla, di cetriolo, di musciàme, mentre Giumìn narrava le sue avventure in mondi che io rivisitavo di notte.

Il cundiùn di Giumìn rivive a Rollo, ogni anno alla “Festa delle erbe”.



• Liquido formato dall’olio, dal sugo delle varie verdure e dall’aceto dei capperi

Cesare de Carmelin era stato per alcuni anni mio compagno di banco alle elementari dalla maestra Gastaldi.

Quei vecchi cari, scomodi banchi delle elementari avevano un unico calamaio centrale costituito da un boccettino di inchiostro bloccato in un foro del banco e nel quale, attraverso lo stretto collo, si intingeva il pennino per scrivere.

Un mattino, senza farmene accorgere, presi una mosca e la buttai nel calamaio, poi tutto agitato dissi a Cesare: “U ghè ina musca in tu caamò; levila che mi a l’ho puia”*

Lui si mise a trafficare con la penna ma essendo il collo del calamaio più stretto del contenitore non riusciva a toglierla così gli suggerii ancora: “E sciuscighe nà”**. Cesare mi guardò meravigliato per la mia intelligenza, si chinò sul calamaio, soffiò … e si ritrasse di scatto con il viso ed il collo grondanti inchiostro, urlando “Signora maestra … Dabroi …”.

Anche dalla maestra Gastaldi che era una vera insegnante e che ricordo con affetto e stima, a volte le prendevo ma a paragone di quelle di Giumìn erano carezze.




* C’è una mosca nel calamaio, toglila che ho paura”.
** E soffiaci no!”

Andora anni 40.
Varo della Motonave Andrianna.
A sinistra, accosciato, Giumìn.

Baciccia viveva con Maria e siccome non erano sposati in chiesa, a Rollo era scoppiato un grosso scandalo che io credevo fosse una specie di sandalo come quelli che portava Giumìn, perciò guardavo sempre i piedi di Baciccia per vedere come era fatto ma non l’ho mai visto.

Baciccia oltre che gli scandali ai piedi portava due spesse pieghe al collo simili ai bargigli di un gallo, che però non cantava mai neanche in chiesa.

Baciccia abitava a Ca’ Tiaferi sopra la casa di Bacicìn de Lasagna ed era proprietario di un uliveto con un rudere che è l’attuale casa Prinz, vicino a Ca’ Bernei, in una località chiamata “a Valle” in cui si recava da ottobre a marzo a raccogliere le olive.

In quel periodo portavo spesso Gialì a pascolare in “a Valle” perché Baciccia aveva sempre con sé un fiasco di vino “cancarùn”*, un pacchetto di carta violacea con un pizzico di zucchero ed alcuni pezzi di pane secco del giorno prima.

I miei primi dolci sono stati i pezzi di pane secco intinti nel vino e zucchero in un bicchiere di Baciccia, nel freddo vento invernale sotto gli ulivi in “a Valle”.

Caro vecchio Baciccia, ovunque tu sia adesso, io credo che non ti manchi pane vino e zucchero!




* Vitigno e vino tipico della zona.

Una notte Pippo (*), l’aereo notturno, bombardò un convoglio di chiatte tedesche che navigavano sotto costa trasportando materiale bellico.

Il mattino dopo con Adriano andammo ad ispezionare le scogliere di capo Cervo, dove galleggiavano ed erano arenati tra gli scogli decine di giubbotti salvagente imbottiti di una fibra leggerissima chiamata Kapò e che, portata a casa, Pinuccia trasformò in morbidi cuscini da letto che usammo per anni.

Pochi mesi dopo, alla stazione ferroviaria di Andora, si fermò un treno composto da una decina di vagoni del tipo trasporto merci, chiusi con lucchetti, e rimase sul binario morto, incustodito, per alcuni giorni sinchè qualcuno con un tranciaferro fece saltare i lucchetti.

In meno di un’ora tutto il paese sapeva che il treno era pieno di balle di stoffa di due tipi: uno era tela leggera verde scuro, l’altro era un panno bruno dorato pesante e peloso da un lato.

Io arrivai tardi da Rollo comunque, aiutato da un certo Tabò, riuscii prima a nascondere sotto il tombino di Trevia e poi a portare a casa due rotoli di tela verde e una balla di stoffa pesante.

Per una decina d’anni dormimmo in lenzuola di tela verde e portai giacche e pantaloni di panno bruno.



(*) Non si sapeva chi fosse “Pippo”, se tedesco o alleato, se fosse stato in sola ricognizione o con missione di sganciare bombe.
Probabilmente si trattava di un bimotore inglese o americano (secondo alcune fonti un Mosquito o un bombardiere A20 o B25).
Si sapeva solo che nella notte, misterioso compariva e poteva colpire ovunque, lasciando cadere a caso grappoli di spezzoni incendiari e piccole bombe con delle curiose alette nella parte posteriore, come quelle dei proiettili da mortaio.

Dopo l’incendio della pineta della Concezione i nostri genitori decisero di bruciare e far esplodere tutto il materiale bellico lasciato incustodito dai militari in fuga nella caserma della Colonia dei Poveri.

Naturalmente subito dopo la nostra banda si precipitò a recuperare tutto il possibile.

Tra le altre cose io trovai una bomba a mano del tipo Balilla, della quale ero abbastanza pratico per averne già smontato qualcuna, ma questa era bruciacchiata e mezza fusa sicchè non potevo smontarla per recuperare la catenella che avvolge l’esplosivo.

Togliemmo allora la sicura e lanciammo la bomba riparandoci dietro il muretto della ferrovia.

La bomba rimbalzò alcune volte senza esplodere e si fermò nel piazzale; uno dei più coraggiosi andò a prenderla e la lanciò mentre gli altri stavano a guardare: ancora la bomba rimbalzò, rotolò, e si fermò senza esplodere.

La scena si ripetè diverse volte sino a quando uno lanciava e gli altri partivano di corsa per arrivare i primi ad afferrarla e rilanciarla.

Ad un certo punto Adriano lanciò ed io scattai per primo ma Giuvanni du Bagnau mi superò e quando stava per raggiungerla la bomba scoppiò in una nuvola di terra e di fumo crivellandolo di schegge, una delle quali gli si conficcò in una guancia a pochi centimetri dall’occhio.

Ancora oggi, a quasi settant’anni, porta la cicatrice nerastra sotto l’occhio.

Non so se lui le abbia prese, ma a me ne dettero tante che avrei voluto essere al suo posto in ospedale.

Gli uliveti liguri, nel corso dei secoli, avevano subito decine di frazionamenti tra eredi, praticamente ad ogni generazione; ciò aveva portato ad uno spezzettamento delle proprietà in micromappali alcuni all’assurdo di un unico albero di ulivo su di una proprietà inferiore ai dieci metri quadrati.

Questa situazione rendeva irrazionale ed antieconomica la coltivazione dato che un proprietario di diciamo diecimila metri di uliveti doveva spostarsi su dieci, quindici, a volte trenta “scìti”* diversi a volte a notevole distanza tra loro.

Un aspetto poco conosciuto di questo stato di cose si verificava, quando, ed era così nella maggior parte dei casi, il confine correva lungo un muro di fascia.

Succedeva allora che la chioma degli alberi della proprietà superiore sporgesse di alcuni metri sulla proprietà inferiore coprendo od intrecciandosi con i rami delle piante sottostanti, generando confusione sulla appartenenza all’uno od all’altro proprietario del frutto caduto a terra.

Interveniva allora l’esperto detto “Stimaù”** che tracciava sul terreno, ammucchiando terra foglie e sassi, una linea detta “cunfina”*** che seguiva approssimativamente la verticale della chioma dell’albero soprastante o la mediana dell’intreccio dei rami, definendo così gli spazi di raccolta tra i proprietari.

Tale sistema non fu contestato per secoli sino a quando, per tutto un inverno a Rollo non sorsero discussioni sull’operato dello “stimaù” che chiaramente aveva sbagliato il tracciamento delle cunfine in molti uliveti.

Le discussioni e le liti tra proprietari confinanti continuarono sino a quando Petalìn che era un tipo irascibile e che bestemmiava come un turco, mi scoperse a spostare le cunfine sotto un suo uliveto.





Oltre alle solite legnate da Petalìn e da Giumìn, ricevetti anche il divieto di pascolo per Gialì negli uliveti per tutto il periodo di raccolta delle olive.




* appezzamenti o mappali.
** stimatore.
*** limite di raccolta.

Fiuìna, di famiglia benestante, era la madre di Battistìn detto di Fiuìna per distinguerlo dall’altro Battistìn “u bancaò” che faceva il falegname ed abitava a Cae Suttae.

Fiuìna abitava nella casa di fronte alla chiesa; quando tornavo da scuola alle elementari ad Andora, specie nei periodi caldi, mi fermavo e le chiedevo una “cassa d’òigua” cioè un mestolo d’acqua dal secchio tenuto al fresco e lei diceva sempre: “Ahi mi meschina, Segnù piòime”* ma poi andava in cucina e sbatteva due rossi d’uovo con due cucchiai di zucchero aggiungendovi poi mezzo bicchiere di marsala e se li beveva alla salute.

Battistìn de Fiuìna faceva il sacrestano ed era quasi completamente cieco per la sifilide contratta in Argentina quando da giovane faceva il marinaio.

Io credevo che la sifilide fosse una formica cattiva perché in casa avevamo le formiche che anche loro erano argentine, mentre i “cagnìn” erano formiche più grosse, nere, che vivevano nei tronchi degli alberi.

Battistìn de Fiuìna mi voleva bene perché facevo il chierichetto e un giorno che ero rimasto con il braccio bloccato in un buco del muro del campanile al piano dell’orologio, per prendere un nido di passeri, dopo aver gridato tutto il pomeriggio, mi liberò allargando il buco con punta e mazzetta, avendomi sentito quando era venuto a suonare l’Ave Maria delle sei.

Avevo il braccio nero e tumefatto ma Giumìn me le suonò lo stesso perché non avevo innaffiato l’orto.

Battistìn de Fiuìna mi aiutava sempre quando ne combinavo qualcuna come quando spogliai completamente l’albero di giuggiole di Ninìn. Quando andammo ad abitare ad Alassio Battistìn de Fiuìna mi regalò una tabacchierta d’argento e non l’ho più rivisto.




* “Ah poveretta me, Signore prendetemi!”

Chiesa della SS. Trinità.
Il foro a sinistra dell’orologio è per me un vivo ricordo.

A Rollo, in quegli anni, non si era mai sentito parlare di avvocati, studi legali, cause e querele.

A risolvere la maggior parte delle controversie che, inevitabilmente, sorgevano tra le famiglie bastava l’unica cosa che in paese abbondava: il buonsenso.

Quando proprio la questione superava i limiti, interveniva l’esperienza e la saggezza, a volte l’autorità, degli anziani che spesso con ironia feroce ricorrevano ai “diti”:

“Cuu tempu e cua pàia, anche i nèspui maüa”. Col tempo e con la paglia anche le nespole maturano, cioè anche le situazioni più aspre e difficili col tempo e senza irritarle si ammorbidiscono.

“U ghe n’è pe’ l’ose e pe’ chi u mena”. C’è n’è per l’asino e per chi lo conduce: quando sorgeva una divergenza in cui torto e ragione non erano ben definiti.

“E reloiu u se ferma, ma u tempo na”. L’orologio si può fermare ma non il tempo, a proposito di giovanotti e signorine stagionati che … truccavano l’età.

“Chi fa u passu ciü longu da gamba prima o pöi u se ingamba”. Chi fa il passo più lungo della gamba prima o dopo inciampa, quando qualcuno concludeva malamente un affare al di sopra delle sue possibilità o un lavoro che superava le sue capacità.

“U fa ciü burdèllu in erbuu cu cazze che in boscu cu cresce”. Fa più rumore un albero che cade di un bosco che cresce, a proposito di un fatto increscioso o di uno scandalo scoppiato in un ambiente perbene e che aveva fatto notizia.

“I sun Messe dite e Vespri cantài”. Vale a dire Messe dette e Vespri cantati a proposito di attività lavorative o sessuali di persone avanti con gli anni ma ancora velleitarie.






“Palanche i fan palanche e pigöggi i fan pigöggi” che non ha bisogno di traduzione.

“Cölli de Rollu pe’ ina figa i se rumpe u collu” e mai proverbio fu più azzecccato che nel mio caso, quando rimasi infilzato per una spalla su di un cancelletto della proprietà Bigoni di fronte al pozzo di Cae Suttae, essendosi squarciato il ramo sul quale ero salito per rubare i fichi maturi.

“A l’è ina scicutea”. Dal latino “Sicut erat in principio ed nunc et semper …” di cosa che si ripete monotonamente sempre uguale.

Ed innumerevoli altri adatti ad ogni circostanza.

Comunque l’esperienza, il buonsenso, l’ironia ed il tempo sostituivano abbondantemente codici e leggi che la gente non sapeva neppure che esistessero.





* letteralmente: detti o proverbi o massime.

Un pomeriggio Giumìn mi diede cinquanta centesimi e mi disse di andare dal barbiere a farmi tagliare i capelli mentre lui e Pinuccia lavoravano in un uliveto detto “sgaiàu”* sotto Rollo ove oggi sorge il villaggio Aurora.

Io andai dal barbiere Casulla, sulla vecchia Aurelia, mi feci tagliare i capelli e poi gli dissi che sarebbe passato mio padre a pagare.

Mi recai poi al negozio della “Culétta” del quale ricordo ancora l’odore particolare perché vi si vendeva di tutto: dai vari tipi di pasta nei cassetti di un mobile a parete, alle casse di carrube per le mule, alle caramelle, alla frutta, alla verdura, alle casseruole in terracotta, ai secchi smaltati, alle fave, ceci e piselli secchi, crusca, castagne, biscotti all’anice, liquirizia, stoccafisso e baccalà in una bacinella d’acqua, e decine di altri prodotti compresi i formaggi in una vetrina di rete metallica per le mosche.

Comunque con i cinquanta centesimi comprai una montagna di confetti, di mentine colorate, di liquirizia e bastoncini di zucchero filato.

Sfortuna volle che Giumìn, avendo bisogno di una corda, venisse ad Andora a comprarla nel negozio di “Culétta” e passasse dal bar Torrengo davanti al barbiere.

Quel giorno collaudai ed ammmorbidii personalmente la corda di Giumìn perché feci il percorso dal passaggio a livello sino allo “sgaiàu” a cordate nelle gambe.




* Sprecato.

Andora 1938.
A destra, in giacca bianca, il barbiere Casulla.

Solitamente da marzo ad ottobre, eccetto che per andare a messa ed a scuola, si andava in giro scalzi; ricordo che Adriano ed io andavamo da Rollo allo “scoglio a picco” sotto l’attuale villaggio Conca Verde saltando da una fascia all’altra senza seguire né strade né sentieri perché avevamo la pelle della pianta dei piedi spessa proprio come la suola di una scarpa.

Quando, raramente, uno stecco riusciva a bucarla lo toglievamo, facevamo pipì sulla ferita per disinfettarla e via di nuovo senza far caso al dolore.

Molto più dolorose le “süppàe” quando, a seguito di un calcio dato inavvertitamente ad un sasso sporgente ed infisso nel terreno, si apriva una ferita di solito al pollice lungo tutto il margine dell’unghia.

Però d’inverno, specie quando pioveva, bisognava mettere le scarpe e siccome io oltre ad avere una naturale predisposizione per sfasciarle dovevo percorrere sia le mulattiere da Ca’ Bernei ad Andora per andare a scuola, sia i sentieri acciottolati per andare a pascolare Gialì, consumavo le scarpe come fossero state di carta velina.

Giumìn allora prese provvedimenti: un mattino all’alba partimmo a piedi ed andammo a Tovo, dopo Chiappa, passando per la Colla, da un calzolaio detto “U Caegò” che mi prese le misure per un paio di scarponi che Giumìn volle di quattro numeri più grandi e con la suola fitta di “bruchette” che erano chiodi a testa larga e zigrinata che sporgevano sotto la suola; volle anche che sulla suola, al tacco e alla punta, u caegò mettesse le mezzelune in ferro.

Dopo un mese andammo a ritirare il capolavoro; Giumìn riempì le punte degli scarponi con carta bagnata, strizzata e pigiata finchè si adattarono al mio piede e mi ordinò di ungerle con la “sciùnza” che era grasso puzzolente, tutte le settimane, cosa che feci per i tre o quattro anni seguenti, togliendo ogni anno un centimetro di carta dalla punta.

Petalìn era un ometto minuto quasi calvo e baffuto e un po’ isterico che, oltre a lavorare nei suoi terreni andava a potare a giornata o, come si diceva, a “brundiò” negli uliveti di altri proprietari.

Dopo aver concordato data, luogo e prezzo del lavoro, il giorno stabilito partiva all’alba portandosi scala, piccozzino, gancio, saracco, corda, forbici da potare e quanto altro.

Giunto sul posto compiva una prima ispezione per scegliere l’albero dal quale iniziare, tenendo conto del sole, del vento ecc.

Scelto l’albero trasportava tutta l’attrezzatura alla “causa”* appoggiava la scala, saliva e, giunto in cima “Porcu de lì … porcu de là … a me sun scurdàu e tesùie”.

Scendeva, prendeva le forbici, risaliva e “Porcu de lì … porcu de là … a me sun scurdàu u gànciu”.

Scendeva, prendeva il gancio, risaliva e ricominciava la litania con accompagnamento di petti che, se si era sottovento, si avvertivano dalla costa opposta a cinquecento metri.

A mezzogiorno, finito sì e no il primo albero, andava a casa.

Il giorno dopo riprendeva la “scicutéa”**.

Petalìn al pomeriggio andava a lavorare nei suoi uliveti e siccome era ossessionato dal timore che gli avvelenassero la verdura, si era fatto l’orticello al “fussàu de razze” lontano da Rollo sopra l’attuale viadotto autostradale del Rinovo ove esiste ancora una minuscola sorgente.

Un giorno Adriano ed io gli piantammo nell’orto due paletti con i cartelli di “ATTENZIONE VERDURE AVVELENATE” e mettemmo due boccettini coll’etichetta col teschio vicino alla pozza della sorgente.

Dopo qualche giorno facemmo un controllo: Petalìn aveva sradicato tutto l’orto e tagliato tutti gli alberi d’ulivo.

La pozza della sorgente era sparita ed al suo posto una enorme buca impediva l’accesso al terreno.




* Base del tronco, ceppo.
** Cosa che si ripete; vedi capitolo “I Diti”

U Noru era il proprietario di un ristorante per camionisti sull’Aurelia ed era famoso per gli uccelletti in casseruola che catturava a migliaia con il vischio e le gabbie da richiamo sulle piante di “verne” del torrente Merula, allora non arginato e nostro territorio di esplorazione.

Era anche il proprietario di un terreno vicino all’attuale ponte “Italia 61” terreno sul quale si ergeva un superbo ciliegio dal tronco liscio di oltre cinque metri di altezza.

Per una intera primavera Adriano, Giuvanni du Bagnau ed io gli fregammo le ciliegie approfittando di una scala in legno che il Noru lasciava all’interno di una baracca, ma la primavera successiva, accortosi del fatto, fece sparire la scala sicchè, data l’altezza e la conformazione del tronco che non offriva appigli, non riuscivamo a raggiungere le ciliegie.

Un pomeriggio, dopo il bagno, ci eravamo radunati ad ammirare quei duroni quasi neri quando Giuvanni du Bagnau, che abitava poco distante ebbe un’idea: andò a casa e ritornò con un piccozzino affilato.

Dopo dieci minuti il grande tronco giaceva sul terreno e noi ci riempivamo tasche e stomaco di ciliegie. Osso e tutto.

Il Noru denunciò il fatto ed il carabiniere della stazione fece il giro delle famiglie denunciate.

Quello che seguì fu veramente indimenticabile: Pinuccia mi portò dal medico Caviglia che mi diede cinque punti di sutura alla nuca oltre a prescrivermi impiastri di semi di lino sui vari ematomi.

Comunque nel corso di quell’estate rubammo al Noru una dozzina di “scindrie” dette angurie in italiano. Adriano si sbagliò e, nella fretta e nel buio, rubò due zucche.

La domenica mattina a Rollo si suonavano le campane per avvisare gli abitanti che stava per iniziare la Messa.

Battistìn de Fiuìna il sacrestano suonava, e mi aveva insegnato a suonare “a prima, a segunda, a terza, u ciucchìn e u rabaiùn”*

Soltanto nelle feste grandi quando i preti dicevano la Messa in terza intervenivano i vecchi a “battaiò” cioè a suonare a mano senza le corde, impugnando i batacchi.

Quando suonava il ciucchìn dalle varie borgate ancora abitate cioè da Ca’ Bernei, da Bande de Là, Ca’ Tiaferi e Cae Suttae, cominciava ad arrivare gente vestita a festa il che voleva dire pantaloni di fustagno e faudài di panno, gilè e giachè un po’ meno rammendati dei soliti usati per il lavoro.

U Tibì abitava a Bande de Là di fianco a Chicòttu ed era un vecchio dal portamento dignitoso che io avevo individuato come un discendente del Corsaro Nero, perché aveva una fluente barba bianca ed era completamente vestito di nero compreso il cappello di feltro.

U Tibì usciva di casa vestito di tutto punto e scalzo, con in mano un paio di vecchie scarpe nere spazzolate a specchio; percorreva i cinque o seicento metri sino al sagrato della chiesa sempre scalzo e con i pantaloni rimboccati; arrivato alla porta si metteva le scarpe, annodava le stringhe, disimboccava i pantaloni, entrava in chiesa, assisteva alla messa, usciva, ripeteva il tutto in senso inverso e andava a casa.

Le vecchie di Rollo, tra una presa di tabacco e l’altra, sostenevano che le scarpe in questione fossero quelle del padre che era stato sepolto scalzo.

Probabilmente, alla sua morte, il Tibì non avendo eredi avrà compiuto l’ultima trasferta con le scarpe ai piedi.



* Intraducibili: il ciucchìn era il suono della campana piccola, il rabaiùn quello della campana più grossa.

Bande de Là – In basso la casa del Tibì.

Nel quarantatrè Giumìn faceva un po’ di “borsa nera” che consisteva nel contrabbando di generi alimentari, allora razionati, per rimediare qualcosa da mangiare, portando olio e sale in Piemonte e scambiandolo con polenta, farina e lardo.

A quell’epoca avevo dieci anni e Pinuccia si era procurata una lattina da sedici litri ed aveva cucito uno zainetto per trasportarla più comodamente.

Al pomeriggio partivo con il mio zainetto, salivo alla Colla, andavo a Chiappa e scendevo al “Muìn du figu” nella valle di San Bartolomeo del Cervo dove era in funzione un vecchio frantoio che lavorava di nascosto dalle autorità.

Lì mi riempivano la lattina d’olio, pagavo e ritornavo a Rollo dove Giumìn versava l’olio in una giara da ottanta litri e poi una volta piena con dei grossi contenitori in lamiera detti “lame” lo portava in Piemonte col treno a carbone.

Dovevo però stare attento che il “gumbaiö”* non mi desse olio “lavato” cioè ricavato dalla sansa la pasta di olive, nocciolo e pelle ormai spremuta e lavata in acqua calda.

L’olio lavato veniva a galla nella vasca ed era recuperato con la “lecca” uno strumento in lamiera fatto come un piatto col manico con cui si sfiorava la superficie dell’acqua cogliendo il velo d’olio che galleggiava e che era di qualità inferiore.

Tornando a casa deviavo spesso per le pinete e per la macchia cercando nidi, così che quasi sempre arrivavo a Rollo di notte.

Un pomeriggio capitai su di un nido di “scarùgi”, quei grossi vesponi gialli e neri; cercai di scappare, abbandonando anche lo zaino, ma due mi punsero, così arrivai a casa gonfio come un pallone.

Giumìn mi diede solo qualche calcio nel sedere e si fece accompagnare sul posto.




Fortunatamente ritrovammo zaino e lattina piena ad una decina di metri dal nido, evitando così mio padre di essere punto ed io altre legnate.



* Frantoiano.

Al tempo in cui Giumìn faceva la borsa nera, oltre all’olio bisognava procurarsi il sale e, non esistendo negozi dove comprarlo, dovevamo fabbricarlo.

Fortunatamente avevamo a disposizione un’infinità di materia prima: il mare.

Giumìn, che aveva fatto il marinaio, e gli altri grandi, si erano procurati, probabilmente rubandole nel cantiere navale, alcune grandi lamiere rettangolari; rialzandone a martellate i bordi si ottenevano delle rudimentali vasche piane di quasi due metri quadrati di superficie.

Trasportate in spiaggia poste su treppiedi in ferro sopra un fuoco di sterpi e legna, venivano riempite di acqua di mare.

Con l’ebollizione e l’evaporazione si depositava sul fondo uno strato di sale un po’ amaro ma commestibile; una volta evaporata tutta l’acqua ed asciugato il sale questo veniva raschiato con una spatola di legno, raccolto in sacchetti di tela e portato a casa per essere poi scambiato in Piemonte.

Compito di noi ragazzini era quello di riempire le vasche con acqua di mare ed andare nel bosco a cercare legna per il fuoco ed era un gran spasso, perché riempiendo le vasche facevamo il bagno e, nella stagione dei nidi, giravamo tutta la collina che allora non era infestata di ville, giardini, strade, parcheggi e ripetitori.

Inoltre tutte le capre della zona ci venivano a leccare perché eravamo sempre incrostati di sale.

Andora: la zona di spiaggia dove facevamo bollire l’acqua di mare per ricavarne il sale.

U Gin de Testùn, marito di Gilìna era il padre di Milì moglie di Angeòttu, nonno di Annamaria e bisnonno di Claudio Biasibetti.

Era un arzillo vecchietto minuto, quasi calvo e con un paio di favolosi “mustasci”* ingialliti e bruciacchiati dal fumo.

La domenica, dopo messa, i vecchi del paese tra cui ricordo Pipìn de l’òa, u Muèttu, Chicòttu, u Tibì, u Bainòttu, Nanìn de Mìlia, Battistìn, Battistìn de Fiuìna, Petalìn, Bacìccia, Bacicìn de Lasagna, Nanòlu, Luènsu, Michè, Michè u Grossu ed altri si sedevano fuori del portone della chiesa per discutere gli importanti avvenimenti della settimana che vertevano sul crollo del muro nell’uliveto di Culetìn; sul parto della capra del Ca’ d’Ineia; sul fatto che u Tatùlu che abitava ad Andora in regione Noceto ma che era un lontano cugino di Nanòlu avesse sposato una di Imperia …

U Gin de Testùn sedeva con gli altri, caricava una corta pipetta fatta col torsolo della pannocchia del granoturco, accendeva e si godeva la sua pipata.

Terminato il tabacco, con un arnese fatto con l’osso di un pollo, ripuliva il fornello della pipa dai residui di tabacco, dalla cenere e dalla saliva che vi era colata, raccoglieva il tutto nel palmo della mano callosa, lo amalgamava sino a formare una pallina grossa come una biglia e se la ficcava in un angolo della bocca masticandola con soddisfazione.

Noi ragazzini lo guardavamo facendo finta di niente e dicendoci: “u regüma cume ina cròva”**.



* Baffoni.
** Rumina come una capra.

Adriano era il figlio di Giuseppina, sorella di Angiùlin e di Gigèttu, che aveva sposato un casellante delle ferrovie, ed abitava con suo fratello Elio nel casello ferroviario sotto l’attuale villaggio Conca Verde.

Un giorno dei primi mesi del quarantaquattro Adriano mi disse che aveva trovato un vecchio fucile ‘91 della prima guerra mondiale, ma ancora in dotazione all’esercito italiano prima dell’otto settembre.

Nelle razzie delle caserme io avevo prelevato alcuni caricatori da sei colpi di questo tipo di fucile.

Il pomeriggio stesso portammo il fucile ed un caricatore da sei colpi sullo “scoglio a picco” nella scogliera sotto il casello; questa roccia sporgendo di cinque o sei metri sul livello del mare, costituiva un ottimo piazzamento per sparare in ogni direzione.

Caricammo il fucile e cercammo un bersaglio; caso volle che alla foce del torrente Merula, a circa duecento metri da riva ed a oltre un chilometro dalla nostra postazione si trovasse una barca con una persona che pescava al bolentino.

Ci sdraiammo appoggiammo il fucile alla spalla e, tre colpi ciascuno, gli scaricammo addosso l’intero caricatore ammaccandoci la spalla per il rinculo.

Fortunatamente nessuna delle sei pallottole lo raggiunse e credo che non se ne sia neppure accorto, forse confondendo il sibilo dei proiettili con il ronzio di api o mosche di passaggio.

Non ho mai saputo chi fosse.

Bacicìn de Lasagna, nonno di Fernando e Lucianetto, abitava a Ca’ Tiaferi, sotto la casa di Baciccia ed era affetto dal morbo di Parkinson che gli faceva tremolare la mano destra.

Alla domenica, quando i vecchi si sedevano dopo messa fuori della chiesa per le solite chiacchiere, Bacicìn infilava la mano destra nei larghi pantaloni di fustagno, forse vergognandosi del tremolìo che la scuoteva, solo che questo si trasmetteva alla stoffa alzandola ed abbassandola ritmicamente.

Noi ragazzi, giocando alla “patta” e rincorrendoci attorno alla palma del sagrato, osservavamo il movimento dicendoci “Mia c’u se ne fa üna, mia cu se ne fa üna !”*.

Bacicìn ci osservava con gli occhi lagrimosi e tristi forse comprendendo quanto accadeva.

Oggi ho rimorso per quelle irriverenze e mi sento triste al pensiero di quanto male, nella mia incoscienza, posso aver fatto a Bacicìn.

Ma Bacicìn de Lasagna era famoso soprattutto per la commedia che inscenava in primavera quando, con il carro pieno di attrezzi e la mula a trainarlo, partiva per andare ad Andora a coltivare “I ciai”**.

Già il carico costituiva un’impresa perché doveva essere bilanciato, poi bisognava scenderne una parte per controllare di non aver dimenticato qualche attrezzo importante, infine nessun manico doveva sporgere dal carro.

Tutto questo con costante accompagnamento di giaculatorie, nonché dalle raccomandazioni della moglie: “Bacicìn va cianìn, me raccumandu”.

Ma la scena madre che raccoglieva spettatori da tutta Rollo era il momento della partenza: Bacicìn, salito a cassetta sul carro, tolto il freno ed impugnato lo staffile, iniziava a farlo schioccare e ad incitare la mula con versi vari.

Il povero animale, nello sforzo per vincere l’inerzia,

lasciava partire certe scorregge che parevano vele lacerate e finalmente, tra l’ilarità generale, Bacicìn partiva per i ciai!


* guarda che se ne fà una.
** campi in pianura.

La vita degli abitanti di Rollo in quegli anni era, dalla nascita alla morte, un continuo sacrificio ed una continua fatica.

Si cominciava da bambini a portare gli animali al pascolo; ad andare quotidianamente al pozzo a riempire i secchi d’acqua per il fabbisogno della cucina e per lavarsi, per quel poco che ci si lavava; ad aiutare i grandi portando le ceste di scaglie quando ricostruivano i muri a secco crollati nelle campagne; a svuotare le giare che servivano da cessi ed a trasportare la latrina negli orti perché non contenendo detersivi, costituiva l’unico fertilizzante conosciuto assieme al letame delle vacche e delle capre.

Bisognava stare attenti a quello dei conigli e delle galline perché era troppo forte e, se si bruciava la verdura dell’orto, erano legnate sicure.

Il tutto condito dal freddo in inverno perchè non esisteva riscaldamento se non la stufa a legna in cucina ed il mattone riscaldato e fasciato in una vecchia calza di lana da portare a letto e ricondito dal caldo in estate, specie di notte perché i vecchi “paiassùi”* di foglia di granoturco e i materassi di crine erano un inferno di calore e di insetti.

Solo Fiuìna aveva un materasso di lana.

Il sogno di noi ragazzini era quello di poter diventare presto grandi per poter andare “a navigare” immaginando avventure come quelle dei pirati e dei bucanieri i “fratelli della costa” e senza comprendere le facce stanche e deluse dei nostri padri quando, dopo anni, ritornavano da quelle “avventure” e a quarantanni sembravano averne il doppio.

I vecchi poi finivano di rovinarsi il fisico in “case” umide e fredde, senza luce, senza acqua, senza riscaldamento e senza servizi igienici, lavorando dall’alba al tramonto e mangiando quel che c’era quando ce n’era.

Durante i funerali sentivo dire dai vecchi: “dopu tanta fatiga, dopu tantu penò u l’è andoitu in Vaè”** e mi chiedevo dove fosse Vaè, perché un giorno o l’altro volevo andarci per vedere se ci fossero dei nidi di testenere o di coderosse.

Dopo qualche anno scopersi che Vaè era il cimitero.



* sacco tipo materasso riempito con il rivestimento della pannocchia di granoturco
** “Dopo tanta fatica, dopo tanto penare è andato a Vaè”.

Rollo: personaggi degli anni 20-30.
Seduti gli ultraottantenni: in piedi i giovanotti.
Il primo seduto a sinistra: Petalìn
L’ultimo in piedi a destra: U Tibì.

Dagli ultimi mesi del quarantadue sino alla fine della guerra, una o due notti la settimana, passava un aereo degli alleati che, chissà perché, venne chiamato Pippo e che lasciava cadere a caso un po’ dovunque grappoli di spezzoni incendiari e piccole bombe con delle curiose alette nella parte posteriore, come quelle dei proiettili da mortaio.

Gli spezzoni erano costituiti da un parallelepipedo a base esagonale di dieci centimetri ed alti circa quaranta, in lega di alluminio, la cui cavità conteneva l’esplosivo, credo fosforo.

Ad una delle estremità era fissato un piccolo percussore cilindrico con una punta a spillo che nell’urto sul terreno batteva contro il detonatore facendo esplodere l’ordigno.

Proprio il possesso di questi percussori era diventato una mania tra noi ragazzi, perciò ci davamo da fare per rintracciarli dove Pippo li aveva sganciati la notte prima.

Un giorno pascolando Gialì sopra un uliveto chiamato “reinàudu” trovai uno spezzone inesploso; naturalmente me lo portai a casa ma, memore di quanto era successo con le mine sotto il materasso, non lo nascosi in casa ma nei ruderi di Ca’ Survòne in quello che oggi è l’appartamento dell’ingegnere Colombo.

Dopo alcuni giorni, volendo recuperare il percussore, mentre Giumìn e Pinuccia erano in un altro uliveto, pensai a come far esplodere lo spezzone ma non riuscii ad escogitare altra soluzione che quella di scagliarlo ripetutamente contro un muro.

Seguì una mezz’ora di insuccessi poi finalmente l’ordigno esplose con una violenta fiammata di oltre due metri, talmente calda da sembrare bianca e da cui sprigionavano dense ed alte volute di fumo.

Poiché nel frattempo stavano passando ad alta quota alcune formazioni di fortezze volanti B 17 che andavano a bombardare Torino, mi spaventai ed andai al pozzo a riempire un secchio d’acqua e lo rovesciai sullo spezzone che continuava a bruciare.


Il risultato fu una colonna di fumo spessa dieci metri ed alta una cinquantina che fece scappare Gialì nella stalla.

Un caccia “spitfire” di quelli con le ali larghe, che probabilmente era di scorta ai bombardieri, scese volteggiando e passò rasente a Ca’ Bernei; vidi chiaramente il pilota che mi guardava attraverso i vetri della carlinga.

Poco dopo giunsero Baciccia, Giumìn e u Bainòttu attirati dal gran fumo.

Giumìn resosi conto dell’accaduto strappò una “fèrla” cioè un rametto dritto da un ulivo e me le suonò con quella, ma non mi fece molto male perché era ancora tenera e flessibile.

Ca’ era profumo di legno d’ulivo che bruciava nella vecchia stufa; di mele a maturare sulle sporgenze della volta a vela di camera mia; di “menestrùn” che Pinuccia, con due patate un cavolo e quattro fagioli, elaborava in una golosità profumata di boragine e basilico.

Ca’ era il canto del picéttu* in gabbia dietro la porta; il flauto di Pan tra le fessure dell’antica finestra con stucco screpolato dal vento e dal tempo; il ticchettio della “Singer” di Pinuccia che la sera rattoppava, cuciva e rammendava i pochi indumenti custoditi nel comò e nel guardavì.

Ca’ era il pavimento in leggera pendenza e la fessura lungo la linea di incontro con la parete in pietra; una o due volte l’anno Giumìn faceva bollire un pentolone d’acqua che rovesciava sul pavimento e che colava, ancora bollente, dentro le fessure del muro sterminando le formiche argentine che vi si annidavano.

Ca’ era la cantina con la botte dove, scalzo, pestavo i pochi acini di “cancarùn”** del vigneto di Ca’ Survòne, e con i grappoli di sòrbole appesi a maturare ai fili tesi da parete a parete; era la stalla di Gialì con la porta incastonata in un arco di pietra scolpita.

Ca’ era Pinuccia che mi curava con amore quando, caduto da un ulivo “au Pràu” per prendere un nido avevo strisciato lungo un muro di quattro metri scarnificandomi la schiena o quando, per rubare i fichi di Bigoni, ero caduto sul cancelletto rimanendovi infilzato.

Ca’ era l’orgoglio nello sguardo burbero di Gimìn che mi valutava e mi vedeva crescere forte, libero e indipendente come un capretto e mi portava lo “zebibbu” dalla Tunisia, le bacchette in avorio dal Giappone e il coltello col manico in osso di renna dalla Finlandia.

Ca’ era … era Ca’!




* Pettirosso.
** Vitigno tipico con acini dal succo colorante.

Nell’estate del quarantaquattro Giumìn e Pinuccia andarono nei partigiani perché i San Marco stavano rastrellando i paesi in cerca di uomini e donne validi al lavoro per l’organizzazione TODT, che non ho mai saputo cosa fosse, e ritornavano a Ca’ Bernei solo qualche volta di notte per prendere dei vestiti e mangiare un po’ di minestra calda.

Io dormivo solo ma non avevo paura perché nessuno mi aveva spiegato che da soli bisognava averne, inoltre c’era Gialì che ogni tanto, salendo a dormire nella mangiatoia in legno, dava dei calci alle tavole e la sentivo dalla mia cameretta.

A Bande de Là, nello stesso periodo, la casa del defunto Tibì era stata requisita da una pattuglia di soldati tedeschi comandata dal sergente Bruno che mi faceva sparare con la “Maschinenpistole” di quelle col calcio in ferro sagomato e ripiegabile e si era ferito facendo esplodere una delle mie spolette per dimostrarmi che era pericolosa.

Il sergente Bruno, ogni tanto, mi regalava una scatoletta piena di carne che però non sapevo aprire; allora la portavo da Grillo Nero che la apriva con un ferro speciale e ce la mangiavamo metà ciascuno perché anche lui aveva fame avendo mangiato solo l’ostia.

Una sera, al tramonto, ritornai a casa, misi Gialì nella stalla, entrai in casa e trovai Giumìn seduto al tavolo con due partigiani, uno dei quali in pantaloni corti e con una gamba fasciata, che stavano bevendo da un fiasco di cancarùn sul tavolo.

Pinuccia era in cucina e stava facendo bollire acqua e sale per disinfettare la ferita di quello in pantaloni corti.

Avevo appena fatto a tempo a dare un avido sguardo ai due “sten” ed all’automatico russo di quelli col caricatore rotondo, appoggiati alla parete, quando la porta che, come sempre a casa era solo accostata, si aperse ed entrò il sergente Bruno con la Maschinenpistole appesa alla spalla con la cinghia di corda.

Ci fu un attimo di silenzio e di immobilità poi mi feci incontro al sergente Bruno e questi, lentamente, si sfilò dalla spalla la mitraglietta, con calma la posò accanto agli sten, prese una scatoletta di carne dalla tasca e saluto Giumìn, spiegandogli, nel suo italiano, che non avendomi visto, mi aveva portato qualcosa da mangiare.

Giumìn, con uno strano tic alla bocca, disse: “Pinuccia porta in àutru gòttu”.

Il sergente Bruno sedette, sempre ignorando i due partigiani, sorseggiò un bicchiere poi prese la sua Maschinenpistole, la mise in spalla ed uscì salutando tranquillamente e lasciandomi la scatoletta.

Lo rividi a Rollo dopo quasi trentanni e non era più l’imponente sottufficiale tedesco, ma un normale uomo dallo sguardo che vagava lontano, tranquillo ed in pace con se stesso.

Teejòla, moglie di Chicòttu, era una donna energica che aveva allevato tre figli: Ambrujìn che si era fatto prete e mi regalava sempre i santini; Giacumìn che faceva il marinaio ed era amico di mio padre e Milì che era fantina* e che lavorò per molti anni all’ufficio postale di Andora.

Chicòttu era la prima voce nel coro in chiesa e nei vespri della domenica pomeriggio intonava sempre lui i salmi.

Teejòla al mattino presto, subito dopo la messa delle sei, andava a raccogliere le olive in un terreno vicino alla mulattiera per Andora nel tratto detto “dau zenebrìn”** ed io passavo appositamente di là perché nell’inverno del quarantaquattro, quando Giumìn e Pinuccia erano nei partigiani, mangiavo qualcosa dal prete, quando c’era, ma avevo sempre fame.

Avevo sempre fame anche prima però.

Teejòla aveva sempre un pugno di fichi secchi per me, di quelli con la mandorla dentro e che avevano attorno come una bava di zucchero.

Io cercavo di farmeli durare per tutta la mattina ma quando arrivavo a scuola me li ero mangiati tutti e guardavo gli altri far colazione.

Mi pare di sentire il sapore di quei fichi e lo scricchiolio dei semini sotto i denti.




* Nubile.
** Dal ginepro.

Negli anni della seconda guerra mondiale a Rollo qualunque integrazione alla scarsa dieta imperante era accolta con entusiasmo.

Adriano ed io davamo il nostro contributo andando spesso a caccia di uccelletti, specie nel periodo invernale, usando il vischio con il sistema delle “trappe” che erano bacchette di legno cosparse di vischio che venivano poste vicino ai frutti dell’edera o sui rami degli alberi con qualche gabbia da richiamo.

Le “busche” erano steli di un’erba secca e rigida, anch’essi cosparsi di vischio che venivano disposti come a formare una rete ai bordi delle pozzanghere nei pressi di una sorgente.

I “ferretti” erano trappoline a molla con un verme di richiamo e si usavano specialmente dopo una nevicata: si andava in una stalla a fare provvista di quelle larve giallastre e coriacee chiamate “càmue”, si zappavano uno o due metri quadrati di terreno dopo averlo liberato dalla neve e vi si piazzavano le trappole mascherandole con terriccio e lasciando fuori solo la larva prigioniera ad agitarsi.

La caccia al pettirosso si effettuava col “gaggiùn e u piccèttu”* cioè con la gabbia ed un pettirosso prigioniero.

Questa caccia era la più divertente perché il pettirosso, fortemente territoriale, quando vedeva invaso il suo territorio da quello in gabbia gli si precipitava contro finendo sempre contro le “trappe” invischiate poste sulla gabbia.
Una sera ci morì il pettirosso.

Il giorno dopo Adriano ed io prendemmo un pomodoro campanella di quelli oblunghi, gli infilzammo ad una estremità alcune piume della coda del pettirosso defunto, lo infilammo nella gabbia legato ad uno spago lungo una ventina di metri tale da permetterci di farlo ballonzolare su e giù nascosti dietro un cespuglio imitandone il canto con due monete battute assieme.

Prendemmo più pettirossi col pomodoro che con l’uccello vero.


* Gabbione e pettirosso.

Don Dell’Erba il prete, detto Grillo Nero, possedeva una radio e in canonica negli ultimi mesi di guerra i vecchi si riunivano per ascoltare i messaggi di un tizio che parlava da una città chiamata Londra e che, tempo prima, Mussolini aveva detto di aver bombardato e distrutto.

Grillo Nero possedeva anche un grosso macinino e quando noi ragazzi riuscivamo ad andare in canonica sperando di sentire il tizio di Londra ci mettevano al macinino bloccato al bordo del tavolo in un’altra stanza a macinare grano o granoturco.

Oltre al lavoro al macinino i vecchi ci facevano pestare in un grosso mortaio dei chicchi di granoturco mescolati a ceci e piselli secchi, impastando poi i frammenti con la crusca e l’acqua per fare il pastone per le galline.

Quando le galline mangiavano quel pastone facevano più uova.

Non sono mai riuscito a capire come funzionasse la radio senza elettricità.

Teejìn, moglie del Ca’ d’Ineia, che mi regala un palloncino da gonfiare col fiato e che mi si rompe prima di arrivare a Ca’ Bernei.
Rabbia e rimpianto.

Grillo Nero che mi porta a servire messa a Capo Mele nell’antica cappella detta “La Madonna delle Penne”.

Cesare de Carmelìn che gioca a biglie nella polvere della strada davanti alla scuola; si gioca al “Triangolo”, al “Papa”, Pormu e stecca”, con le terrole, le marmuine, le vedrole e le cristalline”.

Giumìn, ferito negli ultimi giorni di guerra per difendere il ponte sul Merula che i tedeschi avevano minato e volevano far saltare. I buchi neri e sanguinanti nei polpacci e la bacinella con acqua e sale sul tavolo in cucina.

Adriano ed io che portiamo Gialì a far coprire dal becco a Stellanello. A piedi andata e ritorno: uno spasso.

Culetìn che, con una gamba rotta per una caduta, viene adagiata su una scala in legno con un cuscino sotto la gamba e portata a casa da Angiulìn e Nanìn de Mìlia.

Due (o tre?) anziane Signore villeggianti che mi insegnano a suonare il piano in un alloggio di Cae Suttae.

Adriano ed io seduti sul terrazzo del Muettu mentre i grandi lavoravano nel frantoio sottostante. C’è una grande luna piena.

Battistìn u bancaò che mi tira una boccia perché gli dico che sono quadrate e lui non è capace di farle rotonde.

Pinuccia e Anna che spargono i sacchi di fiori di ginestra lungo il percorso della processione del Corpus Domini dalla chiesa a Bande de Là, a Ca’ Bernei, a Cae Suttae.

Adriano che dice a Giuanìn da Culetta: “Se ti ci metti il latte di fico acerbo ti diventa più grosso”. Infatti!

L’altissimo letto di Gigettu dove ho dormito la notte durante la quale è nata Jose perché Pinuccia faceva la levatrice.

Battistìn de Fiuìna che mi tiene la scala mentre vado a prendere i nidi di passero nel sottotetto della sacrestia, passando da un foro della parete Ovest. Sensazioni di caldo e polvere.

“Te rogamus audi nos” Grillo nero con le pie donne che va negli uliveti per le rogazioni nei periodi di siccità ed io che porto l’aspersorio.

Pipìn de l’Oa addormentato sotto un ulivo au Prau e Gialì che va a leccare un fiasco vicino a lui.

Una gallina di Teresa che continua a camminare dopo che con una sassata di piatto le ho staccato completamente la testa.

I primi funghi raccolti nella pineta di Mangiapàn: sensazione di onnipotenza.

Nel corso degli anni, dall’inizio della guerra sino al quarantacinque, avevo accumulato tra i ruderi di Bande de Là, Ca’ Bernei e Ca’ Survòne una vera e propria polveriera con una quantità e varietà di esplosivi tale da demolire tranquillamente due paesi come Rollo.

Avevo iniziato con le cartucce di 91 e di moschetto inesplose e perse dai militari nel poligono di “Mangiapàn”, poi Fernando, nipote del Ca’ d’Ineia, mi aveva portato a piedi sopra Moglio di Alassio dove c’erano le postazioni di cannoni antisbarco da 140 millimetri ed enormi depositi di bossoli con già dentro il sacchettto di balestite giallastra simile a larghe tagliatelle e grosse piramidi di proiettili senza spoletta.

Ritornammo carichi di sacchi di balestite.

Scopersi poi che alla Chiappa c’era una postazione identica ed allora mi abbonai a quella, che era più vicina, andando a rubare sacchi di balestite in quel deposito a volte solo, a volte con Bruno, a volte con Gazzini, detto Napoleone, che abitava ad Andora.

Una notte silurarono una nave di fronte a Cervo e due dei siluri finirono contro la scogliera esattamente dove oggi sorge lo stabilimento “Il Porteghetto”.

Uno esplose, aprendo quello squarcio che ancora si nota nella roccia, l’altro si aperse nell’urto senza esplodere e lasciando sugli scogli enormi pezzi di tritolo che Adriano ed io ci precipitammo a recuperare passando lungo la ferrovia e tingendoci completamente di giallo.

Il tritolo senza detonante non esplodeva ma bruciava come legna con un denso fumo nerastro e nauseabondo, così lo usavamo in spiaggia costruendo vulcani dalla cui sommità usciva fumo.

Venne poi l’otto settembre quarantatrè con recupero di proiettili vari, bengala ed altri razzi, bombe a mano e persino la culatta di un mortaio che faticai come una bestia per portarmi a Rollo.

Inoltre, dopo l’episodio delle mine sotto il letto, ero riuscito a racimolare ancora qualche cassa dal Ponte Romano prima che i tedeschi sgomberassero.

Riuscimmo poi a rubare ai palombari che lavoravano alla nave delle arance per recuperare i motori d’aereo, una cassa di uno strano esplosivo costituito da balestite in cilindri forati come grossa pasta che bruciavano sott’acqua e che accesi da una parte e messi sul pavimento, come feci io a scuola sotto il banco di Maresa Pallavicino, schizzavano da una parte e dall’altra ed erano detti perciò “scurisèrve”*.

Ma il boom venne quando una squadriglia di aerei inglesi, di quelli con la doppia fusoliera, dopo aver abbattuto un aereo tedesco molto lento chiamato “cicogna” scese a mitragliare una colonna di camion militari sull’Aurelia a capo Rollo sopra l’attuale condominio Unità Vacanze.

Uno dei camion precipitò nella scarpata finendo sulla sottostante linea ferroviaria e disseminando il percorso di proiettili da mitragliera da 22 millimetri, di altri proiettili da cannoncino grandi il doppio, di casse scardinate di bombe a mano di quelle col manico e di altre fatte ad uovo col cappelletto azzurro.

Mi feci aiutare da Bruno di Melotto, figlio di Teresa a trasportare a Rollo tanto prezioso materiale.

Credo che lassù Qualcuno, con la coda dell’occhio mi abbia seguito per tutti quegli anni perchè, tanto per citare un sistema, scaricavo i vari tipi di proiettili svitando la spoletta con le tenaglie per recuperare l’esplosivo interno, di colore rosa e con uno strano odore pungente, e quando non riuscivo perché la spoletta era ossidata davo alcuni colpi col proiettile contro un sasso per sbloccarla …

Nel quarantacinque tutto rimase dove lo avevo nascosto ma quando, dopo quasi mezzo secolo, ritornai in quei ruderi per effettuare dei rilievi la mia polveriera non esisteva più.

A settembre del millenovecentoquarantacinque Pinuccia mi portò ad Alassio ed andammo ad abitare in un appartamento, con l’acqua che in casa usciva dai rubinetti senza andare a prenderla nel pozzo; inoltre se ne andava via da sola; c’era anche la luce elettrica che non faceva male agli occhi e bastava girare un interruttore di ceramica per accenderla senza fiammifero; il gas che serviva per cucinare senza legna e un cesso che si portava via tutto con l’acqua di una scatola che scendeva in un tubo.

Iniziai a frequentare la scuola media dai Salesiani, a fare nuove amicizie con i ragazzi del quartiere, a leggere qualche giornale e la mia vita lentamente cambiò, ma la notte, nel mio letto col materasso di lana, mi oppresse per anni una infinita struggente nostalgia per un mondo che avevo perduto.

Per sempre.

TEMPI DA LUVI
di Luciano Dabroi

Quando incontri un uomo, prima di giudicarlo guardalo da diversi punti di vista
Ho conosciuto Luciano Dabroi nell’arido ufficio del segretariato d’un Consorzio detestato e combattuto. L’ho incontrato a Rollo, nella sua terra, intento a preparare il “cundiun” nella giornata degli aromi. Sono entrata abusivamente nel segreto della sua vita, leggendo i ricordi dell’infanzia, negli anni 30 e 40. Anni travolti dal tempo. Un tempo che scorrendo veloce, li ha trasformati e resi irriconoscibili.
“Possibile?”. Possibilissimo, perché ce lo descrive Luciano Dabroi, con un brio, una naturalezza, una freschezza meravigliosa.
Non è lo scrittore che elabora il pensiero e lo trasforma.
E’ l’incanto dell’uomo, che tornato bambino, rivive la sua infanzia in un villaggio poverissimo, dove la vita non era facile, ma conservava il profumo della genuinità e la poesia del primordiale.
L’ho letto d’un fiato. Ed ho conosciuto il vero Luciano Dabroi.
A due, tre anni la sua fantasia già riusciva a trasformare un fazzoletto infilzato su una canna, e agitato nel vento, non in una bandiera che lui non conosceva, ma nel volo d’un uccello e di fantastiche farfalle.
Peccato che la mamma non fosse d’accordo a veder lacerati i fazzoletti che lei conservava, anche rammendati, nel comò, insieme alla lavanda.
E, ogni volta, erano botte.
E quante botte prese dal papà.
Ci si chiede: “Faceva bene?” Gli psicologi di oggi, certamente, risponderebbero di no. Eppure il ragazzo è cresciuto, ha imparato a sopravvivere in mezzo a mille pericoli. Ha imparato a camminare scalzo tra i rovi, a disinfettare le ferite con la pipì, a procurarsi il cibo, quando lo stomaco vuoto reclamava la sua parte. Ha imparato ad amare e rispettare i genitori nonostante tutte le botte e i castighi. Forse il ragazzo irrequieto e selvaggio, ma che si alzava alle cinque per servire la Messa a Grillo Nero e passava le notti a leggere, consumando l’olio della giara, e rubava il pane ai canarini non sarebbe oggi il ricercatore appassionato di conchiglie e minerali. Non avrebbe alle sue spalle un patrimonio che, opportunamente valorizzato, potrebbe costituire la ricchezza culturale della cittadina in cui vive.
Bravo Dabroi.
“Tempi da luvi” è un manoscritto che deve essere stampato e divulgato. I ragazzi ai quali, oggi, non manca nulla, devono sapere che si può vivere anche in un altro modo e che i “testaiui” del papà e della mamma, non solo non fanno male, ma aiutano a crescere e crescere uomini veri.

Angela Biedermann
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Tempi da Sigoa
La scuola. La gioventù. Gli amici.




Luciano Dabroi

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Presentazione:  Corrado Camandone.
Fotografie: Luciano Dabroi.
Commento: Angela Biedermann.
Edizione stampata con il titolo "U tempu da sigoa" edita da Digigrafic di Barbara e Cristian Raso - Andora - 2008
con l'impegno determinante del Sindaco e dell'Amministrazione Comunale di Andora.

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A   PINUCCIA   E   GIUMIN
                                                         
Ai MIEI COMPAGNI di STUDIO e di AVVENTURE
per i quali non sono certamente stato un amico esemplare.
Almeno quando c'erano fanciulle di mezzo!
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a proposito di
"TEMPI DA SIGOA"

di Luciano Dabroi

In un certo momento della sua vita Luciano Dabroi ha sentito il bisogno di rivederla come proiettata su uno schermo, e ha deciso di farne un racconto che conserva la memoria di un uomo, un ambiente, un tempo.
La prima parte di questa biografia è “'Tempi da luvi” (tempi da lupi), pubblicato nel 2002 e ora ristampato perché velocemente esaurito.
La dedicò ai genitori, Pinuccia e Giumìn, con l’aggiunta “... per i quali non sono stato certamente un figlio esemplare. Almeno da bambino
La seconda parte è “Tempi da sigoa” (tempi della cicala) che reca la dedica: “Ai miei compagni di studi e di avventure, per i quali non sono certo stato un amico esemplare. Almeno quando c’erano fanciulle di mezzo
Parla di scuola, gioventù e amici.
E' di fatto la continuazione della prima parte.
In capitoli brevi, scorrevoli, straordinariamente evocatori d’immagini, descrive gli anni dell’adolescenza e della giovinezza, durante i quali il temperamento vivace della sua fanciullezza l’ha portato ad avventure di altre dimensioni, da lui coraggiosamente descritte e giudicate.

“Tempi da sigoa” è la precisa descrizione del suo tempo e insieme una specie di confessione generale, davanti al tribunale della sua coscienza, che, con la cultura, l’esperienza e la maturità, ha scoperto i valori ai quali deve ispirarsi una vita dignitosa.
Una confessione è un discorso delicato, che può anche essere impressionante, ma è naturale che sia così.
La confessione delle buone azioni non si deve fare per non peccare di vanità: la confessione si fa di ciò che si ritiene necessario di correzione.
Ci dice che sui vent’anni “comparvero i primi barlumi di autocoscienza e i primi tentativi di introspezione”.
Luciano Dabroi si giudica da solo: “non sono stato un figlio esemplare”.
A questo punto le sue memorie diventano una lezione morale.
Una considerazione di validità perenne si può ricavare dall’osservazione che fa nel capitolo “L’espulsione": ci descrive la sua fragilità di giovane che oscilla tra il pensiero di seguire una vocazione religiosa e l’attrattiva del peccato carnale.
In un altro capitolo dichiara di non aver avuto fortuna “di incontrare una persona di esperienza dalla quale ricavare guida ed indirizzo”.
Conclusione: i giovani sono fragili e hanno sempre bisogno di guide.
Tempi della cicala: dice tutto; tempi dell’allegria, dell’esperienza, dell’esteriorità, descritti con simpatica brevità, condita di umorismo.

Corrado Camandone

Il trauma maggiore, nei primi giorni della nuova vita ad Alassio, e dei primi contatti con i nuovi compagni di classe, fu il rendermi conto che esistevano altri ragazzi “dominanti”, personaggi cioè che avevano la tendenza ad imporsi sul gruppo ed ai quali o si menava per prevalere o si ubbidiva ossequienti.
Con la mia precedente scuola di vita non avevo certamente dubbi sulla via da seguire, così che, anche se con qualche livido e con qualche occhio nero, dopo pochi giorni la gerarchia sociale venne stabilmente e definitivamente stabilita, sia tra i compagni di classe, Sla tra i componenti della banda di quartiere.
Gli studi dai Salesiani procedettero senza intoppi per i tre anni delle medie: riuscivo bene in tutte le materie e non fui mai rimandato o bocciato.
Purtroppo, tra la quasi totalità di insegnanti che ci preparavano con coscienza e competenza ad affrontare i corsi superiori, quello di matematica, vuoi per la sua scarsa capacità di insegnamento, vuoi per la sua debolezza nell’imporsi con gli energumeni, ci condusse alla fine dei tre anni completamente digiuni del sia pur minimo programma, con conseguenze delle quali avrei risentito pesantemente al primo anno di istituto.
In cortile divenni presto il portiere titolare indiscusso della squadra di calcio e, nei tre anni successivi, mi procurai diverse fratture degli arti con grande angoscia di Pinuccia.
Siccome ero tra i più alti della classe, nelle file per entrare in classe dai cortili ero sempre l’ultimo in colonna; un mattino, per un diverbio col mio vicino gli diedi un calcio in uno stinco non accorgendomi che avevo don Zanghi alle spalle.
Mi arrivò una sberla in testa, con la mano che teneva il fischietto metallico; risultato: quattro punti di sutura!

Si era nell’autunno del 1945, tre mesi dopo la fine della seconda guerra mondiale.
Ad Alassio era stanziata una sezione della quinta armataa nordamericana, che aveva requisito ed occupava le pensioni e gli alberghi abitabili.
Oltre ai militari la cittadina era invasa dalle “signorine” e noi ragazzini ci davamo da fare per metterle in contatto con i militari che le richiedevano, ricevendo spesso, per la commissione, una lattina di sigarette "Captain" da cinquanta, che poi rivendevamo agli alassini nei bar e nelle pizzerie.
Un’altra attività alla quale ci dedicavamo speso era il “prelievo”: sulla Via Aurelia, di fronte all’hotel Alfieri, c’era un convoglio di camion chiusi da teloni e composto da una cinquantina di unità.
Queste contenevano di tutto, ma soprattutto generi alimentari in scatola, ed altri di conforto quali sigarette, liquori, contenitori di D.D.T. in polvere ecc.
Come già con i tedeschi, noi aspettavamo nel tunnel del fossato che, vicino all’Alfieri, passava sotto l’Aurelia e, quando le due sentinelle erano all’estremità del convoglio, salivamo sul camion, arraffavamo qualunque cosa capitasse a tiro e ci precipitavamo nel fossato.
Ricordo una cassa di piccole bottiglie: dopo esserci allontanati ne stappammo una e l’assaggiammo; era talmente amara che la buttammo e sfracellammo tutte le altre tirandole contro il muro

Erano birre!

Un’altra volta capitai su di un enorme barattolo cilindrico alto mezzo metro; lo gettai nel fossato e lo ricuperai trasportandolo a casa ed immaginandomi chissà quali prelibatezze.

Era grasso per le scarpe!

Nel quartiere dove eravamo andati ad abitare, in via Solva, risiedevano quindici o venti famiglie di cui sette od otto con figli pressapoco della mia età.
Dopo pochi giorni già formavamo un gruppetto che, chissà come, prese il nome di "Ghenga". Alcuni, come Elvio, Gianni e Giulio andavano a scuola come me, altri come Sergio il cui papà era caduto in guerra di Spagna o come Armando che probabilmente doveva aiutare la famiglia, lavoravano sotto padrone, chi come idraulico, chi come elettricista.
Riuscivamo però durante qualche ora di sera o nei giorni festivi, a riunirci per programmare i prelievi ai camion militari, o per la ricerca di signorine o per raccogliere cicche che, se gettate dai militari erano addirittura mezze sigarette.
Le cicche venivano poi pulite dalla parte bruciata, disfatte ed il tabacco dipanato sinché la massa diventava omogenea.
Veniva poi venduto agli italiani per pochi centesimi.
Ricordo di un vecchio venuto a comprare tabacco, mentre un pomeriggio stavamo giocando al calciobalilla al bar “Splendor di Neve” che entrò, ordinò un caffè, chiese il prezzo e: “E u belìn, in caffè trei franchi; e dund’andàmu a finì!”
Siccome in quegli anni in via Solva era raro che passasse più di una macchina all’ora, un’altra attività alla quale ci dedicavamo tutti i giorni era il gioco del pallone in strada.
In quegli anni perfezionai l’abilità di cadere senza procurarmi contusioni perché volevo tuffarmi, da portiere, sull’asfalto di via Solva.
Un altro sport molto praticato in estate era il furto di frutta nella cui tecnica istruii i miei nuovi amici.
Tra le altre zone visitate vi era il giardino, di proprietà di una anziana signora, ln cui crescevano tre o quattro alberi di prugne dai magnifici frutti violacei coperti da una patina cerosa, sugosi e dolcissimi.

Dopo molti anni incontrai a Buenos Aires la sorella della proprietaria.

Durante una partita di calcio, nel campo delle bandiere dell’istituto salesiano di Alassio, mi fratturai una caviglia; venni portato all’ospedale dove mi ingessarono piede e gamba fino al ginocchio.
Avrei dovuto portare il gesso per trentacinque giorni ma, dopo una ventina, il fastidio, il prurito e l’impedimento a seguire gli amici della ghenga erano diventati tali che un sabato mattina, in assenza della Pinuccia, con le forbici da cucito tagliai il gesso e, dapprima timidamente poi con spavalderia, iniziai a passeggiare in via Solva.
L’ingegner Solari, che abitava in via Solva al primo tornante dopo casa nostra, possedeva un frutteto in cui, tra l’altro, cresceva un albero di giuggiole stracarico di frutti circondato da un alto muro in pietra.
Nel pomeriggio, con Sergio e gli altri, facemmo spedizione al frutteto, ma, mentre scalavo il muro, il piede mi cedette all’improvviso e caddi da circa due metri d’altezza sull’asfalto di via Solva.
Il lunedì seguente andai a scuola con braccio e gamba ingessati per una doppia frattura!

In via Solva abitavo al numero 13; questa casa di tre piani di cui il 13 era il piano terra; al piano superiore abitavano Ida e Gaggero, genitori di Mirko ed al piano sottostrada, in un alloggio con un piccolo giardino, un generale in pensione, rigido e baffuto.
Dall’altro lato della strada un muro di tre metri d’altezza reggeva una deviazione di Via Solva, cosicché tra questo muro e la nostra abitazione la strada formava un corridoio aperto solo in corrispondenza del muretto di cinquanta centimetri che dava sul sottostante giardino del generale.
Era inevitabile che, giocando nel tratto di strada in questione, il pallone a volte finisse nel sottostante giardino, che a sua volta, con un muro a secco strapiombava nel fossato sottostante.
Il generale aveva una sfrenata ed inguaribile passione per le dalie: ne coltivava decine di varietà, dalle minuscole monocolori, alle doppie, alle screziate e le curava con amore, concimandole, innaffiandole, togliendo a mano parassiti e foglie secche, passando insomma il pomeriggio con i suoi gioielli, parlando con loro ed imprecando contro i barbari che sopra di lui si divertivano prendendo a calci un pallone.
Per un certo periodo ci restituì il pallone quando finiva in giardino, poi iniziò a minacciarci rallentando la restituzione, finché un pomeriggio, quando la palla gli stroncò una rarità, afferrò il pallone e lo scaraventò nel fossato.
Rimanemmo tutti costernati, anche perché il pallone, in cuoio con la camera d’aria col beccuccio con la valvola, era tra i più moderni e ci era costato tutti i risparmi.
La spedizione punitiva non si fece attendere: il giorno dopo, appena il generale salì in strada ed andò ad Alassio in centro per fare la spesa, risalimmo il fossato dall’Aurelia, scalammo il muraglione in pietra e sradicammo, maciullandole, tutte le dalie non lasciando neppure gli steli.
Oggi capisco quello che il generale deve aver provato e vorrei ritornare indietro a raddrizzare quelle dalie.

Negli anni dal quarantasei al cinquanta, nei periodi estivi dalla fine della scuola sino all’inizio del corso successivo, lavoravo come “lift” in portineria, dapprima per due anni al Grand Hotel e poi all’Hotel Spiaggia in Alassio.
Il lavoro consisteva, di giorno, nelle pulizie dei locali della portineria, nella compilazione delle schede per la pubblica sicurezza, nella distribuzione della posta ed in altri lavori su incarico del portiere o del direttore.
Imparai subito che il portiere, quando c’era una partenza, mi spediva a svolgere qualche commissione fuori albergo per intascare le mance compresa la mia.
Altrettanto rapidamente imparai ad aspettare fuori vista e, al momento giusto, rientrare con la scusa di aver dimenticato qualcosa, intascare la mia mancia ed allontanarmi con calma, con molta calma, per lo svolgimento della commissione precedentemente affidatami.
Di notte ero spesso richiesto da giovani e meno giovani signore trascurate dai mariti che si facevano vivi solo a fine settimana; naturalmente tutto ciò era lavoro volontario, svolto nel solo interesse dei miei datori di lavoro, perché facevo in modo che la clientela fosse soddisfatta del personale sotto tutti gli aspetti.
Inoltre nei tre mesi estivi perdevo gli otto dieci chili accumulati durante l’inverno al collegio, riacquistando il mio peso forma.

Tra le altre “signorine” che battevano la zona, c’erano due amiche che passavano spesso in via Solva e che, in spiaggia, allora deserta, montavano una tenda dove svolgevano la loro ... attività.
Siccome le tizie si davano un sacco di arie e non ci salutavano neppure. le soprannominammo le “Ariette”.
Noi ci recavamo spesso nelle vicinanze della tenda a scopo istruttivo, ma non eravamo graditi dalle “signorine” che un giorno ci aizzarono dietro i loro clienti.
Ricordo di essere stato raggiunto da un negro alto sui cinque metri che si divertì per dieci minuti a darmi schizzetti con l'indice sulle orecchie finché mi diventarono rosse e gonfie come bistecche al sangue.
La sera, Sergio, Giulio, Armando e io, armati di fionda e sassi da due centimetri, aspettammo le “ariette” e le facemmo scappare urlando di dolore per un chilometro.
Nelle vicinanze di via Solva esisteva un parco detto “parco fuor del vento” in cui erano inserite due o tre ville disabitate; i vasti giardini, deserti e discreti, erano spesso meta di coppiette in cerca di intimità, e noi della ghenga, sempre a scopo didattico, ci nascondevamo nelle vicinanze, lasciandoci scorgere soltanto al momento decisivo, con il preciso intento di studiare la reazione dei maschi che, solitamente, assumevano l’aspetto di un toro nell’arena.
Il gioco continuò per mesi finché una battuta particolarmente efficace di un americano ci convinse di aver completato gli studi.

Nei primi mesi di residenza in Alassio Pinuccia mi regalò una serie di francobolli cecoslovacchi comprati in un negozio del “budello” di Alassio che vendeva quadri e bustine di francobolli in un locale stretto lungo e buio.
Quello fu il primo virus da collezionista che condizionò tutta la mia vita, prima con i francobolli, poi con i minerali, poi con i romanzi di Urania ed infine, ma sempre mantenendo le altre collezioni, con le conchiglie.
Con i soldini ricavati dalla vendita delle sigarette e del tabacco ai marinai alassini e poi con le mance di lavoro in albergo, iniziai una piccola collezione, solo che, non sapendo come fare e non conoscendo nessuno che mi insegnasse, incollavo i francobolli sulle pagine di un quaderno usato, rovinando così completamente quei modesti esemplari.
La collezione divenne razionale e riprese vigore quando, all’istituto agrario salesiano di Lombriasco, un assistente, anche lui appassionato filatelico, mi insegnò a conservarli correttamente e mi regalò alcune preziose serie della occupazione tedesca di Zara.
Lo sviluppo e l’indirizzo definitivo della collezione si verificò nel breve periodo in cui vissi a Buenos Aires, quando limitai la collezione alla sola Italia, scambiando tutto il materiale estero. Ritornato in Italia adottai gli album “King” dotati di taschine di plastica ed accorgimenti per una migliore visione e conservazione del materiale.
Oggi la collezione è limitata all’area italiana ed a Malta dall’indipendenza.

Terminate brillantemente le medie nel giugno 1948, non so per quale strana combinazione di eventi, approdai all’istituto tecnico agrario di Lombriasco in provincia di Torino dove si svolgevano corsi da geometra e da perito agrario.
Quella fu la prima, e credo l’unica volta, in cui ebbi forti difficoltà ad inserirmi nell’ambiente, sia per i miei precedenti sia perché mi ritrovai immerso in un ambiente medioevale ed assurdamente clericale.
Già l’ossessionante ritmo delle preghiere mi frastornava: si iniziava mentre ci si alzava al richiamo dell’assistente che ci faceva recitare qualcosa in coro in camerate da ottanta ragazzi; ci si lavava, ci si vestiva e, incolonnati, si scendeva in chiesa per la messa; si saliva, incolonnati, in refettorio per la colazione e, prima di trangugiare la tazza di caffelatte, si pregava e, finito, si ripeteva la preghiera.
Breve intervallo in cortile poi, incolonnati, si entrava in studio e si recitava un’altra preghiera; ci si preparava la cartella e, incolonnati, si andava in classe.
Preghiera all’inizio delle lezioni e preghiera alla fine.
Breve intervallo in cortile; colonna; refettorio; preghiera prima e preghiera dopo il pranzo.
Intervallo in cortile e partita di calcio od esercizi alle parallele o passeggiata con il “consigliere” o con il “catechista”.
Rientro in studio, in colonna; preghiera; studio; preghiera; in colonna, refettorio; preghiera; cena; preghiera; intervallo in cortile:
Ritorno in studio, in colonna, preghiera; studio; preghiera. In colonna in chiesa per le preghiere serali; predica e, in colonna, ln camerata.
Pulizie; preghiera; a letto non incolonnati mentre l’assistente passeggiava tra i letti per evitare i peccati carnali.
La domenica faceva eccezione: due messe invece di una!
A parte le preghiere, l’ossessione per la masturbazione era una cappa che bloccava tutte le attività che non fossero lo studio e la preghiera.
Al lunedì la Gazzetta dello Sport non era disponibile se in essa appariva la réclame delle calze “si si” con un paio di gambe di donna.
La posta, in arrivo ed in partenza, veniva censurata con inchiostro di china.
Il tempo nelle docce veniva controllato da un assistente, che pregando, passeggiava all’esterno e l’'acqua veniva chiusa dopo un certo numero di minuti: chi ... perdeva tempo rimaneva insaponato.
Se passava una settimana senza che ci si confessasse interveniva il “catechista” a chiedere spiegazioni e, se ci si confessava, il confessore voleva sapere come, dove, quando e quante volte.
Ricordo la prima volta che rischiai l’espulsione; mi confessavo da un sacerdote piccolo e gobbo, insegnante di francese, che aveva una particolare propensione per le domande tipo “quante volte”.
Quel giorno, stufo dell’inquisizione, gli risposi “una media di quindici volte per notte”!
Finii davanti al direttore, Don Rastello, che mi promise l’espulsione alla prima che avessi combinato, cosa che alla fine del terzo anno puntualmente avvenne.

Tra gli studenti con i quali, in queste situazioni, si lega particolarmente, ricordo Marcoz, un valdostano che giocava da terzino nella squadra dell’agraria e Alassia detto il “Cecco” il centravanti; c’erano poi Rossotto e Perottino l’altro terzino; Laezza che ci insegnò alcuni canti tridentini.
Ma tra tutti strinsi una grande amicizia con Giorgio Marchetti.
Nei tre anni in cui resistetti a Lombriasco diventammo inseparabili anche durante le vacanze estive tanto che passammo alcune settimane ciascuno a casa dell’altro, io a Trofarello dove abitava e lui ad Alassio in via Solva dove ancora risiedeva la mia famiglia.
I trasferimenti avvenivano in bicicletta ed il percorso Alassio Torino e viceversa mi sembrava, allora, una passeggiata.
Ricordo ancora le sfaticate al Pino, a Superga, ad Avigliana e, in Liguria, al colle di San Bartolomeo, a Nava ed a Genova con una bicicletta sui trenta chili.
Quando lasciai Lombriasco per terminare l'istituto a Voghera ci perdemmo di vista finché, al mio ritorno dall’Argentina, seppi che anche lui era andato a lavorare all’estero per conto credo della Martini e Rossi con un importante incarico in centro America.
Ci ritrovammo nel 2000 ad un convegno di ex allievi e, pur con gli entusiasmi giovanili smorzati dal tempo e dalle vicissitudini della vita, provai un’emozione insostenibile nel riabbracciarlo.

Tra gli altri insegnanti, tutti di elevato livello, ricordo Don Sanvito, di matematica, con il quale sudai quasi l’intero corso per rimettermi in pari con gli altri data la mia scarsa preparazione precedente e Don Rinaldi detto "Tubero".
La sua aula era un misto di classe di scuola, laboratorio, deposito, museo e antro di streghe.
Vi si trovavano accatastati fasci di vegetali, mucchi di rocce e di minerali, vasi e contenitori in terracotta pieni di broda di alghe e di funghi, cortecce strane, nidi di uccelli, bozzoli di farfalle ed una miriade di vecchi tomi impolverati ed illustrazioni fotografiche o ad acquerello sui più disparati argomenti di scienze naturali.
Tubero, non appena il tempo lo permetteva, ci portava sulle rive del Po morto “antica ansa del fiume Po” ridotta ad acquitrino, a raccogliere le più strane specie di vegetali da catalogare, essiccare e conservare nell’erbario. Questo consisteva in due tavolette da cinquanta centimetri per trentacinque con quattro fori ai vertici in cui si inserivano i galletti,
Le foglie, i fiori e le infiorescenze raccolti venivano catalogati stesi ad asciugare e poi posti su fogli leggermente più piccoli delle tavolette, impilati fra le stesse e, stringendo i galletti, pressati per la definitiva essiccazione e conservazione. A tutta la classe il materiale essiccava alla perfezione; a me ammuffiva sempre!
Dopo qualche mese Tubero decretò che il mio sudore era incompatibile con le specie vegetali e mi passò al reparto mineralogia con il compito di ridurre a dimensioni accettabili i massi che aveva accumulato, pulire i cristalli acidandoli con acido muriatico ed acido ossalico e catalogarli sulla base di un antico testo dell’ottocento.
Nacque così la seconda mutazione del virus del collezionista che mi avrebbe contagiato per tutta la vita.
Comunque non sono mai riuscito a “leggere” le facce dei cristalli.

Negli anni tra il quarantotto ed il cinquantuno, sottoposto ad un tale lavaggio del cervello durante i nove mesi di collegio e conteso da allegre sposine in ferie nei tre mesi estivi, durante i quali lavoravo in albergo ad Alassio, passavo da uno stato di isterismo religioso in cui ero quasi deciso ad abbracciare la carriera ecclesiastica ad un altro di totale dedizione al peccato carnale.
In quegli anni, e nei successivi, credo di avere mangiato più mele di Adamo in tutta la sua carriera, portando al limite le possibilità del mio sistema nervoso e del mio fisico.
Alla fine del terzo anno crollai e fui ricoverato in infermeria per una non meglio identificata febbre “Q” che si rivelò, negli anni successivi, per una tubercolosi che mi avrebbe pregiudicato il polmone destro, sottoposto poi a pneumotorace nel sanatorio di Sondalo.
Durante la mia degenza ebbi un feroce diverbio con un laico facente funzioni di infermiere e, siccome la questione degenerò, finii un’altra volta in direzione.
Il direttore, che aspettava l’occasione, mi interrogò sull’accaduto e, al mio resoconto, oppose che mi ero sbagliato a che le attenzioni dell’infermiere erano da interpretarsi come manifestazioni “paterne”.
Alla risposta che “mio padre non mi aveva mai accarezzato in quel modo” mi espulse dal collegio.
Fortunatamente eravamo a fine corso e, dati i miei voti ottimi in tutte le materie, fui espulso con la promozione al quarto anno.

A settembre, dopo un’estate a lavorare in albergo, approdai a Voghera all’Istituto Agrario Statale Gallini e, da interno, iniziai a frequentare il quarto corso.
A merito e ringraziamento degli Insegnanti salesiani devo dire che per i due ultimi anni di studio vissi di rendita e mi procurai due borse di studio consecutive.
L’istituto dotato di attrezzati laboratori di chimica, fisica ed entomologia sorgeva nella, allora, periferia di Voghera, ai margini di una estesa azienda di proprietà dello stesso istituto, con annesse stalle, centro di fecondazione artificiale, vigneto e cantine.
Allo studio teorico erano quindi abbinate dozzine di ore di pratica che andavano dalla mietitura, alla vendemmia, all’allevamento del bestiame, alla manutenzione delle macchine agricole ed altre attività sempre inerenti all’agricoltura.
La camerata degli interni, al primo piano, si affacciava su un frutteto ai margini di un viale alberato, all’altro lato del quale sorgeva una estesa caserma di militari.
Poiché il viale era frequentatissimo da signorine che offrivano le loro prestazioni ai militari, dalle finestre della camerata avevamo fatto conoscenza con alcune che, nei periodi di poco lavoro, ci offrivano qualche passaggio gratis.
Con un lenzuolo tenuto dai compagni si scendeva nel frutteto, si scavalcava la cancellata di cinta e si usciva a navigare.
Una notte di gennaio, con Cardano, compagno di veleggiate, rientrai in uno stato talmente comatoso che, scavalcando il cancello, rimasi impigliato con il bordo del cappotto ad una delle punte del cancello e siccome mi girava talmente la testa da non riuscire a sganciarlo, rimasi appeso per un paio d’ore finché con l’aiuto dell’amico riuscii a liberarmi ed a rientrare in camerata completamente congelato.

Atamante era il toro da monta dell’istituto, famoso in tutta la regione per le sue prestazioni e per il fatto che il suo seme, congelato per l’inseminazione artificiale, era una consistente fonte di reddito per l'istituto.
Questo animale del peso, se ricordo bene, di oltre una tonnellata, viveva rinchiuso, nella stalla, in un box di pali metallici delle dimensioni del braccio di un uomo ed era sottoposto, oltre che a particolari cure, anche ad accurate pulizie da parte dei tecnici.
A noi invece toccava la pulizia, con brusca e striglia, delle vacche e dei vitelli, il rifornimento delle mangiatoie, la pulizia degli abbeveratoi automatici ed il trasporto del letame alle letamaie esterne.
Quando capitava il turno di notte tutto questo, già sgradevole di giorno, diventava molto più pesante per il sonno interrotto, il freddo e la stanchezza.
Una notte di particolare nervosismo qualcuno si avvicinò ad Atamante che dormiva tranquillamente accosciato contro le sbarre del box e gli ficcò una cicca accesa nel sottocoda.
Fortunatamente le sbarre in acciaio del box erano infisse profondamente nel solettone in cemento armato del pavimento e le cariche di Atamante non riuscirono a scardinarle.
Lo sconquasso attirò il tecnico e ci fu un’inchiesta, ma nessuno aprì bocca e, siccome l’ustione non venne scoperta, la cosa finì lì, senza conseguenze per la classe.

Un pomeriggio la quinta era di turno in cantina per la pulizia delle botti e delle attrezzature per la vinificazione
Il tecnico ci diede le direttive e si allontanò per seguire un’altra classe alla vendemmia; non ricordo bene in che cosa consistesse il lavoro, mi pare in lavaggi con soluzioni anticrittogamiche e fumigazioni con prodotti a base di zolfo.
Una squadra stava intanto scopando e lavando pavimenti e soppalchi quando qualcuno, su di un ripiano dietro una botte scoprì una damigianetta di venticinque litri piena di vino.
Dopo il primo assaggio scoprimmo che si trattava di un superbo passito dell’anno precedente; essendo stanchi, accaldati ed in piena crisi di astinenza, mentre il passito era piacevolmente fresco e profumato, in circa mezz’ora prosciugammo la damigiana e, dopo averla diligentemente lavata, la rimettemmo dove l’avevamo trovata.
Siccome nessuno reclamò o protestò per il furto, concludemmo che probabilmente qualche tecnico avesse imboscato la damigiana per portarsela fuori non appena si fosse presentata l’occasione.
Comunque quel pomeriggio si concluse con baci e abbracci fra i diciotto componenti della quinta agraria e con giuramenti di eterna amicizia.
Ricordo Cardano che, seduto sui gradini della scala della cantina, piangeva come un vitello mentre giurava che lui aveva solo assaggiato mezzo bicchiere e che mai più avrebbe dimenticato i suoi amici.

I due anni al Gallini trascorsero veloci e sereni perché, pur facendoci sudare, sia sui banchi che in azienda, il corpo insegnanti era composto da padri e madri di famiglia che comprendevano molto bene le esigenze di un ragazzo della nostra età.
Come ho già detto, la mia preparazione di base, acquisita in tre anni di istituto salesiano, era solida ed ottima quindi non mi riuscì difficile emergere come miglior elemento degli interni e raggiungere, per i due anni di istituto, la borsa di studio che mi esentava da ogni spesa e, per l'anno successivo al diploma, un premio speciale, di cui non ricordo l'importo, per l’acquisto dei testi e dei buoni pasto alla casa dello studente, nel caso in cui mi fossi iscritto all’università.
Nel frattempo il virus del “collezionista” aveva prodotto una terza mutazione: in edicola vidi il numero 1 della collana di fantascienza Mondadori “Urania”.
Comprarlo, leggerlo, innamorarmi perdutamente di quel filone della narrativa fu il classico colpo di fulmine.
Oggi sono il fortunato proprietario di 1472 volumi, cioè della collezione completa di Urania, da quel primo “Le sabbie di Marte” del settembre 1951, all’ultimo numero uscito.
Giunse finalmente il sospirato esame di stato che la quinta agraria superò in blocco con soddisfazione nostra e del corpo insegnanti, preside compreso, che ci aveva portati al traguardo.
Per festeggiare la promozione, come da tradizione, il quinto corso organizzò un ballo nella migliore sala di Voghera facendo intervenire addirittura “Febo Conti, Liliana e Grancassa” dando così fondo ad un anno di risparmi.
Non ho più rivisto nessuno dei miei compagni di classe.

Come già per l’Istituto Agrario ancora non mi rendo conto del perché sono finito in economia e commercio.
Forse per la mancanza di programmazione, l’inesperienza dei miei genitori che non seppero indirizzarmi, l’assenza di una qualsiasi persona che mi consigliasse, l’inesistenza di una facoltà di agraria in Liguria o forse, e credo proprio che il maggior peso lo abbia avuto questo fattore: le amicizie.
Ai tempi delle medie ad Alassio avevo conosciuto i due con i quali avremmo formato un trio inseparabile.
Franco Scaler abitava allora ad Alassio dopo aver frequentato ragioneria al Bartalini, lo stesso istituto in cui si era diplomato Guido Rapetti, andato poi ad abitare a Villanova d 'Albenga.
Forse ci incontrammo ad Alassio o forse a Genova e, senza sapere cosa ci avrebbe riservato in futuro, quella scelta, ci iscrivemmo nel 1953 ad Economia e Commercio.
Il primo periodo lo trascorsi viaggiando in treno e mangiando alla Casa dello Studente con l’abbonamento vinto l’anno precedente al “Gallini”.
Ci vollero alcuni mesi per inserirci nel nuovo sistema di studi, acquistare i testi, superare le pratiche burocratiche, conoscere i professori e le loro idiosincrasie, gli orari delle lezioni per le quali era obbligatoria la presenza, organizzarci per la preparazione agli esami, insomma per tutto un sistema che eravamo noi a dover costruire e non più accettarlo dalla maestra o dal corpo insegnanti.
Contemporaneamente ci rendemmo conto che non era possibile viaggiare quasi giornalmente da Alassio a Genova per assistere a quei corsi per i quali la frequenza era obbligatoria.
Affittammo ognuno il suo buco in varie zone di Genova, partendo da Alassio il lunedì e ritornando il venerdì sera, di solito digiuni dal giovedì per aver esaurito i fondi. Ricordo di aver venduto dozzine di volte i testi di statistica e di ragioneria per sopravvivere nei periodi di magra, per poi riacquistarli quando le finanze lo permettevano.
Cominciammo a preparare qualche esame studiando ad Alassio o a Villanova per gli appelli dell’anno successivo e, a costruire le basi di quell’amicizia che ci avrebbe accompagnato per tutta la vita.

Forse la passione per la speleologia che mi infervorò molti anni dopo, iniziò dalla camera che affittai in via Assarotti.
Questo locale si trovava al piano interrato di un condominio e prendeva un pallido barlume di luce da una finestrella sul tunnel che correva sotto il marciapiede, tunnel che a sua volta prendeva luce ed aria dalle griglie metalliche del marciapiede.
Dalla finestrella a wasistas pendevano stalattiti di alcuni centimetri che bloccavano la chiusura sicché anche i rumori del traffico entravano con la polvere e tutto il resto.
Vissi un inverno in quell’antro finché, a primavera, lo scorrimento dell'acqua, l’umidità ed il numero di insetti che si risvegliavano dal letargo o dalle uova che schiudevano, resero impossibile la permanenza senza scafandro.
Trovai allo stesso prezzo un’altra cameretta di circa nove metri quadrati in un condominio in Circonvallazione a Monte, proprio sopra la facoltà di economia e Commercio.
Tale camera possedeva una finestrella che si affacciava sul cavedio del palazzo ed attraverso il quale, per tre giorni consecutivi, al solstizio d’estate, penetrava un raggio di sole. Il che era già un deciso miglioramento rispetto alla sistemazione precedente.
Inoltre al piano terra, a fronte strada, vi era un minuscolo bar dove mi recavo al pomeriggio, quando i morsi della fame cominciavano a farsi sentire, per un caffè ed uno di quei minuscoli pasticcini con la mandorla o la ciliegia candita sopra.
Il proprietario, ex squadrista, mi tenne in quegli anni un corso di storia del periodo fascista, dal suo particolare punto di vista e si infervorava talmente che a volte, forse volontariamente, dimenticava di farmi pagare.
Ricordo con nostalgia sia la grotta che la cella nelle quali, malgrado tutto, vissi avventure indimenticabili.

Una delle bettole dove con 160 lire si mangiava un piatto di zuppa, un’insalata con una bistecchina trasparente ed un minuscolo panino, era il Ristorante da “Virgilio”.
Serviva ai tavoli una bella signora bionda sulla trentina corteggiata da tutti noi e che, a seguito di un assedio costante e premuroso, un sabato si lasciò convincere e mi confidò che il marito sarebbe partito la sera per ritornare solo la domenica pomeriggio, dovendo seguire la sua squadra in trasferta.
Mi diede l’indirizzo ed il sabato sera verso le dieci mi fece entrare nell’appartamento al quinto piano di un palazzo della zona Albaro, vicino ai campi da tennis.
Non eravamo che ai preliminari quando suonò il citofono ed il marito disse che la partenza era stata rinviata al mattino successivo e che stava salendo per rientrare la notte.
Un attimo di panico poi la soluzione classica, ma nel mio caso immediata e reale: l’armadio.
Mi accucciai in un armadio portandomi dietro i vestiti, dovevo rimanere fermo perché il fondo scricchiolava ad ogni movimento e vi rimasi, nudo ed immobile per quasi sette ore.
Ricordo che, appesi agli attaccapanni, vi erano alcuni vestiti che, con somma cautela, mi avvolsi attorno alla testa ed alla schiena per ripararmi dal freddo; non chiusi occhio per tutta la notte ed al mattino, quando la signora aprì l’armadio, crollai su di un fianco sul pavimento, completamente rigido e gelato.
Ci vollero venti minuti per mettermi in grado di vestirmi, camminare e lasciare l’appartamento senza essere arrivato al traguardo.
Durante le interminabili ore quella notte giurai che mai più, in simili occasioni, avrei accettato inviti ad un piano superiore al primo.
Ritornato in camera mia feci una doccia e, nell’asciugarmi, scoprì di avere un millimetro di capelli grigi. Dopo sei mesi i miei capelli erano tutti argentati.

Assunto al rango di “matricola” intervennero subito i “Siderei Extracursus”, nel mio caso un tale Viglietti, attuale proprietario del Ristorante Le Palme di Alassio, per riscuotere i diritti di anzianità e rilasciarmi la prescritta matricola di pergamena.
Allora non ci si occupava di politica, non si conoscevano gli scioperi, le manifestazioni, le occupazioni e di globalizzazione non esisteva neppure il termine.
Le uniche preoccupazioni incombenti erano i soldi per la cena ed una ragazza da corteggiare.
Il primo problema si risolveva con un giro di prestiti e con la vendita di volumi in quel momento non indispensabili; il secondo dandoci da fare con le nostre compagne di studi che da parte loro erano altrettanto interessate all’argomento.
Ricordo una sera di carnevale: eravamo in un corridoio della casa dello studente io ed un certo De Palma del mio stesso corso e non avevamo una lira in due.
Decidemmo di uscire con i nostri cappelli universitari, grigi per Economia e Commercio, e ci recammo in via XX Settembre dotati di un secchiello d’acqua e di alcuni stracci.
Iniziammo a lavare i vetri alle auto che parcheggiavano lungo il marciapiede e, malgrado alcune situazioni incresciose, verso le undici avevamo racimolato alcune migliaia di lire che ci permisero di partecipare al ballo di carnevale al Lido di Albaro, con tanto di spumante da offrire ad alcune studentesse nostre amiche, con le quali concludemmo la nottata.
In quel periodo comparvero i primi barlumi di autocoscienza ed i primi tentativi di introspezione.
A mia discolpa per il ritardo devo dire che, dato il loro livello, Giumìn e Pinuccia erano ormai secoli indietro e l’unico appoggio, peraltro indispensabile, che mi veniva da loro era quello finanziario.
Dagli insegnanti salesiani, oltre all’ottimo insegnamento, non venne altro che il sostegno per la mia salvezza spirituale; da quelli del Gallini un buon insegnamento scolastico ma per il resto niente.
Dagli insegnanti universitari assolutamente niente, neppure un buon insegnamento, ma solo uno sporadico interesse per le tesi e tesine dalle quali potevano ricavare spunti per le loro pubblicazioni.
L'unica fonte dalla quale ricavare qualche pensiero valido erano quindi le discussioni con Franco e Guido e, perché no, le conversazioni con le occasionali compagne di viaggio.

Ripensando a quel periodo mi rendo conto di non aver avuto la fortuna di incontrare una persona di esperienza dalla quale ricavare guida ed indirizzo.

O forse non l’ho mai cercata?

“In illo tempore” conobbi quella che sarebbe stata la mia prima moglie e subito furono inni, fiordalisi e voli d’aquila.
Nori era una sartina romagnola, nativa di Mercato Saraceno, trasferitasi a Roma dopo la fine della guerra ed approdata ad Andora con i genitori negli anni cinquanta.
Piccola, bruna, sensuale ed espansiva scoppiò tra noi il classico colpo di fulmine.
A volte, trovando troppo lungo l’intervallo tra il lunedì ed il venerdì durante il quale rimanevo a Genova, Nori veniva a trovarmi in settimana e la mia cameretta si trasformava in una favolosa villa con vista sul mare dei tropici, con indimenticabili, caldi e sensuali tramonti.
Questa estasi fu bruscamente interrotta dalla ricaduta nel mio vecchio malanno polmonare.
Credo che il riacutizzarsi della tubercolosi sia stato diretta conseguenza della cattiva e scarsa alimentazione, della eccessiva attività ... fisica e dello stress per le troppe ore di studio per rimettermi in pari con gli esami non volendo finire fuori corso.
Fatto sta che un bel giorno mi ritrovai a tossire e sputare sangue; fui ricoverato all’ospedale di Albenga e successivamente nel sanatorio di Sondalo in Valtellina dove iniziai le cure per il pneumatorace al polmone destro.
La distanza raffreddò alquanto la relazione con Nori ed al mio ritorno alla vita, quasi un anno dopo, continuammo a frequentarci più per un senso di correttezza da parte mia che mi sentivo responsabile per averla impegnata per anni, che per amore che, pur cercando di mantenere non era più lo stesso.
Ricordo la notte del lancio dello “Sputnik”: vidi passare il puntolino luminoso da un lettino del sanatorio, chiedendomi se mai ne sarei uscito.
Anche da quella situazione riuscii a cavarmela e, nell’estate del cinquantotto, potei riprendere gli studi.

Alla ripresa degli studi universitari mi ritrovai solo perché gli altri due moschettieri, Franco e Guido, in un anno si erano portati avanti e a fine cinquantotto o al primo appello del cinquantanove si erano laureati e si stavano dando da fare per trovare un impiego stabile.
Fu quello uno dei periodi bui della mia vita perché avevo perso i contatti con il nostro gruppo; vedevo raramente i moschettieri ormai fuori dall’università; dovevo faticare come non mai per preparare gli esami mancanti; l’amore con Nori andava svanendo ed inoltre capivo che le energie di Pinuccia e Giumìn, che avevano sostenuto il peso dei miei anni di studi, andavano esaurendosi.
Con tutta la mia volontà, passando le notti sui libri nella cameretta che aveva visto ben altre battaglie, riuscii a terminare gli esami all’appello del giugno del cinquantanove, a preparare la tesi ed a presentarla due mesi dopo agosto, strappando un novantanove su centodieci che non mi diede alcuna soddisfazione.

Ero solo. Uscii dalla facoltà di Economia con il titolo di dottore e con un senso di realtà nell’anima senza sapere dove andare o cosa fare.

Per festeggiare mi recai da un barbiere e mi feci tagliare i capelli!

Dopo aver letto

U TEMPU DA SIGOA
(il tempo della cicala)

del Dott. Luciano Dabroi

Seduto allo scrittoio del suo ufficio, Luciano disse un giorno all'amico Corrado “Non ho più molto da vivere, se il Comune di Andora vuol fare questo Museo di Storia Naturale, deve sbrigarsi.”
E nel pomeriggio del 12 novembre 2003, una telefonata: “Sono all'Ospedale con la bombola di ossigeno ... telefonerò domani.”
E non c'è stato domani per Luciano Dabroi.
E’ mancato il 3 Dicembre 2003.
Le sue ceneri, dal cimitero di Rollo, ricordano che tutto finisce.
Accostarsi alle confidenze scritte d’un amico col quale è ancora possibile parlare, è molto diverso dall’accostarsi alle confidenze di chi non c’è più.
Lo scritto si carica d’una corrente che fulmina il cuore.
Ho letto “Il tempo delle cicale” e ho conosciuto un Luciano Dabroi adolescente, poi giovane e finalmente uomo.
L’uomo pronto a salire con la valigia regalata dagli amici, sulla nave che lo porterà lontano: “Tempi da Leoni”.
Luciano adolescente irrequieto.
Capo banda.
Intraprendente.
il Generale che adorava le dalie, ha gettato il pallone col quale giocavano presso il suo giardino, in un fossato dove era impossibile ricuperarlo.
Ma il giorno scatta la vendetta: tutte le dalie distrutte.
“Come vorrei poter tornare indietro ...”
E c’è in quel “vorrei” tutta l’amarezza di chi sa d’aver fatto soffrire.
Il ragazzo non sapeva.
L’uomo invece, sa per esperienza, cosa vuol dire perdere ciò che si è curato con tanto amore.
“Come vorrei …”
E in questo desiderio c’è tutto il profondo, intenso sentimento di Luciano Dabroi.
"Come vorrei.
Ma non sempre il male fatto si può riparare.
Se Luciano Dabroi fosse stato guidato nella scelta degli studi, probabilmente oggi non avremmo il materiale per dar vita ad un interessante Museo di Storia Naturale.
Il virus del collezionista gli è stato iniettato dai Salesiani nell’Istituto Agricolo di Lombriasco.
Sono pagine autobiografiche che fanno sorridere.
Tutto vero.
Proprio così.
Ma erano altri tempi.
E c’è da chiedersi se quella disciplina, quell’ordine, quell’impostazione di vita fosse del tutto sbagliata.
Oggi i ragazzi non si spostano più da un’aula all’altra “in colonna”.
Ma se rotolandosi giù dalle scale un ragazzo si rompe la testa, forse si potrebbe anche rimpiangere la vecchia disciplina, che non faceva degli ipocriti, ma persone capaci di autocontrollo.
Luciano Dabroi descrive con frasi colorite quel periodo di studi.
Ma una cosa emerge su tutte.
La sua riconoscenza per quanto gli è stato insegnato.
Quando, lasciato l’Istituto dei Salesiani, frequenterà la Scuola Pubblica, “vivrà di rendita”.
Un elogio spontaneo alla Scuola Privata dove i suoi professori non soltanto lo facevano camminare in “colonna” e lo facevano pregare più del necessario, ma nell’insegnamento delle varie materie, andavano oltre a quanto era richiesto dai programmi. ..... (CONTINUA)

Con Luciano il dialogo si è interrotto per sempre.
Ma io so che in lui c’era l’artista che s’incantava davanti allo sbocciare d’un fiore, al canto d’un uccello, alla scoperta d’un minerale.
Era l’artista che curava le tartarughe, i pesciolini rossi, gli uccelli.
Era il padrone che amava i suoi cani e mai li avrebbe rinchiusi in un box.
Era lo scienziato alla scoperta del regno minerale.
Esemplari d’una bellezza eccezionale, catalogati, pronti per essere offerti ad un pubblico desideroso di scoprire le ricchezze d’un mondo ancora, in gran parte, sconosciuto.
Ai suoi studi mancava una laurea.
Scelse Economia e Commercio perché così avevano fatto i suoi amici.
Senza entusiasmo.
Non era quella la strada che avrebbe dovuto percorrere.
E il giorno della laurea, uscì dalla facoltà di Economia col titolo di dottore, ma con senso di vuoto nell’anima.
Era solo.
E per festeggiare si recò da un barbiere per farsi tagliare i capelli.
Anch’io il giorno della laurea ero sola.
Ma dalla pettinatrice ero andata il giorno prima.

Angela Biedermann
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Tempi da Leui
1000 giorni in Argentina.




Luciano Dabroi


Immagini estratte dall'interno della sovracopertina della pubblicazione edita da Digigrafic - Andora
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Presentazione:  Corrado Camandone.
Fotografie: Luciano Dabroi.
Commento: Angela Biedermann.
Edizione stampata edita da Digigrafic di Barbara e Cristian Raso - Andora - 2008
con l'impegno determinante del Sindaco e dell'Amministrazione Comunale di Andora.
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AD    ANNA   E   FRANCA
                                                         
Per le quali non sono certamente stato un padre esemplare.
Almeno da giovane!
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Certamente ci avrebbe detto tante cose dell’Africa, dove fu inviato come esperto di agricoltura, per organizzare l’esportazione di legnami pregiati.
Non ebbe il tempo di parlarci del suo ruolo di insegnante nelle scuole pubbliche, ma anche in quel campo lavorò con impegno e genialità.
Nel suo studio teneva in cornice la lettera di apprezzamento e di ringraziamento che gli scrisse il suo preside, Prof. Tommaso Schivo, quando lasciò l'insegnamento, e la mostrava e l’apprezzava più che il diploma di laurea.
Tra le memorie non scritte certamente ci sarebbe stato un lungo capitolo dedicato alla sua straordinaria passione di collezionista, iniziata da ragazzo con pochi francobolli e diventata poi la spinta irresistibile che lo portò a creare una prestigiosa collezione di minerali e di conchiglie.
Si tratta di seimila esemplari provenienti da ogni parte del mondo, catalogati scientificamente, preparati per essere esposti e che costituiscono di fatto un museo di storia naturale.
Duemila conchiglie del genere “conus” si affiancano alla collezione mineralogica.
L’ultimo periodo della sua vita è stato dominato dalla preoccupazione di conservare nel tempo il frutto del suo lavoro: trent'anni di ricerche, specialmente nel ponente ligure, di scambi e di acquisti.
Per questo ha donato la sua collezione alla comunità di Andora per l’'istituzione di un Museo di Storia Naturale.
Il Consiglio Comunale ha accettato la donazione da lui fatta e confermata dagli eredi, e ha stanziato un primo finanziamento per il restauro di Villa Laura, destinata a degna sede del tanto auspicato museo.
L’intelligenza, la sensibilità, la vitalità di Luciano Dabroi, esplose in vario modo nell’età giovanile, hanno creato, nella maturità, un patrimonio culturale di alto valore educativo, offerto come dono perenne alla sua città e alle future generazioni.

Corrado Camandone

Due mesi dopo la laurea, nel settembre 1959, mentre ancora stavamo inviando curriculum a destra e a manca, Guido* mi disse che aveva contattato la Società “Frugone y Preve” con sede a Genova e molini di riso nel Vercellese, ma con grosse proprietà in Sud America e che gli era stato offerto un posto in Argentina, ma che sua madre, essendo vedova, aveva fatto un mucchio di difficoltà a lasciarlo partire e lui era indeciso.
Finii per convincerlo a rinunciare, sacrificandomi al posto suo, e mi recai a Genova presso la Ditta Frugone y Preve prendendo contatti con il signor Riccardo Preve in persona ed il giorno 26 ottobre 1959 mi fu comunicata l’assunzione, a mezzo della lettera che conservo, con partenza da Genova il 19 novembre a bordo del Federico Costa.
I venti giorni di intervallo trascorsero in un vortice di preparativi, di lamenti di Pinuccia, di consigli e raccomandazioni di Giumìn, di sguardi preoccupati e dubbiosi di Nori, con la quale uscivo ormai da sei anni.
La frenesia della partenza, le aspettative, le speranze, i timori si unirono per formare uno stato d’animo che mi faceva sormontare ogni difficoltà e sorvolare su ogni problema che non fosse il mio.
La sera del 18 novembre, tagliati i cordoni ombelicali con Giumìn, Pinuccia e Nori, mi ritrovai a Genova con Guido, Franco e Gianni Pirra che mi regalarono una valigia in cuoio con i loro nomi scritti all’interno della cinghia di sicurezza. Conservo ancora quella valigia che ho usato per l’andata ed il ritorno dall’Argentina ed il solo guardarla mi inonda di ricordi.
Terminammo la festa di addio, ormai abbondantemente lubrificati, percorrendo la via XX Settembre in carrozza tra lacrime ed abbracci.
Il giorno dopo, a Ponte dei Mille, mi imbarcai sul Federico C. per la nuova avventura.



* Dr. Guido Rapetti – uno dei moschettieri di “U tempu da Sigoa”

Il primo ricordo che ho della traversata fu il paesino di Rollo, visto da sei o sette miglia al largo della costa.
Quella fu forse l’unica cosa che mi procurò una stretta al cuore.
Ma già ero immerso in un mare di nuove esperienze e nuove avventure.
La prima persona che conobbi, e che poi persi di vista a Buenos Aires, fu un italiano residente a Mar de la Plata un certo Piloni, che, saputo della mia situazione, mi insegnò alcune frasi in spagnolo e mi diede alcuni consigli utili su come muovermi a Buenos Aires.
Lo stesso giorno della partenza conobbi una bella ragazza argentina che anche lei, durante la traversata, mi insegnò la lingua e che rividi poi alcune volte, anzi venne anche a trovarmi a Corrientes, provocando le ire di Nori.
Di quella traversata, oltre a tutte le feste e le esperienze di bordo, ho un vivo ricordo delle soste a Lisbona, Rio, San Paolo, Montevideo; della festa ai novellini che attraversavano per la prima volta l’equatore e per questo venivano “battezzati” ed infine l’estuario del Rio de la Plata, immensa lingua di acqua color crema, che si protendeva per decine e decine di chilometri nel blu dell’Atlantico, dicendoci che stavamo entrando nell’estuario di un fiume, del quale non vedevamo le sponde talmente era ampio.
Un altrettanto gradevole ricordo mi lasciò la disponibilità e la competenza dell’equipaggio di bordo, dal commissario, che ci volle conoscere e ci salutò personalmente, a tutto il personale.

Ma soprattutto la simpatia e la cordialità dimostratami da tutti i passeggeri con i quali venivo a contatto: ognuno, dal più giovane alla vecchietta novantenne ingioiellata, si prodigavano chi per consolarmi per aver lasciato i genitori, chi per rassicurarmi sul mio futuro ambiente di vita, chi per insegnarmi la lingua, chi per offrirmi indirizzi e numeri telefonici ai quali rivolgermi in caso di necessità, chi per offrirmi gradita compagnia.
Nei pochissimi momenti liberi leggevo un romanzo regalatomi dal figlio minore di Preve “L’isola in capo al mondo”.
Purtroppo i sedici giorni di traversata trascorsero i un baleno e mi ritrovai, con la mia valigia piena di speranza ed aspettative, a scendere dal ponte della Federico C. ai moli del porto di Buenos Aires.

Documento di Luciano

Santa Maria de los Buenos Aires mi accolse con le sue migliaia di “calles” le sue infinite “avenidas” le “diagonales” gli immensi “parques” le “plazas” sterminate che facevano sembrare Genova o Torino cittadine di provincia.
Venne a prelevarmi al porto un tizio che oggi verrebbe definito l’addetto alle pubbliche relazioni della “Arrocera Argentina” e mi sistemò in un albergo in “avenida nueve de julio”, strada centrale fatta costruire da Peròn e che occorreva un quarto d’ora per attraversare data la sua larghezza.
Sistemate le quattro cose in camera, col mio piccolo dizionario italiano-spagnolo, cercai di mangiare qualcosa al ristorante, poi telefonai alla signora che avevo conosciuto in nave e, insieme facemmo un rapido giro alla “Casa Rosada” alla “Diagonal Norte” ed in “Plaza Constituciòn”.
Il giorno seguente andai alla sede centrale in “calle Cangallo”, ebbi un colloquio con il signor Preve e fui presentato ai dirigenti della centrale; mi assegnarono immediatamente i primi impegni: al mattino dovevo recarmi al mulino nel barrio di “Riachuelo” dove arrivava una parte del riso commercializzato dalla Società, proveniente dalle varie aziende di proprietà sparse in tutto il Nord della Repubblica.
Qui veniva lavorato, inscatolato e spedito ai rivenditori. Io dovevo apprendere la lavorazione e tutti i trucchi che la stessa comportava per una maggiore resa.
Al pomeriggio dovevo frequentare un corso rapido di spagnolo per imparare almeno i rudimenti della lingua: mi fu inoltre raccomandato di trovarmi una sistemazione presso qualche privato e completare le pratiche presso i vari ministeri per la “radicaciòn” cioè la residenza nello Stato.
E così, non avendo neppure il tempo di riflettere su quanto stava succedendo, mi trovai inserito nella vita dell’azienda in un mondo di lingua, usi, pensiero, persone, politica, cucina diversi dal mio ed al quale avrei dovuto adattarmi immediatamente per sopravvivere.

Seguendo i consigli del signor Preve mi diedi da fare leggendo gli avvisi di affitti sui vari “diarios” per trovare una camera con pensione presso qualche privato e qui capitò la prima delle straordinarie combinazioni che successero a Buenos Aires.
Uno degli annunci che pochi giorni dopo il mio arrivo mi capitò di leggere faceva al caso mio: una anziana signora affittava una camera con pensione completa in un alloggio signorile in “Caballito” una calle in Avenida Rivadavia al 5000!
Siccome il civico cinquemila significava cinque chilometri dalla Casa Rosada e quindi praticamente in centro, presi il subte cioè la metropolitana e mi recai a parlare con la signora.
Alle scuse per il mio spagnolo tentennante la signora sorridendo mi disse: “non si preoccupi, parli pure italiano che è la mia lingua” e mi fece entrare mettendomi a mio agio e facendosi raccontare chi ero, da dove venivo, con chi lavoravo, ecc.
Risultò che la signora aveva una sorella che abitava ad Alassio in una villa con giardino a Parco fuor del vento, vicino a via Solva, dove io e la mia banda andavamo a rubare le prugne negli anni della scuola media.
Si creò subito una corrente di simpatia tra di noi e dopo pochi giorni mi trasferii in Caballito 217.
La camera, abbastanza ampia, aveva il parquet in legno e le pareti a calce perciò mi diedi subito da fare e levigai con paglietta, soda e cera il pavimento ed applicai la tappezzeria alle pareti, procurandomi il materiale con il primo stipendio.
Comprai alcuni libri in spagnolo e due dischi che ancora ricordo: “Voz de Lobo” e “Sendero del Indio” che ascoltavo dal giradischi della signora Maria e che incisi con il registratore che, come unico lusso, mi ero portato dall’Italia.
Nelle altre due camere vivevano in una due donne che adesso ritengo fossero lesbiche, ma che allora, da ingenuo, non capivo che rapporto avessero; nell’altra un tipo stranissimo che non parlava mai, neppure a tavola, e che quasi non salutava.
Quando dopo qualche mese fui trasferito a Corrientes la signora mi regalò un tavolinetto arabo, esagonale, intarsiato di madreperla che ancora conservo in camera mia.

Oggi ripensando a quel periodo, mi stupisco dello spirito di adattamento, o meglio dell’incoscienza che mi permeava, perché già prima del Natale 1959 mi orientavo in Buenos Aires da parque Palermo a Chacarita, da Caminito a Riachuelo e da Aeroparque a plaza Constituciòn.
Inoltre la lingua mi risultava talmente facile che dopo un mese già mi esercitavo nei modi di dire “portegni” e nella costruzione del periodo tipico del “gallego”.
In Rivadavia al cinquemila esisteva un parco in cui, alla domenica mattina, si riunivano i filatelici di Baires per vendere, scambiare ed acquistare francobolli da collezione: il “Parque Rivadavia”.
Io ripresi la passione che mi aveva accompagnato negli anni di studio,
anzi fu in quel periodo che scambiai tutto il materiale estero e mi dedicai alla sola Italia, colonie, occupazioni, uffici postali, ecc. della quale in quel mercato si trovava abbondante materiale.
Una domenica mattina stavo trattando un segnatasse dei primi anni del regno d’Italia quando, a dimostrazione di quanto già allora fosse piccolo il mondo, sentii una voce alle mie spalle che in dialetto ligure esclamava in tono sorpreso: “Ma ti … ti ti sei u fiu da Pinuccia”!
Dopo un istante di sbalordimento confermai la mia identità e conobbi il tizio che aveva parlato: un certo Bellenda nativo di Andora, la cui famiglia viveva ad un passo dalla casa di mio nonno materno detto “U Merlu”.
Bevemmo qualcosa assieme commentando la casualità dell’incontro ed anche dal Bellenda ricevetti utili consigli per meglio inserirmi in quella strana ed accogliente società.
In febbraio arrivò Nori ed iniziammo le pratiche per il matrimonio.
Appena sposati, nel marzo 1960, appreso sufficientemente lo spagnolo ed inquadrato approssimativamente il sistema di lavorazione del riso, la direzione mi trasferì nell’azienda di “Nueva Valencia” in provincia di “Corrientes” sul rio Paranà a circa mille chilometri da Buenos Aires tra il Paraguay ed il Brasile, motivando il trasferimento col fatto che dovevo apprendere anche i sistemi di coltivazione del riso, completamente diversi da quelli applicati nel Vercellese e studiati al Gallini di Voghera.
Poiché non sapevo se il trasferimento fosse definitivo ed inoltre non conoscevo nulla del luogo né della sistemazione che avrei trovato, decisi di lasciare Nori in casa della signora Maria in attesa di rendermi conto della nuova situazione e rifeci la valigia.

La nave che mi portò, impiegando tre giorni di navigazione, da Buenos Aires a Corrientes sul Rio Paranà, era uno stupendo battello a ruote, completamente in legno ed ottone tirati a lucido, con cabine eleganti e comodissime.
Ricordo il nome in lettere di ottone imbullonate alla poppa: “Ciudad de Corrientes”.
Dormii pochissimo durante il viaggio perché trascorsi la maggior parte del tempo a prua ad osservare il maestoso Rio de la Plata e poi il Rio Paranà prima della confluenza del Rio Uruguay.
Alcuni affluenti avevano le dimensioni del Po e la vegetazione si spingeva oltre la riva sicchè era impossibile in molti tratti definire un confine tra terra ed acqua.
Incredibile per me la quantità di uccelli: in quei tre giorni sono certo di avere visto oltre un milione tra anatre, cicogne, gallinelle, colombi, tortore, pappagalli ed altre specie di tutti i colori e di tutte le dimensioni tanto che l’unica cosa che avevano in comune era il loro numero infinito.
Anche quei giorni meravigliosi giunsero però alla fine ed un mattino scesi ancora una volta la scala di una nave con la valigia di Franco, Guido e Gianni piena di pochi indumenti e tante speranze.
Ad attendermi su di una jeep Willy c’era Cuenca un dipendente della Arrocera Argentina, ex galeotto perché l’azienda in passato era stata una colonia penale e molti detenuti si erano fermati quando i Preve l’avevano acquistata dal governo provinciale e le loro pene erano state condonate.
Cuenca, un sangue misto mezzo indio e mezzo spagnolo, parlava guaranì e poco lo spagnolo, comunque riuscimmo a capirci; caricai la valigia sulla jeep e partimmo da Corrientes, la capitale della provincia omonima grande poco meno dell’Italia e con una popolazione di circa un milione di abitanti di cui duecentomila nella sola capitale.
Nueva Valencia distava circa quaranta chilometri dalla capitale, tutti in strade sterrate, ai cui lati correvano, per tutti i quaranta chilometri, gli “alambrados”.
Questi sono recinzioni di cinque fili spinati fissati a “postes” cioè pali in legno piantati ogni cinque metri ed alti circa un metro e ottanta sul terreno con i fili tesi ad intervalli uguali in modo da impedire al bestiame di passare da un campo all’altro e di uscire dalle proprietà.
Questo sistema si estende non solo lungo i confini delle “haciendas”, ma divide anche i campi interni, le strade, le piste di atterraggio e le varie piantagioni.
Nel periodo in cui ho vissuto in Argentina credo di aver visto alambrados per una lunghezza superiore alla distanza Terra-Luna.
La caratteristica supplementare di ogni alambrado è che su ogni posto riposa un “Carancho” specie di piccolo avvoltoio marrone rossiccio dal becco giallastro pronto ad andare a spolpare ogni vacca morta o moribonda per poi ritornare immancabilmente sul suo trespolo. .... (CONTINUA)

Giunti a Riachuelo, piccola stazione ferroviaria sulla linea Buenos Aires-Corrientes, lasciammo la strada provinciale per inoltrarci all’interno della proprietà.
Io credevo che Cuenca avesse sbagliato strada perché per oltre mezz’ora non vidi altro che campi, foreste di eucalyptus e vacche, vacche, vacche in numero infinito, distanti, vicine, sdraiate, in piedi, di fronte, di fianco, di dietro, ferme, in movimento e poi ancora altre vacche …
Finalmente mi si presentò l’ambiente in cui avrei vissuto quasi tre anni ed in cui sarebbero nate Franca ed Anna.

L’azienda “Nueva Valencia” di proprietà della Arrocera Argentina in provincia di Corrientes era la più piccola della dozzina possedute dalla Compagnia in Sudamerica tra Argentina, Uruguay e Brasile.
Si estendeva infatti su soli undicimila ettari pari a centodieci milioni di metri quadrati o pari a circa ventimila campi di calcio!
L’attività principale era la coltivazione del riso, alla quale erano riservati oltre settemila ettari a rotazione triennale e per l’irrigazione dei quali esisteva un impianto di sollevamento di acqua dal Paranà costituito da quattro motori Diesel da duecentocinquanta cavalli ognuno che sollevavano, da sei a dodici metri a seconda del livello del Paranà, un volume di duemila litri/secondo sino al canale principale; questo aveva una sezione di sei metri di larghezza per due e cinquanta di altezza.
La rete completa dei canali principali e secondari si estendeva per oltre settanta chilometri.
La seconda attività era l’allevamento: l’azienda possedeva circa dodicimila capi di bestiame di razza Hereford allo stato brado, che tre o quattro volte l’anno veniva radunato nei “corral” per la marcatura a fuoco con la doppia “AA” di Arrocera Argentina, per la castrazione dei “novillos”, per il bagno in soluzioni medicinali contro le “garrapatas” o zecche e per l’iniezione contro l’afta epizootica.
La terza attività era costituita dal mulino del riso che, oltre alle duemilacinquecento-tremila tonnellate di produzione dell’azienda, lavorava altre cinque-seimila tonnellate acquistate da aziende di Corrientes, Entre Rios, Misiones e Chaco.
La lavorazione andava dall’essiccazione, alla pilatura, al “brillantado” operazione che non viene eseguita in Italia e che consiste in un trattamento a base di talco e melassa che rende il chicco brillante e cristallino ed infine alla inscatolatura od insaccatura a seconda della destinazione del prodotto.
La quarta attività consisteva nel vivaio e nelle piantagioni di eucalyptus varietà “robusta” o “saligna” che, trapiantate a losanghe di due metri, forniva ad otto anni dal trapianto pali per linee elettriche e telefoniche di sette metri e mezzo di altezza con un diametro di undici centimetri di base e sette di vertice.
Dopo cinque anni dal primo taglio si otteneva dal sessanta per cento dei ceppi un secondo taglio utile, dopodichè i ceppi venivano sradicati.
I pali, tagliati e lasciati a riposo in ombra per un paio di mesi, venivano poi spediti via nave a Buenos Aires per essere trattati a caldo con creosoto e quindi essere spediti in Patagonia.
Occasionalmente venivano seminati e raccolti duecento ettari di mais.
L’azienda era divisa in due sezioni: “Cultivo” che si occupava della coltivazione del riso, dell’allevamento del bestiame, della sua commercializzazione e delle piantagioni di eucalyptus e la “Molino” che si occupava dell’acquisto, essiccazione, lavorazione e commercializzazione del riso. .... (CONTINUA)

Ogni sezione aveva diverse sottosezioni per esempio la “Cultivo” aveva una sottosezione “taller” che si occupava della manutenzione dei trattori, delle mietitrebbia, dei camion, delle apparecchiature del mulino, dei diesel, dei serbatoi di deposito e distribuzione dei carburanti, della fonderia e della falegnameria; la “Molino” aveva una sottosezione “Transportes” che provvedeva al trasporto del riso acquistato dalle varie aziende ed a quello del prodotto lavorato ai grossisti del Nord.
All’interno dell’azienda vivevano circa quattrocento famiglie stabili e nei periodi di semina e di raccolto del riso si aggiungevano altri duecento stagionali che poi proseguivano per il Sud del Paese per la raccolta delle mele.
Il complesso dei fabbricati, oltre che dal mulino che, tra secadero, molino, galpones di deposito, sezione insaccamento ed inscatolamento, uffici e zona molo per il carico sulle navi copriva una superficie di trentamila metri quadrati, era costituito da una officina di cinquemila metri quadrati coperti, dalla falegnameria, dalla fonderia, dai locali diesel, dai capannoni per la fabbrica di mattoni, da una antica costruzione in mattoni con un altissimo fumaiolo che ospitava ancora la prima caldaia (italiana) per il sollevamento dell’acqua ed ora non più in funzione, da una scuola di tre locali, una infermeria, una panetteria, uno spaccio di alimentari, una serie di box per i camion e le auto, oltre naturalmente ad una dozzina di abitazioni per i dirigenti e per i proprietari in visita da Buenos Aires.
Esisteva una pista di atterraggio, un campo di calcio ed una pista per le “carreras” dei cavalli.
I dipendenti vivevano in “ranchos” sparsi nelle zone non coltivate nei “montes” e lungo le “quebradas” ed i “riachos”.
Ad attendermi a Nueva Valencia c’erano Borloni, l’amministratore della sezione molino, un italiano, e Cazco, l’amministratore della sezione cultivo, un paraguayo che, avendo sposato la figlia del precedente amministratore italiano, era riuscito a prenderne il posto.
Fui sistemato in un bel fabbricato costituito da un patio coperto, un salone, due camere, un bagno ed una cucina oltre alla lavanderia sotto una tettoia sul retro, il tutto circondato da circa diecimila metri di frutteto e di prato recintati.
La sistemazione fu probabilmente ordinata da Buenos Aires perché mi resi subito conto che, al contrario dei capataz e dei peones, i due dirigenti mi dimostravano una certa ostilità ed una palpabile diffidenza anche se mascherate da esuberante cordialità. ..... (CONTINUA)

Comunque, sistemate in mezz’ora le mie cose, iniziai a vagare per l’azienda, a fare domande sui vari argomenti che mi interessavano e cioè cosa si mangiava, cosa si poteva cacciare e pescare, se esisteva la possibilità di avere dei “cueros” cioè delle pelli di yacaré* e di curiyù**.
Cucinava per me una anziana india guaranì, doña Francisca, che, avendo la vista corta, assieme al riso cucinava anche dozzine di “gorgojos” piccoli insettini di un millimetro, nerastri e con una minuscola proboscide baffuta con la quale foravano i chicchi di riso.
I primi tempi cercavo laboriosamente di separarli dal riso, ammucchiandoli al bordo del piatto, poi toglievo solo quelli più in vista, finchè alla fine, dopo qualche settimana, imparai a trangugiarli tranquillamente assieme al riso.



* coccodrillo
** anaconda

Ero arrivato a Nueva Valencia al termine della “cosecha” cioè della mietitura del riso e quindi, almeno per la sezione cultivo, in un periodo di relativa calma, perciò alcune sere dopo fui invitato da Caciano e Billordo, due dei capataz, ad un asado.
L’asado consiste semplicemente in una vacca cotta alla fiamma ed alla brace di un legno durissimo chiamato “quebracho” ed unta con una salsa detta “chimichurri”; la parte dell’animale che viene fatta cuocere, tolte le interiora, la testa, le zampe dal garretto in giù, si aggira sui duecentoventi chili in media; la prima parte dell’intestino, contenuto e tutto, gettata nella brace costituisce una prelibatezza molto apprezzata in Corrientes e viene chiamata “chichulines”.
Ho visto asados a cui partecipavano non più di una quindicina di persone, che riuscivano a far fuori in una notte una vacca intera.
Naturalmente il tutto accompagnato da un vinello della zona di Tucuman, il “puente viejo” e da una musica ballabile, il “chamamé” suonata con bombo guitarra e charango che è un piccolo mandolino la cui cassa è costituita dal carapace del “tatù mulita” l’armadillo.
Ho un nebbioso ricordo della seconda parte della festa e mi ritrovai il mattino dopo “al amanecer” vagando in un bosco di eucalyptus.
Quello fu il primo asado al quale partecipai. Ma ne seguirono molti altri anche perché a Nueva Valencia esisteva una curiosa usanza: alla morte di qualcuno le donne, all’interno del rancho, piangevano il morto mentre gli uomini, fuori, preparavano l’asado.
Il morto poi veniva sepolto “bajo el ombù” cioè sotto un albero di ombù in terra non consacrata ed il funerale veniva officiato da una anziana donna guaranì non essendovi sacerdoti nella zona.
Risulta strano per un europeo constatare che il tango, famoso nel mondo intero, nella sua patria, al di fuori di Buenos Aires, sia praticamente sconosciuto e sostituito dai vari bailecitos, chamamé e sambitas.

Tra le circa mille persone residenti stabilmente nell’azienda, emergevano per personalità alcuni capataz, incaricati dei vari settori sia al cultivo che al molino, od anche comuni operai.

Ricordo tra gli altri:
Caciano, che era l’incaricato alla semina ed al raccolto del riso: uomo di grande levatura morale, al quale devo la riuscita del mio incarico.
Quando, dopo trent’anni ritornai a Corrientes, mi invitò a casa sua per prepararmi l’asado, ricordandosi che mi piaceva con l’aglio.

Billordo, l’incaricato ai rilievi dei campi, alcuni di oltre duecento ettari, per il tracciamento degli argini e degli arginelli e responsabile alla irrigazione.
Lo ricordavo “flaco” cioè magro come un chiodo e lo ritrovai “gordo” grasso come un carancho. La prima cosa che mi disse fu: “doctor usted recuerda la noche que comimos el buey de Blanco?” dottore ricorda la notte che ci mangiammo il bue di Blanco?

Forzano, nipote di italiani, incaricato del vivaio e del trapianto degli eucalyptus, gran giocatore di “truco” e mio socio nell’allevamento di maiali.

Cuenca, indio e “cabal”, sposato a doña Cuenca, che mi offriva sempre il mate nella “bombilla” comune e che inizialmente mi faceva uno schifo tremendo, ma che non potevo rifiutare per non offendere Cuenca. Credo proprio che lo facessero apposta, così cominciai a chiederlo io per prevenirli.

Diaz, l’impiegato della sezione cultivo, addetto alle paghe quindicinali, alla contabilità ed alla corrispondenza, riservato e corretto.

Blanco, alto, magro, fiero y macho; mio compagno di avventure e di spedizioni al Chaco ed in Misiones per acquistare partite di riso o tori zebù Nehlore da incrociare con le Hereford.
Ventura ed Alsina, gli incaricati del “taller” l’officina e Blanquito, che promossi a responsabile dei trattori, cisterne e camion; di lui si diceva che una palometa, un piraña, gli avesse troncato a metà il pisello con un morso un giorno che stava facendo il bagno in un riacho ai bordi del Paranà.

Retamozo, responsabile dei magazzini di deposito e della conservazione del riso.

Sandoval, addetto all’essiccatoio del riso e padre di una bellissima mezzo sangue guaranì.

E molti altri che ricordo tutti con stima e riconoscenza.

Un giorno, quando già avevo sostituito Cazco alla direzione del cultivo, ero andato alla capitale Corrientes non ricordo per quale motivo, quando incontrai un italiano, un triestino di cui non rammento il nome, che mi disse di essere meccanico specializzato in cerca di lavoro; poiché in officina eravamo scarsi di personale specializzato, lo assunsi in prova e mai feci una cosa migliore perché si dimostrò subito un vero genio. ..... (CONTINUA)

Già il primo mese mise a punto un sistema meccanico di eccentrici per affilare le “rejas” cioè le punte dei vomeri degli aratri che prima venivano martellate a caldo a mano; trovò il sistema per saldare e temprare il portello della caldaia del molino che si era spaccata e mi sistemò in seguito una infinità di altri problemi meccanici.
In officina giaceva abbandonato un vecchio trattorino Fiat U 25: mi chiese se poteva prenderlo e quando glielo regalai se lo rimise in funzione; poco tempo dopo con i primi stipendi comprò dal governo federale una piccola (dieci ettari!) isola nel Paranà di fronte al santuario di Itatì, diboscandola ed iniziando una piantagione di banani e di zucche.
Dopo due anni trasportava alla Capitale, su di una zattera di fusti da gasolio con un piccolo fuoribordo, tonnellate di banane e zucche.
Quando ritornai a Corrientes trent’anni dopo mi dissero che era morto.

Dopo qualche mese dal mio arrivo a Nueva Valencia la Direzione scoprì che l’amministratore della sezione “cultivo” un paraguayo di nome Cazco approfittava della attrezzatura della Arrocera: trattori, mietitrebbia, sementi, combustibile, irrigazione e mano d’opera, per coltivare una sua azienda privata a confine con Nueva Valencia.
Naturalmente venne immediatamente licenziato e, non avendo sul momento nessuno con il quale sostituirlo, mi misero provvisoriamente ad amministrare la sezione.
La provvisorietà dell’incarico divenne ben volentieri definitiva quando la direzione si rese conto che me la cavavo egregiamente e che l’azienda funzionava regolarmente.
Dopo poco tempo, a seguito di altre indagini, si scoperse che anche l’amministratore della sezione “molino”, un italiano di nome Borloni, era implicato nell’affare in quanto il riso prodotto privatamente da Cazco veniva essiccato, lavorato, insaccato, commercializzato e trasportato tutto a spese della Arrocera Argentina.
Anche Borloni venne licenziato ed il suo posto venne preso da un anonimo personaggio argentino del quale non ricordo neppure il nome.
Le sostituzioni di Cazco e Borloni produssero una certa agitazione nell’azienda anche perché si supponeva che, almeno i capataz, fossero a conoscenza di quanto succedeva prima dell’intervento.
La direzione consigliò però di non enfatizzare l’accaduto e continuare, per quanto possibile, come se le sostituzioni fossero normale procedura e dopo pochi mesi, anche perché i ritmi di lavoro aziendale assorbivano amministrazione e personale, l’attività riprese normalmente.
Per quanto riguardava la sezione cultivo, io lasciai tutto come stava, ognuno con gli incarichi che svolgeva in precedenza, limitandomi ad una riunione dei capataz incaricati dei vari settori, invitandoli a svolgere al meglio il loro incarico comunicandomi ogni inconveniente che, data la mia inesperienza, avremmo cercato di risolvere congiuntamente.
Per tutto il periodo in cui rimasi amministratore dell’azienda ebbi la massima collaborazione e nessun problema, se non quelli dovuti al normale andamento di una mastodontica azienda agricola.

Durante il periodo sino alla sostituzione di Cazco mi limitai a vagare per l’azienda cercando di assuefarmi all’ambiente, conoscere il personale, perfezionare il mio spagnolo, imparare quanto possibile sui cicli di semina e raccolto ed assorbire, anche a livello inconscio, ogni altra informazione utile.

Con l’improvviso incarico piombatomi sulle spalle, inizialmente mi ritrovai con una tale quantità di preoccupazioni da non riuscire, per molte notti, neppure a dormire tranquillo.

Fortunatamente, come ho già detto, trovai persone responsabili ed ebbi il buonsenso di delegare a queste i vari settori di responsabilità.

Avevo infatti Alsina e Ventura che si occupavano dei normali lavori di officina, dei diesel e degli approvvigionamenti dei vari tipi di combustibili, lubrificanti, grassi ecc. Blanquito che mi teneva in efficienza trattori, camion, rimorchi, mietitrebbia. Il meccanico triestino che mi aveva rimesso in sesto la fonderia e risolveva tutti i problemi straordinari.

Gomez che si occupava degli animali e Forzano del vivaio e del trapianto degli eucalyptus, ma soprattutto Billordo e Caciano che, in pratica, mandavano avanti loro l’intera azienda occupandosi dell’aratura, dei rilievi e del tracciamento degli argini, della semina, irrigazione, disinfestazione e diserbo, caccia alle anatre, scolo dei campi, mietitura, trasporto e pesatura del riso.

Per quanto riguardava il lavoro d’ufficio, Diaz svolgeva egregiamente il suo compito e gli incarichi che gli affidavo e a me non restava che firmare la corrispondenza e gli cheques.

Con queste premesse, dopo il primo ciclo di semina-raccolto, mi limitavo a visionare occasionalmente il lavoro dei capataz ed a dedicarmi ad alcune opere straordinarie, di cui l’azienda aveva urgente necessità.

Il sistema di illuminazione con i generatori diesel era limitato al mulino, alle officine ed alle abitazioni dei dirigenti; nei due anni successivi lo ampliai alle strade, ai magazzini, allo spaccio, alle scuole, all’infermeria, ai distributori ed alle abitazioni degli incaricati ai vari settori in modo da avere la zona centrale del complesso interamente illuminata.

Alcuni degli incaricati, ad esempio Blanquito, vivevano in ranchos in zone non ancora diboscate; costruimmo per loro nelle vicinanze delle officine sei o sette piccole casette di due locali e servizi.

In quel periodo la direzione sostituì il piccolo aereo Cessna con un bimotore Cherokee a sei posti, che però non poteva atterrare sulla pista di Nueva Valencia troppo corta. Provvedemmo ad allungarla di quasi un chilometro costruendo sul fossato di scolo, che attraversava il tracciato della pista, un solettone in cemento armato, utilizzando come armatura migliaia di metri di filo spinato. ..... (CONTINUA)

Esisteva poi adiacente alla zona degli chalet per la direzione una foresta di circa sessantamila metri quadrati, ricettacolo di serpenti corallo, yararà e yacaninà, di ragni pollitos delle dimensioni della mano di un ragazzo, nonchè di un puma che però io non ho mai visto; d’accordo con Caciano decidemmo di diboscarlo ottenendo un campo, in cui per i due anni successivi seminammo mais.
Migliorammo poi la viabilità interna con l’impiego di un livellatore trainato da un trattore.
Per avere una visione globale dell’azienda mi feci costruire in falegnameria una scrivania, che ritrovai dopo trent’anni, che sotto il ripiano in cristallo custodiva l’aerofotogrammetria di Nueva Valencia che mi ero procurato presso la caserma dell’esercito a Corrientes.
Malgrado tutto ciò, negli intervalli tra i periodi di semina e quelli di raccolto, riuscivo a trovare il tempo per la caccia e la pesca!

Il patio della casa dove abitavo, aveva su due lati del perimetro di casa e sul vertice degli altri due un pilastro di 60 centimetri per 60, che reggeva il tetto.
Un giorno feci chiudere, con una doppia rete metallica a maglia fine da pavimento a soffitto e lasciando una porta di ingresso, tutti e due i lati liberi, ottenendo una gabbia di 60 cm di ampiezza per tre metri di altezza, che circondava il patio su due lati e cominciai a catturare piccoli uccelletti da mettere in gabbia.
Naturalmente, saputo della mia passione, tutta la gente si affrettò a portarmene a decine, tanto che in poco tempo dovetti liberarne una parte e rifiutare le specie che già avevo in gabbia.
Tra le altre piccole meraviglie della zona ricordo il “siete colores” delle dimensioni di un passero e che effettivamente possedeva tutti i colori dell’iride; vari tipi di “cardenales” dal caratteristico berretto rosso; il “loro loco” specie di pappagalli inseparabili, delle dimensioni di una cocorita, di cui la femmina completamente verde ed il maschio identico salvo che, aprendo le ali, mostrava due splendide chiazze azzurre sotto l’ala e sul fianco; il “brasita de fuego” minuscolo uccellino di un marrone insignificante ma che, eccitato o spaventato, drizzava una stupenda cresta rosso fuoco e molti altri di cui non ricordo il nome.
Circolavano poi per casa due esemplari di “pajaro tigre” specie di aironi che, se spaventati, gonfiavano le penne del lungo collo marrone rossiccio con linee ondulate testa di moro in una perfetta imitazione del manto della tigre.
Un giorno, di ritorno da Paso de los Libres, con Giumìn e Pinuccia, catturai, immergendomi in una laguna sino al petto, alcuni nidiacei di “jahà” e che poi allevai nel terreno attorno a casa. Questi uccelli svolgono la funzione delle oche tiburtine, strillando come ossessi quando avvertono la presenza di un serpente o di un altro animale.
Ricordo, nello stesso terreno, una coppia di “tehru” piccolo uccello che ti segue strillando per cercare di allontanarti dal nido, ed un’altra coppia di “horneros” che costruiscono il nido, in fango, sulla biforcazione di un ramo con l’imboccatura sempre rivolta verso la stessa direzione, non ricordo se est od ovest, ma sempre invariabilmente a forma di forno.

Quando ritornai in Italia lasciai liberi tutti gli uccelli.

Una sera stavamo giocando a “truco” nella sala del “almacen” lo spaccio di alimentari di Lopez che fungeva anche da bar, con lo stesso Lopez, Forzano e un altro che non ricordo.
Si era intanto radunata gente, sicchè c’erano presenti una ventina di persone e l’ambiente si stava riscaldando, anche perché la “cachassa”, che era una specie di grappa ottenuta dalla distillazione della canna da zucchero, andava a barilotti.
Qualcuno ricordò che Blanco, un indipendente che spesso mi accompagnava nelle trasferte, aveva da tempo promesso un asado.
In dieci minuti fu organizzata una spedizione, chi in jeep e chi a cavallo, al rancho di Blanco, che distava un paio di chilometri dal centro dell’azienda.
Giunti per primi cercammo invano Blanco che, vista la sua fama, era senz’altro in compagnia di qualche “guaina”*.
Cosa facciamo, cosa non facciamo, nel corral vicino a casa c’erano due “novillos” di trecento chili ciascuno.
Mentre arrivavano gli ultimi a cavallo qualcuno accese il fuoco, qualcuno uccise un novillo, altri ritornarono a prendere il vino e quando verso le due di notte ritornò Blanco, dell’animale restavano pochi brandelli di asado, le ossa spolpate e gli scarti da sotterrare per non attirare i cani selvatici.
Blanco la prese sportivamente e si unì a noi per terminare l’asado, anzi entrò nel rancho e preparò dozzine di “empanadas” che sono piccole frittelle a mò di cartoccio ripiene di carne, patate, uova sode, uvetta e qualcos’altro che non ricordo, ma piccanti per l’abbondante peperoncino.
Quella notte rimase memorabile tanto che Billordo, dopo trent’anni, ancora ne conservava il ricordo.


* letteralmente fodero o guaina; in senso figurato ragazza o donna.

Non so come sia oggi la situazione della fauna in Corrientes, ma nel 1959 era esattamente come la descriverò e le specie ed il numero di uccelli sono esattamente quelle catturate nei primi tempi, senza esagerazioni.
Subito dopo il mio arrivo feci amicizia con un pointer, orbo da un occhio, di nume Yuli che girovagava per l’azienda e, non so perché, prese a seguirmi ogni volta che mi incontrava.
Saputo che mi piaceva andare a caccia Cazco, forse per togliermi dai piedi, mi diede un fucile, un calibro sedici ad una canna, autorizzandomi a rifornirmi di cartucce, quante ne volessi, al magazzino dell’azienda.
Cominciai con le “perdices” piccolo uccello tra la quaglia e la pernice: era talmente facile da uccidere, in quanto si fermava nell’erba al bordo della pista, che bisognava scatenargli dietro Yuli per farlo alzare e sparargli al volo.
Poi, all’epoca della semina del mais, una volta usciti dai campi i trattori con le seminatrici al traino, il terreno diventava grigio-blu per le “torcassas” i colombi, che in stormi di migliaia lo coprivano interamente: sparando raso terra se ne raccoglievano cinque o sei ogni colpo.
La nube si alzava, volteggiava e si posava nuovamente sul campo e si ricominciava.
A lato del mulino, ai bordi del Paranà, esisteva una spianata in cemento di circa duemila metri quadrati, sulla quale l’aspiratore dei sottoprodotti della lavorazione del riso scaricava l’eccedenza della “cascara” cioè la buccia del chicco di riso, pula in italiano, eccedenza non bruciata dalla caldaia che muoveva l’intero complesso.
Naturalmente, assieme alla cascara, gli aspiratori scaricavano sulla spianata i frammenti della rottura di molti chicchi, puntina e mezza grana: quando le ruspe avevano finito di sospingere nel Paranà le montagne di scarti, rimaneva sul terreno uno strato di frammenti che attirava stormi di migliaia di uccelli grandi come un merlo e dello stesso colore nero bluastro.
Una fucilata nel mucchio dava come risultato mezzo sacco di uccelli!
C’era poi la caccia grossa al “nandù”, che era un piccolo struzzo di circa quindici chili, alla cicogna, al “Juan grande” enorme uccello simile alla cicogna ed ai vari tipi di aironi.
Ma la caccia più spettacolare era quella alle anatre.
Nel periodo immediatamente successivo alla semina ed alla costruzione degli argini, venivano inondati i campi per una superficie di venticinque milioni di metri quadrati e l’intera azienda veniva invasa da anatre di tutti i tipi, di tutti i colori e di tutte le dimensioni.
Incaricavamo allora una squadra di sei uomini, munendoli di fucile e di cinquanta cartucce al giorno, con il compito di percorrere i campi sparando quasi in continuazione per far alzare gli stormi. ..... (CONTINUA)

C’erano infatti certi tipi di anatre chiamati “penitentes”, credo spatola rosa in italiano, con il becco a forma di due cucchiai contrapposti che, nel lavorio per cercare insetti, rane, pesci e piccoli rettili nell’acqua, rompevano il germoglio del riso, causando danni che, se indisturbate, erano tali da dover riaprire i canali di scolo, asciugare i campi e riseminare.
C’erano poi anatre marrone, verdi, rossicce, multicolori, aironi bianchi grandi e piccoli, altri grigi, gallinelle, martìn pescatori ed infiniti altri.
Andare nei campi in tale periodo, finito il lavoro, significava riempire la jeep in due ore, ritornare a casa, svuotare il frigo dagli uccelli del giorno prima e riempirlo con i nuovi che si sarebbero regalati a qualcuno il giorno dopo.
I trattoristi del turno di notte, non essendovi sassi nel terreno alluvionale, la sera preparavano una dozzina di biglie di fango mettendole a seccare nel cassetto del trattore assieme alla fionda; il mattino dopo ognuno aveva in cassetta una dozzina di “perdices”.
Si può ben capire che dopo qualche mese e dopo aver mangiato uccelli in casseruola, uccelli al forno, uccelli stufati, arrosto, alla griglia, marinati, la caccia si riducesse a qualche battuta con un occasionale visitatore o con Giumìn nel periodo in cui rimase a Nueva Valencia.
Due o tre volte andai a caccia di un piccolo cervo dal pelame rossiccio, che viveva nella laguna de l’Iberà, una palude di oltre cento chilometri a nord di Ità Ibaté, ed una volta riuscimmo a prenderne due.
Altre volte andai a cacciare il puma, seguendone le piste in palude per ore ed ore, ma non sono mai riuscito a vederne uno in libertà.

Un pomeriggio, finito il lavoro in ufficio con Diaz, me ne andai con Yuli, il pointer orbo, a caccia di perdices lungo un canale perimetrale di un terreno non ancora diboscato.
Avevo già in macchina una ventina di uccelli quando sull’altro lato del canale, sul perimetro della foresta, scorsi una coppia di “pajà” una specie di gallinella, che non vola ma scarta velocissima in mezzo ai cespugli dopo aver dato alcuni nervosi colpi di coda ed è per questo difficilissima da colpire.
Riuscii comunque a centrarne una e, nella fretta di recuperarla, saltai da un argine all’altro del canale largo un paio di metri senza accorgermi che lì vicino c’era un cespuglio che i peones mi avevano insegnato a temere perché disseminava sul terreno vicino ai rami numerose spine durissime chiamate “clavos de Cristo”.
Sfortuna volle che il salto mi portasse a ripiombare con il piede destro proprio sul groviglio di queste spine lunghe due o tre centimetri e dure come l’acciaio.
Sfilai quelle che sporgevano dalla carne dopo essermi tolto il “zapatillo”, la scarpa di pezza in uso nella zona, mi disinfettai con il solito metodo e siccome le ferite cicatrizzarono normalmente la cosa finì lì.
Dopo oltre un anno iniziai ad avvertire un insistente prurito alla pianta del piede destro, ma pensando ad una irritazione locale e non collegando il prurito all’incidente dell’anno prima, per alcuni giorni non mi preoccupai poi, aumentando il fastidioso prurito, esaminai il piede e vidi due piccole punte giallastre.
Alla prima pressione una delle due pustole esplose eruttando pus ed una spina di due centimetri di lunghezza e di quasi due millimetri di diametro; provocai lo stesso fenomeno sull’altra pustola ed anche da quella uscì una spina identica alla prima. Conservo ancora i “clavos de Cristo”.

Come diceva Giumìn: “non si sa mai!”

L’altro sport che, assieme alla caccia praticai quasi costantemente per tutto il periodo in cui vissi in Argentina, fu la pesca nel Rio Paranà.
Nella zona di Nueva Valencia il Paranà, a circa mille chilometri da Buenos Aires e ad oltre millequattrocento dalla foce sull’Atlantico, misurava circa sei chilometri dalla costa di Corrientes a quella del Chaco ed il suo corso era cosparso di isole ed isolette sabbiose, alcune talmente grandi da esser coperte di vegetazione ed abitate, altre basse, piccole e temporanee, a volte spazzate via in un giorno dalle tremende piene del fiume.
Non mi è possibile descrivere la quantità di pesci che popolavano quelle acque: un certo periodo dell’anno il corso del fiume veniva invaso dai “savalos” specie di piccoli salmoni di tre o quattro etti.
Gettando in acqua e recuperando a strappi una piccola ancoretta formata da tre grossi ami saldati assieme, quasi ad ogni lancio si recuperava un savalo che veniva poi usato come esca per il “surubì”.
Questo, in italiano credo sia il siluro, era un pesce privo di denti, con un muso baffuto ed allungato come il cranio del “yacaré” il coccodrillo del Paranà, e con la bocca fornita di una mucosa simile a cartavetro a grana grossa.
Mi dicevano che poteva raggiungere gli ottanta chili di peso; io ne ho pescati di oltre trenta chili e già così era un problema tirarli a bordo della canoa perché, pur non strappando come il dorado che saltava dieci metri fuor d’acqua, opponeva molta resistenza ancorandosi al fondo.
Altri pesci che vivevano nel Paranà erano le “bogas”, il “patì”, il “pacù” ed il “manguruyù” che si pescavano da riva con esche strane.
L’“armado” lo pescavamo di notte lungo le coste di un’isola a cinquecento metri da riva con un’esca formata da un impasto di acqua e farina avvolta attorno all’amo e legata con filo da cucire; bisognava stare molto attenti a slamarlo perché questo pesce aveva lungo i fianchi, dalla testa alla coda, due file di spine e con una sferzata poteva ferire seriamente.
Bisognava inoltre porre molta attenzione a sganciare dall’amo le ”palometas” i pirañas che, quando si pescava nei “remansos”, le anse del fiume prive di corrente, immancabilmente ti mangiavano l’esca di carne o di fegato.
Arrivando a volte a mezzo chilo di peso ed a trenta centimetri di lunghezza potevano tranquillamente tranciare un dito agli incauti.

Erano comunque pesci dalla carne eccellente. ..... (CONTINUA)

Ma il re dei pesci dell’alto Paranà era senz’altro sua maestà il “dorado”, pesce dalla taglia media di venti-venticinque chili, tozzo, massiccio, di colore verde foresta sul dorso, sfumato in verde chiaro sui fianchi e poi giallo oro sul ventre, con due robuste placche ossee alle guance a copertura delle branchie.
Estremamente combattivo, lo catturavo con un amo da quindici centimetri, costruito e forgiato dal meccanico triestino, ed imbullonato su di un cucchiaio in ottone lucidato da venti centimetri.
Come terminale, non avendo altro, usavo i cavi del freno di una bicicletta.
A volte anche per il dorado, così come per il surubì, usavamo come esca uno strano pesce corazzato il “cascarudo”, che catturavo con un sacco a mò di retino, nelle pozze dei canali di scolo dei campi di riso.
Ho catturato decine di dorados ed ogni volta ho combattuto ore per stancare il pesce e portarlo sottobordo: è stato il più bel tipo di pesca da me mai praticato.

Quando fu chiaro, in conseguenza del licenziamento di Cazco e dei risultati positivi della mia amministrazione, che l’incarico da provvisorio era diventato definitivo, Nori, incinta di qualche mese, mi raggiunse a Nueva Valencia e, sebbene con qualche difficoltà dovuta soprattutto al clima ed agli insetti, si adattò al nuovo ambiente.
A sua ragione devo convenire che il clima, dieci mesi all’anno sopra i quaranta gradi all’ombra con punte di quarantotto e con una percentuale di umidità sempre attorno all’ottanta per cento con punte superiori al novanta, non era dei migliori; e non esistevano neppure impianti di aria condizionata.
Il tutto condito da nuvole di zanzare di tutte le dimensioni, dai “polvitos” minuscole bestiole di meno di un millimetro ai “quejenes” ai “mosquitos” di due centimetri, ma tutti con l’identica passione per il sangue umano.
Comunque, con due donne di servizio ed un peon saltuario per i lavori pesanti e per il giardino, cercammo di superare le difficoltà.
La sua antica abilità di cuoca romagnola venne molto apprezzata dai Preve nelle loro visite all’azienda, tanto che presero l’abitudine di telefonare prima di ogni loro arrivo per poter gustare gli agnolotti, i passatelli e le piadine di mia moglie.
Non riuscii mai però a coinvolgerla nella mia passione per la caccia o per la pesca e tantomeno, dopo rari interventi iniziali, a partecipare agli asados ed alle altre feste dei peones.
Forse a causa delle due gestazioni consecutive o forse per la lontananza dei genitori, ai quali era molto legata, attraversava lunghi periodi di depressione ed accolse con sollievo la decisione di rientrare in Italia.

Con Forzano, Retamozo, Cuenca ed a volte con Lopez, Blanco, Montiel ed altri ogni tanto ci riunivamo di sera a casa mia per una partita a truco o per mangiare qualche piadina preparata da Nori, bere un bicchiere e discutere di qualche problema o di qualche progetto.
Avevo due cani, bastardi di lupo, che avevo chiamato Panico e Terrore, e che dormivano in una cuccia in giardino; solitamente quando rientravo mi accoglievano festosi, ma quella sera se ne stettero in disparte ringhiando sottovoce.
Apersi il cancelletto del giardino facendo entrare per primo Retamozo, quando mi cadde l’occhio su di un movimento sul marciapiede a pochi centimetri dal piede del mio amico.
Istintivamente gli diedi una spallata spostandolo di un metro.
Credendo che lo avessi spostato perché i cani ringhiavano, mi disse di stare tranquillo che conosceva gli animali e non gli avrebbero fatto niente.
Gli indicai il marciapiede dove, a meno di un metro dal suo calcagno, era irrigidito in posizione di attacco un bellissimo “coral” di oltre mezzo metro.
Retamozo, un omone di un quintale, impallidì come un bambino e per quella sera non giocò neppure a truco.

Franca nacque in piena estate. Quando Nori ebbe le prime doglie partimmo in jeep da Nueva Valencia ed arrivammo a Corrientes all’ospedale Balbastro nel primo pomeriggio con circa quarantatre gradi all’ombra.
A poca distanza dall’ospedale esisteva uno dei migliori caffè di Corrientes, il “Panambì”, gestito da italiani.
Ci fermammo per rinfrescarci ed il proprietario, saputo della situazione, fece omaggio a Nori di un enorme gelato tricolore di oltre mezzo chilo.
Poi corremmo in ospedale, dove Franca nacque dopo circa due ore con taglio cesareo.
Nori rimase pochi giorni in ospedale, dopodichè ritornò a Nueva Valencia con quella cosina che urlava sempre, specialmente di notte.
La battezzammo con i nomi dei tre moschettieri* Franca Guida Luciana e, tra le poppate di latte, iniziai a farle succhiare trance di asado.
Purtroppo venimmo via da Nueva Valencia quando Franca aveva circa un anno e mezzo, non dandole neppure il tempo di accumulare qualche ricordo del suo luogo di nascita.



* vedi “U tempo da Sigoa”

Un pomeriggio arrivò il nuovo aereo da Buenos Aires con a bordo il signor Preve, uno dei suoi figli ed uno dei direttori della centrale, mi pare il dottor Gariazzo, oltre naturalmente al pilota il signor Silvetti.
Come al solito passò a bassa quota sopra gli uffici, dando una accelerata ai motori per indicarci che stava per atterrare ed invitarci ad andare a prelevare i passeggeri con la jeep, distando la pista quasi due chilometri dagli chalets.
Mentre stavo dirigendomi ai capannoni per salire sul fuoristrada mi resi conto che l’aereo, invece di atterrare, continuava a girare sopra l’azienda.
Mi fermai per cinque minuti cercando di capire la situazione poi, non venendone a capo, mi diressi alla pista di atterraggio, apersi il cancello, entrai e scopersi la causa del trambusto: un toro Hereford era riuscito a scavalcare gli alambrados e stava tranquillamente pascolando in mezzo alla pista.
Da perfetto incosciente, invece di rimanere sull’auto, scesi e mi diressi verso l’animale cercando di sospingerlo verso il cancello d’uscita.
Non so se il toro fosse già innervosito dall’aereo che continuava a volteggiare sopra di noi, o perché era separato dal resto della mandria, o perché lo eccitavo urlando e sbracciandomi, fatto sta che, dopo avermi fissato per alcuni secondi, la bestia di settecento chili mi caricò ad una velocità molto superiore alla mia.
Per mia fortuna ero ad una ventina di metri dalla jeep e mi diressi verso di essa con il toro a pochi metri e che stava guadagnando terreno.
Mi buttai al volo sopra il cofano e, mentre ruzzolavo dall’altro lato, un tonfo tremendo scosse l’auto, rischiando di ribaltarmela addosso.
Una tremenda testata aveva ammaccato cofano e paraurti; il toro riprese a vagare tranquillamente; risalii in macchina e riuscii a farlo uscire, permettendo all’aereo di poter finalmente atterrare.
Ricevetti, come consolazione, anche una lavata di capo dal signor Preve che dall’aereo aveva assistito alla scena.

Pinuccia e Giumìn vennero a passare un breve periodo a Nueva Valencia, prima Pinuccia e, dopo qualche mese, Giumìn.
Pinuccia non aveva occhi e pensieri che per Franca di pochi mesi, così per distrarla e toglierla un po’ dai piedi di Nori, le regalai una cavallina di tre anni con l’intenzione di farle girare l’azienda a cavallo, ma lo stratagemma funzionò poco.
Mi aveva portato le sementi di alcuni ortaggi e provammo a coltivarli, ma il gran caldo ne ostacolava la crescita e riuscimmo ad ottenere solo alcuni stenti pomodori e poco d’altro.
Allora in giardino feci costruire un forno per il pane, ma anche quell’espediente non funzionò, così presi l’abitudine di portarla con me quando andavo a prendere campioni di partite di riso da acquistare o andando al matadero a consegnare mandrie di vacche o ancora quando andavo a caccia.
Un mattino partimmo con una squadra di indios guaranì per cercare di stanare un puma su di un’isola di fronte all’Arrocera; seguimmo le orme per tutta l’isola senza neppure riuscire a vederlo.
L’unica brutta avventura in Argentina la vissi, dopo che era arrivato Giumìn, quando un giorno decidemmo con Pinuccia e Nori di andare a pranzare al sacco vicino ad un santuario detto “la Virgen de Itatì”.
Giunti in un bosco al limitare della strada, stendemmo un plaid sul terreno ai bordi della foresta sotto alcuni alberi di timbò e sul quale Nori, incinta di Anna, pose Franca ed il cestino dei viveri, mentre io parcheggiavo la jeep all’ombra e Pinuccia e Giumìn guardavano un branco di scimmie “carayà” che chiacchieravano sugli alberi.
Ad un certo punto Franca si mise a strillare, forse punta da una zanzara e, prima che ci rendessimo conto del pericolo, un maschio di carayà di venti chili si precipitò come un fulmine giù dall’albero assalendo Nori e tentando di strapparle la piccola.
Fortunatamente, come sempre, avevo la mia 44 a canna lunga infilata nella cintura ed esplosi due o tre colpi in aria facendo arretrare l’animale, poi gli sparai altri due colpi con l’intenzione di colpirlo; non lo centrai e ritornò col branco sull’albero allontanandosi nella foresta.

Subito dopo la mia nomina ad amministratore, tra le altre zone dell’azienda, visitai dettagliatamente quella del vivaio di eucalyptus diretto da Forzano.
Sul retro della casa e delle tettoie di invasamento notai un esteso recinto vuoto; alla mia domanda Forzano mi rispose che era sempre stato lì inutilizzato, ma che aveva sentito dire che era stato usato anni prima per tenervi i maiali.
Discorrendo del più e del meno decidemmo di acquistare una coppia di maialini e di allevarli in società: lui avrebbe provveduto a seguirne la crescita ed io a fornire l’alimentazione.
Iniziammo con maschio e femmina: io mandavo al vivaio alcuni sacchi di scarti di riso che facevo recuperare sul piazzale di scarico tutte le settimane e Forzano distribuiva il cibo ai maiali, finchè un giorno Cuenca mi disse che i maiali erano anche carnivori.
Facemmo un esperimento trascinando all’interno del recinto con un trattorino una vacca morta: il trattore non era ancora uscito dal recinto che i maiali, che nel frattempo erano diventati una decina, stavano già grufolando nel ventre della vacca morta; in un’ora della vacca restavano le ossa più grandi.
Facemmo poi un altro esperimento: quando si toglieva l’acqua dai campi e si cessava il pompaggio dal Paranà, nei campi si formavano dei laghetti isolati, in cui si radunavano migliaia di pesci, lumache, rane, rospi, bisce ed altri animali che in parte erano preda di uccelli ed in parte, evaporando l’acqua in pochi giorni, morivano marcendo immediatamente ed ammorbando l’aria per chilometri all’intorno.
Provammo ad intruppare alcuni maiali nei canali: nessun peon fece mai una pulizia così perfetta e completa dei canali di scolo.
Mangiai e regalai “lechones”, lattonzoli, per tutto il periodo di Nueva Valencia e, quando lasciai l’azienda, la mia parte di maiali acquistata da Forzano, era di quarantacinque capi.

Quando Pinuccia giunse a Nueva Valencia, Giumìn era imbarcato su una carretta “Liberty” che faceva la spola tra Genova ed il Nord Europa, sicchè arrivò alcuni mesi dopo.
La mattina dopo il suo arrivo già fremeva perché lo portassi a caccia, divertendosi come un bambino e sparando a tutto quello che si levava in volo, comprese cicogne e “Juan grandes” che hanno una carne più dura del cuoio e sono infestati dai parassiti.
Credo che nei primi tempi tutta l’azienda fosse costretta a mangiare uccelli, tanto che non sapevamo più a chi regalarne.
Un giorno sparò ad un enorme martìn pescatore e, non accorgendosi che l’animale era soltanto ferito, fece per afferrarlo e quello gli diede una tremenda beccata squarciandogli la mano per sei o sette centimetri.
Una notte andammo a pesca di surubì su di una piccola canoa con un vecchio indio guaranì che conosceva bene il fiume, tanto che dopo appena un quarto d’ora ferrai un pesce di circa trenta chili.
Quando riuscii a tirarlo sottobordo a rischio di ribaltare la canoa, Giumìn disse di mollare tutto, urlandomi che avevo agganciato un coccodrillo e non un pesce.
Anche la caccia e la pesca per la loro abbondanza ad un certo punto nauseavano e bisognava concedersi una pausa: Giumìn mi chiese se poteva svolgere qualche lavoro e così gli detti l’incarico di rimettermi a nuovo l’antica caldaia che era stata sostituita dai diesel.
Ma anche con la nuova occupazione, trascorso il periodo di entusiasmo iniziale, vuoi per i velati contrasti con Nori, vuoi per il clima diverso, vuoi per le difficoltà di ambientazione, la mancanza delle vecchie conoscenze e forse anche per la mia incomprensione dei loro problemi, Giumìn e Pinuccia decisero di ritornare in Italia.
Fu un periodo triste per tutti e forse l’inizio di quella catena di eventi che mi riportarono in Italia.

La mia antica passione per le bisce nel nuovo ambiente sarebbe potuta diventare pericolosa perché anche il più piccolo serpente della zona era mortale ed il più grosso, se disturbato, poteva procurarti come minimo qualche frattura.
Si passava infatti dal “coral” piccolo serpentello ad anelli neri, rossi e giallo biancastri, alternati in un certo ordine, che con un morso poteva spedirti in venti minuti direttamente all’ufficio di San Pietro.
Nella misura intermedia si trovava il “cascabel” una strana specie di serpente a sonagli, che abitava preferibilmente le isole sul Paranà, non so se perché trasportato dalla corrente dalle zone all’interno del Brasile, comunque anche questo ben dotato di denti e di veleno.
C’era poi un tipo irascibile ed attaccabrighe che ti attaccava senza ragione alzandosi da terra per oltre mezzo metro e mettendo in mostra un paio di denti di tre centimetri: si trattava del “yararà” o come lo chiamano in Costa Rica “terciopelo”, velluto, e credo che il suo nome scientifico sia “fer de lance”.
Questo rettile poteva arrivare ad un paio di metri di lunghezza ed alla circonferenza pari a quella del braccio di un uomo robusto e se ti beccava poteva spedirti da San Pietro ancora più celermente del coral.
In tutti i miei mille giorni di Argentina non ho mai visto però una persona morta per il morso di un serpente; i rari casi di morsicature venivano curati da vecchie indie con risultati sorprendenti.
Mi ha sorpreso più volte vedere un peon scartare improvvisamente da un percorso apparentemente senza ragione e senza alcun motivo visibile: alla mia domanda la risposta era invariabilmente “puede ser que haya una vibora”, può darsi che ci sia un serpente!
Credo che, come un abitante di città possiede istintivamente il senso del tempo-distanza verso un’auto che si avvicina e riesce ad attraversare una strada senza farsi investire, così i guaranì abbiano inconsciamente sviluppato un sesto senso che li avverte dell’esistenza di una zona potenzialmente pericolosa.
C’era poi il “yacaninà” non velenoso e ricercato per la sua pelle ed il mastodontico “curiyù” o anaconda.
Vicino a casa ne avevo uno di oltre tre metri; ne ho visto uno a Mantilla di più di cinque metri e ne ho uccisi alcuni di oltre quattro metri.
Non potendo giocare con gli animali vivi, cercavo di procurarmi le pelli di quelli che uccidevo e non solo dei serpenti, ma anche di iguana e yacaré.
Conservo ancora, dopo quarant’anni, alcune di queste pelli perché, fortunatamente, avevano subito una concia talmente scadente da sembrare di cartone e quindi non utilizzabili dalle mie varie mogli per farne scarpe o borsette.

Dopo la partenza di Pinuccia e di Giumìn, con Nori incinta di Anna e con Franca che soffriva per il clima ed i parassiti intestinali, la situazione si stava facendo pesante, non per me che addirittura godevo del clima, amavo il mio lavoro ed ero in sintonia con la gente del posto, ma per mia moglie, mia figlia e per i nostri genitori, che cercavano di convincerci a ritornare in Italia.
Una sera di luglio Nori ebbe le prime avvisaglie e rifacemmo la trafila Corrientes, ospedale Balbastro. Dopo la prima visita Nori venne ricoverata ed il dottor Balbastro mi chiamò per un colloquio, spiegandomi che il secondo intervento cesareo, peraltro necessario, presentava alcuni rischi, quindi era meglio se rimanevo all’esterno della sala operatoria durante l’intervento.
Avvisai Blanco che ci aveva portato in auto e lui disse che sarebbe rimasto con me; andò a comprare una bottiglia di cachassa, ci sistemammo in una saletta dell’ospedale e, in attesa del parto, cercammo di smorzare la tensione con la cachassa.
Anna nacque poco dopo mezzanotte quando ormai la bottiglia era agli sgoccioli e fortunatamente tutto andò bene per Nori, che dopo alcuni giorni con Anna in braccio e Franca, di un anno e mezzo, che curiosava attorno alla sorellina, ritornò a Nueva Valencia.
Battezzammo la nuova arrivata con i nomi Ana Maria Julia dal nome di una mia cara amica di gioventù e di un componente della “ghenga”* di Alassio.



* vedi “U tempo da Sigoa”

Pochi giorni dopo la nascita di Anna, Nori mi diede quasi un ultimatum: o saremmo ritornati in Italia o lei sarebbe partita con le bambine.
Quasi contemporaneamente ebbi una accesa discussione con il maggiore dei figli di Preve, mi pare Angelo, a proposito dell’acquisto di un tornio che mi era stato ripetutamente richiesto dal meccanico triestino.
Diedi le dimissioni e su due piedi, senza alcuna prospettiva, decidemmo di ritornare in Italia.
In dieci giorni, accettate le dimissioni, riempii un cassone in legno di timbò costruito affrettatamente in falegnameria e che, in garage, mi serve oggi per custodirvi minerali doppi, con le poche cose che avevamo messo assieme in tre anni; prenotai il viaggio in treno da Corrientes a Buenos Aires ed il viaggio in nave da Buenos Aires a Genova.
Dovetti inoltre sbrigare tute le pratiche burocratiche per il viaggio, compreso il rilascio del certificato di buona condotta.
Non ebbi neppure il tempo di sentire la “saudade” per quella parte della mia vita, alla quale a volte ripenso con malinconia.
Quando, dopo ventinove anni, ritornai a Nueva Valencia l’azienda non esisteva più: era stata venduta e vi si praticava il solo allevamento.
La scuola, l’infermeria, lo spaccio, la panetteria e parte degli chalets erano crollati; il mulino, i depositi, le officine, i locali diesel e tutto il resto erano vuoti, chiusi e deserti; la casa dove ero vissuto era circondata da un bosco e la spiaggia sul Paranà dove con Giumìn avevo pescato surubì e patì era coperta dai canneti.
Di tutte le persone che avevo conosciuto incontrai solamente Caciano e Billordo, che mi dissero che doña Francisca, quella dei gorgojos, era ancora viva e si ricordava di me.
Dopo alcuni anni il figlio di Caciano mi scrisse una lettera: anche Caciano se ne era andato.

Ci sono persone che, nella vita si incontrano, si conoscono, se ne vanno e spariscono senza lasciare traccia; altre che, quando se ne vanno, si portano via una scheggia della tua anima.

Maciel Caciano era una di queste.

DOPO AVER LETTO: TEMPI DA LEUI

del Dott. Luciano Dabroi

Tre impressioni mi sono rimaste profondamente scolpite nella mente e, forse, più ancora nel cuore, sede immaginaria dei sentimenti.

La valigia. Quella valigia di cuoio con i nomi degli amici scritti nell’interno della cinghia di sicurezza. Un regalo prezioso, indispensabile in un viaggio. C’è chi parte con bauli e valigioni, ma c’è chi, in una valigia riesce a far stare tutto il suo piccolo mondo. Quella valigia attraverserà l’oceano, percorrerà accanto all’amico i grandi fiumi dell’Argentina, dividerà la vita dell’emigrante che lascia la sua terra per scoprire nuovi e forse più ampi orizzonti.
E quella valigia, conservata gelosamente, gli tiene compagnia ancora oggi. Scrive: mi basta guardarla e tutto un mondo ritorna presente con le sue mille sfumature di gioie e di dolori. Una valigia: un dono che rimane.

Gli uccelli. Milioni di uccelli di tutti i colori e di tutte le dimensioni. E’ una delle prime impressioni che lo incantano quando a prua d’un battello a ruote “… con le rifiniture di ottone tirate a lucido” percorre Rio de la Plata, Rio Paranà, in alcuni punti talmente larghi da non vedere l’altra sponda.
Sono anatre, cicogne, gallinelle, colombe, tortore, pappagalli e infiniti altri. E’ uno spettacolo nuovo, che lo incanta. E chi legge, senza volerlo, resta travolto da questa miriade di ali che accompagnano l’uomo verso un mondo sconosciuto e ancora misterioso.

Nori. Una donna appena abbozzata. Una donna nell’ombra. Di lei non si riesce a scoprire nulla. Non una parola che permetta alla fantasia di ricostruirla e farla rivivere.
Non c’è la gioia dell’incontro, dopo tanti mesi di separazione. E poi altra separazione. Necessaria. Ma tutto appena accennato come se un certo pudore volesse far tacere i sentimenti più intimi.
Nori. Lo rende padre per due volte. Due figlie, due germogli in quella terra così diversa dalla nostra, così dura, così arida, così piena di pericoli.
E quando Nori, finalmente parlerà, saranno parole sofferte.
Torniamo alla nostra terra, al nostro mare, ai nostri profumi.
Addio Argentina.

Cronaca distaccata, ma non fredda. Il sentimento c’è e lo si scopre in filigrana.
Angela Biedermann
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LUCIANO DABROI
 

 
Nato ad Andora in Frazione Rollo, anzi Borgata Ca’ Bernèi, il ventotto febbraio 1933, si è diplomato in agraria all’ Istituto C. Gallini di Voghera e laureato in Economia e Commercio all’ Università di Genova.
 
Ha lavorato alcuni anni in Argentina come amministratore di una azienda agricola.
 
Ritornato in Italia si è dedicato all’ insegnamento ed ha aperto uno studio di amministrazione di stabili.
 
Pensionato, ha ripreso a lavorare all’estero in Tunisia come consulente e collegamento tra i progettisti tunisini di un grande complesso ad Hammamet ed i tecnici francesi progettisti del porto annesso al complesso.
 
Negli ultimi anni ha svolto lavori di prospezione in Costa d’Avorio, nelle concessioni forestali governative ad imprese italiane per il taglio e l’esportazione di legname pregiato.
 
Collezionista di minerali e conchiglie ha l’aspirazione di donare le sue collezioni al Comune di Andora perché, in sede adatta, sia costituito un museo di scienze naturali.
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