ANDORA NEI TESTI ANTICHI - Andora nel tempo

Andora nel tempo
Andora nel tempo
iniziativa ideata e realizzata da MARIO VASSALLO
Privacy Policy

Cookie Policy
Vai ai contenuti

ANDORA NEI TESTI ANTICHI

y
CASTIGATISSIMI ANNALI
(Agostino Giustiniani)
y
y

Agostino Giustiniani, ovvero Pantaleone Giustiniani (Genova, 1470 – Mare di Corsica, 1536), appartenente alla famiglia genovese dei De Banca molto legata alla Repubblica di Genova, entrò nell'Ordine dei Domenicani a 17 anni (nel 1487) e fu vescovo di Nebbio, nonché illustre studioso e insegnante di lingue straniere e tra i più importanti geografi per la sua descrizione accurata della Liguria.






y

y
"….. e in distanza di doa miglia si troua sulla spiaggia la marina di Andora con tre o quatro case, e assendendo alla montagna per spacio du un bon miglio si va alla villa purnominata Andora posta su un poggio che fa case per duecento foghi, vero e che al presente per cagion della peste non arriuano gli habitatori a vinti foghi, e di verso ponente descede sotto Andora il fiume nominato Meira, dal quale e nominato il promontorio o sia cauo della meira, e questo credo che sia il fiume che gli antichi Cosmograffi hanno nominato in latino Merula, e la valle per la quale descede il fiume e circa otto miglia, e vi sono piu villette, e primo di verso Ponente vicino al mare manco di un miglio Pigna con quatro foghi, Rollo con vintidoi, Beneo con sette. S. Giouani con vinticinque e piu alto il Domo con quaranta, e in mezzo di. S. Gioani e del Domo Ferrera qual fa dodeci foghi, e poi Cona cò settanta, e i ultimo della valle Morteo con vinti foghi, e descendendo dalla parte del Levante, in distantia del mare circa cinque miglia. S. Bartholomeo, qual fa diciotto foghi, e poi Roseghina, qual ne fa trentacinque. Piano Rollo diciotto. S. Pietro vinti, Marin trentasei, e poco piu a Leuàte tornando ascendere, si troua la villa Misaigna cò diciotto foghi, e piu su la colla con dodici, e sopra la colla dua miglia Stananello, qual fa ducento foghi, e e del marchese di Finalo e in fino Testego con vinticinque foghi. Tutta questa valle Andorina fa seicento foghi, abùdante di vino, olio, e altri frutti, e procedendo dietro alla spiaggia in spacio di doa miglia, vi e la villa di Laiguillia, in latino Aquiliam qual fa centoquaranta foghi, della ditione di Andora, per la piu parte marinari, e hanno un golfetto, che fa il cauo delle Meire bona statiòe, ….."
y
DIZIONARIO GEOGRAFICO STORICO-STATISTICO-COMMERCIALE DEGLI STATI DI S.M. IL RE DI SARDEGNA
Goffredo Casalis
(Trascrizione di Maria Teresa Nasi)
y
y

Goffredo Casalis (Saluzzo, 9 luglio 1781 – Torino, 10 marzo 1856), abate e storico italiano.
Di umili origini e orfano di padre, fu accolto fin da ragazzo al seminario di Saluzzo gratuitamente, ove studiò fino all'ordinazione sacerdotale, conseguendo il dottorato in Belle Lettere presso l'Università di Torino.
Svolse con scarsa convinzione attività di precettore per le ricche famiglie torinesi (ostacolato dalle pressioni dei padri Gesuiti), cercando di intraprendere un'attività che gli garantisse il tempo e le condizioni economiche per continuare i suoi studi storiografici.
Nel 1833 Carlo Alberto fondò la "Regia Deputazione sopra gli studi di Storia patria" permettendone l'accesso, fino a quel momento negato, agli studiosi.
Nacque l'idea di raccogliere in un'unica opera tutte le informazioni su ogni singolo comune e villaggio dello Stato Sabaudo, dando origine al "Dizionario geografico, storico, statistico, commerciale degli stati di S. M. il Re di Sardegna".
Nel 1838 erano stati completati solo 3 volumi, nel 1855 i volumi pubblicati erano 26.
Riuscì a portare a termine l'impresa grazie alla collaborazione con Vittorio Angius,  morendo l'anno dopo l'ultimazione del suo "Dizionario".






y

y
ANDORA (Andora), capo-luogo di mand. nella prov. e dioc. di Albenga, div. di Genova, dal cui senato dipende. Sotto gli uffizi di vice-intend. di Albenga, di prefett. ed ipot. di Finale, d'insin. e posta di Alassio.
 
Il villaggio di Andora fu assoggettato ai marchesi del Vasto e di Monferrato nel 991, anno, in cui il marchese Teti condusse in isposa Elena di Ventimiglia, e stette sotto la loro dominazione, finchè nel 1252 fu venduto dai marchesi di Clavesana alla repubblica di Genova, ai destini della quale soggiacque poi sempre.
 
Questo comune è situato a ponente di Albenga in una vallea fiancheggiata da due colli, che si diramano dal giogo superiore dell'Appennino ligustico. I due terzi della sommità della valle sono cosparsi di oliveti; il rimanente è in parte pascolo incolto, e in parte coperto di quercie e di pini marittimi. Questo pascolo serve alla nutrizione di quasi mille pecore nell'inverno, e nella primavera.
 
Verso la metà della vallea sopra un rialto vedesi un antico castello, cinto di muraglie con ben costrutte porte. Sulla sommità di tale rialto scorgonsi le pareti di una fabbrica chiamata Paraxo, dalla cui ampiezza apparisce aver potuto alloggiare da 600 uomini d'arme. In essa amministravano la giustizia i podestà, e si tenevano le adunanze dei magnifici anziani, non che quelle del generale parlamento.
 
Tra greco e tramontana sorge un'antica torre sorretta da due stupendi archi di pietra lavorata a scarpello. Attigue ad essa torre stanno ancora in piè le muraglie dell'antica chiesa parrocchiale sotto il titolo dei santi Giacomo e Filippo, la quale era costrutta su gotico disegno di pietre scarpellate, e venne diroccata nel 1798.
 
Da questa chiesa, che fu la parrocchia maggiore, vennero disgiunte le cinque parrocchiali, che esistono di presente nelle diverse frazioni del comune.
 
La principale è quella di s. Giovanni Battista edificata nel 1400.
 
Ha tre navate, e contiene poco più di mille persone. Essa nella sua giurisdizione spirituale comprende 544 abitanti.
 
La seconda di s. Bartolommeo fu ricostrutta nel 1600. Il suo campanile è rimarchevole per altezza straordinaria. Novera 307 parrocchiani.
 
La terza è quella di s. Andrea. Venne eretta sulla fine del 1500.
 
Ha tre navate, e può contenere oltre a 400 persone. I suoi parrocchiani sommano a 343.
 
La quarta è la chiesa di san Pietro fabbricata verso il fine del 1600. Ha pure tre navate. Gli abitanti vi sommano a 396.
 
L'ultima è consacrata alla santissima Trinità. La sua edificazione è del 1500. Ha una sola navata, e può capire circa 400 persone. Fu eretta in parrocchia nel 1610. II suo governo spirituale si estende sopra 319 abitanti.
 
Le maggiori solennità, che si celebrano in questo comune, sono le feste dei santi titolari. A quella di san Giovanni Battista, particolarmente negli anni di buon ricolto di olive, vi concorrono da 1500 forestieri dai paesi circonvicini, e specialmente ila Laigueglia.
 
I cadaveri si seppelliscono tuttavia nelle tombe delle chiese.
 
Vi sono però ordini premurosi per la costruzione di cimiteri, di cui questa comunità, e le sue frazioni furono prive sinora. Evvi un ospedale, in cui, a cagione delle tenuissime sue rendite, non si possono ricoverare che pochissimi malati. Sonovi pure un ospizio, ed un monte di pietà, i cui tenuissimi proventi sono distribuiti ai fanciulli, che intervengono alla dottrina cristiana, ed ai poveri della parrocchia di san Giovanni Battista.
 
Chiamansi golfo d'Andora le acque salse, che bagnano la spiaggia di esso, e i vicini promontorii del Meira, e del Capoverde. In questo golfo si fa qualche buona pesca, e singolarmente di triglie nella stagione invernale.
 
Presso a questa spiaggia, in vicinanza della parrocchia di san Giovanni Battista, vi è un baluardo tuttavia in buono stato, che fu costrutto nel principio del 1500 contro i corsari barbareschi. Havvene pure un altro nel sito detto Capomele, stato edificato nel 1792.
 
II Merula, che ha origine nel luogo di Stellanello, inaffia il territorio di Andora, presso il quale si getta nel mare. Quivi è attraversato da un ponte di cotto a dieci archi situato rimpetto al castello. che credesi essere stato costrutto dai romani.
 
Questo ponte è lontano mezzo miglio dalla strada littorale. Dalle acque del Merula sono posti in attività dieci frantoi da olive, ed altrettanti lavatoi.
 
Il suolo d'Andora, tuttochè poco fertile, produce in qual che copia grano, orzo, legumi. Il principale prodotto vi è quello delle olive, che danno ogni biennio ottomila quintali metrici d'olio. Gli abitanti ne fanno il commercio con Alassio, Laigueglia, Cervo, Diano, ed Oneglia.
 
In primavera ed in autunno vi è il passaggio di numerosissimi uccelh di varie specie.
 
Havvi una sorta di pietra detta Corombino bianco, la quale si riduce in calce, ricercatissima per la fabbricazione dei terrazzi, stante la sua proprietà di resistere all'umido, e di indurarsi invecchiando allo scoperto.
 
La strada, che traversa il comune, corre da levante a ponente: da levante conduce a Laigueglia per la lunghezza di uno e mezzo; da ponente mette al comune di Cervo per la lunghezza di un miglio. Questa strada è carrozzabile, ed una delle più comode di tutta questa riviera occidentale.
 
Dipendono da questo capo-luogo di mandamento quattro comunità: Casanova, Stellanello, Testico, e Vellego.
 
Gli abitanti di Andora sono soggetti alle febbri intermittenti.
 
Vi sono usati i pesi, e le misure di Genova. Popolazione 1909.
y
CENNI STORICI SULLA VALLATA E SUL CASTELLO DI ANDORA
MARCO MAGLIONI
(Trascrizione di Mario Vassallo)
y
y




y


Egregio Signor PREVE Dottor CESARE
LAIGUEGLIA.
A Voi, inclito per sapere, per virtù modesto a tale che tentate offuscare il pregio dei forti studi esaltando con garbo gli amici, dedico questo breve lavoro: e la dedica è restituzione, è l’applicazione del proverbio che si fregia due volte del Vostro nome.
Dopo avermi in fatti accordato di far ricerche nella Vostra Biblioteca, la quale attesta quanto fruttuosamente impiegate il largo censo, voleste fornirmi dati storici con pazienti cure e forte acume raccolti.
Ricade su Voi quindi, e ben lo meritate, l’encomio dal quale con modestia, in tempi di bivacco letterario insolita, procurate sottrarvi.
Il tempo fuggevole non permise che io commentassi o solo coordinassi i fatti, i dati statistici né avrei, facendolo, ottenuta una continuità storica dimostrativa, efficace: ciò per mancanza di altre memorie e documenti che mi fa deplorare l’apatia dei miei concittadini, il disordine dell’Archivio Municipale.
Consentitemi venia: l’operaio saluta coll’allodola il giorno, lieto quasi d’averlo a spendere; lavora e canta: io lavoro e nessun canto allieta la mia giornata; attendo conforti solo dalla benevolenza di persone che vi assomigliano.
E non allarmatevi di questa chiamata alla tribuna: avrei, non obbedendo ad un retto pensiere, meritato a mio scorno la applicazione della favola della Gazza che si adorna colle piume del Pavone e perduto il diritto, che spero mi venga dalla cortesia Vostra largito, di dirvi parodiando l’orgogliosa divisa dei Rohan: Gazza sdegno, Pavone non posso; sono Vostro estimatore ed amico.
Andora 3 giugno 1895.
 
Obb.mo
MARCO MAGLIONI.
y
Quel ramo delle Alpi che, spiccatosi dal Varo, piega con alta non interrotta giogaia ad Oriente radendo la sponda del mare sino alla Magra ed all’Arno, presenta due aspetti ben dissimili. L’uno ridente ed aprico si specchia nel Mediterraneo, ora vagamente adornandosi di fiori o di frutta, ora, con asprezza di erti colli creando ammirato contrasto. L’altro guarda il Piemonte, le Langhe, abbondanti esse pure di più agresti prodotti;
in questo, perchè volto a settentrione, più rigido si mostra il verno e più tarda la vegetazione: questi due grandi clivi sono sparsi di numerose abitazioni, ma in ispecie quelle di mezzogiorno che tutto faceva parte dell’antico dominio di Genova.
Il territorio dello Langhe e caratterizzato da profonde, strette valli, argini naturali che da Sud a Nord guidano al Po le acque del Tanaro, delle Bormide, dell’Olba, della Scrivia ecc. Il nostro invece mostra più frequenti ed assai più brevi le valli che volgono tutte quasi da Nord a Sud e gettano nel Mediterraneo le loro acque per mezzo di molteplici ed impetuosi torrenti.
In queste valli, sui degradanti poggi che le fiancheggiano e sull'estremo lido del mare sorgono quasi per incanto contigue ville, borghi e Città onde da qualunque altura riguardar si voglia l'occhio non può correre lunge un mezzo miglio senza riposarsi sulle antiche torri, sui doviziosi palagi e sopra innumerevoli rustici casolari.
Nel centro della Riviera nostra poi due maggiori vallee, quelle di Albenga e di Oneglia staccansi dalle Alpi di Ormea e del Frontero e pel tratto di dieci a venti miglia irrigate dai principali torrenti Centa ed Impero che moltissimi tributarii alimentano corrono al mare - Nel punto dove il Centa e l’Impero si separano, presso cioè il colle San Bartolomeo e propriamente dove accentuasi il declivio verso mozzodì di quei monti, si dipartono tre minori vallate , quelle di Diano - Cervo Faraldi – Andora. (1)
Quest’ultima la più vicina ad Albenga, ha maggior lunghezza e racchiude ben dodici Parrocchie che sorgono pittorescamente raggruppate a differente elevazione sui fianchi delle colline. Nel centro inferiore della vallata, due Chilometri in distanza dal mare, alla sinistra del torrente principale Merula che vuolsi abbia dato il nome a Capo Mele, su di un ripido poggio, ottanta metri circa elevato è sito il Castello che solo portava il nome di Andora (2): le cinque Parrocchie di Andora, le tre inferiori di Stellanello senza fallo, e forse le altre tutte, furone staccate dall’antica Parrocchia dei S.S. Giacomo e Filippo di Castello: si desume ciò dal fatto che la Chiesa fino dai tempi di Costantino nel dividere il territorio delle Diocesi, seguiva la divisione secolare onde la Giurisdizione Eclesiastica a quelle niformavasi.
Andora fu assoggettate ai Marchesi Del Vasto e di Monferrato nel 991 in cui il Marchese Teti condusse in isposa Elena di Ventimiglia.
Nel Medio Evo la famiglia Carretto, discesa da quei di Susa, possedeva dapprima Andora, Stellanello e buona parte della Riviera: se non che nell’avvenuto frazionamento feudale, Andora passò in seguito ai Clavesana, ramo della famiglia Carretto e da questi fu venduta ai Genovesi il 7 giugno 1252 (3). Stellanello invece rimasto ai Carretto del Finale, passò più tardi da questi ai Doria e quindi ai Re di Sardegna.
ll Castello era il luogo principale delle due Comunità e ben ciò appare dalla sua posizione topografica: esso domina tutta la valle e la via che all’epoca della sua potenza correva, arteria principale, attraverso il sobborgo. - Il torrente Merula che scorre raramente impetuoso, in mezzo a prati e vigneti ed a maestosi olivi, appare dal Castello nelle capricciose curve, passa sotto il i ponte di costruzione Romana, i cui piedritti resistettero per secoli agli impeti poderosi della piena, al lento ed implacabile lavorio del tempo: ma le arcate furono a più riprese ricostruite giacchè appaiono di stile ch’io chiamerò grottesco.
ln quelle vicinanze e sul declivo di un ameno colle è voce fosse combattuta un'aspra tenzone all’epoca Romana. - Il luogo vien detto oggi ancora Preli da proelium e non a molto vi si rinvennero ossa in quantità.
Era forse una delle eroiche legioni sorprese da quei Liguri invitti dei quali Diodoro Siculo scrisse che le donne erano uomini, gli uomini leoni.
La via Romana che attraversava in quel punto la valle, è convertita in alpestre sentiero che conserva oggi ancora il nome di via vecchia.
Doveva tale strada essere un tempo frequentatissima e lo prova uno specie di ridotto, munito di forti mura che scorgesi sul valico di San Damiano; lo prova non meno una tavola votiva, che vuolsi asportata dai Francesi nel 1802, sulla quale apparisce l’iscrizione: - A GIOVE STATORE.
E che si fosse provveduto allo sbarramento della via dai conquistatori lo attesta una bastide costrutta con pietre da taglio, coperta di un vallo maestoso, tutt’ora al di là del fiume esistente:
Sulle rovine del ridotto e su quelle della bastide in omaggio al motto << Christus imperat >> furono erette la Capella di San Damiano (4) e la Chiesa Parrocchiale di San Giovanni.
 
Il Castello contava dugento e più case di cui solo una diecina oggi abitate; le altre tutte qual più, qual meno furono demolite e di certune appaiono le sole fondamenta. – Quasi altrettante ne presenta il sobborgo dalla parte di settentrione, così che può dirsi aver esso un tempo contati due mila circa abitanti, come ne corre fama. Sul colmo del poggio sorge il Castello Feudale, il Palagio, oggi per corruzione Parasco, con ampio cortile e Cappella attigua (5).
Benché scoperto ne restano ancora ritti e quasi interi i muri maestri che dimostrano un edificio dei più vasti per quei tempi e per quei feudatari potendo contenere circa mille combattenti (6).
- Fu il Castello la residenza dell’Archivio e del Podestà o Giudice, fino alla rivoluzione del 1797 - Ebbe allora, dice il cronista, mezzo miglio di circuito: le antiche poderose mura resistettero in molti punti, in altri furono sostituite con informi macerie che appajono quali inani sforzi ed attestano la decadenza del Paese: sorreggono tali macerie una strada che gira all’intorno del Castello ed offre mezzo di ammirarne le grandiose ruine.
Vi si entra da mezzo giorno e da tramontana, per due arcate ogivali di stile puríssimo: l’ultima quella Nord in ispecie, è ammirevole per architettura e forma la base di un’alta torre interamente di pietre da taglio che serviva di vedetta e di campanile: - l’arcata esteriore è di stile Romano, quella interna di stile gotico: propingua avvi la Chiesa dei S. S. Giacomo e Filippo capace di un migliaio di persone e tutta, del pari << nei suoi muri, che intieri esistono, di pietre quadrate quali veruna degradazione mostrando sembrano imposte ad dì d’oggi >>.
E’ uno dei migliori edifici gotici del Genovesato, trascurato, come è uso, dai nostri, ammirato dai forestieri che traggono numerosi a visitarlo.
La Chiesa e la Torre furono costruite nel XIII secolo e sotto i Marchesi di Clavesano; altri vogliono siano state soltanto a quell’epoca riattate in base ad una iscrizione esistente nell’atrio della torre che dice: Anno 1341 completum fuit istud Campanile; vuolsi da questi tradurre il completum per finito -
I merli della torre infatti e la cimasa sembrano di diversa e più modesta struttura onde vuolsi assegnare alla parte sottostante della Chiesa più remota origine.
E ciò potrebbe argomentarsi dall’aver Giorgio Stella riportato nei suoi Annali come le fortezze di Andora furono distrutte nel 1340: a parer mio Torre e Chiesa furono in quell’epoca soltanto riparate;
Fu sullo scorcio del XIV° secolo che si staccarono man mano,  come dissi, tutte le borgate essa Chiesa Madre e pare che al 1500 non contasse più in sua dizione Eclesiastica che la metà della valle e cioè quella che ora forma le parrocchiali di San Pietro, di Rollo e di Laigueglia; pare altresì che la gran parte dei maggiorenti e della popolazione fosse ridotta ad occidente della fiumara lungo la via opposta, e che abbia in quell’epoca instato per trasportare colà la sede Parrocchiale togliendola dal Castello - Il reclamo diede luogo a piati infiniti e promosse un interdetto a seguito del quale fu spedito appositamente un Nuncío Pontificio onde istabilire il sito della nuova Chiesa: ma il Nuncio, avendo sfavorite le genti del Castello, fu proditoriamente ucciso di pugnale o stocchetto, nel suo ritorno, da un malcapitato della famiglia Gaggino; da questo fatto la fulminata scomunica e lo spopolamento istantaneo di Andora.
Lascio la responsabilità dell’asserto ai scrittori dai quali trassi appunti: giammai rinvenni documenti in appoggio alla lanciata scomunica.
E non tanto la Chiesa ma ben anco la campana forni pretesto agli abitanti per sollevare contese giustificando il motto proverbiale delle gare di campanile che trovò ben altre applicazione in paese.
Questa campana fu ottenuta dalla fusione di vecchie artiglierie tolte dal baluardo che tutt’ora esiste sul lido di Andora, baluardo costruito nel 1500.
Avendo le intemperie danneggiato il tetto della Torre e minacciando ruina i travi che sostenevano la Campana << Sul principio del corrente secolo una truppa d’uomini della Parrocchia di San Giovanni Battista, ardirono in tempo di notte di trasportare detta campana dl detto Campanile dei Santi Apostoli Giacomo e Filippo in quello di detta Parrocchiale di San Gio. Batta. Il rumore che fecero quelli che si accinsero a tal trasporto scoprì il disegno ed avvisati i Sigg. Municipali o sia Agenti Comunali accorsero chi a detta Parrocchia in Alassio a dare avviso del fatto all’Ill.mo Signor Pietro Scoffero Commissario di Governo il quale non tardò recarsi al luogo dove si contendeva e trovò che detta campana era già stata alzata alla principale finestra del Campanile di detta Parrocchiale e subito ordinò che fosse calata a terra: ivi si trovò che la Campana era stata dedicata nella su fondazione ai detti Apostoli e che fu fatta dalla Comune di Andora, come si legge sopra detta Campana – OPUS COMUNITATIS ANDORIAE -, onde per sedare il tumulto popolare eccitatosi per detto trasporto, scoperto il tetto di detto campanile e perciò incapaci essendo i legnami che in parte erano stati levati a sostenere il peso della Campana il prefato Ill.mo Signor Commissario ordinò che fosse posta nella Chiesa di San Gio. Batta ove ancora esiste avendo però con atto pubblico dichiarato i motivi di questa sua ordinanza >>.
Ma breve requie al Campanone, forse per quella tenacità di propositi che trova sfogo nelle rappresaglie, venne accordata, poichè lo troviamo poco dopo ristabilito in cima alla torre ed altro scrittore riferisce che:
Tutte le pubbliche adunanze si convocano prima nel Castello di Andora, o nel suo Borgo, ed ogni volta quando decisi radunare il M.co Parlamento o M.co Consiglio si fanno previamente avvisare per mezzo di pubblici Nunzi della M.ca Comunità li Parlamentari, o Consiglieri di essa per il determinato giorno ed ora, oltre il solito segno del Campanone di detto Castello di Andora.
I ruderi del Castello e del Borgo attiguo sono di profonda e dolorosa meditazione obbietto e chi le visita ne rimane attonito e dolente.
Le case sono di ampiezza tale e di tale solida struttura da indicare l’agiato vivere, per quei tempi, degli abitatori. Eravi pure l’Ospedale con quattro letti in tre stanze per alloggiarvi i poveri infermi e ad ogni passo scorgonsi ampie cisterne che colle aperte bocche, dice il cronista, sembrano gli squallidi sepolcreti che ingoiarono quelle popolazioni.
Dalla cima del Tempio e dal Paraxo si dominano le massicie rovine dove oggi irti cespugli s’innalzano e tristamente le ingombrano - Il pensiero corre alle rumorose officine, ai popolosi mercati: ivi cavalieri e dame, paggi (7), soldati di ventura, ivi, se la tradizione non mente, folla di clienti e persino sei Dottori in Legge: più di quanti, a parte gli Amministratori del Comune, ne abbia contati Andora nel volgere di due secoli.
Monsignor Agostino Giustiniani, Vescovo di Bobbio nel 1° libro dei suoi Annali, pubblicati il 10 agosto 1535; descrivendo la Valle di Andora ed il Castello in particolare dice: - esservi case per ducento fochi ma che per cagione della peste non arrivano gli abitanti a venti fochi -.
E dalla peste appunto che infierì nel Genovesato sul finire del 1400 (e se mal mi appongo nel 1493) ebbe il Castello uccisa gran parte della popolazione: una tradizione, che prova meglio d’ogni altro documento il terrore degli animi, riporta che rimase in Andora una sola famiglia - Contro tale affermazione vuolsi opporre il fatto della costruzione della Chiesa di S. Giovanni avvenuta verso il 1500, data risultante nell’iscrizione che esiste dietro il maggior altare confermata da altra scolpita sul frontone del vicino Oratorio di Santa Caterina. A meno che per Andora vogliasi intendere il Castello.
Dopo ciò è egli ragionevole parlare di scomunica?
Il Giustiniani che scriveva trent’anni dopo, avrebbe senza altro accennato all’interdetto: afferma in quella vece che i duecento fochi furono ridotti a venti a causa della peste che desolò la vallata.
Ma lo spopolamento del Castello e delle adiacenti borgate promosso dalla peste ebbe più tardi per causa determinante la mal’aria.
Nel XII e XIII secolo per Andora, che aveva raggiunto la massima densità di popolazione, sopravenne penuria grandissima per le difficoltà create, al commercio e la carestia decise un eccessivo diboscamento (8) per la coltura fino alla vetta delle colline circostanti.
Successivamente uno spaventoso temporale clesolò la vallata, mutò il corso del Torrente Meira che dalla sinistra portò a destra il proprio letto e lasciò dove prima scorreva, stagni paludosi le cui acque produssero febbri intermitenti.
Fu in allora che la gente del Castello, dei Previ, di Mezz’acqua, della Marina, fuggi: - il fatto è confermato da una memoria rinvenuta nell’Archivio Comunale che narra: << verso il XV – XVI secolo no lasciò di disertare totalmente il Castello ove ogni minino fiato di mare portava miasmi pestilenti e tuttavia li porta, in guisa che meno i pochi abitanti che vi sono assueti del resto chiunque voglia là soggiornare al dì d’oggi un soggetto a febbri intermitenti.
Sorvolando alla curiosa tradizione, (ed il volgo tutt’ora la ripete) che Andora, a seguito dell’interdetto Pontificio sia stata distrutta dalle formiche, è facile constatare come l’abbandono del Castello non sia avvenuto d’un tratto ma bensì a riprese: l’esame delle rovine dimostra aver gli abitanti disertate molte case in età remota, altre in epoca più recente.
Il notevole incremento di Laigueglia poi, che da 600 nel 1635 accrebbe la popolazione ad oltre 3000 abitanti (9) giova meglio d’ogni altro documento a stabilire come attendibili siano le cause dello spopolamento citate poichè la decadenza di Andora coincide, col periodo storico nel quale Laigueglia attrasse, col mirabile impulso dato ai traffici, le popolazioni dei paesi circonvicini.
Laigueglia che fu staccata da Andora nel 1528 in quanto alla giusridizione Parrocchiale, ma che rimase in quanto alla civile con Andora fino al 1791, vuolsi fondata da arditi Condottieri di Naviglio le cui stirpi, i Maglione, i Preve, i Pagliano, i Gaggino ed altre esistono ancora (10).
Per cause che difficil cosa e l’indagare ma che potrebbero trovarsi nelle audaci scorrerie dei pirati parte delle famiglie di Laigueglia tornarono ad Andora ove fondarono le borgate dei Maglioni tutt’ora esistente e quella dei Preve o Via Lunga interamente distrutta ma cui e lecito atiribuire un venti fuochi circa.
E questo baratto di abitanti fra Andora e Laigueglia trova giustificazione nelle vicende e nelle avversità che i due paesi superarono.
Nel Medio evo, quando era la Liguria travagliata dalle frequenti incursioni di pirati Saraceni sorsero i Castelli Feudali quasi vigili scolte per ricevere il primo impeto degli invasori: fu l’epoca storica nella quale gli abitatori cercavano riparo e protezione presso le fortezze, nella quale maggior lustro e potenza ebbero i Castelli. Quando la Repubblica di Genova oppose le proprie galee ai Barbareschi e ne spinse le prore vittoriose fino agli estremi lidi d’Oriente, quando tornò, se non completa, sufficiente sicurezza sui mari, i Liguri crearono numerosi scali di commercio fra cui Laigueglia, Alassio che attrassero in breve, come fu detto, una parte della popolazione dei Castelli, di quello di Andora in ispecie.
Vicende storiche nel secolo che sta per tramontare Andora non ebbe; i Francesi campeggiarono a lungo ai tempi del 1° Napoleone sulle alture di Conna e di Tovo Faraldi, non vi furono pero fazioni d’importanza. Nel 1814 passò per Andora S. S. Pio VII attraversando il vallico di colla Micheri vale a dire l’antica strada Romana.
A ricordo dell’avvenimento fu scolpita un’iscrizione sul frontone della Cappella di S. Sebastiano la quale dice:
Qui venne e il sacro piè P. Pio posò il popol
benedì alla sua sede andò - li, XIV febbraio 1814
Si vuole autore della iscrizione un Consigliere Comunale del tempo.
Ho creduto infine di riportare brani di scrittori, episodii storici, dati statistici che in qualche modo interessano Andora ordinati cronologicamente essendomi mancato il tempo per completare il lavoro; e da altra parte non trovando sufficiente continuità, non avrei ottenuto quel nesso storico progressivo che ne è pregio speciale.
Aggiungasi che due pagine di storia locale, riferentesi al Castello o Torre di Conna ed al Monastero dei Benedettini di Marina, furono dagli scrittori trascurato affatto e meritano indagini alle quali dedicherò, potendolo, tempo e cure.
 
 
********************
 
 
(1) Il Gerolamo Serra nella Storia Ligure. Vol. I – pag. 7 offre i seguenti commenti al nome di Andora.
Si fa osservare la corrispondenza meravigliosa fra Andora della Liguria e Andura dell’antica Iberia.
Vol. I pag. 17 – Segesta e Soria Levante della Liguria e Polupice e Andora a ponente trassero origine anch’essi da quello stuolo di Focea (Greci) o da qualche altro appresso.
Vol. I nota 2. – Epanterii, derivano dal greco “sopra gioghi e sommità” (Bardetti) e tuttavia si nomina Andora una punta ed una borgata vicino al Capo delle Meire col torrente Meira, che i moderni vogliono l’antica Merula.
(2) E non potrebbe il nome di Andora anzi che dall’Andura Iberica derivare dalla estinta famiglia De Andoria di cui parla il Siccardi?
(3) Et l’anno di mille ducento cinquanta doi i Podestà fi Guiscardo di Pietra Santa, milanese, et non accadere altra cosa degna di rifferire se nò che il Comune comprò il Castello col territorio di Andora dai Marchesi di Clavesana per otto mila lire come appare nel registro el Comune. Et questo anno ancora si battesse gran quantità di monete.
Giustiniani – Annali della Repubblica di Genova.
(4) Una lapide posta sulla facciata volta a nord porta. la seguente inscrizione:
ISTA . ECCLEXIA . EST SANCTOR . COSME . ET .
DAMEANI . QUALe . FECIT . FIERI . IOHANNES . ACHINO .
. FABER . DIVIS . IANUAE . P . ANIMA . SUA .
MCCCCLX . DIE _. XVI . IUNII .
 
Prego non addossarmi la responsabilità degli errori.
(5) Il Cappellano aveva ottanta scudi di onorario, contava in sua dizione 850 anime di Comunione e duecento focatici.
(6) Vennero da alcuni assegnati ben 18000 abitanti ad Andora ed in altrove lo scrissi: ma la cifra sembra esagerata.
Nel riparto della milizia che Genova, dovendo nel 1290 armare 12 galee, adottò, a Savona vennero assegnati 62 uomini e 30 ad Andora.
Sapendosi che Savona faceva da 28 a 30,000 abitanti quelli di Andora debbono calcolarsi in 12,000 circa.
(7) Fu rinvenuta fra le rovine del Castello una artistica alabarda da paggio che io acquistai.
(8) Per abassamento della temperatura locale (cagionata dal diboscamento) qualche possidente delle più elevate situazioni della Valle di Andora ha convertito gli oliveti per la pastura delle pecore - (Un Coltivatore di Diano - Vol. III pag. 17).
(9) Sottopongo agli eruditi il quesito seguente: l fondatori di Laigueglia eressero un modesto santuario fra le pittoresche roccie del Capo Mele che intitolarono a N. S. delle Peňe, che in spagnolo suona delle roccie.
I fondatori di Laigueglia non potrebbero essere oriundi della Catalogna dove i casati su mentovati sono non meno frequenti?
(10) Molti casati delle migliori famiglie derivano evidentemente da agnomi e sono prova come la peste prima la mal’aria dopo, abbiano resa deserta la vallata denotando mestieri, stirpi di stranieri, commercianti o soldati di ventura che vi impiantarono dimora.
Laufredi potrebbe derivare da Land freund e da Land friede
Siffredi potrebbe derivare da Sieb freund o da Sieg friede
Micheri potrebbe derivare da Micheletti
Alamanno potrebbe derivare da Alemanno
Garassino potrebbe derivare da Garessio
Anfosso potrebbe derivare da Anfüsseu.
y
Disegno di Adriano Lunghi - per gentile concessione Federica Lunghi
Disegno di Adriano Lunghi - per gentile concessione Federica Lunghi
Disegno di Adriano Lunghi - per gentile concessione Federica Lunghi
Disegno di Adriano Lunghi - per gentile concessione Federica Lunghi
Disegno di Adriano Lunghi - per gentile concessione Federica Lunghi
IL PONTE SUL MERULA
MARCO MAGLIONI
(Trascrizione di Maria Teresa Nasi)
y
y




y

y

 
IL PONTE SUL MERULA
 
____________
 
 
 
VOTI E BISOGNI
 
DELLA LIGURIA OCCIDENTALE
 
___________________________________
 
 
 
RELAZIONE
 
 
 
 
 
 
 
 
 
ONEGLLIA
 
TIPO-LITOGRAFIA DI GIOVANNI GHILINI
 
_______
 
1878
 


 
Chi ricorda le diligenze dei tempi preistorici, le scarrozzate dei biondi Inglesi, e la ingenuità dei nostri nonni che cavalcavano la loro pazienza, lungo il littorale, prova un senso di benessere al pensiero di poter evitare coi mezzi ovunque adottati le lungaggini e le sofferenze di un tal viaggio.
 
           Il Merula là ove interseca la via Provinciale, formava un punto ben poco gradito agli indolenti postiglioni, il luogo per gli Inglesi di vive emozioni e delle prudenti misure e più prudenti fermate per gli avi nostri.
 
           Senza numero sono gli episodi più o meno terribili dei quali la fiumana dal poetico nome e dalle onde infide, trasse il ricordo nei vortici del mare. Ogni volta che una pioggia d’un paio di giorni ne fa aumentare le acque, il Merula interrompe ogni comunicazione dei veicoli fra le due rive ed i rari passanti che rischiano la traversata, lo fanno con un senso di terrore su quella baracca tremolante di vetuste glorie che dicono S’cianca (1), osservando con occhio inquieto gli esili sostegni, che pare debbano ad ogni momento crollare sotto alla violenza delle onde.   
 
           Le grandi piene, le lunghe e dirotte piogge sono, con vivo dispiacere dei nostri coltivatori, diventate cosa leggendaria; ma i vecchi i quali asseriscono, che un giorno pioveva molto, raccontano di vetture trascinate e storie di salvataggio e di desolazioni. Era cosa abituale il vedere allagata gran parte della pianura, ed allorchè il mare aveva il mal vezzo di opporsi agli sregolamenti del Merula respingendone la piena, essi dovevano per vari giorni corteggiare il domestico focolare, ammettendo al piano superiore il bue e l’asino ad agape fraterna, perché la stalla ed i sottoposti ambienti erano allagati.
 
           Io nelle brevi e rade visite, che un giorno facev a quest’ultima e finora derelitta Tule della Provincia, ebbi occasione di ammirare la imponente bellezza delle acque, che rotte le dighe (mi si perdoni il pleonasmo) correvano la pianura. Una volta volli recarmi ove straripavano, onde meglio studiarne le ragioni ed i rimedi, e benché amante di tuttociò che la natura ha di splendidamente orrido, restai vivamente impressionato della grandiosità dello spettacolo.
 
Non è egli un danno per il nostro commercio la interruzione intermittente di comunicazioni, la tema di rischiare e merci e vita, e non tanto per la sola Andora, quanto per i paesi circonvicini? Ora che il nostro Comune ha con ingenti sacrifici aperta una nuova e costosa via, la quale condurrà al mare ed ai più popolosi centri, i prodotti delle valle superiori di Stellanello, Testico, Vellego, Cesi e per fino di Pieve di Teco, non è egli giusto che sia tolto lo sconcio accennato ottemperando ai giusti desideri, ai vivi reclami nostri e costruendo il ponte sul Merula, poiché ovunque si provvide ai mancanti e facilitando le comunicazioni, fu arricchito il commercio favorendone i mezzi?
 
Né trattasi di scavi formidabili, non di arginamenti, non di lavori idrotecnici come Druso ne eseguì sul Reno, i Veneziani a Pò-di-Garo, i Chinesi sul Hoang-ho, Mario sul Rodano.
 
Egli è un piccolo ponte lungo forse 60 metri, che tante volte ci fu promesso e che con tanto desiderio aspettiamo ora che rigenerata, moralizzata al contatto di una autorità che rappresenta le idee, le forze del suo popolo concentrate in un desiderio di progresso immenso, l’Italia tutta aspetta. Lo stato della nostra Liguria è altrettanto eccezionale! abbandonata alle proprie forze, viste strappate brano a brano le risorse di cui il commercio avevala arricchita, attristita dal disinganno procuratole dai voti inconsiderati del commercio locale, invoca la mano che debba trarla a nuova e feconda vita.
 
___________
 
(1)    Forse perché fatta a Schiancio, o perché abbastanza sciancata e schiantata
 
 
Né bisogna credere possa l’esportazione formare una generale e sufficiente risorsa per l’industria. Essa richiede cure, capacità e mezzi che non sono alla portata di tutti o per meglio dire, che sono eccezionalmente riservati alle grandi fortune. Il piccolo commerciante non conosce che lo scambio interno: è là, che egli lotta eroicamente e sostiene una concorrenza dannosa con un coraggio degno talora di miglior riuscita. E’ dunque il commercio interno che bisogna promuovere attivandone nelle comunicazioni i mezzi.
 
E quando, amara derisione di contrasti, questi stessi mezzi di pace, organizzati per il ravvicinamento degli interessi d’un popolo, debbono servire a strade di invasione o di difesa, non è egli interesse del governo il promuoverne l’ordinamento, ora che ovunque si studiano le vie che possano agevolare i trasporti di un materiale da guerra immenso, in una località appunto nella quale la vicinanza della frontiera e lo spiegarsi di una gran vallata, debbono presentare punti strategici importantissimi?
 
L’Italia non può nella nostra riviera e verso il confine Francese attuare, che una sola linea di ferrovia, oltre Savona non è progettata finora seriamente alcuna comunicazione con il Piemonte e venendo a mancare la sola esistente sino a Ventimiglia, dovrà un’armata sottostare a tutte le difficoltà, a tutti gli imbarazzi che la via Provinciale male in assetto potrebbe suscitarle.
 
Sino a che la guerra sarà il legislatore delle contese internazionali, né pare essa voglia per ora cedere il campo a più miti concordati, occorre alle frontiere riempiere ogni lacuna, onde al bisogno operare con prontezza e precisione gli immensi trasporti militari, che le condizioni strategiche attuali esigono. Il governo non ha esitato innanzi alla spesa necessaria per riorganizzare l’armata, per ricostituire e riformare il materiale da guerra, per stabilire fortificazioni nei punti adiacenti e studiare nuove vie di difesa. Esiterà la Provincia che tanti lavori costrusse, tanti ponti edificò di interessi puramente locali a porre in esecuzione questo, che tanti vitali ne rappresenta per essa e per il governo?
 
La guerra Franco-Prussiana è per noi una lezione di quanto le facili comunicazioni, la possibilità di gettare su un punto dato una massa di truppe, possono influire sull’esito di una campagna. La Francia dovette condannare ben amaramente la propria improvidenza le tante volte che il poco buon assetto delle sue vie Provinciali (meglio però ordinate delle nostre)  l’obbligò a disastrosi ingombri, non potendo far procedere con speditezza i singoli corpi; e troppo tardi, nel 1871 cioè, promosse studi, creò commissioni onde sistemare la viabilità, quando cifre ufficiali le appresero che la compagnia sola d’Orleans aveva dal luglio al dicembre del 1870 trasportato 1,500,000 uomini, 150,000 cavalli, e 120,000 tonnellate di materiale e che convogli intieri erano spesso caduti in mano del nemico, per non poter tirare via con sufficiente prestezza.
 
Il ponte in tempo di guerra diventa un ostacolo, una difesa, poiché conviene impariamo a saggiamente distruggere, (ciò che parrebbe un paradossso) quello che fu con tanto studio edificato, studiando i mezzi i più acconci a formar ingombri, chè tale è   lo spirito della guerra, questo Ingegnere della rovina. Una mina bel collocata e debitamente sorvegliata, trasforma un ponte in fortificazione e la fortificazione in un impreveduto intoppo, che può sconcertare i piani i più arditi. L’ordine nella disposizione delle risorse materiali è tanto necessario in guerra, quanto la disciplina stessa delle truppe. L’ordine materiale è la disciplina delle cose, e poiché la guerra è l’organizzazione della distruzione, è dovere di quelli che la fanno di saper saggiamente distruggere.
 
Ed ora torniamo a bomba giacchè conviene come quello di prudente incesso, metter fuori i tentacoli e tirar dietro il proprio guscio per assicurarsi il passo innanzi e soprattutto la ritirata.
 
Non mi sono proposto la soluzione di un quesito Chinese, né il Merula di modesta apparenza e d’assai men gloriose origini val la pena davvero di un attentato a quella libertà ch’io proclamo uguale per tutti,  ma poiché sotto alle mentite spoglie della placidezza egli conta parecchie pagine non avare di luttuose ricordanze ed i vecchi del contado rammentano dolorosi eventi ed istorie paurose mi sia lecito riandarne  alcune accennandole sommariamente:

 
1850. Una vettura andò ad arrestarsi sull’isolotto specie di Delta in miniatura e fu salvata colle persone a forza di stenti.

1853. Una vettura di zingari fu travolta: gli spettatori accorsero sulla trabiccola (1) e riuscirono a salvarla, ma andò perduta gran parte del bagaglio ed un cavallo restò affogato.

1853. Altra carrozza arrestata dalla trabiccola suddetta. Un cavallo rotto il finimento restò impigliato in uno dei sostegni ed ivi perì. Il cocchiere ne fece inumare le spoglie dopo avergli tagliata la lingua che doveva servire di testimonianza al proprietario, il quale a ciò che pare, aveva riposta in lui una fiducia illimitata.

1865. Un calesse trasformato in navicella fu sollevato dalle onde e trasportato in mare. Il padrone che teneva assai alla terraferma slanciandosi afferrò fortemente i pali di sostegno e fu salvo.

1865. Mentre i due primi cavalli di un carro entravano nell’acqua, uno di essi fu abbattuto. Assicurato da funi e tratto all’indietro il carro, venne portato a riva ma spento.

1867.  La diligenza, di onorata memoria, nonostante le sue forme matronali venne abbattuta dalla corrente: la gente accorsa legò con funi i cavalli alla palancola, uno eccettuato che si annegò.

1872. 25 novembre.  Altra famiglia di Inglesi più o meno biondi, che perdettero le illusioni formate sul nostro clima e benediranno per un pezzo la corniche. Essi furono tirati dalla vettura con funi e scale; il solito cavallo restò affogato.

1873. Un veicolo con alcune balle di stoccafisso il quale avendo un resto di simpatia per il nativo elemento tornò al mare, mentre il proprietario riesciva gridando accorruomo a farsi soccorrere in tempo e salvare il veicolo ed i muli.

Io spero che a niuno vorranno essere insufficienti, le prove dolorose che io riportai; ai testimoni oculari che le riferivano s’allargava il cuore a quel barlume di speranza, di avere un giorno il Ponte. È questa l’idea che fa battere ben forte il cuore a tutti gli abitanti dei paesi vicini, lo fanno invocare le mammine dai bimbi “Da nobis panem et PONTEM”, ed è dai nostri villici atteso più che l’abolizione del macinato, che è tutto dire.
 
Onde le tristi memorie e i disastri diventino leggende, onde gli Italiani, giacchè noi pure di un tal nome ci gloriamo, possano aver nuova vita col nuovo orizzonte che le lotte del pensiero, i conati della scienza legislativa ci schiusero, pongasi alfine riparo a simili guai edificando il ponte sul Merula.
 
Ora che il commercio di proprietà prende nuovo impulso dalle libere istituzioni, ora che furono elevate le classi indigenti al sentimento della Patria, alla dignità di cittadini intelligenti, operosi, partecipanti ai frutti della nostra terra ovunque coltivata, ovunque libera, e quel che è più eretto il dogma della reciprocanza di aiuto fra lo stato e i cittadini, diventino per noi fatti le speranze e quell’ambizione santa di Provarci alla vita.
 
___________
 
(1)    Non trovai miglior termine a descriverla. Usasi per esprimere macchina stravagante e male in assetto.
 
E non oserei davvero insistere se io non conoscessi la giustizia della causa che io servo, nè dubito d’aver dato ad olocausto un’idea confidando nella sapienza di chi regge.
Nè giova vantare arditezza di concetto là dove non è che necessità, ed i fatti mostreranno facile l’opera e modesta la spesa. Molte volte dove l’esagerazione del volgo e la sapienza di certi dotti, poiché ogni scienza ha i suoi empirici, assegna a caso spese rilevanti, lo studio e lo attento esame vestono assai più modeste spoglie dell’arte.
La vicinanza del materiale, pietre, sabbie, mattoni, il prezzo eccessivamente tenue delle opere, agevoleranno l’attuazione dell’impresa.
Riesciranno di facile fondazione i piedritti poiché il sottosuolo ovunque composto di sabbia tenacissima offre consistenza sufficiente ad una lieve profondità.
Ed ora agli uomini d’arte, cui la tecnologia è familiare, il compito di agevolare la cosa, facendo meglio apparire la giustezza delle mie osservazioni, ed a me sia concesso venia, se il desiderio vivissimo di giovare mi trascinò tanto oltre. Come quei che

 
Con lena affannata
S’affaccia all’onda perigliosa, e guata
 

ho paura del mio stesso lavoro allorchè lo rileggo, e delle digressioni moltissime da cui fui allettato.
           Ne chiesi venia; lo fo ancora, e valga il buon volere a correggere l’insufficienza dell’opera mia.
           L’intiera Provincia comincia ora a respirare appena, nella fede di un retto ordinamento, nella saviezza del nostro Capo, il quale, reprimendo gli abusi e la malevolenza, incoraggiando chi lavora a quell’indeclinabile progresso sociale, che lottando trascina ostacoli ed oppositori, fa rivivere la ferma fiducia d’essere avviati a destini migliori.
I Liguri abbattuti un momento da recenti rovesci e dalla noncuranza in cui giacquero le loro istituzioni rialzeranno, ove una mano benefica gli sorregga la fronte: uno storico dell’antichità disse, essere fra loro le donne uomini, gli uomini leoni. Se cambiarono usi e tempre, se la civiltà ne dirozzò i costumi conservarono aitante l’ardire che mostrarono in ogni terra ed in ogni età. Essi concorsero a rendere l’Italia grande facendola ricca, ed aiutati dalla benefica mano di chi regge, incalzando con opera fruttuosa il presente, mostreranno che per essi ozio non è pace!

Con questa speranza, io vivo, con questa fede io scrissi.
 
Andora, 20 giugno 1878
 
MARCO MAGLIONI
y
1913
Primi anni del Novecento
Successivamente al secondo dopoguerra
1928
L'AGRICOLTURA NELLE SCUOLE RURALI
MARCO MAGLIONI
(Trascrizione di Maria Teresa Nasi)
y
y




y

y

 
L’AGRICOLTURA
 
NELLE SCUOLE RURALI
 
 
________________________________________
 
 
DISCORSO
 
PER LA SOLENNE DISTRIBUZIONE DEI PREMI
 
AGLI
 
ALUNNI DELLE SCUOLE ELEMENTARI
 
_____________________________
 
 
ANDORA ED IL CASTELLO DEI CLAVESANA
 
PER
 
MARCO MAGLIONI
 
 
 
Firmus maneo
 
 
_________________________________________
 
 
 
ALBENGA
 
TIPOGRAFIA CRAVIOTTO
 
1895
 

 
 
I
 
Non siatemi, o Signori, severi se nell'odierna solennità scorgendo tanta gioventù accolta, di entusiasmi maestra, mi metto anch’io all’unissono dei giovani cuori, quasi attratto in un’orbita di poesia, e se con loro, che ne vedranno i destini auspicati, io saluto la Patria.
 
Non siatemi severi se un giorno dell’anno scordo, per fatale evoluzione dello spirito, amarezze latenti, sconforti tentatori, lotte incessanti e se, nel deporre innanzi a voi l’opera modestissima, la pongo sotto la salvaguardia del sentimento che la ispirò e diresse, l’amore alla Patria che nell’anima mia ha la grandezza di un culto - Siate indulgenti per l’umile tavola votiva che offriamo a questo Altare della nostra fede -
 
La gioventù, o Signori, è avida di speranze, l’età matura di riminiscenze, e le righe della fronte sono le vie nelle quali l’esperienza che giunge incontra le illusioni che se ne vanno.
 
In omaggio alle due massime, di cui non ricordo l’autore, pur accarezzando con lo sguardo
 
……l’illusion, libbelula
 
Che bacia i fiorellini (1)
 
cedo a questo richiamo all’ordine ed umile araldo v’invito, o Signori, ad un minuscolo episodio di quell’epico torneo nel quale giostrano, cavalieri fatali, il bene ed il male. E nel campo dove si combatte il conflitto nefando, che da secoli travaglia l’umanità, è conforto affermare che cominciano ad apparire indubbiamente segni precursori della conquista.
 
Gangiano mezzi d’azione, le vittorie s’alternano alle sconfitte, ma la Civiltà procede secura da Oriente ad Occidente, corteggiata dal Sole: e noi, atomi a corteggio di giganti, proviamo talora il bisogno di sfidare le analisi spietate dei malevoli,  gli anatemi dei pedanti : concedetemi quindi , nel tratteggiare sobriamente i caratteri della scuola rurale, di svolgere alcune idee sulle Amministrazioni Comunale sull’Agricoltura  che tanta influenza esercitano sull’andamento della Scuola stessa.
 
 
II
 
Quanto sia difficile lottare contro il torpore invadente, contro il dileggio degli sfaccendati, riparare lo sfacelo di una amministrazione od un disordine cronico, ben sanno gli onesti.
 
Nei Comuni minori, (lo dissi altrove ma il ripeterlo giova) incitati i partiti verso il potere divenuto, per astensione dei più capaci, i quali sono spesso i meno volenterosi, facil preda, la Scuola subisce pregiudizio e danno dal mal governo di amministratori svogliati od inetti.
 
(1)    A. BOITO
 
 
L’opera degli Ispettori scolastici, provvida tutela per gli Insegnanti, valido mezzo per attuare programmi didattici è però insufficiente là dove si manifestano ostinate ritrosie.
 
Ebbi lo scorso anno l'onore di caldeggiare l'istituzione degli orti scolastici ed il conforto di scorgere pochi mesi dopo nel Programma Governativo vivamente propugnata dal Ministero tale innovazione.
 
Coll’animo trepidante ma col coraggio di chi ama il proprio paese mi accingo oggi a svolgere una proposta. Mediante l’intricato ordinamento della burocrazia, non manca ai Comuni lusso fastoso di tutori - protutori - curatori ma, per riguardo forse alla vagheggiata autonomia, vigilanza e tutela vengono esercitate spesso con blandizie o non ponno esserlo con bastante efficacia. - Il Sotto Prefetto, autorità immediata, vista i provvedimenti Consigliari, sollecita la trasmissione periodica dei moduli, delle contabilità, dei documenti in genere; la Deputazione Provinciale e la Giunta Amministrativa mirano rispettivamente alla compilazione dei bilanci, alla correttezza del Conto, alla gestione economica delle Amministrazioni.
 
Ma ciò non sana le piaghe latenti che molti Comuni stoicamente trascurano altri quasi ostentano.
 
Ma insormontabili difficoltà di lontananza, di tempo, di trattazione cospirano contro il senno dei tutori, assecondano la svogliatezza che trova fomite nella sfruttata impunità: non mancano d’altronde nei Comuni confraternite di Coribanti i quali colle salmodie impediscono a Saturno di sentire le strida di Giove.
 
Semplificare gli intricati ordinamenti concentrando doveri e responsabilità è consentire soddisfacimento a voti tanto manifestati dalla pubblica opinione, è voler conseguire il necessario risparmio per la creazione di un Ispettorato Amministrativo solo mezzo di por fine a mali tanto deplorati cui vuolsi indarno lenire come quelli trattati dal medico per corrispondenza.
 
Scelto fra gli alti Impiegati capaci, - imparziali, - onesti, - come gli Dei scelti che i Romani dettero a Giove siccome Consiglieri in aggiunta ai dodici Dei Consenti, - l’Ispettore Amministrativo può di Comune in Comune portare l'opera riparatrice sorvegliando l’ufficio d'Anagrafe, l'Archivio, la spedizione dei mandati, le contabilità, la pubblica sicurezza.
 
Dovrà egli vegliare sull’andamento delle Esattorie specialmente per quanto concerne le verifiche di cassa, accuratamente invigilare la formazione dei Ruoli tributari, delle liste della Giurìa, del servizio d’informazioni finanziarie, agricolo, e statistico in genere.
 
Può l’Ispettore evitare che sordidi partiti chiazzati di bile, armati di vitupero s' impongano, a disdoro della Civiltà, quali forze riparatrici: richiederà che non siano risparmiate  le pene edulcorata la censura a taluni che scambiano le pubbliche Aziende per forniture, conquistate a furia dei sacrifizi di dignità - L’autonomia per i centri popolosi e côlti,  amministrati da persone di senno,  le cui opere sono da assennati oppositori discusse, è gloriosa conquista di libertà; l’autonomia per i piccoli Comuni, mal diretti spesso nei quali l’ esempio del peggio,  le ambizioni che insidiano, l’astensione sdegnosa dei migliori cittadini produssero sgoverno, per i quali le miriadi di leggi prepareranno solo sgoverno maggiore, va corretta con austerità di mezzi e senza dannoso ritardo.
 
L’autonomia dei piccoli Comuni dove essere determinata dalla fiducia che sorgerà nell’animo di chi ne sorveglia gli atti.
 
Quanti mali di meno, quanta correttezza di più nelle Amministrazioni invigilate. -
 
Quale energico freno alle intemperanze che trascinano inevitabilmente i Comuni al Regio Commissario.-
 
Un calcolo imparziale degli onorari che i Comuni in Italia pagano a Commissari straordinari farà comparire la convenienza della proposta istituzione che eviterebbe il bisogno di un rimedio uggioso quanto inefficace
 
Che se tanti Ispettorati pesano sulle sorti dei contribuenti, Ispettorato Demaniale, di Finanza, Scolastico, Forestale e che so io, perchè non autorizzare quello che renderebbe meno insolubile il problema che tende ad ottenere Amministrazioni serie ed ordinate?
 
Dall’ordine che s' impone ai più retrivi, dal benessere economico che convince i più ritrosi, nascerà la fede che educa e tempra il carattere, quel carattere Italiano che uomini sommi vagheggiano e contro il quale nel nostro paese cospirano per fino le lusinghe della natura. Combattere la sfiducia che tenta soffocare negli animi la speranza, che si atteggia a sorriso di dileggio sulle labbra, dei meno istrutti è carità di Patria: rialzare il prestigio delle parole - retta Amministrazione - giustizia - dovere – profanate dai facinorosi, è compito di quanti hanno coscienza delle virtù che esprimono. Gli sforzi per ottenere che alla Patria sieno educati giovani che alla Patria tributino onesta operosità riesciranno infruttuosi se il Governo vigile non ripara un danno che dura evidente e si protrarrà inesorabile alla ventura generazione.
 
Niun mezzo migliore di dare impulso alla Scuola di quello che tende ad ammegliorare il regime amministrativo che alla Scuola sopraintende.
 
Voi, Signori, consci del torto che arreca lo sgoverno, questo nemico insediato spesso nei Comuni, non vorrete darmi taccia di audace se invocai a dirittura di debellar Cartagine.
 
 
III
 
Nelle istruzioni Ministeriali, approvate con Regio Decreto 29 novembre 1894, lavoro notevole per le riforme indette, mirabile per elevatezza di concetti, si legge:
 
<< Di giorno in giorno cresce in me la speranza che ai maestri rurali sia concesso, possibilmente vicino alla Scuola, un campicello, il quale, mentre porge loro qualche vantaggio economico, serva altresì per insegnare colla nozione dell’alfabeto norme pratiche di arte agraria - >>
 
È ventura che il Governo, mercè la costanza e l’autorità d’un uomo sommo, abbia oggi compreso come dal metodo seguito ottenevasi che gli scolari della impartita erudizione conservano dopo qualche anno un solo ricordo, quello di saper scrivere il proprio nome. Informino le recenti revisioni delle liste elettorali.
 
Specializzare l’istruzione fu compito del legislatore onde i sacrificii delle classi meno abbienti, in tempi di eccezionale penuria, non fossero sprecati ed irreparabilmente perduti per gli alunni i migliori anni della vita.
 
L’istituzione degli Orti Scolastici, meschini quanto lo si può attendere da paesi poverissimi, è fatto compiuto. - Mi si condoni l’audace pretesa mentre dovrei meglio dire che fu posto il seme che dal sole della Carità spera vita rigogliosa.  
 
Il concetto che il maggior numero di voi, o bambini, è chiamato ai lavori dei lavori dei campi, lavoro onorando per quanti amano l'Italia, fu quello che ci commise l’impresa cui sulle prime toccò l’irrisione dei più e che solo il volere tenace degli Amministratori saprà indirizzare a meta agognata.
 
Come ogni novità parvero gli orti scolastici una fantasticheria, un perditempo; dai benevoli furono detti una ricreazione: a me consentite il convincimento che diverranno, se con amore promossi, mezzo efficace d’istruzione consentaneo alle abitudini, confacente ai gusti, appropriato ai bisogni di Andora.
 
Gli Orti Scolastici, modesta applicazione dei nuovi metodi Froebelliani, devono oppugnare le avite superstizioni, le teorie ostinate, le pratiche empiriche e, sopra tutto, la ritrosìa ai nuovi metodi agricoli, gloriosa conquista della scienza.
 
Conviene svezzare le classi agricole dallo scorgere fatalmente un nemico in ogni innovatore: vuolsi combattere insomma e vincere la tradizionale apatia, la lue dello scimiottare che negli insuccessi provoca rancori, insinua turbolenze.
 
Noi tali conati ci studieremo dirigere con frequenti conferenze invocando dai Signori Insegnanti valida cooperazione la quale mostri quanto essi sieno al sacrifizio assueti quando il sacrifizio si avviva nel sentimento del dovere.
 
L’insegnamento al popolo deve essere infatti coltura e rivelazione, rivelazione della libertà nel dovere, del dovere nello sviluppo razionale delle intelligenze e delle attitudini.
 
Noi meglio serviremo la causa del risorgimento economico Nazionale sovvenendo di braccia l'Agricoltura che ingrossando la schiera, ora divenuta falange, degli scriba per cui gemono i torchi, dei transfuga che di regolare assedio circuiscono le anticamere, insidian i posti vacanti, per i quali fu autorizzato il motto ch’io vorrei radiato da ogni blasone: “Deus nobis haec otia fecit”.
 
Ed io parlo per quelli che la censura meritarono.
 
Gran torto, o Signori, fu quello di chi a scapito, e dovrei dire a disdoro, dell’agricoltura le stolte ambizioni promosse.
 
L’emigrazione all’estero spopola i campi, l’immigrazione che à per causa determinante l'impiego nelle ferrovie, nei dazi, nella burocrazia crea numerosa classe di spostati che non sapranno o sdegneranno tornare alla vita laboriosa.
 
Da saggi e prudenti ordinamenti di tutela hanno le industrie vita ed impulso: come potrà l'Agricoltura massimo fattore di prosperità, fiorire se contro di lei cospirano le industrie che essa promuove e feconda?
 
Povera Agricoltura!
 
Una turba di reietti, piaga sintomatica del bel Paese mestieranti d'ogni fatta, tutto fuorchè agricoltori, immigra ai primi freddi nella Riviera, mendica ad ogni porta, rifugge il più delle volte dal lavoro offerto.
 
E tali forze inerti, che sono incentivo alla degenerazione, vanno stimolate alla riabilitazione col lavoro onde rechino sollievo a paesi nei quali l’agricoltura decade, a vallate come la nostra che da 15 mila vide ridotti a 2 mila i propri abitanti, offre squallida mostra di terreni deserti, riduce ogni anno il capitale delle terre coltive.
 
Dormono invece sonno infausto gli annali per l’Inchiesta Agraria e la legge mercè la quale l’On. Fortis proponeva di utilizzare alla redenzione delle nostre terre un capitale di braccia che annualmente espatria. Vogliano i fati della Patria che uno fra i Deputati ascolti le voci di scoramento ed interpreti a vantaggio degli agricoltori e degli esuli la missione dagli elettori affidata. -  Un proverbio Francese dice :<< A’ brebis tondue Dieu mesùre le vent ››; misuri la sorte imposte e doglie ai poveri agricoltori, gregge tosato che sogna la notte pascoli opimi, spera il giorno trovare aure più miti.
 
È il mio solo pentimento della digressione quello di non aver maggior tempo e lena per isvolgere le idee che mi si affollano alla mente.
 
Penso e scrissi così perchè la censura aspra e pungente agisce sull’animo come aratro sulla terra, la strazia e la feconda: così scrissi perchè affretto col desiderio il risorgimento dell’agricoltura della quale per benemerenza fu detto che col vomere dell’aratro si temprano le prime spade della libertà.
 
È conforto lo scorgere intanto come nel povero Comune senza terra e senza mezzi, evitando oneri al Bilancio, sorgano modesti recinti, chiusi da barriere, abbelliti da fiori nei quali di preferenza vengono educate pianticelle utili all’economia domestica distinte col nome del vernacolo, e con quello scientifico.
 
A titolo di esperimento furono seminati, in quantità omeopatiche s’intende, il Frumento di Noè - il Mais Caraguail Cavolo- Foraggio - la Reana luxurians-; queste tre ultime onde promuovere la coltura dei foraggi di cui Andora risente penuria grandissima.  
 
Tutto ciò in omaggio al nuovo indirizzo didattico il quale, affrancato dalla dannosa pedanteria, si estolle a più nobile meta.
 
Che se alcuni padri di famiglia, dei quali ebbi agio nella non breve carriera di ammirare la perspicacia, saranno scandolezzati perchè nella scuola che io vagheggio non si va solo per imparare a leggere ed a scrivere, sarà il caso di ammirare le disposizioni di provvida energia che hanno messo, per quanto rifletta le pene, certi genitori al posto dei bimbi.
 
Mi affretto a dichiarare che in Andora tali aberrazioni vanno cadendo come la scabbia del miracolo di Cafarnao.
 
Gli Dei non vogliono andarsene, ha detto un poeta parlando della tendenza al Paganesimo; cosi dai molti, per tendenza alle ignavie del passato, si combatte la scuola novatrice ovvero la si pretende, come per il passato, infeconda. - Un contadino dissemi un giorno: Perché impormi tanto sacrificio ed obbligare i miei figli a frequentare la scuola? non sono io invecchiato senza aver imparato a scrivere?>>.  Ed io risposi che insistevo nella frequenza per non udire un giorno dai di lui figli sermoni tanto edificanti: un altro, condannando il nuovo sistema, conchiudeva che Bertoldo operò, studiando nel sillabario, prodigi di abilità.
 
A questi fiori ch’ io colsi nel campicello rusticano altri che vi presento fanno contrasto, modesti fiori invero che al cuore, alla benevolenza vostra chiedono mercede di arcana simpatia e di amore: ne andranno giustamente alteri coloro che ne prepararono con cura infinita l’educazione.
 
E di quanto fu fatto per uniformarsi alle spirito della riforma didattica consentite io faccia una succinta relazione.
 
Al materiale delle scuole fu aggiunto un quadro di uccelli utili nel quale spicca la leggenda << Rispettate i nidi >› -
 
Nell’età fortunata in cui l’intelletto attinge impressioni pietose dal cuore può la parola del Maestro correggere la tendenza al mal vezzo della distruzione. Le calde pagine del Ruffini nel suo Angolo tranquillo lette, saviamente commentate possono scolpire negli irrequeti cervelli, l’idea e, quasi direi, il gusto per la protezione dei nidi. – È il cormentalismo del Maroncelli applicato nella scuola e, se verrà qualche nido di poveri uccellini rispiarmiato, avrà la conscia pietà dei fanciulli giovato alla causa dell’Agricoltura.
 
Ogni locale venne provvisto di un quadro indicante i mezzi per impedire la diffusione delle malattie infettive. -  Per abituare poi i fanciulli all’economia, virtù di attualità, si ottenne che molti avessero il libretto di risparmio: se il segreto postale non lo vietasse, potremmo stabilire come tali risparmi siano stati superiori a quelli conseguiti nell’ultimo esercizio dal Governo.
 
Furono adottati nelle migliori scuole lo studio oggettivo della Geografia ed i rudimenti del disegno: eccovi, o Signori, i primi esperimenti conseguiti che vi prego valutare quali saggi di ragazzi sui 12 anni.
 
Superate infine le prime scaramuccie coi seguaci dei rancidi sistemi, fu accettato il metodo intellettivo, le lezioni per Aspetto come vuol dirsi, la quale consiste nel presentare quadri storici e di scene famigliari e nello interpretare l’azione figurata che rappresentano.
 
Io ne tributo pubblico e dovuto encomio all’Insegnante Sig. Bava Enrichetta, che ottenne cosi tre mirabili intenti:
 
1.      Sviluppare l’intelligenza e direi quasi il senso intuitivo.
 
2.      Obbligare ed abituare il fanciullo al raziocinio.
 
3.      Preparare le menti, i cuori alle norme della vita pratica.
 
 
IV
 
Ed eccovi, o Signori, il rendiconto della nostra giornata; potevasi fare di più ma il bilancio si ribellò all'albagia. – Ci onoraste di benigna approvazione lo scorso anno e ne attingemmo lena: ma questa stazione non è la meta e molta benevolenza ci occorre e l’invochiamo giacchè combattere oggi il pregiudizio e l’ignoranza implica il coraggio di affrontare più tardi il giudizio delle intelligenze che si schiusero alla luce del vero e del bello.
 
Questa speranza è la mia forza: abbia un giorno la generazione che sorge a riconoscere come talora al passato sia dovuta un’espiazione.
 
L’ Agricoltore ammira con orgoglio le messi dorate, i colti opimi frutto di tante pene; così all’uomo che penosamente visse di cari ideali è mercede un sorriso di quella gratitudine che Dio pose sulle labbra dei bimbi.
 
Una leggenda Cinese narra che in una solennità del Paradiso di Confucio Dio presentò due Virtù che, dal contegno, parevano fra loro straniere, la Beneficenza – la Gratitudine.
 
Voi, Signori Insegnanti, che non conoscete gli Apoftegmi di Confucio, se incontrerete questo insolito connubio di Virtù, esultate nel pensiero di aver trovato quanto cercarono indarno in 4592 anni di periodo storico, in terra ed in Cielo i sudditi del Celeste Impero.
 
Ma ne anco la sconoscenza deve sottrarvi, o Maestri, ai doveri del santo apostolato.
 
Signori Insegnanti, missionari del patriottico Tempio: Amici, che volete con me elevato nel cuore della gioventù un’ara più degna, la Patria, sculto un simbolo supremo, Dio: voi che potete dissentire dalle mie idee di riforma, ma dividete la mia speranza in una Patria grande, immacolata; e voi, Fanciulli, cui splende in volto il sorriso di lontane aurore, associatevi ai mio voto;  arrida prossima vittoria al Re,  ai Campioni d’ Italia che combattono per la seconda redenzione.
 
 
Andora 3 giugno 1895.
 
MARCO MAGLIONI.
 
y
ALLA PORTA OCCIDENTALE D'ITALIA
Edward e Margaret Berry
(Trascrizione di Maria Teresa Nasi)
y
y


y

CAP. XI

 
ALASSIO E ANDORA

 
Una delle gite preferite partendo da Alassio è quella che conduce attraverso la valle di Andora e Stellanello, con uno scenario molto bello, fra colline e campi ricchi di fiori selvatici e con oleandri nel letto del torrente. Questa vallata, percorsa dal torrente Merula, è sempre stata celebre per il fertile suolo e, quantunque frutteti di pesche abbiano recentemente sostituito i magnifici boschi di olivi per i quali era famosa, lo splendore dei fiori in primavera ed i frutti rigogliosi che riforniscono i mercati della Riviera in estate testimoniano ancora della fecondità della zona.
 
ANDORA non è solo un villaggio, ma un gruppo di abitati formati da un comune. Marina e la Pigna d’Andora si trovano sulla strada principale lungo la costa; Molino Nuovo, centro del Comune e sede del Municipio è a circa 4 km nell’entroterra; il Castello d’Andora, con le rovine di un castello poligonale e la ben restaurata chiesa dei Santi Giacomo e Filippo, sorge sulla collina sul lato nord della vallata; San Giovanni Battista e Confredi sul lato sud.
 
Il castello ed il territorio di Andora appartenevano un tempo al Marchese di Clavesana, che nel 1252 li vendette a Genova per 8000 lire. In un’epoca in cui i Guelfi dominavano a Genova ed i Ghibellini esuli non perdevano occasioni di attaccare la fazione avversaria, forti contingenti ghibellini assediarono il castello, tenuto da una guarnigione genovese. Il Vescovo di Albenga, Emanuele Spinola, che parteggiava per i Ghibellini e che si avvicinava con rinforzi per gli assedianti, fu attaccato dai nemici sulla spiaggia di Andora e cadde in battaglia. I resti del castello, dalla forma singolare, e le mura di fortificazione si scorgono ancora sulla collina; una torre massiccia, ornata da un bastione ghibellino, segna l’ingresso principale nella fortezza. Sotto l’arco di questa porta vi è un affresco di scuola senese del XIV secolo. La chiesa dei SS. Giacomo e Filippo è un mirabile esempio di tarda architettura romanica, con quattro pilastri che sostengono l’arco tondo dell’ingresso principale e tre absidi semicircolari sul lato orientale, con finestre strette ad arco tondo. L’esterno dell’edificio è ornato di archi piatti, caratteristici dell’epoca, L’interno denota più chiaramente l’età della chiesa, e la mano del restauratore è meno visibile. I bei pilastri di pietra che sostengono gli archi leggermente ogivali del tardo periodo romanico sono di lavorazione rozza e massiccia. Sorgono su basi quadrate, con basi ad artiglio molto consunte ad ogni angolo, e sono sormontati da capitelli a cuscino su un abaco quadrato. Sopra l’altare vi è un dipinto della Crocefissione, su un pannello di legno.
 
Sulla riva opposta del torrente si trova la chiesa che ha dato il nome all’abitato di San Giovanni.  Ha bei colori e proporzioni, con un alto campanile, ma non presenta molti elementi interessanti: un tabernacolo in marmo bianco scolpito, con la data 1513, dietro l’altar maggiore, un pulpito di ardesia del 1570, rovinato da imbiancature, e tre quadri mediocri nella sacrestia. L’adiacente cappella di Santa Caterina ha un’architrave con la data 1533.
 
Si ritiene generalmente che la strada romana valicasse la collina a Colla Micheri e che scendesse presso l’antica cappella di San Damiano, e non lungo il tracciato della strada medievale, che si può seguire andando da Laigueglia al ponte sul Merula, nella valle di Andora; si passa davanti a una pittoresca fontana in una nicchia sull’alto della strada verso la collina. La via romana può aver attraversato il torrente sul punto in cui sorge ora il ponte, ma la struttura del ponte stesso non presenta tracce di opera romana.
 
La strada che risale la vallata attraversa il letto del torrente proprio sotto Molino Nuovo e continua poi sulla riva sinistra fino al gruppo di abitati formanti il comune di STELLANELLO.


Disegno di Adriano Lunghi - per gentile concessione Federica Lunghi

y

y
GIORNALE LIGUSTICO DI ARCHEOLOGIA, STORIA E BELLE ARTI
SOCIETA’ LIGURE DI STORIA PATRIA
XXVI - 4 LUGLIO 1874
DI ALCUNE NTICHITA’ A LAIGUEGLIA E NELLA VALLE DI ANDORA
Tammar Luxoro
(Trascrizione di Mario Vassallo)
y
y


y
“Dico poche parole a riguardo di alcuni avanzi e monumenti di arte archeologica, che lo scorso inverno ebbi occasione di vedere a Laigueglia e nella valle di Andora; ma ho d’uopo di benigna indulgenza perchè sono ben lontano da quegli studi che abbisognano sul difficile tema, e tanto più aprendo bocca innanzi a questa adunanza della Società Ligure di Storia Patria ove chiari uomini, per sempre nuovi ed eruditi lavori, riscuotono ammirazione e plauso universali. Io pertanto dichiaro astenermi da ogni discussione ed apprezzamento; soltanto accenno a quanto vidi, perocché qualche cosa sia nota se ancora nol fosse, e non rimanga dimenticato ciò che è conosciuto.
Il paese di Laigueglia si onora di una vastissima chiesa; e parecchi de’ suoi altari in istile barocco appartenevano, secondo intesi colà, a templi in Genova demoliti.  Osservai con interesse il grande e bello organo; e la sua forma e le pitture che lo decorano mi rammentarono l’Haffner. Confesso che tale strumento su quella orchestra mi pareva piuttosto trasportato che nato; e fattane dimanda in proposito, ne ebbi in risposta che prima d’ora apparteneva alla chiesa dei PP. Filippini in Genova.  Ciò mi persuase tosto; e deplorai che quell’organo fosse stato tolto dal luogo di origine, ove tanto doveva armonizzare con tutto l’assieme omogeneo del san Filippo, per collocarvene un altro il quale, rispetto allo stile, è ben lontano dallo avere sostituito il primo.
Laigueglia è attraversata da due strade: una a mare e l’altra a monte, che è la più antica. Verso la estremità di questa, a ponente, nella facciata di una modesta casa che guarda a tramontana, vi è dipinta a fresco la Beata Vergine col Bambino in una nicchia quadrata, ed intorno, nello esterno di essa, un santo colla spada in mano, ed altro che credo sant’Antonio ‘abate. Tra i guasti del tempo ed i ristori più barbari, poco si può apprezzare di tale dipinto; ma è duopo avvertire un’avanzo di scritta che ancora vi si legge e dice così:
 
BERNARDO  .  .  .  A. 2.
FILIA SVA CATARINA 1529
 II JVLII A. 9.
 
Seguendo la detta via si riesce ad una cappella che s’intitola dalla Madonna del Carmine; ed in prossimità di essa, poco discosto dallo abitato, vi sono campi di olivi in iscaglioni, sorretti da lunghi, antichi e ben costrutti muri. Fra questi, un tratto di circa dieci metri, per due e mezzo di altezza, è costruzione romana nota col nome di opus reticulatum; nè certamente per la diligenza con cui è fatto, e per la sua importanza direi decorativa, si può argomentare che abbia avuto in origine lo scopo a cui trovasi attualmente destinato.
La via di cui ho parlato è certamente la romana: essa scavalca sul dorso la Colla, ossia il monte che a mezzogiorno sporge la sua estremità sul mare ed è chiamato il Capo delle Mele. Io svoltai questo Capo per la strada provinciale, e raggiunsi l’antica valle d’Andora a due chilometri circa dalla spiaggia in testa ad un ponte sul Merula. Questo apparisce in più riprese rifabbricato, ma la tradizione vuole fosse costrutto dai Romani; e ciò si rende molto probabile pel fatto che lo stesso trovasi in raccordo colla via sopra menzionata.
Salendo la stessa via, che rimette per quella parte a Laigueglia, in mezzo ai campi di olivi, sempre sorretti da antiche muraglie, incontrai una costruzione ad uso di fontana, che i contadini chiamano nuova. Per darsi contezza di tale denominazione bisogna credere che prima di essa ve ne fosse un’altra; la qual cosa se pare a prima vista semplicissima, abbastanza strana però si presenta quando si conosca che la fontana nuova è opera romana. Essa consta di un volto a tutto tondo, il cui arco esterno e le poche pietre che avanzano allo intorno sono di un carattere così evidente da non porre in dubbio l’epoca sopra indicata.
Non abbisognano molti passi da questo interessante avanzo, per giungere ai piedi di una grande torre quadrata sorretta da arcate, per le quali si entra in un recinto di mura che racchiude la località detta Castello. Questa torre è alta, imponente e costrutta di pietre riquadrate; ma la parte superiore è rifatta.  Qui siamo in medio evo; e le mura suddette e tutto ciò che di fabbricato in esse si racchiude con evidenza lo dice. Io non toccherò della storia che di questo luogo fa note le vicende; ma il luogo medesimo è di essa un testimonio che merita davvero qualcuna di quelle cure, che in Liguria invano da tanto tempo si reclamano.
Delle arcate suddette della torre, l’esterna è a sesto acuto e l’opposta a tutto tondo; sulla prima sonvi traccie di pittura, ed in una terza arcata chiusa a destra (anch’essa a tutto sesto) ancora si conserva in buono stato un antichissimo fresco rappresentante l’Annunciazione di M. V.
Oltrepassata la torre, mi trovai innanzi la chiesa che porta il titolo dei santi Giacomo e Filippo.  Ciascun di noi rammenta per fermo, o Signori, gli avanzi del san Michele di Fassolo che non ha molti anni ancora si vedeano nella nostra città, ed in ispecie i tre absidi che tuttavia duravano intatti.  Ebbene io posso dire di averli riveduti, tanto ai medesimi sono simili quelli della chiesa di Castello; onde mi dispenso dal descriverli. Questa però non ebbe la disgrazia dell’altra, che fu prima abbandonata, indi ricostrutta verso la metà del secolo XVII, poi abbandonata ancora e finalmente distrutta affatto per dar luogo alla Stazione occidentale della via ferrata.
Il Casalis parlando della chiesa di Castello la dice diroccata; ma invece io la vidi in piedi non solo nei suoi tre absidi, ma nei suoi lati, nella sua facciata, nel suo interno. Soltanto il tetto che era caduto fu di recente ricostrutto, perchè da quei terrazzani si volle il tempio riaperto al culto.
L’esterno e l’interno di esso è tutto a pietra tagliata; la facciata è divisa in tre parti, quella di mezzo più alta finisce a cuspide e le laterali hanno le estremità inclinate. La porta è arcuata a tutto centro sopra una riquadratura sporgente, e si interna con cinque archi concentrici basati sopra colonnine in marmo. L’arco chiuso porta traccie di pittura.
Nello spazio superiore della facciata si apre una finestra ad arco acuto; nei lati minori a destra di chi guarda ve ne è una piccola decorata in terra cotta, a sinistra una bifora ad archi acuti. Nella parte posteriore della chiesa, sul muro che sopravanza all’abside di centro si apre una finestra circolare; nei muri bassi laterali ve ne sono tre per parte, alte e strette a guisa di feritoie, ed altrettante nelle pareti superiori di mezzo.
Si entra in chiesa scendendo cinque gradini in pietra, ed altrettanti se ne salgono per accedere al Presbitero. L’interno è diviso in tre navi, e si contano cinque arcate a sesto acuto. La più parte delle colonne che le reggono sono cilindriche, alcune ottagone; e quella sottostante al moderno pulpito è antica come le altre. Queste sono in pietra di colore cenere, detto colà colombino, e formate a strati. In capo ai muri delle navate minori si scorgono traccie della imposta dei volti. L’altare è moderno; ma dietro allo stesso vi è un Crocifisso in legno di grandezza naturale, ai piedi del quale pende un cartellino postovi di recente che dice: Questo Crocifisso è stato fabbricato l’anno 1301 e ristorato l’anno 1837.
Io non discuto le date, ma è vero che in questo caso ristoro e guasto sono sinonimi; onde converrebbe che quella interessante scoltura fosse rimessa, se possibile, al suo pristino stato. Ancora devo accennare ai capitelli delle colonne. Essi sono il solito dado tagliato inferiormente a forma semicircolare. In tre di questi si scorgono scolpite a basso rilievo delle figure simboliche, delle quali confesso non essere conoscitore: noto una specie d’àncora rovescia, un serpe, una testa di bue, una testa umana in mezzo a due croci ed una testa di montone.
Ho già detto che alla vista di questa chiesa rammentai il san Michele in grazia della perfetta somiglianza degli absidi; e perchè una idea ne chiama un’altra, col san Michele rammentai il pittore Manfredino da Pistoia. Molti anni addietro frequentando di sovente gli avanzi del tempio di Fassolo, ne tolsi i disegni d’ogni lato; ed accadutomi un giorno di osservare sulle pareti interne degli absidi, sotto una imbiancatura forse provvidenziale, dei contorni di figure, credetti perciò fosse il caso di esplorazione. Tosto ne tenni parola al ch. Cristoforo Gandolfi, ed egli, buon anima, e Francesco suo figlio, esimio dipintore di cui piangiamo la recente ed immatura perdita, si accinsero con ogni cura e diligenza a discoprire. Il risultato si fu, che vennero fuora pitture di artista fino allora ignoto, il cui nome si legge sotto l’affresco di mezzo (che ogni abside ne aveva uno) nella nota iscrizione: MAGISTER MANFREDINUS PISTORIENSIS ME PINXIT MCCLXXXXII IN MENSE MADII.
Noto di passaggio, che mentre si stava lavorando allo scoprimento degli affreschi (era la infausta primavera del 1849), la truppa prendeva posizione in quella località per prepararsi ai prossimi assalti degli insorti all’Arsenale dello Spirito Santo; ed io mi affrettai a disfare il palco che era alzato innanzi ai dipinti, e ne dispersi le tavole acciocché non si potesse nuocere agli stessi.
Due medaglie poteronsi togliere in seguito e trasportare all’Accademia Ligustica; ma la terza era in troppo cattivo stato. Il lavoro costò fatica e dispendio; e come della prima vuolsi dar lode ai Gandolfi, dell’altro si hanno da render grazie al Municipio.
Ora per questo fatto di vecchia data parevami che nella chiesa dei santi Giacomo e Filippo, sorella al san Michele sì da convincermi essere entrambe fattura di uno stesso architetto, avrei potuto trovare ancora il Manfredino; ma nello interno nessuna pittura, e le traccie di quella accennata sulla porta non erano certo sufficienti a dare indizio alcuno di autore.
Era giunto tardi, perchè, secondo mi fu detto, è da poco tempo che ne scomparvero due rimanenti teste. Del resto non poteva avanzare una pretesa su ciò, e mio malgrado dovetti allontanarmi da quello interessante monumento rinunciando al pittore pistoiese.
Ho percorso la restante salita che mena alla sommità della collina di Castello, e sui miei passi incontrai mura e case diroccate, dovunque avanzi di sempre uniformi costruzioni medioevali e traccie di antichi dipinti sopra ruderi di un edificio che chiamano l’Ospedale. Sulla casa Sifredi, ridotta abitabile per recenti ristori, vidi una lapide con stemma a tre striscie orizzontali ai cui lati vi sono rosoni ed alle estremità iniziali gotiche – un A ed una M se male non ricordo. Nella casa di certo Micheri, presso ad un pozzo, scorsi gli avanzi di altra lapide assai logora; e sull’uscio di altra casa pur di un Sifredi feci scoprire un frammento di epigrafe onde non mi è dato presentare che un imperfetto calco; ma da cui non dispero che l’egregio nostro collega sac. Remondini possa, colla consueta sua abilità, cavare un qualche costrutto. Presso a questa ultima abitazione trovasi un Oratorio, il cui esteriore è sempre in armonia di antichità col già descritto; ma l’interno venne goffamente rifatto.
Giunsi in fine sulla parte più elevata della località, e quivi trovai gli avanzi di un vasto castello che appunto a quella dà il nome. I contadini lo chiamano Paxo, e Paraxo il Casalis; il quale dice che ivi si contenevano un seicento uomini d’arme, si amministrava la giustizia, avevano luogo le adunanze dei magnifici Anziani non che quelle del generale Parlamento. I marchesi di Clavesana, che ne erano signori, lo cedettero alla Repubblica insieme alla villa ed al borgo di Andora nel 1252, pel prezzo di lire ottomila (1); ed ora è proprietà dello omonimo Comune. Questo edificio è in pessimo stato e le mura sono quasi tutte diroccate; esiste però qualche parte di volto, e la pianta potrebbesi ancora rilevare.
Esaminando questi antichi avanzi, che sempre ed a chicchessia destano interesse, vidi in più parti traccie di pitture le quali accennano ad ornamenti e stemmi; ma più di tutte mi fermò una medaglia ove si scorge il Bambino che tiene un uccelletto ed è sorretto dalla Madonna come si arguisce per le mani che restano. Alla destra poi dello spettatore si vede un santo con libro fra le mani. In quello che di tale dipinto ci avanza sia per la somiglianza del disegno, sia per la intonazione specialmente verdastra delle carni e sia pel tutto assieme, parvemi proprio riconoscere il pennello dicolui che aveva invano desiderato trovare in chiesa. Era una illusione od una realtà? Sopra una parete vicina a questa ove è tale pittura mi apparvero ad una certa altezza indizi di uno scritto, e chiesi tosto una scala ed uno straccio bagnato. Salii, e lievemente inumidito quel tratto, in caratteri identici a quelli della medaglia del san Michele, mi si svelò la lettera A ed il nome MANFREDINUS.
Io faccio voti perchè, senza dilazione, qualcuno più esperto di me in cose di arte e di archeologia vada a visitare i luoghi dei quali ho troppo imperfettamente parlato, sicuro che da un esame intelligente potranno avvantaggiarsi gli studi dei quali questa nobile Società si onora. Ma sopratutto desidero che alla vista di quei preziosi avanzi l’amore per la conservazione delle patrie memorie si rinvigorisca, onde del nostro glorioso passato non abbiano fra poco a rimanere che le eloquenti sì, ma troppo nude pagine della storia.”
 

(1)    Liber Jurium Reip. Gen., tom. I, col 1155 e segg.
y

ABECEDARIO DELLE FAMIGLIE LIGURI
Federico Federici
(Trascrizione di Mario Vassallo)
y

y


  • Bado G. Batta d0Andora, Notaio (anno 1403).
  • Bado Giuliano di Andora, notaio al Cervo (anno 1404).
  • M. Giulla o Giuria d’Andora q. Leonardo in Comp. 1373 ed in atti di Giov. Di Cairo in comp. 1377, 1380, 1382, 1396, ed in Tramo da Magiolo an. 1397 – sua sepoltura nel Chiostro di San Francesco (an. 1400).
  • Martino Giulla d’Andora, Notaro F. di Cairo 1376 e in Cartelario di S. Giorgio 1352 ecc.
  • Amedeo Giulla di Andora e sua moglie Licianetta, figlia del q. Francesco Negro in Comp. S. Giorgio (1687).
  • Giulla Anselmo d’Andora in Cartelario di Accelino Salvago (1667).
  • Negro Giacomo di Andora supplente per l’habitaz. (1445) in focagi (1462-64) test.° in atti Gerolamo Carrega (1448).
  • Negro (Luca) di Andora. In cartolario Meliadux – Salvag. (1447).
  • Negro Benedetto di andora e sua moglie Petra, figlia di Riccarod Centurione (1453).
  • Negro Giov. di Andora testimonio in atti Gerolamo Carrega (1448).
y
ORIGINE E FASTI DI FAMIGLIE DI GENOVA – 1750 - VOL. 1
Giacomo Giscardi
(Trascrizione di Mario Vassallo)
y

y

  1. De Andoria e poi Sopranis: nobili e cittadini traggono origine dal luogo di Andora. Sono venuti ad abitare a Genova nell’anno 1350. Nel 1361 Luigi De Andoria fu Anziano della Republica.
  2. De Ferrario Ferrari. Questa famiglia è antichissima in Genova e vi venne ad abitare dalla Lombardia e da altri luoghi della Liguria, quelli però che al presente sono al Governo della Repubblica vennero da Andora l’anno 1350, così sono i più moderni, essendo gli antichi totalmente estinti – 1358. Gasparo e Baldassare fratelli Ferrari q. Emanuele de Andoria e loro sepoltura presso la porta del Battistero di San Lorenzo; e dal detto Baldassare discendono i nobili Ferrari e De Ferrari viventi. – In detto anno suddetto Gaspare fu Castellano di Nove: suo fratello Baldassare ebbe in moglie Catterina figlia del q. Luchino De Begoli, e di esso si ricorda che nel 1394 fi Deputato alla custodia di Savona.
y
Sito Web ideato e realizzato da Mario Vassallo - Andora
Sito Web ideato e realizzato da Mario Vassallo - Andora
Sito Web ideato e realizzato da Mario Vassallo - Andora
Sito web creato con Incomedia Website X5
Privacy Policy

Cookie Policy
Per informazioni scrivere a info@andoraneltempo.it
Per informazioni scrivere a info@andoraneltempo.it
Per informazioni scrivere a info@andoraneltempo.it
Per informazioni scrivere a info@andoraneltempo.it
Per informazioni scrivere a info@andoraneltempo.it
Torna ai contenuti