CENNI STORICI DI TAMMAR LUXORO - Andora nel tempo

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CENNI STORICI DI TAMMAR LUXORO

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GIORNALE LIGUSTICO DI ARCHEOLOGIA, STORIA E BELLE ARTI SOCIETA’ LIGURE DI STORIA PATRIA - XXVI - 4 LUGLIO 1874
“DI ALCUNE ANTICHITA’ A LAIGUEGLIA E NELLA VALLE DI ANDORA” - Tammar Luxoro
(Trascrizione di Mario Vassallo)
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“Dico poche parole a riguardo di alcuni avanzi e monumenti di arte archeologica, che lo scorso inverno ebbi occasione di vedere a Laigueglia e nella valle di Andora; ma ho d’uopo di benigna indulgenza perchè sono ben lontano da quegli studi che abbisognano sul difficile tema, e tanto più aprendo bocca innanzi a questa adunanza della Società Ligure di Storia Patria ove chiari uomini, per sempre nuovi ed eruditi lavori, riscuotono ammirazione e plauso universali. Io pertanto dichiaro astenermi da ogni discussione ed apprezzamento; soltanto accenno a quanto vidi, perocché qualche cosa sia nota se ancora nol fosse, e non rimanga dimenticato ciò che è conosciuto.
Il paese di Laigueglia si onora di una vastissima chiesa; e parecchi de’ suoi altari in istile barocco appartenevano, secondo intesi colà, a templi in Genova demoliti.  Osservai con interesse il grande e bello organo; e la sua forma e le pitture che lo decorano mi rammentarono l’Haffner. Confesso che tale strumento su quella orchestra mi pareva piuttosto trasportato che nato; e fattane dimanda in proposito, ne ebbi in risposta che prima d’ora apparteneva alla chiesa dei PP. Filippini in Genova.  Ciò mi persuase tosto; e deplorai che quell’organo fosse stato tolto dal luogo di origine, ove tanto doveva armonizzare con tutto l’assieme omogeneo del san Filippo, per collocarvene un altro il quale, rispetto allo stile, è ben lontano dallo avere sostituito il primo.
Laigueglia è attraversata da due strade: una a mare e l’altra a monte, che è la più antica. Verso la estremità di questa, a ponente, nella facciata di una modesta casa che guarda a tramontana, vi è dipinta a fresco la Beata Vergine col Bambino in una nicchia quadrata, ed intorno, nello esterno di essa, un santo colla spada in mano, ed altro che credo sant’Antonio ‘abate. Tra i guasti del tempo ed i ristori più barbari, poco si può apprezzare di tale dipinto; ma è duopo avvertire un’avanzo di scritta che ancora vi si legge e dice così:
 
BERNARDO  .  .  .  A. 2.
FILIA SVA CATARINA 1529
 II JVLII A. 9.
 
Seguendo la detta via si riesce ad una cappella che s’intitola dalla Madonna del Carmine; ed in prossimità di essa, poco discosto dallo abitato, vi sono campi di olivi in iscaglioni, sorretti da lunghi, antichi e ben costrutti muri. Fra questi, un tratto di circa dieci metri, per due e mezzo di altezza, è costruzione romana nota col nome di opus reticulatum; nè certamente per la diligenza con cui è fatto, e per la sua importanza direi decorativa, si può argomentare che abbia avuto in origine lo scopo a cui trovasi attualmente destinato.
La via di cui ho parlato è certamente la romana: essa scavalca sul dorso la Colla, ossia il monte che a mezzogiorno sporge la sua estremità sul mare ed è chiamato il Capo delle Mele. Io svoltai questo Capo per la strada provinciale, e raggiunsi l’antica valle d’Andora a due chilometri circa dalla spiaggia in testa ad un ponte sul Merula. Questo apparisce in più riprese rifabbricato, ma la tradizione vuole fosse costrutto dai Romani; e ciò si rende molto probabile pel fatto che lo stesso trovasi in raccordo colla via sopra menzionata.
Salendo la stessa via, che rimette per quella parte a Laigueglia, in mezzo ai campi di olivi, sempre sorretti da antiche muraglie, incontrai una costruzione ad uso di fontana, che i contadini chiamano nuova. Per darsi contezza di tale denominazione bisogna credere che prima di essa ve ne fosse un’altra; la qual cosa se pare a prima vista semplicissima, abbastanza strana però si presenta quando si conosca che la fontana nuova è opera romana. Essa consta di un volto a tutto tondo, il cui arco esterno e le poche pietre che avanzano allo intorno sono di un carattere così evidente da non porre in dubbio l’epoca sopra indicata.
Non abbisognano molti passi da questo interessante avanzo, per giungere ai piedi di una grande torre quadrata sorretta da arcate, per le quali si entra in un recinto di mura che racchiude la località detta Castello. Questa torre è alta, imponente e costrutta di pietre riquadrate; ma la parte superiore è rifatta.  Qui siamo in medio evo; e le mura suddette e tutto ciò che di fabbricato in esse si racchiude con evidenza lo dice. Io non toccherò della storia che di questo luogo fa note le vicende; ma il luogo medesimo è di essa un testimonio che merita davvero qualcuna di quelle cure, che in Liguria invano da tanto tempo si reclamano.
Delle arcate suddette della torre, l’esterna è a sesto acuto e l’opposta a tutto tondo; sulla prima sonvi traccie di pittura, ed in una terza arcata chiusa a destra (anch’essa a tutto sesto) ancora si conserva in buono stato un antichissimo fresco rappresentante l’Annunciazione di M. V.
Oltrepassata la torre, mi trovai innanzi la chiesa che porta il titolo dei santi Giacomo e Filippo.  Ciascun di noi rammenta per fermo, o Signori, gli avanzi del san Michele di Fassolo che non ha molti anni ancora si vedeano nella nostra città, ed in ispecie i tre absidi che tuttavia duravano intatti.  Ebbene io posso dire di averli riveduti, tanto ai medesimi sono simili quelli della chiesa di Castello; onde mi dispenso dal descriverli. Questa però non ebbe la disgrazia dell’altra, che fu prima abbandonata, indi ricostrutta verso la metà del secolo XVII, poi abbandonata ancora e finalmente distrutta affatto per dar luogo alla Stazione occidentale della via ferrata.
Il Casalis parlando della chiesa di Castello la dice diroccata; ma invece io la vidi in piedi non solo nei suoi tre absidi, ma nei suoi lati, nella sua facciata, nel suo interno. Soltanto il tetto che era caduto fu di recente ricostrutto, perchè da quei terrazzani si volle il tempio riaperto al culto.
L’esterno e l’interno di esso è tutto a pietra tagliata; la facciata è divisa in tre parti, quella di mezzo più alta finisce a cuspide e le laterali hanno le estremità inclinate. La porta è arcuata a tutto centro sopra una riquadratura sporgente, e si interna con cinque archi concentrici basati sopra colonnine in marmo. L’arco chiuso porta traccie di pittura.
Nello spazio superiore della facciata si apre una finestra ad arco acuto; nei lati minori a destra di chi guarda ve ne è una piccola decorata in terra cotta, a sinistra una bifora ad archi acuti. Nella parte posteriore della chiesa, sul muro che sopravanza all’abside di centro si apre una finestra circolare; nei muri bassi laterali ve ne sono tre per parte, alte e strette a guisa di feritoie, ed altrettante nelle pareti superiori di mezzo.
Si entra in chiesa scendendo cinque gradini in pietra, ed altrettanti se ne salgono per accedere al Presbitero. L’interno è diviso in tre navi, e si contano cinque arcate a sesto acuto. La più parte delle colonne che le reggono sono cilindriche, alcune ottagone; e quella sottostante al moderno pulpito è antica come le altre. Queste sono in pietra di colore cenere, detto colà colombino, e formate a strati. In capo ai muri delle navate minori si scorgono traccie della imposta dei volti. L’altare è moderno; ma dietro allo stesso vi è un Crocifisso in legno di grandezza naturale, ai piedi del quale pende un cartellino postovi di recente che dice: Questo Crocifisso è stato fabbricato l’anno 1301 e ristorato l’anno 1837.
Io non discuto le date, ma è vero che in questo caso ristoro e guasto sono sinonimi; onde converrebbe che quella interessante scoltura fosse rimessa, se possibile, al suo pristino stato. Ancora devo accennare ai capitelli delle colonne. Essi sono il solito dado tagliato inferiormente a forma semicircolare. In tre di questi si scorgono scolpite a basso rilievo delle figure simboliche, delle quali confesso non essere conoscitore: noto una specie d’àncora rovescia, un serpe, una testa di bue, una testa umana in mezzo a due croci ed una testa di montone.
Ho già detto che alla vista di questa chiesa rammentai il san Michele in grazia della perfetta somiglianza degli absidi; e perchè una idea ne chiama un’altra, col san Michele rammentai il pittore Manfredino da Pistoia. Molti anni addietro frequentando di sovente gli avanzi del tempio di Fassolo, ne tolsi i disegni d’ogni lato; ed accadutomi un giorno di osservare sulle pareti interne degli absidi, sotto una imbiancatura forse provvidenziale, dei contorni di figure, credetti perciò fosse il caso di esplorazione. Tosto ne tenni parola al ch. Cristoforo Gandolfi, ed egli, buon anima, e Francesco suo figlio, esimio dipintore di cui piangiamo la recente ed immatura perdita, si accinsero con ogni cura e diligenza a discoprire. Il risultato si fu, che vennero fuora pitture di artista fino allora ignoto, il cui nome si legge sotto l’affresco di mezzo (che ogni abside ne aveva uno) nella nota iscrizione: MAGISTER MANFREDINUS PISTORIENSIS ME PINXIT MCCLXXXXII IN MENSE MADII.
Noto di passaggio, che mentre si stava lavorando allo scoprimento degli affreschi (era la infausta primavera del 1849), la truppa prendeva posizione in quella località per prepararsi ai prossimi assalti degli insorti all’Arsenale dello Spirito Santo; ed io mi affrettai a disfare il palco che era alzato innanzi ai dipinti, e ne dispersi le tavole acciocché non si potesse nuocere agli stessi.
Due medaglie poteronsi togliere in seguito e trasportare all’Accademia Ligustica; ma la terza era in troppo cattivo stato. Il lavoro costò fatica e dispendio; e come della prima vuolsi dar lode ai Gandolfi, dell’altro si hanno da render grazie al Municipio.
Ora per questo fatto di vecchia data parevami che nella chiesa dei santi Giacomo e Filippo, sorella al san Michele sì da convincermi essere entrambe fattura di uno stesso architetto, avrei potuto trovare ancora il Manfredino; ma nello interno nessuna pittura, e le traccie di quella accennata sulla porta non erano certo sufficienti a dare indizio alcuno di autore.
Era giunto tardi, perchè, secondo mi fu detto, è da poco tempo che ne scomparvero due rimanenti teste. Del resto non poteva avanzare una pretesa su ciò, e mio malgrado dovetti allontanarmi da quello interessante monumento rinunciando al pittore pistoiese.
Ho percorso la restante salita che mena alla sommità della collina di Castello, e sui miei passi incontrai mura e case diroccate, dovunque avanzi di sempre uniformi costruzioni medioevali e traccie di antichi dipinti sopra ruderi di un edificio che chiamano l’Ospedale. Sulla casa Sifredi, ridotta abitabile per recenti ristori, vidi una lapide con stemma a tre striscie orizzontali ai cui lati vi sono rosoni ed alle estremità iniziali gotiche – un A ed una M se male non ricordo. Nella casa di certo Micheri, presso ad un pozzo, scorsi gli avanzi di altra lapide assai logora; e sull’uscio di altra casa pur di un Sifredi feci scoprire un frammento di epigrafe onde non mi è dato presentare che un imperfetto calco; ma da cui non dispero che l’egregio nostro collega sac. Remondini possa, colla consueta sua abilità, cavare un qualche costrutto. Presso a questa ultima abitazione trovasi un Oratorio, il cui esteriore è sempre in armonia di antichità col già descritto; ma l’interno venne goffamente rifatto.
Giunsi in fine sulla parte più elevata della località, e quivi trovai gli avanzi di un vasto castello che appunto a quella dà il nome. I contadini lo chiamano Paxo, e Paraxo il Casalis; il quale dice che ivi si contenevano un seicento uomini d’arme, si amministrava la giustizia, avevano luogo le adunanze dei magnifici Anziani non che quelle del generale Parlamento. I marchesi di Clavesana, che ne erano signori, lo cedettero alla Repubblica insieme alla villa ed al borgo di Andora nel 1252, pel prezzo di lire ottomila (1); ed ora è proprietà dello omonimo Comune. Questo edificio è in pessimo stato e le mura sono quasi tutte diroccate; esiste però qualche parte di volto, e la pianta potrebbesi ancora rilevare.
Esaminando questi antichi avanzi, che sempre ed a chicchessia destano interesse, vidi in più parti traccie di pitture le quali accennano ad ornamenti e stemmi; ma più di tutte mi fermò una medaglia ove si scorge il Bambino che tiene un uccelletto ed è sorretto dalla Madonna come si arguisce per le mani che restano. Alla destra poi dello spettatore si vede un santo con libro fra le mani. In quello che di tale dipinto ci avanza sia per la somiglianza del disegno, sia per la intonazione specialmente verdastra delle carni e sia pel tutto assieme, parvemi proprio riconoscere il pennello dicolui che aveva invano desiderato trovare in chiesa. Era una illusione od una realtà? Sopra una parete vicina a questa ove è tale pittura mi apparvero ad una certa altezza indizi di uno scritto, e chiesi tosto una scala ed uno straccio bagnato. Salii, e lievemente inumidito quel tratto, in caratteri identici a quelli della medaglia del san Michele, mi si svelò la lettera A ed il nome MANFREDINUS.
Io faccio voti perchè, senza dilazione, qualcuno più esperto di me in cose di arte e di archeologia vada a visitare i luoghi dei quali ho troppo imperfettamente parlato, sicuro che da un esame intelligente potranno avvantaggiarsi gli studi dei quali questa nobile Società si onora. Ma sopratutto desidero che alla vista di quei preziosi avanzi l’amore per la conservazione delle patrie memorie si rinvigorisca, onde del nostro glorioso passato non abbiano fra poco a rimanere che le eloquenti sì, ma troppo nude pagine della storia.”
 

(1)    Liber Jurium Reip. Gen., tom. I, col 1155 e segg.
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