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RICORDI DI PAPA' BERTO - Andora nel tempo

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RICORDI DI PAPA' BERTO

RICORDI DI PAPA' BERTO
(Berto e Mario Vassallo)
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Sono rimasto affascinato da “Tempi da Luvi” di Luciano DABROI, un progetto di cui avevamo parlato assieme anni fa durante le nostre avventure di condominio: lui mi aveva accennato e chiesto informazioni per impaginare la realizzazione di un “librèttu de nesciàie” (come lui lo definiva) con l’inserimento di fotografie di particolari delle sue pregiate raccolte e di antichi e tradizionali strumenti quotidiani; io gli avevo accennato a voler fare una pubblicazione fotografica sulle chiese della vallata.
Alla fine entrambi non abbiamo fatto quello a cui pensavamo e, comunque in parte, per quanto mi riguarda, ci hanno pensato ottimamente Don Umberto COSTA e Marino VEZZARO.
Tuttavia ho riscoperto nei racconti di Luciano sull’ambiente passato di Rollo, quello che io rivivevo nei racconti di mio papà Berto sulla Marina, sulla “ciassètta” e sulla parte di piana in generale compresa a Levante del Merula, fino alla ferrovia.
Racconti semplici, episodi di vita vissuta, testimonianza di un tempo passato che non ritorna.

In otto anni della mia vita scolastica ho visto correggere le “inflessioni dialettali” che scrivevo un po’ ovunque: la maestra Linda, prima, e la prof. di lettere Annamaria, poi.
Nelle scuole superiori sono riuscito ad eliminare quei fastidiosi ed antipatici segni rossi di correzione, mantenendo dentro me stesso le origini dell’insegnamento parlato, del mio dialetto.
Volendo riportare e raccontare le storie di mio papà Berto, posso e devo scrivere come ho imparato a parlare da bambino, rispettando il suo modo di esprimersi, per non modificare il significato affettivo che tali ricordi vogliono trasmettere.


L'ultima foto con papà.
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I RACCONTI DI MIO PAPA' BERTO
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I racconti del periodo della guerra sono la testimonianza delle memorie di fatti vissuti da un bimbo di quel periodo, che si è trovato nella paura di tutti i giorni, ad aspettare la fine di quel buio, senza sapere se sarebbe mai arrivata, ma con la speranza che fosse la fine del momento vissuto e non quella degli affetti cari o la propria.
Non ci sono filtri, non vengono ammorbiditi i fatti, che sono riportati con la cruda e ingenua spontaneità legata ad essere passati attraverso il coinvolgimento diretto di quei sofferti trascorsi.
Il modo espressivo è quello tipico della semplicità contadina: pochi vocaboli, sempre gli stessi, ad assumere tanti e diversi significati, che il nostro linguaggio moderno tende a relegare nella posizione di ripetitività.
Ma il significato sta nell’emotività vissuta, nella capacità di tramandare le sensazioni, oltre all’espressione scritta.
Ho ascoltato per tutta la vita mio papà, mentre mi raccontava questi e altri suoi ricordi, testimonianze intergenerazionali, piccoli e apparentemente insignificanti aneddoti di vita quotidiana passata e ormai lontana.
Ho riletto più volte le note e gli scritti che mi ha lasciato, continuo a farlo per raccogliere ogni particolare che possa essermi sfuggito, una preziosa eredità, risentendo in me stesso risuonare le sue parole, la sua voce, rivedendo i suoi sguardi ricchi di emozione e trasporto.
Alcuni dettagli, apparentemente insignificanti, mi hanno sempre a ancora colpito e fatto riflettere:
  • l’uso del “voi” in famiglia e tra persone che vivevano assiduamente e direttamente a stretto contatto ogni giorno;
  • il parlare della rispettiva proprietà nominandola come “la nostra terra” e non con altri termini di moderna consuetudine e concezione;
  • il richiamare strettamente “nostro” con “famiglia”;
  • descrivere l’occupazione quotidiana come lavorare “nella terra” e non “la terra”;
  • il termine di “padrone” utilizzato in forma altrui e non personale.
Nel mondo contadino, nelle antiche famiglie locali l’uso del “voi” era dedicato alla forma di rispetto reverenziale verso la “gerarchia” famigliare.
Tale comportamento generico era rivolto agli anziani (nonni, bisnonni, spesso indicati con i termini “bacàn” e “bacàna”, riconducibili rispettivamente al più anziano e la più anziana del gruppo famigliare).
Comunemente, l’uomo anziano riceveva sempre il “voi”, la donna anziana solo dai componenti maschili e dalle nuore.
All’epoca dei miei nonni, tra genitori e figli cominciava a scomparire il “voi” dato dai maschi alla mamma (reggeva ancora nel rivolgersi al papà), mentre le figlie mantenevano il “voi” al papà, ma confidenzialmente si rivolgevano con il “tu” alla mamma.
Nelle famiglie più “moderne” si usava già indifferentemente, sebbene ancora raramente, il “tu” diretto tra genitori e figli, con la progressiva scomparsa del “voi” anche ai nonni.
Con i “vicini di casa”, con chi si incontrava abitudinariamente, sebbene conditi da una certa consolidata confidenzialità, si manteneva ancora il “voi” fisso per galanteria alle figure femminili, accorciando tendenzialmente al “tu” con gli individui maschili, ma solo se si presentava una differenza d’età ridotta.
Nella famiglia da cui provengo, da metà del secolo scorso e in alcuni rami famigliari anche da prima, si usava già indifferentemente il “tu” tra tutti e, anzi, i componenti più anziani erano apertissimi ad invitare ed esortare (al punto di minacciare la propria totale puntigliosità ostativa in caso di mancato utilizzo di tali comportamenti esplicitamente richiesti) i famigliari acquisiti (nuore e generi) a rivolgersi sempre e da subito con il “tu” diretto, perché la mentalità era di considerarli e sentirsi considerati “della famiglia” da subito.
Spesso questo comportamento era additato come rivoluzionario da chi vi assisteva o lo notava dall’esterno, con non poca diffidenza relativa ad una tale abitudinarietà innovativa e “sfrontata”, etichettandolo con il celebre detto “la confidenza fa perdere la reverenza”.
In effetti, per chi come me ha vissuto l’ultimo periodo di passaggio tra quello che è stato il passato ed il presente/futuro arrivato velocemente con il cambio evolutivo delle abitudini, si è assistito ad una impostazione concettuale di “rispetto” che si è contrapposta ad una forma di “sfacciataggine”, tesa ad appiattire alcuni aspetti che hanno perso importanza, come l’anzianità, sostituita dal titolo di studio (e in un certo senso il grado di appartenenza sociale).
Così, se prima il rispetto era accentuato nei confronti degli anziani, quasi in modo protettivo e riconoscente, nel mentre e poi lo è stato forzato per chi poteva vantare un appellativo, vero o presunto, dedicandogli una forma di reverenzialità prevalentemente succube ed a tratti caratterizzata da una forma di non meglio giustificabile quasi sudditanza.
Le proprietà famigliari, acquisite con lunghi e faticosi sacrifici, difficoltà, talvolta quasi scommesse azzardate sul futuro, affrontate giorno per giorno da intere e più generazioni di uno stesso nucleo, fianco a fianco, comprendevano primariamente un appezzamento terriero, dal quale derivava la possibilità e capacità di sostentamento.
Questo appezzamento, qualsiasi fosse la sua ubicazione e/o posizione, indipendentemente dall’estensione che aveva, per una famiglia non rappresentava nella considerazione espressiva una proprietà, ma era sempre definita “la nostra terra”.
Il termine “nostra” nasceva a conviveva con l’animo e il cuore di ogni singolo individuo, che contribuiva con la propria presenza ad essere parte viva, attiva, integrante ed integrata con la “terra”.
Si trattava di un legame reciproco, con cui la famiglia contadina apparteneva alla terra, in un rapporto di reciprocità inscindibile.
Il sostentamento degli individui derivava e dipendeva dalla cura della terra e non dallo sfruttamento forzato della stessa per fare soldi, proprio perché il sacrificio ancora non conosceva e non si poteva permettere la comoda speculazione.
Al pari e parallelamente, in un legame indissolubile, all’interno della “famiglia contadina” ciò di cui si disponeva era automaticamente “nostro” cioè di tutti i componenti che partecipavano al comune sostentamento.
Ognuno metteva a disposizione tutto ciò che si poteva permettere, ognuno aveva propri compiti e il suo posto, senza individualità autocelebrative e sempre pronto a sorreggere, aiutare e sostituire in caso di bisogno chiunque altro, nell’obbiettivo della sussistenza dell’intero nucleo famigliare.
Questo stretto legame si legge nell’espressione abitualmente e ripetitivamente utilizzata in modo naturale, spontaneo, quando ci si riferisce alla propria operatività agricola nei terreni di famiglia, perché la forma espressiva utilizzata non è di “lavorare la terra”, ma “lavorare nella terra”.
La differenza è sottile, ma il significato deriva dal sentimento che lega in modo profondo il contadino e l’entità che contribuisce al sostentamento ed esistenza suoi e della propria famiglia.
“Lavorare la terra” comporta il significato di modificarla, dominarla, adattarla anche forzatamente alle proprie esigenze e volontà.
“Lavorare nella terra”, invece, trasporta ad una considerazione di appartenenza, quasi a voler testimoniare in modo rafforzativo un legame che unisce, protegge al proprio interno, esprime la convivenza in complicità tra i bisogni e la presenza del patrimonio naturale del territorio locale.
Infine, il termine “padrone”.
Un’espressione forte, che dipinge in modo deciso un rapporto di predominanza/sudditanza, legato alla figura di una persona estranea alla realtà famigliare, e spesso anche a quella locale, un proprietario che concede in affitto, in modo prevalentemente distaccato per un corrispettivo economico, un investitore a cui interessa monetizzare qualcosa che gli appartiene.
Si tratta di un concetto che si è trasformato nel corso dei decenni, mantenendo la propria natura di estraneità, con l’avvento della speculazione edilizia che continua a colpire ogni singolo fazzoletto di terra sopravvissuto alla cementificazione di foglie e steli d’erba, che necessitano “devastantemente impegnativa” cura e manutenzione.
Purtroppo, è sempre più frequente ascoltare l’espressione dei nuovi proprietari di seconde case, non appartenenti alle origini territoriali del posto, i quali si professano con decisione “padroni” di immobili, sostenendo, vantando e manifestando con decisione i propri possedimenti, a differenza dei pochi derivanti dalle origini locali, che nella ormai dimenticata umiltà di appartenenza si professano ancora “proprietari”, o più semplicisticamente “aventi”.
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