PERSONAGGI ANDORESI - Andora nel tempo

Andora nel tempo
Andora nel tempo
iniziativa ideata e realizzata da MARIO VASSALLO
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PERSONAGGI ANDORESI

STORIA E DOCUMENTI > CURIOSITA' STORICHE
PERSONAGGI ANDORESI
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MARINO VEZZARO
(Mario Vassallo)
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Marino Vezzaro (Tovo San Giacomo 29 luglio 1934 - Diano Marina 17 marzo 2020), residente ad Andora dal 1946.
Ex dipendente ENEL, collezionista e con la passione per la fotografia, si dedica alla raccolta di foto, cartoline d'epoca e documenti relativi ad Andora e ad altri paesi della Liguria.
A partire dal 1992 pubblica cinque libri su Andora, alcuni dei quali illustrati anche dai disegni di Adriano Lunghi, con i quali ripercorre e ravviva i ricordi principalmente del Novecento andorese.
In particolare, il quarto viene realizzato con l'aiuto di Don Umberto Costa e si estende alla descrizione delle architetture religiose non solo andoresi, ma dell'intera Valle del Merula.
Nel 2019 mette a disposizione di Mario Vassallo la sua preziosa collezione fotografica e documentale privata, permettendone la trasformazione in versione digitale e collaborando fattivamente alla realizzazione di "Andora nel tempo".
Nel marzo 2020 viene a mancare, lasciando una preziosissima eredità fatta di passione, testimonianze, documenti, foto e ricordi di Andora e per tutti gli andoresi.
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ADRIANO LUNGHI
(Mario Vassallo)
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Adriano Lunghi (Dino Marina 8 gennaio 1932 - Albenga 5 agosto 2015), cittadino andorese, è stato protagonista della vita politica, commerciale ed artistica di Andora.
Assessore all'edilizia e vice-sindaco nella Giunta Momigliano durante di anni '70, ha svolto per decenni le attività di geometra e albergatore.
Da molti definito uno "spirito libero", è stato soprattutto un artista e pittore dall'estro e dal talento innegabili, lasciando ai posteri numerose opere, sia ad olio che ad acquerello, oltre a pregiate ed elaborate ricostruzioni a china del Castello dei Clavesana e dell'intero borgo medioevale andorese.
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DON MICHELE BAZZANO
(Maria Teresa Nasi - Mario Vassallo)
(Foto per gentile concessione Piero Dagati e Collezione Privata - Marino Vezzaro)
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Foto per gentile concessione Piero Dagati


Michele Bazzano, nato a Sassello il 20 dicembre 1927 e deceduto ad Andora il 15 novembre 2020.
Ordinato sacerdote il 29 giugno 1951, caratterizza la vita spirituale e sociale andorese per vari decenni, insieme al fratello Giuseppe (Sassello, 15 ottobre 1925 – Andora, 8 settembre 2020 – ordinato sacerdote il 16 giugno 1949), che sarà Arciprete della Parrocchia del Cuore Immacolato di Maria in Andora dal 13 novembre 1966 al 30 giugno 1992 e con l’aiuto nelle mansioni domestiche da parte della sorella Anna..
Vice Parroco ed economo spirituale della Parrocchia di San Giovanni Battista in Andora dall’1 febbraio 1954, diventa Arciprete della stessa l’1 ottobre 1960 e succedendo all’Arciprete Don Raffaele Biehler.
Economo spirituale della Parrocchia di San Bartolomeo in Andora dall’11 ottobre 1967 (succeduto a Don Ambrogio Perato) all’1 gennaio 1969.
Parroco della Parrocchia di Sant’Andrea di Conna in Andora dall’1 febbraio 1975.
L’1 novembre 1992 viene nominato Amministratore Parrocchiale della Parrocchia di San Pietro in Andora, succedendo all’Arciprete Don Ambrogio Perato.


Foto per gentile concessione Piero Dagati
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Fine anni 50, inizio anni 60: nuovo parroco di San Giovanni Don Michele Bazzano.
La Parrocchia comprendeva, oltre San Giovanni, tutto il territorio della attuale Parrocchia del Cuore Immacolato di Maria.
La Parrocchia era uno dei pochi punti di incontro della comunità.
Ci si ritrovava sulla piazza della chiesa dopo la Messa festiva.
Era una delle poche occasioni di aggregazione e Don Michele, in quegli anni, aveva messo a disposizione della comunità alcuni altri punti di incontro: una saletta dentro la Canonica, dove vi era uno dei primi televisori.
Al sabato sera la saletta era affollata per le trasmissioni di “Campanile sera” e poi di “Lascia o raddoppia”.
Alla domenica pomeriggio per i ragazzi erano a disposizione la visione dei Cartoni Animati di “Hanna e Barbera”, “Braccobaldo”, “L'orso Yoghi”, “Il Gatto Silvestro”.
Nell’Oratorio di Santa Caterina vi era una vera sala giochi con calcio balilla e tavoli da ping pong, per i periodi freddi; inoltre, vi era a disposizione, tutta la settimana, il campo sportivo.
Il sabato pomeriggio ritrovo di molti ragazzi di Andora.
Nei primi Anni 60, Don Michele insegnante di religione nelle scuole medie, aveva organizzato per diversi anni un torneo di calcio a cui partecipavano numerosi ragazzi di Andora, divisi per zone, da cui prendevano nome le squadre: San Giovanni, Rollo, Pineta, Mezzacqua: arbitro di tutte le gare Don Michele.


Franco Crivelli, Sergio Torrengo, Antonio Codino, Gino Dabroi, Giuseppe Colombo, Mino Giordano, Marino Vezzaro e l'arbitro Don Michele Bazzano.
Foto Collezione Privata - Marino Vezzaro

 
Molti gli eventi durante il corso dell’anno a cui si deve un grazie al nostro Don Michele:
  • Festa di Carnevale, con maschere e l'immancabile tiro alla pignatta piena di coriandoli e caramelle;
  • Giovedi Santo, riservato ai ragazzi che dopo il rito eucaristico e la confessione ricevevano dal Don un uovo Pasquale;
  • la Festa del Corpus Domini, con infiorate e lunga processione dalla chiesa di San Giovanni alla Ferraia e all’ ex passaggio a livello;
  • la Festa di San Giovanni, con lotteria, giostrina, banco dei dolciumi; la partita a calcio, molto sentita, tra San Giovanni e Marina;
  • a Novembre, la Festa del Ringraziamento, con la partecipazione delle autorità comunali e dei contadini con i loro mezzi agricoli per la rituale benedizione (ripresa dall’usanza già portata avanti dal predecessore Don Raffaele Biehler);


Foto Collezione Privata - Marino Vezzaro

  • a Natale veniva allestito un grande Presepio meccanico e luci giorno-notte nei locali dell’Oratorio di Santa Caterina.
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DON GIUSEPPE BAZZANO
(Don Stefano Caprile)
(Foto per gentile concessione Piero Dagati e Don Stefano Caprile)
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Foto per gentile concessione Piero Dagati

Nel novembre 1966 nasce la Parrocchia Cuore Immacolato di Maria.
Il primo parroco è don Giuseppe Bazzano e da quel novembre don Giuseppe inizia ad essere per Andora non solo il parroco, ma anche un punto di riferimento fondamentale.
Don Giuseppe nasce a Sassello (SV) il 15 ottobre 1925, da Stefano e Silvia Badano.
È il secondo di tre fratelli: Anna e Michele; trascorre la sua infanzia nel paese natale partecipando alla vita della Parrocchia dove coltiva il germe della vocazione, fino ad entrare nel Seminario Vescovile di Albenga, dove poi lo raggiunge anche il fratello Michele.
Viene ordinato diacono il 02 aprile 1949 e consacrato presbitero il 16 giugno dello stesso anno. Avendo vinto il concorso per diventare parroco, come previsto dall’ordinamento vigente in quel periodo, il suo primo incarico pastorale è la Parrocchia di San Michele Arcangelo in Villatalla (IM).
Trasferito a Diano Marina come Vicario parrocchiale della Parrocchia di Sant’Antonio Abate, si interessa soprattutto delle attività giovanili della parrocchia e contestualmente è insegnante di religione cattolica nelle scuole.
Il 13 novembre 1966 diventa parroco della neo-eretta Parrocchia Cuore Immacolato di Maria in Andora, che spiritualmente riceve dal fratello don Michele che ne aveva già iniziato, come parroco di San Giovanni, la costruzione.


Foto per gentile concessione Piero Dagati

Il periodo che don Giuseppe vive come parroco ad Andora rappresenta certamente l’apice del suo ministero sacerdotale; oltre al servizio in parrocchia partecipa a molteplici iniziative di movimenti e associazioni laicali (Azione Cattolica, Cursillo e molte altre), attuando il rinnovamento delineato dal Concilio Vaticano II.
Nel suo ministero andorese don Giuseppe è parroco a tutto tondo, attento a tutte le necessità e a tutte le persone, dai bambini e ragazzi, ai giovani, agli adulti e agli anziani.
Acquista particolare affetto per don Giuseppe il gruppo giovani (classe 1964 e classi vicine) che cura con amore e dedizione, i cui membri restano fortemente a lui legati per sempre.
I miei ricordi di don Giuseppe risalgono alla mia fanciullezza.
Oltre ad avermi amministrato il Battesimo, ha poi accolto la mia prima confessione (e molte altre dopo), mi ha offerto la prima Comunione, mi ha accompagnato alla Cresima (l’ultimo anno, già “pensionato”, come catechista).
Una volta mi ha anche richiamato dall’altare al termine di una omelia della domenica, perché non riuscivo a stare fermo nella panca (ero un po’ turbolento), un evento che, per certi aspetti, ho voluto leggere come un “segno della chiamata divina” al ministero sacerdotale.
Poco per volta, ho iniziato a prendere confidenza con lui e trascorrevo molto tempo con lui in ufficio parrocchiale, semplicemente a chiacchierare, mentre sbrigava il suo lavoro di ufficio.
Don Giuseppe arrivava in Chiesa molto presto la mattina, lo so perché me lo ha confidato lui non perché io fossi presente, spesso intorno alle 06,30; pregava anzitutto la Liturgia delle Ore (il Breviario) e in seguito apriva la Chiesa, intorno alle 07.
Al pomeriggio intorno alle 16,15, quando la Messa celebrava alle 17, apriva la porta della sagrestia, portava il calice all’altare (avevo imparato ad aiutarlo in questi piccoli compiti), si vestiva con il camice e si disponeva alla preghiera del Rosario, e qualora si fosse presentato qualche penitente, era disponibile per ascoltare le Confessioni, ministero che ha mantenuto per moltissimi anni aiutando don Rinaldo e poi anche me nei primissimi passi del mio ministero andorese.  
Dopo aver lasciato la Parrocchia della Marina di Andora, don Giuseppe ha seguito da vicino la parrocchia di San Pietro a Molino Nuovo, dopo la morte di don Ambrogio Perato, da subito affidata inizialmente a don Michele e poi allo stesso don Giuseppe.
Di quel periodo ho ricordi bellissimi legati alla mia passione per la musica e alla gioia di svolgere il primo servizio da Diacono proprio a don Giuseppe la mattina del 29 giugno 2005, alla festa di San Pietro.



Inoltre ho potuto apprezzare ancora la bella attenzione che don Giuseppe riservava ai suoi parrocchiani, cominciando dai bambini del catechismo, fino agli anziani che regolarmente visitava portando loro il conforto dei Sacramenti. Ha sempre mantenuto l’abitudine di andare a fare la spesa a Molino, probabilmente proprio per creare l’occasione di incontrare, non solo in Chiesa, le persone che gli erano affidate.
Anche dalla canonica della parrocchia di San Giovanni, don Giuseppe era per molti andoresi un punto di riferimento significativo di ascolto, di confronto, di incoraggiamento, sempre fiducioso anzitutto in Dio e nella Divina Provvidenza, ma anche dei doni che la Provvidenza con abbondanza elargisce su ogni persona.
Il suo cristiano ottimismo riusciva a dare forza, coraggio, infondere fiducia nelle persone.
Molti ricordano che dopo un colloquio con lui l’animo era certamente rinfrancato, rasserenato e rinvigorito.
Con lo stesso cristiano ottimismo, don Giuseppe ha saputo accogliere anche la malattia, il brutto “Sarcoma dei tessuti molli” che ce lo ha strappato.
La sua fede rocciosa e serena gli ha permesso di vivere anche la malattia nella luce di Cristo crocifisso e risorto, fino all’incontro definitivo con il Signore.
Don Giuseppe ha chiuso gli occhi a questa vita terrena nel giorno in cui la Chiesa celebra la Natività della Beata Vergine Maria, l’08 settembre 2020, all’età di 94 anni.
Tutta la comunità andorese non può che essere grata al Signore per il dono di don Giuseppe, per avercelo dato come pastore, guida, sacerdote, per molti anni.
Chi lo ha conosciuto custodisce gelosamente nel cuore i ricordi più preziosi, i consigli, le sue parole come un tesoro da condividere e tramandare.


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DARIO DEFENDI
(pagina in costruzione)
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DARIO DEFENDI

(PAGINA IN COSTRUZIONE)


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FERNANDO SIFFREDI
(Mario Vassallo)
(Foto per gentile concessione Famiglia Siffredi Conselvan, Mauro Demichelis, Collezione Privata Marino Vezzaro, Maria Teresa Nasi, Famiglia Lesage)
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Foto per gentile concessione Famiglia Siffredi Conselvan


Fernando Siffredi, classe 1931, noto agli andoresi per avere a lungo condotto la gestione del bar-latteria di via A. Doria, da tanti affettuosamente ricordato per la sua coinvolgente e spontanea allegria, sempre pronto ad allietare con aneddoti e barzellette che donassero e strappassero un sorriso a chi capitava di incontrarlo.

La Befana/Fernando con il piccolo Mauro
Foto per gentile concessione Mauro Demichelis

A tutti i bambini, e non solo, degli anni ’70 e ‘80, resterà indelebile la figura della Befana, che Fernando impersonava con caratteristico travestimento, con un grande sacco da cui lanciava e dispensava caramelle, creando una sorta di processione frequentatissima che si accalcava tra via A. Doria e piazza Doria; le stesse caramelle che non potevano mancare come dono ogni volta che i bimbi entravano nel suo locale.

  
Grandi e piccini intorno alla Befana/Fernando in via Andrea Doria
Prima foto per gentile concessione Collezione Privata Marino Vezzaro - Andora; seconda foto per gentile concessione Famiglia Lesage Ferrando

E come dimenticare le sue incursioni scolastiche e natalizie in veste di Babbo Natale!!
Una spontanea e festosa attrazione, un amico per grandi e piccini.

  
Fernando/Babbo Natale
Foto per gentile concessione Maria Teresa Nasi

Voglio ricordarlo con un aneddoto curioso, e forse non a tutti noto, che mi è stato raccontato.

Siamo nella seconda metà degli anni ’60 del secolo scorso, verso la fine del decennio: via Andrea Doria è pressochè ultimata, almeno nel tratto iniziale verso il mare, ed insediata con tutti i “nuovi” negozi.
L’affluenza turistica è in esponenziale aumento, ma il sedime stradale resta sterrato, polveroso e fangoso quando piove.
I negozianti si aspettano che l’Amministrazione Comunale, guidata dal Sindaco Momigliano, provveda a risolvere la situazione, completando la pavimentazione stradale con l’asfaltatura, che però tarda ad arrivare, nonostante le ripetute richieste e segnalazioni.
Sorge così il dubbio che le risorse, o meglio le attenzioni, siamo più rivolte alla zona di Pinamare che è in corso di sviluppo.
Il tratto di via Andrea Doria tra l’Aurelia e via Clavesana sta diventando velocemente un nuovo centro di riferimento commerciale e cittadino e tra le attività che vi si sono insediate c’è un po’ di tutto: bar-latteria, pescheria, tabaccaio, alimentari, ecc.
Quando piove, si formano le pozzanghere: una in particolare piuttosto estesa e persistente, difficilmente aggirabile e che allaga un tratto stradale, con disagio regolarmente segnalato alle autorità ed altrettanto regolarmente disattesa ogni lagnanza.
Tra i commercianti presenti c’è Fernando (gestore del bar/latteria a fianco al tabaccaio “Gè” – Angelo Risso), noto per essere un burlone, il quale conosce attentamente le abitudini giornaliere e le frequentazioni del Sindaco.
Un bel giorno, dopo che era piovuto in abbondanza, circa all’ora in cui sapeva che il Sindaco sarebbe passato per quel tratto di via Andrea Doria, entra da “Gè” e si fa dare un sigaro, poi nella vicina pescheria si fa prestare un grosso pesce.
Si accomoda sul marciapiede, attacca il pesce ad una canna da pesca, lo posiziona accuratamente al centro della grossa pozzanghera, imbocca il sigaro e si mette pazientemente in attesa del Sindaco: tutta la gente di passaggio si ferma per vedere cosa sarebbe successo.
Tra le persone che si raccolgono ad osservare c’è anche un fotografo/giornalista (probabilmente chiamato appositamente per l’occasione?), il quale immortala la scena all’arrivo del Sindaco Momigliano.
Si racconta che la foto sia stata pubblicata su un quotidiano locale, ma indipendentemente da ciò e forse “solo per pura coincidenza”, in brevissimo tempo via Andrea Doria fu completata con l’asfaltatura e si risolse l’ormai annosa questione delle pozzanghere e dei disagi per commercianti e passanti, anche grazie alla “determinata” allegria di Fernando.


Via Andrea Doria prima di essere asfaltata.
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UN COSTRUTTORE ANDORESE - UMBERTO ROSSI
(Mario Vassallo)
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Passata la Prima Guerra Mondiale, una famiglia proveniente dal Genovesato, nei dintorni di Cogoleto, si trasferì a Andora, insediandosi ed acquisendo le proprietà terriere sul versante del poggio di San Damiano, nella località localmente conosciuta come “Ca giànca”.
La denominazione locale era dovuta alla presenza di un rudere, chiamato appunto “ca giànca” (casa bianca) a causa del colore di ciò che restava delle murature.
L’edificio era bruciato durante la prima Guerra Mondiale e si raccontava che in precedenza, in tempi antichi, fosse stato un “convento” di monache legate al Priorato di San Martino.
Il “capofamiglia”, Bartolomeo “Ciumè” Rossi (classe 1891), era un contadino, che aveva lavorato come “mastro d’ascia” nei cantieri navali del genovese e per questo motivo molto abile con gli utensili da taglio, con i quali era diventato un esperto potatore.


Bartolomeo "Ciumè" Rossi
Foto per gentile concessione Giusi Rossi

La proprietà famigliare è caratterizzata da alcuni ettari di terreni, per la maggior parte collinari e boschivi, concentrati principalmente in un unico grande appezzamento, all’interno del quale la famiglia si era insediata in un piccolo edificio rurale esistente, successivamente sistemato ed ampliato, per poi spostare successivamente la propria residenza in altri due ulteriori insediamenti costruiti nel corso degli anni.
In un periodo difficile, con la vita dura tipicamente contadina, nel corso del primo decennio di permanenza andorese, la famiglia cresce con l’arrivo di due figlie e, per ultimo un figlio.
La figlia primogenita Olga (classe 1919) avrà una vita famigliare segnata da eventi dolorosi, perdendo prima l’unica figlia in giovanissima età, a cui seguiranno lutti coniugali; la vita della seconda figlia Gina (classe 1921), promettente pianista ed insegnate di musica, sarà stroncata da una “penna – bomba” lanciata da aerei in tempo di guerra e ritrovata accidentalmente, poco lontano da casa, subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale (1945).
Il figlio Umberto (classe 1929), mandato a studiare in collegio, tornerà diplomato Perito Agrario, ma sarà conosciuto da tutti come Geometra, grazie alla sua abilità con cui si proporrà e realizzerà, non solo come progettista, ma principalmente come costruttore edile.


Umberto Rossi
Foto per gentile concessione Giusi Rossi

Negli anni ’50, in un periodo concomitante con l’inizio dello sviluppo edilizio andorese, con spavalderia, coraggio e determinazione (caratteristiche tipiche del suo carattere e che lo contraddistingueranno sempre), Umberto legge bene il cambiamento in atto, sfruttando l’acquisizione dei terreni di proprietà famigliare e successivamente vendendoli in piccoli lotti per la realizzazione di villini che andranno progressivamente a formare il “Villaggio Ca bianca” a confine con la zona di Mezzacqua.
Ogni lotto viene venduto mantenendo dei diritti che legano i nuovi insediamenti ad una sorta di consorzio gestito con pieno potere decisionale da Umberto; per quasi tutti si occupa della progettazione dei fabbricati da realizzare ed anche della costruzione.
In breve tempo, con queste piccole operazioni immobiliari, Umberto si finanzia ed organizza una vera e propria impresa edile, che gli permette di avventurarsi in interventi di maggiore entità, sfruttando in parte i terreni di proprietà ed in parte agendo con convincimento ed acquisizione dei terreni delle famiglie contadine confinanti, eseguendo vere e proprie lottizzazioni.


Umberto in via Fontana
Foto per gentile concessione Giusi Rossi

Intanto si manifesta la sua eclettica creatività con la costruzione di una torre radio presso la propria abitazione di residenza e, poco lontano, un maneggio privato che si affaccia sulla “strada di Noceto”, nonché un acquedotto privato e, “come vezzo personale” viene adattato il nome di “Ca bianca” all’edificio di residenza, “spostando” il nome dalla originaria destinazione (l’antico fabbricato bruciato e diruto): nei tempi successivi, a livello locale, sarà sempre identificato con tale nome l’edificio principale di residenza, perdendo completamente la percezione ed il ricordo di ciò che preesisteva.


Il maneggio nella strada di Noceto
Foto per gentile concessione Andreino Ordano


Nella foto, Umberto arrampicato sulla torre radio presso la sua residenza
Foto Berto Vassallo

Quest’ultimo aspetto caratterizza curiosamente un servizio di “pubblica utilità” portato avanti per circa 30 anni:
  • in un terreno di proprietà a lato della “strada di Noceto” (attuale autolavaggio di via San Lazzaro), era stato realizzato, in tempi precedenti, un pozzo necessario all’irrigazione dei terreni famigliari coltivati, il quale aveva una portata idrica notevole e in tutti i periodi dell’anno;
  • sopra al pozzo era stato realizzato un “casottino”, una piccola costruzione in unico locale di poco meno di 3 metri di lato, all’interno del quale erano state alloggiate 2 pompe idrauliche a motore elettrico, azionate ognuna da 4 pistoni collegati a pulegge; normalmente ne funzionava una, mentre la seconda era di riserva e/o utilizzata in alternanza alla prima, salvo sfruttarle contemporaneamente entrambe nei periodi di maggior richiesta idrica (ad esempio nel periodo estivo);
  • l’acqua “pescata” dal sottosuolo, tramite una tubazione in ferro per lunghi tratti esterna al suolo ed anche sospesa, veniva spinta in una vasca di accumulo edificata in sommità al poggio di San Damiano, in altro terreno di proprietà e distante dal pozzo circa 400 metri in linea d’aria;
  • questo serbatoio era stato costruito nel 1964 insieme a Renato Gagliolo (per tanti anni socio di Umberto nell’attività edile) ed era costituita da una vasca circolare in cemento armato, sospesa alcuni metri da terra per appoggio su pilastri; nella parte sommitale, a cui si accedeva da una scaletta esterna a pioli in ferro, era posizionato uno sportello metallico sotto cui si trovava un grosso galleggiante, che “comandava” l’accumulo e la “chiamata” alle pompe dal pozzo e poteva essere facilmente azionato manualmente, calandosi all’interno della vasca stessa;
  • da tale serbatoio, per caduta, venivano alimentate continuativamente oltre 200 utenze domestiche (ognuna dotata di proprio contatore), dislocate tra il “Villaggio Ca bianca” (fino a via Colombo) e la zona della “Bura” e di “Mezzacqua”;
  • tutta la manutenzione dell’intero impianto, tubazioni, pompe, letture contatori, consegna delle bollette, ecc. era effettuata da un solo operaio, il quale era lo stesso che, da solo, gestiva e si occupava anche le coltivazioni sui terreni dell’intera proprietà, mentre della parte contabile ed amministrativa se ne occupava prima la moglie Carla Preve e successivamente la segretaria Piera Laureri, in seguito sostituita da Rinangela Bologna;


Umberto e la moglie Carla Preve
Foto per gentile concessione Giusi Rossi

  • periodicamente venivano emesse “bollette” di pagamento relative ai singoli consumi effettuati dagli utenti;
  • una curiosità da rilevare è che tale acquedotto privato era in grado di soddisfare tutte le utenze, anche nei periodi di siccità che caratterizzarono il periodo degli anni ’70 – ’80, in cui il Comune dovette intervenire con autobotti e cisterne dislocate su varie parti del territorio comunale a causa della carenza idrica del proprio civico acquedotto;
  • tra la fine degli anni ’80 ed inizio anni ’90, l’acquedotto privato cessò l’attività e la proprietà mantenne il pozzo e le tubazioni sui propri terreni, cedendo vasca e restante impianto al Comune, il quale le inglobò “ad anello” all’interno del sistema di condutture comunali.



    

Arriviamo alla seconda metà e fine degli anni ’60 del Novecento.
Il Piano Regolatore prevede l’assurda realizzazione di un “serpentone”, una strada principale che partendo dal porto in costruzione dovrebbe tagliare in diagonale la piana sino a raggiungere località Garibbo, con la costruzione di un nuovo ponte sul Torrente Merula, nel tratto a monte del Seminario di Santa Matilde.
Alcune grosse proprietà verrebbero divise in modo dannoso e, pertanto, chi ha la possibilità di intervenire cerca di anticipare i tempi e soprattutto di investitori che in poco tempo piomberanno a speculare.
E’ così che nascono degli interventi edilizi che non si curano delle previsioni urbanistiche, costruendo edifici con consistenze e posizioni che inducono a cambiare progressivamente la scellerata pianificazione urbanistica del “serpentone” dando origine a lotti più squadrati e ad una rete viaria più regolare, costituita da strade tra loro “ortogonali”.
Umberto si impossessa di alcuni estesi lotti e le sue costruzioni di palazzine vanno a determinare la formazione di due tratti di strade di importanza “centrale” nel territorio andorese: via San Lazzaro e via dei Mille, con le figure societarie dell’Impresa Edile a suo nome e con la “Società So.Co.Re.A.” (Società Costruzioni Residenziali Andora).
Si comincia dagli anni ’60 con via dei Mille, nel tratto dal torrente Merula a via Doria, dove nascono le palazzine “Selene”, “Arianna” (unitamente al fabbricato destinato alla S.I.P.), “Venere”, “Minerva”, “Diana”.


Negli anni ’70 si interviene in via San Lazzaro con i complessi residenziali “Bouganvillee”, “Residenza dei Sei Capi”, “Shopping Center” e successivamente “Mida”, “Dailley”, “Richy”, spostandosi nello stesso periodo nella zona dell’ex Campeggio Meerblick, a ridosso della via Aurelia con la costruzione del “Margherita A” e “Margherita B”.



Tra la fine degli anni ’70 ed inizio anni ’80, si dedica ad una attività nel campo delle cromature, operando nei dintorni di Chivasso, ma tornando presto a studiare interventi nel campo delle costruzioni edilizie, che troveranno sfogo nel decennio successivo degli anni ’90, in cui sarà impegnato a ridosso di via San Lazzaro con gli interventi del “Mimosa 1” e “Mimosa 2”, nonché in Costa Azzurra, principalmente a Mentone, dove recupererà stabili di pregio architettonico.
L’attività costruttiva andorese terminerà nel nuovo millennio, con un’operazione immobiliare controversa, che lo porterà a realizzare, fronte mare sulla via Aurelia, il “Madonnina”, che gli procurerà lunghi ed inutili strascichi nelle aule di tribunale, per contestazioni varie, con una conclusione assolutiva finale dopo i vari gradi di giudizio.
Si conclude così l’attività di un costruttore edile andorese, protrattasi per circa 60 anni.
Umberto Rossi, il “Geometra” che geometra non era, andorese eclettico capace di capitalizzare le proprietà contadine di famiglia, un costruttore edile del posto che ha contribuito alla trasformazione del territorio locale.
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Posizione palazzine costruite da Umberto Rossi
Foto aerea GoogleEarth

Con gli interventi di edificazione realizzati si formano e si consolidano alcuni tratti stradali:
  • via dei Mille, via Usodimare e via A. Doria, andando a definire dei tratti stradali sino ad allora inesistenti, in quanto le aree interessate erano esclusivamente campi coltivati, in parte palustri;
  • via San Lazzaro, in allora “strada di Noceto”, dall’attuale autolavaggio sino a via Clavesana, andando a modificare definitivamente la vecchia strada conosciuta come “stradda du beùn” (odierna via San Lazzaro da via Colombo a via Clavesana);
  • via San Damiano, andando a modificare definitivamente la vecchia strada conosciuta come “stradda da braia” (odierna via San Damiano da via Colombo alla via Aurelia);
In particolare, l’intervento edificatorio che diede origine al complesso residenziale “Bouganvillee” fu realizzato in un appezzamento che di fatto avrebbe troncato di netto il tracciato del “serpentone” stradale urbanisticamente previsto, rendendo di fatto inattuabile e non più logica una simile pianificazione stradale, riducendola ad un tracciamento più regolare ed omogeneo, secondo forme “rionali” quadrilatere più ricorrenti ed evitando un taglio netto in diagonale della piana verso mare.
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MONS. IPPOLITO LUIGI AGOSTO - Vescovo di Nicopoli in Bulgaria
(Mario Vassallo)
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Fonte battesimale contenuto all'interno della Chiesa Parrocchiale di San Bartolomeo

Monsignor Ippolito Luigi Agosto, Vescovo di Nicopoli, nato a San Bartolomeo di Andora nel 1838 e morto in Bulgaria nel 1893.

Luigi Pietro Eleazaro Agosto, divenuto per vocazione Padre Ippolito di San Luigi, nacque il 29 giugno 1838 a San Bartolomeo di Andora da Giovanni Battista Agosto di Andora e Maddalena Divizia di Canneto di Stellanello.
Era il terzo figlio di onesti abitanti di San Bartolomeo, di condizione sociale che li annoverava tra i proprietari agiati della località.
Luigi Pietro Eleazaro Agosto fu battezzato il 1° luglio dal parroco Don Giovanni Arduino nella Chiesa di S. Bartolomeo di Andora e negli anni seguenti frequentò la Canonica per ricevere lezioni di grammatica.
Il parroco di S. Bartolomeo (come altri dell’epoca) impiegava il tempo disponibile all’istruzione della gioventù, insegnando il latino a coloro che dimostravano vocazione sacerdotale o religiosa, preparandoli per essere ammessi al Seminario Diocesano o al noviziato dell’ordine o della congregazione verso cui essi si sentivano attratti.
Entrò nel Seminario di Albenga e vi rimase per due anni.
Nel 1877, il Vescovo di Albenga - Mons. Pietro Anacleto Siboni, successore di Mons. Raffaele Biale, gli offrì una parrocchia importantissima se acconsentisse a rimanere nella Diocesi.
Partì per Roma nel mese di marzo del 1854.
A 16 anni, Padre Antonio (II) di S. Giacomo lo invitò a fare il suo noviziato nel ritiro dell’Angelo, presso Lucca, nella congregazione dei Passionisti, dove il Maestro dei novizi - Padre Pacifico di S. Giuseppe, gli cambiò il nome in confratello Ippolito di S. Luigi.
Il 29 marzo 1855 vestì l’abito della Passione ed il 30 marzo pronunciò i voti di Povertà, di Castità, di Obbedienza, oltre a quello di propagare il ricordo della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo (voto che contraddistingue la Congregazione).
Il 21 settembre 1861, riceveva l’unzione sacerdotale a Viterbo da Mons. Gaetano Bedini.
Venne chiamato a Roma ad insegnare Filosofia e poco dopo i suoi superiori, constatandone la preparazione all’apostolato, lo inviarono verso la Missione d’Oriente nel settembre 1867.
Venne sistemato ai piedi dei Carpazi sul fiume Aluta (Oltu), dove studiò il rumeno, tedesco, bulgaro e francese.
Nel 1870, Mons. Paoli gli assegnò la parrocchia di Rusciuk, una comunità cattolica composta da fedeli di varie culture e lingue.
Nel maggio 1873 fu inviato in Valacchia a Braila con 3.200 cattolici.
Il 28 luglio 1875 fu nominato Vicario foraneo, cercando di stimolare i villaggi e i missionari a fondare scuole e seguendo l'orientamento pastorale del Vescovo.
Nell’aprile 1877, la Russia invase le regioni danubiane e la Valacchia, appoggiando l’indipendenza della Romania; Rusciuk fu bombardata dai russi, subendo molte rovine, dando origine ad uno sfollamento generale che portò Padre Ippolito Agosto a fuggire verso Costantinopoli e poi a Brindisi.
Il 24 Febbraio 1878, Padre Ippolito Agosto rientrava a Rusciuk, trovando la casa missionaria non saccheggiata ed i soldati polacchi che stazionavano in città.
Poco dopo, nel settembre del 1878, venne nominato Vicario Generale di Bulgaria, con residenza a Beleni, da Mons. Ignazio Felice Paoli, ma dopo poco tempo chiese di essere dimesso da questa mansione e di poter tornare alla vecchia diocesi di Rusciuk.
Nella primavera del 1883, fu chiamato a Roma da Papa Leone XIII ed il 27 Aprile 1883 ricevette la nomina ufficiale di Vescovo di Nicopoli (con una bolla datata 23 aprile 1883 di Mons. Domenico Jacobini, arcivescovo di Tiro e segretario di Propaganda, con decorrenza 27 aprile, vigilia della festa di San Paolo della Croce), mentre Mons. Ignazio Felice Paoli diventava Arcivescovo di Bucarest.
Fu consacrato nella basilica dei Santi Giovanni e Paolo il 3 maggio 1883.
Da subito si dedicò a ristrutturare opere esistenti ed a creare nuove scuole, convitti e seminari.
Il 19 Febbraio 1893, Mons. Agosto partecipò al pontificale papale per il Giubileo di Leone XIII, nella basilica vaticana a Roma.
Si impegnò per sensibilizzare aiuti dall’Imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, Re d’Ungheria, riuscendo a costruire la Chiesa a Varna, con all’interno un altare in marmo bianco proveniente da Genova, dono nel 1896 del Console d’Italia G. B. Assereto.
Le tensioni derivate dai conflitti militari, politici e sociali, avevano causato la divisione tra i cattolici di Beleni, fomentata dagli ortodossi, da membri del governo civile, da un prete cattolico (un tempo favorito di Mons. Ippolito e diventatogli spietato nemico) e dai missionari stranieri.
Vanificato ogni tentativo di pacificazione, il Vescovo decise di emettere interdetto sul paese.
Nel novembre 1893, una rappresentanza di cattolici andò a Rusciuk, richiedendo di togliere l’interdetto e permettere ai fedeli volenterosi (che erano la maggioranza), di poter ricevere i sacramenti.
Mons. Agosto fu accolto dalla maggioranza dei fedeli con grande stima, mentre gli opponenti rifiutarono di dare le chiavi della chiesa di cui si erano impadroniti.
Le autorità civili presenziarono all’apertura della chiesa, dove il Vescovo celebrò la messa con la presenza di un grande numero di fedeli.
Gli oppositori presentarono al Vescovo delle richieste da sottoscrivere e, poiché egli ritenne di non poterle accettare, praticamente lo fecero prigioniero, vietandogli ogni contatto con altre persone.
Questi comportamenti e le pressioni subìte fecero precipitare le condizioni di salute di Monsignor Ippolito Agosto, già da tempo malato, che fu anche ostacolato nelle cure e nel poco nutrimento (solo latte) che potesse ricevere.
Nonostante tutto, Padre Enrico Doulcet e fratello Giovanni vollero e riuscirono ad accudirlo, senza abbandonarlo giorno e notte, nonostante i tentativi di allontanarli da parte dei rivoltosi.
A 52 anni, Mons. Ippolito Luigi Agosto morì il 3 dicembre 1893.
A questo punto, dai documenti sorgono due versioni in parte diverse tra loro.
La prima:
  • la morte di Mons. Ippolito Agosto fece fuggire i faziosi per paura della maggioranza dei cattolici che, volendo onorare il Vescovo con un funerale solenne, lo portarono a Dragomorov e poi a Rusciuk dove fu seppellito nel cimitero cattolico.
La seconda:
  • il corpo fu portato a Rusciuk per la sepoltura, dove rimase esposto per due giorni alla gente nella chiesa, onorata dai fedeli di fede cristiana, da scismatici e Turchi che lo avevano stimato, onorato ed amato durante la vita;
  • i funerali si svolsero il 10 dicembre, celebrati con solennità straordinaria da Mons. Roberto Menini, cappuccino, arcivescovo di Gangra ed amministratore apostolico del Vicariato di Sofia e di Filippopoli;
  • tutta Rusciuk era presente, come anche una importante delegazione della Chiesa ortodossa;
  • dopo la celebrazione, il corpo di Mos. Ippolito Luigi Agosto fu portato con un carro funebre attraverso le principali vie della città, tra una folla numerosissima e rispettosa, seguito da tutti i Consoli stranieri, le autorità civili bulgare ed i Padri Passionisti della Missione;
  • il corteo ritornò alla Cattedrale, dove il corpo fu collocato nella tomba che gli si era preparata al centro del Sacro edificio, con sopra una lastra di marmo con il proprio stemma a la seguente inscrizione:
 
D   O   M
A
HIC IN PACE QUIESCIT
HIPPOLYTUS AGOSTO
E CONGREGATIONE SS. CRUCIS ET PASSIONIS D. N. J. C.
EPISCOPUS NICOPOLITANUS
QUI CATHOLICAE FIDEI ZELO INCENSUS
IN HAC RUSCIUCHINI CIVITATE
SCHOLIS CONSTRUCTIS AC SANCTI MONIALIBUS ADVOCATIS
UTRIUSQUE SEXUS PUERORUM ET ADOLESCENTIUM INSTITUTIONI
CONSULUIT
TEMPLUM HOC A FUNDAMENTIS EREXIT
BELLINI IN CONCILIANDIS ANIMIS FRUSTRA LABORANS
CONTUMACIUM CONTTUMELIIS LACESSITUS
MOERORE POTIUS QUAM MORBO CONFECTUS OBIT
TAMQUAM BONUS PASTOR QUI ANIMAM DAT PRO OVIBUS SUIS
III NONAS DECEMBRIS ANNO DOMINI MDCCCLXXXXIII
AETATIS SUE LV
EJUSDEM CONGREGATIONIS MISSIONARII HOC GRATI ANIMI ET AMORIS
MONUMENTUM POSUERE
 
Il 15 luglio 1897 Monsignor Enrico Doulcet inaugurò nella sacrestia di Rusciuk un busto in pietra di Mons. Ippolito Luigi Agosto.
 

Lapide commemorativa affissa all'interno della Chiesa Parrocchiale di San Bartolomeo
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