SCISSIONE TRA ANDORA E LAIGUEGLIA - Andora nel tempo

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SCISSIONE TRA ANDORA E LAIGUEGLIA

SCISSIONE TRA ANDORA E LAIGUEGLIA

(Tamara Grossi)
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Il quartiere di Laigueglia e gli altri quattro della M. Valle di Andora costituivano una sola Comunità, un solo Corpo e un solo Territorio e Giurisdizione”.[1]
 
1. LE ORIGINI DELLA LITE
Le vertenze territoriali classiche della Comunità riguardavano, come ricordavo poc’anzi, la questione della separazione che la stessa ebbe a soffrire con i “Laigueglini”.[2]
A testimonianza di questa secolare diatriba vi sono alcuni documenti, redatti in lingua volgare[3], che furono dati alle stampe nel 1785 a cura degli eredi di Adamo Scionico, in forza del Decreto 27 giugno, con il quale il Serenissimo Senato accolse la richiesta dei Magnifici Anziani di Andora di pubblicare le loro pretensioni.
Codeste stampe si potrebbero definire come tante tessere di un mosaico che si é riusciti ad assemblare solo in parte; manca, infatti, a completare il quadro il documento relativo alla divisione tra i due Comuni.
La ragione di tanta difficoltà nel reperire le fonti documentaristiche in parola, va imputata al fatto che siffatti testi sono oggi quasi certamente finiti in qualche collezione privata, o, più semplicemente, andati perduti.
Peraltro, proprio in occasione della separazione tra Andora e Laigueglia, si verificò un episodio alquanto curioso. Avvenne, infatti, che i documenti dell’archivio comunale di Andora, anziché essere esaminati in modo da favorire una logica ripartizione tra i due Comuni, furono divisi “per cantara di peso”: tanti chili all’una, altrettanti all’altra.
Vennero, così, organizzate delle “somate” di mula, che, trasportando l’intera documentazione su e giù per la colla, non le fecero certo fare una decorosa fine.
Ad ogni modo, P. Scotti[4], in uno studio sui toponimi della Comunità di Andora, riferisce di un documento datato 5 maggio 1794[5], in cui, per l’appunto, è riportata la sentenza, giusta la quale il Serenissimo Senato concesse, finalmente, la tanto sospirata separazione tra i due Paesi.
Sul punto va precisato che, nonostante la divisione dell’antico Comune in due parti, rimase, però, intatta, per ragioni di mera economia di spesa, la loro unione come Podestaria (Mandamento Giudiziario).
L’istanza di separazione venne inoltrata dai Magnifici Anziani, una prima volta nel 1772 e, successivamente, rinnovata nel 1784[6], anno in cui il Serenissimo Senato nominò quale organo deputato alla discussione della causa civile l’Eccellentissima Giunta dei Confini, facente capo a Girolamo Durazzo, con Decreto 30 luglio.
Gli Anziani che si fecero promotori del suddetto gravame furono: Gio’: Batista Guardone (Capo Anziano), Tommaso Marchiano, Giuseppe Confredi, Giuseppe Anfosso e Gio’: Batista Tagliaferro, escluso Giuseppe Musso, loro sesto collega del quartiere di Laigueglia.
Peraltro, in occasione di questa vertenza, il 18 novembre dello stesso anno, i Magnifici Anziani, in qualità di pubblici rappresentanti della Comunità, si riunirono nella Casa dell’Archivio, sita nel Castello di Andora, e nominarono loro procuratore il Signor Angelo Maria Anfosso della borgata del Duomo (compresa nella Parrocchia di S. Pietro).
In ordine ai poteri conferiti dal mandato in discorso, la relativa stampa[7] chiarisce: “specialmente, ed espressamente a poter in nome d’essi M. M. Costituenti a detti rispettivi nomi proseguire fino alla fine, e diffinitiva sentenza, e sua plenaria esecuzione inclusivamente [...] ed a poter fare, tanto nanti li presati Serenissimi Collegi, quanto nanti la Presata Eccellentissima Giunta come sopra commissionata, tutti quei atti, comparse, istanze, ed incumbenze per l’effetto suddetto necessarie, ed opportune, di modo che in merito alla detta divisione, e separazione fra la presente Valle di Andora, ed il luogo di Laigueglia, e per l’oggetto, di cui in dette preci come sopra presentate a’ Presati Serenissimi Collegi, possa fare tutto quello, e quanto far potrebbero Essi M. M. Costituenti, come se vi fossero presenti, ancorché fossero cose tali, che richiedessero mandato più speciale del presente, volendo espressamente, che al detto Sig. Angelo Maria Anfosso loro Procuratore non si possa in alcun modo, circa le cose premesse, opporre difetto alcuno d’autorità, e bailia ec. dando e concedendo ec.”.
 
2. L’ESIGENZA DELLE GABELLE E LE SPESE DI MANTENIMENTO DEI BALUARDI
Più sopra si è visto che la causa venne avviata il 30 luglio 1784, sennonché, occorre precisare che, per la verità, erano anni che l’Università di Laigueglia andava “ricercando i mezzi più strani per ridursi ad uno stato, non ché d’indipendenza, ma di superiorità alla medema M. Comunità”.[8]
Alla base del conflitto stavano interessi di diversa natura, sia politica che economica, ma soprattutto giudiziaria.
La memoria di esso si fa risalire all’anno 1576, quando gli abitanti della Comunità si trovarono in disaccordo in merito a due ordini di questioni: l’una, relativa all’esazione delle gabelle, l’altra, attinente alle spese di manutenzione dei baluardi allora esistenti, ed in particolare di uno, detto “Torre del Ciglione”, sito sopra Capo Mele.
Peraltro, questi forti facevano parte di un sistema difensivo messo a punto dal Comune a fronte delle frequenti incursioni saracene, che in quegli anni imperversavano sulle coste di tutta la Riviera.
In ordine alla prima vertenza, si osserva che la Comunità di Andora “viveva nel suo antico, quieto, e pacifico possesso di scuotere annualmente dalli Sindici della Laigueglia il beneficio, che cavava dal macello di quel Luogo, e la Cabella del Vino”.
Da notare che le suddette gabelle erano, insieme alla tassa dell’avaria e alle pene pecuniarie, le principali fonti di reddito del Comune di Andora, gestite e curate da due Cassieri, i quali, tra l’altro, erano gli unici a poter utilizzare tali somme per l’utilità della Comunità.
Senonché nell’anno 1576, per l’appunto, “si compiacque il Podestà di Andora ad istanza di quelli Sindici di sospendere dette due Cabelle, della quale ingiustitia sentendosi la Communità d’Andora gravata, fece ricorso al Serenissimo Senato per la rivocazione, alla quale li Sindici della Laigueglia s’opposero [...]”.[9]
Esaminata la pratica, il Serenissimo Collegio stabilì con suo decreto 11 dicembre dello stesso anno, che “respectu Gabellarum Carnis, et Vini, de quibus in supplicatione dictorum hominum Andoriae revocandam esse suspensionem earum, factam de facto per D. Praetorem Andoriae [...], allegando la ragione che, quantunque l’imposizione delle gabelle costituisse un diritto di spettanza esclusiva del giusdicente locale, nondimeno, giacché la Comunità vantava codesto beneficio ab immemorabili, lo stesso doveva considerarsi intatto.
Peraltro, col decreto in parola venne anche chiarita la questione in merito alle spese di manutenzione delle fortificazioni; sul punto venne deciso che gli Andoriani avrebbero dovuto concorrere solo alle spese delle munizioni e al salario del bombardiere, mentre il resto sarebbe spettato a Laigueglia.
E questo perché, sebbene detta torre fosse stata costruita nel territorio di Laigueglia, la stessa era stata pensata a difesa dell’intera Comunità, la quale, pertanto era tenuta a sostenere le relative spese.
Per la verità, nessuna delle deliberazioni suddette venne rispettata dalle parti in causa, sicché, non potendo la vertenza trascinarsi ancora oltre, i rappresentanti di esse, il 27 maggio 1605, organizzarono un convegno nel quale, finalmente, venne raggiunta una soluzione di compromesso.
Per quanto riguarda la questione dei baluardi si convenne che i Magnifici Anziani di Andora avrebbero dovuto “solvere, & exbursare omni anno in perpetuum Sindicis praesentibus, & qui in futurum fuerint dicti loci Aquilae libras centum sexaginta monetae Ianuae in pagis tribus aequalibus ad mentem decreti eiusdem Serenissimi Senatus facti anno 1576 die XI Decembris”.
Quanto, poi, alle gabelle, venne, in sostanza, confermato il diritto a che le stesse continuassero a confluire nella cassa comunale di Andora e, cioè: “acto pacto, quod per praesens instrumentum non intelligatur, nec censeatur ullo modo in aliis praejudicatum praetensionibus, ac juribus, quas dicta Communitas Andoriae habet contra, & adversus Universitatem, & Homines, ac bona Aquiliae pro solutione avariarum, gabellarum, & aliorum juxta solitum, immo teneatur, & debeant dicta Universitas, & homines Aquiliae illas Communitati, sive Agentibus pro Communitate ipsa Andoriae solvere in omnibus, prout tenebantur ante confectionem praesentis instrumenti”.[10]
 
3. LA DIMORA DEL PODESTA'
Il Convegno del 1605 rappresentò, oltremodo, l’occasione per dirimere un’altra questione, che era motivo di contesa tra i due paesi e, precisamente, quella per la dimora del Podestà.
Secondo gli Andoriani, infatti, essa doveva permanere nel castello di Andora, mentre per i Laigueglini, in considerazione dell’aria non molto sana del borgo, doveva trasferirsi nella villa di Laigueglia.
Invero, in ordine alla vertenza in discorso si era già pronunciato il Serenissimo Collegio nel 1578 che, con il decreto 13 ottobre, aveva convenuto che la residenza della Curia locale e con essa dell’Archivio Segreto dovesse essere in Andora “e se mai per qualche motivo di salute occorresse di variare, ciò non fosse lecito, se non con speciale permissione del Serenissimo Governo”.
A questo decreto ne seguì un altro il 28 novembre1589, in forza del quale i Laigueglini ottennero che “il M. Podestà di Andora elegger dovesse un Luogotenente per rendere giustizia in Laigueglia”, la cui competenza era circoscritta “alle sole cause civili, che vertissero solamente fra gli Uomini di detta Villa di Laigueglia”.
Nonostante siffatta concessione, i Laigueglini continuarono a sostenere le loro ragioni e precisamente che “la Villa di Laigueglia era la più popolosa di quel territorio, d’aria migliore, e di maggior commercio, onde sembrava, che la residenza del Giudice ivi si dovesse stabilire: che la di lui residenza in Andora era di grave incomodo agli Uomini di Laigueglia, i quali erano costretti a portarsi in Andora, battendo strade incomode, ed infestate: che le loro cause erano di piccola entità, onde non portavano la pena, che fossero discusse fuori della loro terra, per la qual cosa, addimandarono, che almeno per due giorni alla settimana fosse obbligato il M. Podestà di Andora a render giustizia alla Laigueglia”.
Naturalmente, “si opposero a tale dimanda gli Abitanti di Andora, e smentirono ad uno ad uno i subdoli motivi allegati da quei di Laigueglia, esponendo al Serenissimo Senato, che questa dimanda era contro gli antichissimi Decreti del Serenissimo Governo più volte rinnovati, ed in specie l’anno 1578, e l’anno 1589, che sopra si sono rapportati”.
Fu, appunto, con il convegno, di cui si parlava poc’anzi, che venne espressamente deciso che i Laigueglini non avrebbero potuto avanzare altra pretesa, se non “habendi Locumtenentem in dicto loco Aquiliae, & ut placuerit Serenissimo Senatui”; da parte sua, Andora promise di non opporsi, a patto “dummodò tamen auctoritas, sive jurisditio dicti Locumtenentis, de qua in Decreto concessionis eiusdem, non amplietur”.
E questo instrumento stipulato l’anno 1605 li 27 Maggio per Atti del Notaro Niccolò Costa fu comprovato colla Sovrana Autorità del Serenissimo Senato l’anno 1606 al primo marzo”.
Neppure a seguito di tale compromesso, però, i Laigueglini rinunciarono alla loro idea di stabilire la residenza del Podestà nella loro villa, “e non sperandolo per le vie di ragione, almeno col fatto procurarono di conseguire l’intento, addescando alcuni dei rispettivi M. M. Podestà ad abitare in Laigueglia”.
Siffatta situazione perdurò fino al 1676, anno in cui il Magistrato delle Comunità, finalmente, con il decreto 17 giugno, convenne “che dovesse il M. Podestà sempre ferma tenere la sua residenza in Andora, e solamente fosse a lui permesso nei tempi delle ferie delle messi, e delle vendemmie, dimorare per tre mesi in Laigueglia, con obbligo però anche in questi tempi di ferie di portarsi tre giorni della settimana alla suddetta residenza per spedire le cause criminali, accuse, ed altro, e tuttavia per gli altri giorni della settimana stabilire ivi un Luogotenente, che fosse della Valle di Andora”.
In altre parole, il Senato di Genova non fece altro che confermare a favore del Castello di Andora quella “primazia che godeva ab immemorabili sopra tutta l’intiera Comunità” e perché in avvenire suddetti ordini e decreti non venissero più violati, stabilì che “qualora alcuno dei M. M. Podestà fosse contravventore, restasse privo del salario, oltre la pena del Sindicato, ed emenda, e rifazione dei danni, e spese, che venissero cagionati ai Litiganti per l’assenza del M. Podestà”.
Del resto, va precisato che l’onere del pagamento dei salari e delle altre spese comunali era, soprattutto, a carico dei quattro quartieri di Andora, mentre Laigueglia vi contribuiva solo in parte.
A dimostrazione di quanto appena affermato sono i dati registrati nel Libro dell’antico Catasto della Comunità di Andora, che, meglio di ogni altro documento, ci forniscono l’indicazione di quale fosse la misura del contributo fiscale dovuto dai singoli quartieri.
A questo proposito nel Registro si trova scritto:
 
  • il quartiere di S. Giacomo paga:         lire 125.  8.  3;
  • il quartiere di Laigueglia paga:           lire 64. 19. 10;
  • il quartiere di San Pietro paga:            lire 110. 10. 9;
  • il quartiere di S. Andrea paga:            lire 120. 10. 2;
  • il quartiere di S. Giovanni paga:         lire 91. 1. 2.[11]

Da quanto precede non si può che constatare che la Villa di Laigueglia era quella che “meno pagava al Principe, e meno concorreva alle spese della M. Comunità”, eppure, era anche quella che “profittava nella massima parte dei vantaggi, e godeva di tutti gli onori”.
 
4. L’AGGRAVIO DELL'ANTICO CATASTO E LA NECESSITA' DI UNA NUOVA CARATATA
Un’altra questione fortemente controversa tra le due fazioni era quella relativa alla necessità di formare una nuova caratata[12] dei beni della Comunità, giacché quella corrente risaliva ancora al 1646, a norma del decreto del Serenissimo Collegio datato 28 gennaio e, pertanto, andava rinnovato.
Oltretutto, all’epoca del suddetto catasto, Laigueglia era solo “soggiorno di pochi marinai, e pescatori”, ma non passò molto tempo che la stessa venne a superare il capoluogo in benessere e ricchezza.
Da notare, poi, che “nell’antico catasto non vi erano registrate, né potevano esservi le fabbriche fatte in appresso dagli Opulenti Laigueglini, le quali perciò erano esenti da ogni carico”.
Ben si comprende allora l’urgenza di procedere ad una nuova stima dei beni della giurisdizione, tanto più che a subirne il maggior aggravio erano le persone più indigenti, costrette a pagare le avarie, pur non vantando alcun possesso di terreni.
Fu così che la Comunità di Andora, per porre rimedio a questi inconvenienti e disordini, nell’anno 1769 finanziò una nuova caratata, che le costò la somma di lire cinque mila.
Per l’occasione, venne confezionato un nuovo registro “diviso in cinque distinti Libri, vale a dire un Libro per ogni Quartiere, talché ciascuno avesse il suo peculiare Catastro, ed a proporzione del più, o meno registro di ciaschedun Quartiere, fosse con giustizia distributiva ripartito egualmente il peso dei distagli”.
Inutile dire che anche in questa circostanza i Laigueglini trovarono il modo per osteggiare gli Andoriani.
A tale scopo, i Consoli dell’Università, l’11 marzo 1771, intentarono una causa davanti al Magistrato delle Comunità, affinché la nuova caratata non venisse approvata; costoro fecero tanto che l’anno successivo la stessa venne dichiarata nulla ed inattendibile.
Invero, la Comunità non si arrese e nel 1783 lo stesso Angelo Maria Anfosso, in qualità di Anziano, propose una nuova caratata, la quale, però, ancora negli anni presi in considerazione dai documenti in discorso, rimase lettera morta.
Ancora una volta, motivo del contrasto era uno solo: mentre, infatti, i Laigueglini pretendevano che il nuovo catasto fosse eseguito per mezzo della “canellazione” dei fondi, ossia in base ad una misurazione degli stessi, diversamente, gli Andoriani ritenevano più equo e giusto, tanto per i facoltosi, quanto per i poveri, che venisse praticato il metodo dell’estimazione reale, come, del resto, era stato deliberato dai Serenissimi Collegi con decreto 27 dicembre 1783.
 
5. IL BOICOTTAGGIO DELLE PUBBLICHE ADUNANZE E LA DIMORA DEL MEDICO COMUNALE
Più sopra si è detto che il quartiere di Laigueglia era di gran lunga il più importante per ricchezza e popolazione, tanto è vero che i molti soprusi e le frequenti vessazioni che la Comunità di Andora ebbe a soffrire da parte di Laigueglia sono imputabili al fatto che la seconda, da sola, era  più potente.
Senonché, non bisogna dimenticare che Laigueglia era la meno rappresentata nelle cariche comunali.
Come si è visto erano anni che detta frazione ambiva guadagnarsi uno spazio maggiore all’interno della Comunità, e fu, per l’appunto, in occasione del convegno del 1605 che la stessa riuscì ad ottenere che, ogni anno, venissero eletti un Anziano e un Censore tra i nominati del suddetto quartiere.[13]
Eppure, le mire politiche dei Laigueglini non si fermarono qui.
L’oppressione, che soffriva la M. Comunità dal suo membro della Villa di Laigueglia, non consisteva soltanto nella contravvenzione ai Sovrani Decreti, ai Contratti solenni, alla ragione, all’equità circa la residenza del M. Giusdicente, all’esigenza, ed appropriazione ingiusta delle gabelle, ma va più oltre fino a non potersi nei pubblici Parlamenti, o Consigli deliberare proposizione alcuna tendente al Pubblico bene, qualora non sia di capriccio a quei di Laigueglia, che tanto si adoperano, o con secrete macchine, o con aperta violenza, onde loro riesca di storcela a proprio comodo. Una prova manifesta è lo stabilimento di un medico per quel territorio”.
A questo riguardo, va osservato che la nomina di un medico, che espletasse la sua professione in via esclusiva nel territorio di Andora, era considerata cosa utile, soprattutto, per le persone più povere, che per la maggior parte risiedevano, appunto, in quella zona.
Si comprende, allora, quanto fosse ingiusta, nonché immorale la resistenza dimostrata dai Laigueglini, tanto più che gli stessi disponevano già di un loro medico.
“Ingiusta era l’opposizione, perché, quantunque nella Villa di Laigueglia vi fossero tanti Professori, quanti ne conta la facoltà Medica di Mompelieri, e di Londra, e che ognuno degli Abitanti di Laigueglia potesse stipendiarne molti a suo privato servigio, pure, siccome nel territorio intero non tutti sono benestanti, deve la M. Comunità come provvida Madre, pensare a provvedere a tutti gli Individui di Essa, e specialmente a’ Poveri, ed anzi la Villa di Laigueglia, come più Opulenta, avria dovuto concorrervi con sborso maggiore, ed i redditi delle gabelle, che esigono, e si appropriano i Laigueglini, Dio sa in qual maniera, sarebbero stati pur troppo bene impiegati, nell’onorario di un esperto Medico, al che moltissimo ancora sopravanzerebbe”.
Nonostante tutto, la Comunità di Andora riuscì ad ottenere la nomina di un medico il 16 giugno 1754; esso, però, si rivelò un successo effimero, perché un ventennio più tardi (il 2 giugno 1776) la dimora del medico venne riportata in Laigueglia.
Tale pronuncia non fu priva di conseguenze, soprattutto, perché, a causa della non poca lontananza delle ville di Andora da Laigueglia, vi era la necessità di fornire il medico di una cavalcatura e se a ciò si aggiunge il pagamento di sei soldi per ogni visita, è facile immaginare perché, alla fine, i più poveri preferissero rinunciare alla sua assistenza.
 
6. LA SEPARAZIONE
La Comunità di Andora aveva, insomma, le mani legate; non c’è da stupirsi, dunque, che, ad un certo punto, la stessa abbia desiderato di essere sciolta da quelle catene.
E siccome costoro (i Laigueglini) si erano posti in uno stato d’indipendenza, e sostanzialmente segregati, operando tutto ciò, che a loro piaceva in rapporto ai loro affari, così li quattro Quartieri della M. Valle di Andora, egualmente possano con pari libertà provvedere a se stessi senza di quei di Laigueglia, che per eternizzare l’ingiusto loro predominio, sconvolgevano, e perturbavano mai sempre le provvisionali più vantaggiose alla M. Comunità.
Tale si è la viva fiducia dei poveri Andoriani animati dall’inalterabile Suprema giustizia di V. V. SS. Serenissime, e sperando il M. Angelo Maria Anfosso Deputato per Essi, di godere delle immancabili giuste provvidenze del Trono Serenissimo, col più profondo ossequio umilmente s’inchina, e fa a V. V. SS. Serenissime profondissima riverenza”.
Con queste parole si conclude, così, il lungo documento dedicato alla esposizione delle pretensioni della Comunità di Andora a fronte dei numerosi “attentati” messi a punto dalla sua villa di Laigueglia.
Invero, la causa civile in questione si trascinò ancora per qualche anno, ma, alla fine, le richieste degli Andoriani vennero accolte.
Il 25 maggio 1794, infatti, il Senato della Repubblica accordò la tanto sospirata separazione, mettendo, così, fine ad un’unione, che se pur travagliata, durava ormai da quasi cinque secoli.[14]  
  
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[1] La frase riportata nel testo è tratta dal documento recante il titolo: “Elenco dei giuri e pretensioni delli quattro quartieri della M. Valle e Comunità di Andora contro il quinto quartiere della sua villa di Laigueglia presentato all’eccellentissima Giunta dei Confini dal Signor Angelo Maria Anfosso deputato in Genova per detti quattro quartieri di Andora”, Genova, Eredi di Adamo Scionico, MDCCLXXXV (1785).
[2] Questo era il nome con il quale, nei documenti in discorso, erano designati gli abitanti di Laigueglia; Andoriani, invece, era il nome dato agli abitanti di Andora.
[3] Resta salva la stampa, redatta tutta in latino, dal titolo: “Instrumento di convegno dell’anno 1605, 27 maggio stipulato fra li M. M. Anziani della M. Comunità di Andora e li Sindici dell’Università ossia Parrocchia di Laigueglia esposto dal Sig. Angelo Maria Anfosso deputato in Genova per li quattro quartieri della M. Valle di Andora alla savia comprensiva dell’Eccellentissima Giunta dei Confini commissionata dal Serenissimo Senato sulle pratiche del luogo di Andora con la sua villa di Laigueglia” ,Genova, Eredi di Adamo Scionico, MDCCLXXXV (1785). A questo riguardo si veda l’appendice n.8.
[4] P. Scotti, I toponimi di una carta della “Magnifica Comunità e Valle di Andora” (sec. XVIII), in Atti dell’Accademia di Scienze e Lettere, X, Genova, 1954, p. 118.
[5] La notizia è, peraltro, avvallata dalla preziosa testimonianza offerta dal manoscritto del già citato Sebastiano Badarò, p. 201.
[6] Ricopriva per quell’anno la carica di Podestà Pietro Maria Bacicalupo.
[7] Il documento in questione reca il titolo seguente: “Documenti e scritture riguardanti la M. Comunità di Andora e la sua Villa di Laigueglia dati alle stampe dal Sig. Angelo Maria Anfosso deputato in Genova per li quattro quartieri della M. Valle di Andora”, Genova, Eredi di Adamo Scionico, MDCCLXXXV (1785).
[8] Questa frase è tratta dalla stampa, avente il titolo: “Intavolamento di causa della M. Comunità di Andora col quinto quartiere della sua villa di Laigueglia e deliberazioni del Parlamento dei quattro quartieri di Andora senza l’intervento del quinto quartiere di detta villa Laigueglina e decreto del Serenissimo Senato alla detta M. Comunità permissivo di stampare”, Genova, Eredi di Adamo Scionico, MDCCLXXXV (1785).
[9] Questa frase è tratta dalla stampa: “Fatto della caosa vertente fra la Communità d’Andora con l’Università della Laigueglia, formato l’anno 1697”, Genova, Casamara, senza data di stampa.
[10] Le decisioni de quibus sono tratte dalla già citata stampa avente ad oggetto il Convegno tenutosi l’anno 1605.
[11] Le cifre qui riportate sono espresse in monete genovesi correnti; da notare che i punti stanno ad indicare le unità di conto in cui era suddivisa la Lira, vale a dire: i soldi e i denari. Sull’argomento in discorso si rinvia a quanto detto nel cap. VI, paragrafo n.5.
[12] Il termine “caratata” sta ad indicare il registro catastale in cui venivano elencate le parcelle dei beni fondiari, sia privati che comunali (normalmente pascoli e boschi). Esso trae origine da “carato”, che era, appunto, il nome dato ad ogni singola parcella in cui erano divisi i beni. Peraltro, i registri servivano di base per determinare la contribuzione annua (detta avaria ordinaria) che i comuni dovevano versare alla Repubblica, il cui importo era ripartito per una parte (di solito i 2/3) sul valore catastale delle terre e per il resto sui capifamiglia da 17 a 70 anni (esclusi i miserabili, gli assenti e gli ammalati cronici).
[13] Nel documento relativo al convegno si legge: “Item acto, quod in electione, & creatione Officialium Communitatis omni anno facienda per publicum Parlamentum, sive majus Consilium Andoriae de Antianis, & Censoribus, teneantur eligere, & deputare unum ex Antianis, & alterum ex Censoribus dicti Loci Aquiliae, & in eo habitantibus, qui Antianus, & Censor serviant pro omnibus Officialibus spectantibus ad dictnm Locum Aquiliae, & ad tollendas confusiones, quae sorsitan oriri possent in creatione seu electione ipsorum, censeatur, & remaneat electus ex nominandis Aquiliensibus, qui plura vota obtinuerit Antianus, & alter, qui pariter alios votis praecessrit, Censor”.
[14] Si precisa che le parti trascritte entro le virgolette sono tratte per la gran parte dalla stampa: “Li diritti della M. Comunità di Andora e la primazia del suo castello difesi dal M. Angelo Maria Anfosso deputato in Genova nanti al Serenissimo Senato dagli attentati del quartiere di Laigueglia altra delle Ville di detta M. Comunità di Andora”, Genova, Eredi di Adamo Scionico, MDCCLXXXV (1785).



Il presente contributo è tratto dalla Tesi di Laurea in Storia del diritto italiano dal titolo; “Atti criminali della Curia di Andora in età moderna” con il prof. Vito Piergiovanni, Università degli Studi di Genova, Facoltà di Giurisprudenza, anno accademico 2000-2001.
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