MARCHESI NEI RICORDI POPOLARI - Andora nel tempo

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MARCHESI NEI RICORDI POPOLARI

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I MARCHESI MAGLIONI NEI RICORDI POPOLARI
(Alma Anfosso - Mario Vassallo)
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Le figure dei Marchesi Maglioni testimoniate dai ricordi di abitanti del luogo, raccolte e tramandate preziosamente da Alma Anfosso, con le parole della vedova di Guido Siffredi, Franco Giulla, Maria Pastorino, Domenica Marengo, Don Teodoro Noves, Rosa, Amalia, Maddalena e Carlotta Caviglia, Bernardo Ravera e Camilla Gaggino Ravera.
 
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STEFANO
“Era attivo, un po’ bisbetico, energico, esigente, meticoloso e pretendeva molto dai dipendenti”.
“Aveva la mania di osservare a lungo con il binocolo, attraverso le finestre di casa, i contadini intenti al lavoro nei campi.
Un giorno uno di questi, stufo di essere sorvegliato a quel modo, deliberatamente, lentamente allentò la cinghia dei calzoni, li calò, si curvò... e inquadrò il didietro nudo, ad angolo retto, nelle lenti del binocolo”.
Secondo alcuni ricordi, con indole di donnaiolo, ebbe figli fuori dai due matrimoni, rischiando molto per le dicerie, ma scansando ogni danno per la reputazione.
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MARCO
Marco era colto, autoritario ed irritabile.
Si dilettava a scrivere, lamentando il “disordine dell'archivio comunale”, il quale condizionava negativamente la ricerca storica.
“Quando si arrabbiava, facilmente ti allungava un calcio: che fosse forte o debole, non ha importanza: era sempre un calcio. Ma tra i suoi fattori ce n’era uno calmissimo.
Che ti fa, quel fattore? Prende il libro dei conti e incomincia a registrare anche i calci: per ogni calcio ricevuto, avere lire 5. Chissà la faccia del padrone, controllando il resoconto e sborsando quei soldi.
Chissà la voglia, contenuta, di sparare calci! ...”
Marco amava i cani e “Prediligeva un San Bernardo, Lion, di cui alla lapide, e inoltre Tell.
Come pianse, quando mori Lion . ..”.
“Era appassionato per la caccia, ma soprattutto amava uccellare con le panie...
Andava sempre al ‘Lampin’: c’era un grande olivo plurisecolare... Aveva tante uccelliere, che erano casette basse con finestrini; vendeva gli uccelli a Genova. Nella zona del Capo c’erano, oltre al ‘Lampin’, le ‘Bràie’, ‘U Binellu’, ‘U Giàin’, ‘A Rócca’, ‘U Chisciùn’... Ora ci sono i pini, e fra i pini le case, allora erano quasi tutti olivi...”.
“Nel tempietto i Signori andavano a prendere il te: nei caldi pomeriggi estivi, chiamavano i bambini del personale, perchè, mentre loro sorseggiavano il te, gustavano le paste e discorrevano, noi bambini gli facessimo fresco con le “bandeŗétte”, cioè con i ventagli... Le signore indossavano vestiti vaporosi, sfoggiavano acconciature morbide...”.
“L’undici novembre, per antica tradizione, …. si faceva la fiera di San Martino... C’era di tutto, in quella fiera, le più strane e disparate cose: conchiglie, ‘teste’ di giuggiole e di datteri nostrani, ricci con tutte quelle spine, galline, fichi secchi, nastri, trecce di capelli... I bambini si portavano dietro anche la capra, anche il gatto... Impazzivano di gioia, i bambini, in quella fiera...”.
“Sì, i bambini non stavano nella pelle e si davano un gran da fare, vendevano e compravano ‘ŝcciupétti’, sassolini e pezzi di vetro colorato levigati e depositati dalle onde, ‘rulétte’ che facevano rotolare fra i piedi della gente...”.



Marco Maglione, divenuto il Marchese Marco Maglioni alla morte del padre Stefano, da cui ereditò il titolo quale figlio primogenito, aveva una grande passione per la scrittura per la conoscenza, per i rapporti sociali, ma anche un carattere difficile, autoritario, scontroso ed irritabile, segnato dalla perdita della madre in periodo adolescenziale, seguito da un secondo matrimonio del padre, con arrivo di fratellastri con i quali non ha mai avuto grandi legami, evitando il più possibile rapporti famigliari con Giuseppe (il quale spesso sfogava con litigi arroganti, mentre con Umberto non c’erano particolari conflittualità, sebbene non esistesse una grande frequentazione).
Non sopportava la trascuratezza e leggerezza degli ambienti amministrativi, facendosi portavoce di iniziative e vere e proprie “petizioni” per il bene comune e per migliorare situazioni che a suo giudizio potevano essere gestite in modo migliore.
Da suo interessamento Andora ricevette una svolta significativa, corrispondente alla realizzazione del ponte sull’Aurelia, in prossimità della foce del torrente Merula, stravolgendo positivamente la percorrenza della via di comunicazione principale da e per gli altri centri edificati limitrofi.
Fu ripetutamente Sindaco di Andora, con una caratteristica che lo contraddistinse da tutti gli altri succedutisi prima e dopo di lui: non accettando la trascuratezza, a suo modo di vedere abituale, agevolato dalla passione e capacità per la scrittura, “accentrò” sulla sua persona tutte le cariche da scrivano e gestendo in modo presente, autoritario e da protagonista la vita amministrativa andorese dei suoi anni di mandato.
E’ così che lo troviamo Sindaco, firmatario sempre in prima persona e senza mai delegare il Consigliere Anziano (a differenza del fratello Giuseppe, che attratto da affari ed interessi personali fuori dal territorio andorese, nello svolgimento della propria carica di Sindaco di Andora figurava spesso assente, lasciando delega a membri del Consiglio Comunale e addirittura facendo firmare a nome suo, da altri gli atti amministrativi ufficiali), nonché redattore di ogni forma di verbale, sia che si tratti di sedute di Consiglio, che di semplice corrispondenza, atti di nascita, atti di matrimonio, pubblicazioni di matrimonio, atti di morte, atti vari d’anagrafe e di contabilità, compilazione di registri e gli immancabili indici su ogni registro ufficiale, rigorosamente scritti con “bella scrittura”, tenuti in ordine e pressochè quasi incredibilmente privi di correzioni e depennamenti.
Dagli atti scritti ufficiali emerge la figura di un “personaggio” che affronta la cittadinanza per sensibilizzarla e coinvolgerla nel trattare con consapevolezza il patrimonio comune, contribuire alle migliorie, senza mai tralasciare il piglio autoritario per non permettere digressioni e fare passare il tempo inutilmente.
Ha sicuramente agganci, conosce, frequenta e si fa frequentare da persone “in vista”, che contano un po’ in tutti i settori, a partire da quello politico, ma senza tralasciare la “mondanità culturale”.
Si distingue anche per vere e proprie crociate per Andora: chiede aiuto ed impegno alle istituzioni dell’epoca per poter attingere e ricevere fondi che permettano di migliorare il territorio ed i servizi sopra di esso e, quando le istituzioni non sentono e non aiutano, ci pensa in proprio; accende obbligazioni creditizie a proprio nome, in favore del Comune che amministra ed in cui vive, per Andora, presso istituti di credito del Piemonte, legati a figure sabaude, da cui la propria famiglia aveva ottenuto il titolo marchionale.
Mette a garanzia la sua parola, il suo nome, il suo impegno, i suoi beni, sapendo che quanto dato difficilmente gli sarebbe ritornato, ma lo fa lo stesso, e più di una volta: si indebita per Andora e per gli andoresi, senza nulla in cambio e senza che gli stessi agevolati dal suo sacrificio economico personale lo vengano a sapere, non facendo comparire i propri impegni garantisti in alcun documento amministrativo comunale.
Svolge anche attività di Avvocato, presso gli ambienti genovesi, spesso rappresentando membri della borghesia, ormai divenuta “nobiltà decaduta” di cui anch’egli fa parte.
Apprezza l’agiatezza, ma la posizione di marchese rappresenta un titolo più di nome che di fatto, perché la marca è un territorio marginale, a perimetro di un regno o di un possedimento e questa sua posizione periferica è più una concessione di un “privilegio” teorico che materiale, se non supportato da una forte capacità ed impegno in gestione di capitali derivanti da investimenti produttivi; la marca si basa in genere su appezzamenti e latifondi gestiti in affidamento a conduttori (mezzadri e coloni) che lavorano la terra e vivono dei suoi frutti, in assenza di interventi imprenditoriali che possano garantire una floridezza economica.
Il benessere marchionale finisce per tendere ad esaurirsi, complici gli impegni economici assunti a beneficio del Comune, insieme all’età che avanza e la posizione austera denota immancabilmente segni di declino, anche della figura “nobiliare locale”, in complicità con il “cambio dei tempi”.
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GIUSEPPE
Giuseppe era fondamentalmente razionale, provato dalla vita, travagliata dalle tragiche perdite famigliari subite e forse anche per questo rigido ed insofferente, superbo, ma anche generoso.
Aveva la tutela del fratello minore Umberto, muto e ritenuto “stravagante”, al quale aveva procurato una domestica che lo accudisse; Umberto, da sempre ribelle ed insofferente a questa tutela, a causa della accentuata diversità dei caratteri col fratello, la ricusò, perseverando a vivere solo.
“Pippo era superbo e gridava sempre, ma non menava e proclamava spesso e volentieri: - L’intelletto Dio me l’ha dato tutto a me!”
“Era capace, ma non faceva sempre bene i suoi affari; amava soprattutto andarsene a Diano e soggiornarvi, e infine vi si stabilì”.
“In memoria di sua moglie, Matilde, …. regalò la cappella che fu intitolata appunto a Santa Matilde.
Poi la cappella divenne chiesa e nel 1973 fu eretta in Parrocchia.
Avrebbe voluto costruire, nelle adiacenze, anche una specie di oratorio con annesso cortile, per farvi giocare i ragazzi. In memoria della figlia fondò presso il mare una istituzione a favore delle ragazze povere di Genova...”.
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UMBERTO
Umberto era sordomuto, estroverso e ottimista, amava gli animali e aveva anche dei cavalli, che il fratello Giuseppe gli fece togliere, forse ritenendoli pericolosi.
“Era buono!... Aveva estro e talento; dipingeva…. Amava la natura, le piante, gli animali…. Viaggiava molto, e dai viaggi portava a casa oggetti strani, dei quali gli piaceva circondarsi”
“Era affabile con tutti, rideva volentieri, era generoso... Giuseppe lo trascurava: gliene facevano di tutti i colori...”.
Possedeva la casa e le proprietà terriere di Castello e vi abitava, vivendo da solo, in buoni rapporti con i vicini, con i quali si intratteneva volentieri, a suo modo.
Era attivo. Faceva lunghe passeggiate e in casa si muoveva continuamente, specialmente sul grande terrazzo a Sud-Est, prospiciente anche, da lontano, la casa di Giuseppe.
Durante i viaggi affidava i suoi molti animali di varie specie alle cure di persone del vicinato.
Nel corso della seconda guerra mondiale ebbe la casa invasa dai “San Marco”.
In quel periodo, ormai anziano, si ammalò e la nipote Maria Ernestina (figlia di Marco), lo fece ospitare in un albergo di Alassio (dove risiedeva): ormai indebolito, non resistette a lungo a dover abitare fuori dalla sua casa al Castello.
Venne sepolto nel cimitero di San Giovanni, nella tomba di Marco, senza alcun epitaffio.
Dopo la sua morte, la casa e parte delle sue proprietà terriere furono acquistate da oriundi siciliani.
Conservo di lui un ricordo personale di quando ero bambina, riferito intorno agli Anni Trenta-Trentacinque. Allora, mi si impresse nitidamente nella memoria la figura di un uomo alto, vestito di grigio, tutto grigio, chino sul parapetto del terrazzo rosa ligure antico, in mezzo al verde, che “parlava” curiosamente e molto forte, rideva, gesticolava con vivacità. Lo vidi una sola volta: m’intimorì vagamente e mi affascinò.
“Era imponente, stravagante, bizzarro, portava le braghe alla zuava, gridava e minacciava spesso e volentieri, ma era un suo modo di fare”.
“Al tempo della prima guerra mondiale ricuperò un cannone, lo sistemò sul terrazzo e fingeva di caricarlo e di sparare... Gli piaceva camminare, specialmente inerpicarsi”.
Fece amicizia con un abitante di Bossaneto, che raggiungeva a piedi, e insieme salivano a Testico, in cerca di erbe con un abituale frequenza, tanto da essere soprannominati ‘Trippe e Favótti’.
A Testico il ricordo del marchese è rimasto nella memoria: si narra che “…. quando, negli spostamenti, usufruiva del carro, faceva salire cortesemente i contadini che percorrevano a piedi la stessa strada e in più, quando scendevano, regalava loro una moneta. Era sempre sorridente e gentile...”
“Faceva portare e trapiantare delle grandi piante di arancio con il frutto maturo, e noi a correre di nascosto a prendere le arance e a mangiarle, dopo avere collaborato al trapianto...”
“Metteva a bagno lo stoccafisso per la volpe ….” e c’era chi se lo prendeva e se lo cucinava.
“... Aveva scimmie, volpi, conigli e li teneva sul terrazzo... In un certo tempo ebbe anche due o tre cavalli, ma Pippo glieli fece togliere. Viaggiava molto e quando era assente portavamo noi da mangiare alle scimmie, legate sulla terrazza, oppure porgevamo loro il cibo su una lunga canna scheggiata ad una estremità, fichi, mandorle, peperoni...: mangiavano di tutto. I conigli trovavano sempre qualcosa da rosicchiare e stranamente, anche mentre lui era assente, ingrassavano e prolificavano: “U l’à camalàu tantu granùn”, da dare alle sue bestie...”
“Era un grande amante degli animali e delle piante: e di fare ciò che voleva, e di farlo a modo suo... La sua cucina era sempre piena di fumo: cucinando, assaggiava continuamente e, quando il cibo era cotto, la pentola a furia di assaggiare era già vuota... Ci buttava le caramelle dalla finestra, dopo avercele mostrate e averle fatte dondolare, ridendo... Una volta, avendo a casa sua giocato a carte e vinto, fu poi aggredito da chi aveva perso, pestato e derubato del portafoglio che conteneva anche tutti i suoi documenti, compreso il prezioso passaporto: in seguito gli fecero riavere i documenti e lui non disse nulla, non fece nulla... A volte veniva a trovarlo il Muto del Duomo: quanti discorsi a modo loro, quanto gesticolare, quanto ridere facevano insieme!... Aveva una cisterna (allora l’acqua si conservava nelle cisterne) e, mentre lui non c’era, noi bambini gli rubacchiavamo l’acqua per risparmiarci strada andando altrove ad attingerla: lui certo se ne avvedeva, ma non ci mosse mai alcun rimprovero... Si faceva capire: con parole, con i gesti, con biglietti passati a mezzo di una canna. A volte si esprimeva a ‘sbraggi’, che però intimorivano soltanto chi non lo conosceva... Si era procurato un cannone e lo aveva piazzato sul terrazzo. Diceva che gli serviva per dare lo zolfo alle viti, ma in realtà, nel suo pensiero, inquadrava la casa di Pippo, minacciandolo. Gridava dalla finestra, contro il fratello Pippo: “Cimitero!...’. Pippo gli fece requisire il cannone dai Carabinieri. Lui non poteva soffrire i Carabinieri, anche contro di loro gridava: ‘Cimitero!...’. Mandava al “Cimitero!...’ tutti quelli che non gli garbavano. A volte veniva a cena da noi e giocava a carte con papà: per noi bambini era una festa!...”.
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