ANDORA E LIGURIA NELL'OTTOCENTO - Andora nel tempo

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ANDORA E LIGURIA NELL'OTTOCENTO

ANDORA E LA LIGURIA NELL'OTTOCENTO
(Mario Vassallo)
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L’inchiesta sulla condizione della classe agricola fu avviata con un decreto legge del 15 marzo 1877, sotto la presidenza del senatore Stefano Jacini e su sua iniziativa, e gli atti furono pubblicati fra il 1881 e il 1886.
Il merito del trattato effettuato e delle informazioni raccolte ed esposte, va riconosciuto per larga parte ad Agostino Bertani (Milano 1812 – Roma 1886), medico chirurgo presso l’Ospedale Maggiore di Milano, fondatore della Gazzetta Medica, amico di Mazzini e Cattaneo, deputato prima del Regno di Sardegna e poi del Regno d’Italia, fondatore dell’Estrema sinistra storica (o Partito della Democrazia).
Bertani fu l’autore del decimo volume degli Atti dell’Inchiesta Jacini, riguardante principalmente la Liguria, al tempo costituita dalle province di Genova e Porto Maurizio, a loro volta divise rispettivamente nei Circondari di San Remo e Porto Maurizio (Provincia di Porto Maurizio), e Albenga, Savona, Genova, Chiavari, Levante (Provincia di Genova), ognuno suddiviso in Mandamenti, a loro volta formati ciascuno dai Comuni della Liguria.
Bertani effettua una sintesi, costruita sulla traccia del seguente questionario generale indirizzato ai suoi referenti locali: soggetti che spaziano tra uomini di legge, medici, “amministratori” comunali, personalità di rilievo culturale e sociale nelle varie zone.
Tutte le informazioni ricevute sono inquadrate per descrivere a fondo ogni caratteristica del territorio ligure, evidenziandone anche variazioni tra zone territoriali, puntando l’attenzione alle negatività, le quali sono evidenziate con dettagliatissima cura, talvolta impostando anche ipotetici suggerimenti di soluzioni a criticità valutate.
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IL QUESTIONARIO

Il questionario sottoposto da Agostino Bertani agli informatori locali:
  • Parte prima: Le condizioni amministrative della provincia. Popolazione, emigrazione. Viabilità, importazioni ed esportazioni. La viabilità: sviluppo chilometrico delle strade e ferrovie. L’istruzione elementare e tecnica. Frequenza degli alunni. Il predominio ecclesiastico. Stagioni e orari propizi all'istruzione.
  • Parte seconda: La proprietà fondiaria. Beni demaniali, opere pie, aliquote delle imposte, credito fondiario, ricavo lordo e netto dei poderi, debito ipotecario, relazioni tra i proprietari e i coltivatori del fondo, quale la giornata di un contadino, se vi siano contadini proprietari.
  • Parte terza: L’agricoltura e l’economia rurale. Terreno, clima, vantaggi dei Comizi Agrari, descrizione delle colture, malattie delle piante, allevamento di animali, bonifiche, conservazione dei prodotti agricoli.
  • Parte quarta: Condizioni fisiche e morali dei lavoratori della terra. Abitazione, alimentazione, acqua potabile, educazione, istruzione, servizio militare e marittimo, esercizio elettorale, divertimenti, insegnamento religioso, superstizioni, pregiudizi. Condizioni fisiche, robustezza, fecondità nei matrimoni, baliatico mercenario. Medici condotti e loro posizione di fronte alla povertà, eventuali lavori insalubri, specie per le donne. Mortalità, delinquenti rispetto alla città, abuso di alcol, nascite illegittime, prostituzione, malattie veneree, accattonaggio, pubblica sicurezza.

Si tratta sicuramente di un documento storico importante, una sorta di fotografia dettagliata di un intero mondo, quello rurale, in un determinato periodo, l’ultimo ventennio dell’Ottocento: un’istantanea molto articolata che ritrae tutti i particolari di un’epoca.
Ho esaminato attentamente il testo e messo in correlazione altre fonti storiche, trascrivendo fedelmente solo alcune citazioni.
Del testo originario ho preso in esame gli aspetti ritenuti più interessanti, evitando i ragionamenti “impostati” e soprattutto alcuni toni ed espressioni a mio giudizio ininfluenti, poiché mere valutazioni soggettive e distaccate da parte dell’autore, talvolta ripetitive nel rispetto e nei confronti del contesto affrontato.
Quello che mi interessa non è riportare ciò che qualcuno ha scritto e come lo ha scritto, con il taglio anche politico che gli si è voluto (o dovuto?) dare (i fini per cui era stata istituita l’inchiesta erano di accertare ed accentuare determinate situazioni oggetto di intenzionale intervento pseudo-legislativo).
Il mondo rurale antico, e qui stiamo parlando di fine Ottocento, non era sicuramente un ambiente da favola o idilliaco.
Tutt’altro,
Tuttavia, gli individui che lo vivevano e che ne hanno fatto parte, a loro modo e per le loro possibilità, hanno avuto una propria esistenza portata avanti con sudore, fatica, sofferenza e ristrettezze non solo economiche, ma con dignità, la loro semplice e lottata dignità, che nessuna valutazione può sicuramente calpestare.
Il mondo contadino, l’ambiente contadino, la vita dei contadini, i contadini, sono le entità che hanno fornito le braccia che hanno apparecchiato anche la tavola degli “eruditi” e li hanno nutriti con i prodotti provenienti dalle loro campagne; un nutrimento che non si percepisce a parti invertite proveniente dalla carta e dalle penne, che tanto e troppo spesso li giudicano con severa negatività.
Gli stessi concetti potrebbero essere ugualmente efficaci alla comprensione, pur usando una forma espressiva a tratti meno tendenzialmente dispregiativa, e per questo mi attengo strettamente solo a dati e informazioni, superando la forma espositiva originaria.
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INTRODUZIONE STORICA

Un estratto dall'opera “Saggio di economia olearia” dell'abate Giammaria Picconi – Editore G. Giossi – Genova, 1808:
Vi fu un tempo in cui la Liguria era una catena non interrotta di selve e di dirupi.
L'asprezza del suolo e la bella sua posizione ispirarono l'industria e il coraggio; e il coraggio e l'industria crearono la coltivazione.
Perchè non sarà lecito ai posteri il migliorare, l'accrescere ciò che hanno fatto gli antichi, il correggere gli errori e le omissioni dei loro padri e proseguire l’impresa saggiamente disposta?
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Se il podere dell'agricoltore diligente è oltremodo ferace, perché non può divenirlo, con una virtuosa emulazione, il podere del neghittoso?
Io non sono contento che si ristori, io pretendo che si amplifichi; vi sono dei piani da guadagnare sui torrenti, vi sono delle arene da fertilizzare in riva al mare, vi sono dei colli dolci, ameni, terrosi, solivi da popolare di preziose derrate”.

La Liguria possiede solo strette lingue di terra adiacenti all'alveo dei corsi d’acqua: fondi alluvionali che formano la parte ricca del territorio coltivato e coltivabile, con le campagne su cui fioriscono gli orti.
Il poco terreno, strappato a dure estensioni sassose, è il frutto di pazienza e di operosità instancabili: dove si incontrano maggiormente difficoltà e fatica, maggiore è l’amore e il lavoro del contadino ligure per quei sassi.

Secondo l'abate Picconi, genovese, già all’inizio dell’Ottocento, il maggiore ostacolo al progresso agricolo dei ridotti spazi liguri coltivabili, ricchi “di calce c di sole”, consisteva negli stessi proprietari e cittadini liguri;
I Liguri nascono con una testa calcolatrice.
Dotati dalla natura di un genio perspicace, intraprendente, per mala sorte inclinati alle speculazioni passeggiere, affascinati dalla massima di un commercio instabile come i loro rapporti coi popoli vicini, soggetti a cambiar direzione col cangiarsi delle vicende, non conoscevano d'ordinario altro movente nelle imprese economiche, se non l'attrattiva del guadagno presente ed istantaneo.
Il peggio si è, che questo spirito versatile e neutro, simile all'epidemia della moda, ha tutto invaso fra noi, e ciò che sembra incredibile, non andò neppur esente dalle sue incursioni la coltivazione della terra.
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Abbiamo veduto nel giro di parecchi anni passare, riprendere, e passare nuovamente il regno degli agrumi, dei gelsi, della vite e dell'olivo, a proporzione che il prezzo di tali frutti, della seta, del vino e dell'olio hanno più o meno eccitato l'avidità_ sconsigliata dei contadini e dei possidenti.
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Quindi accadde di veder atterrati dei vigorosi castagni, per far posto a languide viti, le quali cederanno di bel nuovo il mal occupato soggiorno al castagno reduce dall'esilio.
Si son veduti gli aranci ed i limoni popolare gli orti, e frammischiarsi agli olivi ed alla vite; e poscia piantarsi gli olivi e le viti in quelle fosse stesse dalle quali si servavano i ceppi degli agrumi gelati.
Si sono veduti i gelsi empire le valli e i monti e torreggiar sulla vigna ed ombreggiar la semente; e si è veduto in seguito sterminarli con mania, dopo averli piantati, senza riflessione e per leggerezza.
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Con una serie di sbagli, di cui gli esposti non sono che un epilogo, avremo noi l'indiscretezza di lamentarci del vilissimo reddito dei nostri poderi?
Cosi avviene, dove l'agricoltura non ha guida, non ha istruzione, non si tien conto dell'indole del terreno e del clima”.
Le sue raccomandazioni ai proprietari delle terre liguri:
….. di tessere una frontiera d'alberi robusti sulla cresta delle montagne di secondo ordine, e di infoltire di boscaglie il dorso e le valli formate dai loro pendii ripidi e pietrosi, signoreggiati dal vento; di imporre ai torrenti e ai fossati, che fiancheggiano i poderi, il rispetto per questi, mediante argini vivi con file replicate di piante acquatiche, alimentando colla umidità di quelle acque, pioppi, salici, olmi, ontani, che terrebbero quegli argini in forza”.
Raccomandava:
  • di sostituire le coltivazioni di alcuni cereali “di basso valore” con altri più proficui, di aiutare maggiormente la terra con una adatta concimatura, facendo contribuire “i tre regni della natura”: mescolando terra a terra (emendamento), alimentando piante terrestri con quelle marine, le fruttifere con le infruttifere, colmando la scarsità dei concimi con l’utilizzo dei rifiuti provenienti dai porti e dalle città, aiutando l’igiene pubblica per una intelligente coltivazione della terra;
  • di alimentare il bestiame, impedendo l'abuso dannoso del pascolo libero delle pecore;
  • di aumentare i prodotti del suolo, sfruttare le potenzialità di quanto in stato di abbandono.
I suggerimenti e le raccomandazioni dell’abate Picconi miravano a semplici consigli tendenti a migliorare e garantire la salubrità degli individui, abbondanza di latte e lana, mandrie alimentate adeguatamente e alloggiate in stalle pulite nel periodo invernale.
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LA SUDDIVISIONE AMMINISTRATIVA DELLA LIGURIA

La Liguria, nel periodo intorno al 1880 era suddivisa nelle province di Genova e Porto Maurizio, a loro volta suddivisi in Circondari:
  • la provincia di Genova era formata dai Circondari di Albenga, Savona, Genova, Chiavari, del Levante;
  • la provincia di Porto Maurizio era formata dai Circondari di Sanremo e Porto Maurizio.
Ogni Circondario era ancora suddiviso in Mandamenti, uno dei quali era Andora.
Ogni Mandamento era costituito da più Comuni.
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VIABILITA' IN VALLATA

Le strade obbligatorie, costarono in due anni 213 milioni dei quali 153 ai Comuni, e furono causa di rovina di molti municipi, sebbene abbiano notevolmente contribuito a migliorare le condizioni della viabilità.
Il periodo di fine Ottocento, subito dopo l’Unità d’Italia, porta molti impulsi di cambiamento, mirati a migliorare condizioni precarie e di ristrettezze che colpivano e interessavano molti ambiti sociali ed economici.
In questo quadro generale, Andora si trova impegnata ad allontanare dalle abitazioni i cosiddetti “baraghi”, imporre severe prescrizioni d'igiene e di pulizia, esigere che le maestre fossero patentate e meglio retribuite, fondare una Banca agricola che imprestasse il denaro al 5 per cento.

La frammentazione territoriale è formata da tanti piccoli Comuni, molti abitati da un esiguo di individui, tanto che anche il marchese Marco Maglioni è portato ad esprimere e sostenere il proprio pensiero, secondo cui “un esagerato numero di piccoli comuni non può essere accettata ove si addiveniva ad una nuova circoscrizione territoriale. E’ ovvio il comprendere come si potrebbe diminuendo il numero delle comunità, scemare gli oneri di amministrazione, trovare, nella più estesa comunanza d'interessi, più vasti i mezzi, meno frequenti gli attriti, meno scarsa la competenza ad amministrare e perciò meno difficile il controllo.
Non sarebbe illogico il progetto di unione fra un comune rurale ed uno semi-urbano il quale, col novero degli esercenti e dei contribuenti d'ogni casta, sopporterebbe una parte degli oneri ora gravitanti soltanto sulla proprietà fondiaria.
Appare evidente il bisogno di una nuova circoscrizione comunale, ove si ponga mente alla grande distanza che passa tra borgata e borgata di uno stesso comune, come in Andora, Stellanello, Calizzano e in altri assai frazionati”.
Sempre dall’attenta analisi territoriale a cui dedicava la propria cura il marchese Maglioni, emergono dati interessanti relativamente alla viabilità pubblica e in particolare alla strada intercomunale Andora – Stellanello e più generalmente al tracciato viario che diventerà, in tempi più moderni, la Strada Provinciale n° 13 “Valmerula”.
Dalla documentazione fornitagli dall’Ing. Revello, delegato stradale per il Circondario di Albenga, possiamo conoscere i seguenti dati:
  • la strada che metteva in comunicazione Andora con Stellanello era chiamata “Val Merula” e nel 1877 risultava già realizzata per un tratto completato di metri 10.200 per un costo di Lire 68.000 sostenuto dal Comune di Andora, con un tratto di metri 3.600 per un costo di Lire 80.000 sostenuto dal Comune di Stellanello ed un tratto ancora da realizzarsi di metri 1.800 a carico del Comune di Andora, con un costo complessivo di Lire 172.000;
  • contemporaneamente era allo studio un tratto di collegamento della stessa tra Stellanello e Testico, con un tratto di metri 5.000 per un costo presunto di Lire 80.000 a carico del Comune di Stellanello ed un tratto di metri 1.500 per un costo presunto di Lire 20.000 a carico del Comune di Testico; sulla realizzazione di tale tratto viario fu imposto un veto per motivi strategici da parte dei Ministero della guerra.

Il marchese Maglioni, attento conoscitore e osservatore di tutto ciò che è inerente al proprio territorio e dintorni, descrive inoltre, che nei comuni in riva al mare, o almeno alle falde dei monti, le strade comunali che congiungono borgata a borgata sono in parte carreggiabili, o lo possono divenire con pochissima spesa, seppure non accadrà come in un municipio, di cui non cita il nome, nel quale fu proposto di impedire il transito dei carri, temendo che fosse danneggiato il suolo stradale.
Inoltre, il Maglioni fa rilevare il marcato divario nei prezzi di costruzione stradale, che non può essere derivante soltanto all’entità delle opere realizzate e dalle difficoltà dei luoghi:
Io vorrei che fosse usata maggior indulgenza verso alcuni comuni, i quali chiedono di costruire ad economia le strade, vigilando piuttosto con maggiore solerzia affinchè la condiscendenza non sia pretesto all'ignavia, e non sia fornita a mal fare. Le imprese possono essere un pericolo per le amministrazioni, ed il Governo per tutelarne gli interessi, deve procurare di eliminarle quando la prudenza lo consenta”.
Queste sue osservazioni emergono in modo chiaro dai dati relativi alla costruzione della strada intercomunale Andora – Stellanello, dove si rilevano evidenti disparità proporzionali di costi nel rapporto tra la spesa sostenuta e la lunghezza del tratto realizzato, in funzione di quale sia il Comune che sostiene la spesa; in sostanza con il suo determinato acume mette in dubbio un pari trattamento dipendente dalla grandezza/importanza economica e sociale del Comune interessato dal pagamento dei costi, ma anche la capacità economica ed organizzativa nella scelta delle maestranze e dei relativi prezzi applicati per l’esecuzione delle opere da effettuarsi.
Comincia ad emergere all’evidenza, nell’esecuzione delle “opere pubbliche”, la maggiore solidità e durabilità delle opere se dirette da persone capaci, sotto il cui controllo si verificano anche meno inconvenienti dovuti alla troppa fretta degli esecutori ed il decadimento del verificarsi di imprevisti realizzativi che accrescano i costi di realizzazione, addivenendo a minori conseguenti interventi manutentivi a breve e medio termine (muri crollanti, dighe sfasciate, scarpate franate, ecc.).
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IMPOSTAZIONE ECONOMICA DEL TERRITORIO

Il territorio è per natura diviso in tre zone:
  1. zona litoranea, dedicata principalmente alla coltivazione di ortaggi, vite, frutta;
  2. zona dell'ulivo;
  3. zona del castagno, dei pascoli e dei boschi.
Il prezzo dei terreni deriva dall’entità della rendita lorda di produttività dei terreni stessi, la quale è estremamente variabile secondo la zona e il luogo, derivando in via primaria non dalla relativa produttività virtuale, ma dalla caratteristica di abbondanza o scarsità dei capitali.
I contadini vivono dei prodotti che coltivano sulla terra a loro affidata e prendono la metà di tutto ciò che producono i terreni. ma della legna e dei legumi consegnano ciò che non hanno potuto consumare, divenendo quantità di beni quasi passivi per il proprietario del fondo, tranne negli orti costieri, i quali rendono molto in proporzione e confronto con tutti gli altri tipi di colture agrarie attuate.
Tuttavia, un uliveto rende meno di un agrumeto, la vigna meno ancora, l'orto arricchisce il contadino e non rende che pochissimo al proprietario.
Il reddito prodotto dagli oliveti, a partire dal 1870 circa, non è sufficiente a pagare le imposte.

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Una di queste imposte era il cosiddetto “fuocatico”.
Si trattava di una tassazione applicata in funzione dell'estensione terriera, gravante sulla conduzione del fondo stesso.
Ciò significa che "colpiva" non tanto il proprietario, ma principalmente l'utilizzatore materiale del terreno.
Col taglio della legna, i terreni erano diventati gerbidi, improduttivi, almeno fino alla loro successiva conversione in frutteti, seminativi, orti e conseguentemente i conduttori si sarebbero trovati "impegnati" con terreni privi di produttività, sebbene dovendo continuare a pagare la tassazione in quanto ugualmente conduttori.
A questo punto, i terreni sarebbero stati abbandonati dai conduttori, diventando di fatto soggetti alla sola appartenenza ai proprietari, i quali avrebbero dovuto accollarsi l'intera tassazione.
Per questo motivo i possidenti terrieri tentarono in qualche modo di svincolarsi cedendo e fino a "regalare" i loro appezzamenti a coloro che fino ad allora erano stati i conduttori, i quali però rinunciarono all'acquisizione, poichè ciò avrebbe significato diventare contemporaneamente proprietari e utilizzatori di terreni improduttivi, ma ugualmente tassati.
Non è dato sapere fino a quando fu applicata questa tassazione, di sicura derivazione napoleonica: infatti, non dobbiamo dimenticare che l'interesse di sfruttamento economico di Napoleone sui territori conquistati, portò alla "invenzione" del Catasto, che altro non era (e così è anche attualmente) che una classificazione in funzione della regolamentazione per l'applicazione di valori fiscali (in sostanza per l'applicazione di tasse e imposte).
Questo tipo di tassazione (fuocatico), nel tempo cade in disuso (quando, con precisione non lo sappiamo), tramandandoci la sola forma di rapporto economico-fiscale tra proprietario e conduttore, manifestata per lungo tempo con i contratti agricoli di mezzadria e colonia parziaria (quest'ultima poco usata localmente): contratti che prevedevano la regolamentazione dei rapporti di "pagamento" tra proprietario/conduttore e conseguentemente le rispettive incidenze percentuali in quelle che saranno le applicazioni fiscali.

Estratto dal Dipartimento delle Finanze:
"La legge n. 4513 del 26 luglio 1868 diede facoltà ai comuni di imporre, nei rispettivi territori, la tassa di famiglia o di focatico.
Il focatico era un'imposta applicata su ciascun focolare, vale a dire su ciascuna abitazione di un gruppo familiare, o su ciascun fumante, se l'abitazione comprendeva più gruppi familiari.
Erano soggette alla tassa "le famiglie tutte residenti nel comune in ragione delle loro rendite, prelevate le spese di produzione e sottratte le annualità passive, qualunque ne sia l'origine, il moto e il luogo donde provengono".
L'oggetto del tributo fu individuato nell'agiatezza, per cui la tassa famiglia non costituiva una tassa addizionale a quella sulla ricchezza mobile, né a quella sui fabbricati, né all'imposta prediale, ma si faceva esclusivamente riferimento a tutte quelle circostanze che contribuivano a maggiori o minori agi di una famiglia.
Erano pertanto indici di agiatezza il valore locativo dell'immobile, il lusso della casa, nonché la posizione sociale.
Soltanto un esiguo numero di comuni esentarono dal tributo le famiglie più povere.
La stragrande maggioranza adottò aliquote progressive.
Il Testo Unico di riforma della finanza locale, R.D. 14.09.1931, n.1175, entrato in vigore l'1 .1.1932, sostituì l'imposta di famiglia con un'addizionale all'imposta complementare di stato, applicandola però solo alle ultime tre classi demografiche comunali (per i comuni con popolazione inferiore ai 30 mila abitanti).
Gli altri comuni avevano invece la facoltà di istituire il tributo sul valore locativo."
Tale imposta fu abrogata definitivamente dalla riforma tributaria del 1974.
In realtà, il "fuocatico" fu inizialmente abolito con regio decreto legge del 30 dicembre 1923, ma le enormi difficoltà che i comuni incontrarono nel trovare risorse compensative, indussero il Governo a reintrodurre temporaneamente la tassazione con la denominazione di "imposta di famiglia" mediante il regio decreto legge del 23 maggio 1924.
Il fuocatico è presente come forma di tassazione applicata già in ambito europeo dall'epoca medievale e conosciuto sulla penisola italiana per l'adozione da parte degli angioini già nel XIII secolo.

Sostanzialmente il ruolo era composto da tre categorie:
il fuoco, cioè su ogni abitazione famigliare, conteggiati per capofamiglia;
la terra coltivata, classificando i terreni coltivati misurati secondo l'unità di misura vigente nel Comune;
la classe di reddito nella quale era catalogata la famiglia; i contribuenti di condizioni economiche più limitate erano esenti da tale classificazione, la quale risultava una sovrattassa per i più abbienti, originando evasioni ed esenzioni concesse a favore delle famiglie "importanti" o aventi cariche pubbliche di particolare importanza ed il clero.

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Nella parte bassa dei crinali collinari, in prossimità di dove diventa vallivo, la vegetazione si presenta meno scarsa, in quanto qui il terreno è più profondo e meno roccioso sotto la coltre superficiale, oltre ad essere inumidito da fonte idriche che scaturiscono sparse, dando vita a pinete, miste a querce e castagni.
Più in basso incomincia l'ulivo e appaiono sparsi alberi fruttiferi di varie specie e la vite.
La zona litoranea, in certi tratti è formata da scoscese scogliere a picco sul mare, non adatte ad alcun tipo di coltivazione.

Il terreno compreso nelle zone più montuose o alto collinari è quello specificatamente boschivo, nel quale crescono la quercia, il faggio, il pino (raramente silvestre), il larice e qualche abete.
Nelle vallate si trovano il castagno (coltivato e che costituisce il nutrimento principale per tanti nuclei famigliari), il nocciolo selvatico che copre le parti più alte ed esposte ai venti invernali, intervallati da prati naturali, talvolta irrigui grazie alla nutrita rete di ruscelli e fonti d’acqua a scorrimento in superficie.

I boschi cedui sono lasciati in balia della natura e solo in alcuni tratti il proprietario fa tagliare legna da ardere ed anche convertire in carbone le piante che crescono gradualmente tra i grandi alberi, le quali non potrebbero raggiungere il necessario sviluppo accrescitivo.
I boschi cedui forniscono con ciclo trentennale le piante destinate alla produzione di carbone, e con ciclo medio di 80 anni quelle destinate alla lavorazione del legname.
Il bosco viene maggiormente preservato alle maggiori altitudini, in dipendenza alle crescenti difficoltà di raggiungimento e lavorazione sui luoghi, mentre nelle estensioni collinari e quote inferiori sembra quasi sottoposto ad una ricerca destinata allo sterminio apportando tagli privi di cura e razionalità e permettendo il libero pascolo a pecore, capre, buoi, muli, asini, ecc., i quali recidendo i giovani e teneri germogli, sono causa dell'isterilimento o della morte assoluta della ceppaia.
Il valore di un terreno boschivo non si deduce dall’estensione della sua superficie, ma dalla consistenza del legname che vi cresce, mentre il valore di un terreno pratile e seminativo si deduce dall'estensione della sua superficie, in rapporto colla bontà del terreno stesso in base alla sua maggiore o minore produttività.
Il prodotto lordo di un terreno boschivo si calcola come 4 per cento del suo valore capitale e, quindi, in media Lire 70 per ettaro, mentre le spese annuali (pagamento delle imposte, sorveglianza, manifattura del legname, trasporti, assistenza ai tagli ed ai lavori, commissione, dazio, magazzinaggio, attività di raccolta e smercio del prodotto), si calcolano in Lire 23 30 per ettaro.
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PIANTE ARBOREE
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CASTAGNETI DA FRUTTO
La coltivazione del castagno, il cui frutto è la provvidenza della popolazione montana, fornendo il principale alimento, un abbondante fogliame ed un ottimo legno in cambio di nessuna particolare cura, ha una copertura territoriale dal 6,1 al 18,5 per cento, secondo i Circondari (con l’eccezione di Porto Maurizio dove occupa solo il 5 per mille), a partire dai 50 metri di altitudine e fino ad altezze di 400 – 700 metri.
La disparità di estensione è determinata dalla preferita coltivazione dell’ulivo.
Il frutto del castagno ligure (castanea vesca) è il più ricercato sui mercati piemontesi e liguri, ed è spesso oggetto di “scambi commerciali” direttamente dalle genti che scendono dalle montagne in tutte le città litoranee.
Dalla seconda metà dell’Ottocento, la sua farina viene utilizzata quale elemento nella fabbricazione del “cioccolatte” (antenato nostrano del cioccolato).
Il legno del castagno, segato quasi sempre sul luogo dell’abbattimento, è specialmente usato per vasi oleari e vinari, nonchè per serramenti e tavolame di pavimentazione per soffitte nelle case rustiche.
I rami scortecciati, esportati nelle regioni vinicole, servono a fare i pali nelle vigne.
Le piante novelle ed i “gittoni” si impiegano per intrecciare canestri e “corbe” di ogni forma e dimensione, nonché per sedie e sostegni di tavole per usi esterni, poiché questo legno locale resiste più di ogni altro agli elementi atmosferici.
Il castagno fornisce anche un carbone di discreta qualità, per l’utilizzo in officine di fabbri e fonderie.
La quantità maggiore del frutto prodotto è consumata nei paesi, ma oltre un terzo, in eccesso per i fabbisogni locali, viene destinato ai mercati delle provincie vicine ed all’esportazione in Francia e America.
Nelle buone annate, l’esportazione di frutto verde o secco e di farina prodotti dalla Liguria ammontano dai 2 ai 3 milioni di lire.
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AGRUMETI
Gli agrumeti sono la coltivazione distintiva della zona litoranea e di parte delle colline.
Principalmente i limoni sono molto ricercati perchè succosi, aromatici, di lunga durata e resistenti anche ai più lunghi viaggi.
Tuttavia, questo prodotto nostrano è stato recentemente sostituito sui mercati dall’analogo frutto proveniente dai territori francesi, costituendo una dannosa concorrenza.
I frutti degli agrumeti andoresi sono tra i più ricercati dei dintorni; ci sono molti aranceti, le cui piante producono annualmente 3.000 – 4.000 frutti ciascuna., mentre i limoni si coltivano a spalliera e i chinotti in filari, intercalati ad aranci e limoni, impiantati sia in terreni recintati che in aperta campagna.
Le personalità dell’epoca stimano una produzione annuale del solo Circondario di Albenga in 67,5 milioni di frutti, corrispondente a circa 1.175.000 Lire di rendita dalla vendita, che viene effettuata sui mercati di Genova, Piemonte, Lombardia e Germania, mentre i chinotti sono principalmente destinati alla Francia, dove sono canditi.
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ULIVETI
L'ulivo è la coltura predominante e caratteristica della Liguria, dove la sua estensione territoriale varia dal 5 – 6 per cento del Levante ligure al 20 – 36 per cento del Ponente ligure, tanto che nella Provincia di Porto Maurizio i 4/5 dei comuni risultano esclusivamente dediti a tale coltura.

Ancora una volta, grazie alla sua enorme dedizione, il marchese Marco Maglioni, rifacendosi alle opere del professor Giulio Cappi e dell'abate Picconi, fornisce in una monografia un dettagliatissimo e unico elenco di tutte le varietà olivicole esistenti e presenti sul territorio ligure:
  1. Olivo selvaggio. Cosi chiamato ovunque, frutto piccolissimo, ovale, nericcio.
  2. Olivo franco. Frutto più tondo, più nero, più oleoso.
  3. Albino. Il Cappi non ne vide che un esemplare a Voltri; frutto piccolissimo, acuto in punta, ottuso alla base, color giallo cera, leggermente screziato di vene rosse.
  4. Martellino regolare. In Albissola ed a Voltri detto mortina. Frutto piccolo, elissoide, nero picchiato, pelle tersa, nocciolo gibboso in punta.
  5. Martellino irregolare. In vernacolo d'Albenga martina. Non differisce dalla precedente che per leggerissima curvatura, minorità ed apice dei frutti.
  6. Grappolosa maggiore. In Albenga merlina pignola, da Cogoleto a Levanto dove è molto diffusa e stimata. Non confonderla colla pignola di Savona e Rapallo. Frutto medio, ovale, ottuso, nero ebano, con punti bianchissimi e polpa nericcia.
  7. Grappolosa minore. In vernacolo come sopra; frutto più piccolo con leggiero acume in punta.
  8. Grappolosa latifolia. A Rapallo selvatica: ha qualcosa di analogo alla suddetta e alla seguente giuggiolina (taggiasca).
  9. Giuggiolina. Taggiasca in volgare, celebre da Ventimiglia ad Andora, dove è la specie migliore e quasi unicamente coltivata. Sulle alture di Albenga è detta pignola d'Oneglia, e nel Savonese confondesi con la pignola. È distinta poi col nome di rapuina a Voltri e Pegli; lavagnina da Genova a Moneglia e razzola da Levante a Spezia.
  10. Papillare. Riondina in Albenga, mortegna nelle vicinanze ed a Finale: mortina a Noli, Quiliano, Savona, Varazze; riondella a Pegli; pignola a Rapallo e Chiavari; olivastro a Nervi. Frutto mezzano piano alla base, pelle callosa, tardo ad annerire, biancastro in prima maturità.
  11. Rossetto. In vernacolo rossese a Voltri. Frutto medio, allungato, elissoidale, rosso color giuggiola un poco più bruno.
  12. Piramidale. A Porto Maurizio pignola, taggiasca sulle alture d'Albenga: nostrale a Savona e Varazze: mattara a Voltri e Pegli; pegolara a Sestri Ponente: rossese in Polcevera, Bisagno e Nervi, mattara a Rapallo: olivastra a Chiavari; germana a Recco e Sestri Levante.
  13. Cimbiforme. Pignola nostrale sulle alture di Albenga; ignota altrove. Pochissime piante in Albissola, ove si confonde con varietà affini. Frutto bislungo a forma di pignolo, nocciolo rigonfio in punta più che alla base.
  14. Floscetta. Crovia a Sestri Ponente, in Polcevera, Bisagno e fino a Nervi; pravesia vicino a Levanto. Frutto vario, irregolare, talora ottuso, talora a cono, sempre compresso da un lato, nero in maturità.
  15. Radiola pendolina. Da Sestri Ponente sino a Levanto è detta razzola e confusa talora con la giuggiolina. Frutto bislungo con piccola punta, raramente solitario, a lunghi peduncoli, nericcio in maturità.
  16. Crognale. Martina fatta a cornetto. Pochissimo coltivata. Frutto acuminato in base, gonfio verso la cima finita in punta, color nericcio.
  17. Fischiettara. Varietà dei numeri 14 e 15; a Voltri soltanto si qualificò con tale denominazione a causa del nocciolo somigliante alla imboccatura di un fischietto.
  18. Colombara gentile. È la colombara comune nostra tanto nota, detta mattaro ovvero olivastra a Sestri Ponente; spagnuola o mattara in Bisagno; olivastra a Recco e Chiavari; ponentoli a Sestri Levante; spagnuola nel mandamento di Levanto. Frutto gibboso, grosso, talora angolato, rosso cupo, carnoso.
  19. Colombaia pallida. Varietà della precedente. La pallidezza del tronco, il color verde-tenero, le foglie più ampie, più ritte, e più facili ad involgersi costituiscono un divario rimarchevole di caratteri fra questa e le già descritte.
  20. Colombaia erculea. Varietà di quelle ai numeri 18 e 19; oltre alla maggioranza di volume nel frutto, nelle foglie, nel tronco, sono osservabili: 1° l’arcatura delle olive; 2° il colore assai cupo delle foglie; 3° la corona scagliosa dominante nella inserzione dei giovani rami lisci e biancastri ai vecchi nericci.
  21. Eleina. A Savona mortina, a Sestri Ponente ed a Recco selvatica, a Nervi pigognia. Frutto piuttosto piccolo, raramente solitario, regolare, tondo nella base e finito in punta, nero con punticini bianchi.
  22. Spagnuolo. In vernacolo oliva di Spagna. Frutto grosso, regolare, gonfio nel mezzo, tondo alla base, accuminato in cima.
  23. Orchite o testicolare. Frutto massimo, ovale, rosso vinoso, corti peduncoli, nocciolo regolare, rigonfio nel colmo con punticini.

Fra tutte le altre qualità di ulivi, la giuggiolina (taggiasca) merita la preferenza, purchè si preservi dal gelo in gioventù; quindi è seguita da grappolosa maggiore, mortellina, papillare, le tre radiole, piramidale, gloscetta, crognale, fischiettara, cimbiforme, e a seguire tutte le altre.

La varietà di colture, a seguito della ricerca monografica effettuata dal marchese Maglioni, fu oggetto nel 1879 di un opuscolo pubblicato a cura del Comizio agrario di Genova, al fine di creare un completo catalogo delle varietà dell'ulivo che crescono nelle varie regioni oleifere italiane, opportunamente corredato con una riproduzione grafica di ogni cultivar, che ne identifichi ed illustri le specifiche caratteristiche, nome volgare ed ogni notizia utile alla loro coltivazione.

Una delle caratteristiche principali dell'ulivo è la longevità straordinaria, come riportato sempre dalle parole del marchese Marco Maglioni:
Se devesi credere alla tradizione esistono ancora in Gerusalemme degli olivi che vivevano ai primi anni dell'era volgare e che durante la processione di venti e più secoli, hanno successivamente prodigato i loro frutti alle trapassate generazioni”.
La scienza presta ragione alle tradizioni, poiché in Liguria sono stati tagliati tronchi d'ulivo, su cui sono state contate persino tremila spire concentriche, come su baobab in Africa, su sequoie in America, su eucalyptus in Australia; l’abate Piccone riferisce di un esemplare di giuggiolina nel basso-ponente, chiamato “ulivo del Sacramento”, che da sola avrebbe prodotto oltre tre barili di olio.
L'ulivo in Liguria, soprattutto nella parte orientale, si propaga spesso per seme e giunto ad una certa età si trapianta, tenendolo più o meno distante, secondo l’andamento irregolare del terreno.
Nella Riviera occidentale l'ulivo si moltiplica per talee o per piantoni, e questo metodo concorre a creare difficoltà in molti paesi, perchè la talea mette radici orizzontali e non a fittoni come il seme; radici superficiali risentono maggiormente della accentuata siccità locale, riducendo la inevitabilmente la loro produttività annuale.
Il terreno accidentato ligure porta ad avere troppo folti, all’interno dei quali le piante producono meno, spingendo a forme di potatura razionale grazie a cui si ottiene qualche prodotto anche nel cosiddetto “anno vuoto”.
Domenico Capponi nel suo libro “L'olivo in Riviera” scriveva che gli ulivi “vogliono essere piantati l'un dall'altro ben distanti: chè per iscarsezza di spazio si ha sempre danno, per larghezza non mai. Nè si può menar buona la ragione sulla quale si fondano i piantamenti fitti; si avrà, dicono, colla più copiosa fronda per la stessa superficie, anche più copiosa raccolta; nè si impedisce ai posteri di recider gli olivi quando saranno troppo fitti”.
“Ai bimbi raccontano la favola della vecchierella, che raddoppiando il pasto alla sua gallina, voleva cavarne due uova al giorno; ma, dopo una grande satolla, la gallina morì. E così va perduta la spesa degli alberi messi troppo accosto: l'ingordigia è una grama consigliera”.

Qualche peculiare differenza nella coltura, è portata dalle diverse epoche dell'anno, nelle quali si smuove il terreno, si concima e si potano le piante, nonché fra i proprietari di molti ulivi e quelli di pochi poichè i primi, per scarsità di manodopera e per la preoccupazione di spese gravose, non eseguono le necessarie operazioni se non spalmate su un triennio, mentre il possessore di piccoli uliveti, principalmente agricoltore di professione, li coltiva in proprio curandoli maggiormente.
A parte queste apparentemente insignificanti differenze, la coltivazione del l'ulivo si riassume per tutta la Liguria nelle seguenti operazioni:
a) preparazione del terreno;
b) concimazione;
c) potatura.
L'olivo in Liguria si adatta a tutte le esposizioni, dalla riva del mare all'estremo limite della zona montuosa.
Lungo il litorale le piante vengono disposte alla distanza di due, tre o quattro metri l'una dall'altra, in mezzo a strisce di terra chiamate volgarmente “fasce”, le quali sono sostenute dai “maxei”, muri in pietra a secco costituiti dall’assemblaggio di sassi scavati nei terreni stessi.
Nella regione montana le piante vengono invece disposte al margine di dette “fasce”, in vicinanza del muro di sostegno, comportando una sostanziale differenza di aratura.
Tuttavia, il miglior sistema di piantare l'ulivo è ritenuto la cosiddetta “piantagione a colonna”, utilizzata nei tempi antichi, la quale consiste nel perimetrare i possedimenti terrieri con piante di ulivo, in modo da poter sfruttare la massimo le zone centrali con l’impianto di altre coltivazioni, quali la vite, frutta, cereali, ecc., avvantaggiandosi contemporaneamente sulla produttività olivicola, in quanto le alberature a perimetro godono di maggiore esposizione e possibilità di libera crescita.
Preparazione del terreno.
L'aratura del terreno viene eseguita generalmente ogni triennio e nei paesi vicini al mare e nelle pianure, dove l'ulivo occupa il centro delle “fasce”, essa è praticata a braccia, mediante la “zappa a becchi” (originariamente due e successivamente tre); nei paesi montuosi, dove le piante sono addossate ai muri di sostegno, si esegue mediante l'aratro tradizionale a trazione animale (solitamente buoi), guidati dal contadino.
Il terreno nel quale vegeta l'ulivo è argilloso-calcareo, piuttosto duro e compatto, tanto che le arature si renderebbero necessarie con una certa frequenza; tuttavia, esse vengono effettuate solo un paio di volte nel corso del biennio, una in estate (luglio – agosto) e l’altra in inverno.

Il marchese Maglioni critica, definendo dannoso, il sistema di aratura dell'ulivo, ampiamente usato dalla maggioranza degli agricoltori liguri, in quanto tali arature, oltre esser trascurate sono eseguite con attrezzi così impropri e male ideati da mettere in forse la loro convenienza di utilizzo.
Gli aratri adoperati nella pratica agraria comune richiamano le linee primitive e cioè spilloni enormi, difficilmente adattabili ai buoi, che, troppo tozzi, aumentano l’attrito, passando e lasciando il terreno quasi come in partenza, non rovesciandolo, in modo che il sottosuolo non viene mai ad essere esposto in superficie e arieggiato; lo strato superficiale resta sempre il solo sfruttato e quello sottostante così compatto da impedire la radicazione delle piante ed il conseguente nutrimento delle stesse.
Il Maglioni osserva come il contadino ligure si mostri restio ad accettare innovazioni, citando l'esempio della ripugnanza incontrata presso gli stessi suoi manenti, quando propose loro di adottare l'aratro Fissore, uno dei più semplici e convenienti per la seconda aratura.

Nei terreni disposti a fasce, dove l'uso dell'aratro non è agevole, restano quasi sempre non lavorate ed incolte due strisce di terreno sui lati; ogni paio d’anni vengono zappate a mano e le zolle alzate sono gettate a rincalzo delle ceppaie, rinvigorendo gli ulivi; tale procedimento ricalca sommariamente il concetto che i terreni ricevono la coltivazione in natura inversa ai loro bisogni, pareggiando le lavorazioni sia sui terreni sabbiosi in cui l’aratro penetra in modo profondo che in quelli argillosi dove la compattezza ne crea ostacolo.
Concimazione.
Si tratta di una lavorazione che viene spesso attuata senza idonea cognizione di causa, affidando allo stallatico l’uso per tutti i tipi di coltura.
L'ulivo è concimato ogni due o tre anni in primavera oppure nell'autunno, con stallatico, stracci di lana, escrementi umani, ritagli di cuoio e pellami e guano.
La concimazione con lo stallatico è in uso da tempi remotissimi, scavando una fossa tutto intorno al ceppo e riempiendola (talvolta non solo di stallatico, ma anche di stracci, pellami e quant’altro a disposizione), oppure spargendo il letame sul terreno dell'uliveto e ricoprendolo con lavorazioni miste, a zappa e aratro; in questi modi la pianta rimane danneggiata dal troppo azoto e dalla scarsità di Sali, soprattutto di fosfato.
Una variante del metodo comporta la realizzazione di fosse più o meno larghe e profonde, secondo i casi e l'importanza della pianta, le quali vengono poi riempite con materie artificiali o stracci.
Le alternative meno dispendiose prevedono di fare lavorare attorno alle piante, rimuovendo la terra alla profondità di circa 10 centimetri, lasciando le zolle esposte per qualche tempo agli eventi atmosferici, oppure distribuire direttamente concimi polverulenti presso al ceppo, e specialmente sulle radichette dette “barbe”, richiedendo meno lavoro e si risparmiando quasi la metà della spesa.

In alcuni luoghi sono da qualche tempo usati come concimi i residui della lavorazione del tonno detto "bagano".
Tra i concimi razionali che cominciano a farsi strada nell'opinione dei coltivatori liguri di ulivi, sono da considerarsi le “morchie” cioè il residuo della lavatura delle sanse che nell'estate, imbratta le rive dei torrenti.
La morchia è un concime molto conveniente perchè contiene tutti principi fertilizzanti necessari all'ulivo, e perchè rende un servizio agli abitanti delle vallate e delle campagne, liberandoli da miriadi di insetti che hanno origine dall’abbandono e dalla putrefazione di detti scarti della lavorazione olearia.
Potatura.
La potatura si esegue normalmente in un periodo da tre a cinque anni, preferibilmente in primavera, in autunno, e da alcuni appena terminato il raccolto delle olive.
Questa importantissima operazione viene compiuta con metodi tutt'altro che razionali: l'albero è lasciato crescere in modo casuale e senza alcuna forma determinata o prestabilita, per cui le piante finiscono per soffocarsi a vicenda, e tutte si spingono in alto, in cerca d'aria e di luce.
Gli ulivi si potano con una scure o con pertiche uncinate in ferro (roncole), cercando di arrecare poche ferite, risparmiando la corteccia e i giovani rami.
Alcuni mondano semplicemente l'albero dai ramoscelli secchi e dai succhioni; altri invece operano dei grossi tagli, ed esportano i rami sfrondati, allo scopo di concentrare i succhi della pianta.
L'operazione del taglio è troppo spesso affidata a mani inesperte, causando danni e compromettendo parzialmente il potenziale raccolto.

In Liguria è uso generale di moltiplicare l'olivo per mezzo di succhioni e rampolli staccati dalla ceppaia, o mettendo le cosiddette olivette, quando sono ancora sprovviste di radici, in fossi larghi e profondi quasi un metro.
Il frutto è raccolto prossimo alla maturità, o caduto naturalmente sul terreno, o quando giunge a naturale maturazione viene bacchiato con lunghe pertiche di legno.
Miglior uso sarebbe quello di scuotere a mano le fronde fruttifere: in questo caso il minor danno arrecato alle piante compenserebbe largamente il maggior tempo impiegato.
I principali miglioramenti che si apportano nella coltura tradizionale degli ulivi consistono in:
  • diradamento degli alberi;
  • dissodamento e coltivazione del terreno ulivato;
  • miglior metodo di concimazione.
L'uliveto diradato permette che il sole e l'aria penetrino a sufficienza e le piogge arrivino abbondanti e dirette sul terreno; ciò compenserà largamente le spese di lavorazione con un incremento produttivo, il quale potrà essere ulteriormente migliorato con la pratica colturale del sovescio e l'uso annuale del concime, collocato a 25 - 30 centimetri di profondità.

La mancanza e la scarsità del raccolto degli ulivi e le loro malattie, possono dipendere in parte dalle condizioni atmosferiche dell'annata, ma per buona parte sono imputabili a condizioni del sottosuolo.
In questi casi si incontra la resistenza alle consuetudini che hanno i coltivatori di smuovere molta terra soltanto all'intorno all’albero per scoprire la ceppaia, allo scopo di collocarvi sopra ed intorno i concimi di lenta decomposizione.
Scoprire la ceppaia dell'albero implica molta manodopera e, quindi, una non marginale spesa; per questo motivo la si pratica appena ogni tre o quattro anni, nonostante sia comunque un grossolano errore.
La ceppaia dell’albero non assorbe nulla del concime; sono le “barbe”, cioè le radici quasi capillari, che rappresentano le bocche delle radici stesse, l’equivalente delle vene e i vasi linfatici dei corpi animali, ovvero l’apparato di assorbimento; tali “barbe” non sono mai più profonde di 25 - 30 centimetri e sono in grado di raggiungere l'alimento anche a ragguardevole distanza, purchè lo stesso sia presente e si trovi in forma solubile, nonché  la terra sia soffice per permettere questo meccanismo.
Inoltre, scoprire la ceppaia e mettervi intorno il concime, provoca facilmente parecchie sue malattie, come le zeppe, la carie o lupa, mentre nel caso in cui contenga sostanze grasse (per esempio lana non lavata) genererebbe insetti.
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GELSO E GELSETI
Il gelso prospera agevolmente in quasi tutti i colli della regione ligure, specialmente sul versante settentrionale, dove si allevano i bachi da seta.
Tuttavia, questa coltivazione ha ridotta importanza essendogli preferita quella della vite.
E’ sostenibile dire che non esistano in Liguria gelseti specializzati, in quanto la pianta è coltivata e mantenuta prevalentemente intorno ai terreni pratili, ai seminativi, e lungo le strade comunali.
Le piccole piante per la messa a dimora si importano principalmente dal Piemonte e dalla Lombardia, nello stato selvatico e vengono innestate successivamente sul posto.
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VITE
La coltivazione della vite potrebbe essere per la Liguria fonte di incalcolabili ricchezze e pur tenendo un posto considerevole nell'agricoltura ligure, nel 1876 raggiunge appena un’occupazione territoriale media del 3 – 8 per cento; tuttavia, in breve tempo e con poco sacrificio, potrebbe giungere a pareggiare e detronizzare l'ulivo.
Dalle sponde del mare, sino agli ultimi comuni che sono sul versante meridionale dell'Appennino, si vedono rigogliosi vigneti, i quali producono ottimi vini.
Nelle zone montuose non si trovano significative tracce di tale pianta, perché il clima estremamente freddo ed umido d'inverno, le brine primaverili ed autunnali, la ucciderebbero.
Al contrario, i declivi posti a mezzogiorno della catena appenninica, difesi dai venti settentrionali, riscaldati dal sole, la vicinanza del mare, costituiti da terreno sabbioso ed alluvionale, presentano ricchi vigneti, rendono produttivo un suolo che si presterebbe meno ad altre coltivazioni.
Ciò porta la vite ad essere uno dei prodotti principali della terra ligure, dopo l’ulivo e gli agrumi.
In modo negativo, inizialmente i vitigni sono stati impiantati di varietà diversi tra loro, ma con l’estendersi della coltivazione e il passare degli anni, gli agricoltori hanno orientato le proprie scelte a specializzare le cultivar migliori, mirando ad uniformare la produzione vinicola, adattandosi al clima e al terreno e prediligendo infine il rosso “bracchetto” e il bianco “vermentino”.
Nonostante detto orientamento adottato, un censimento vinicolo del 1873 descriveva la presenza di 20 qualità di vitigni con produzione di uva nera o rossa e 16 qualità di vitigni con produzione di uva bianca.

Tra le qualità nere o rosse si distinguono:
  • il bracchetto di Albenga che è chiamato avaino a Loano, vaena a Pietra Ligure e rina a Finale;
  • il dolcetto o Monferrato, il barbera;
  • il negrone di Albenga conosciuto sotto il nome di musciado e bastia a Loano, di Salerno a Pietra Ligure, e Finale;
  • il croetto di Alassio, che corrisponde all'uva di Nasino d'Albenga, al tettovacca di Loano;
  • il barbarossa, l`aleatico, il rossese, il pignola, il reveo, la bonarda, la crovajora, la ormeasca, la negrona, la brassora, la merla, la balsamica, la durella, il rubino, il gallizzone;
  • la crovarola nera, il pignuolo nero, l’albarola, il greco;
  • una infinità d'altre varietà meno importanti, coltivate nei comuni di montagna specialmente, e distinte con nomi speciali dai singoli proprietari e comuni.
Fra le qualità bianche si distinguono:
  • il pigato di Albenga, chiamato vermentino a Loano, Pietra Ligure e Finale;
  • il malvasìa, il moscato, il tettovacca;
  • la vermentina, l’avarena, la verde pola, la pignorina, la moscatella, la mussarda;
  • il bosco, la bianchetta, il rollo, il verde canne, il dolcetto bianco, la bissona o lisciana;
  • la trebbiana, la verdusca, la bracciola o grappolunga, la moscatella;
  • la crovarola bianca, il pignuolo bianco e altre varietà limitate o speciali.
E poi ancora, senza dimenticare la solita puntuale ricerca e descrizione del marchese Maglioni, il quale non si risparmia, individuando e descrivendo tra gli altri:
  1. Salerno, crovairola crovettone. È pianta vigorosa che dà abbondante raccolto ed un vino alcoolico e prelibate.
  2. Sauvignon blanc. Dà vino finissimo comparabile ai migliori francesi.
  3. Vermentino. Vigoroso vitigno il cui vino è stimato assai.
  4. Franc-Pinot. Più ferace del Pinot gris e producente vino meno austero.
  5. Bracchetto. Dà prodotti abbondanti e ricercati.
  6. Crovetto. Vitigno che è ritenuto fra i più produttivi e dà un vino sceltissimo.
  7. Malvasia. Pregevolissima pel vino dotato di speciale aroma.
  8. Capo di Buona Speranza. Dà un raccolto scarso; ma oltre ogni dire prelibate.

Nel Circondario di Albenga, il Comizio Agrario del 1873 giunse alla conclusione di consigliare gli agricoltori a dedicarsi alla coltivazione indirizzata al tipo comune di vino nero della varietà di vitigni conosciuti sotto il nome di bracchetto o vaena o rina, sia per essere la varietà più diffusa e conosciuta nel circondario, sia perchè fonte di più  abbondante prodotto in ogni qualità di terreno, in rapporto alle altre, sia per l’eccellente vino, sia per essere un vino con le necessarie caratteristiche alcooliche e zuccherine da resistere anche a lunghi viaggi di mare in caso d'esportazione.
Con le stesse considerazioni, per il vino bianco, la scelta inerente alle varietà dei vitigni fu orientata a quella conosciuta sotto il nome di pigato in Albenga, mena a Pietra Ligure e a Finale.
La formazione del vigneto viene realizzata impiantando i cosiddetti “magliuoli”, che sono i tralci di un anno tagliati dalla vite vecchia e, quindi, lasciati a germogliare in loco; in alternativa si preparano in appositi vivai i suddetti “magliuoli”, e dopo uno - due anni, quando si sono formate le radici, vengono impiantati nel terreno destinato.
Le vigne, secondo le località in cui si trovano, vengono coltivate in filari, o a pergolati, e da qualche anno si ottengono ottimi risultati adottando il sistema del filo di ferro zincato, per sostenere i tralci.
Tale metodo permette di economizzare su grandi quantità di legname e di canne, permettendo all'uva una maggiore esposizione ai raggi del sole ed una migliore circolazione d'aria tra le fronde.
Una vite di anni 10 di età produce in media 10 chilogrammi d'uva, del valore complessivo di lire 2, i quali convertiti in vino, possono dare litri 6,5, e questi a centesimi 35 il litro darebbero un totale di lire 225.
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ALTRI ALBERI FRUTTIFERI
Alcuni pratici consigli proposti da Agostino Bertani riportate negli atti dell’Inchiesta Jacini.
Molte località del litorale e delle colline, di una certa estensione, esposte a mezzogiorno ed a levante, si presterebbero, mediante la frutticoltura, ad un reddito maggiore ove venissero opportunamente dissodate e coltivate, fornendo una larga esportazione di frutti di qualità.
Compiuti i lavori di disboscamento e di dissodamento converrebbe ingentilire il terreno selvaggio mediante semine di fieno greco, trifoglio ed erba medica durante il primo biennio e triennio, mentre questo prodotto verrebbe facilmente utilizzato nell’allevamento del bestiame.
Successivamente la vegetazione delle piante da frutta distruggerebbe le erbacce, o magari eliminandole mediante sovescio, per sovrapporvi una temporanea coltivazione di leguminose, di cereali o di patate, le quali andrebbero infine sostituite con la piantagione del frutteto.
L’agricoltura dell’epoca, relativamente alle coltivazioni di agrumi, porta i contadini liguri ad utilizzare in modo esteso e ripetuto pratiche di irrigazione in terreni che per natura ed esposizione manifesterebbero altri bisogni e, pertanto, sarebbero maggiormente produttivi se dedicati ad altre forme di coltivazione, tanto che alcuni dei prodotti ricavati si rendono rapidamente marcescenti e deperibili, adatti ad un consumo locale, ma limitando le possibilità di esportazione su mercati più ampi e conseguenti maggiori profitti.
Questa scarsa razionalità nella coltivazione induce alla raccolta di frutta acerba per aumentarne le possibilità di trasporto ai mercati, i quali vengono inondati di prodotti di qualità e caratteristiche decisamente inferiori a quelle che potrebbero essere invece raggiunte.
Gli alberi da frutto che meglio attecchiscono in Liguria sono: il noce, il pesco, l'albicocco, il mandorlo, il nocciolo, il fico, il melo, il ciliegio, il susino, il nespolo, il sorbo, il melograno, ecc.
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NOCE
La coltura di questa utilissima e pregevole pianta è alquanto trascurata e addirittura abbandonata alle leggi della natura.
Il noce prospera sui colli e nelle vallate della zona litoranea; produce frutto abbondante, ma viene maggiormente sfruttato per il suo legname.
Il noce, secondo la monografia del marchese Maglioni, “è una di quelle piante di cui se avvenga che su mille metri quadrati se ne contino tre, il loro valore è superiore al fondo; per questo loro pregio le piante di noce vanno diradandosi dal suolo ligure”.
L'olio di noce non è molto apprezzato, perchè in Liguria si produce largamente quello di oliva e non viene sfruttato anche in usi diversi da quello alimentare,
Un maggiore sfruttamento del noce sarebbe auspicabile in quanto non è soggetto a pratiche agrarie o cure particolari e potrebbe indurre ad una resa di circa 10 quintali ad ettaro e, quindi, lire 320, oltre il reddito relativo all’incremento legnoso.
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NOCCIOLO
Estesissimi noccioleti coprono la superficie di molte alture liguri, dove questa pianta cresce spontanea nelle selve e nei luoghi meno aridi a distanza del mare.
Il nocciolo fornisce frutti abbondanti, che vengono raccolti dai contadini e consumati in famiglia, o venduti sui mercati di Mondovì, Pieve di Teco, Garessio, Albenga, Porto Maurizio, Savona, Voltri, Genova, Chiavari, Borzonasca e Levanto.
Il frutto del nocciolo si mangia fresco, secco, tostato e serve a far olio.
Il contadino ligure, come riportato dal marchese Maglioni, “ama le nocciuole che gli costano solo la fatica della raccolta, non occupano suolo coltivato e si conservano a lungo.
La rimondatura dai seccumi ed il taglio dei rami invecchiati suol praticarsi per le sole piante cui la sorte benigna accordò di nascere in poderi privilegiati”.
Un noccioleto può produrre 6 quintali per ettaro, cioè un valore di lire 360, di cui 113 circa sono riconducibili alle spese di coltivazione.
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MANDORLE
La pianta del mandorlo è comunissima in Liguria, dove è coltivata su vasta scala, specialmente sulle colline.
È la prima pianta, comunissima in Liguria, che si copre di fiori bianco-rosati ai primi tepori della primavera.
Le due varietà comuni sono:
  • il mandorlo a buccia tenera e mandorla dolce;
  • il mandorlo a buccia dura e mandorla amara.
La pianta del mandorlo è molto utile all’agricoltore, perchè vegeta e cresce in terreni aridi e pietrosi nei quali difficilmente potrebbe prosperare qualsiasi altra pianta fruttifera.
Il frutto del mandorlo, sia fresco che secco, è molto usato sulla tavola della borghesia, mentre l’olio ricavato è utilizzato in farmacia e profumeria.
Secondo il Maglioni, il mandorlo procura tanti benefici e per la Liguria può essere, con il pero, il pesco e la vite, una delle piante più utili alla produzione agricola locale, associandosi nelle regioni alpestri agli ulivi e nei luoghi soleggiati è di consueto immune dal gelo.
Il legno del mandorlo, ritorto e con nodi frequenti, è meno adatto di altri alla manifattura dei mobili, ma essendo durissimo si presta ai lavori da tornio, adattandosi alla fabbricazione di speciali utensili, come cavatappi, viti di legno, ecc.
Il mandorlo che fiorisce in due distinti tempi è solito essere sottoposto a potatura ogni due - tre anni, volendo ottenere frutti di buona dimensione, specialmente dai fiori sbocciati in prima fioritura, mentre in seconda fioritura fruttifica qualora siano stati precoci i primi, e la raccolta avviene quando sono ancora verdi per essere destinati all’industria dei canditi.
La potatura periodica aiuta la legatura della prima fioritura, ritardandola ad un periodo in cui possa essere meno contrastata dal gelo e dalla brina.
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PESCO
È la pianta al primo posto nella frutticoltura ligure.
Il pesco, nelle sue molte varietà. è diffusissimo in tutta la Liguria dalla zona litoranea a quella delle colline.
Frequentemente le piantagioni si alternano con quelle degli agrumi, in quanto la pronta produzione del pesco compensa il reddito lento degli agrumi.
Le principali varietà di pesco in Liguria sono: il moscatello giallo, il moscatello spartilosso, il Sant'Anna rosso, il San Michele, il Santa Caterina, oltre le qualità esotiche che sono state da poco introdotte nella coltivazione con maggiore ed ottimi risultati.
Vi sono varietà primaticce dette di San Giacomo, che maturano in luglio, alcune autunnali ed altre invernali, tutte squisite, esportate in parte nei mercati di Torino, Nizza e Marsiglia.
La coltivazione del pesco, scrive il marchese Maglioni, “è un cespite di sicuro guadagno per l’agricoltore ligure”.
Il pesco si alleva a “pieno vento”, a piramide, a spalliera, a cordone, a ventaglio, a forma di U o di V, o con il sistema detto Dumotier (dal nome del suo inventore).
Eccettuato il primo metodo, tutti gli altri sistemi richiedono cure insistenti e pazienti, tagli difficili e pericolosi se non sono praticati con criterio adeguato e con la conoscenza delle circostanze che li rendono necessari.
Il legno del pesco riceve una ammirabile levigatura, ma è poco adoperato a causa del poco sviluppo legnoso della pianta.
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ALBÍCOCCO
La coltivazione dell’albicocco in Liguria, pure non avendo l’importanza o l’utilità della coltivazione del pesco, ha comunque uno sviluppo abbastanza rilevante.
Di solito è innestato sul susino selvatico.
Le albicocche precoci vengono esportate e sono richieste e smerciate sui mercati di Genova e Torino.
Le varietà in Liguria sono parecchie, differiscono poco l’una dall'altra, maturano in epoca lievemente diversa.
Oltre al frutto saporito, delicato, nutriente, si utilizzano i noccioli per la distillazione del rataflà, per una polvere aromatica da tavoletta e per un olio volatile di uso farmaceutico.
Il legno, se sano, viene ricercato per la costruzione di macchine e specialmente per torchi.
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MELO
La coltivazione del melo ha un'importanza notevole ed è abbondantemente diffusa nel territorio collinare, dove se ne coltivano di tutte le specie dalle più precoci alle più tardive.
Il melo, scrive il marchese Maglioni, “alligna di preferenza nei climi freschi e nei terreni argillosi: mal si adatta a quegli arenosi e dedicati a coltura intensiva; ivi il calore eccessivo e le frequenti concimazioni lo rendono molte volte soggetto al pidocchio ed al tarlo, sicchè in breve deperisce.
Il melo non ama concime fresco, ed ugual cosa può dirsi di tutti gli alberi fruttiferi: la spazzatura delle città e quella casalinga sono il migliore ingrasso per i frutteti; lo stallatico, nell'immediato contatto è troppo violento e determina spesso malattie letali”.
Il melo Carlo (Caroli d'Angleterre, dei cataloghi forestieri, Caroli di Finale, di Burdin) produce i frutti migliori in Liguria ed è quello che ha maggior successo.
Questa varietà e sovente scambiata, dai meno accorti compratori, col melo Pipino.
Una curiosità del genere è il melo di ferro o testaceo, di qualità inferiore, ma il cui frutto dura perfino due anni.
La maggior produzione di mele commerciabili è ripartita fra le varietà seguenti:
  • Caroli, Pípino, reínette rossa (caramella), reinette bianca (caramella), camegliesi, rugginose, semi-rugginose.
Tra la fine di settembre e il mese di ottobre, le mele vengono raccolte e trasportate al mercato o accaparrate dagli speculatori ad un prezzo che varia da 80 centesimi sino a 3 lire al rubbo (misura di 8 chilogrammi usata in Liguria).
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PERO
La coltivazione del pero è abbastanza estesa in Liguria, ma non essendoci vivai, i proprietari sono obbligati a procurarsi le piante in Piemonte e in Lombardia, dove sono coltivate.
Le località liguri litoranee ed esposte alle raffiche marine non sono troppo adatte alla coltivazione del pero, tanto che alcune piantagioni seccarono.
Poiché la produttività di questa pianta è piuttosto esigua, l’agricoltore è portato a trascurarla, immettendo sul mercato frutti di qualità non eccelsa.
Il pero dovrebbe essere coltivato ad alto fusto, a spalliera, a piramide, a cordone, forme tutte ignorate dalla grande maggioranza dei coltivatori liguri, che lasciano la pianta in completo abbandono alla natura.
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CILIEGIO
Il ciliegio (prunus cerasus) è una pianta comunissima in Liguria.
Le varietà che vengono preferibilmente coltivate sono quelle che danno frutti primaticci, dei quali si fa anche esportazione e che sono adatti ad essere canditi.
Si hanno anche ciliegi bianchi, i durerci, le ballarine, le agriotte e le nere.
La coltura del ciliegio è praticamente estesa a tutte le zone, dai terreni litoranei fino quasi al limite delle conifere, vegetando e fruttificando con incredibile prosperità ovunque trova terreno adatto.
L'alto fusto è la forma propria al ciliegio in Liguria, sebbene nelle zone battute dai venti e per le varietà delicate, sono adottate forme di coltivazione a spalliera e a piramide, le quali presentano vantaggio nel caso della raccolta e occupano meno spazio.
Non tutti i ciliegi si prestano alla potatura e, quindi alla coltura in forma nana.
Il seme del frutto è utilizzato nella fabbricazione del kirschwasser.
Il legno del ciliegio è di eccellente qualità e viene utilizzato in molte industrie, da ebanisti, intagliatori, scultori e fabbricanti di pipe.
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SUSINO O PRUNO
Anche questa pianta si nota con certa frequenza nella frutticoltura della Liguria.
Scrive il Maglioni, “in primavera il pruno copresi letteralmente di fiori; se tutti dovessero portare il frutto, la pianta non potrebbe certo allevarli”.
Non tutti i terreni in Liguria sono adatti per la pianta del susino, e pertanto necessario innestarla nel selvatico, affinchè possa crescere anche in terreni meno fertili.
Non esige troppe cure e si propaga facilmente, mettendo fuori innumerevoli succhioni dal ceppo e dalle radici.
Il frutto viene commerciato con grande facilità sui mercati, poichè si mangia fresco, si candisce, si fanno sciroppi, giulebbe, ecc.; può essere anche essiccato per la vendita o per l’uso personale e la sua polpa è usata nella farmaceutica.
Le susine più comuni in Liguria sono la Damasca, la Basilicata, la Settembrina, la Regina Claudia, ecc.
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FICO
Divide con il pesco il primato nella frutticoltura ligure.
Il fico (ficus carica) fornisce un prodotto utile nella stagione autunnale, servendo da alimento alla classe povera ed è un frutto ricercato delle classi più agiate.
Fra le diverse varietà di fico nella Liguria si trovano: il brigassotto bianco e nero, il pittalusso bianco, il bellone, il barallone, il bianchetto, il collo di dama, l’albicone, il torrano ed altri.
I fichi-fiori, che maturano nella stagione estiva, sono prodotti dagli albiconi, pelle dura, berorfi e melagrani.
Una varietà particolare, strettamente tipica del territorio genovese, era il fico “bizzarria di Sori”, dalla caratteristica buccia striata che assumeva a maturazione una colorazione alternata gialla – blu violastra, con polpa di un rosso intenso; sebbene fosse tipica del luogo, e di particolare buon gusto, andava scomparendo soppiantata da altre varietà più produttive e mantenuta presente in alcune proprietà contadine in pochi esemplari, quasi a testimoniare un antico attaccamento alle origini locali.
Il fico è coltivato in tutta la Liguria ed alcune varietà vegetano preferibilmente lungo il litorale, mentre altre preferiscono la collina e le ombrose vallate.
Esso prospera di preferenza nei terreni fertili e irrigui ed è ospite accettato e indispensabile degli orti, dove la sua occupazione di spazio coltivabile è tollerata in cambio dei suoi apprezzati frutti.
Secondo il Maglioni, “gli agricoltori sogliono innestare sulle varietà scadenti le migliori: del rimanente la coltura che il fico richiede limitasi a ben poca cosa. Purchè si tolgano i succhioni o bastardumi che pullulano al piede e nei rami, si sopprima una parte dei piccoli rami e si eseguisca una qualche lavorazione superficiale, il fico crescerà con rigoglio e darà abbondante e scelto prodotto”.
Meno comuni sono i fichi precoci da estate, volgarmente detti fichi-fiori o fioroni, fra i quali primeggiano poi i verdastri.
Il frutto è consumato in parte sul luogo allo stato fresco, e disseccato costituisce un prodotto commerciabile.
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NESPOLO DEL GIAPPONE
Questa pianta da frutto sempreverde è ancora poco conosciuta e poco estesa nei terreni della Liguria, sebbene il clima gli sia propizio ed il frutto abbondante e precoce si esporti con rilevante guadagno.
Si propaga seminando il nocciolo, cresce rapidamente, e, se bene coltivata, può dare frutti al quarto - quinto anno di vita.
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NESPOLO COMUNE
Il nespolo comune viene innestato sul biancospino selvatico, ed è abbastanza frequente in tutta la zona agricola in Liguria.
Esso fruttifica abbondantemente, non richiede, oltre l'innesto, altra fatica o lavoro da parte del proprietario, è raccolto a inizio novembre.
Sebbene sia venduto a basso prezzo, il ricavato supera abbondantemente le poche fatiche nella sua coltivazione.
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CARRUBO
In Liguria è principalmente coltivato tra gli uliveti, specialmente sulle alture collinari e montagnose. Cresce agevolmente nei terreni rocciosi e produce abbondante frutto che è ricercato dai proprietari di cavalli o muli, come ottimo nutrimento frammisto alla crusca di grano, orzo e avena.
Il carrubo cresce allo stato selvatico, ma prevalentemente lo si innesta con le migliori qualità.
Poco o nessun lavoro di coltivazione è richiesto all'agricoltore dal carrubo, una pianta sempreverde, che adorna i nostri colli in inverno e invita con la sua fitta ombra in estate.
Il legno del carrubo, allo stesso tempo durissimo e friabile, solitamente si utilizza come combustibile.
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PALMA DA DATTERO
Si presenta nei giardini del litorale adorna dei suoi frutti, ma può portarli raramente a maturazione per insufficienza di calore e se in qualche favorita posizione succede, non raggiungono le caratteristiche zuccherine per essere posti in commercio.
Le palme sono di due specie, la cattolica e l’ebraica e si utilizzano per le rispettive feste pasquali dei due culti.
Nel periodo opportuno si legano le chiome delle palme come in un fascio e le foglie interne crescendo senza essere esposte all'immediato contatto della luce, restano bianche; si tagliano e si lavorano con singolare maestria, e si vendono, quelle cattoliche principalmente, a Roma, Nizza, Firenze, Milano, Torino, ecc., quelle ebraiche in Germania.
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FICO D'INDIA
Si trova nelle quasi identiche condizioni della palma dattifera.
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AZZERUOLO
Pianta di scarsa produzione, il cui frutto delicato e gustoso è ricercato per essere candito.
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GIUGGIOLO
Il cui prodotto si usa più particolarmente in farmacia e nell’industria del confetto.
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SORBO
Si coltiva più per la proverbiale durezza del suo legname, adatto alla fabbricazione degli utensili impiegati nella produzione olearia, che per il suo frutto.
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MELOGRANO
Cresce e vegeta agevolmente e sarebbe meritevole una più estesa coltivazione.
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RIBES E UVA SPINA
Ribes, uva spina ed altre piante inferiori, sono presenti in modo variabile sul territorio ligure, ma la produzione e il commercio sono insignificanti.
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PIANTE ERBACEE
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CEREALI ED ALTRE
La produzione dei cereali in Liguria è molto inferiore ai fabbisogni del consumo locale, tanto che varia secondo le zone, da una media di 0,50 - 4 per cento ad una media di 15 – 19 per cento della superficie territoriale.
Le specie di cereali predominanti in Liguria sono: il frumento, il granoturco, la segale, l'orzo e l'avena.
Gli altri, come riso, miglio, panico, sorgo, ecc., o non esistono o sono rappresentati in numeri minimi, tanto da considerarsi come inesistenti.
Il frumento si coltiva preferibilmente nella zona litoranea ed in quella collinare.
Per la coltivazione del frumento, comunemente, si prepara il terreno, concimandolo, seminandovi fagioli e fave e dopo la raccolta di questi legumi, si ara nuovamente e, senza altro concime, si semina il grano.
Talvolta, in alternativa, si usa lo stesso sistema, ma sostituendo l’aratura con la zappatura a mano e una successiva concimazione apposita.
Nella regione appenninica, predomina il grano tosello, varietà preferita per la produzione di grani teneri, nonché di una foglia delicata di cui gli animali si cibano con gusto.
Per mancanza di spazio e l'avidità produttiva, il frumento si coltiva nei campi, nei vigneti e talvolta anche in mezzo agli uliveti.
Il granoturco o frumentone si coltiva anche in Liguria, ma in quantità minime.
Il granturco si coltiva come un secondo raccolto, sui terreni che hanno già fornito un primo raccolto di grano o di canapa, ovvero in rotazione biennale col frumento, dando un frutto abbondante e di buona qualità se messo in terreni irrigabili.
Nonostante tutto la coltivazione del granoturco sta diminuendo, in quanto il contadino ligure si sta convincendo che siamo maggiormente produttivi i terreni coltivati ad ortaggi, alberi da frutta e prati.
Deve essere evidenziato che nei comuni litoranei dove abbondano gli uliveti, i cereali sono tutti del colono, il quale corrisponde un tenue affitto, detto “del seminato”, al proprietario.
L'orzo, la segale e gli altri cereali inferiori si coltivano raramente nei vigneti, ma quasi sempre nelle località soprastanti ai vigneti stessi, nei cosiddetti “campi”.
Anche questa coltivazione, in Liguria tende a diminuire, non riuscendo a dare un profitto adeguato alle fatiche che richiede ed agli oneri da cui è gravata la proprietà fondiaria, anche in considerazione dell’immensa invasione di frumenti esteri.
Nei comuni alpestri si ha qualche coltivazione di orzo, segale e 'avena; tuttavia, anche dove tali coltivazioni sono in uso, non si permette che la pianta porti a maturazione il suo frutto, preferendo sfalciarne i gambi al raggiungimento di un certo sviluppo, utilizzandoli come foraggio.
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PIANTE LEGUMINOSE
Comunissima e importante è la coltivazione delle piante leguminose in Liguria, non tanto per consumo locale, quanto per la considerevole esportazione verso i territori limitrofi.
Fra i legumi sono predominanti in Liguria: i fagioli, le fave, i ceci, i piselli, mentre poca è la produzione di lupini, cicerchie, doliche e lenticchie.
La produzione delle leguminose raggiunge una copertura territoriale media del 11 – 15 per cento.
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FAGIOLI
Si coltivano abbondantemente in tutti i comuni e appartengono a diverse varietà, la cui caratteristica principale è di essere o rampicanti o nani.
Tra le varietà rampicanti si coltivano il fagiolo comune (che predomina su tutti gli altri) a seme di diverso colore, il fagiolo sciabola, a seme schiacciato e bianco, il fagiolo dalico o dall'occhio, a seme avente un occhio nerastro.
Tra le varietà nane si coltivano il fagiolo bianco (che predomina su tutti gli altri), il fagiolo sciabola (più piccolo di quello rampicante), il solitario, a seme violetto rigato di bianco, il bianco d'America a seme allungato e piccolo, il cui guscio si colora di rosso.
Sono rinomati i fagioli di Ceriana (fagiolo sciabola e di Lima) e quelli di Conio (volgare bianco) sia rampicanti che nani.
Si seminano in primavera dopo aver arato o zappato il terreno; nei luoghi freschi, come orti, giardini, o irrigui, sono seminati preferibilmente i rampicanti, i quali vengono seminati a solco, oppure in fosse profonde da 8 a 10 centimetri e distanti 10 centimetri circa l'una dall'altra.
Quando i gambi rampicanti cominciano ad elevarsi, si piantano nella fossa tre o più canne o frasche secche, alte e senza rami affinchè vi si possano attorcigliare.
I fagioli rampicanti necessitano di frequenti irrigazioni, che garantiscono un eccellente raccolto e una qualità migliore.
Il fagiolo nano, più resistente alla siccità, viene seminato preferibilmente sulle alture, nei vigneti e nei campi, con l’intento di preparare il terreno per la semina dei cereali.
Nel Circondario di Albenga, dove esista una fonte o un canale per l’irrigazione, è coltivato il fagiolo, o in campi appositi, o misto ai filari della vite ed anche negli uliveti, nelle varietà dette bombonetti, bigi e bianchi, molti dei quali vengono esportati sui mercati di Savona, Porto Maurizio e Oneglia.
Secchi si portano a Genova e più lontano, ma una grande quantità serve al consumo locale, costituendo tale legume una buona parte del nutrimento per la gente di campagna nei mesi estivi ed invernali.
Nella zona litoranea e in parte in quella collinare il fagiolo è seminato quale seconda raccolta, in rotazione, sul terreno che già ha prodotto grano, canapa, cavoli, ecc.
Nel circondario di Genova, si coltivano ovunque i fagiuoli di diverse varietà, con i nomi volgari di ballin, di Voltri, mori, parigini, quasi tutti consumati nel circondario.
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FAVE
La fava prospera bene nelle terre argillose e la sua maturazione è precoce.
Vengono impiegate per il nutrimento degli uomini e degli animali, e in Liguria questo legume è per massima parte consumato fresco.
Tra le varietà di fave troviamo le cosiddette baggiane o grosse, le pistolesi o piccole, nostrale, di Nizza e di Sardegna.
Le fave si seminano generalmente in primavera, ma in alcuni luoghi favorevoli, verso il litorale, anche nell'autunno.
Il fusto della pianta contiene una fibra robusta, che potrebbe essere convenientemente lavorata, fornendo una materia tessile piuttosto utile alle classi agricole.
La coltivazione è effettuata in aperta campagna, tra i filari delle viti nelle vigne, attorno ai campi seminati di grano ed anche in mezzo agli uliveti.
La maggior parte del prodotto è consumata ed esportata allo stato fresco, ed è venduta a prezzi minimi nei vari mercati in cui è trasportata.
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PISELLI
Si coltivano su vasta scala in tutta la Liguria, come prodotto da consumarsi allo stato fresco.
Generalmente il pisello coltivato è quello rampicante e a guscio tenero.
Il sistema di coltivazione in Liguria non è troppo felice, in quanto si seminano in una volta sola per farne un unico raccolto, diversamente dal metodo utilizzato altrove, dove si semina gradualmente a più riprese, per averli sempre freschi.
La semina avviene a pieno campo, senza concimazione e si piantano delle frasche secche alte e ramificate alle quali si arrampica.
La stagione più propizia alla semina del pisello sarebbe l’autunno (settembre), e nei luoghi con clima temperato, si ottiene un prodotto primaticcio da smerciare a caro prezzo nel periodo natalizio.
Tuttavia, regolarmente il pisello si semina in primavera, prima di ogni altro legume, ottenendo già raccolto a maggio.
Da notare che intorno al 1880 è già presente il Cav. Cirio che ne acquista in enormi quantità per inscatolarli in latta per un consumo da fresco per l’inverno.
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LENTICCHIE
In Liguria si coltiva in minime proporzioni la lenticchia, essendone scarso, poco ricercato il prodotto e tutto consumato sul luogo, con eccezione dei soli comuni di Bardineto e Calizzano, i quali esportano sui mercati liguri e piemontesi.
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CECI
Si coltivano in maggiore quantità delle lenticchie, perchè oltre ad essere consumati allo stato secco nella stagione invernale dalle famiglie rurali, vengono ridotti in farina e versati sui mercati dei vicini paesi.
È con la farina di ceci che in Liguria si confezionano le cosiddette farinate o torte, companatico sostanzioso e nutriente prediletto dalla gente comune.
Nelle regioni temperate, il cece si semina in autunno e in quelle più rigide montane, in primavera.
La varietà del cece coltivato prevalentemente in Liguria è quella di colore giallognolo, anche se sono usate le qualità bianche e rosse comuni.
Non tutti i ceci prodotti cuociono bene, ad eccezione di quelli coltivati in terre leggermente calcaree, i quali producono molto e risultano di facile cottura.
Si seminano a pieno campo, cioè spargendone a spaglio il terreno, dopo averlo abbondantemente concimato e si sarchiano quando hanno raggiunto un’altezza di 15 centimetri.
Una parte del prodotto è consumata allo stato fresco, ma la maggiore quantità viene trasformata in farina.
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LUPINI
Scarsissima è la coltura del lupino in Liguria e quei pochi che sono coltivati nella zona montuosa, sono utilizzati per ingrassare il bestiame suino, e per preparare il terreno ad altre migliori coltivazioni.
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ALTRE PIANTE ALIMENTARI E PIANTE ORTENSI
Parecchie sono le specie di piante aromatiche che si coltivano per uso domestico.
Basilico, maggiorana, rosmarino, salvia, menta, prezzemolo, sedano e carota sono le più usate; ma la più importante fra tutte può dirsi il basilico, altamente esportato.
Molte sono anche le altre piante ortensi delle quali si utilizzano le foglie o le radici.
a) Specie delle quali si impiega la radice: cicoria, scorzonera, cavolo-rapa, cavolo-navone; la prima è coltivata in grande scala e i mazzi dei suoi fittoni (radicchio) compaiono ovunque sui mercati di Liguria, Piemonte e Lombardia.
b) Specie delle quali si mangiano i giovani rami e le foglie: asparago, cardo, cavolo cappuccio, cavolo nero, cavolo lombardo, lattuga (diverse varietà), indivia, scarola, cicoria e spinacio.
Tutte queste specie, esclusi asparagi e cavoli, non rivestono interesse che per il consumo locale; la coltivazione del cavolo, invece, è molto diffusa e produttiva per l'esteso commercio e per il grande consumo che si fa di questa pianta.
Il cavolo è coltivato in tutti i giardini ed orti vicini all'abitato e la sua coltura si estende in tutti i paesi della Liguria: nei piccoli comuni distanti dal litorale, serve come alimento ed è consumato nella cucina giornaliera, mentre le foglie meno tenere ed i torsoli servono per l’alimentazione dei maiali.
Si coltivano diverse varietà di cavoli e quelle predominanti sono:
  • il cavolo nero, che non forma palla compatta e dura ed ha le foglie sempre colorate in verde cupo e bollose, spesso coltivato sulle alture perché soffre meno l freddo;
  • il cavolo bianco che forma palla con foglie a nervatura bianca e più lisce;
  • il cavolo gambuso che ha foglie bianche lisce e forma palla compatta e dura;
  • il cavolo verzotto che è una varietà tra il bianco ed il nero.
Il cavolo è seminato a pepiniera, e quando le piccole piante raggiungono l'altezza di circa 15 centimetri si trapiantano, previa concimazione con stallatico, in appositi solchi alla distanza di circa 25 centimetri tra loro; si tolgono dai solchi le erbe infestanti e quando la pianta è cresciuta per i due terzi del suo sviluppo, si rincalza.
Fra le varietà di cavoli più apprezzate in Liguria, ci sono i broccoli del Finalese, conosciuti in commercio col nome di cavoli di Finale, una varietà che va diffondendosi negli orti della Liguria.
Gli asparagi primaticci muovono un esteso commercio di esportazione.
Gli arenili, e i terreni sabbiosi in generale, sono adatti alla loro coltivazione, che è una delle più ricche della Liguria, poiché essendo venduti a lire 6 il chilogrammo, pagano annualmente il prezzo dei terreni.
c) Specie delle quali si mangia la giovane infiorescenza: i carciofi e i cavolfiori primaticci sono oggetto di esportazione (i carciofi vendono esportati in vagoni interi).
d) Specie delle quali si utilizzano i frutti: pomodori, melanzane, zucche, cocomeri, meloni, peperoni e finocchi, sono tutti molto comuni in Liguria.
Il pomodoro riveste una enorme importanza per gli agricoltori del litorale.
Il clima favorevole e il terreno facilmente irrigabile incoraggiano ad estendere tale coltivazione negli ambienti litoranei, dove con la coltivazione forzata si ottengono già nel mese di maggio per essere esportati sui maggiori mercati d’Italia.
Quelli più tardivi, oltre a servire all'esteso consumo locale di tutta la regione, vengono confezionati in conserva, la quale è una proficua industria agricola esercitata da proprietari e coloni.
Spesso, morta la pianta del pomodoro, il terreno può essere utilizzato con un secondo raccolto utilizzando il fagiolo, il granoturco, il cavolo, ottenendo un doppio guadagno annuale.
Dalle piccole zucche (zucchini, zucchetti), dalle melanzane si ricavano compensi, specialmente per quelle che sono vendute nell'alta Italia.
Alcune zucche coltivate, si tagliano e si fanno seccare, in modo che si conservino per molto tempo per esser cotte e usate in minestra.
Questo prodotto in particolare fu premiato nel 1874 all'Esposizione orticola di Firenze.
Enumerate cosi le principali specie di piante erbacee che vengono coltivate nelle campagne liguri, ecco alcune osservazioni generali.

La parte del territorio ligure che si presta alla coltivazione degli ortaggi è molto ridotta, tranne nelle zone di maggiore pianura alluvionale; pertanto, la formazione degli orti si riconduce all'assidua opera della zappa e del concime di spazzatura, dell'acqua pompata dai fondali dei corsi d’acqua e dall'instancabile operosità del contadino ligure, che ha portato a rigogliose produzioni ortive.
Tuttavia, a partire dalle zone di contorno ai grandi centri edificati, gli orti e i terreni coltivati vanno gradualmente scomparendo per cedere il posto a caseggiati, sia per abitazioni che per uso industriale.
Da non molti anni, in alcuni orti si procede a coltura forzata, mediante la realizzazione di piccole serre (telai con vetrate), ovvero con ripari ottenuti in forma varia, prediligendo ed impostando un assetto di coltivazione intensiva con utilizzo di consociazioni colturali sempre più estese e ravvicinate: ecco così che tra le piante di pomodoro ormai prossime a maturare gli ultimi loro frutti, già si vedono piantati e cresciuti i cavoli, e quando per questi si avvicina l'epoca della raccolta, tra di essi spuntano già le piantine di fave, piselli e di altre specie.
Tra le specie di piante di cui si fa estesa coltivazione non devono essere dimenticate le fragole, piccole e gustosissime, che crescono anch’esse negli orti della Liguria.
e) Specie delle quali si mangiano le foglie ed il gambo: il sedano, la bietola volgare, gli spinaci, l’asparago, l’origano, il cardo.
f) Specie delle quali si mangia la radice: le rape, i navoni, le carote, i ravanelli, l'aglio e le cipolle.
g) Specie delle quali si mangia il frutto: le melanzane, i meloni, i cetrioli, i peperoni (questi ultimi principalmente orientati all’esportazione).
Molti orticoltori fanno un esteso commercio dei loro prodotti con i principali centri di consumo di Liguria, Piemonte, Lombardia e anche con l'estero, ed alcuni vendono anche all'ingrosso le pianticelle di basilico, di pomodoro, di melanzana, ecc., da trapiantare già grandicelle.
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PIANTE A RADICE TUBEROSA
La patata è coltivata su tutto il territorio ligure e rappresenta. dopo le castagne, l’alimento supplementare delle classi agricole.
Fra le tante varietà di patate che esistono in Liguria si coltivano principalmente la patata gialla, a tuberi generalmente rotondi e le parmentarie, gialla e violetta, a tuberi piuttosto allungati e schiacciati.
La patata esige un terreno equilibrato, non troppo umido e non troppo asciutto, e di media compattezza.
Per la semina, si smuove il terreno con la zappa a becchi per una profondità di oltre 20 centimetri, si spiana, si tracciano dei solchi profondi circa dieci centimetri e si coprono di un leggero strato di stallatico; quindi, si tagliano a pezzi le patate, in modo che ciascun pezzo abbia una o più gemme (volgarmente chiamate “occhi”) e si rinterrano in detti solchi, alla distanza di circa 15 centimetri l'uno dall'altro; quando la pianta comincia a mostrarsi, si pratica la prima sarchiatura e quando raggiunge una certa altezza, viene rincalzata, spianando la cresta dei solchi.
Alcuni agricoltori, allo scopo di concentrare nei tubercoli maggior succo ed ottenerne conveniente ingrossamento, recidono gli steli delle patate prima del loro disseccamento naturale; tuttavia, questa pratica è scorretta e dannosa, perché pregiudica lo sviluppo dei tuberi, i quali, invece di crescere, diminuiscono di volume.
La pianta viene irrigata al bisogno, mediante rigagnoli tracciati e derivati.
Nelle zone con clima più rigido le patate si coltivano a pieno campo, allo scopo di preparare il terreno ai cereali e dove le condizioni climatiche consentono solo un raccolto, la semina è alternata annualmente con il granoturco.
La coltivazione delle patate inizia con la semina al principio di primavera e si raccoglie prima del frumento.
Le rape, le barbabietole, le cipolle, l’aglio, il porro, il navone e simili piante a radice bulbosa e tuberosa, sono coltivate nel territorio ligure, ma in proporzioni limitate al consumo locale (ad eccezione di cipolle e aglio che si producono per essere esportati in Francia e Germania); le cipolle primaticce (volgarmente dette “cipolline”), pronte ad inizio maggio in quasi tutti i comuni litoranei della Liguria, vengono vendute a prezzi elevati. sui mercati dell'alta Italia.
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PIANTE TESSILI E INDUSTRIALI
In pochissime regioni della Liguria si coltivano piante tessili, e queste sono di preferenza il lino (soprattutto nel territorio di Andora, dove è gradualmente sostituita con orti e agrumeti) e la canapa.
La canapa ormai si semina sporadicamente ed in modo irregolare ad intervalli di parecchi anni, per essere utilizzata dai contadini.
In Liguria, la canapa è seminata in aprile, e si sradica generalmente in luglio o massimo in agosto; non è raro che la vendita resti insoluta nell’anno corrente e debba essere ripresentata in quello successivo.
L’impopolarità di tale coltivazione è legata anche al fatto che la sua lavorazione è fra le più nocive alla salute del contadino.
Mancano completamente in Liguria le altre piante tessili o industriali, come la robbia, la liquirizia, il ravizzone, la colza, il ricino, ecc.
Il tabacco crescerebbe magnificamente in tutta la zona collinare, la barbabietola da zucchero nelle vallate appenniniche e nei paesi montani.
Il Comizio agrario di Chiavari introdusse nel 1879 la coltivazione del maviè.
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PIANTE DA FORAGGIO
Il prato costituisce una vera ricchezza per i montanari liguri.
Tra le principali piante da foraggio che si incontrano nei prati, le predominanti sono:
  • fra le leguminose: il trifoglio pratense, la veccia delle siepi, la cicerchia dei prati;
  • fra le graminacee: l'avena elatior e altissima, l'avena pubescente, il loglio perenne, l'alopecuro pratense, l’agrostide canina, il dattilo agglomerato, l'olco odoroso, la poa, il bromo dei prati, l'orzo segalino, ed altri.
I prati naturali si falciano una volta ogni anno, generalmente nel mese di luglio.
Il loro fieno si compone, oltre alle sopra citate piante, per la massima parte di diversi generi di festuca: la briza media (trifolium repens, holcus mollis, hediysarum, onobrychis, triticum repens, medicago sativa, ecc.).
I pascoli boschivi si compongono quasi esclusivamente di festuca rubra e duriuscola, bromus secalinus. holcus lanatus e mollis, trilicum repens, lotus corniculatus, oltre ad altre delle precedenti. Una volta falciate e bene essiccate le erbe, se ne ottiene un fieno aromatico.
Essendo pochissimi i proprietari ed i coloni che posseggono prati artificiali e che si prendono cura di seminare speciali piante da foraggio, l’impossibilità di irrigare vaste estese di prati dopo il taglio e lo scompenso tra il fieno prodotto e i numeri di capi di bestiame allevati portano a dover acquistare approvvigionamenti dal Piemonte, aggiungendo costi vivi che difficilmente possono rientrare nel bilancio dell’annata agraria.
Nelle zone interne dove si semina il granoturco, qualora le piogge non provvedano al fabbisogno idrico delle piantagioni che non possono essere irrigate, le piante diventano foraggio, attutendo in parte i mancati ricavi.
In alcune zone di Liguria, il foraggio per il mantenimento del bestiame deriva dal fieno che producono i ciglioni di campi e strade, e i muri a secco delle “fasce” collinari.
Oltre ai prati naturali, tutto il fogliame boschivo, dei castagni, le foglie secche dei cedui tagliati, le foglie dei gambi di granturco, le foglie di vite, fico, gelso, cavoli, ecc., cioè tutti gli avanzi vegetativi, confluiscono a trasformarsi in alimento per il bestiame o per uso di lettiera.
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MALATTIE DELLE PIANTE
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MALATTIE DELL'ULIVO
L'ulivo, che ci procura il più ricco dei nostri prodotti, è soggetto ad una infinità di malattie.
Nella zona litoranea marittima soffre la siccità, per la quale cade immaturo il suo frutto, mentre nelle zone più interne si aggiungono i danni dovuti all’inesperienza degli agricoltori ed il gelo.
Caldo.
L’eccessivo caldo, quando è accompagnato da prolungata siccità, procura danni gravissimi provocando la caduta dei fiori, del frutto ancora piccolo e delle foglie, annientando il raccolto.
Lupa.
La maggior parte dei nostri ulivi è soggetta a questa malattia, che ha molte cause, la principale delle quali è dovuta al cattivo metodo di potatura, con cui vengono fatti tagli irregolari all'albero che lasciano filtrare l'umidità nel fusto e nei rami, procurandone la putrefazione del legno; la sua cura consiste nello “scavare” e togliere il legno marcito con appositi ferri taglienti.
Callosità.
Da alcuni si attribuisce questa malattia alla natura del terreno, troppo compatto, sterile e sassoso.
I più esperti agricoltori ritengono che essa derivi dall’eccesso calorico che si sviluppa dall'ingrasso dovuto alla concimazione che si trova a contatto della radice; si cura con l'estirpazione.
Carie.
La massima parte degli agricoltori confonde la carie con la lupa.
La carie è una malattia di cui non si conosce la sua origine, che infesta maggiormente gli uliveti delle nostre colline, e quelli vegetanti in terreno magro ed a piantagione diradata.
Piante parassita.
L'ulivo che cresce in luoghi piuttosto umidi e soffocati è quasi sempre coperto di macchie più o meno verdi, che altro non sono che aggregati di muschi o licheni che vivono a sue spese e ne impediscono la traspirazione.
Una gran parte degli olivi è coperta dall'edera comune che vi si abbarbica tenacemente e dando ospitalità ad un’alta quantità di insetti che risulta doppiamente dannosa.
Bianco delle radici.
Questa malattia infestante le radici è un fungo, che i contadini chiamano muffa, la quale è dannosissima e viene curata mettendo a nudo le radici infette e lasciandole esposte per qualche tempo all'aria.
Insetti nocivi all'olivo.
Innumerevoli sono gli insetti che vivono a svantaggio dell'ulivo, e tra questi:
  • Verme dell'olivo. L'insetto più dannoso di tutti è senza dubbio il cosiddetto verme o mosca olearia e non passa anno che non distrugga in qualche parte del territorio intere produzioni; si desume che il suo stanziamento territoriale possa derivare dal fatto che i raccolti si protraggono anche fino ai mesi di maggio e giugno, creando i presupposti ottimali per la proliferazione dell’insetto e per lo stanziamento stabile dello stesso legato alle zone ulivate.
  • Tarlo dell'ulivo. Un coleottero della famiglia dei xilofagi, che sotto forma di larva corrode i rami dell'ulivo, vi scava delle gallerie e li fa seccare; compare in aprile e maggio; quando i coltivatori più esperti ne avvertono la presenza da certe macchie rosse o grigio-brune, o dal languore di qualche ramo infetto, recidono prima il ramo, quindi spingono la vegetazione con abbondante concimazione e, quando è possibile, annaffiano abbondantemente la pianta.
  • Cocciniglia dell'ulivo. Insetto dell'ordine degli emitteri e della famiglia delle coccidee, il quale invade l’intera pianta, la tinge di nero col travaso dei suoi umori, la fa languire e ne affretta il deperimento; in alcune zone l’infestazione è tanto marcata da annerire non solo le intere piante, ma anche il suolo sottostante.
  • Minatrici delle foglie e del nocciolo. La prima è un lepidottero notturno della famiglia dei tieniti, la cui larva vive a spese del parenchima delle foglie, nelle quali penetra forando la pagina superiore e lega con filo sottile i giovani getti, danneggiando cosi lo sviluppo della pianta. La seconda, dello stesso ordine e famiglia, è un poco più grossa della precedente e la sua larva vive a spese del mandorlo forandone il nocciolo; a causa di questo insetto, il frutto immaturo cade con facilità, producendo pessimo e poco olio.
  • Cinips oleae. È un imenottero che qualche volta arreca danni abbastanza sensibili; punge il picciolo del frutto, vi depone le uova, dalle quali nasce una larva che si insinua nel nocciolo e ne rode il mandorlo; è più nocivo dei precedenti, perché il frutto dal picciolo guasto cade quasi subito.
Anche gli ulivi, dotati di legno robustissimo e di una potente forza nutritiva, hanno la loro malattia conosciuta col nome di Zuppa.
Ogni pianta d'ulivo quando ha raggiunto un'età di quindici o venti anni di vita, comincia ad essere intaccata da tale malattia, e se l'agricoltore non si mostra pronto a liberarla e risanarla, si estende e la uccide.
Le piante più colpite sono quelle vecchie, più che le giovani, quelle in terreni leggeri e umidi, più che quelle in terreno secco, quelle in vallate basse poco arieggiate sono intaccate maggiormente dalla Zuppa.
Questa malattia è un deterioramento della parte legnosa della pianta, tanto nel tronco che nelle sue radici; il legno comincia a marcire, si rende friabilissimo al contatto delle dita dell'uomo e dove tale marcescenza non sia prontamente staccata con la scure o col coltello, sino a lasciare intatta la parte legnosa e viva della pianta, cresce e si propaga per mezzo del contatto di una fibra all'altra dell’albero fino a ucciderlo.
La pianta intaccata dalla Zuppa ha le foglie ricoperte di una ruggine nerognola, le punte estreme dei suoi rami disseccate, la corteccia esterna del tronco o ramo infetto sparsa di macchie nere, che finiscono per trasformarsi in una piaga la quale si approfondisce fino all'interno.
L'agricoltore deve eliminare la parte marcia o lupposa dell'albero, liberarlo dai rami o ramoscelli disseccati, concimare abbondantemente le piante, per ridonare loro la primitiva forza e robustezza. La Zuppa può ripetersi più volte sulla stessa pianta durante la sua vita, ma purchè sia sempre ben curata, la pianta può vivere ancora a lungo e produrre buona quantità di frutto.
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MALATTIE DEL CASTAGNO
Il castagno non sembra essere colpito da nuove ed estese malattie, ma soffre per la prolungata siccità e per l’intensità del freddo.
Tuttavia, è danneggiato dai bruchi del bombice dispari, che vivono a spese del parenchima delle foglie, per cui l’albero ne soffre e lascia cadere immaturo il frutto.
Qualche pianta si vede disseccare per causa del rodilegno, che vive scavando gallerie nell'interno del legno.
Un bruco corrode ovunque il frutto, secondo che le stagioni siano più o meno piovose o umide.
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MALATTIE DEGLI ARANCI
La malattia della gomma ha fatto strage specialmente nelle piante più vecchie degli aranceti di Liguria, uccidendone una parte e lasciandone tuttora ammalate ed incerte sulla loro totale guarigione.
Questa malattia si presenta inizialmente con un leggero ingiallimento delle foglie che si trovano sulle più alte cime dei rami; prosegue con il disseccamento delle piante stesse, che va gradatamente estendendosi dalle punte ai rami più interni e più grossi, finchè nell’arco di due - quattro anni, la pianta muore.
Nella maggior parte delle piante intaccate dalla malattia, al primo apparire del disseccamento delle punte dei teneri rami, contemporaneamente comincia il disseccamento della corteccia, che riveste la pianta nella parte dove il tronco si congiunge alla radice; tale disseccamento va progredendo in altezza e larghezza al punto da circuire tutta la pianta, mettendone allo scoperto la parte legnosa.
Scavando il terreno dalla parte dove si mostra il principio del male, si osserva che le relative radici sono anch’esse ammalate, e l'una dopo l'altra avvizziscono e muoiono, trascinando con loro necessariamente a morte l'albero intero.
Questa malattia è apparsa nel 1870 a partire dal finalese e si è estesa rapidamente fino agli agrumeti andoresi, con un effetto devastante che ha decimato e dimezzato in pochi anni il numero di agrumi presenti.
In meno di un ventennio si può notare una forte diminuzione della malattia, sia nella sua estensione, sia anche nei suoi effetti devastatori.
Svariatissimi furono i rimedi suggeriti e sperimentati dagli agronomi, restando tutti inefficaci; fu osservato che scoprendo la parte intaccata della pianta e le corrispondenti radici, e lavando ripetutamente con latte di calce la parte ferita, quattro o cinque volte durante un anno, il male si arrestò; la corteccia guarì dell'ulcera che pareva la corrodesse e la pianta cessò il disseccamento già iniziato nelle estreme punte; le foglie ripresero l’originario colore verde scuro e i frutti vennero condotti a maturazione.
Tale esperimento si rivelò con effetti positivi soprattutto sulle piante più giovani e ancora non eccessivamente colpite dalla malattia, ma non ebbe buoni risultati ovunque, soprattutto nelle zone territoriali colpite per prime.
Gli agrumi principalmente colpiti furono gli aranci, mentre i limoni e i chinotti restarono praticamente immuni.
Tale fatto portò ad ipotizzare e dedurre che una possibilità fosse che limoni e chinotti erano innestati sulla pianta dell'arancio amaro selvatico detto “margaritino”, mostratosi più resistente e meno intaccabile dell’arancio dolce.
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GLI UCCELLI E L'AGRICOLTURA
Si ritiene che non ci siano uccelli davvero dannosi all'agricoltura in Liguria: molte delle specie indigene, nonchè di quelle che ospitiamo di passaggio, o per qualche stagione dell'anno soltanto, siano di immenso vantaggio all'agricoltura stessa.
Il passero, l'allodola, il cardellino, il fringuello, sono gli uccelli di becco duro più comuni e numerosi.
Il passero e l’allodola convivono quasi con l'uomo, si nutrono di grano e sementi, e qualche danno possono arrecare al seminato col beccare granelli di grano, orzo, piselli, ecc., ma nulla a confronto con la distruzione giornaliera che essi fanno di insetti, vermi, farfalle, ecc., animali tutti nocivi ai seminati, ai frutteti, alle piante stesse d'alto fusto.
Il cardellino ed il fringuello si cibano pure di semi, ma per lo più di semi di piante selvatiche, e a loro volta fanno strage d’insetti e vermi che altrimenti devasterebbero i seminati ed i raccolti.
Fu osservato in passato, che negli anni in cui per l'avversità del clima e delle condizioni atmosferiche tali razze d'uccelli poterono prolificare poco e subirono anche gravi perdite per mano dei cacciatori, l'agricoltura, specialmente ortiva, ne risentì avendo osservato i carciofi, i pomodori, le fave, i piselli, colpiti da un bruco o verme che divorava le foglie, producendo l'avvizzimento della pianta.
Maggiore danno è arrecato dagli avidi cacciatori, specialmente da quelli che vengono dal genovesato in date stagioni, i quali invadono le pianure in gruppi di 20 o 30 individui e con prepotenza calpestano dovunque passano, raccolto e seminati, distruggendo con rabbia veramente febbrile le specie d'uccelli che hanno la sventura di incontrare.
La rondinella è comune, specialmente nella parte del litorale; il vantaggio noto che porta nutrendosi esclusivamente d'insetti, zanzare, ccc., è di grande sollievo agli abitanti degli insediamenti abitati del litorale, dove si trovano zanzare per le vicinanze di stagni e terreni ancora paludosi.
Il tordo si nutre quasi esclusivamente di vermi e animaletti.
Il merlo guasta qualche ciliegia o qualche fico, ma compensa colla distruzione immensa che fa di locuste, cavallette, bruchi e simili.
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DANNI PRODOTTI DAGLI ANIMALI
Tra i mammiferi propri alla fauna che direttamente o indirettamente riescono dannosi all'agricoltura locale sono da annoverarsi i seguenti:
  • Il lupo (Canis lupus, volg. luvo), rarissimo negli alti monti, qualche volta attacca il gregge portato a pascolare.
  • La volpe (Vulpue vulgaris, volg. vurpe), la faina (Martes foina, volg. fuin) e la martora (Martes vulgaris, volg. martua), uccidono non solo piccoli animali selvatici, ma anche i domestici allevati nei poderi.
  • La talpa (Talpa europaea, e Talpa coeca, volg. tarpa o topa), non è molto diffusa, ma reca guasti sia agli ortaggi che alle piante da foraggio.
  • Lo scoiattolo (Sciurus vulgaris, volg. sciurnia, vinvera o vivera), abita nei boschi, si reca nei luoghi coltivati e mangia molti frutti che l'uomo utilizza.
  • Le diverse specie di topi (Mus decumanus, volg. ratto de cuniggio; Mus musculus, volg. ratto de ca’: Mus sylvaticus, volg. ratto de campagna). Sebbene l'ultima specie sia quella che abita più tipicamente nelle campagne e che produce i maggiori danni, anche gli individui delle altre non mancano di fare le loro escursioni nei luoghi coltivati, per trovarvi i mezzi di sostentamento.
  • Il ghiro (Myoxus glis, volg. gi) ed il nocciolino (Myoxus avellanarius, Desm., volg. nissuin), si nutrono in gran parte e rispettivamente di castagne e di nocciole.
  • La lepre (Lepus timidus. volg. levre), alla quale il contadino fa la caccia, non solo perchè ne ricava un guadagno, ma anche perchè guasta seminati e particolarmente i ceci ed altri legumi.
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UCCELLI NOTORIAMENTE DANNOSI ALL’AGRICOLTURA
  • Alcune specie di corvi (per esempio, Corvus frugilegus, Corvus corone, Smel.), di passaggio a grandi sciami in autunno avanzato e nei freddi inverni, mangiano molte olive ed altri frutti o semi, scavano anche nel terreno per le fave;
  • il fringuello (Fringilla coelebs), in primavera mangia le gemme, particolarmente di diverse specie di alberi fruttiferi, tra i quali l’albicocco;
  • il passero (Passer cisalpinus), si ciba di grano ed altri frutti e semi utilizzati dall'uomo;
  • il merlo (Turdus merula), mangia in forte dose uva, ciliege ed altri frutti, specialmente nei terreni coltivati prossimi ai boschi;
  • il tordo (Turdus musieus), si ciba di olive nell'autnnno inoltrato ed in inverno.
Ma tali specie sono per altro aspetto utili alle nostre campagne.
Infatti mangiano moltissimi insetti in certe epoche dell'anno (segnatamente nel periodo della nidificazione) ed alcune razze anche se ordinariamente granivori.
Nell’insieme distruggono miriadi di uova, larve, crisalidi di insetti, o di insetti.
Tutte le specie insettivore vengono a liberare le campagne da nemici che l'uomo non potrebbe altrimenti combattere e distruggere, o lo potrebbe fare soltanto in parte, con molta fatica e con grave dispendio.
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INDUSTRIE DERIVANTI DALLE PIANTE
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VINO
Il Ligure non fa gran caso nella scelta delle uve e delle precauzioni da usarsi nel raccoglierle e nel trasportale; compie la miscela delle varie qualità di cui può disporre, a casaccio, senza alcun discernimento, e per tale motivo non ottiene un vino ricercato e durevole.
Come non bastasse, il contadino ligure persiste nel pigiare tutte le uve in una sola volta, dopo averle raccolte in uno o vari tini; tale operazione, da cui dipende in massima parte la buona riuscita e la completa fermentazione del mosto, si fa senza alcuna cura, così che le vinacce vengono portate sotto il torchio con parte degli acini ancora intatti, quindi non fermentati; questi, sotto la forte pressione rimanendo schiacciati, danno un nuovo ed incompleto mosto, soggetto a nuova fermentazione, che, unito al mosto precedente, lo deteriora per quelle qualità negative che si deplorano nei vini della Liguria.
Come non pone alcuna attenzione per la scelta, la miscela e lo schiacciamento delle uve, il contadino ligure procede alla carlona anche quando si tratta della fermentazione; non ha alcun riguardo ai tini che lascia aperti con le vinacce galleggianti, per cui il cappello di queste inacidisce e comunica alla massa del vino i primi segni della corruzione di acidità.
Non si preoccupa di agitare il mosto nel tino durante la fermentazione; la maggior parte dei contadini ignora che da questa operazione di maggiore ossigenazione nel mosto, deriva una maggior quantità di alcool nel vino, il quale acquista così un sapore più gradevole, perchè l'alcool dissolve interamente le essenze aromatiche contenute nelle varie parti dell'acino.
Nessun criterio, tranne la consuetudine, limita la durata della fermentazione, lasciata all'arbitrio ed al gusto del produttore, in dipendenza che questi prediliga il vino secco o amabile.
Le attrezzature per la fabbricazione del vino, sono pressochè sconosciute, ad esclusione di torchi più o meno moderni per la compressione delle vinacce, mentre i vasi vinari sono le consuete botti, per lo più mal confezionate e tenute peggio.
Salvo poche eccezioni, il vino non è suscettibile di grande conservazione, si beve generalmente subito dopo la produzione e non è sufficiente ai limitati bisogni locali, da un anno all'altro.
È difficile precisare il rapporto fra la produzione di uva bianca e quella d'uva nera, persistendo l’abitudine di mischiare, al momento della vendemmia, le due qualità per farne un solo vino per la famiglia; tuttavia, si può affermare che la produzione di uva bianca supera quella d'uva rossa, seppure il consumo locale sia maggiore di vino nero, importato in gran parte dal Piemonte, dalla Toscana, dalla Campania e dalla Sicilia.
Pochi sono i proprietari che vendono le loro uve, come rarissimi sono coloro che della produzione vinicola della Liguria fanno oggetto di speciale industria.
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OLIO
Anche se il prodotto principale della Liguria sia certamente l’ulivo, i metodi che vengono utilizzati per estrarne l'olio sono imperfetti.
Nella Riviera di Levante, dove l'olivo scarseggia, sono in uso sistemi tradizionali ed empirici; mentre nella Riviera di Ponente, dove la produzione olearia costituisce la massima ricchezza di quella regione, i metodi della produzione dell'olio sono più accurati.
Secondo il modo usato nella produzione dell'olio e i nomi praticati nel commercio, le principali qualità di oli vennero così classificate:
  1. Olio vergine;
  2. Olio di strettorio, estratto senz'acqua;
  3. Olio purgato con acqua calda;
  4. Olio di secondi bigonci, purgato con acqua calda o fredda, secondo la stagione;
  5. Olio di pasta rifranta;
  6. Olio di bottaccio o d'inferno;
  7. Olio lavato.
La tendenza speculativa dei liguri e la loro avidità di guadagno, hanno introdotto l’uso negativo delle miscele, che si operano su larga scala, mescolando agli oli indigeni di olivo, oli pure d'oliva ma di altre provincie e specialmente di Bari, la cui qualità non è tanto apprezzata in commercio, ma che chiarificato e confuso con quello della Riviera, viene messo sui pubblici mercati come olio di prima qualità.
Speculatori disonesti mescolano agli oli di oliva altri oli di seme, specialmente di sesamo, di colza, di arachide e di cotone, quasi incolori ed insapori, ma secondo molti e distinti igienisti, pericolosi per la salute.

L'olio costituisce il prodotto principale della regione, non essendovi comune che da esso non ne tragga risorsa.
I motivi pei quali questo prodotto occupa il primo posto, sono molteplici ed evidenti: il clima mite, la natura del terreno, la poca quantità di acqua, la configurazione dolcemente montuosa del territorio, la maggior possibilità, anche economica, di attivare questa coltivazione a preferenza di qualunque altra (sia per i pochi capitali che occorrono, sia perchè ad essa non sono necessari gli animali).

L’olio ligure unisce alla quantità la qualità; infatti gli eccellenti oli di Liguria godono di una singolare reputazione in commercio ed ottennero sempre le maggiori distinzioni in tutte le mostre italiane ed estere.
Il metodo di produzione è comune in tutto il territorio ligure: si macinano le olive, si spremono nei torchi (ad acqua o a forza animale).
Solo nel Circondario di Porto Maurizio, tutti e 38 i Comuni sono interessati dalla produzione olearia, il numero dei frantoi per l’estrazione dell'olio è di 424, dei quali 326 ad acqua, 95 a forza animale e 2 a vapore, ed inoltre a Taggia è presente una fabbrica per l'estrazione mediante l'azione del solfuro di carbonio, a ciclo continuo.
Dovendo esporre cifre indicative, si avrebbe un reddito complessivo di olio di 96,450 quintali annui, con un prezzo medio di lire 24 - 50 per quintale.

Si frangono le olive dentro la pila col fondo di un solo blocco in pietra e con la vasca formata da un bacino, anch’esso in pietra e perimetralmente ben cementata, in modo che l'olio non possa fuoriuscire; la macina (può essere singola o in coppia) è composta da una pietra arenaria dura e compatta (tradizionalmente colombino); quando le olive sono spolpate convenientemente, in modo che anche gli ossi siano tutti frantumati, la pasta si mette in una madia, che può essere di muratura cementata, o di legno, foderata con lamina di latta; dalla madia, che deve essere vicina alla pila, la pasta si introduce in sporte (fistoli o “spurtìn”) o gabbiole che si riempiono accuratamente e poi si dispongono in colonna sul banco dello strettoio; i torchi sono in legno; le sporte si stringono inizialmente con una piccola sbarra, lunga più di un metro fuori l'occhio del torchio, poi con altra sbarra lunga due metri o più, e infine con l'argano; lo stringimento deve farsi in modo intermittente. Il primo olio, che esce maneggiando la piccola sbarra, è il migliore e quasi puro; in seguito esce insieme con l'acqua contenuta nel frutto; quando è finita la spremitura, le sporte si lavano con acqua ben calda; l'olio e l’acqua che ne escono si raccolgono in un secchio.
L’olio non tarda a galleggiare e si raccoglie con il ramaiolo e la risalita dell'olio a galla si facilita con l’aggiunta a pioggia sulla secchia di acqua calda o fredda, secondo la stagione, da un ramaiolo bucherellato.
Quando non si può più raccogliere olio col ramaiolo ordinario, e si è a pelo dell'acqua, si raccoglie quel sottile strato che rimane con un mestolo quasi piano (o con la “lecca”).
Se si vuol ottenere dell'olio perfetto, ammesso che sia anche perfetto il frutto, non bisogna mescolare quello che galleggia spontaneamente con quello che si fa risalire con la pioggia d'acqua.
La pasta di solito non tralascia tanto facilmente l'olio che contiene e allora, dopo averla spremuta e liberata da una porzione d'acqua, bisogna rimetterla nella pila e rifrangerla; l'olio di olive rifrante è sempre di qualità inferiore.
Per ottenere olio buono bisogna assolutamente che tutti gli strumenti siano mantenuti in estrema pulizia ed efficienza: purtroppo nei frantoi locali la pulizia lascia molto a desiderare.
Compressa bene la pasta, si svita lo strettoio, e vuotate le sporte si trasporta la sansa in fosse dove si conserva per l’estrazione dell'olio lavato.
Le fosse per la sansa sono costruite in muratura, fuori del frantoio, più o meno grandi e numerose secondo la forza del frantoio stesso, e col fondo in ciottolato, perchè possa scolare parte dell'acqua con cui si bagna la sansa.

Olio lavato
Per conservare bene la sansa nelle fosse, vi si depone a strati impastata con acqua, si pigia con i piedi e con la zappa, e si liscia sulla superficie, per impedire il più possibile che l'aria penetri nella massa, ossidandola e portandola in fermentazione; quando non si può iniziare presto la lavatura di una fossa, si copre la sansa fresca con sanse già lavate.
La sansa tirata dalla fossa e gettata nella pila si inumidisce con acqua, e appena è ben ridotta in poltiglia, passa in un’altra pila attigua, dove è ben sbattuta e rimescolata per ottenere l’estrazione dell'olio residuo (il prodotto estratto con questa lavorazione è spesso venduto e destinato alla produzione del sapone).
In questa seconda pila si fa giungere una derivazione d'acqua proporzionata alla massa della sansa che si lava; questa acqua, uscendo dalla pila, trasporta con se le pellicole (pellicine), che vanno gradatamente staccandosi dalla sansa, la quale si considera ben lavata quando l'acqua scorre limpida.
Le pellicole rimangono depositate nei trogoli del lavatoio, dai quali l’acqua follata esce a sifone per passare dall'uno all'altro, e fuori del lavatoio propriamente detto le acque della lavatura si trattengono in altre fosse provvisorie, dove continuano a depositarsi i residui delle pellicole.
Le pellicole raccolte in un mestolo di ferro vengono portate in una caldaia posta in un angolo dell'edificio, e fatte scaldare per sprigionarne l'olio, che sale sciolto in superficie, quando esse sono ben scaldate o cotte.
La pasta calda bollente viene posta nelle spagnolette, che, disposte in colonna, si spremono sotto lo strettoio nel miglior modo possibile; i torchi per l'olio lavato sono in gran parte in ferro fuso.
L’olio che scorre giù, lungo la colonna, è raccolto e condotto da apposita canaletta, ricavata nel banco dello strettoio, in un trogolo vicino, costruito in modo che ne sgorghino l’acqua o le morchie.
Le paste che vengono fuori asciutte dalle spagnolette, sono poi vendute a particolari stabilimenti, che ne estraggono il residuo olio mediante il solfuro di carbonio; uno di questi stabilimenti funziona presso la stazione di Taggia, lavora a ciclo continuo con l’impiego di 8 operai e tratta circa 16.000 quintali di prodotto annui.
I residui ossei secchi decantati sono raccolti e venduti come combustibili.
I frantoi e più ancora i lavatoi lavorano in modo molto empirico; non si fa distinzione tra olive buone e guaste, tra l'olio vergine e quello che si ricava dalle acque; la pulizia degli utensili è sconosciuta o quasi.
In molti frantoi mancano i torchi in ferro, in tutti mancano i torchi idraulici e non si è ancora voluto adottare l'uso di lastre metalliche per separare tra loro le sporte e le spagnolette, metodo col quale si ottiene maggiore pressione con la stessa forza applicata e con l’uso dello stesso meccanismo.
I frantoi sono azionati principalmente da forza idraulica e ben pochi da forza di animali (muli o buoi).
Per vincere la concorrenza degli olii di seme è necessario:
  1. Avere frantoi ampi, bene arieggiati e muniti di strettoi in ferro;
  2. Frangere le olive appena raccolte, impedendo che subiscano fermentazione;
  3. Difendere le sanse dal contatto del terreno, che assorbe tutta quanta la sostanza oleosa che ancora possiedono, lavandole il più presto possibile e dopo una ventina di giorni di deposito.
Infine, uno sguardo alla media dei prezzi degli oli: nell'ultimo decennio, è di lire 200 al quintale per l'olio vergine, lire 160 per il mangiabile fino, lire 125 il mangiabile comune, lire 80 il lavato.

Per scoprire l’adulterazione dell'olio d'oliva, il signor Vassallo, professore di chimica nell'istituto tecnico di Porto Maurizio, consiglia il seguente reagente:
l'acido solforico in commercio allungato con acqua, in modo che segni al pesa-acidi 46°, lo si satura con vapori nitrosi, prodotti alla reazione dell'acido nitrico sull'amido o sullo zucchero; la reazione per lo svolgimento dei vapori nitrosi, si deve eseguire in un pallone di vetro piuttosto ampio perchè esso ha luogo con viva effervescenza, e deve essere favorito da principio dall'azione di un leggero calore; due grammi di questo acido nitro-solforico messi a contatto con 10 grammi di olio di oliva, qualunque sia il suo modo di preparazione, la sua provenienza e la sua età, e quindi sbattuto assieme, lo rendono di un colore bianco, che ha gradazioni di un riflesso giallo-chiaro; e questo colore è franco e durevole, ed indifferente ad un eccesso di reattivo; se all'olio d'oliva fu addizionato olio di sesamo o di colza, a contatto del reagente prende una tinta giallognola, che a poco a poco si fa bruna e, quando l'olio addizionato sia di colza, dopo dieci minuti circa presenta un colore nocciola.
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CANAPA
La pianta di canapa, divelta dal suolo, è lasciata disseccare finchè abbia perso tutte le sue foglie e semi, e il gambo intero abbia assunto un bel colore dorato.
Viene raccolta in tanti fascetti di alcuni centimetri di diametro ed immersa in appositi bagni d'acqua dolce, detti maceratoi da canapa, dove, dopo essere stata mantenuta sommersa per mezzo di grosse pietre per 7 od 8 giorni, viene fatta disseccare.
La mancanza assoluta di macchine adatte a lavorare la canapa, costituisce per il contadino un lavoro lungo, faticoso, noioso e poco igienico per la salute.
La canapa bene disseccata, a piccoli fascetti per volta, viene posata ed infranta con una spranga di ferro detta “rompione”, sopra un banco di legno che porta una apposita scannellatura sopra una delle sue estremità.
Quando è bene stritolata la parte legnosa che si stacca facilmente dalla sua corteccia, è posizionata sotto un altro strumento detto “maccinella” o “gramola”, e qui è battuta e ribattuta per tante volte quanto necessario a liberare la fibra da tutta la parte legnosa.
Per mezzo di un coltello a filo rotondo, i fascetti della canapa sono mondati e ripuliti accuratamente d'ogni altra piccola parte legnosa, che ancora potesse mantenere; si spatolano bene con apposita scopa i fascetti, e quando sono perfettamente lisci si piegano unitamente all'altra canapa, ottenuta in precedenza, formando fasci più grandi, di chilogrammi 15 o 20 circa che sono pronti per essere messi in commercio.
Durante le suddette operazioni, si sprigiona dalla canapa un pulviscolo denso e fine, che respirato e a contatto con gli occhi del contadino frequentissimamente produce febbri ed anche infiammazioni molto dolorose.
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FRUTTI SECCHI E CANDITI
In Liguria è molto diffusa l'industria dei frutti canditi, dei quali si fa una considerevole esportazione da Genova e Savona.
Il frutto fresco, prima di confezionarlo è fatto bollire nell'acqua di mare, allo stato naturale (questa pratica concede ai confettieri e droghieri di attingere giornalmente dal mare un numero prestabilito di litri di acqua salata), per conservare il frutto più a lungo, lavorarne maggiori quantità allo stesso grado di maturazione voluta, ed anche per dare al frutto stesso una maggiore consistenza.
L'acqua di mare è particolarmente usata per gli agrumi e per i frutti comuni.
Per l’industria dei canditi sono preferibili le pesche dette “da vigna”, scolorite e di buccia piuttosto giallo-verdastra, i fichi “della goccia d'oro” (fico dottato di Toscana) ed il fico di Marsiglia.
L'albicocco rosso è poco ricercato, non dura e non serve per I' industria dei canditi, così come gli albicocchi gialli che abbiano la scorza verdastra od arrossata (caratteristica che avviene quando siano innestati su altre piante da frutto).
Prima in Liguria, tra le fabbriche di frutti canditi, è certamente la ditta Stefano Romanengo di Genova.
Anche l’industria dei frutti secchi, specialmente di fichi, è abbastanza diffusa in Liguria.
I fichi essiccati più scadenti costituiscono un comunissimo companatico nella popolazione rurale locale, mentre i più belli forniscono le tavole dei ceti più agiati.
Si disseccano in abbondanza fichi e castagne: tutti e due questi prodotti soddisfano ai bisogni locali, ed inoltre formano oggetto di una esportazione che per le castagne è di rilievo.
Questi frutti, nell’estremo ponente ligure, vengono confezionati in apposite scatole di legno, rese eleganti come quelle dei confettieri ed esportate fino ad adornare le vetrine dei confettieri di Parigi e di altre importanti città estere.
In alcune zone si accenna pure alle noci e mandorle, oggetto di esportazione.
Prugne, e pesche, servono al consumo locale.
Il marchese Marco Maglioni nella sua monografia scrive:
La maggior parte dei frutti del fico viene raccolta dai contadini per essere essiccata e tale industria, non trascurata o mal appresa, potrebbe essere fonte di lucro notevole in Riviera. Raccolti i frutti man mano che giungono a maturazione, vengono distribuiti su cannicci detti in vernacolo virze, ed esposti su terrazzi od in luoghi soleggiati, avendo cura di ritirarli la sera perchè non siano deteriorati dalla rugiada.
Il peggior lato della cosa è che i fichi disseccati di qualità inferiore, il più delle volte, sono venduti a vil prezzo, ciò che non incoraggia il proprietario; d'altra parte lo spirito di iniziativa è poco sviluppato e le scatole ben ordinate ed altri amminicoli sarebbero novità. troppo radicali che causerebbero una rivoluzione nel sistema.
Le qualità scelte di fichi secchi sono offerti a lire 10 al rubo (8 chilogrammi), le inferiori ad una lira e mezza, con una graduazione che è arra della maggior convenienza ad ottenere prodotti migliori. Durante i mesi dell'inverno essi sono il companatico abituale del povero, fors'ancho perchè il commercio d'esportazione è limitato alle qualità scelte le quali vengono ordinariamente incettate a prezzi miti sul luogo e rivendute con notevole beneficio. E tale certezza varrà. a determinare, collo schiudersi di nuovi orizzonti alle industrie, maggior diligenza e maggior attività. per appropriarsi i benefici dell'intrapresa”.
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INDUSTRIE FORESTALI
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SCORZE CONCIANTI E TINTORIE
Le cortecce delle querce e del pino sono utilizzate nelle conce dei cuoi.
La corteccia del pino è adoperata più propriamente nella tintura delle reti da pesca e da caccia, delle corde, tele, ecc.
Queste cortecce si staccano dal tronco appena tagliato, si lasciano disseccare e poi sono sottoposte ad una apposita macina in pietra che le stritola o le polverizza.
Il suolo del frantoio, ove gira la macina che stritola la corteccia, è bucherellato, e attraverso questi buchi passa la corteccia sufficientemente polverizzata; al termine di questa lavorazione è pronta per essere utilizzata, con un valore commerciale di lire 8 al quintale.
I proprietari dei boschi vendono abitualmente il legno fresco lire 1,80 al quintale, il quale viene ulteriormente sfruttato da alcuni commercianti, che ne staccano la corteccia dalla parte legnosa, vendendola separatamente.
Sughero.
Si tratta di un prodotto estremamente localizzato, in boschi di specifiche proprietà private, abbastanza estesi, che fornisce di un profitto di lire 15 al quintale.
Carbone.
Questo prodotto forma uno dei principali cespiti di ricchezza della zona montuosa ligure e, in minor incidenza, della zona collinare.
E’ formato per massima parte di legno di castagno selvatico, quercia e faggio, e secondariamente di nocciolo ed elce.
La maggior parte prodotta è esportata ed il prezzo varia sensibilmente tra estate e inverno: in media di vende a lire 0,75 al miriagrammo; a tale prezzo devono detrarsi i costi dell’acquisto della legna, la produzione del carbone, il trasporto dalle montagne (che si esegue fino alle strade carrettiere con bestie da soma), ritenendo che i 2/3 del prezzo di vendita siano assorbiti dalle spese.
L’utile che resta è comunque sempre un discreto guadagno.

I rami ed i tronchi di faggio sono lavorati sul posto per farne utensili di uso domestico, come ciotole, mestoli, ramaioli, setacci, ecc., oppure arnesi rurali, come pale, stanghe, vasi vinari, imbottatoi, ecc., e se ne esportano anche, ma in piccola quantità.
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ANIMALI DA ALLEVAMENTO
I numerosi pascoli e le estese boscaglie si prestano bene all’allevamento del bestiame bovino, e le razze che ne provengono sono ricercate perchè dotate di molta forza muscolare e capaci di resistere ai lunghi e faticosi lavori dell'aratro, a trascinare il carro pei viottoli ripidi e difficili tipici del territorio, e a trascinare i tronchi d'albero trasformati il legname da costruzione.
I capi destinati al macello sono di carne squisita, ricercati e preferiti a quelli provenienti dal Piemonte.
Il prezzo di un paio di buoi di questa razza montana nostrale, di media età e adatti alla fatica dell'aratro, varia tra i 25 e i 30 marenghi, essendo costume di negoziare con tale moneta; il prezzo di una vacca da latte varia fra i 12 e i 20 marenghi; i vitelli poi si vendono a peso e si pagano da lire 1,20 a lire 1,40 il chilogrammo.
Le stalle sono costruite e gestite male, prive di principi igienici, carenti di luce e aria, senza pavimentazione selciata, per cui i liquami si disperdono, senza abbeveratoio e spesso senza mangiatoia, caratterizzate dal cattivo odore del letame accumulato in un angolo, ove fermenta.
Prevalentemente sono al piano terra delle case abitate dai contadini e spesso collegate direttamente ai pochi locali di abitazione.
Il fieno, una volta essiccato nei prati, è conservato in appositi locali uniti alle case, o in baracche o barche coperte di paglia; spesso i fienili sono all'aperto.
In questo caso il foraggio è ammonticchiato sotto una copertura a forma di grande ombrello, che scorrendo attorno ad un alto palo conficcato nel suolo, si abbassa gradualmente al prelievo e utilizzo del fieno; stesso sistema viene usato per la paglia, che alcuni somministrano al bestiame, mista a foraggio, nelle giornate invernali, oppure viene sparsa nelle stalle, dove diventa concime insieme agli escrementi.
Alle vacche, oltre al fieno si somministrano i cosiddetti “beveroni” ed è stato introdotto anche l'uso della “burlanda”, cioè il residuo dei cereali nella fabbricazione dell'alcool.
La “burlanda” è un alimento incompleto (ricco di azoto, ma privo di amidi), che comporta una produzione di latte meno buono ed aromatico rispetto a nutrizioni con foraggi tradizionali.
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EQUINI
La Liguria non ha razze locali di cavalli e non si tenta neppure l'allevamento dei cavalli, a causa della mancanza di pascoli e di fieno adatto.
La maggior parte dei cavalli sono importati dall'Ungheria, dal Cremonese, dal Mantovano, dal Tirolo tedesco, pochi dalla Romagna, dalla Toscana e dal Piemonte.
Siccome i lavori nelle campagne liguri sono generalmente fatti a braccia d'uomo, si incontrano cavalli, muli e somari impiegati a girare nell’inverno i frantoi da olio, a trasportare frutti a vendere ai mercati e concime nei poderi o girare il torchio nelle piccole fabbriche di paste.
La maggior parte dei cavalli resta così destinata alla locomozione e in montagna è legittimata la presenza del mulo e dell'asino, in quanto capaci nei trasporti sul basto od anche a dorso nudo.
I muli in Liguria acquistarono celebrità sotto il nome di “muli genovesi”, ma in realtà furono importati dalla valle d'Aosta e dalla Savoia, con un prezzo di 500 - 800 franchi.
Gli asini sono in massima parte importati dalla Toscana, con qualche tentativo di allevamento locale ed un prezzo di lire 150 - 200 per i maschi e lire 200 – 300 per le asine.
Naturalmente sono ricercati, nella razza equina, animali in cui predomini lo sviluppo delle forze di trazione e di resistenza.
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OVINI E CAPRINI
Dove l'ambiente agricolo non permette l'allevamento della vacca, comincia quello della capra e della pecora.
La razza ovina è destinata alla produzione della lana e dell'agnello, di cui si fa grande consumo anche in tutta la Riviera, in ogni stagione dell'anno, ma particolarmente in primavera.
Fra le fonti di guadagno vanno ricompresi il concime ed il latte, mentre meno importanza riveste il formaggio (prodotto prevalentemente sulle alture), di cui non si fa esportazione.
Nel censimento del 1869 non vi era gran differenza tra il numero delle capre e quello delle pecore, ma le disposizioni forestali successive hanno comportato un forte sbilanciamento dovuto all’opposizione al pascolo delle capre, ritenute a ragione più dannose per l’accrescimento e mantenimento del manto vegetazionale.
Le capre sono maggiormente apprezzate per l’utile nel breve periodo, grazie a latte, carne e pelle, ma risultano dannose su periodi più lunghi, impedendo la crescita delle forme vegetative.
I pastori approfittano dei pascoli delle comunaglie, pagando un affitto meschino; trascorrono l'estate sulla cima dei monti a concimare quei campi, dove poi vengono seminati i cereali; una parte della primavera e dell’autunno si soffermano nei pascoli più vicini all'abitato, e d'inverno abbandonano i loro focolari per scendere nella zona degli agrumi e dell'ulivo, dove, se i pascoli sono scarsi, almeno il clima è mite, e dove non nevica quasi mai.
Nella stagione inoltrata dell'autunno e per tutta la durata dell'inverno fino alla metà della primavera, in questa zona litoranea si spargono pure in buon numero pastori del Piemonte coi rispettivi armenti di razza bastarda.
In Liguria la stabulazione permanente s'alterna colla pastorizia nomade,
La pecora ligure è bassa di statura, lana lunga e ordinaria, pesa circa 30 chilogrammi; questa razza indigena è molto adatta e resistente alla natura dei pascoli e alle vicende atmosferiche.
Nessun miglioramento fu mai sognato per introdurre nuove razze.
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SUINI
La razza suina è tutta importata dalla Toscana, dalla Romagna, dal Piemonte.
Nel gennaio si comprano sui mercati i maiali piccoli di circa 4 mesi d'età e più o meno ingrassati, si rimettono in commercio dal novembre al marzo successivo.
Ogni famiglia di contadini ha uno o due maiali, secondo l’estensione del podere.
La poca importanza dei boschi da ghiande e la scarsità di cereali rendono quasi inconcludente tale allevamento.
Tuttavia, secondo alcuni, il tornaconto consiste nella varietà alimentare che raggiunge la tavola della famiglia contadina.
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POLLAMI E CONIGLI
Quando l'alimento sarebbe sprecato, allora emerge il tornaconto a trasformarlo in gallina.
In Liguria la produzione delle uova è insufficiente al consumo locale e si trovano spesso sui mercati le uova del Piemonte e del Parmigiano, le quali sono vendute ad un prezzo più basso di quelle nostrane: le uova locali, in certe stagioni, si pagano fino a 16 centesimi l'una.
Recentemente si stanno sperimentando le incubatrici artificiali.
L’allevamento del coniglio non interessa in modo sostanziale, così come cibarsi in modo esteso di tale prodotto zootecnico.
Tuttavia, soprattutto nel Ponente di Liguria, la mancanza di allevamenti specializzati di pollame ha indotto ad un superamento di numeri ed attenzione nei confronti della coniglicoltura, tanto che la produzione di capi ed il consumo hanno superato quella del pollame, fatta eccezione negli ambiti rurali del pollaio famigliare, che ancora mantiene la sua posizione di privilegio.
La tendenza di sviluppo su grande scala è marcata dal fatto che il pollo necessita di una alimentazione cerealicola, di più difficile produzione, mentre il coniglio può essere nutrito dagli erbaggi di scarto.
Tuttavia, si lamenta che i conigli siano allevati in piccole stalle anguste, poco aerate, diametralmente opposte ai propri fabbisogni naturali.

Nel Circondario di Albenga si svolgono nove grandi fiere annuali: a Calizzano, dove predomina la vendita di bestiame e di legname; due fiere ad Alassio (dove è pure mercato settimanale il martedì e il sabato) e due a Loano; quattro ad Albenga, dove, oltre al bestiame, si negoziano generi alimentari e di vestiario.
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LANA
Ogni pecora produce in media annualmente 1 – 1,112 chilogrammi di lana (in alcune località si arriva anche ai 2 chilogrammi).
Nel Levante di Liguria, la produzione lanifera scende a mezzo chilogrammo, a causa dei pascoli estremamente poveri.
La tosatura viene eseguita in aprile o maggio, secondo che la primavera sia tarda o precoce, e in settembre od ottobre; la prima tosatura è chiamata “d'inverno”, ed in questa si ricava fino a un chilogrammo di lana, secondo il nutrimento che ha avuto l’animale; l'altra tosatura, detta “d'estate”, rende circa la metà della prima.
La lana si raccoglie in sacchi o in stanze, mescolando insieme tutte le qualità, bianca, nera e grigia, e vi si lascia finchè non sia possibile portarla ai vicini mercati.
La lavatura delle lane non sempre viene fatta localmente, anche se non mancano in Liguria degli stabilimenti dove si lavano anche le lane importate dall'America, con sistemi meccanici perfezionati.
Il lavaggio in Riviera si fa a freddo per togliere 1'untume e si replica dopo la tosatura, con acqua calda una o due volte: operazione questa che diminuisce di non poco il peso della lana.
In alcune località il lavaggio si esegue per mezzo di ceste o panieri nell'acqua corrente, oppure intercalando tra gli strati di lana della calce viva sfarinata, lasciatala a mollo una giornata, lavandola infine con acqua pulita; altri usano fare il bucato, convenendo risciacquarla subito in modo che non ingiallisca.
La lana prodotta si adopera principalmente per i fabbisogni locali, e quella in eccesso viene venduta, lasciandola naturale, senza sottoporla a qualsiasi lavaggio, con un prezzo medio di lire 1,50 il chilogrammo.
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IRRIGAZIONE
Un sistema o rete di irrigazione vera e propria in Liguria non esiste, poiché le condizioni topografiche della regione e la proprietà fondiaria molto frazionata, rendono difficoltosa la creazione di un irriguo razionale nelle campagne liguri.
Dove sono presenti acque perenni, l’utilizzo delle stesse sarebbe dipendente da importanti investimenti, i quali non rientrano nelle considerazioni della proprietà locale.
La maggiore parte dell'adacquamento dei campi in Liguria, e demandata alle eventuali piogge, effettivamente quasi sempre abbondanti tranne in estate.
In alcuni luoghi, l'acqua è estratta con l'antico sistema delle “sigögne” (cicogne), con le norie a pompa o a secchiello e in parte con derivazione di acque dai rivi, quando scorrono.
Anche dove sono presenti corsi d’acqua importanti, che servono come forza motrice, l’irrigazione è comunque limitata, per mancanza investimenti e strutture per stabili adattamenti del terreno.
Per tutte queste motivazioni, l’irrigazione si potrebbe distinguere in tre specie:
  • quella che si fa distribuendo l'acqua delle piogge, raccolta in appositi serbatoi costruiti nei punti più elevati;
  • quella che si fa coll'acqua di cisterne innalzandola con semplici meccanismi;
  • quella che si fa ricorrendo alle poche acque perenni esistenti nelle montagne superiori e che si portano mediante acquedotti.
La distribuzione delle acque derivate con piccoli acquedotti, si fa a giornate e ad ore, in ragione di superficie, secondo le singole regolamentazioni concordate tra gli aventi diretto.
Le acque si utilizzano maggiormente nell'estate, al fine di salvare principalmente gli agrumeti e gli orti dalle conseguenze della siccità, la quale le renderebbe altrimenti impossibile la coltivazione.

L’irrigazione nella coltivazione degli agrumi si effettua come per qualunque altra pianta, praticando un solco attorno al tronco, meglio se a una distanza di circa mezzo metro almeno, e immettendovi l'acqua tutte le volte che si renda necessario, ogni dieci giorni circa.
Non si denota il bisogno di predisporre opere idrauliche di scolo e di bonifiche, in quanto i terreni sono terrazzati (a “fasce”) nelle colline e con uno strato di sottosuolo ghiaioso negli orti, solo in presenza di terreni argillosi, si praticano canali di scolo che convergono in aree secche.
Il drenaggio non fu mai usato.
Nei paesi dove si irriga con le acque dei fiumi o torrenti, condotte per mezzo delle bealere, esistono antichi regolamenti, e dove mancano vi sono consuetudini secolari.
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CONCIMI
Lo stallatico è il concime più noto, più diffuso e più apprezzato in Liguria, che si consuma sul luogo e negli immediati dintorni dove si produce.
Si fa distinzione ed utilizzo differente per i concimi equini, bovini, ovini, che si considerano più efficaci degli equini e per quelli gallinacei, applicandoli a diverse coltivazioni.
I coltivatori delle zone collinari e montagnose sono obbligati a trasportarlo a dorso di mulo, apprezzando maggiormente, come tutti i contadini liguri, il volume rispetto alla sostanza, preferendo in modo pregiudizievole un quintale di letame impregnato d'acqua e con fogliame inerte o di difficile decomposizione, anzichè una minore quantità di concime con maggiori elementi fertilizzanti.
Sul territorio, che ha pascoli piuttosto limitati, viene erroneamente preferito mantenere animali costosi, considerandoli macchine da concimi, invece di coltivare intensamente il terreno con concimi proporzionati, per ricavarne produzioni più generose, col le quali acquistare gli animali che occorrono come forze vive nell'attività agricola.
Lo stallatico viene confezionato con strati di foglie secche di castagno, di rovere, fronde piccole di pino, paglia, ecc., che assorbono le deiezioni animali e sui quali si ripongono gradualmente e in successione altri strati di materie, finchè la massa abbia raggiunto in un mese circa l'altezza di 25 - 30 centimetri.
Quindi, lo si raccoglie in una catasta in un angolo della stalla e lo si bagna con il suo liquido di scolo e con quello della stalla; si usa di bagnarlo anche con acqua per rallentarne la fermentazione.
Il mucchio si trasporta poi in campagna, dove si sotterra perchè non svapori.
Per concimaie in Liguria si intendono le stalle, altrimenti i mucchi di letame stanno all'aperto esposti all'acqua, al vento, al sole, e pertanto soggetti alla dispersione di gran parte dell’ammoniaca; non si usa neppure fare cataste di stallatico mescolato a strati di terra coprendole con questa a difesa delle intemperie.
Lo stallatico costa in genere lire 1,60 al quintale e se ne impiega 1 – 1,5 quintali per ogni albero d'ulivo capace di produrre 60 litri di frutti in due anni, e per ogni albero d'agrumi se ne impiegano 30 - 40 chilogrammi.
Per le altre colture se ne impiega circa 100 quintali per ettaro e si calcola che due buoi, o due – tre vacche producano il concime per un ettaro circa di terreno.
In molti luoghi, sul letame si sparge il sangue dei macelli e gli escrementi umani.
Gli ortolani usano comunemente la spazzatura (rumenta) delle case e delle strade dei centri abitati.,
I cosiddetti “rumentari” passano per ogni casa a raccogliere la spazzatura, senza dare o ricevere alcun compenso; ne fanno una cernita, separando le ossa, la carta, i cuoiami ed altri oggetti eventualmente gettati.
Ogni giorno si esportano dalle città numerosi sacchi di questa materia, e ogni giorno se ne trasportano carri e vagoni nelle due Riviere, perchè la spazzatura cittadina, sebbene non si abbia l’accortezza di separarne i vetri, i cocci, i sassi, la sabbia, la terra ed altre materie eterogenee, è molto ricercata nelle campagne locali.
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STRUMENTI E MACCHINE AGRARIE
Gli strumenti adoperati in Liguria per il dissodamento del terreno, per il taglio delle piante, per la vangatura, zappatura, falciatura dei prati, sono piuttosto primitivi e semplici.
Poche sono le località nelle quali si possono adoperare in modo esteso gli aratri e quello più comune in tutta la Liguria è l'aratro trainato da buoi.
Questo aratro è semplicissimo, consistendo in una pertica che da una estremità, per mezzo di un chiodo infisso nella stessa, è assicurata al giogo, e dall'altra estremità è assicurata al manico dell'aratro stesso;  questo manico è in legno, tutto di un pezzo di legno, per lo più di faggio o di quercia, girato ad angolo ottuso nella sua parte inferiore, dove a mezzo di un semplice anello ed un cuneo, entrambi di ferro, è assicurata la massa pure in ferro, che varia in lunghezza, a seconda che si voglia più o meno approfondire il solco nel terreno.
Quindi, sono quattro le parti principali di cui si compone tale aratro:
  • il giogo;
  • la pertica;
  • il manico;
  • la massa.
Si è tentato di introdurre l'uso di un aratro un poco più razionale, facendone arrivare alcuni campioni, ma senza alcun risultato.
Qualche proprietario ha cominciato ad adottare l'aratro “volta-orecchio”, che incontrò grande favore dove fu provato.
Qualora, sia per la natura montuosa del suolo, sia per la ridotta dimensione della proprietà che non consente l’allevamento di un paio di buoi da giogo, non è possibile eseguire il primo dissodamento del terreno con l'aratro, tale operazione la si effettua con il bidente (“sàppa a becchi”), che è una specie di zappone a due punte; tale attrezzo è composto dalla parte metallica in ferro bidentato e dal manico in legno; la dimensione varia secondo il tipo di terreno ed in dipendenza delle piante in esso esistenti.
Dopo l’azione del bidente, vengono usate sul suolo già smosso, la vanga, la zappa, ecc.
Le vanghe sono di varie forme e dimensioni, secondo gli usi a cui sono destinate; il badile è adoperato specialmente nella livellazione del terreno, dovendosi lanciare la terra piuttosto lontano ed anche nello scavo di fossi profondi, per gettare terra dal basso in alto; la zappa larga è adoperata specialmente per rimuovere il terreno già mosso dal bidente, oppure per vangarlo quando è molle per troppa umidità, oppure quando è sabbioso.
Altre zappe più strette, alcune fatte a punta e altre no, si adoperano per tracciare nel terreno i solchi e depositarvi il seme, quindi ricoprirlo aprendo un altro solco attiguo.
Completano il povero corredo del contadino ligure le falci grandi (“fero” o sesso) per segare l'erba, le falcette (“messùie”), destinate allo stesso uso, le roncole con cui si potano gli alberi (specialmente gli ulivi), e infine le scuri per il taglio dei boschi.
Un attrezzo conosciuto con il nome di “bestasso” è adoperato dai contadini per la semina della canapa e per l’interramento del seme; consiste in un triangolo di legno munito nei suoi lati e nella parte inferiore di denti in legno, e nella parte superiore di tavole, sulle quali sale il contadino per premerlo sul terreno; con una fune legata in un angolo dell'attrezzo, ed attaccata al giogo, questo arnese è trascinato per il terreno seminato, da asini o dai muli, e più generalmente da buoi.
Per l'estrazione del vino e dell'olio si usano i torchi.
Trebbiatrici, sgranatoi, battitrici, ventilatrici, ecc. sono di uso subordinato al ristretto numero di alcune proprietà più abbienti.
Il contadino capisce l'utilità delle macchine e ne desidera il possesso, ma l’insufficienza delle disponibilità economiche dissuade il piccolo proprietario dal sacrificio che dovrebbe imporre a se e alla propria famiglia per l’acquisto di qualcuna fra quelle più necessarie, e lo accentua facendo perdurare i vecchi sistemi irrazionali, ma tradizionali come i gumbi o frantoi, il cui motore è l’azione trainante di un mulo o un bue.
La pila è un pozzo circolare, il cui fondo o letto orizzontale, è formato da un solo pezzo di pietra dura, compatta, e poco o nulla friabile (la pietra migliore sarebbe di granito, ma più comunemente viene utilizzata una buona arenaria).
Il pozzo è cinto da un muro di riparo, rivestito con conci di pietra uniti da buon legante (cemento), perchè l'olio non trapeli: in alcuni luoghi si chiamano “doghe della pila”, sono alte 40 - 45 centimetri; in questo pozzo si mettono a frangere le olive.
All'albero mobile della pila è fissata la macina; due braccia di ferro, che servono a rimestar la pasta, sono attaccate l'una all'albero e l'altra all'asse che guida e spinge la macina.
Quest’ultima è comunemente in pietra “colombino” e deve essere tagliata a filo molto sottile, circa 5 centimetri, affinchè possa muoversi liberamente e senza che la pasta la impacci.
Nell'anno 1874 fu sperimentata una pressa idraulica per l’estrazione dell'olio d'oliva.
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CONSERVAZIONE DEI PRODOTTI AGRARI
Il piccolo proprietario agricoltore od il manente che coltiva la vigna per conto del proprietario, il più delle volte ottiene dal limitato terreno appena quanto basta per il consumo annuale, ed in molti casi assai meno.
In conseguenza sono sufficienti limitati spazi per la custodia e conservazione delle derrate alimentari. Le granaglie e le uve, se in quantità superiori al proprio fabbisogno sono vendute al momento del raccolto, in ambito locale.
L'olio viene conservato in recipienti di terracotta, internamente verniciati e in bariletti di legno di castagno, per la durata annuale, posizionati in un qualunque angolo della casa.
La quantità eccedente viene messa sul mercato, rappresentando genericamente la risorsa maggiore del proprietario-contadino.
I proprietari delle maggiori estensioni di uliveti, possiedono il loro frantoio privato e conservano abitudinariamente l'olio in appositi trogoli, realizzati nella muratura nei magazzini, oppure in giare di terracotta o recipienti di latta nell'interno delle loro case e cantine.
In tali recipienti l'olio si depura, decantando e diventando più limpido.

Le poche granaglie si conservano in cassoni od anche in botti tenute in piedi, in una camera qualunque dell'abitazione; ma più specialmente nella stessa cucina.
Sono pochissime le abitazioni rurali di Liguria che dispongono di un locale apposita per depositarvi e conservarvi i prodotti agrari e un piccolo ricovero, spesso scavato nel sottosuolo della casa o tipo grotta nei pendii collinari, funziona da cantina.
Le patate, i legumi e le fave, si conservano a mucchi negli angoli delle camere d'abitazione, dove dormono i componenti della famiglia.
La paglia ed il foraggio si conservano a pile (pagliai) ben compresse davanti alla casa. innalzate intorno ad un grosso palo, riparate dalla pioggia mediante un piovente di cannucce impagliate posto alla sommità del palo, a formare un grande ombrello (con tale sistema, il foraggio rimane talvolta deteriorato dalle azioni e sollecitazioni degli agenti atmosferici).
Nella regione montuosa, le castagne si conservano su impalcato sotto il soffitto del focolare, ad uso seccatoio.
Nei paesi viniferi le cantine sono costruite sotto il piano terreno.
Il formaggio è conservato nel granaio e nelle località montane all’interno di apposite celle.
La frutta da inverno si colloca in stanzette riparate il più possibile dall'aria e dalla luce, mentre le olive si distendono sul suolo di stanze destinate all'uso della campagna, ove si mettono anche le patate.
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ABITAZIONE
Paradossalmente, sebbene le condizioni igieniche abbiano caratteristiche valutative negative in tutti i luoghi, i centri abitati più consistenti delle varie zone della Liguria sono gli insediamenti dove la vivibilità e la convivenza con la salubrità è peggiore; le condizioni migliorano “relativamente” nei contesti rurali, dove seppure in condizioni economiche spesso al limite della sopravvivenza, i maggiori spazi a disposizione permettono un “relativamente migliore” concentrazione adattiva.
Partiamo dai maggiori centri abitati, per passare in successione agli ambiti più strettamente rurali.
Le case senza intonaco, basse, umide, mai pulite, sono teatro di varie infezioni.
Ad esclusione dei tratti stradali considerati via principale attraversante l'intero centro edificato, sono presenti una serie di viuzze, non più larghe di un metro e forse meno, oscure, umide, coperte da ponti di reciproco sostegno fra una casupola e l'altra.
Le costruzioni edificate sono senza intonaco, con muffa che copre la base dei muri; in mezzo della strada corre un rigagnolo che serve da scolo comune, e raccoglie le acque che si gettano dalle finestre, i rifiuti delle cucine, i residui dei trogoli.
Gli escrementi sono deposti lungo i muri delle case e nelle vicinanze delle porte di accesso alle case si trovano mucchi d'immondizia, dove prolifera un’infinità d'insetti e da cui si sprigionano stomachevoli esalazioni.
Nella parte litoranee in stretta vicinanza al mare, i fondi delle case stillano acqua e quando ci sono le mareggiate, le onde battono contro i muri, lasciandovi una perenne umidità.
In queste case crescono bambini rachitici e le donne e i ragazzi, che vi abitano con grande difficoltà, sono quasi tutti affetti da male agli occhi.
Le vie sono tutte sterrate e nelle stesse deplorevoli condizioni.
Non esistono orinatoi ed i muri delle case sono imbrattati di sporcizia, ed emananti esalazioni ammoniacali per le incrostazioni che l'acido urico vi forma.
La spazzatura delle strade, viene tolta grossolanamente e dove possibile da spazzini, i quali a volte si occupano di innaffiare il sedime stradale con acqua, non di rado salmastra.
L’aspetto generale delle case è povero; le scale basse, nere e senza luce, mal distribuiti gli ambienti, poche finestre, strette, con serramenti sgangherati ed improvvisati; intonaco e pittura sono una chimera.
La maggior parte delle case sono annerite e screpolate, generalmente hanno orti vicini, dove si raccolgono le immondizie e le spazzature.
Le case dei poveri lavoratori della terra sono a due piani, uno terreno formato da due o tre locali, con aperture su tutti i lati, porte precarie, imposte che si aprono da entrambi i lati: pressochè qualsiasi costruzione può essere adibita ed utilizzata con qualsiasi destinazione possibile: bottega, cantina, stalla, officina per qualche lavorazione artigianale, cascina, ecc.
Il piano superiore è generalmente basso e scomodo; le ardesie del tetto formano, nella maggior parte dei casi, il soffitto delle camere dove i contadini dormono ammassati sui letti.
Questo piano segue il declivio del tetto per lo scolo delle acque pluviali, essendo alto nel mezzo e più basso ai lati, talvolta di altezza interna inferiore alla normale statura degli abitanti.
Le finestre hanno quasi tutte i vetri, ma sono sporchi, mal connessi, spesso rattoppati con carta e pezze; le imposte non presentano sicurezza o riparo; dalle finestre penzolano stracci di colori inqualificabili e pelli di montone imbevute dalle deiezioni dei neonati, denotando povertà.
Alcuni edifici hanno dimensioni così ridotte da rendere incomprensibile come possano essere abitate da una famiglia.
Stalle, magazzini, fondachi, ecc., sono nello stesso corpo di fabbricato, generalmente al piano terreno.
Il piano superiore è per lo più diviso con un semplice assito dal piano inferiore, e vi si accede mediante una botola o apertura, cui viene applicata una scala a pioli, e vi alloggia la famiglia del contadino. Nella stalla di solito c’è un asino, qualche volta una vacca per il latte e in un recinto vicino alla casa si tiene il maiale.
I magazzini sono il ricovero di tutto ciò che il colono non può tenere o nella cucina o nella rimanente parte della propria abitazione; c'è ciò che serve di nutrimento agli animali, il pollame, il deposito di alga marina, che, dopo aver servito da lettiera al bestiame, viene utilizzata, imbevuta di deiezioni animali, quale concime agli ulivi.
Le stalle sono un buco o un ambiente qualunque della casa, dove ad una greppia sta attaccato un asino od una vacca, non sono un luogo dove trascorrere le fredde serate invernali e la famiglia si riunisce invece davanti a quel poco di focolare presente nelle case.
L'opera di muratura è solitamente priva di intonaco e tinteggiatura e per questo motivo si presta maggiormente ad assorbire l'umidità.
Il fumo internamente le annerisce, l’umidità e la polvere le danno un aspetto triste, grigio, unito alla pessima difesa dei serramenti, i tetti mal connessi e a volte rovinati per metà, le scale ripidissime, molto spesso esterne, che espongono gli abitanti all’esposizione esterna per il passaggio da un piano all’altro.
Grande è la sproporzione tra il numero delle camere e quello delle persone delle famiglie; la media più comune è, che un ambiente serve per tre persone, e talvolta per più persone lo stesso letto.
Difficilissimo il caso che un individuo solo abbia una camera indipendente esclusiva.
Il volume delle stanze da dormire varia da 16 - 60 metri cubi; le dimensioni comuni sono 2.50 x 3.00 x 2.00 oppure 3.00 x 4.00 x 3,00, anche se non mancano locali di dimensioni assolutamente inferiori come i sottotetti, rispostigli, sottoscale, anditi, ecc., dove dormono comunque le persone.
In tale deficienza di ambienti non è possibile mantenere una separazione tra coniugati e non, tra ragazze e maschi, generando una promiscuità di sessi che porta individui a dormire oltre la propria adolescenza nelle stesse e stanze dei coniugati.
Tale situazione viene considerata quale una delle motivazioni principali oggetto di formazione di una frequente prostituzione clandestina tipica di alcuni luoghi e di determinata epoca.
Nelle donne esiste un forte desiderio verso una maggiore cura sia della casa che della propria persona, seppure le misere condizioni economiche siano un ostacolo a poter realizzare ciò che restano puramente sogni di una maggiore disponibilità di suppellettili e arredamento degli ambienti, in quali mantengono un mobilio quasi di fortuna, fatto di tavolame spartano, se non occasionale, non raramente infestato da cimici e tarli.
I piccoli proprietari hanno il loro podere troppo gravato da tasse e da debiti, mentre quelli che hanno sensibili migliori disponibilità di denaro preferiscono darlo esercitando usura e speculando per acquistarne altro, mediante crediti ipotecari, vitalizi od altre simili combinazioni, mantenendo le proprie case diventate nere, ammuffite, male riparate.
Negli ultimi anni, la coltivazione orticola, della frutta, la filatura, la fabbricazione delle reti, delle corde di paglia da fasciare le botti d'olio, dei cerchi di giunco che servono alla lavorazione dell'olio stesso e con altre simili piccole attività artigianali ancora lontane dal concetto di industrie, stanno permettendo ad alcune famiglia numerose di racimolare qualche maggiore reddito, che induce a graduali, seppure modesti, progressi.
Un’intera giornata di lavoro di una donna in tali occupazioni è difficile che superi la media di 60 - 70 centesimi, ma ciò è quanto assicura il pane quotidiano alla famiglia.
Nei centri abitati minori e nelle zone più rurali, la situazione non cambia molto.
Pessime sono le condizioni generali di nettezza pubblica; le strade non si scopano quasi mai, gli escrementi animali sono accumulati sulla porta stessa delle casupole e si tolgono di là solo perchè sono vantaggiosi all'agricoltura.
Le minori borgate si possono chiamare addirittura letamai, in quanto si usa trattare la strada pubblica al pari di una stalla o di un letamaio, gettandovi fronde d'albero sminuzzate e immondizie d'ogni tipo lasciandole a marcire.
La trascuratezza delle prescrizioni generali ed elementari di pulizia nelle strutture edificate tocca il massimo grado ed i sindaci non se ne occupano, sostenendo che non è loro compito.
Le abitazioni dei lavoratori della terra sono sempre peggiori allontanandosi dai centri abitati principali.
I lavoratori avventizi e operai salariati, specie per il raccolto delle olive e delle castagne, secondo la località e la stagione, sono abitualmente alloggiati nei fienili o in stanze non riparate dalle intemperie, cercando di separare le donne dagli uomini.
Le case sono accentrate in gruppi detti villaggi, o borgate, o casali.
Sono costituite da piano terreno e piano superiore; le stalle ed i fienili fanno parte integrante del corpo di fabbrica principale di abitazione, con una comunicazione diretta e continua tra gli ambienti destinati e occupati dagli animali; in moltissimi casi, l’esalazione delle stalle sottostanti passano attraverso le fessure dei precari solai di tavole e inquinano le stanze, non di rado totalmente invivibili.
In queste stalle si conservano a lungo i concimi, fino a quando non sono utilizzati sui campi; le deiezioni del bestiame si perdono nello strato di paglia e foglia, e filtrano in parte nel sottostante terreno.
Pochissime sono le case isolate sparse per la campagna, e non sono in condizioni sostanzialmente diverse da quelle dei villaggi: estremamente ridotte di dimensioni rispetto al numero degli abitanti; spesso dormono fino a quattro persone in una sola stanza di 25 - 30 metri cubi.
Le camere sono sporche, ingombre di frutta o di patate, oscure, rustiche e molte senza intonaco, senza vetri alle finestre che non chiudono e i cui pertugi sono d'inverno rattoppati con carta e stracci.
Spesso in una piccola camera si trovano due o più letti, dove dormono alla rinfusa ragazzi e ragazze (sebbene non dormano nello stesso letto), maritati e celibi, maschi e femmine, e non di rado i figli dormono fra padre e madre alche oltre l'età di 12 anni.
In generale non vi sono servizi igienici in nessuna casa e i contadini sogliono alzarsi dal letto, anche malati, e uscire pei loro bisogni all’aria aperta.
In alcune località e nei maggiori centri abitati, si usa tenere nelle stanze dei barili della capacità di circa 25 litri, che, una volta pieni, si vuotano nel letamaio, oppure le solite buche coperte con una lastra d’ardesia o una tavola, comunicanti col porcile.
La stanza peggiore della casa, prevalentemente al piano terreno, senza traccia di camino e relativa canna fumaria, con solo qualche piccolo pertugio praticato nel muro laterale o nel solaio superiore, fa le veci di cucina, all’interno della quale viene arsa legna tagliata di recente (sono frequenti le persone che presentano malattie respiratorie).
Di solito il contadino non si occupa molto di conferire decoro alla propria abitazione, tanto per la pulizia che per le manutenzioni di estrema necessità.
Dove è stata realizzata qualche strada carrabile (“carrettiera”) e sia più facile il trasporto della calce e della sabbia, si tende almeno in parte di migliorare l’aspetto delle case, intonacandole, costruendo camini, ecc.
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ALIMENTI
La base degli alimenti dei lavoratori della terra, verso il litorale è costituita da: pane di frumento, in inverno misto con farine di orzo e granoturco, vermicelli, panizza di farina di ceci, polenta, riso, fagioli, carne nei giorni di festa (bovino, montone e maiale inverno), olio di oliva per condimenti alternato con lardo, castagne, pomodoro (mangiati spesso privi di condimento), basilico, ecc.
Nei paesi montuosi: pane misto di frumento e orzo, vermicelli, riso, polenta di melica, patate o legumi, castagne, poco condimento e carne in qualche solennità.
Il loro companatico è più frequentemente costituito, secondo le stagioni, da fichi secchi o freschi, pomodori crudi con olio sale e pepe, stoccafisso, formaggio, “brusso” (formaggio fermentato), peperoni, ecc.
Negli ultimi vent'anni il prezzo delle derrate alimentari è aumentato del doppio praticamente in tutti i generi: il grano che valeva circa 18 - 20 lire il quintale, ora ne vale 30 - 32 circa, mentre il granoturco o melica che valevano circa 9 – 10 lire al quintale, oggi ne vale 24 - 25.
Il prezzo del vino è più che duplicato, specie nell'ultimo decennio, aumentando in pochi anni da lire 15 a lire 40 per ettolitro.
Costante invece è il prezzo dell'olio.
Quest’ultimo, la maggior produzione locale, rimase stazionario a causa della concorrenza con gli oli del Mezzogiorno, i quali prima del 1859 dovevano pagare la dogana per entrare in Liguria; conseguentemente, nell’ultimo ventennio, tutti i generi venivano acquistati a prezzi esorbitanti, non potendo compensare con prezzi proporzionatamente elevati per il proprio prodotto.
Solitamente il proprietario non fornisce ai suoi lavoratori l’alimentazione giornaliera, essendo abitudine retribuirli in denaro, tranne per la raccolta delle olive, quando offre il vitto agli operai, che trattati con carne, minestrone, stoccafisso, mentre in qualche comune è uso dare ai braccianti soltanto olio e sale perchè si condiscano il pane.
Seppure il proprietario non dia il vitto agli operai, è costume e quasi obbligo offrire agli stessi un litro di vino un po' allungato, al giorno e per individuo.
I lavoratori braccianti percepiscono abitualmente un pagamento in denaro e, se qualche proprietario dà loro il vitto, ne condividono la mensa: al mattino fagioli con tuberosa e pane di seconda; a mezzogiorno minestra con verdura e cacio; la sera minestra o insalata, d'inverno polenta.
Il caffè era somministrato solo a chi si sentisse male.
Il cibo del contadino è soggetto a poche variazioni: al mattino, colazione con pane o più spesso polenta, quasi sempre senz'altro condimento o companatico; a mezzogiorno si tratta di minestra e pane o polenta, frutta del luogo fresca o secca e secondo la stagione; la sera si mangia in famiglia una minestra composta di paste fatte in casa con aggiunta di ortaglie, fave e legumi freschi o secchi, cavoli e rape, e qualche frutto, secondo le diverse stagioni.
Nelle lunghe giornate d'estate e nei periodi dei lavori agricoli più faticosi, in alcune località si aggiunge una merenda con qualche poco di pasta cotta o di riso, od anche di verdura condita in insalata.
Occasionalmente si mangia pesce salato, quasi mai pesce fresco e per i condimenti aggiuntivi si usa qualche pezzo di lardo e estremamente in modo raro il burro.

Quando le provviste, si ricorre settimanalmente, e in inverno ogni quindicina di giorni, ad acquisti presso mercati più vicini.
Il vino è usato principalmente nei giorni festivi, surrogato da acquavite durante la settimana, o aceto temprato nell'acqua per l’eccessivo caldo d'estate; per il resto solo acqua, proveniente da sorgenti non sempre vicine.
Le fonti sono quasi sempre vicine all'abitato e di facile accesso e le acque dei pozzi si bevono raramente.
Gli abitanti dei paesi montuosi usano pane misto di grano e d'orzo, spesso raffermo e azzimo, polenta, latte, castagne per sei mesi dell'anno, alternandole con patate, fave e fagioli; il consueto condimento dei cibi è l'olio di oliva.
Forniscono companatico comune il formaggio, i fichi secchi, il lardo, le salsicce secche, le cipolle, i pomodori, l'aglio, lo stoccafisso e, talvolta, le lumache; il tutto occasionalmente alternato da una tipica schiacciata di patate cotte, abbrustolita al fuoco, e condita con un po' di sale e gli avanzi del latte dopo la produzione del formaggio di pecora che si vende ai mercati; la carne si mangia una o due volte all'anno, per Natale e per Pasqua.
Le imposte e sovraimposte comunali e provinciali sulla proprietà ed i suoi prodotti grava per un’aliquota del 48.50 – 52 per cento.
In molte località persiste la mancanza d’acqua e per questo motivo si assiste ad un transito continuo di donne con barili e bigonce di circa quaranta litri sulla testa, di ragazzi e ragazzine con carichi proporzionati alle loro forze, di ritorno dalle uniche fonti idriche presenti sul territorio circostante.
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LA GIORNATA DEL CONTADINO
La giornata in campagna comincia presto: in estate verso le 3 - 4; in inverno appena che il chiaro lo permette. Però appena alzati non si ha l'abitudine di dar tosto mano al lavoro, ma accesa la pipa fra una boccata e l'altra di fumo, si trascorre una mezzoretta per la casa, alla finestra, sull'uscio, contemplando i propri campi e quelli del vicino, si concepiscono speranze, e si fanno pronostici sui tempi e sui raccolti futuri.
Una volta incominciato il lavoro, si continua fio alle 8, ora nella quale viene interrotto per mangiare un tozzo di pane, che ogni lavoratore ha portato con se’.
A mezzogiorno le donne servono sul campo il secondo pasto, che normalmente è verdura o legumi lessati e conditi con olio.
Nel periodo delle semine, della mietitura, della vendemmia o della svinatura dei tini, in questo secondo pasto figura spesso del pesce cucinato secondo i gusti, ma sempre abbondantemente pepato. Dopo un'ora o poco più di riposo, si riprendono le fatiche interrotte, e non si abbandona il campo che al tramonto del sole.
Fatto ritorno al modesto focolare, si trova già imbandito e fumante sul tavolo il pasto principale del giorno, la minestra.
Alla sera, l’agricoltore termina la sua giornata come l'ha cominciata, con la pipa in bocca e facendo due chiacchiere, e alle 9 non si trova più alzata una famiglia.
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EDUCAZIONE E ISTRUZIONE
La pulizia e salubrità degli abiti fra i contadini lascia a desiderare, contribuendo alle condizioni di igiene e pulizia la mancanza di pubblici lavatoi.
Il lavaggio dei panni, e talvolta della propria persona, viene effettuato nell’acqua corrente dei fiumi, dei torrenti e dei corsi d’acqua in generale.
Ma dal mese di aprile a settembre, molti di questi corsi d’acqua sono secchi e sono saltuariamente presenti pozzanghere di acqua stagnante, con in superficie alghe verdastre.; rimuovendole con un sasso emette l'odore nauseante.
Nonostante questa situazione, d'estate si scorgono ugualmente donne sparse in riva a queste pozze, scarse d'acqua, intente a lavare dei panni rattoppati e distenderli ad asciugare sull'arido letto del corso d’acqua.
Alcune donne, che esercitano quotidianamente il mestiere di lavandaia, percorrono chilometri per andare alle lontane fonti per riempire grosse e pesanti conche con acqua pulita, che servirà a risciacquare la biancheria, dopo che questa sarà stata insaponata e trattata con la liscivia.
Una lavandaia può guadagnare lire 1,20 – 1,50 al giorno, ma si richiede molta attività, oltre ad una robustezza ed una forza eccezionali per resistere a tanta fatica.
Con queste difficoltà, la biancheria personale viene cambiata una volta alla settimana, mentre le lenzuola mensilmente e in certe stagioni anche oltre 40 giorni.
Nonostante le ristrettezze economiche, le contadine che al mattino vanno a vendere frutti ed erbaggi sui mercati, sono in generalmente abbastanza curate nell’aspetto, tenendo a mostrare nella scollatura del corsetto una camicia di tela grossolana, ma pulita e con un leggero pizzo o ricamo ai bordi.
Le condizioni igieniche precarie si rivoltano contro i ragazzi, alzandone la mortalità e generando malattie che li colpiscono con grande frequenza.
D'inverno i contadini usano grosse scarpe di cuoio ferrate; nei dì festivi hanno calzoni meno grossolani; d’estate è sterminato il numero degli individui scalzi, in quanto i due terzi della popolazione non indossa scarpe.
Le stoffe degli abiti dei contadini, siano esse di fustagno, cotone o lana, si acquistano ai mercati di vicinato.
Nei giorni festivi i contadini si presentano con gli abiti non da lavoro, di fustagno e talora di panno.
Gli adulti non scarseggiano nella dotazione di indumenti, sebbene gli stessi non siano di particolare qualità estetica e quasi esclusivamente dedicati al lavoro quotidiano, con la sola esclusione del “vestito della festa”, gelosamente custodito, indossato con grande parsimonia e attenzione, e che spesso accompagna per tutta la vita.
I ragazzi, invece, hanno minori risorse di vestiario, spesso inadeguate alle stagioni (soprattutto ai periodi freddi), tramandati dai fratelli e sorelle precedenti o da parentele; tale trascuratezza costituisce pericolosamente una delle cause di malattia che finisce per incidere anche in termini di mortalità.
D'estate le donne ed i ragazzi sono abbastanza scoperti; le contadine hanno le vesti rimboccate intorno ai fianchi e mostrano la gamba nuda sino al ginocchio.
I contadini ambiscono, quando e per quanto possibile, far dare ai propri figli un'istruzione elementare.
Le scuole sono abbastanza frequentate, verificandosi casi di esenzione derivanti da ostacoli difficilmente superabili, come per le distanze accentuate delle abitazioni coloniche dalle scuole, la difettosa viabilità e la mancanza di maestri.
Ne deriva la necessità per alcuni contadini di far impartire ai propri ragazzi l’istruzione primaria da cappellani, i quali approfittano spesso delle giovani menti, per infondervi, insieme alle lettere dell’alfabeto, i principi di ciò che per essi è morale.
Nel periodo della raccolta delle olive, tutti gli anni le scuole diventano deserte, potendosi utilizzare la manodopera anche dei bambini.
Le scuole serali e domenicali esistono soltanto nei centri più popolati.
Vige la ripugnanza al servizio militare, che porta alla disposizione a subire qualunque sacrificio, non escluso il procurarsi inabilità con qualche malanno artificiale, al fine di risultarne esenti dallo svolgimento.
I giorni che i lavoratori dedicano al riposo sono esclusivamente i festivi, durante i quali esercitano i loro divertimenti: il dolce far niente in famiglia, il discorrere dei loro interessi c delle novità della settimana sulle piazze pubbliche, il bere qualche bicchiere di vino nelle osterie, l’intrattenersi in qualche gioco lecito ed onesto, il giocare al gioco delle bocce e della palla.
Se in qualche parrocchia si celebra qualche straordinaria solennità religiosa, tutti gli abitanti dei paesi vicini vi accorrono in gran folla, e non per titolo di devozione, ma solo attratti dalla curiosità di vedere qualcosa di nuovo, e per trovarsi in mezzo ad un po' di chiasso e fra la calca delle persone.
Le feste civili non sono conosciute presso i contadini.
L’influenza dell'insegnamento religioso, per alcuni.  è benefica, moralizzatrice, necessaria, mentre per altri è fornire ignoranza e superstizione.
Se da un lato l’insegnamento religioso può rendere i contadini rassegnati alle miserie della vita e tenerne a freno le passioni, d'altra parte influisce molto a guastarne il carattere, sviluppando i sentimenti di ipocrisia e finzione, specialmente nelle donne.
Nei paesi dove il sentimento religioso sembra molto sentito ed elevato, il livello morale è altrettanto basso e, salvo certe apparenze e convenienze, i concetti di vera morale sono ben poco osservati.
Chi, anche per poco tempo dimori in uno di questi comuni, impara tosto storie di stupri, d'incesti, di adulteri, di concubinato, di corruzione precoce da dar dei punti alla pretesa corruzione delle grandi città. E i preti lavorano a larghe mani in tutto questo putridume; e sono essi i maggiori sensali, conciliatori, aggiustatori dei più sconci pasticci, nei quali sarebbe meglio, per non dir dovere, l’intromissione dell’autorità, e ciò per l'influenza dell’insegnamento religioso.
La ripugnanza in taluni ad abbracciare i portati della civiltà, il sentimento di patriottismo ridotto a zero in altri, la serpeggiante ripugnanza al servizio militare, la proverbiale arrendevolezza delle ragazze, l’avversione al matrimonio civile, gli ostacoli frapposti, per quanto in minima scala, all'applicazione plenaria della legge sull'istruzione obbligatoria, le molte nascite illegittimo, ecc., sono tutti strascichi, residui più o meno diretti dell`influenza che l'ottuso insegnamento religioso esercita nell'animo di queste popolazioni.
La maggior parte dei medici asserisce inoltre, non esservi in queste località grandi superstizioni e pregiudizi. Eppure ve ne sono, come dovunque l’elemento ignorante e clericale ha il sopravvento. La resistenza che gli stessi coloni oppongono a quelle innovazioni, che mirano appunto a migliorare le condizioni loro e delle loro colture, è la prova irrefragabile dell'esistenza dei pregiudizi”.

Nel circondario d'Albenga, la robustezza del contadino relativamente alla sua professione lascia qualche cosa a desiderare; resiste alla fatica, non molto a lungo, poiché in media la durata dell'attitudine al lavoro è di 35 anni sui 60 della sua vita media, anche se in alcuni Comuni sono frequenti individui che oltrepassano gli 80 anni.
I contadini contraggono il matrimonio dai 22 ai 30 anni, mentre le contadine dai 18 ai 25.
La fecondità dei matrimoni pecca in eccedenza ed è maggiore rispetto agli operai della città.
La mortalità nei bambini è considerevole e superiore a quella del ceto operaio cittadino, e ne è causa l'igiene trascurata, la poca pulizia degli indumenti, e forse anche la scarsa nutrizione.
Quando alle contadine più povere muore il proprio figlio nei primissimi mesi dopo il parto, si dedicano al baliatico mercenario, che compiono con lodevole diligenza; a volte contraggono malattie veneree, prese allattando bambini di altri luoghi.
Molte donne lavorano faticosamente nei campi, maneggiano la zappa, trasportano pesi sul capo, cominciando alle volte in tenera età.
I ragazzi prima dei 10 anni vengono utilizzati a raccogliere le olive e a sorvegliare il bestiame al pascolo; dopo tale età, a sradicare erba, raccogliere letami, fogliame, a innaffiare i prati; verso i 15 anni cominciano a maneggiare la vanga, la zappa, lavorando ordinariamente all’interno della propria famiglia.
Molte famiglie si scambiano reciprocamente le giornate di lavoro dei loro ragazzi, e i più bisognosi lo fanno dietro pagamento.
Ogni comune è provvisto di medico condotto, il quale si trova spesso a dover combattere, oltre che con le diffuse malattie, con l’ignoranza e la superstizione di usi e credenze popolari, spesso accentuate da impostori e imbonitori, i quali si spacciano per illuminati guaritori, oltre a colleghi anziani che propugnano presunti metodi curativi estranei alla scienza.
Nelle popolazioni agricole sono predominanti le malattie reumatiche, quelle di petto, i catarri acuti e cronici, le febbri palustri, le anemie e la clorosi: il genere di vita del contadino, obbligato a lavorare in manica di camicia ed all'aperta campagna, sudare per il faticoso lavoro e poi raffreddarsi, mentre l'organismo è denutrito per vitto scarso e di cattiva qualità, tutto ciò dà origine alle malattie reumatiche catarrali.
Le febbri palustri si notano con una particolare frequenza, sono causate dalle acque stagnanti e di dubbia potabilità; una cattivissima usanza è quella di tenere fosse aperte piene di acque di raccolta, provenienti da scoli di strade, che vi trasportano una infinità di erbe, semi, foglie, sterco di animali, ecc., e che durante l'estate vanno in putrefazione, esalando un orribile odore, e diventando focolai di infezione, specialmente essendo per moltissime famiglie povere, le uniche acque in cui lavano le biancherie, gli abiti, ecc.
In alcuni comuni, negli anni di siccità, mancando l'acqua potabile, si beve acqua torbida contenente molti infusori e a volte già in putrefazione, scatenando epidemie tifiche che si verificarono.
Tra le cause delle febbri miasmatiche non deve essere dimenticato il procedimento di macerazione della canapa.

I reati commessi possono essere classificati in: furti campestri e furti semplici, pascoli abusivi e contravvenzioni diverse, oltraggi al pudore, rarissimi i reati di sangue, furti e rapine, adulteri, incesti, stupri.
L’ubriachezza non è vizio comune negli agricoltori, anzi rappresenta un’eccezione.
Le relazioni ed i vincoli di famiglia sono abbastanza rispettati.
Le famiglie si compongono del padre, della madre e di quei figli minorenni che ha prodotto il matrimonio; il figlio sposato (e si sposa presto) è raro che rimanga in casa.
Molti figli considerano il padre come un padrone, e non vedono l'ora di potersi sottrarre al suo dominio.
Morto il padre, i figli si dividono sempre, se maggiorenni.
Da qualche tempo la campagna fornisce maggiori nascite illegittime.
Non risulta che ci sia vera prostituzione nelle campagne, nonostante una certa arrendevolezza nelle donne, non tanto per piacere quanto per lucro.
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ANTICHI SISTEMI DI MISURA
(Mario Vassallo)
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Nel periodo storico tra Settecento e Ottocento, nelle fonti documentali di riferimento, si rilevano indicazioni relative agli antichi sistemi di misura applicati in funzione a quelli derivanti dall’uso presso la Repubblica di Genova.
E ciò dando per scontato e/o assimilando il fatto che, appartenendo Andora alla Repubblica di Genova, automaticamente così fosse.
In realtà, la situazione è molto diversa, perché i sistemi di misura variavano, e spesso non poco, da zona a zona: troviamo così diversi sistemi/unità di misura in uso nei vari Mandamenti e variabili tra le varie località (senza allontanarci troppo) di Finalborgo, Calizzano – Massimino – Bardineto, Pietra Ligure, Loano, Albenga, Alassio, Andora.
Curiosando tra i documenti dell’Archivio Storico Comunale e con riferimento a specifici studi sulle varie differenziazioni locali, diamo uno sguardo agli antichi sistemi di misura utilizzati nell’Andora della seconda metà dell’Ottocento.
 
  • LUNGHEZZA si usava: la “canna” (ml 3.00), valutata 4 “passi” (ml 0,75); ogni “passo” era 3 “palmi” (ml 0,25); ogni “palmo” era diviso in 12 “once” (ognuna poco più di cm 2).
  • SUPERFICIE si usava: la “giornata” (mq 900,00), suddivisa in 1600 “passi quadrati” (mq 0,5625); il passo quadrato si suddivideva in 9 “palmi quadrati” (mq 0,0625) e ogni “palmo quadrato” in 12 “once di palmo quadrato” – La “giornata” corrispondeva ad un quadrato di 10 “canne” di lato, cioè 40 “passi”.
  • VOLUME si usava: la “canna cuba” (litri 27000,00), suddivisa in 1728 “palmi cubi” (litri 15,625), ognuno suddiviso in 1728 “once cube”; la “oncia cuba” era costituita da 1728 “punti cubi” – I muri venivano misurati con la “cannella”, pari alla sesta parte della “cannella cuba”, costituita da 288 “palmi cubi” e cioè pari a mc 4,5.
  • CEREALI si usava: la “emina” (litri 121,92 sebbene fosse semplificativamente considerata litri 120), suddivisa in 6 “eminette” (litri 20,32, in conseguenza considerati litri 20).
  • OLIVE si usava: la “quarta” o “quartara” (litri 36), composta da 18 “motulari”; tuttavia, esisteva anche una “quarta” composta da 7 “motulari”.
  • VINO si usava: il “barile (da vino)” (litri 40), suddiviso in 40 “amole” corrispondenti al litro; ogni “amola” era suddivisa in 2 “mezze amole”.
  • OLIO si usava: il “barile (da olio)” (litri 65,48), suddiviso in 120 “quarteroni” (anticamente in 20 “lire”) o in 64 “pinte”; tuttavia, si prediligeva la vendita dell’olio a peso.
  • PESO si usava: il “cantaro” (kg 47,50 successivamente semplificato a kg 48), formato da 6 “rubbi” (kg 7,92 successivamente semplificato a kg 8); ogni “rubbo” era suddiviso in 25 “libbre” (grammi 316,75); la “libbra” era costituite da 12 “once”; la “oncia” era formata da 8 “ottavi” o “drammi”; ogni “ottavo” o “dramma” era costituito da 3 “denari” o “scrupoli” e questi ultimi suddivisi ognuno in 24 “grani”; il “cantaro” poteva essere suddiviso in 100 “rotoli” e ogni “rotolo” era corrispondente a 1,5 “libbre”.
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